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Riflessioni di Bruno Cancellieri su

Colpa

33 articoli tratti dal blog "Il mondo visto da me"

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Innocenti e colpevoli

Si nasce innocenti e si muore colpevoli.

Senso di colpa

Il senso di colpa è l'attesa di una punizione indefinita.

Senso della giustizia e senso di colpa

Il senso della giustizia fa sentire in colpa i più fortunati.

La colpa di essere diversi

Per l'inconscio essere diversi dagli altri è una colpa che prima o poi viene scoperta e punita.

Colpa vs. responsabilità

Per il progresso civile e morale occorre sostituire il senso di colpa con il senso di responsabilità. 

La natura del senso di colpa

Il senso di colpa è la paura inconscia di essere esclusi dalla propria comunità interiore a causa di un comportamento non rispettoso delle sue regole.

Essenza del peccato

Il peccato è una disobbedienza o un tradimento. Il senso di colpa che ne deriva è la paura inconscia della punizione da parte della società e dell'eventuale divinità.

La colpa dell'infelicità

È offensivo attribuire all'infelice tutta la colpa della sua infelicità. Infatti la colpa è triplice: prima di tutto della natura, poi degli altri, infine di se stessi.

Colpa degli altri?

Siccome per essere felici abbiamo bisogno della cooperazione altrui,
quando siamo infelici tendiamo a dare agli altri la colpa del nostro
soffrire.   

La colpa di non fare del bene

Troppo comodo limitarsi a non fare del male. E comunque si può fare del male anche non facendo alcunché. Diceva bene Voltaire: "ognuno è colpevole del bene che non ha fatto".

Compatibilità comunitaria

Qualunque cosa facciamo dovrebbe essere compatibile con la nostra comunità interiore e con quelle reali di cui siamo membri. Altrimenti potremmo avere fastidiosi sensi di colpa.

Sul parlare di morale

Quando si parla di morale, lo si fa normalmente solo in modo superficiale, anzi, banale, perché se lo si facesse in modo approfondito e non convenzionale, ognuno di noi si troverebbe in difficoltà.

Sulla colpa

Sempre più persone, per non sentirsi in colpa, affermano che la colpa non esiste, che nessuno è colpevole, che il giudizio morale non ha senso, e che nessuno dovrebbe giudicare moralmente, né gli altri, né se stesso.

Le colpe degli altri

A tutti interessano le narrazioni che parlano di colpe di altre persone o di altri gruppi, purché non vi sia in esse il minimo accenno a possibili responsabilità dell’ascoltatore o dei gruppi a cui questo appartiene.

Il timore inconscio della rappresaglia

Più che la coscienza sporca, abbiamo tutti, più o meno, l'inconscio sporco e siamo abitati da sensi di colpa soffocati e rimossi che ci disturbano continuamente. Abbiamo infatti sicuramente trattato male o disprezzato qualcuno che abbiamo dimenticato, di cui temiamo inconsciamente la rappresaglia.

Colpa e debito

In tedesco il termine "Schuld" significa sia "colpa" che "debito". Infatti, per l'inconscio, il senso di colpa comporta la necessità di pagare un debito (o una pena) più o meno grande. Per questo, per l'inconscio è così importante difendersi da accuse che, se fossero provate, ci farebbero sentire in colpa. 


La colpa della diversità

Coloro che non si conformano ai costumi della propria comunità sono soggetti ad una paura inconscia dell'isolamento sociale che può essere alleviata solo mediante la partecipazione a riti di appartenenza reali o immaginari. La vita di queste persone oscilla tra l'affermazione delle loro differenze e il senso di colpa per essersi diversi.

La misura della colpa

Tutti sbagliamo ogni tanto, tutti abbiamo delle colpe. Il problema sta nella valutazione della loro gravità e delle pene richieste per la loro indulgenza. Infatti quello che per uno è un peccato mortale, per un altro è un peccato veniale.

Inoltre, siccome la valutazione di una colpa è un fatto normalmente emotivo, è difficile misurarne il peso in termini razionali.

Mente emotiva e mente razionale

Per la mente emotiva i giudizi sono assoluti, cioè senza misura: uno è totalmente colpevole o totalmente innocente, totalmente giustificato o totalmente ingiustificato. La mente razionale, invece, misura il grado di colpevolezza di una persona e lo confronta con quelli di altre persone. In ogni umano la mente emotiva convive con quella razionale, ma in rapporti di potenza diversi da persona a persona. In alcuni prevale la mente emotiva, in altri quella razionale.

