Ci si abitua a tutto ciò che non cambia.
Prepararsi al cambiamento è già cambiare.
Cosa posso cambiare? Cosa non posso cambiare?
Imparare a cambiare, questa è la sfida del futuro.
Chi sta male vuol cambiare, chi sta bene mantenere.
La maggioranza degli umani teme i grandi cambiamenti.
Cambiare o non cambiare? Cosa, come, perché, per chi?
Ad ogni cambiamento sociale cambiano valori e gerarchie.
Prima di demolire una casa sarebbe bene averne pronta una nuova.
Il problema non sono i pregiudizi, ma l'incapacità di cambiarli.
A volte sento il bisogno di fare qualcosa che non ho mai fatto prima.
La gente non vuole cambiare ed è disturbata da chi le chiede di farlo.
Per modificare una mente servono nuove esperienze, reali o immaginarie.
La gente non vuole migliorare la società, ma il suo posto nella società.
Se vogliamo un futuro migliore, dobbiamo imparare a criticare il presente.
Se non disturbi nessuno non stai facendo nulla d'importante per gli altri.
L'uomo ama i piccoli cambiamenti, quelli marginali, non quelli grandi, strutturali.
Se cambi, rischi. Se non cambi, rischi. Cambiare o non cambiare? Questo è il problema.
Prima di cominciare a cambiare una mente, bisogna sapere come è fatta e come funziona.
Per contribuire al cambiamento della società dobbiamo cambiare prima di tutto noi stessi.
L'arte di vivere consiste nel capire cosa e quando è opportuno cambiare, oppure mantenere.
La vita è una ricorrente dialettica tra le forze del mantenimento e quelle del cambiamento.
È impossibile cambiare una mente già formata, a meno che essa non desideri essere cambiata.
Ogni cultura contiene norme che servono a conservarla, cioè a impedire che possa essere cambiata.
Ogni giorno che vivo mi trasforma, sebbene gran parte della mia mente resista ad ogni cambiamento.
Il tempo è la condizione di ogni movimento, di ogni causalità, di ogni storia, di ogni cambiamento.
Mentre pensiamo, osserviamo ed elaboriamo differenze che causano differenze nel nostro comportamento.
Per una persona che tutta la vita ha cercato di cambiare, un grande cambiamento è decidere di non cambiare.
Immagina che una cosa che non ti piace ti piaccia. Se ci riuscirai, capirai cose che non hai mai capito prima.
Noi umani abbiamo bisogno di ripetizioni e cambiamenti in un giusto dosaggio, ciascuno secondo la sua personalità.
Ci sono appartenenze impossibili da cambiare, altre che possono essere cambiate parzialmente, più o meno facilmente.
La mia mente cambia continuamente, perché è il risultato delle mie esperienze e ogni mia nuova esperienza la trasforma.
Ogni cambiamento implica una trasformazione e un aumento o una diminuzione delle proprie capacità, libertà e relazioni.
Il cervello tende ad ignorare (cioè a non rendere cosciente e a non memorizzare) tutto ciò che e costante o ripetitivo.
Il mondo è ciò che è perché non potrebbe essere altrimenti, ma può cambiare, e noi possiamo contribuire al suo cambiamento.
Ci sono cose di me che non posso cambiare, altre che posso cambiare, ma a volte non riesco a distinguere le une dalle altre.
L'uomo è attratto più dalle novità, cioè dai cambiamemnti, che dalle costanze, che generalmente ignora, trascura o dimentica.
Il mondo cambia (in peggio) perché la gente non cambia il suo modo di pensare e di comportarsi.
Nessuno vuole cambiare se stesso. I cambiamenti che tutti vorrebbero riguardano le cose da possedere o dominare, o la mentalità altrui.
È una fortuna che non possiamo cambiare carattere facilmente e a volontà. Se ciò fosse possibile, rischieremmo di diventare dei mostri.
È difficile la cooperazione tra chi vuole cambiare e chi non vuole. E tra chi vuole che gli altri cambino in un senso e chi in un altro.
Nell'inconscio di ognuno, e di conseguenza nella società, si combattono due dèmoni: quello della conservazione e quello del cambiamento.
Ciò che mi piace in questo momento potrebbe annoiarmi o disturbarmi dopo qualche tempo. La ricerca di qualcosa che sia sempre buona è illusoria.
C'è un limite alla quantità di cambiamento interno ed esterno che un essere umano possa tollerare. Questo limite è diverso da persona a persona.
Possiamo scegliere di fare certe nuove esperienze, ma non possiamo stabilire come esse cambieranno la nostra mente, cioè come saremo dopo averle fatte.
Per cambiare la propria mente occorre cambiare abitudini come, ad esempio, interagire con altre persone, leggere altri autori, fare altre esperienze ecc.
Particolari combinazioni di parole possono agire sulla psiche come farmaci psicotropi e droghe, causando cambiamenti temporanei e permanenti.
La resistenza al cambiamento della propria struttura fondamentale è una caratteristica geneticamente determinata di ogni essere vivente e di ogni suo organo.
La nostra attenzione è attratta dalle novità. Ciò che non cambia non viene notato. Anche per questo i vecchi problemi ancora attuali non vengono affrontati.
La primavera non sarebbe così bella se non fosse preceduta dall'inverno.
E il paradiso non sarebbe così bello se non fosse preceduto dall'inferno.
Per cambiare una cosa bisogna immaginarla diversa nelle sue interazioni con il resto del mondo e chiedersi se le nuove interazioni immaginate sono sostenibili.
Come reagiranno gli altri quando mi vedranno cambiare i miei limiti? Come reagirà il mio inconscio, soprattutto quella parte che custodisce tali limiti?
L'io vorrebbe cambiare ma l'inconscio non vuole e boicotta, mediante l'ansia, l'angoscia e il panico, ogni tentativo di cambiamento esistenziale sostanziale.
Gli umani non possono cambiare i libri che credono siano stati scritti o ispirati da Dio. Questo divieto intrinseco rende le religioni dogmatiche, conservatrici, retrograde.
Ci sono persone che, ad un certo punto della loro vita, perdono la capacità di imparare cose nuove, e da allora restano difensivamente ancorate a ciò che hanno già appreso.
La bellezza non si può catturare perché anche le cose più belle, se possedute e ripetute stancano. La bellezza, per sedurre e affascinare, deve essere nuova o esser vista con occhi nuovi.
L'ambiente (naturale e sociale) in cui viviamo ci influenza e ci condiziona, ma noi possiamo in una certa misura cambiarlo, cambiare il modo di interagire con esso oppure emigrare in un ambiente diverso.
Per imparare a suonare uno strumento musicale ci vogliono centinaia di ore di studio e di esercizio. Come possiamo pensare che sia più facile e rapido imparare nuove abilità sociali o cambiare mentalità?
Cambiare o non cambiare, questo è il dilemma. Chi dovrebbe cambiare? Quali cose dovrebbe cambiare? Come dovrebbe cambiarle? Come cambierà il mondo se nessuno cambia?
A mio avviso, oltre a preoccuparci di capire la società così com'è, dovremmo decidere (insieme) come vogliamo cambiarla. In tal modo, anziché subire i cambiamenti sociali, potremmo determinarli volontariamente e consapevolmente.
Perché, per chi uno dovrebbe cambiare? Per soddisfare meglio i propri bisogni, ovvero per migliorare le proprie interazioni con gli altri in modo da renderle più favorevoli alla soddisfazione dei propri bisogni e di quelli altrui.
A mio parere, noi possiamo volontariamente fare nuove esperienze, ma non cambiare volontariamente la nostra mente, cioè i nostri algoritmi di comportamento. I cambiamenti mentali sono involontariamente causati dalle nuove esperienze.
