Attendi mentre estraggo gli articoli...


Riflessioni di Bruno Cancellieri su

Comunicazione

182 articoli tratti dal blog "Il mondo visto da me"

Indice delle monografie | Indice degli articoli per anno

Scrittura e identità sociale

Scrivo, dunque sono.

Testi e contesti

Dietro ogni testo c'è un contesto.

L'uomo e la parola

Siamo compositori e ripetitori di parole.

Sulle descrizioni della realtà

Ogni descrizione della realtà è parziale.

Il significato del non detto

Anche il non dire può significare qualcosa.

Parole vs. fatti

Le parole si interpretano, i fatti si misurano.

Saper tacere

Saper tacere è importante quanto saper parlare.

Dilemma esistenziale

Sono più apprezzato quando parlo o quando taccio?

Realtà e discorsi

Ogni discorso è una semplificazione della realtà.

Nuvole di parole

Certi discorsi non sono altro che nuvole di parole.

Il significato delle parole

Ognuno dà alle parole il significato che gli conviene.

Parlare vs. fare

Chi sa parlare è politicamente più forte di chi sa fare.

Titoli contestuali

Il titolo di un testo dovrebbe anche definirne il contesto.

Animale autodialogante

L'uomo è l'unico animale capace di dialogare con se stesso.

Perché parliamo

A volte parliamo solo per ricordare agli altri che esistiamo.

Importanza del non detto

Nei discorsi, spesso il non detto è più importante del detto.

Scrivere a se stessi

Scrivere a sé stessi è come parlare con un amico immaginario.

Comunicazione e interazione

La comunicazione non è fine a se stessa ma serve all'interazione.

Saper tacere

In certi momenti saper tacere è più importante che saper parlare.

Sapere e dire

Spesso diciamo ciò che non sappiamo, e non sappiamo ciò che diciamo.

Conflitto e dialogo

In caso di conflitto non basta voler dialogare, bisogna saperlo fare.

Sui contenuti dei messaggi

Ogni messaggio contiene una richiesta o la risposta ad una richiesta.

Dire le stesse cose con parole diverse

Dire le stesse cose con parole diverse facilita la comprensione del testo.

Saggezza e parola

Il saggio sa quando è il momento di parlare e quando è il momento di tacere.

Questione fondamentale sulle interazioni umane

Per quali motivi e a quali scopi gli esseri umani interagiscono e comunicano?

Parlare contro

Tutto ciò che dico può essere usato contro qualcuno, a cominciare da me stesso.

Di cosa possiamo parlare

Possiamo parlare solo di cose che il nostro interlocutore è disposto ad ascoltare.

Comunicazione continua

Gli esseri umani comunicano tra loro continuamente con le parole e i comportamenti.

Sui libri

Un libro è un ponte tra il lettore e l'autore, e tra il lettore e gli altri lettori.

Il potere delle parole

Le parole possono far bene e possono far male. Possono far ammalare e possono guarire.

Conversazione come fine

La conversazione può essere un fine, vale a dire un bisogno in sé, oltre che un mezzo.

Narrazioni soggettive

Ognuno narra il mondo a suo modo, secondo le proprie capacità e le proprie convenienze.

Pubblicità e ostilità

Chi rende pubbliche le proprie idee deve aspettarsi l'ostilità di chi non le condivide.

Importanza dei luoghi comuni

I luoghi comuni sono importanti. Senza di essi non potremmo comprenderci né incontrarci.

Requisiti di comunicazione

Per parlare con una persona bisogna usare linguaggi, parole e significati noti a entrambi.

Livelli di stupidità

Se vuoi discutere con uno più stupido di te, per farti capire devi scendere al suo livello.

Il diritto di non dialogare

Non si può costringere nessuno a dialogare, a rispondere alle nostre domande, a comprenderci.

Il rischio di esprimersi

Esprimere un'opinione implica esporsi all'ostilità di coloro che non sono d'accordo con essa.

