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Riflessioni di Bruno Cancellieri su

Adattamento

14 articoli tratti dal blog "Il mondo visto da me"

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Compagnia e adattamento

La compagnia richiede sempre un adattamento reciproco.

La trasmissione dell'idiozia alle generazioni future

Pochissimi nascono idioti, quasi tutti ci diventano a causa di una educazione familiare e di una cultura che scoraggiano il pensiero critico e il cambiamento, costringendo il bambino al conformismo e all'adattamento allo status quo. Risultato è che il disadattamento è dai più considerato una insufficienza mentale, e i genitori rivolgono ai propri figli il trattamento che hanno subito da piccoli, assicurando la trasmissione dell'idiozia alle generazioni future.

Riorganizzazione della memoria

Suppongo che durante il sonno la memoria si riorganizzi in quanto quella a breve termine viene elaborata e svuotata, trasferendo le parti ritenute significative in quella a lungo termine e cancellando le altre.

In tale processo suppongo che avvenga un adattamento reciproco tra le nuove esperienze e quelle precedenti, adattamento che può dar luogo ad una distorsione o rimozione delle prime e/o delle seconde affinché il tutto sia cognitivamente coerente e moralmente (ovvero socialmente) accettabile, e non crei troppa angoscia.

Censura e auto-censura

Ogni essere umano è giudicato dagli altri per ciò che pensa, sente, ama, odia, crede, dice, fa ecc. e per ciò che non pensa, non sente, non ama, non odia, non crede, non dice, non fa, ecc.

Dal risultato del giudizio dipende il reciproco atteggiamento e comportamento di attrazione o repulsione, accettazione o rifiuto, premio o punizione, amicizia o inimicizia, simpatia o antipatia, pace o guerra, solidarietà o indifferenza ecc.

Di conseguenza, ogni essere umano cerca di prevedere e prevenire il giudizio altrui sulla propria persona, auto-giudicandosi, consciamente o inconsciamente.

Dal risultato dell'auto-giudizio (che possiamo chiamare autocensura) e dalle proprie inclinazioni dipende l'eventuale sottomissione, adattamento, resistenza o ostilità rispetto alle aspettative altrui.

Come piacere agli altri

Se vuoi piacere ad una persona, devi prevalentemente essere, pensare, sentire, desiderare e comportarti come a lei piace. Altrimenti devi farglielo credere con l'inganno.

La vita sociale si regge su tale adattamento o inganno, poiché siamo interdipendenti e non possiamo soddisfare i nostri bisogni senza la collaborazione altrui, che è discrezionale.

Per ottenere la collaborazione di una persona, hai dunque bisogno di piacerle, cioè di essere a lei gradito. Inoltre, per essere gradito ad una persona, devi farle credere che la gradisci a tua volta, cioè che ti piace, anche se non è vero. Infatti il gradimento e il suo contrario sono normalmente reciproci.

Se il gradimento reciproco con una certa persona è impossibile e non puoi fare a meno della sua collaborazione, puoi tentare di ottenerla con l'inganno, con la violenza o con l'intercessione di altre persone a cui quella persona è sottomessa.

Obbedienza, disobbedienza, premio, castigo, ribellione, rivoluzione

Sin da bambino, e per tutta l’età scolare, l’uomo subisce un’educazione basata sulla premiazione dell’obbedienza e la punizione della disobbedienza nei riguardi delle volontà degli educatori. E’ così che l’uomo impara ad obbedire alle volontà dei suoi simili.

Se due persone hanno volontà antagoniste o incompatibili, un conflitto è inevitabile, a meno che almeno una delle due adatti la sua volontà a quella dell'altra (ovvero obbedisca ad essa). Ciò può avvenire spontaneamente o a seguito di minacce o di violenze.

L’adattamento della volontà di una persona a quella di un’altra si chiama conciliazione.

In assenza di conciliazione, il conflitto può dar luogo ad una ribellione e/o ad una rivoluzione.

La ribellione consiste nella disobbedienza di una persona nei confronti della volontà di un’altra. Conseguenza della ribellione può essere la separazione o l’allontanamento tra le persone, oppure un ridimensionamento delle volontà a cui il ribelle disobbedisce.

La rivoluzione consiste nell'inversione dei ruoli tra comandante e obbediente, cioè nel caso in cui il ribelle riesca a farsi obbedire da colui a cui ha disobbedito.

