Ogni cosa dipende da altre cose.
Ogni causa è anche una conseguenza.
Il tempo è la causa di ogni causa.
Ogni scelta non casuale è una scelta politica.
Non tutto è possibile, ma non tutto è impossibile.
La scienza si occupa di causalità, non di finalità.
I pensieri sono cause e conseguenze di processi biologici.
L'uomo spesso considera intenzionali eventi casuali e viceversa.
Non giudicare l'essere, ma le conseguenze del fare e del non fare.
Ogni causa è effetto di altre cause, e ogni effetto è causa di altri effetti.
Sulla causa del mondo non sappiamo nulla. Su di essa possiamo solo fantasticare.
L'uomo non conosce con certezza altro che il proprio dolore e il proprio piacere.
Il disprezzo è la giustificazione dell'odio, ma l'odio è la vera causa del disprezzo.
Gli eventi non sono predeterminati, ma determinati, ovvero causati da leggi o logiche.
Tutto ciò che non è casuale segue leggi fisiche e/o logiche mentali consce o inconsce.
Perché ci chiediamo il perché degli eventi? Per poterli prevedere, promuovere o evitare.
I sogni (quelli ad occhi chiusi) sono imprevedibili, e ci condizionano in modo imprevedibile.
Ogni cosa esiste in quanto risultato di combinazioni di casualità, leggi fisiche e motivazioni.
Ciò che accade in ogni momento è causato dalla situazione immediatamente precedente e dal caso.
Per liberarsi dall'ansia è necessario conoscerne le vere cause, in modo da evitarle o distruggerle.
Il tempo è la condizione di ogni movimento, di ogni causalità, di ogni storia, di ogni cambiamento.
Saggezza è anche conoscere le vere cause, dirette e indirette, dei piaceri e dolori propri e altrui.
Le cose avvengono per caso oppure per effetto di una logica, oppure per un misto di entrambe le cause.
Le cose avvengono per caso, per una logica scritta da qualche parte, o per un misto di caso e logica.
La creatività consiste nel combinare cose casualmente e nello scoprire l'utilità di certe combinazioni.
Ognuno è quello che è, in parte per necessità e in parte per caso (sia in senso genetico che culturale).
La filosofia è la scienza dei perché (cioè delle cause e dei fini) di ciò che accade all'uomo e alla società.
Ci sono tanti effetti di cui non conosciamo tutte le cause e tante cause di cui non conosciamo tutti gli effetti.
Davanti a me, le due cose da cui la vita discende e dipende: il caso e la necessità, ovvero la libertà e la logica.
Le cause degli eventi sono combinazioni del caso, delle leggi della fisica e delle motivazioni degli esseri viventi.
La vita di un individuo serve a mantenere quella della sua specie. La vita di una specie serve a mantenere se stessa.
Non possiamo conoscere l'essenza delle cose, ma solo le loro forme, le loro parti, le loro relazioni e i loro effetti.
Un buon filosofo si chiede quali siano le cause e le consequenze di ciò che accade e cerca le risposte a tali domande.
Ogni effetto è causato da una certa combinazione di fattori, che a sua volta è l'effetto di un'ulteriore combinazione.
Quando qualcuno dice qualcosa è interessante capire ciò che dice, ma è ancora più interessante capire perché lo dice.
Il mio comportamento passato e presente è uno dei principali fattori che determinano il comportamento altrui verso di me.
Per capire quale sia il senso della vita bisogna prima stabilire cosa sia la vita, cosa sia il senso e cosa sia il capire.
Anche ciò che non ci piace o che ci disturba ha un perché, ovvero un senso, una causa o uno scopo, tranne ciò che è casuale.
Ciò che è accaduto non poteva accadere diversamente date le circostanze. Tuttavia le circostanze possono cambiare o essere cambiate.
Chiedersi il perché delle cose non basta. Bisogna anche chiedersi il perché del perché e così via, in una catena infinita di cause-effetti.
Nulla è ovvio. Di qualunque evento e fenomeno è lecito (anche se non sempre necessario) chiedersi il perché, cioè per quale causa e/o fine.
Tutto ciò che succede, avviene per effetto di un insieme complesso di leggi fisiche, logiche, causalità e casualità che conosciamo poco e male.
Quel che accade, accade perché può o deve accadere secondo le leggi della fisica e del caso, e secondo le logiche delle menti degli esseri viventi.
Tutto ciò che non è casuale segue una o più logiche e leggi. Il problema è conoscere tali logiche e tali leggi. A volte è impossibile conoscerle tutte.
Molti media, assecondando i desideri del pubblico, spiegano ciò che la gente fa, ma non perché lo fa, né se ciò che fa sia giusto, né se sia migliorabile.
Se una goccia fa traboccare il vaso, la causa del traboccamento non è la goccia, ma il liquindo presente nel vaso prima dell'aggiunta della goccia stessa.
Quando proviamo piaceri o dolori non sappiamo quali siano le rispettive cause, ma le attribuiamo alle situazioni nelle quali i piaceri e i dolori si presentano.
A volte noi umani diamo un senso in ciò che non ha senso, non diamo un senso in ciò che ha una senso, e diamo un senso diverso da quello vero a ciò che ha un senso.
Il discorso del ciarlatano: tu stai male a causa di una certa, semplice causa e io posso indicarti o fornirti gli strumenti per eliminare o neutralizzare quella causa.