Importanza del non detto

Quando una persona parla è importante capire ciò che essa non dice, più che ciò che essa dice.

Il parlare del saggio

Il saggio sa cosa è opportuno dire e cosa non dire, quando è opportuno parlare e quando tacere.

Incompletezza sistematica

Qualunque cosa diciamo è incompleta in quanto riguarda solo una piccolissima parte della realtà.

Cosa promettono i messaggi pubblicitari

I messaggi pubblicitari non promettono prodotti efficaci, ma apppartenenze e status desiderabili.

Sull'uso smodato di superlativi

Siamo così prodighi di superlativi, che, ad esempio, "caro" è diventato più forte di "carissimo".

Come farsi leggere

Voglio scrivere un libro intitolato "Vietato leggere questo libro". Così forse qualcuno mi leggerà.

Sulla conversazione

Le conversazioni consistono spesso in giochi a chi la sa più giusta, più lunga, o più sorprendente.

Conversazioni e conflitti

Quando due persone conversano, ci può essere un conflitto per la scelta del tema della conversazione.

Chi tace acconsente?

Chi tace acconsente, sia al bene che al male. Oppure non ha tempo per commentare, o ha paura di farlo.

Comunicazione e manipolazione

Parlare e scrivere sono mezzi per manipolare (nel bene e nel male) i pensieri di ascoltatori e lettori.

La normalità del fraintendimento

L'unico modo per non essere fraintesi è quello di non esprimersi, ma anche il silenzio può essere frainteso.

Discutere con gli animali

Non puoi discutere con un animale. E se con un uomo non riesci a discutere, è perché si tratta di un animale.

I limiti di una conversazione

Né il tema di una conversazione, né il suo livello di profondità, possono essere imposti ad un interlocutore.

Il senso delle parole

Non ricordiamo tanto le parole di un discorso, quanto il loro senso, cioè l’effetto che hanno avuto su di noi.

Sull'efficacia della comunicazione

Un comunicatore efficace inserisce pensieri e immagini di sua scelta nelle menti dei suoi lettori e ascoltatori.

Perché parliamo

Quando qualcuno dice qualcosa è interessante capire ciò che dice, ma è ancora più interessante capire perché lo dice.

Sul bisogno di parlare

Abbiamo bisogno di parlare con qualcuno, e, se non troviamo nessuno con cui parlare, leggiamo o parliamo con noi stessi.

Come raccontiamo i fatti

Ognuno racconta i fatti in modo tale che la propria figura risulti buona e giusta.

Una vita in un gesto

Dietro un piccolo gesto, dietro una semplice espressione, ci può essere la ricerca di tutta una vita e forse di più vite.

Discorsi e presupposti

Ogni discorso è basato su certi presupposti. È inutile criticare un discorso, conviene piuttosto criticare i suoi presupposti.

Sul dialogo costruttivo

Un dialogo costruttivo consiste in domande e risposte, non in un alternarsi di tesi o di opinioni contrapposte o non correlate.

Sugli effetti della lettura

Leggere un testo è come permettere a uno sceinziato di attivare certi gruppi di neuroni del tuo cervello in una certa sequenza.

Effetti dello scrivere

Ciò che scriviamo ci influenza, ci modifica o rafforza le nostre idee e il nostro carattere. Scrivere non è mai senza effetto.

Nessun obbligo di ascolto

Non possiamo obbligare nessuno ad ascoltarci, se non con la forza. Possiamo tuttavia cercare di rendere attraente ciò che diciamo.

Parola e manipolazione

Ogni cosa che diciamo o scriviamo è un tentativo conscio o inconscio di manipolare le menti di coloro che ci ascoltano o ci leggono.

Vox populi

Facebook è la vox populi della nostra epoca, una voce incontrollata quanto potente, da cui dipendono anche le sorti delle democrazie.