Adattamento reciproco vs. adattamento comune

La vita sociale richiede un certo grado di adattamento dell’individuo rispetto a coloro con cui esso ha bisogno di interagire e di cooperare per sopravvivere e per soddisfare i suoi desideri.

Io divido l’adattamento sociale in due tipi:

  • adattamento reciproco: è quello che avviene tra due individui quando ognuno si adatta (in una certa misura) alle esigenze e ai desideri dell’altro;

  • adattamento comune: è quello in cui due individui si adattano alle regole (obblighi e divieti) definite da un’autorità terza, come, ad esempio, un genitore o una comunità a cui sono entrambi sottomessi.

Quanto più forte è l’adattamento comune tra due individui, tanto più essi interagiscono secondo regole dettate dall’autorità (politica o culturale) a cui essi sono entrambi sottomessi, e tanto meno essi tendono ad attuare un adattamento reciproco liberamente negoziato e libero da condizionamenti esterni.

Un inconveniente dell’adattamento comune è che le regole che tale adattamento comporta non tengono generalmente conto delle differenze umane, per cui esso può dar luogo ad un disadattamento reciproco, nella misura in cui un individuo differisce dall’individuo generico considerato dall’autorità regolatrice.

Di conseguenza, quanto più una persona differisce dal modello generico di individuo, tanto più le conviene optare per adattamenti reciproci (personalizzati) rispetto ad altre persone, piuttosto che per un adattamento comune.

In sintesi, un adattamento reciproco (diverso per ogni coppia di individui) consente una cooperazione tra le persone coinvolte più soddisfacente, in quanto tiene maggiormente conto delle rispettive caratteristiche particolari.

Piacere e dolore dell’adattamento sociale

La cosa più importante per un essere vivente è l’adattamento al suo ambiente, senza il quale non può sopravvivere né soddisfare i propri bisogni.

Nel caso degli esseri umani, l’adattamento non riguarda solo l’ambiente naturale, ma anche e soprattutto quello sociale, dal momento che nessun umano può sopravvivere né soddisfare i suoi bisogni senza la cooperazione di un certo numero di altri umani.

Possiamo dire dunque che l’uomo “ha bisogno” dell’adattamento tra sé e l’ambiente naturale e sociale in cui vive.

Avendo l’uomo bisogno di adattamento naturale e sociale, è “naturale” che esso provi piacere quando questo adattamento è reale o tende a realizzarsi, e dolore quando questo non è c’è o tende a cessare.

Tuttavia l’adattamento, specialmente quello sociale, per alcuni può avere un costo più o meno sopportabile. Infatti l’adattamento sociale di un individuo implica che questo si manifesti e si comporti in modo accettabile da coloro da cui dipende la propria sopravvivenza e la soddisfazione dei propri bisogni.

Ci sono individui che si adattano agli altri con facilità, altri con difficoltà. Questi ultimi per adattarsi devono fare in certa misura violenza alla propria personalità, cioè devono costringere se stessi ad “essere” come li vogliono gli altri pur essendo diversi, e a nascondere certe loro diversità rispetto a ciò che gli altri si aspettano da loro. Ne consegue che per i primi l’adattamento comporta solo un piacere, mentre per i secondi comporta un dolore che a volte supera il piacere dell’adattamento stesso.

Per concludere, possiamo dire che l'adattamento sociale è per alcuni spontaneo e piacevole,  per altri forzato e doloroso.

Il gioco mistificato delle interazioni sociali

Noi umani abbiamo bisogno gli uni degli altri, anche di coloro che non amiamo e da cui non siamo amati.

Ognuno vorrebbe essere amato dagli altri senza l’obbligo di amarli a sua volta, per cui i conti non tornano: le persone raramente amano senza avere qualcosa di importante in cambio, e perciò il bisogno di essere amati è quasi sempre frustrato. Per avere un po’ di amore le persone fingono di amare o promettono amore o altre cose, promesse che non vengono quasi mai mantenute, con vari pretesti.

Il bilancio tra ciò che uno dà e ciò che riceve è sempre in deficit di dare, oppure nullo, nel senso che le persone, per evitare frustrazioni, spesso rinunciano ad interagire, per cui non danno né ricevono alcunché.