Ogni evento, ogni scoperta, ogni invenzione, ogni nuovo prodotto tecnologico suscettibili di cambiare lo status relativo delle persone, suscitano inquietudine in quanto ognuno teme, consciamente o inconsciamente, una diminuzione del proprio status.
Il mio inconscio ha appreso a interagire (cioè ad agire e a reagire) con gli altri in certi modi. La mia coscienza deve decidere se cambiare tali modi in certi altri modi, più soddisfacenti, ammesso che ciò sia possibile, oppure mantenere quelli attuali.
In ogni cambiamento di definiscono tre stati: (1) prima del cambiamento, (2) durante il cambiamento, (3) dopo il cambiamento. In ognuno di tali stati si possono provare sentimenti (piacere e dolore) diversi rispetto a quelli che si provano negli altri stati.
Cambiare mentalità non è come cambiare abito, casa, amici, lavoro ecc. Cambiare mentalità equivale a morire e a rinascere diversi. L'Uomo ha paura di cambiare perché ha paura di morire e, rinascendo, di non riconoscersi e di non essere riconosciuto dagli altri.
Per cambiare la propria vita si possono fare cose da soli e/o con altri. Da soli si può meditare, pensare, riflettere, interrogarsi, studiare, immaginare ecc. Con altri si possono frequentare nuove persone e ci si può comportare in modo nuovo con persone già frequentate.
In ogni mente umana ci sono automatismi che non si possono cambiare, altri che si possono cambiare difficilmente, e altri che si possono cambiare più o meno facilmente.
Inoltre, il grado di modificabilità di certi automatismi è diverso da persona a persona.
Una causa di infelicità è il non essere la persona che si vorrebbe essere. Ma perché un essere umano vorrebbe essere diverso da ciò che è? Forse perché si illude che se fosse diverso (nel senso di una certa diversità) gli altri lo rispetterebbero o lo amerebbero maggiormente.
"Non sforzarti di essere migliore degli altri, cerca di essere migliore di te stesso." [William Faulkner]
Il problema è che diventando migliori di se stessi si finisce spesso per diventare migliori degli altri, cosa che agli altri dà un certo fastidio.
La sera, prima di addormentarmi, sto prendendo l'abitudine di chiedermi: "cosa è cambiato oggi in me o intorno a me? Chi ha voluto e causato questi cambiamenti? Cosa ho fatto affinché avvenissero o non avvenissero? Cosa ho cercato di cambiare o non cambiare in me e intorno a me?"
Rispetto al cambiamento, si possono avere diverse motivazioni:
- non cambiare
- cambiare per avere di più
- cambiare per avere di meglio
- cambiare per migliorare l'ambiente sociale e/o naturale
Cambiare è molto più difficile che ripetere. Per cambiare bisogna vincere la forza d'inerzia della ripetizione, che è il motore principale della vita. Per questo le persone creative sono rare. Ci sono però momenti nella vita di una persona in cui è necessario cambiare per non soccombere.
Per fare una rivoluzione, o una più semplice rivolta, ci vuole unità di ideali e di intenti, e questa oggi è la cosa che più manca. Siamo tutti fieri della nostra libertà (che non abbiamo conquistato, ma ci è stata regalata dai nostri predecessori) e incapaci di organizzarci politicamente.
Dare ascolto ad una persona significa permetterle di influenzare i propri pensieri. Per questo molti non ascoltano volentieri ciò che gli altri dicono, infatti molti cercano di difendere i propri pensieri dalle influenze altrui, dai cambiamenti arbitrari che gli altri potrebbero apportarvi.
Ognuno è i suoi automatismi, cioè i modi in cui reagisce agli stimoli esterni e interni, cognitivamente, emotivamente e motivazionalmente. Tali automatismi possono essere in parte cambiati per cause esterne e interne, tra cui la predisposizione degli stessi automatismi a cambiare se stessi.
Tra i tanti aspetti che differenziano gli esseri umani c’è la plasticità mentale, ovvero la capacità della mente di cambiare per rispondere a nuove situazioni in modo più soddisfacente. Tale capacità è più o meno grande da persona a persona. Potrebbe essere un fattore determinato geneticamente.
Ognuno di noi è parte del tutto, occupa un certo spazio e un certo tempo del tutto e interagisce con altre parti in modo più o meno costruttivo o distruttivo, conservativo o trasformativo. D’altra parte ognuno di noi è un tutto composto da parti che interagiscono rendendo possibile la propria vita.
Le persone si dividono in due categorie: quelli che causano i cambiamenti e quelli che si adeguano ai cambiamenti causati da altri.
People can be divided in two categories: those who cause changes, and those who adapt to changes caused by other people.
Tutti i pensieri, i sentimenti e le motivazioni di una persona sono prodotti dalla sua mente. Per cambiarli occorre cambiare la struttura della mente stessa. A tale scopo, voler cambiare non basta. Dato che la struttua mentale si è formata a seguito di esperienze, per cambiarla sono necessarie nuove esperienze.
I cambiamenti avvengono secondo un ciclo costituito dalle seguenti fasi:
- subire
- obbedire
- voler cambiare (disobbedire)
- concepire il cambiamento
- realizzare il cambiamento
- ricominciare da capo
Ogni volta che si cambia ambiente geografico il corpo deve adattarsi a nuove condizioni atmosferiche ed ecologiche. Ogni volta che si cambia ambiente sociale, la mente deve adattarsi a nuove condizioni etiche ed estetiche. Il cambiamento può essere stressante o rigenerante, noioso o divertente, difensivo o creativo.
La coscienza è la percezione delle differenze e delle ricorrenze nello spazio e nel tempo, dei movimenti, dei trasferimenti, dei cambiamenti e del piacere, del dolore e delle necessità che questi comportano, secondo logiche stabilite dalla natura e dalla società. La coscienza svanisce nella stasi e nell'indifferenza.
Mentre le scienze della natura trasformano la società attraverso le
innovazioni tecniche, usate anche dalle masse, le scienze umane non
cambiano quasi nulla nella società, in quanto le nuove idee vengono
applicate solo da rare persone senza poteri e ignorate dalle masse.
L'uomo di oggi non è peggio di quelli di ieri ma dispone di armi di distruzione e distrazione di massa molto più potenti, a livello planetario. Abbiamo bisogno di nuove idee per far fronte alle nuove minacce. Le vecchie ricette non bastano. Ci vuole una rivoluzione umanistica, più che politica, economica o tecnologica.
Una mente superiore è una mente capace di studiare se stessa, ovvero la propria struttura e il proprio funzionamento, e di modificarsi volontariamente e consapevolmente, nei limiti del possibile, per migliorare le proprie interazioni con il mondo esterno e interno, in modo da soddisfare meglio i bisogni della propria persona.
Il fatto che le coscienze siano modificabili e manipolabili (attraverso anestesie, droghe, ipnosi, educazione, propaganda, esperienze in generale, ecc.) dovrebbe farci dubitare dell'affidabilità, del potere e della libertà delle coscienze stesse, a cominciare dalla propria. La coscienza, come il cervello, ha plasticità e rigidità.
Se ognuno di noi continua a comportarsi secondo le proprie abitudini, i cambiamenti nella società saranno determinati dal caso, dalle guerre, dalle migrazioni, dai commerci, dalla globalizzazione, dalle catastrofi naturali, dalla tecnologia e dalla volontà di chi detiene il potere, non da noi, che ci limiteremo a subirli e a lamentarcene.
A mio parere, l'uomo ha un bisogno genetico di imitare gli altri, e quando non ci riesce abbastanza è preso da ansia o panico. Quando invece ci riesce bene, e gli altri glielo confermano, è felice. In alcuni uomini, però, a causa di una mutazione genetica, il bisogno di imitare è molto attenuato. Si tratta dei rivoluzionari della cultura.