Razionalizzare

Per razionalizzare non s'intende ragionare o pensare in modo razionale, ma rendere forzatamente e in modo mistificato "razionale" ciò che non lo è, ovvero spiegare un certo comportamento in modo che la spiegazione (o motivazione dichiarata) sia accettabile, politicamente corretta, nascondendone e dissimulandone (consciamente o inconsciamente) i veri motivi, meno nobili e meno razionali. In tal senso si tratta di una pratica molto diffusa, che ci riguarda tutti. Chi non razionalizza il proprio comportamento scagli la prima pietra.

Relazioni vitali

Ogni essere umano è il centro di una rete di relazioni più o meno stabili con altre entità (esseri viventi, macchine, sistemi, informazioni, oggetti, materiali, alimenti, sostanze ecc.) con cui interagisce per sopravvivere, soddisfare le sue motivazioni (istinti, bisogni, desideri, curiosità ecc.), ottenere piaceri ed evitare dolori, secondo algoritmi parzialmente variabili memorizzati nel suo sistema nervoso.

Quanto detto vale anche per qualsiasi altro essere vivente dotato di sistema nervoso, mentre probabilmente solo negli algoritmi umani ci sono parti che riguardano la morale, la responsabilità e il senso di colpa propria e altrui.

Gli assolutori

Ci sono "operatori culturali" (autori, interpreti, giornalisti, editori ecc.) che devono il loro successo al loro ruolo di "assolutori". Essi infatti, con i loro discorsi, cono le loro particolari narrazioni, dicono al loro pubblico (un pubblico selezionato e con particolari caratteristiche) che essi appartengono ai buoni, ai giusti, ai saggi, alle vittime della stupidità e malvagità altrui. Dicono, in altre parole, proprio ciò che le persone hanno bisogno di sentirsi dire, perché ognuno ha soprattutto bisogno di essere assolto dalle colpe che l'umanità, da quando esiste, non fa che attribuire agli "altri" diversi da "noi", ai comuni "nemici". La colpa è sempre stato uno strumento di potere politico e religioso.

Sull'amore cristiano

“Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi.” (Giovanni 15:12).

Da questa citazione si evince che per il cristianesimo l'amore è un sentimento volontario, anzi non è nemmeno un sentimento, ma un'atto deliberato.

Ciò è in contrasto con l'idea molto diffusa che l'amore sia un sentimento involontario.

Infatti il cristianesimo colpevolizza non solo gli atti volontari contrari ai precetti religiosi, ma anche i pensieri, gli atti, i desideri e i sentimenti involontari "non cristiani", causando in tal modo disagi e disturbi mentali in coloro che provano sentimenti e desideri considerati "peccaminosi" dalle Scritture.

Comportamenti e ricompense sociali

Secondo l’educazione ricevuta, ognuno si aspetta (consciamente o inconsciamente) certe ricompense sociali materiali o immateriali, cioè certi premi o certi castighi, per certi comportamenti.

Quando il premio atteso non arriva, ci si sente vittime di un’ingiustizia, cioè in credito non corrisposto. Quando la punizione non arriva, ci si sente autori di un’ingiustizia, cioè in colpa da pagare.

In tale ottica, il compito e il fine della psicoterapia, come pure della psicologia, è anche quello di analizzare la validità delle ricompense sociali positive e negative associate a certi comportamenti nella mente (conscia e soprattutto inconscia) del soggetto, ed eventualmente di correggere tali associazioni, in senso qualitativo e quantitativo.

Debiti e crediti, colpe e meriti

Se vi dicessi che avete un debito o un colpa verso di me o verso altre persone (o verso la società in generale) reagireste molto probabilmente con irritazione e ostilità. Infatti i debiti non pagati e le colpe non espiate costituiscono per gli esseri umani situazioni pericolose, in quanto minano la dignità sociale dei soggetti, ovvero la loro appartenenza (in condizioni di uguaglianza di diritti) alla comunità di riferimento.

Se la definizione dei debiti e dei crediti è normalmente semplice (specialmente se si tratta di transazioni finanziarie documentate), quella delle colpe e dei meriti è complessa e difficile da dirimere. Ciò è dovuto soprattutto alla soggettivitò dei principi morali e della loro interpretazione.