Io non credo che la casualità sia l'opposto della causalità. La casualità è causata da leggi fisiche. Ciò che rende una fenomeno casuale è solo la sua imprevedibilità.
La mia ambizione è quella di scoprire cose importanti che sono sotto gli occhi di tutti ma che nessuno vede o di cui nessuno capisce l'importanza, le cause e le conseguenze.
La "creatura" (il mondo vivente) dipende dal "pleroma" (il mondo non vivente); il pleroma, invece, non dipende dalla creatura anche se può essere trasformato da essa.
Possiamo capire solo in parte le logiche per cui facciamo ciò che facciamo (e non facciamo ciò che non facciamo) e le relative conseguenze. Perché tali logiche sono per lo più inconsce.
Ogni cosa che avviene non casualmente ha un senso, ovvero è causata da certe leggi e/o da certe logiche. Compito della filosofia è capire il senso delle cose che avvengono non casualmente.
La conoscenza consiste in risposte a domande come le seguenti: quali forme? Insieme con quali altre forme? In quali relazioni? In quali interazioni? In quali misure? Da quali cause? A quali fini?
La volontà non è una causa prima, ma la conseguenza di altre volontà che risiedono nella parte inconsapevole e involontaria del corpo. In altre parole la volontà è voluta da qualcosa di diverso da se stessa.
Un errore che spesso l'uomo fa è quello di individuare una sola causa degli eventi, i quali sono invece, in generale, multifattoriali. Perché l'uomo aborrisce la complessità e preferisce spiegazioni semplici.
Ogni causa è anche una conseguenza. Questo vale anche per il capitalismo. Vederlo solo come causa di mali è miope. Chiediamoci anche da cosa sia causato, ovvero da quali aspetti della natura umana esso emerga.
Se troviamo insensato un certo comportamento è solo perché non siamo abbastanza intelligenti o sapienti per comprenderlo, per vederne il senso, ovvero la causa e/o il fine. Solo ciò che è casuale non ha senso.
Anche le cose più assurde, le più misteriose e le meno prevedibili, nella misura in cui non sono casuali, seguono certe logiche. Logiche sconosciute, inconsce, ma pur sempre logiche e, in quanto tali, razionali.
Quando proviamo un piacere "mentale" non possiamo mai sapere con certezza quale sia la sua vera causa, perché ogni causa è conseguenza di un'altra causa e non tutte le cause sono consce.
Lo stesso vale per il dolore "mentale".
Nonostante i progressi della psicologia e della filosofia, I motivi per cui alcuni sono più felici o infelici di altri non sono affatto chiari. Alcuni pensano di conoscere tali motivi, ma non ci sono idee largamente condivise a tale riguardo.
Il patrimonio letterario filosofico e religioso è pieno di spiegazioni che non spiegano nulla e di risposte che rispondono a domande diverse da quelle a cui pretendono di rispondere. Occorre guardarsi dalle non-spiegazioni e dalle non-risposte.
Un soggetto può diventare oggetto, perfino del suo stesso oggetto diventato a sua volta soggetto. E viceversa. È ciò che avviene normalmente tra l'io cosciente e il suo inconscio, che si scambiano continuamente i ruoli di soggetto e oggetto
Per capire la vita, l'uomo, la società, il mondo, bisognerebbe cominciare col cercare di rispondere alle seguenti domande: chi/cosa interagisce con chi/cosa? Perché? Come? Secondo quali logiche? Con quali regole? Con quali linguaggi?
Piacere e dolore sono allo stesso tempo causa ed effetto del comportamento degli animali senzienti, compreso l'uomo. Tutto ciò che facciamo e che non facciamo è infatti ricerca del piacere ed evitamento del dolore. Piacere e dolore sia fisici che mentali.
L'uomo fa un'infinità di cose perché gli piace farle o perché soffrirebbe se non le facesse. Ma non sa perché gli piace fare certe cose o perché soffrirebbe se non le facesse. Capire il perché del piacere e del dispiacere delle cose è compito dello psicologo.
Il dolore e il piacere sono cose assolutamente reali, forse le uniche cose della cui verità possiamo essere certi, anche se le cause che li determinano possono essere immaginarie e false, anche se possono essere ottenuti manipolando la mente in cui sono generati.
Solo ciò che è casuale è libero. Tutto il resto è soggetto (totalmente o parzialmente) a leggi o logiche non casuali, cioè predefinite, ovvero deterministiche. In tal senso il libero arbitrio è libero solo nella misura in cui è casuale, ovvero nelle sue componenti aleatorie.
Se le idee vengono messe in un certo ordine, si finisce per frequentare e riprodurre solo quelle che si trovano ai primi posti, le quali non sono necessariamente le più utili o le più vere. Sarebbe meglio mettere le idee in un ordine casuale, ogni giorno in un nuovo ordine casuale.
La nostra vita è il risultato di un enorme numero di eventi microscopici e macroscopici che avvengono simultaneamente, in ogni momento, nel nostro organismo e al di fuori di esso. Alcuni di tali eventi sono casuali, altri seguono logiche innate o apprese di cui siamo per lo più inconsapevoli.
L'uomo, quando è libero da costrizioni, fa ciò che gli piace e non fa ciò che non gli piace. Chiediamoci allora: perché ad una certa persona certe cose piacciono e certe altre non piacciono? Perché abbiamo gusti diversi mentre gli altri animali hanno gusti identici? Chi ha deciso i gusti di ciascuno di noi?