Il problema non è limitato all’amore, ma riguarda la cooperazione in senso ampio. Ognuno ha bisogno della collaborazione degli altri per la soddisfarsi dei suoi bisogni, ma non sente il bisogno o il dovere di  collaborare alla soddisfazione dei bisogni altrui, per cui i conti non tornano: le persone collaborano solo se costrette a farlo per ottenere qualcosa in cambio (materiale o immateriale), ovvero solo se pagate, in qualunque forma.

Un doloroso effetto collaterale del reciproco bisogno di cooperazione è la necessità di adattarsi alle esigenze del prossimo, ovvero il fatto di non poter essere liberamente se stessi, ma di dover essere come la persona di cui si cerca la cooperazione desidera, pena il rifiuto della cooperazione da parte dell'altro.

Il gioco delle interazioni sociali si basa dunque su due strategie: (1) trovare le persone più adatte alla soddisfazione dei propri bisogni e (2) ottenere la massima cooperazione dagli altri con il minimo sforzo di adattamento alle esigenze altrui.

Ma si tratta di un gioco che non può avvenire in modo palese, in quanto considerato immorale in quasi tutte le culture, le quali censurano il comportamento calcolato, interessato, autocontrollato, razionale, a vantaggio di quello spontaneo, disinteressato, sentimentale, empatico.

Il gioco viene dunque rimosso in senso psicoanalitico, mistificato e giocato quasi esclusivamente a livello inconscio con tutte le inibizioni e irrazionalità del caso, ovvero in modo poco efficiente, cioè poco soddisfacente rispetto ai bisogni umani.

L'uso della ragione

La ragione non è tutto, e non è nemmeno la cosa più importante. E' uno strumento utile ma limitato, che possiamo scegliere di usare o non usare, o di usare solo in certe misure e in certe situazioni, insomma, quando, quanto, dove e come ci conviene.

La ragione serve a risolvere problemi attraverso una logica simbolica, ma può anche creare problemi, ed è comunque problematica. Infatti, se la ragione è unica come concetto e fenomeno generale, esistono innumerevoli ragioni e modi di ragionare diversi, ovvero innumerevoli raccolte di simboli, significati e collegamenti logici, anzi, una raccolta per ogni essere umano, più o meno simili o contrastanti tra loro.

Ma la questione che vorrei qui sollevare è: quando conviene usare la ragione (la propria ragione) e quando invece conviene comportarsi in modo spontaneo, seguendo solo i propri sentimenti e le proprie pulsioni, senza sottoporli ad un esame critico "razionale" di opportunità, convenienza, utilità, eticità ecc.

La mia opinione è che è impossibile, oltre che pericoloso, usare costantemente la ragione, per due motivi.

Il primo motivo è che se sottoponessimo tutto il nostro comportamento al controllo della ragione, questa diventerebbe da serva (ovvero strumento) del nostro organismo, padrona di esso, il che sarebbe assurdo da un punto di vista evoluzionistico oltre che logico. Infatti la ragione è nata e si è sviluppata solo recentemente nella storia evolutiva degli esseri viventi, come strumento adattativo e non ha un fine in sé, ma serve solo a risolvere problemi di adattamento all'ambiente per l'organismo. Vale a dire che la ragione non può essere un'autorità suprema, ma deve servire, ovvero deve ricevere i suoi scopi dall'organismo che la ospita e dal suo ambiente.

Il secondo motivo è che la ragione, come fenomeno che possiamo osservare in noi e negli altri, è molto limitata e piena di errori, oltre che molto varia e contraddittoria, per cui affidarle il controllo completo della nostra vita ci esporrebbe a gravissimi rischi di comportamenti nocivi per noi e per gli altri. Infatti ognuno ha ragione dal suo punto di vista e il conflitto tra ragioni diverse è la norma piuttosto che l'eccezione. Occorre anche dire che la ragione tende a risolvere i problemi individuali piuttosto che quelli sociali, per cui un suo uso incontrollato potrebbe causare gravi danni alla collettività.

Usiamo dunque la ragione con cautela, solo quando è necessario perché non riusciamo a risolvere altrimenti i nostri problemi, e soprattutto cerchiamo di migliorarla attraverso l'esame delle ragioni altrui e lo studio dell'opera di grandi e buoni psicologi e filosofi, anche se non è facile individuare e distinguere quelli grandi dai piccoli, i buoni dai cattivi e in questo non ci si può fidare nemmeno delle indicazioni degli accademici.