Il cervello si attiva tanto più quanto più esso percepisce delle novità. Perciò, se vogliamo che si attivi, che si ecciti, che presti attenzione, che produca qualcosa di nuovo, che risolva problemi irrisolti, offriamogli delle novità, come contenuti abituali in nuove forme, nuovi contenuti in forme abituali, o nuovi contenuti in nuove forme.
La mente è un sistema bio-informatico costruito (attraverso le esperienze) per soddisfare i bisogni primari dell'individuo. Esso è più o meno efficace ed efficiente da persona a persona, e cambiarlo è molto difficile, anche perché domina il pensiero e i sentimenti, e la coscienza non lo conosce se non in modo superficiale e spesso mistificato.
Per imparare un'arte o uno sport non è sufficiente leggere uno o più libri su quell'arte o quello sport. Ci vuole tanta pratica e, il più delle volte, la guida di un maestro che ci segua personalmente. E allora perché pensiamo che per imparare a vivere e migliorare il nostro comportamento basti leggere i consigli di qualche maestro? E che per cambiare basti volerlo?
La coerenza è una virtù solo se si è coerenti in un comportamento virtuoso, utile, soddisfacente. Essere coerenti nell'errore sarebbe infatti un vizio. Perciò, a meno che uno non sia perfetto, l'incoerenza può essere una salvezza, il segno di un ravvedimento, di un miglioramento, della cessazione di un errore, di un progetto inutile o dannoso, e uno slancio di creatività.
I cambiamenti (nella natura e nella società) sono determinati da un complesso di cause concomitanti raggruppabili in tre tipi: (1) le leggi fisiche, (2) il caso, (3) gli algoritmi autoapprendenti, e quindi variabili, degli esseri viventi. Gli algoritmi viventi sono "intelligenze" (per lo più inconsce) ovvero gestori di informazioni e interazioni, cioè sistemi di governo, controllo e comunicazione.
Può una mente controllare se stessa? Cambiare i suoi algoritmi per adattarli alle condizioni ambientali del momento?
Io e la mia mente. L'io è una parte della mente! Può una parte di un sistema cambiare altre parti del sistema stesso? Può una parte di un sistema cambiare se stessa? Secondo quale logica? Forse il cambiamento deve avvenire in entrambe le parti che interagiscono, non in una sola di esse.
L'io non può evitare di essere continuamente guidato (mediante emozioni e sentimenti) da logiche automatiche inconsce che si sono formate attraverso le sue esperienze, soprattutto quelle sociali. Può però modificare parzialmente tali logiche accettando di vivere nuove esperienze che il caso gli propone. Il libero arbitrio (se esiste) consiste infatti, a mio avviso, solo nello scegliere quali nuove esperienze provare e quali rifiutare.
Il dramma (e in molti casi la tragedia) dell'umanità consiste nel fatto che abbiamo bisogni primari insoddisfatti, per soddisfare i quali dovremmo cambiare strutturalmente mentalità, ma la nostra psiche si oppone ai cambiamenti strutturali e boicotta ogni tentativo in tal senso generando ansia, angoscia, panico e malattie mentali e psicosomatiche, e rimuovendo i bisogni frustrati. L'io cosciente è progressista, ma l'inconscio è conservatore.
Per cambiare il proprio modo di reagire agli stimoli bisogna collegare certe parti della propria mente che non erano collegate, e/o scollegare certe parti che erano collegate. Per ottenere questo si possono utilizzare elaborati grafici opportunamente preparati con testi e immagini, in cui sono rappresentate le parti da collegare e/o da scollegare. Ovviamente prima è necessario capire quali siano le parti della mente da collegare e/o da scollegare.
Ogni essere vivente ha bisogno di continuare ad essere ciò che è, cioè di rimanere sé stesso, di non cambiare identità. Ogni volontà è la manifestazione di un bisogno e la volontà principale di ogni essere vivente, e il suo bisogno principale, sono quelli di conservare ed esercitare la propria identità. Perché cambiare identità, cioè personalità, natura, significa morire come un certo essere, e rinascere come un altro e di questo l'inconscio ha paura.
La mia più o meno grande felicità (o infelicità) dipende dalla qualità delle mie relazioni col resto del mondo e in particolare con l'ambiente (sociale e naturale) in cui vivo. Per migliorare tali relazioni ci sono tre possibilità (non mutuamente esclusive): (1) migliorare la mia costituzione (cioè la mia mente e/o il mio corpo fisico), (2) migliorare la costituzione di certe parti dell'ambiente (persone o cose) o (3) migrare in un altro ambiente più adatto a me.
Leggere è un processo attivo, ascoltare un processo passivo. L'organismo ha bisogno di attività e passività. E' bene alternare in modo equilibrato attività e passività, quindi leggere e ascoltare, preferibilmente contenuti vari e da varie fonti. Una persona o società che legge o ascolta troppo poco, che legge o ascolta troppo spesso dalle stesse fonti e troppo spesso contenuti simili è destinata al declino per incapacità di adattarsi ai cambiamenti culturali e ambientali.
il nuovo che oggi produciamo, un giorno sarà vecchio, morirà e verrà sostituito da qualcosa di più nuovo. È così che funziona la vita, che è una lotta tra le forze della conservazione e quelle del cambiamento, che prima o poi vinceranno.
In ogni momento dobbiamo scegliere se schierarci a favore della conservazione o del cambiamento, ma non dobbiamo scegliere una volta per tutte, possiamo cambiare la nostra scelta in qualsiasi momento, anche più volte al giorno.
Separare l'"essere" dal "divenire" mi pare una assurdità e un grave errore. Come qualcun altro ha detto, non è possibile l'essere senza il divenire, e viceversa. In altre parole, essere e divenire sono la stessa cosa, come pure il tempo individuale e quello storico. La chiave per capire la realtà, il mondo, la storia, la psiche, è il concetto di "relazione" ovvero di "interazione". Il concetto di "essere" è totalmente sterile se esaminato indipendentemente delle interazioni e dalle relazioni.
I cambiamenti sociali non sono causati dalla volontà, e tanto meno da un progetto di cambiamento di qualche pensatore, ma dalla combinazione sistemica di infinite e incontrollabili pressioni egoistiche economiche, politiche e culturali per lo più inconsce e irrazionali, di cui ogni individuo è al tempo stesso soggetto e oggetto. In altre parole, l'uomo, in quanto individuo pensante, non è (ancora) artefice dei cambiamenti sociali ma li subisce passivamente per non restare escluso dalle comunità di appartenenza.
Le nostre azioni comportano dei risultati, i quali consistono in cambiamenti più o meno grandi e più o meno permanenti o temporanei, in noi stessi, negli altri e/o nell'ambiente.
Di tali cambiamenti siamo più o meno consapevoli.
Le nostre azioni possono anche comportare certi cambiamenti che mirano ad evitarne certi altri, oppure a ripristinare una situazione precedente.
In altre parole, la paura di certi cambiamenti può indurci a cambiare qualcosa.
In ogni psiche ci sono parti che non possono cambiare, altre che possono cambiare, e altre ancora che cambiano inevitabilmente. I cambiamenti dipendono da diversi fattori interni ed esterni; sono sempre involontari e generalmente lenti come quelli biofisici. Tuttavia possiamo volontariamente decidere di fare qualcosa di diverso dal solito, o di cambiare ambiente, e tale cambiamento può causare, in tempi più o meno lunghi, trasformazioni nella nostra psiche, più o meno benefiche o malefiche per la nostra vita e quelle altrui.
La cultura è quella cosa a cui l'uomo si conforma per poter interagire con gli altri.
La cultura è la causa prima di ogni situazione sociale, e quindi è la causa dei mali di ogni società. Ciò è dovuto all'istinto che ci spinge a imitare il comportamento altrui più appariscente e più approvato.