Perché ci chiediamo il perché delle cose? Per lo stesso motivo per cui cerchiamo di conoscere il mondo in cui viviamo. Infatti la conoscenza consiste nel comprendere le cause e le conseguenze dei fenomeni, i quali sono le forme delle cose. Uno dei bisogni umani fondamentali è il bisogno di conoscenza.
Ogni messaggio, ogni espressione, ogni azione, ogni reazione che avvengono tra esseri umani, sono causati da leggi fisiche e biologiche, motivazioni, emozioni, logiche e casualità, tutte cose che la psicologia dovrebbe aiutarci a rilevare. Infatti la psicologia è la ricerca delle cause nascoste del comportamento umano.
Quando una cosa ci piace, sappiamo che ci piace, ma non sappiamo perché, anche se ci illudiamo di saperlo. Il vero motivo per cui ci piace ciò che ci piace e ci spiace ciò che ci spiace è inconscio. Il motivo che crediamo di conoscere è solo una illazione, spesso di comodo, tendenziosa (biased) e politicamente corretta.
Quando si chiede perché una certa cosa ha certe qualità o caratteristiche, si assume che quella cosa abbia quelle qualità o caratteristiche. Ebbene, ciò potrebbe non essere vero affatto o in parte, quindi, prima di chiederci il perché di qualcosa, bisognerebbe assicurarsi di aver capito come quella cosa è fatta e come funziona.
A mio parere, ogni causa è conseguenza di un'altra causa, ovvero non esistono cause prime. Ogni evento è puramente causale, puramente casuale o in parte causale e in parte casuale. Suppongo che anche il libero arbitrio rientri in questo paradigma, ovvero che non sia una causa prima, e che sia in parte causale e in parte casuale.
Secondo me, sapere significa associare nomi a cose, mentre capire significa associare cose a cose in rapporti di causa-effetto realistici tali da poter prevedere gli effetti date le cause.
In tal senso, ci sono persone che sanno tante cose ma capiscono poco di ciò che sanno, e persone che sanno poche cose ma ne capiscono molto.
Tranne poche eccezioni, gli esseri umani non sanno perché fanno ciò che fanno e perché non fanno ciò che non fanno. Se qualcuno glielo chiede rispondono: perché mi piace o non mi piace, perché devo o non devo. Ma non sanno perché certe cose piacciono loro e non altre, perché sentono il dovere di fare certe cose e non altre, e non si preoccupano di saperlo.
Il problema è un altro. È una frase fatta che va bene in quasi tutti i ragionamenti. Infatti il problema più grande e difficile da affrontare e capire (prima che risolvere) è comprendere quali siano i veri problemi, ovvero quelli da cui dipendono i problemi che percepiamo. Perché ogni causa è conseguenza di una o più altre cause, più o meno conosciute e mistificate.
Non esistono cause prime: ogni causa è conseguenza di una o più altre cause. L'uovo è prodotto dalla gallina, e la gallina è prodotta dall'uovo. La società è formata dagli individui, e gli individui sono formati dalla società. L'io cosciente è influenzato dall'inconscio, e l'inconscio è influenzato dall'io cosciente. La natura è piena di relazioni causali circolari.
Qualunque comportamento o evento non casuale è determinato da una legge fisica e/o logica. Un algoritmo (anche detto programma, procedura, routine, software ecc.) è una legge logica a cui un computer o un essere vivente obbedisce in un certo momento. Tuttavia certi comportamenti o eventi sono parzialmente casuali e parzialmente determinati da leggi fisiche e/o logiche.
L'uomo cerca un senso in ogni accadimento, e lo trova anche in fatti che non hanno alcun senso in quanto casuali, cioè imprevedibili per qualsiasi mente. Infatti molte persone non credono nella casualità, e ne hanno orrore, come hanno orrore di tutto ciò per cui non trovano un senso, temendo che tutto ciò che appare loro senza senso abbia uno sconosciuto senso malefico.
Il comportamento di ogni essere vivente è determinato da leggi fisiche e da logiche mentali. Le prime sono immutabili, le seconde mutabili, pur essendo soggette alle prime. Infatti una logica mentale non può cambiare in modo totalmente libero, ma solo entro certi margini di libertà determinati da certe leggi fisiche. In altre parole, ogni libertà è limitata da leggi fisiche.
È molto difficile conoscere le vere cause dei nostri piaceri e dolori. Su questo tema è facile ingannarsi e ingannare gli altri, anche per le implicazioni etiche insite nelle cause dei nostri sentimenti. Potremmo infatti godere di situazioni in cui il nostro comportamento è qualificabile come immorale, o soffrire per non poter realizzare obiettivi qualificabili come immorali.
I cambiamenti (nella natura e nella società) sono determinati da un complesso di cause concomitanti raggruppabili in tre tipi: (1) le leggi fisiche, (2) il caso, (3) gli algoritmi autoapprendenti, e quindi variabili, degli esseri viventi. Gli algoritmi viventi sono "intelligenze" (per lo più inconsce) ovvero gestori di informazioni e interazioni, cioè sistemi di governo, controllo e comunicazione.