La legge del gradimento

A mio parere, una delle leggi fondamentali che regolano l’attività dell’inconscio è quella che io chiamo la “legge del gradimento”. Infatti suppongo che una motivazione fondamentale, conscia o inconscia, di ogni umano sia quella di essere graditi ad una certo numero di altri umani, Ciò è dovuto al semplice fatto che, in mancanza di tale gradimento, è difficile per un individuo ottenere dagli altri la cooperazione indispensabile per sopravvivere e per soddisfare i propri bisogni.

Col termine “gradire” io intendo una gamma di disposizioni cognitive ed emotive di diversa qualità e intensità, che includono amare, piacere, approvare, stimare, rispettare, provare simpatia, fascino, affinità, solidarietà, fiducia, interesse, curiosità  ecc. nei confronti di una persona.

Tuttavia, essere graditi agli altri non è facile, e a volte è impossibile, per vari motivi, e questa difficoltà o impossibilità è a mio avviso una delle maggiori cause d'infelicità per tutti gli esseri umani.

Essere graditi è difficile in primo luogo perché per ottenere il gradimento di una certa persona, uno deve corrispondere alle aspettative, agli ideali e ai valori di quella persona. In poche parole, uno deve essere come l’altro lo vuole.

Ovviamente ci può essere una discrepanza più o meno grande tra il tipo di persona desiderata dall’altro è il tipo di persona che si è. Quando tale discrepanza diventa rilevante, uno può essere tentato di cambiare la propria personalità per adattarla al tipo richiesto, ma questo adattamento può essere praticamente impossibile, o avere un costo che non vale la pena di pagare.

In secondo luogo, essere graditi è difficile per ragioni di competizione. Infatti, un umano può cooperare con un numero limitato di altri umani, e si trova perciò a scegliere con chi entrare in una relazione cooperativa. La scelta delle persone con cui relazionarsi non è casuale, ma normalmente selettiva, nel senso che si scelgono, consciamente o inconsciamente, le persone che maggiormente corrispondono ai propri tipi ideali. Di conseguenza, può sempre succedere, date due persone che si gradiscono reciprocamente, che ne sopraggiunga una terza che risulti maggiormente gradita, e quindi preferibile, per una di esse. Ne consegue spesso che il rapporto iniziale sia sostituito da uno nuovo stabilito con la persona sopraggiunta. In tal caso può nascere una competizione tra due persone per ottenere il maggior gradimento da parte della terza, competizione che termina normalmente con l’esclusione del perdente.

Inoltre può succedere che il gradimento tra due persone A e B non sia reciproco. Cioè che A sia gradito a B, ma B non sia gradito ad A. Ovviamente, in assenza di reciprocità di gradimento, una relazione è impossibile oppure dura poco.

A fronte delle difficoltà sopra descritte, la mente conscia, e ancor più quella inconscia, di ogni umano sono continuamente occupate nel cercare di stabilire cosa convenga fare e cosa convenga non fare per ottenere il maggior gradimento possibile dal maggior numero possibile di persone al minor costo possibile in termini di necessità di sacrificare parte della propria natura e/o dei propri beni.

C’è inoltre la necessità di stabilire quale sia il numero sufficiente di persone da cui essere graditi, numero che comunque non può essere inferiore a uno. Tuttavia si può decidere di prendere una posizione sgradita a tutte le persone conosciute nella  speranza di essere graditi da qualcuno che ancora non si è incontrato. Allo stesso tempo è necessario stabilire i tipi di persone dalle quali cercare di esere graditi.

Un’altra costante occupazione della mente umana consiste nello stabilire il limite entro il quale è tollerabile e conveniente adattarsi ai desideri e alle aspettative di un’altro, e oltre quale limite tale adattamento è intollerabile o non conveniente.

Per concludere, credo che nessun umano possa sfuggire alla legge del gradimento sopra descritta, e che perciò ci convenga obbedire ad essa in modo consapevole, intelligente e razionale.

Sul concetto di interazione

Il concetto di “interazione” è, a mio parere, uno dei più importanti, forse il più importante per ogni essere vivente, e per l’uomo in particolare.