Anche per questo motivo molti preferiscono non discutere di etica o di morale: perché c'è sempre il rischio di scoprirsi colpevoli in qualcosa. Anzi, direi che solo coloro che si sentono molto meritevoli e per nulla colpevoli di alcunché amano parlare di moralità.

Sulle colpe dei belligeranti

La guerra è follia e/o stupidità, ma se un folle o uno stupido ti fa la guerra cosa fai, non reagisci per amore della pace? E se vedi due che si fanno la guerra, pensi che siano entrambi nel torto e con questa scusa non aiuti nessuno dei due?

Quando due persone o due nazioni si fanno la guerra, molto spesso ognuna delle parti ha delle colpe, ma queste non sono mai esattamente equivalenti. Una delle parti è sempre più colpevole dell'altra. Il problema è che ciascuna parte vede solo le colpe dell'altra e non le proprie, o amplifica le colpe altrui e minimizza le proprie.

Chi scatena una guerra lo fa presumendo che la vincerà. Ma a volte quella presunzione non si avvera. Infatti perdere una guerra significa anche dimostrare di aver sbagliato una previsione.

La ricerca del "più colpevole", o del "meno innocente", è importante da un punto di vista etico (se uno ci tiene a vivere eticamente). Nel caso della presente guerra russo-ucraina il meno innocente è Putin, su questo non ho dubbi.

Quelli che cercano di farti sentire in colpa

Uno dei modi più efficaci per governare e limitare il comportamento di una persona è farla sentire in colpa quando fa qualcosa che non ci piace o non fa qualcosa che ci piacerebbe facesse. A ciò mirano l'educazione, la morale, le critiche, i rimproveri, i lamenti e certe esortazioni a bambini e adulti.

Chi si fa prendere dal senso di colpa ne diventa schiavo nel senso che si sente obbligato a fare o non fare certe cose, e in debito con le persone verso cui ha "peccato". Infatti, in tedesco, "colpa" si traduce "Schuld", che significa anche "debito" o "obbligo".

Se riusciamo a far sentire una persona in colpa, essa si sentirà in debito verso di noi o la comunità che noi rappresentiamo, e noi acquisteremo in tal modo un credito nei confronti del "colpevole". Siccome è molto meglio avere crediti che debiti, tendiamo tutti, più o meno, a far sentire in colpa qualcun altro, per esempio, affermando o insinuando che il nostro malessere o disagio è dovuto ad un comportamento colpevole del nostro interlocutore.

La colpa di esistere

Una delle principali differenze tra l'uomo e gli altri animali è l'invenzione e l'uso della colpa come strumento di regolazione dei rapporti sociali. Dare a qualcuno la colpa dei mali della società, e in particolare la colpa delle discordie, è un'idea geniale quanto assurda.

Facendo sentire in colpa le persone possiamo infatti indurle a fare ciò che vogliamo. Le religioni monoteiste sono basate sul senso di colpa, ovvero sul peccato originale, e nella cultura occidentale l'idea della colpa pervade ogni attività umana anche al di fuori dell'ambito religioso ed etico.

Perfino nella logica, nelle discussioni razionali, la colpa è infatti sempre presente allorché si tende ad accusare l'interlocutore di scorrettezza nel modo di ragionare e di confrontare le proprie idee con quelle altrui. Mi riferisco alle accuse di disonestà intellettuale, di non voler capire, non voler ascoltare, di non volersi mettere in discussione ecc.

Insomma, pare che ogni essere umano sia continuamente occupato a dimostrare che la colpa dei mali dell'umanità non sia la sua ma di qualcun altro.

Verso chi ci sentiamo in colpa

Se abbiamo trattato ingiustamente una persona possiamo di conseguenza sentirci in colpa. Tuttavia è possibile che il nostro senso di colpa non sia diretto verso la persona vittima della nostra ingiustizia, ma verso la comunità a cui entrambi (noi e la vittima) apparteniamo, perché temiamo di essere espulsi o emarginati da tale comunità a causa della nostra colpa.

In altre parole, suppongo che, a livello inconscio, il senso di colpa non si applichi alle relazioni bilaterali tra individui, ma a quella tra un individuo e la comunità a cui appartiene.

Infatti, se commettiamo una ingiustizia verso uno "straniero" probabilmente non ci sentiamo in colpa, o ci sentiamo in colpa molto meno che nel caso in cui la vittima sia un membro della nostra comunità.