La mia ipotesi è che non esistano cause prime, ovvero che ogni causa sia conseguenza di una o più altre cause. In altre parole, a mio parere, ogni cosa, evento, fatto, fenomeno è allo stesso tempo causa ed effetto di una o più altre cose, eventi, fatti, fenomeni. La causalità è dunque, secondo me, circolare, non lineare, e procede per infinite relazioni, e concatenazioni, ovvero maglie di reti energetiche spaziotemporali.
Purtroppo non tutti sono in grado di comprendere la complessità dei problemi, ovvero la molteplicità delle cause di ogni conseguenza e la molteplicità delle conseguenze di ogni causa. Molti tendono a pensare, semplicisticamente, che ogni causa ha una sola conseguenza, e che ogni conseguenza ha una sola causa. Il grado d'intelligenza di una persona è proporzionale al grado di complessità che essa è in grado di comprendere.
Diciamo spesso "perché" senza specificare il significato di questo avverbio (o congiunzione). Infatti esso può avere due significati molto diversi: causalità o finalità. Se, ad esempio, chiedo ad una persona "perché hai fatto questo?" potrei intendere (1) cosa ha causato l'azione che hai compiuto? oppure (2) a quale scopo hai voluto compiere questa azione? Nel secondo caso si dà per scontato che l'azione era consapevole e volontaria, nel primo no.
Il determinismo dei sistemi complessi è generalmente probabilistico. La scienza può determinare la probabilità con cui un certo evento può verificarsi in un dato contesto, ma ad una probabilità corrispondono esiti incerti per definizione. Per questo l’evoluzione dei sistemi complessi (cioè il loro futuro) è imprevedibile nonostante il fatto che in essi si verificano eventi soggetti a probabilità ben determinate.
Molti non capiscono ciò che sanno, o si illudono di capire ciò che non capiscono.
Capire significa scoprire perché avviene ciò che avviene, ovvero conoscere le molteplici cause dei fatti e le loro molteplici conseguenze.
Capire implica la capacità di prevedere il futuro in base a ciò che si è capito di ciò che è stato.
L'educazione, l'istruzione, non dovrebbero limitarsi a diffondere il sapere, ma anche aiutare a capire ciò che si sa.
Separare l'«essere» dal «divenire» mi pare un grave errore, perché non è possibile l'essere senza il divenire, e viceversa. In altre parole, essere e divenire sono la stessa cosa, come pure il tempo individuale e quello storico. La chiave per capire la realtà, il mondo, la storia, la psiche, è il concetto di relazione, ovvero di interazione. Il concetto di «essere» è totalmente sterile se esaminato indipendentemente delle interazioni e dalle relazioni, dalle cause e dagli effetti.
Ci sono persone che hanno una permanente carica di negatività (frustrazione, odio, rabbia, paura, aggressività ecc.) che cerca e coglie qualsiasi occasione per esprimersi. Tali persone sostengono che le proprie reazioni emotive siano causate da particolari circostanze, persone o eventi a loro esterni e ostili. In realtà quelle presunte cause sono solo pretesti per giustificare il malumore, il disagio e l'ostilità accumulati precedentemente. È difficile che uno ammetta di essere portatore abituale di ostilità.
La coscienza si estende tra passato, presente e futuro. Queste tre dimensioni non sono separabili. Infatti, ciò che è avvenuto incide su ciò che sta avvenendo, e ciò che sta avvenendo incide su ciò che avverrà. Ciò che sta avvenendo non avrebbe senso senza una prospettiva futura, sia pure di pochi secondi. Infatti, ciò che facciamo, lo facciamo affinché qualcosa avvenga (o non avvenga) in futuro, ovvero per causare (o impedire) un certo potenziale cambiamento, cioè una certa trasformazione interna e/o esterna.
È praticamente impossibile sapere perché una certa cosa ci piace o ci dispiace. Possiamo solo percepire un collegamento tra certe forme, simboli, parole, concetti, idee, oggetti ecc., e certi nostri sentimenti.
Tuttavia tale collegamento non indica una relazione causale, ma solo una compresenza.
D'altra parte possiamo ipotizzare che una cosa ci piaccia quando soddisfa qualche nostro bisogno e ci dispiaccia quando lo frustra. Resta il fatto che logiche dei bisogni e delle loro soddisfazioni sono inconsce e involontarie.
Ci sono cose nella realtà che la gente chiama con nomi diversi credendo che si tratti di cose diverse. Ci sono stati psicoanalisti a loro insaputa, come ad esempio Nietzsche, che hanno ispirato gli psicoanalisti propriamente detti. Non mi preoccuperei di definire i campi accademici precisi nei loro confini per definire un concetto. Quello che conta sono gli effetti e gli affetti. Le spiegazioni possono essere più o meno scientifiche e basate su discipline intellettuali diverse ma a volte una spiegazione meno scientifica può essere più efficace e utilizzabile, ai fini pratici, di una scientificamente più rigorosa.
La riproduzione dei geni, quella dei memi e quella dei virus dipendono tutte dalle probabilità che l’oggetto replicante possa essere efficacemente trasmesso da un individuo a più di un altro, ovvero che la probabilità di trasmissione “efficace” sia maggiore di 1. Se la probabilità è inferiore ad uno, la diffusione tende ad esaurirsi, se è maggiore di uno tende ad aumentare, se è uguale ad uno il numero di portatori del replicante resta costante. Pertanto, per evitare una pandemia di virus è importante prendere misure che portino la probabilità di diffusione a meno di uno. Causalità e casualità si fondono nella diffusione dei replicanti.