Il vocabolario Treccani definisce così l’interazione: “Azione, reazione, influenza reciproca di cause, fenomeni, forze, elementi, sostanze, agenti naturali, fisici, chimici, e, per estens., psicologici e sociali.”

Tale definizione, per quanto precisa e ineccepibile, non rende giustizia dell’assoluta importanza delle interazioni per gli esseri viventi. Infatti potrebbe far pensare alle interazioni come eventi opzionali, occasionali, eventuali, non indispensabili per la vita degli esseri che le praticano consciamente o inconsciamente.

In realtà ogni organismo o organo vivente, materiale o immateriale, dalle cellule ai componenti della mente, incluso l’io cosciente, sono in continua interazione tra di loro e con l’ambiente esterno, e da tali interazioni dipende la loro vita, la loro salute e la loro funzionalità.

L’interazione tra due entità consiste in una serie di transazioni bidirezionali, correlate nel senso che una transazione è influenzata da quelle precedenti e/o influenza quelle successive o contribuisce a dare loro un certo significato. Una transazione tra due entità consiste nel trasferimento di informazioni, oggetti, sostanze o energie da un’entità all’altra. L’interazione più semplice consiste in una  transazione da A a B a cui segue, in risposta, una transazione tra B ed A. In altre parole, una interazione semplice consiste in un'azione a cui segue una reazione.

Il succedersi abituale, e in una certa misura prevedibile, di interazioni tra due entità, costituisce ciò che chiamiamo “relazione”.

Il modo in cui un’entità B, dopo aver ricevuto una transazione da un’entità A, reagisce rispondendo ad A, non è mai casuale (o lo è solo in minima parte), ma dipende da una “logica” o “algoritmo” presente nella mente di B.

Un’interazione complessa è un’interazione che non si limita ad un’unica azione a cui segue un’unica reazione, ma si estende nel senso che una reazione da B verso A può dar luogo ad una ulteriore reazione da A verso B e così di seguito. In altre parole, in un’interazione complessa, ogni transazione è al tempo stesso un’azione e una reazione, cioè è al tempo stesso causa ed effetto di un’altra transazione.

Le transazioni, le interazioni e le relazioni tra entità viventi (a tutti i livelli) servono a soddisfare i loro bisogni vitali o desideri, e sono determinate dalle rispettive “menti”, nel senso batesoniano del termine. In tal senso, anche le cellule hanno una loro mente, che regola le loro transazioni, ovvero le loro azioni e reazioni verso entità viventi adiacenti, in modo da ottenere ciò di cui hanno bisogno per soddisfare i loro bisogni e/o desideri.

D'altra parte la mente umana (intesa come la parte appresa, quella associata alle aree corticali del cervello) si forma attraverso le interazioni con altri umani, come ci insegna George Herbert Mead. Possiamo pertanto dire che la mente umana è al tempo stesso un prodotto sociale, e uno strumento che serve a gestire relazioni sociali.

Dalla qualità delle interazioni con l’ambiente adiacente, dipende dunque la sopravvivenza, la salute e la soddisfazione di ogni entità vivente.

Se una relazione tra due entità viventi è “insoddisfacente”, ciò dipende da un insufficiente “adattamento” (o compatibilità) tra le entità stesse. Il “disadattamento” può essere causato da una malformazione, ipoformazione o inadeguatezza della “mente” di una delle entità o di entrambe, oppure da condizioni materiali che non permettono ad un'entità di trasmettere all’altra ciò di cui quella ha bisogno.

Usare il concetto di “interazione” come chiave di comprensione delle problematiche ecologiche, sociologiche e psicologiche è molto utile, anzi, direi indispensabile per tentare di migliorare se stessi, le proprie relazioni sociali e l’ambiente urbano e naturale. Il vantaggio essenziale di tale approccio, che possiamo definire “relazionale” è che ci induce ad analizzare i problemi di convivenza tra entità non come insiti ontologicamente in qualche entità, ma sempre nell’interazione tra due o più entità, e in senso adattivo.

Per concludere, per capire i problemi ecologici, sociali e psicologici, e per proporre soluzioni migliorative, è importante analizzare le relazioni tra gli attori in gioco in quanto “agenti” che interagiscono secondo certe logiche “mentali”, le quali possono essere più o meno adeguate in senso bilateralmente adattivo.

