Sulle religioni e le filosofie spiritualiste

Io credo che tutte le religioni (organizzate e fai-da-te) e le filosofie spiritualiste di ogni epoca hanno in comune alcune delle seguenti caratteristiche.

  • una narrazione della creazione del mondo in cui da un tutto indifferenziato o caos si creano delle separazioni e un certo ordine, con certe entità e certi ruoli e scopi fondamentali, da cui si origina tutta la realtà
  • testi “sacri” in cui vengono definiti i principi della “fede” e le regole di comportamento
  • un’etica semplificata per distinguere il bene dal male
  • un’etica fondata sull’obbedienza anziché sulla libera scelta
  • una “scienza” dei collegamenti tra cause ed effetti
  • la negazione del caso e della mancanza di senso
  • gli effetti placebo e nocebo, ovvero promesse di felicità e infelicità, guarigione e malattia (specialmente l’ansia, l’angoscia, la paura, l’insicurezza, la scarsa autostima, la depressione, l’indecisione) che a volte si avverano
  • la prospettiva di un paradiso a cui tendere e di un inferno da evitare
  • la definizione di agenti spirituali antropomorfi esterni all’uomo, che condizionano le sua  vita, come dèi, angeli, spiriti, fantasmi, anime di defunti ecc.
  • il dualismo tra corpo e spirito (o anima), il primo mortale, il secondo immortale
  • l’autorità e i vantaggi economici e politici di coloro che possiedono e diffondono la “fede”
  • la presunzione di verità e l’assenza di autocritica
  • la difesa, a volte aggressiva, contro i non credenti, gli infedeli e il progresso scientifico, filosofico e sociale
  • l’aggregazione sociale e la fratellanza in nome di un comune “padre” o di una comune “madre”
  • la rassegnazione, consolazione, compensazione, rassicurazione, perdono o rivincita rispetto alle ingiustizie e alle sofferenze
  • la negazione della morte mediante reincarnazione, resurrezione o migrazione delle anime e il superamento della paura della morte stessa
  • la deresponsabilizzare dei credenti rispetto al progresso civile, alla politica e ai relativi doveri
  • la mediazione delle interazioni sociali sulla base delle regole spirituali
  • la svalutazione dell’intelligenza razionale e analitica, e il rifiuto della competizione basata su di essa
  • la tendenza a considerare il male come esterno all’individuo, e questo come vittima anziché causa del male
  • il dualismo tra razionalità (intelligenza analitica) e sentimento considerati come antagonisti e mutualmente esclusivi, con una preferenza per il secondo, e la tendenza a giustificare i sentimenti e il conseguente comportamento, indipendentemente dai loro effetti pratici
  • il considerare lo spirito critico e l’approccio scientifico come una manifestazione del male in quanto visti come fattori di resistenza alla “fede” salvifica, la quale non necessita di prove scientifiche
  • un pregiudizio sulla scienza (in quanto ricerca scientifica) considerata come arrogante e presuntuosa riguardo alla “verità”, come se la scienza non conoscesse i suoi limiti
  • una tendenza a discutere in termini assoluti piuttosto che relativi, totali piuttosto che parziali, ovvero uno scarso senso della misura e della probabilità nei fenomeni
  • la compassione verso chi non ha la “fede”, come se l’assenza di fede fosse un limite, una menomazione. una chiusura alla comprensione del mondo e una incapacità di empatia
  • un senso di superiorità verso chi non ha la “fede”, in quanto condannato ad una vita senza senso
  • la sospensione del giudizio morale e intellettuale, e l’accusa di arroganza verso chi lo esercita
  • la svalutazione della scienza come fonte e riferimento di verità
  • la svalutazione dell’Io, o Ego, come manifestazione del male in quanto considerato elemento disaggregante rispetto all’armonia della natura e della società
  • una tendenza al conformismo e un resistenza all’idea di poter essere artefici e responsabili di cambiamenti sociali
  • l’affidarsi ai sentimenti come guida più affidabile che la ragione, facendo della scarsa capacità razionale una virtù
  • la fuga dalla libertà, la paura della libertà e dell’autodeterminazione in quanto moralmente responsabilizzante
  • la libertà dal giudizio razionale, dal dovere di usare la ragione e di essere razionalmente coerenti
  • la comodità di seguire una guida spirituale anziché decidere da soli, liberamente e responsabilmente, cosa fare e non fare
  • la rassicurazione circa la validità morale del proprio comportamento
  • una visione del mondo in cui la propria persona ha un valore in quanto collegata con la divinità e da essa protetta e approvata
  • la tendenza a credere nei miracoli, nella magia e nell’esoterismo
  • la tendenza a credere che la preghiera possa avere un’influenza sugli eventi esterni
  • la tendenza a fare esercizi di meditazione o di preghiera come mezzo per evitare di essere influenzati da pensieri non spirituali o incompatibili con la “fede”
  • la soddisfazione sostitutiva del bisogno di essere accettati, protetti e amati da altre persone, mediante l’amore da parte della divinità
  • la predicazione dell’amore generale e universale (senza fornirne una definizione razionale) come soluzione dei problemi sociali ed ecologici
  • il superamento dell’angoscia esistenziale dovuta alla mancanza di senso della vita e del mondo
  • il proselitismo, per evitare che la “fede” diventi fattore di isolamento ed emarginazione
  • la credenza che una diffusione della “fede” porti ad un miglioramento della condizione umana e alla soluzione dei problemi sociali, ovvero l’idea che se tutti si convertissero e rispettassero la “fede”, tutti i problemi sociali si risolverebbero
  • una concezione della conoscenza in termini di “illuminazione” basata su una spiegazione semplificata dei problemi della vita e della società rispetto alle spiegazioni scientifiche, molto più complesse e difficili da comprendere
  • una tendenza a preferire spiegazioni semplici a spiegazioni complesse indipendentemente dalla loro verifica razionale o empirica
  • il riferimento ad un’età dell’oro, o paradiso, che abbiamo perso e a cui dovremmo cercare di ritornare
  • una concezione della “armonia” all’interno della società, come rispetto di una comune fede da parte di tutti
  • una concezione della “energia” come flusso vitale che guarisce se viene liberata, ammala se non viene liberata, la cui liberazione è conseguenza della fede nella “fede”
  • la tendenza alla sottomissione alle prescrizioni della “fede”, le quali però non sono mai tanto chiare e restrittive (ovvero razionalmente definite) da impedire a ciascuno di interpretarle a proprio favore, così da permettergli di comportarsi come meglio crede senza prestarsi ad un giudizio critico
  • l’ottimismo e la speranza che, prima o poi, la “fede” prevarrà e porterà i risultati promessi, ovvero la salvezza dell’uomo dall’inferno, dal nulla o dai mali della società
  • l’idea che il comportamento o i pensieri di un individuo possano influenzare il caso e determinare eventi non altrimenti collegati; in altre parole, l’idea che il caso non sia del tutto casuale ma possa diventare casuale a seconda del comportamento di una o più persone
  • l’idea che credendo alla “fede”, la propria vita possa migliorare nel senso di una maggiore serenità e benessere

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