Il caso può riguardare sia lo spazio che il tempo. Per esempio, nella caduta dei capelli, il caso determina quale sarà il primo capello a cadere e quando cadrà. Si potrebbe anche dire che tutti i capelli sono destinati a cadere, prima o poi. Ciò che cambia è il momento in cui ciascuno di essi cadrà, momento che non è “scritto” da nessuna parte. In altre parole, la caduta di un capello è un evento deterministico in quanto “causato” da certe condizioni fisiche, ma il momento della caduta è casuale, cioè indeterminato a priori, nel senso che non è possibile prevedere in anticipo quando ci saranno tutte le condizioni per la caduta.
Se una cosa (oggetto, persona, idea, luogo, evento, situazione ecc.) mi piace, non significa che quella cosa sia la “causa” del mio piacere, ma soltanto che c’è una correlazione tra quella cosa e il mio piacere.
Ciò che causa il mio piacere è in realtà qualche particolare componente, aspetto, proprietà, funzione o significato di quella cosa, che stimola in me la produzione di ormoni del piacere “a causa” di una particolare conformazione della mia mente, ovvero del mio sistema nervoso.
Lo stesso discorso vale per il dolore.
Conoscere le cause della propria infelicità è indispensabile se si vuole cercare di alleviarla. A tal proposito, le prime domande che uno si dovrebbe fare sono: quanto la mia infelicità dipende da me? Quanto dipende da altre persone? Quanto dipende da circostanze naturali? Quanto dipende dalle relazioni e dalle interazioni tra me e gli altri e tra me le circostanze naturali? Quanto tali relazioni e interazioni sono sane e quanto malate? Quanto e come io posso cambiare? Quanto e come gli altri possono cambiare? Quanto e come la natura può cambiare? Quanto e come le relazioni e le interazioni tra me, gli altri e la natura possono cambiare?
Capire significa stabilire un rapporto di causa-effetto tra due o più “cose” come eventi, fenomeni, azioni, pensieri, idee, sentimenti ecc. Ci sono due modi di capire: uno cognitivo e uno emotivo. Quello cognitivo permette ad una persona di collegare causalmente dei fatti senza fare riferimento ai propri sentimenti. Quello emotivo permette ad una persona di associare una cosa ad un proprio particolare sentimento più o meno doloroso o piacevole, nel senso che l’evocazione o il verificarsi di quella cosa avrebbe come conseguenza un certo sentimento. Normalmente la nostra comprensione delle cose è allo stesso tempo in parte cognitiva e in parte emotiva, e le due parti si influenzano reciprocamente.
Dappertutto causalità e casualità sono, a mio avviso, inseparabilmente collegate e intrecciate.
Infatti, ciò che esiste in ogni momento, le posizioni, le strutture, le forme dei vari elementi di cui è composto il mondo, ogni forma di vita, ogni storia individuale, mi sembrano il risultato della combinazione tra rigide leggi fisiche e il caso, cioè tra il determinismo fisico e sociale (che possiamo anche chiamare "necessità") e l'aleatorietà degli eventi. Questa dipende dalla concomitanza e dalla contestuale competizione tra forze (e intenzioni) di diversa intensità e diverso orientamento.
La separazione tra caso e necessità non esiste in natura, ma solo nelle menti umane.
Chiediamoci perché discutiamo del caso, della libertà, della scelta, del libero arbitrio e del determinismo. Perché questi temi ci stanno a cuore? Perché ne va della nostra responsabilità morale. Questo è il vero problema: in quale misura siamo moralmente responsabili del nostro comportamento, cioè delle nostre scelte? La risposta a tale domanda condiziona le nostre opinioni sul caso, sulla libertà, sulla scelta, sul libero arbitrio e sul determinismo. Sono opinioni "affettive", in quanto influenzate dalla paura di sentirci responsabili delle nostre meschinità o di scoprire che nemmeno i peggiori criminali sono moralmente responsabili di ciò che sono e di ciò che fanno. Queste scoperte potrebbero sconvolgere la nostra visione del mondo e di noi stessi.
A mio parere, il caso è imprevedibile e non predeterminato, ma è determinato da certe cause nel momento in cui accade.
A causa del caso (quindi causalmente e non casualmente) avvengono eventi casuali. Infatti il caso avviene (o interviene) quando è necessario in base alle leggi della natura (fisica e biologica), ed entro limiti di aleatorietà predeterminati, come ad esempio nel lancio di in un dado, che ha solo sei possibili esiti.
La variabilità e la diversità delle cose e degli esseri viventi sono dovute al caso. Esse sono sempre limitate in modi non casuali.
Senza l'intervento del caso la vita non sarebbe possibile, né la sua evoluzione, né la creatività umana.
Il libero arbitrio dipende dal caso. Altrimenti non sarebbe libero.
Si direbbe che il nostro cervello ci spinga a rappresentare delle dipendenze. Qualunque cosa accada, non importa quando o dove, siamo inclini a domandarci chi o che cosa ne sia responsabile. Questo ci porta a scoprire spiegazioni che altrimenti non riusciremmo a immaginare e ci aiuta a prevedere e a regolare non solo ciò che accade nel mondo, ma anche ciò che accade nella nostra mente. Ma se queste stesse tendenze ci spingessero a immaginare cose e cause che non esistono? In tal caso inventeremmo falsi dei e superstizioni, e ne vedremmo la mano in tutte le coincidenze casuali. In realtà, forse, quella strana parola “io”, come quando si dice “Io ho avuto una buona idea”, riflette la stessa identica tendenza. Se siamo costretti a trovare una causa che causi tutto ciò che facciamo, ebbene, questo qualcosa ha bisogno di un nome. Tu lo chiami “io”. Io lo chiamo “tu”.