La faccenda è resa ancora più complessa dal fatto che un’entità vivente non interagisce solo con un altra, ma con una moltitudine di altre, e la relazione tra due entità A e B può essere influenzata dalla relazione tra A e C e così via, in una miriade di influenze reciproche.  Ma anche a fronte di questa problematica multilateralità, l’approccio relazionale, che si basa sull’analisi delle varie interazioni, è indispensabile per comprendere le cause delle disfunzioni e per tentare di ripararle.

Introduzione al caffè filosofico del 24/2/2022 sul tema “L’intelligenza nell'uomo, negli altri viventi e nei computer”

Il vocabolario Treccani definisce l’intelligenza, tra l’altro, come segue:

  • Complesso di facoltà psichiche e mentali che consentono all’uomo di pensare, comprendere o spiegare i fatti o le azioni, elaborare modelli astratti della realtà, intendere e farsi intendere dagli altri, giudicare, e lo rendono insieme capace di adattarsi a situazioni nuove e di modificare la situazione stessa quando questa presenta ostacoli all’adattamento.

  • […] è propria dell’uomo, in cui si sviluppa gradualmente a partire dall’infanzia e in cui è accompagnata dalla consapevolezza e dall’autoconsapevolezza.

  • [...] entro certi limiti (memoria associativa, capacità di reagire a stimoli interni ed esterni, di comunicare in modo anche complesso, ecc.), è riconosciuta anche agli animali, spec. mammiferi (per es., scimmie antropomorfe, cetacei, canidi).

  • Nella terminologia filosofica, il termine equivale sostanzialmente a intelletto.

  • Attitudine a intendere bene, con facilità e prontezza

  • Lo spirito stesso, o l’uomo, in quanto intende.

  • Competenza, esperienza in qualche campo del sapere o anche nella professione o in cose pratiche.

  • In cibernetica, intelligenza artificiale: riproduzione parziale dell’attività intellettuale propria dell’uomo (con partic. riguardo ai processi di apprendimento, di riconoscimento, di scelta).

Sulla base di tali definizioni, al termine “intelligenza” possono essere associati concetti come i seguenti: pensiero, comprensione, intelletto, spiegazione, astrazione, intendere, intenzione, competenza, soluzione di problemi, giudizio, razionalità, ragione, adattamento, consapevolezza, autoconsapevolezza, memoria associativa, comunicazione, capacità di reagire a stimoli, spirito.

Alcune problematiche relative all’intelligenza possono essere riassunte in domande come le seguenti:

  • ci può essere intelligenza senza consapevolezza?

  • ci può essere competenza senza intelligenza?

  • in quale misura l’intelligenza è una caratteristica innata e in quale misura può essere appresa e sviluppata?

  • è possibile un’intelligenza senza sentimenti né emozioni?

  • l’intelligenza presuppone delle finalità, dei valori?

  • a cosa serve l’intelligenza?

  • l’intelligenza si può misurare oggettivamente?

  • come si può misurare o valutare l’intelligenza?

  • può una persona A meno intelligente di una persona B valutare l’intelligenza di B?

  • può una persona valutare la propria intelligenza?

  • l’intelligenza è qualcosa di unitario o esistono diverse intelligenze?

  • cosa s’intende per intelligenza emotiva?

  • il grado d''intelligenza di una persona dovrebbe o potrebbe essere usato per stabilire la sua posizione gerarchica nelle organizzazioni umane?

  • il contrario di intelligenza è stupidità?

  • una persona molto intelligente in generale, può essere stupida in qualche campo o problematica particolare?

  • la paura, l’amore, l’odio, la bellezza, l’attrazione fisica, possono influire negativamente o positivamente sul funzionamento dell’intelligenza?

  • in quale misura e in quali problematiche l’intelligenza artificiale può sostituire o superare quella umana?

  • le piante possiedono un’intelligenza?

  • gli organi di un organismo vivente (a partire dalle cellule) possiedono un’intelligenza?

  • che relazione c’è tra “mente” (o psiche) e “intelligenza”?

  • che relazione c'è tra intelligenza e razionalità?

A voi la parola!

Introduzione al caffè filosofico del 14/4/2022 sul tema “Norme sociali e insicurezza”

Cominciamo col definire il significato dei termini “norme sociali” e “insicurezza”.