Per migliorare una società è perciò necessario migliorare la sua cultura, ma questo è difficile a causa della tendenza di ogni umano a conformarsi alla cultura che frequenta, piuttosto che cercare di cambiarla.
Quello di massa critica è un concetto sistemico. Certi cambiamenti sociali, come le rivoluzioni politiche o culturali possono avvenire solo quando si raggiunge una massa critica di persone che desiderano o possono tollerare i cambiamenti stessi.
Presumo che anche nell'individuo avvengano dei cambiamenti solo quando viene raggiunta una massa critica di motivazioni al cambiamento stesso, ovvero quando qualche evento esterno modifica l'equilibrio tra motivazioni antitetiche facendo prevalere una motivazione a svantaggio di un'altra.
L'uomo è dominato dalle proprie attrazioni e repulsioni, consce e inconsce, concrete e astratte.
Alcuni sono anche attratti dall'idea di modificare alcune delle proprie attrazioni e repulsioni. Questi apprezzano la psicologia.
Alcuni sono anche repulsi dall'idea di modificare alcune delle proprie attrazioni e repulsioni. Questi disprezzano o ignorano la psicologia.
Infatti la psicologia è utile per comprendere la genealogia delle attrazioni e delle repulsioni proprie e altrui, e le possibilità e i modi per modificarle.
Ogni nuovo giorno si ripresentano le stesse domande: Chi mi vuole bene? A chi voglio bene? Chi mi è utile? A chi sono utile? Con chi interagire? Con chi non interagire? A quali categorie appartengo? Cosa mi appartiene? Ecc.
Infatti col tempo ogni cosa può cambiare, tra cui i bisogni, i desideri, i legami, le appartenenze, e le preferenze mie e altrui.
Per rispondere alle domande ricorrenti sui rapporti tra noi e gli altri abbiamo bisogno di rituali sociali.
Infatti i rituali servono ad affermare e a confermare certe appartenenze e certi rapporti.
Io divido le persone (anche) nelle seguenti quattro categorie:
- conservatori attivi
- conservatori passivi
- progressisti passivi
- progressisti attivi
E divido i conservatori attivi e i progressisti attivi nelle seguenti tre categorie:
- quelli che studiano
- quelli che insegnano
- quelli che fanno
Io mi considero un progressista che studia.
E voi come vi considerate rispetto a tale paradigma?
Voglio inventare una macchina della novità, ovvero un sistema informatico che in qualsiasi momento di noia, angoscia, immobilismo o bisogno di cambiamento mi dia nuovi e imprevedibili stimoli, immagini, suoni, idee, simboli, forme, regole, suggerimenti di nuovi comportamenti, interazioni, strade, luoghi conosciuti o sconosciuti da esplorare o in cui stare, persone conosciute o sconosciute da incontrare, nuovi collegamenti tra cose conosciute, nuove sfide, nuove domande, nuove ipotesi.
Questa macchina non sarà un computer elettronico, ma biologico, un organo del mio cervello.
Ogni cosa è causa e/o conseguenza di una o più altre cose e/o di se stessa.
Ogni cosa è una parte o un insieme di altre cose.
Ogni cosa interagisce con una o più altre cose.
Ogni interazione è causa e/o conseguenza di altre interazioni.
Ogni processo consiste in un insieme di interazioni tra certe cose.
Ogni processo è causa e/o conseguenza di cambiamenti nelle cose coinvolte nel processo stesso.
Ogni cambiamento di qualcosa implica qualche cambiamento nel modo in cui la cosa interagisce con altre cose.
Ormai è chiaro che, se il comportamento dell'umanità non migliora, rischiamo catastrofi planetarie e la perdita prematura di miliardi di vite umane a causa di guerre tra stati, guerre civili, povertà, cambiamenti climatici e inquinamento ambientale.
La questione è: chi dovrebbe cambiare e in che modo?
Il problema è che nessuno vuole cambiare e tutti pensano che a cambiare debbano esse altri.
Ciò è dovuto alla diffusa ignoranza sulla natura umana. Se questa ignoranza non verrà superata, saranno i dittatori a stabilire chi deve cambiare.
La gente parla, parla, parla. A quale scopo? Secondo me lo fa soprattutto per socializzare, per fare comunità, per condividere qualcosa, non importa cosa. Per stare in compagnia, per sfoggiare la propria “normalità”, cioè la propria dignità sociale, e per dimostrare di meritare il proprio status.
A volte la gente parla anche per per scambiare beni e servizi, per cambiare la società e la natura, per fare dei fatti, ma questo genere discorsi è largamente minoritario e a molti dà anche fastidio, specialmente a coloro che non amano i cambiamenti di stato, di gerarchie e di valori.
I grandi cambiamenti mentali sono pericolosi e dolorosi. Meglio fare piccoli cambiamenti, un po' per volta, che grandi ristrutturazioni.
Infatti un grande cambiamento potrebbe creare disadattamenti e rotture nelle interazioni tra i numerosi agenti mentali di cui è composta la nostra mente e, di conseguenza, nelle interazioni con il nostro ambiente.
Le connessioni e le interazioni tra organi viventi richiedono tempo lunghi (biologici) per svilupparsi e i cambiamenti sono particolari casi di sviluppo. Gli esseri viventi non tollerano trasformazioni immediate estese.
A causa dei disastri causati da certe ideologie, ogni quasi tutti pensano che le ideologie siano un male da evitare senza distinzioni. Infatti oggi non ci sono più nuove ideologie, e quelle vecchie hanno perso la loro spinta innovativa.
Questa carenza di ideologie sta rendendo la gente indifferente ai problemi comuni e demotivata a fare qualcosa per risolverli. Per migliorare la società, ovvero il nostro benessere fisico e psichico, a mio parere abbiamo bisogno di nuove ideologie, più complesse, realistiche, intelligenti e prudenti di quelle passate, capaci di unire e mobilitare cospicui gruppi di persone.
L'uomo ha bisogno di conservazione ma anche di cambiamento, di ristabilimento (omeostasi) ma anche di trasformazione, di ripetizione ma anche di variazione, di imitazione ma anche di differenziazione.
Perché dovremmo cambiare? Per diventare più competitivi, per salire nelle scale gerarchiche, per meglio soddisfare i nostri bisogni. Perché non dovremmo cambiare? Per conservare i nostri vantaggi, i nostri privilegi, le nostre posizioni gerarchiche, per continuare a soddisfare i nostri bisogni.
E cosa dovremmo cambiare? Solo quegli automatismi che sono divenuti obsoleti rispetto alla soddisfazione dei nostri bisogni.
Ogni volontà, ogni motivazione, ogni bisogno, ogni desiderio chiede che avvenga o che si eviti un cambiamento. Colmare una mancanza o evitare che essa si produca, ottenere una cosa desiderata o evitare di perderla, soddisfare un bisogno o impedire che qualcosa ostacoli la sua soddisfazione, ecc., costituiscono o implicano cambiamenti. Riempire lo stomaco di cibo costituisce un cambiamento dello stato dello stomaco, da vuoto a pieno. Costruire un muro di protezione intorno alla propria casa costituisce un cambiamento a scopo conservativo. Conoscere qualcosa che ancora non si conosce costituisce un cambiamento. Le domande sono: Cosa voglio cambiare? Quali cambiamenti voglio impedire?
Ci sono filosofi che si spendono più per dirci come dovremmo essere che come siamo realmente, e non ci dicono perché siamo come siamo, facciamo ciò che facciamo e non facciamo ciò che non facciamo.
A tal proposito io penso che sia ingenuo stabilire come dovremmo essere se non abbiamo capito come siamo e perché lo siamo. Rischiamo di voler cambiare ciò che non si può cambiare, e continuiamo a non cambiare ciò che si potrebbe cambiare.
Ci sono altri filosofi che cercano di dirci come siamo realmente fatti e come funzioniamo, piuttosto che come dovremmo essere.