Ogni cosa, ogni evento, ogni fenomeno obbedisce a certe regole (cioè a certe leggi e/o logiche) predefinite.
Disobbedire ad una regola significa scegliere di obbedire ad una regola diversa.
Una particolare regola è costituita dal caso, che è una regola dagli esistiti imprevedibili.
In altre parole, nulla può avvenire se non per caso o per l'esecuzione di una legge o logica.
Questo vale anche per il comportamento di tutti gli esseri viventi. Pertanto, capire l'uomo significa capire le leggi e le logiche a cui il suo comportamento è soggetto.
Una regola può cambiare per effetto di altre regole.
In quanto alla libertà, anch'essa è soggetta a regole. Perciò la libertà non è mairealmente libera, pur essendolo in apparenza. Più precisamente, ciò che rende apparentemente libera una scelta, è la sua componente casuale.
Il piacere e il dolore sono fenomeni interni al corpo che li prova, anche se apparentemente possono essere dovuti a cause esterne al corpo stesso.
In realtà, le vere cause del piacere e del dolore sono interne al corpo in quanto esso è costruito geneticamente in modo da far provare piacere e dolore alla coscienza del soggetto proprietario del corpo stesso.
Le cause esterne sono infatti solo degli stimoli che vengono interpretati dal cervello come comandi, ai quali il cervello stesso risponde secernendo i composti chimici e/o le scariche elettriche che danno luogo al piacere o al dolore. In altre parole, il piacere e il dolore sono generati dal corpo del soggetto per ordine del proprio cervello, come reazioni a particolari stimoli provenienti dall’esterno o dall’interno del corpo stesso.
Di questi fatti dovremmo tenere conto nella ricerca di metodi per soffrire di meno e godere di più.
Io credo che l'attuale crisi politico-economico-ecologico-sociale di cui si tanto discute per lo più inutilmente abbia cause complesse e sistemiche, non lineari ma circolari, e tra i tanti fattori che la causano il più importante sia quello di cui meno si discute, ovvero il funzionamento della mente umana.
Ciò è forse dovuto al fatto che non c'è ancora una convincente teoria psicologica condivisa dagli studiosi di scienze umane e sociali, e molte "psicologie" sono carenti, false, fuorvianti, e presuntuose (pretendono infatti di essere sufficienti a spiegare l'essenziale, mentre spiegano, nel migliore dei casi, solo alcune parti del "sistema").
Noi umani dobbiamo ancora imparare a conoscerci e soprattutto a pensare, ma crediamo di conoscerci abbastanza e di saper pensare come e quanto basta. Di questo mi piacerebbe parlare, ma sono rare le persone che condividono questo mio desiderio.
La conoscenza di un fenomeno consiste nel sapere il perché del suo accadere, cioè la sua causa.
Dato che non esistono cause prime, ma ogni causa è conseguenza di una o più altre cause, la conoscenza di un fenomeno non è mai semplice né definitiva, ma procede per livelli, cioè per anelli di catene causali, o meglio, per nodi di reti causali.
Ci sono persone che nella ricerca della conoscenza di un certo fenomeno si fermano ad un certo livello, ovvero ad un certo nodo della rete causale, mentre altri proseguono la ricerca ad uno o più livelli superiori (ovvero anteriori).
In altre parole, certe persone non si contentano di sapere il perché di un certo fenomeno, ma si chiedono il perché del perché.
Sentimenti ed emozioni possono essere dovuti a cause reali e attuali (presenti oggettivamente qui ed ora), oppure a cause immaginarie presunte (consciamente o inconsciamente), più o meno realistiche.
In entrambi i casi le emozioni e i sentimenti sono "reali" (ovvero comportano piaceri e dolori effettivi), ma solo nel primo caso anche le cause lo sono.
Io credo che spesso gli umani soffrano e godano per cause non reali. Per esempio, la previsione di andare in Paradiso o all'Inferno dopo la morte può provocare rispettivamente piaceri o dolori effettivi a fronte di cause totalmente irreali.
Vorrei coniare il termine "sentimento sincrono" per indicare un sentimento suscitato da cause reali e simultanee, e il termine "sentimento asincrono" per indicare un sentimento suscitato da cause future presunte più o meno probabili. E dividerei i sentimenti asincroni in razionali e irrazionali, in base alla probabilità statistica che le previsioni si realizzino.
Si potrebbe fondare una psicologia incentrata sul concetto di cambiamento, vale a dire sulle motivazioni opposte, conflittuali, tra cambiare e conservare certe cose, all’interno e/o all’esterno di se stessi.
Ogni disaccordo determina la motivazione alla sua eliminazione e/o il raggiungimento di un accordo. Ciò implica la necessità di un cambiamento in uno o in entrambi i termini del disaccordo stesso. Di conseguenza ogni disaccordo genera il desiderio e la ricerca di un cambiamento.
Un cambiamento consiste in una differenza tra due stati temporalmente consecutivi di un certo contesto.
Un cambiamento può costituire una novità o un ritorno ad uno stato precedente.