Cito dall’articolo di Wikipedia intitolato “Norma (scienze sociali)”:

“La norma sociale è una regola esplicita o implicita concernente la condotta dei membri di una società: oggetto di studio dell'antropologia, della psicologia sociale e della sociologia, le norme sociali prescrivono come devono comportarsi gli individui e gruppi sociali in determinate situazioni.”

“In virtù della loro dimensione prescrittiva, le norme rappresentano il sistema di aspettative che il gruppo ha rispetto a coloro che ne fanno parte.”

Fine delle citazioni sulle norme sociali.

Per quanto riguarda il concetto di “insicurezza”, il vocabolario Treccani lo definisce come “mancanza di sicurezza; usato per indicare lo stato di perplessità, d’incertezza del presente e del futuro determinato da particolari condizioni politiche o sociali, o da una condizione psichica di sfiducia, di esitazione, di smarrimento.”

Nel presente incontro dovremmo soprattutto esaminare il rapporto tra norme sociali e insicurezza, vale a dire in che modo le norme sociali in generale, o certe particolari norme sociali, sono causa di insicurezza in certi individui, e, viceversa, in che modo le norme sociali possono essere uno strumento per superare l’insicurezza, cioè per dare sicurezza alle persone che le adottano.

A tale scopo ho individuato le seguenti parole chiave: comportamento, socializzazione, tradizione, consuetudine, convenzione, costume,  etichetta, usanza, rituale, valori, devianza, educazione, libertà, costrizione, obblighi, divieti, controllo, conformità, conformismo, moralità, moda, regolazione, influencer, negoziazione, incertezza, angoscia, paura, timore, dubbio, ansia, esitazione, timidezza, panico, depressione, dipendenza, autostima, appartenenza sociale, inferiorità, superiorità, differenze, approvazione, disapprovazione, disprezzo, riconoscimento, critica, giudizio, esame, inadeguatezza, incapacità, perfezionismo, diffidenza, rifiuto, autenticità, maschera, adattamento.

Per stimolare la discussione vi suggerisco di rispondere a qualcuna delle domande seguenti:

  • La dipendenza dell’individuo dalle norme sociali è una condizione innata (geneticamente determinata) o acquisita?

  • Sentirsi non conformi o inadeguati rispetto alle norme sociali genera automaticamente insicurezza?

  • È possibile vivere serenamente senza seguire le norme sociali?

  • In quale misura le norme sociali favoriscono e in quale misura ostacolano il progresso civile?

  • Due persone possono interagire in sicurezza senza rispettare le norme sociali, negoziando essi stessi le regole da seguire?

  • È possibile criticare le norme sociali senza passare per arroganti, misantropi o asociali?

  • Quali sono i requisiti per un sufficiente grado di autostima?

  • Chi è veramente anticonformista?

  • Una società può fare a meno di norme sociali?

  • Un individuo può permettersi di non rispettare le norme sociali?

  • È possibile conciliare indipendenza di pensiero e libertà di comportamento con il rispetto delle norme sociali?

Concludo con alcune citazioni:

“Non è un segno di buona salute mentale essere bene adattati ad una società malata.” [Jiddu Krishnamurti]

“È prova di una mente semplice e molto primitiva che uno desideri di pensare come le masse o la maggioranza, semplicemente perché la maggioranza è maggioranza. La verità non cambia perché è, o non è, creduta dalla maggioranza delle persone.” [Giordano Bruno]

“Se pensi come la maggioranza, il tuo pensiero diventa superfluo.” [Paul Valéry]

“La gente tende a parlare di ciò di cui parla la gente.” [Piero Scaruffi]

“Quando tutti pensano nella stessa maniera, allora nessuno pensa veramente.” [Walter Lippmann]

“Niente produce un effetto simile a quello di un buon luogo comune: ci rende tutti uguali.” [Oscar Wilde]

“Essere indipendenti dalla opinione pubblica è la prima condizione formale per realizzare qualcosa di grande.” [Friedrich Hegel]

“A un conformismo segue un altro conformismo.” [Edgar Morin]

“Si rovina un ragazzino nel modo più sicuro, se gli si insegna a considerare il "pensare allo stesso modo" più alto del "pensare in un altro modo.“ [Friedrich Nietzsche]