Per me il filosofo ideale è colui che prima ci dice come funzioniamo e poi, di conseguenza, come potremmo migliorare.
Molti pensano che una persona possa cambiare la propria mente (ovvero il proprio comportamento e i propri pensieri) a piacimento, cioè a volontà ("basta volerlo") perché non la considerano una cosa materiale. Suppongono che la mente sia, in un certo senso, come il software di un computer che può essere cambiato parzialmente o totalmente in pochi secondi a seguito di una scelta. A parer mio, si tratta di una illusione fatale, da cui derivano tante altre illusioni ed errori. In realtà la mente consiste in una logica scritta e supportata da sostanze e tessuti materiali interconnessi, biochimici, molecolari, elettrici, per cambiare i quali sono necessarie nuove esperienze e tempi lunghi, cambiamenti sui quali non abbiamo alcun controllo diretto.
La società può migliorare nella misura in cui una sufficiente quantità di singoli individui migliorino se stessi, cioè cambino la loro mentalità e il loro comportamento.
Èinutile analizzare correttamente i problemi sociali e concepire teorie sagge e intelligenti per migliorare la società se poi gli individui non sono disposti a cambiare il proprio comportamento.
Quasi tutti aspettano che i cambiamenti avvengano esternamente ad essi e che sia qualcun altro a produrli o causarli. Questo è il vero, fondamentale problema che spiega lo stato miserabile dell'umanità.
Provate a chiedere a qualcuno di cambiare la propria mentalità e il proprio comportamento. Sarete fortunati se non verrete insultati o presi per idioti.
Chi dovrebbe cambiare? Dovrei io cambiare il mio modo di essere per farmi maggiormente accettare dagli altri, per non irritarli, per soddisfarli, oppure gli altri dovrebbero cercare di capirmi e tollerarmi anche se sono diverso da loro e la penso diversamente? Dovrei io cercare di essere più simile a loro oppure loro più simili a me? In caso di disaccordo o conflitto, cosa dovrei fare? Adeguarmi al parere della maggioranza oppure battermi per affermare le mie ragioni anche se sono minoritarie e danno fastidio agli altri?
Le risposte a queste domande non possono essere razionali. Dentro ciascuno di noi si combattono il bisogno di appartenenza e quello di individuazione, a volte prevale l'uno, a volte l'altro. Il vincitore tra i due decide le risposte da dare.
Per cambiare una società è necessario indurre i suoi membri a cambiare i propri automatismi mentali.
Per cambiare gli automatismi mentali delle persone è necessario cambiare la cultura, i costumi e le istituzioni della società di cui esse sono membri.
Infatti, la cultura, i costumi e le istituzioni di una società sono automatismi mentali collettivi condivisi dai suoi membri.
Le scienze umane e sociali dovrebbero servire a comprendere gli automatismi mentali delle società e degli individui, e a proporre cambiamenti migliorativi degli automatismi stessi.
Le scienze umane e sociali dovrebbero quindi unirsi in tale obiettivo comune, superando le barriere delle loro specializzazioni.
La mente reagisce diversamente quando percepisce qualcosa di nuovo rispetto a qualcosa di consueto, qualcosa che si muove rispetto a qualcosa che è immobile, qualcosa che si muove in modo nuovo rispetto a qualcosa che si muove in modo consueto. Le nuove immagini e i nuovi movimenti catturano la mente che reagisce in modo automatico, rendendo più difficile un comportamento volontario e consapevole. Al contrario, la percezione di qualcosa di consueto o statico, dopo una breve reazione iniziale, determina una indifferenza che permette alla mente di riflettere liberamente e coscienziosamente. Infatti, la mente reagisce alle differenze, non alle costanze; ai cambiamenti, non alle ripetizioni. Per questo il divertimento, che è basato sulla novità e il cambiamento, non aiuta la consapevolezza né la riflessione.
A mio parere, i paradigmi di pensiero più evoluti mirano a trovare principi e regole di convivenza “virtuosa”, cioè tali da assicurare il benessere generale e prevenire catastrofi ecologiche. Tuttavia anche le migliori idee in tal senso non vengono applicate perché nel comportamento umano prevalgono dinamiche che vanificano i “buoni principi”.
Secondo me occorre perciò, parallelamente alla ricerca di forme virtuose di convivenza, indagare senza preconcetti la natura umana e in particolare i bisogni e le logiche inconsce che sottendono le cognizioni, i sentimenti e le motivazioni degli individui.
Tra i motivi per cui non indaghiamo la natura umana quanto dovremmo c’è, a mio parere, la presunzione di conoscerla già abbastanza e il timore di scoprire che siamo molto più egoisti e competitivi di come ce la raccontiamo.
Qualunque trasformazione avviene nel tempo. Se una cosa passa dalla forma X alla forma Y, si può distinguere un tempo in cui la forma di quella cosa è X e un tempo successivo in cui essa è Y. Il tempo è dunque segnato dalla trasformazione di cose (oggetti o informazioni), ovvero dalla variabilità delle cose. Se nel mondo non avvenissero cambiamenti, il tempo non esisterebbe. Anche il movimento costituisce una sorta di trasformazione, dato che le diverse posizioni succesive di un oggetto nello spazio e nel tempo costituiscono forme, perfino quando sono casuali, come le posizioni delle stelle. La vita si fonda sul cambiamento e quindi sul tempo. Infatti un essere vivente cambia continuamente e se smettesse di cambiare morirebbe. Per esempio la respirazione e l’alimentazione costituiscono cambiamenti vitali costanti, ritmici, ciclici. Il tempo non può essere fermato, ne va della vita.
La società è in uno stato miserabile soprattutto a causa dell'ignoranza della maggior parte dei suoi membri, che non riescono ad adattarsi ai cambiamenti che li riguardano.
Siamo tutti ignoranti, chi più chi meno, specialmente quelli che credono di non esserlo. Se non riconosciamo questa realtà e non cerchiamo di porvi rimedio continueremo a fare discorsi inutili e a subire il futuro, restando incapaci di determinarlo.
Socrate diceva "so di non sapere", ma non credo che lo pensasse realmente. Noi dovremmo partire dal sincero riconoscimento della nostra fondamentale ignoranza, malgrado tutto quello che ci viene insegnato dalle università.
Ciò che abbiamo imparato dai canali ufficiali serve più che altro a conservare lo status quo e a competere, non a migliorare la società e le relazioni umane.
Da un punto di vista psicoanalitico, la libertà, quella vera, ovvero la libertà di avere uno spazio mentale e/o fisico in cui vivere una vita totalmente diversa da quella degli altri, di concepire idee totalmente diverse da quelle altrui, di essere ideologicamente ed eticamente indipendenti e di mantenere nascosto e segreto tale spazio, ebbene, tale libertà è un tabù, è asociale, e chi la pratica è considerato un pericolo per la società perché capace di sconvolgerne le regole, basate su idee condivise e sull'assoggettamento dell'individuo al gruppo. Socialità e libertà sono stati mentali antitetici. La libertà che viene riconosciuta a tutti è quella di scegliere tra varie imposizioni, ovvero tra diverse strutture mentali predefinite, non la libertà di concepire e costruire una società diversa da quella attuale. Insomma, non siamo liberi di fare la rivoluzione, che è, per definizione, un atto di ribellione.
L'ordine non viene dal cielo, non è dato a priori, ma è la conseguenza di forze, logiche e leggi ordinatrici, senza le quali non ci sarebbe che disordine, caos, assenza di forme, morte, entropia.
Tuttavia un ordine perfetto, senza una dose più o meno grande di casualità, sarebbe immutabile, ripetitivo, deterministico e non avrebbe nulla di creativo. Ordine e disordine non vanno dunque considerati nemici, ma complici dei cambiamenti, in quanto solo un disordine può dar vita ad un nuovo ordine. Disordine e cambiamento (ovvero nuovo ordine) sono infatti causa e conseguenza l'uno dell'altro.