Un cambiamento non è mai spontaneo, ma è sempre l’effetto di uno o più altri cambiamenti. Perciò, se si vuole cambiare qualcosa, bisogna cambiare qualche altra cosa, all’interno o all’esterno di se stessi. D’altra parte a seguito di ogni cambiamento dobbiamo aspettarci ulteriori cambiamenti come suoi effetti.
La paura di un cambiamento è giustificata dal fatto che non si conoscono i suoi effetti, ovvero gli ulteriori cambiamenti che esso può causare.
La vita non può fare a meno di cambiamenti. L’assenza di cambiamenti è mortale.
Il divenire consiste in cambiamenti successivi.
Ognuno dovrebbe chiedersi: cosa vorrei cambiare e cosa conservare all’interno e all’esterno di me stesso?
Il cambiamento, se volontario, implica una responsabilità riguardante le conseguenze del cambiamento stesso.
La coscienza (intesa come consapevolezza) è segnata dal piacere e dal dolore, senza i quali non esisterebbe o sarebbe inutile.
La coscienza consiste infatti nel correlare cose (immagini, parole, concetti, persone, oggetti, forme, idee ecc.) con piaceri e dolori, in modo che certe cose vengono cercate se correlate col piacere, ed evitate se correlate col dolore.
La correlazione avviene per coincidenza esperienziale. Infatti se mentre facciamo esperienza di una certa "cosa" proviamo un certo dolore, verrà memorizzata una correlazione tra quella cosa e quel dolore come se fosse una causazione, cioè come se quella cosa fosse la causa di quel dolore. Lo stesso avviene nelle correlazioni col piacere. L'inconscio, infatti, non sa distinguere tra correlazione e causazione, e considera causazioni anche le coincidenze casuali o irripetibili.
È così che tutte le correlazioni tra cose e sentimenti memorizzate nella memoria di un individuo lo guidano volontariamente o involontariamente, consciamente o inconsciamente, nel cercare le cose correlate col piacere e nell'evitare quelle correlate col dolore.
Il meccanismo che ho descritto sopra è utile alla sopravvivenza in quanto il piacere è espressione della soddisfazione, mentre il dolore lo è della frustrazione, di qualche bisogno. Tuttavia considerare causazione una coincidenza casuale è spesso causa di superstizioni e di comportamenti irrazionali e controproducenti.
"La totalità delle cause dei fenomeni è inaccessibile all'intelletto umano. Ma il bisogno di ricercare le cause è insito nell'animo dell'uomo. E l'intelletto umano, non potendo afferrare l'infinità e la complessità delle condizioni che accompagnano i fenomeni, ognuna delle quali presa singolarmente può apparire come una causa, si aggrappa al primo collegamento, il piú comprensibile, e dice: ecco la causa. Negli avvenimenti storici (dove oggetto di osservazione sono le azioni degli uomini) il collegamento piú primitivo che si può fare è con la volontà degli dèi, poi con la volontà degli uomini che nella storia occupano il posto piú visibile: gli eroi storici. Ma basta approfondire l'essenza di ciascun avvenimento storico, cioè l'attività di tutta la massa degli uomini che vi hanno partecipato, per convincersi che la volontà dell'eroe storico non solo non dirige le azioni delle masse, ma è essa stessa costantemente diretta. Sembrerebbe indifferente capire il significato di un avvenimento storico in un modo piuttosto che un altro. Ma fra chi dice che i popoli dell'Occidente andarono verso Oriente perché Napoleone l'aveva voluto, e chi dice che ciò si è compiuto perché doveva compiersi, c'è la stessa differenza che c'era fra quelli che affermavano che la terra sta fissa e i pianeti le si muovono intorno, e quelli che dicevano di ignorare su cosa si regga la terra, ma di sapere che esistono leggi che governano il moto sia della terra, sia degli altri pianeti. Non ci sono né possono esserci cause di un avvenimento storico, se non l'unica causa di tutte le cause. Ma ci sono leggi che governano gli avvenimenti, leggi che in parte ignoriamo, in parte cerchiamo a tentoni. La scoperta di tali leggi sarà possibile solo quando rinunceremo completamente a ricercare le cause nella volontà di un solo uomo, proprio come la scoperta delle leggi del moto dei pianeti è diventata possibile solo quando gli uomini hanno rinunciato all'idea dell'immobilità della terra."
[Lev Tolstoj - Guerra e pace]
Questa domanda, apparentemente oziosa, nasconde una problematica di immensa portata e di altissimo livello cognitivo. In essa ci sono infatti due parole che sono tra le più importanti per capire il mondo, la vita, la società, la coscienza ecc. Le parole sono “perché” e “fare”.
La parola “perché” si riferisce a cause e/o a fini.
La parola “fare” si riferisce ad un’azione o ad una reazione, cose che caratterizzano ogni cosa e ogni essere vivente in quanto agente o reagente.
La domanda può dunque essere riformulata come segue: chi o che cosa determina, decide, o sceglie, il nostro comportamento? Quale componente della persona comanda la persona stessa? E secondo quali criteri o fini?
E’ una domanda psicologica e filosofica al tempo stesso, e avere una risposta chiara, esauriente e convincente ad essa significherebbe avere una sapienza completa sia filosofica che psicologica (infatti per me filosofia e psicologia non sono separabili).