In conclusione, suppongo che il senso di colpa sia un meccanismo biologico che serve soltanto ad assicurare la coesione sociale, ovvero l'appartenenza di ognuno di noi ad una comunità, a causa della nostra interdipendenza. Il senso di colpa esprimerebbe soltanto la paura di essere espulsi dalla comunità e non il timore di rovinare una relazione a due.

La colpa di esistere -- solo chi non esiste è innocente

Uno dei sensi di colpa più diffusi, sebbene spesso inconscio, è quello di esistere.

Infatti esistere comporta una responsabilità, anzi tante responsabilità quante sono le altre persone che esistono allo stesso tempo.

Infatti verso ogni altra persona abbiamo la responsabilità di scegliere se ignorarla o interagire con essa, e ignorare una persona è già offenderla.

Se decidiamo di non ignorare una persona, dobbiamo scegliere come interagire con essa e siamo responsabili di tale scelta. E' difficile, se non impossibile, interagire con una persona sempre a suo favore, ovvero cercando di soddisfare i suoi bisogni ignorando i nostri. Prima o poi chiederemo al nostro interlocutore di fare qualcosa per soddisfare (anche) i nostri bisogni, o lo costringeremo a farlo con la forza o con altri strumenti di dissuasione.

Insomma, siccome siamo tutti più o meno egoisti, siamo tutti anche colpevoli di esistere. In altre parole, solo chi non esiste è innocente. Il che si sposa bene col concetto giudeocristiano di peccato originale.

A corollario di quanto detto, si può inoltre affermare che chi non fa nulla per migliorare la società (nel suo insieme) è corresponsabile dello stato in cui essa si trova.

Bisogno di comunità, super-io, senso di colpa e psicoterapia

Nell'inconscio c'è qualcosa che "calcola" continuamente il nostro status sociale, ovvero la nostra posizione e il nostro grado di integrazione e accettazione nella comunità. In altre parole, viene calcolato il rischio di essere espulsi o emarginati da essa a causa di comportamenti "colpevoli" ovvero "immorali".

È ciò che Freud chiamava il "super-io". Si tratta di un automatismo inconscio e involontario (quindi un "algoritmo" a tutti gli effetti), la cui funzione evoluzionistica è quella di assicurare il mantenimento di ogni essere umano all'interno di una comunità, dal momento che non potrebbe sopravvivere altrimenti.

La "comunità" a cui il super-io fa riferimento non è qualcosa di oggettivo, ma un costrutto mentale basato sulle relazioni sociali passate e presenti in cui il soggetto è stato e/o è coinvolto.

Il funzionamento del super-io può essere più o meno sano o malato rispetto alla sua funzione. Possiamo infatti dire che è malato quando i suoi calcoli non corrispondono alla realtà, ovvero quando il rischio di emarginazione reale è molto più basso o molto più alto di quello calcolato, per cui si possono avere, nel primo caso, sensi di colpa ingiustificati e immotivati e, nel secondo caso, assenza di sensi di colpa quando sarebbero necessari o utili per una convivenza pacifica e per la stessa sopravvivenza.

Ogni senso di colpa ingiustificato, oltre a provocare sofferenza e inibizioni, può essere causa di disturbi psicosomatici. Perciò andrebbe preso in seria considerazione.

Per quanto sopra, lo scopo di una psicoterapia dovrebbe essere quello di verificare la validità dei "calcoli" dei rischi di emarginazione sociale fatti dal super-io del paziente. In caso di discrepanze importanti, la terapia dovrebbe rieducare il super-io del paziente a "calcolare" in modo più realistico.

Sulla paura dell'isolamento sociale

Una delle paure umane più importanti e diffuse è quella dell'isolamento sociale. Essa agisce a livello inconscio ancor più che a quello conscio ed è tra i principali determinanti del comportamento e delle inibizioni dello stesso.

Dovremmo allora chiederci se questa paura sia qualcosa di buono, utile, adattivo da un punto di vista evoluzionistico, oppure qualcosa di infausto, che rende la vita insoddisfacente, sgradevole, angosciosa.

La mia risposta è ambivalente. Da una parte tale paura è salutare perché senza di essa probabilmente la specie umana si sarebbe già estinta per scarsità di cooperazione. Da un'altra essa è forse la principale causa delle nevrosi e dell'infelicità umana, perché, come diceva Jean de La Bruyère: "Tutto il nostro male viene dal non poter stare soli."