Il disordine può fare paura, e questa può spingere verso un nuovo ordine più sicuro o alla difesa e conservazione dell'ordine attuale.
Anche l'ordine può far paura in quanto noioso e senza speranze di cambiamento e miglioramento. La paura dell'ordine può spingere alla rivoluzione e/o stimolare la creatività.
La vita in generale, e in particolare quella umana, è continuamente segnata e sostenuta da retroazioni (in inglese "feed-back").
Infatti il comportamento di ogni individuo, come quello di ogni suo organo, è influenzato dalle risposte (al comportamento stesso) da parte degli altri individui o organi con cui interagisce.
In altre parole, noi impariamo a comportarci in un certo modo sulla base delle risposte che abbiamo ottenuto al nostro precedente comportamento.
Il problema è che, una volta appreso un certo comportamento, questo cambia difficilmente, sia perché la plasticità mentale diminuisce con l'età, sia perché il comportamento tende a ripetere se stesso piuttosto che a procedere per nuovi tentativi.
Succede anche che, in caso di risposte nuove a vecchi comportamenti, la mente non sia in grado di accorgersi che le risposte sono cambiate, e continui a interpretarle in base ai suoi pregiudizi.
In ogni momento devo scegliere se credere nel determinismo o nel libero arbitrio, o in entrambi, simultaneamente o alternativamente.
Perché mi succede ciò che mi succede? L'ho voluto "io" o qualcos'altro?
Ed adesso cosa voglio? Ma, prima di tutto, sono capace di volere? E quali sono le mie opzioni? Cosa posso realisticamente fare e perché?
Le mie decisioni dipendono da ciò in cui credo, ma chi decide ciò in cui credo?
Forse posso scegliere se assecondare o resistere al flusso della vita, se dire "sì", "no" o "aspetta!" a ciò che il mondo, la vita e la mia mente mi propongono.
Forse posso scegliere se conservare o cambiare qualcosa. Conservare è molto più facile che cambiare perché si sa cosa si conserva, mentre non si sa cosa cosa porterà il cambiamento e si possono fare grossi errori di previsione e valutazione.
In ogni momento devo scegliere se credere nel determinismo o nel libero arbitrio, o in entrambi, simultaneamente o alternativamente.
In ogni momento scelgo l'ipotesi che mi fa star meglio.
Normalmente, chi sta bene non vuole cambiare, mentre chi sta male non è capace di cambiare o non ha i mezzi per farlo.
Ciò nonostante, la società cambia, seppur lentamente, ma ciò avviene soprattutto per effetto della competizione, che causa sconvolgimenti politici e progresso tecnologico e scientifico.
Difficilmente la società cambia perché i suoi membri si mettono d'accordo, rinunciando ognuno a qualcosa e impegnandosi personalmente, per stare tutti meglio.
Infatti, normalmente, la maggior parte della gente subisce cambiamenti determinati da gruppi minoritari di persone che cercano di avere più potere e lo ottengono attraverso lotte politiche e l'uso della tecnica.
Oggi la tecnica è talmente sviluppata che può provocare distopie, disoccupazione di massa, la distruzione della biosfera e l'estinzione della specie umana mediante guerre nucleari e inquinamento. Perciò anche chi sta bene dovrebbe cercare di cambiare la società preferendo il progresso umanistico a quello tecnologico, e l'interesse comune a quello individuale.
Questo significa cercare di comprendere la natura umana con un approccio scientifico sistemico, al fine di soddisfare il meglio possibile i bisogni di tutti in modo razionale e a livello planetario.
Un pensiero è costituito da uno o più oggetti mentali combinati in un certo modo.
Un oggetto mentale può essere costituito da una parola, da un'immagine, o da una combinazione di parole e/o di immagini.
Quando pensiamo, "vediamo" mentalmente sequenze di oggetti mentali combinati in certi modi.
Ogni oggetto mentale è connesso con altri oggetti mentali e con emozioni (piacere, dolore, paura, attrazione, repulsione, eccitazione, noia ecc.).
Una connessione tra due oggetti mentali si può chiamare "associazione cognitiva", quella tra un oggetto mentale e un'emozione si può chiamare "associazione emotiva".
Un pensiero può essere una ripetizione, o copia, di un pensiero già pensato dal soggetto o da altri, oppure può essere un pensiero originale, mai pensato prima.
I pensieri sono causa ed effetto di processi mentali legati alle percezioni e ai comportamenti del soggetto. Infatti, nuovi comportamenti possono dar luogo a nuovi pensieri, e nuovi pensieri possono dar luogo a nuovi comportamenti.
Affindché un comportamento possa cambiare, è necessario che cambino i pensieri che lo influenzano.
Per avere pensieri nuovi è necessario comportarsi in nuovi modi, come, ad esempio, vedere o fare cose nuove, ovvero interagire con persone o cose nuove, o interagire in modo nuovo con persone o cose già frequentate.
Credo che qualsiasi cambiamento di una persona abbia un impatto più o meno grande, favorevole o sfavorevole, nella vita di una o più altre persone e, il più delle volte, è favorevole ad alcuni e sfavorevole ad altri.
Per questo ogni cambiamento personale è, secondo me, problematico e anche per questo l'essere umano è poco propenso a cambiare, o ha una paura conscia o inconscia di farlo. Non parlo di cambiamenti esteriori come cambiare pettinatura o abito, ma di cambiamenti nel comportamento, soprattutto se riguardano una crescita personale, una responsabilità, una posizione politica, filosofica, etica o religiosa, lo stile di vita o interessi culturali.
Per esempio, la crescita personale di una persona, cioè una maggiore conoscenza, cultura, indipendenza intellettuale, libertà da condizionamenti, intelligenza, assertività, status sociale, può dare fastidio a coloro non beneficiano di tale cambiamento e si ritrovano sfavoriti nel confronto con chi è cresciuto più di loro. E' come se il loro status sociale fosse diminuito. Infatti lo status sociale di una persona è sempre relativo a quello altrui, e se quello di uno sale, quello altrui scende più o meno. Nello status ciò che conta è la differenza tra le persone.
Per concludere, chi intende cambiare nel senso di una crescita personale, deve tener conto del fatto che il suo cambiamento sarà probabilmente sgradito a qualcuno.
Io credo che affinché la società migliori è necessario che aumenti il numero delle persone che desiderano cambiare la società in meglio. Questo numero è ancora molto basso, si tratta di una piccola minoranza, mentre la maggioranza cerca di adattarsi alla società così com'è ed è in tal senso conservatrice.
Il progresso c'è comunque, ed è dovuto a quella minoranza, ma è molto lento. E allora a mio avviso ci sono due cose che ognuno di noi può fare per migliorare la società.
La prima è comportarsi in modo responsabile, rispettoso degli altri e dell'ambiente naturale, preoccupandosi delle conseguenze del nostro stile di vita per le generazioni future a livello planetario.
La seconda è cercare di indurre la maggioranza conformista e conservatrice a fare altrettanto, contribuendo a trasmettere agli atri una cultura progressista umanista, con tutti i mezzi a propria disposizione, tra cui la pubblicazione di testi propri e altrui, e la pubblicità a ciò che di meglio offre il nostro patrimonio culturale. Infatti, oggi, grazie a internet, ognuno di noi è anche un editore, dato che ognuno può pubblicare ciò che vuole a costo zero.
Insomma, non dovremmo limitarci a comportarci "bene", ma dovremmo "disturbare" con tutti i mezzi possibili chi non si comporta abbastanza "bene", cioè chi si disinteressa del bene comune attuale e futuro pensando solo ai propri interessi immediati e diretti.