Non basta rispondere semplicemente: facciamo ciò che facciamo perché ci piace farlo, o perché così vogliamo, o perché si sembra giusto farlo. Infatti una tale risposta solleva immediatamente ulteriori domande come: perché ci piace ciò che ci piace? perché vogliamo ciò che vogliamo? perché ci sembra giusto ciò che ci sembra giusto? E anche se provassimo a rispondere a tali domande, sarebbe lecito, e forse raccomandabile, chiedersi ogni volta il perché del perché.
Per rispondere alla domanda in oggetto occorre partire da un quadro di riferimento, cioè da una idea generale della struttura costitutiva e del funzionamento di un essere umano, cioè una chiara idea di cosa sia la natura umana.
Attualmente né in filosofia né in psicologia esiste una visione largamente condivisa tra gli studiosi, di come sia fatto e di come funzioni un essere umano specialmente per quanto riguarda i suoi pensieri, i suoi sentimenti, le sue intenzioni e il suo comportamento, sia volontario che involontario. Perciò proverò a rispondere alla domanda in oggetto a modo mio, sicuramente in modo incompleto, e senza far riferimento ad alcuna teoria filosofica o psicologica particolare sulla natura umana.
Ebbene, direi che facciamo ciò che facciamo perché siamo programmati in tal senso, perché il nostro sistema nervoso, nel quale viene deciso il nostro comportamento, è un sistema che elabora informazioni e prende decisioni sulla base di programmi che si sviluppano nel corso della vita a partire dal DNA e a seguito delle esperienze e dell’apprendimento, programmi tesi alla soddisfazione dei bisogni innati e acquisiti, alla minimizzazione del dolore e alla massimizzazione del piacere in tutte le loro forme.
In sintesi, quindi, direi che facciamo ciò che facciamo perché "eseguiamo" certi programmi che dipendono da tantissimi fattori, in parte prevedibili, in parte imprevedibili in quanto dipendono dal DNA e dalle esperienze, fattori molto variabili e con una certa dose di casualità.
L’espressione «senso della vita» è quanto mai vaga e il suo significato non univoco. Perciò, prima di parlare del senso della vita, ritengo utile esplorare i vari significati che possono essere associati a tale espressione.
In realtà è il termine «senso» che è problematico, anche quando viene usato con altri genitivi, come ad esempio «senso di un discorso», «senso di un comportamento», «senso di un evento», «senso di una legge» ecc.
Il vocabolario Treccani definisce il “senso” in vari modi, tra cui i seguenti:
- la facoltà di ricevere impressioni da stimoli esterni o interni
- l’esercizio della facoltà di sentire, l’attività degli organi di senso
- coscienza, consapevolezza in genere
- uno stato d’animo, una sensazione, un atteggiamento psichico
- la capacità di sentire, in quanto presuppone un discernimento tra il reale e l’irreale, tra il bene e il male, tra il bello e il brutto, tra il conveniente e lo sconveniente ecc.
- il contenuto e il valore significativo di un elemento linguistico (sinonimo di significato)
- orientazione, direzione secondo la quale si effettua un movimento
Alla luce delle definizioni sopra elencate, il termine “senso della vita” credo possa essere inteso come “direzione” o “scopo” e al tempo stesso come “valore”, “significato” e “origine”. Potremmo perciò riunire tutte queste accezioni nella parola: “perché”, e sostituire l’espressione “il senso della vità” con “il perché della vita”, dove col termine “perché” s’intende una causalità e/o una finalità.
Possiamo allora farci domande come le seguenti:
- da cosa ha origine la vita?
- la vita esiste per qualche finalità?
- la vita finisce o non finisce?
- perché ogni vita prima o poi finisce?
- a che, e a chi, serve la vita?
Io credo che noi umani ci poniamo tutte queste domande perché la vita è problematica a causa delle emozioni, che io considero come varie forme e intensità di dolore e/o di piacere, o loro anticipazioni. Perciò aggiungerei questa domanda:
- perché esistono il dolore e il piacere?
Ovviamente le risposte saranno molto diverse a seconda che chi risponde sia credente in una certa religione, oppure ateo o agnostico.
Per i filosofi esistenzialisti, e in particolare per Albert Camus, la vita non ha alcun senso al di fuori di quello puramente biologico, per cui il problema più importante della filosofia è se valga la pena di vivere. Da tale affermazione consegue che chi non decide di suicidarsi deve dare egli stesso un senso alla propria vita, in modo da viverla nel migliore dei modi, ovvero con il minor dolore e il maggior piacere possibile, tenendo conto che siamo animali sociali, per cui per ottenere la cooperazione da parte degli altri occorre cercare di soddifare i bisogni e i desideri altrui, oltre che i nostri.
Per quanto detto sopra, credo che abbia “senso” chiederci:
- come conviene comportarci, e in cosa conviene credere, affinché la nostra vita e quella delle persone per noi importanti sia la più piacevole e la meno dolorosa possibile?
Per concludere, il tema di questa sera contiene l’avverbio “oggi”, il che presuppone che il senso della vita sia stato interpretato, o sentito, in modo diverso nelle diverse epoche, e che il senso che attualmente troviamo in essa, o che noi stessi le diamo, è diverso da quello trovato o dato dai nostri predecessori. Aggiungerei perciò le seguenti domande:
- quali sono le differenze di senso della vita nelle varie epoche e nelle varie culture?
- quali sono i motivi di tali differenze?
A voi la parola!