E' una paura tanto più insidiosa quanto più è inconscia, ed aumenta, probabilmente in modo esponenziale, in funzione del tempo passato in solitudine, ovvero senza interazioni o rituali rassicuranti in tal senso.

Per alleviare tale paura siamo portati a fare qualsiasi cosa, anche le più stupide e nocive, pur di non perdere il contatto con gli altri, continuare ad interagire con loro, stare in loro compagnia, essere accettati da essi.

Come fare per evitare gli effetti nocivi della paura dell'isolamento?

Io credo che la soluzione consista nel gestire consciamente questa paura calcolando razionalmente il rischio effettivo di isolamento a fronte di un certo comportamento o non-comportamento, o di un certo periodo di solitudine volontaria o involontaria. Infatti, se non gestiamo consciamente tale paura, lasciamo che a farlo sia il nostro super-io, che è notoriamente incline a valutazioni irrazionali ed estreme, e a generare angoscia e sensi di colpa eccessivi rispetto ai rischi e alle infrazioni reali.

Ansia, senso di colpa e senso di comunità

L'ansia (che è forse il disagio mentale oggi più diffuso) potrebbe essere causata da un senso di colpa verso la comunità, cioè dalla supposizione inconscia di non aver compiuto abbastanza i propri doveri verso di essa, e di meritare perciò di esserne espulsi o emarginati.

Se ciò fosse vero, la terapia potrebbe consistere nello stabilire quale sia la comunità di riferimento, quali i doveri e quali le colpe, ovvero i doveri non assolti, i debiti non pagati, gli impegni non mantenuti.

Oppure (seconda ipotesi) l'ansia potrebbe essere causata dalla paura che i membri della comunità scoprano che il soggetto non si sente legato alla comunità stessa, non si sente parte di essa, ovvero è emotivamente estraneo e indifferente o perfino ostile ad essa. Nel caso tale estraneità o ostilità venisse scoperta, il soggetto sarebbe automaticamente espulso dalla comunità.

Mentre nella prima ipotesi il problema è risolvibile compiendo i dovuti doveri e ottenendo così il perdono da parte degli altri membri della comunità, nella seconda ipotesi il problema potrebbe essere irrisolvibile e irreparabile, specialmente dal punto di vista dell'inconscio.

Potremmo definire la seconda ipotesi la "sindrome della spia" dato che, nel caso la verità venisse scoperta, il soggetto diventerebbe automaticamente, inesorabilmente e notoriamente, un pubblico nemico della comunità.

Quanto sono realistici i rischi e i pericoli nelle due ipotesi? Direi  molto poco, perché gli altri probabilmente non si curano del soggetto, dei suoi doveri, o delle sue eventuali finzioni, o se ne curano molto meno di quanto il soggetto creda. D'altra parte gli altri potrebbero avere gli stessi problemi del soggetto, o anche di più gravi.

In ogni caso, va detto che oggi viviamo in una società in cui il senso di comunità si viene sempre più perdendo, e con esso i problemi di fedeltà comunitaria. In altre parole, non c'è ormai quasi più nulla a cui essere fedele. La faccenda ha quindi un lato negativo e uno positivo. Resta il fatto che l'uomo ha un bisogno genetico di appartenenza a una o più comunità (a causa della nostra interdipendenza), e la frustrazione di tale bisogno ha probabilmente conseguenze patologiche.

Sia come sia, ciò che conta è essere rispettati e possibilmente benvoluti dalle persone che incontreremo, indipendentemente dalle comunità di riferimento. A tal fine la prima regola è quella di non criticare i nostri interlocutori, né direttamente, né indirettamente, ovvero di nascondere le nostre critiche nel modo più sicuro.

In questo ci verrà in aiuto l'autocensura inconscia, che ci spingerà in ogni momento a chiederci se ciò che stiamo facendo o che ci accingiamo a fare è socialmente rischioso, ovvero con quante probabilità attirerà su di noi antipatie o ostilità da parte delle persone della cui benevolenza abbiamo bisogno.

Per concludere, una semplice regola per evitare i sensi di colpa, sarebbe quella di non fare, per quanto possibile e opportuno, cose che non possano essere raccontate pubblicamente senza imbarazzo.