Io penso che, per progredire in senso civile e morale, sia inutile cercare di riprodurre situazioni esemplari del passato, perché è impossibile ricostruire tutte le condizioni che in passato hanno dato luogo a comportamenti positivi. Possiamo forse prendere qualcosa di buono dal passato, ma dobbiamo aggiungervi qualcosa di nuovo per adattarlo all'attualità. Compito degli intellettuali è perciò, a mio avviso, escogitare nuove idee e nuove soluzioni in tal senso.
Penso inoltre che dovremmo tutti sentirci corresponsabili della situazione attuale a causa delle nostre azioni e, soprattutto, delle nostre inazioni. Infatti, secondo me, non basta comportarsi onestamente e razionalmente. Intendo dire che se vogliamo che la società cambi in meglio, se non vogliamo subire la storia, ma dirigerla, dobbiamo fare qualcosa di nuovo e agire razionalmente nel senso dei cambiamenti che auspichiamo.
In altre parole, credo che un cambiamento volontario sia possibile solo attraverso nuovi comportamenti.
Pertanto penso che non dovremmo limitarci a studiare gli autori del passato, ma ognuno di noi dovrebbe agire come “talent scout” della cultura contemporanea, nel senso di scoprire e pubblicizzare gli intellettuali che ci sembrano pragmaticamente più efficaci per realizzare i cambiamenti che auspichiamo.
Ogni umano ha una o più identità che si attribuisce da solo o che gli altri gli attribuiscono. Identità significa essere qualcosa, ovvero appartenere a certe categorie umane, alle quali sono associate proprietà come funzioni, ruoli, valori, gusti, capacità, responsabilità, colpe, meriti, alleanze, inimicizie ecc.
Le identità di una persona sono racchiuse in ciò che si può definire la sua storia. In tal senso si può dire che un individuo sia ciò che è stato, attraverso tutte le sue trasformazioni ed evoluzioni, fino a quelle più recenti, anche se si tratta di proprietà a lui assegnate soggettivamente da se stesso e dagli altri.
È pericoloso non avere identità, così come averne. Infatti, una persona senza identità riconoscibili incute timore, diffidenza e sospetto, e agli occhi del prossimo è presumibilmente ostile, perché se non lo fosse non avrebbe bisogno di nascondere le sue identità.
D'altra parte, avere e mostrare certe identità ha lo svantaggio di esporsi al giudizio e pregiudizio altrui rispetto alle identità stesse, e in particolare al rischio di essere visti come nemici o antagonisti, dal momento che ogni identità è caratterizzata da simpatie e antipatie, amicizie e inimicizie, gusti e disgusti, giudizi, approvazioni, disapprovazioni ecc.
Infine, cambiare identità può essere oggetto di disapprovazione da parte di coloro che ci hanno conosciuto e accettato con una certa identità e vedono il cambiamento come un tradimento.
Si potrebbe fondare una psicologia incentrata sul concetto di cambiamento, vale a dire sulle motivazioni opposte, conflittuali, tra cambiare e conservare certe cose, all’interno e/o all’esterno di se stessi.
Ogni disaccordo determina la motivazione alla sua eliminazione e/o il raggiungimento di un accordo. Ciò implica la necessità di un cambiamento in uno o in entrambi i termini del disaccordo stesso. Di conseguenza ogni disaccordo genera il desiderio e la ricerca di un cambiamento.
Un cambiamento consiste in una differenza tra due stati temporalmente consecutivi di un certo contesto.
Un cambiamento può costituire una novità o un ritorno ad uno stato precedente.
Un cambiamento non è mai spontaneo, ma è sempre l’effetto di uno o più altri cambiamenti. Perciò, se si vuole cambiare qualcosa, bisogna cambiare qualche altra cosa, all’interno o all’esterno di se stessi. D’altra parte a seguito di ogni cambiamento dobbiamo aspettarci ulteriori cambiamenti come suoi effetti.
La paura di un cambiamento è giustificata dal fatto che non si conoscono i suoi effetti, ovvero gli ulteriori cambiamenti che esso può causare.
La vita non può fare a meno di cambiamenti. L’assenza di cambiamenti è mortale.
Il divenire consiste in cambiamenti successivi.
Ognuno dovrebbe chiedersi: cosa vorrei cambiare e cosa conservare all’interno e all’esterno di me stesso?
Il cambiamento, se volontario, implica una responsabilità riguardante le conseguenze del cambiamento stesso.
Mentre negli esseri non viventi (per esempio macchine e computer) il cambiamento può avvenire per sostituzione di parti, in quelli viventi (e nell'uomo in particolare) il cambiamento non può avvenire che per estensione, ampliamento, aggiunta, arricchimento, accumulazione, ovvero per apprendimento e sviluppo di nuove funzioni, opzioni e strumenti, che si aggiungono a quelli precedenti, i quali possono nel tempo andare in disuso ma restano sempre presenti nella "cassetta degli attrezzi", e ancora utilizzabili.
Infatti, la mente (specialmente quella umana) ha un istinto di conservazione che si oppone ad ogni cambiamento strutturale, mentre è predisposta all'apprendimento di nuove funzioni, purché non comportino l'eliminazione della struttura fisica e logica preesistente. Infatti l'identità di un essere umano non può cambiare nel senso di una sostituzione di parti, ma può solo estendersi, arricchirsi, aumentare di complessità.
Perciò, quando si parla di cambiamento di una persona o di una società non si dovrebbe intendere la sostituzione di una funzione con un'altra, ma la ricerca di nuove possibilità, nuovi strumenti, nuove opzioni di comportamento più adattive, convenienti e soddisfacenti per gli individui, in modo che essi siano auto-incentivati ad usare i nuovi strumenti anziché i vecchi, senza che questi debbano essere eliminati, anche perché non possono esserlo e restano sempre a disposizione nel caso le nuove opzioni si dimostrino meno efficaci o meno efficienti.
Di conseguenza, non ha senso chiederci in cosa vogliamo cambiare, ma dovremmo piuttosto chiederci quali caratteristiche, funzioni e capacità vogliamo aggiungere a quelle che già possediamo.
La vita è conservativa in quanto si mantiene grazie ad un istinto di conservazione (consapevole o inconsapevole), che consiste nella difesa della propria struttura contro tutto ciò che può cambiarla. Infatti i cambiamenti, cioè l’evoluzione, di una specie biologica avvengono solo a causa di errori di riproduzione genetica.
In altre parole, possiamo assumere che in ogni forma di vita esista un bisogno elementare, vitale, di conservazione senza il quale nessuna vita potrebbe continuare ad esistere o a riprodursi.
Ciò che la specie ha bisogno di conservare è la sua struttura fondamentale, mentre sono consentiti, e perfino favoriti, cambiamenti di dettaglio, come il colore degli occhi e della pelle, l’altezza, il peso, il temperamento, l’indole ecc. che nella riproduzione sessuata sono causati dall’incrocio dei geni provenienti al 50% da ciascuno dei genitori, purché compatibili.
Il rifuto di corpi estranei da parte del corpo è evidente nelle reazioni di rigetto che si verificano a seguito di trapianti d'organo e nei processi immunologici.
L’organismo di un essere vivente è regolato a tutti i livelli da meccanismi omeostatici, che servono a ripristinare lo stato normale ottimale, cioè il più sano, se alterato da eventi interni o esterni, o da squilibri energetici o chimici.
Io suppongo che anche nella mente esistano meccanismi omeostatici che si oppongono a ogni processo che potrebbero cambiare la struttura portante della mente stessa, sia nella sua parte conscia che in quella inconscia.
Questo bisogno/istinto di conservazione spiegherebbe la paura dell’estraneità, della diversità, dell’ignoto, del cambiamento strutturale della propria visione del mondo. Si tratta di paure presenti geneticamente in ogni individuo e di conseguenza in ogni cultura, anche se in misura diversa da persona a persona.
Cambiare.
Imparare.
Giocare.
Combinare.
Comporre.
Insieme.
Variare.
Diversificare.
Alternare.
Alterare.
Trasformare.
Riformare.
Aggiungere.
Sostituire.
Mescolare.
Collegare.
Correlare.
Coinvolgere.
Cucinare.
Esplorare.
Unire.
Insegnare.
Provare.
Accostare.
Confrontare.
Affrontare.
Esporre.
Sperimentare.
Comprendere.
Inventare.
Creare.
Nuovo.
Mettere in relazione.
Mettere insieme.
Stare insieme.
Giocare col caso.
Imparare a cambiare.
Cambiare per imparare.
Imparare ad imparare.
Imparare per imparare.
Cambiare per cambiare.
Imparare per insegnare.
Insegnare per imparare.
Insegnare per cambiare.
Insegnare a cambiare.
Farsi cambiare.
Combinare casualmente.
Combinare diversamente.
Combinare insieme.
Capire insieme.
Esplorare insieme.
Cambiare per sopravvivere.
Cambiare per migliorare.
Cambiare per resistere.
Cambiare insieme.
Migliorare insieme.
Giocare insieme.
Giocare per cambiare.
Giocare per imparare.
Giocare per insegnare.
Giocare per capire.
Imparare insieme.
Variare insieme.
Imparare casualmente.
Cambiare casualmente.
Cambiare i pensieri.
Cambiare i giudizi.
Cambiare i punti di vista.
Cambiare per giocare.
Giocare per cambiare.
Pensare diversamente.
Vedere diversamente.
Vedere in modo nuovo.
Coraggio di cambiare.
Dobbiamo scegliere se subire un futuro che altri decideranno, oppure esserne decisori e attori. Nel secondo caso dobbiamo cambiare mentalità, ovvero modi di pensare, a cominciare da noi stessi. Ma chi di noi pensa di pensare in modo inadeguato? Quasi nessuno, quindi il futuro lo subiremo.
La rivoluzione, quando ci sarà, consisterà nel rivoluzionare il nostro modo di pensare.
Non vedo un futuro nel senso che non riesco a prevederlo, ma arriverà e non sappiamo chi ci guadagnerà e chi ci perderà. Ci saranno morti, feriti e beneficiati.
Investigare la natura umana, a mio parere, è la cosa più importante da fare se vogliamo cambiare e determinare il nostro futuro. Ma dobbiamo farlo allo scopo di cambiare il nostro personale modo di pensare, per renderlo più adeguato alla realtà.
Prendiamo ad esempio la domanda "come interagirò con le persone che incontrerò?" Nessuno si fa domande del genere, nessuno mette in discussione il suo modo di interagire o di pensare. Se fossimo obbligati a rispondere a tale domanda, quasi tutti risponderebbero "come al solito, spontaneamente". E così non cambieremo nulla, ma subiremo i cambiamenti determinati dal caso, dalla natura e/o da altri.
Per prevedere il futuro è necessario conoscere il presente. Ma cosa vuol dire conoscere? Come si fa a conoscere? Con quale epistemologia? Con quali concetti? Con quali presupposti? Chi può dire di conoscersi? E come si può conoscere se stessi se non si conosce la natura umana in generale?
Ognuno "conosce" a suo modo, ma ciò che "conosce" è solo una personale e abbreviata "versione" della realtà, più o meno utile ai propri fini, e per ridurre la propria angoscia esistenziale.
Non si può conoscere il particolare se non rispetto al generale, non si può conoscere il dettaglio se non rispetto all'insieme.
E allora cerchiamo prima di tutto di conoscere la natura umana in generale, rinunciando alla presunzione di conoscerla già abbastanza. Solo dopo potremo conoscere noi stessi e agire in modo adeguato per un futuro migliore.
Ognuno può cambiare la propria vita attraverso le esperienze, lo studio, la psicoterapia ecc., ma in che misura un individuo può determinare cambiamenti nella società in cui vive? Poco o niente, a meno che non si formino movimenti di persone unite da ideali intellettuali o morali comuni. Oggi tali ideali non ci sono, o sono poco diffusi, ognuno ha una cultura e un'etica fai-da-te, e per questo subiremo il futuro, non lo determineremo.
Volere vs. aver voglia. Nel primo caso intendo una volontà determinata da una decisione volontaria, nel secondo una pulsione involontaria. La differenza può essere impercettibile.
Sia il primo che il secondo tipo di motivazione sono oggetto di censura e autocensura, ovvero di obblighi e divieti consci e inconsci imposti dalla comunità di appartenenza. Infatti le nostre motivazioni sono quasi tutte socialmente rilevanti, ovvero incidono nelle nostre relazioni con gli altri.
Perciò può succedere che uno voglia (o non voglia) certe cose perché è costretto a volerle (o a non volerle) dalla comunità a cui appartiene. Tale costrizione può essere più o meno conscia o inconscia.
Possiamo dividere le motivazioni di un essere umano in due grandi categorie: conservatrici e trasformatrici. Ciascuna delle due categorie può a sua volta essere divisa in sottocategorie a seconda dell'oggetto della conservazione o del cambiamento: se stessi, altre persone in particolare, o l'ambiente in generale (naturale o sociale).
Un'altra possibile suddivisione riguarda il tipo di cambiamento: cambiare l'ambiente in cui si vive oppure emigrare in un ambiente diverso, cambiare le persone con cui si è in relazione oppure stabilire nuove relazioni con altre persone (interrompendo o continuando le relazioni precedenti).
I seguenti verbi esprimono varie forme di cambiamento o di conservazione: conservare, cambiare, trasformare, apprendere, istruire, imporre, regolare, acquisire, ripetere, alterare, imitare, distruggere, costruire, seguire, proseguire, deviare, prendere, lasciare, abbandonare, mantenere, manutenere, legare, sciogliere, imprigionare, liberare, fissare, adattare, adattarsi, adeguare, adeguarsi, unire, dividere, interrompere, continuare, spostare, spostarsi, pulire, sporcare, avvicinare, allontanare, respingere ecc.
Il motivo del motivo. Con questo gioco di parole intendo il fatto che ogni motivazione (sia conservatrice che trasformatrice) "serve" ad una motivazione di livello logico superiore. In altre parole, è il mezzo con cui raggiungere un fine precedente. Possiamo quindi chiederci perché una persona vuole cambiare o conservare certe cose (o, come direbbe Schopenhauer, perché vuole ciò che vuole), e credo che a tale domanda si possa rispondere genericamente dicendo che ogni volontà serve a soddisfare dei bisogni. Banalmente possiamo allora dire che noi vogliamo ciò di cui abbiamo bisogno, a partire dai bisogni geneticamente determinati (ovvero innati), fino a quelli acquisiti attraverso le esperienze, l'apprendimento e le pressioni sociali.
Si può voler cambiare per migliorare (cioè per meglio soddisfare i propri bisogni) oppure per paura che il non cambiamento possa comportare un peggioramento. E, viceversa, si può scegliere di non cambiare per paura che il cambiamento possa essere peggiorativo. D'altra parte, siccome col tempo tutto deperisce, un cambiamento è sempre necessario, anche solo per evitare o rallentare il deperimento, o per ripristinare lo stato precedente al cambiamento indesiderato.
Una relazione tra due persone con attitudini e preferenze (rispetto ai cambiamenti) molto diverse o incompatibili è difficile se non impossibile. Infatti i conflitti tra esseri umani riguardano soprattutto cambiamenti voluti da una parte e non voluti da un'altra.
Se vogliamo convivere pacificamente e produttivamente dobbiamo dunque metterci d'accordo su cosa conservare e cosa cambiare in noi stessi e nell'ambiente naturale e sociale, ovvero nella cultura, nell'economia, nella politica, nella morale, nell'estetica ecc.