Il sale del dialogo

Domande brevi non retoriche e risposte brevi pertinenti sono il sale di un dialogo, ovvero il nutrimento di una interazione costruttiva.

Di chi parliamo quando parliamo?

Quando due persone conversano di cose diverse da loro due, in realtà dicono qualcosa di se stesse e si aspettano qualcosa l'una dall'altra.

Espressioni, messaggi, intenzioni, posizioni

Ogni espressione umana (informativa, letteraria, artistica, ecc.) comporta certi messaggi e certe intenzioni, e sollecita certe prese di posizione.

Problemi di comunicazione

Nella comunicazione tra due persone succede a volte che esse intendano la stessa cosa usando parole diverse, e cose diverse usando le stesse parole.

La difficoltà di capire il nuovo

Se io ti parlo di un concetto filosofico e tu capisci immediatamente ciò che ti dico, vuol dire che non ti sto dicendo nulla che tu non sapessi già.

In cosa consiste la pazzia?

Per me la pazzia consiste nella disconnessione dagli altri, cioè nell'incapacità di comunicare con gli altri in modo comprensibile e credibile da loro.

A che servono le parole?

Le parole servono a ricordare, a qualificare, a chiedere, a comandare, a giustificare, a raccontare, a collegare, a informare, a confondere, a ingannare.

Una rete di significati

Una mente è un sistema basato su una rete di significati supportata da una rete di neuroni. Pensare, parlare, scrivere è fare un certo percorso in tale rete.

Il pericolo di esprimere le proprie idee

Esprimere le proprie idee è spesso pericoloso, perché chi la pensa diversamente si sentirà minacciato dalla nostra visione del mondo e ci vedrà come un nemico.

Il rischio di esprimersi

Esprimere le proprie idee è sempre pericoloso, perché chi la pensa diversamente si sentirà minacciato dalla nostra visione del mondo e ci vedrà come un nemico.

I rovesci delle medaglie

Una vecchia tecnica retorica è, di una medaglia, vedere solo una faccia e non il rovescio. E' ciò che fanno tutti i politici, e, di conseguenza, i loro seguaci.

Il guaio di Internet

Il guaio di internet è che permette a qualsiasi imbecille di improvvisarsi giornalista indipendente potendo raggiungere un'enorme quantità di lettori imbecilli.

E' impossibile non comunicare

È impossibile non comunicare al nostro interlocutore, mediante il linguaggio non verbale, i nostri sentimenti e le nostre opinioni sulla sua persona e le sue idee.

Responsabilità mediatiche

Editori, scrittori, giornalisti e autori in generale hanno grandi responsabilità sociali perché determinano di cosa le nostre menti si occupano, e formano i nostri pensieri.

Dialoghi produttivi

Se tutti si attenessero alla regola di parlare non più dell'interlocutore, ad eccezione del tempo dedicato alle domande e alle risposte, i dialoghi sarebbero molto produttivi.

Di cosa (non) conviene parlare

Io faccio cose che molti non fanno. Molti fanno cose che io non faccio. E ci sono cose che sia io che altri facciamo. Con gli altri conviene parlare solo di queste ultime cose.

Sul potere della scrittura

Scrivere è un mezzo per esercitare un potere sugli altri o su se stessi. Infatti ogni scritto che viene letto influenza in qualche nodo e in qualche misura la mente del lettore.

Parlare vs. scrivere

Parlare è più spontaneo che scrivere. Infatti, la scrittura consente un tempo lungo quanto si vuole per riflettere e controllarsi tra l'emergere di un'idea e la sua espressione.

Cultura come rete di memi

La cultura è una rete di memi interconnessi. Seguendo un percorso in tale rete si possono fare incontri più o meno prevedibili o imprevedibili, più o meno entusiasmanti o noiosi.

Uomini e computer

A scuola tutti dovrebbero imparare a programmare un computer e farlo comunicare con altri computer. Questo favorirebbe l'autogoverno e la comunicazione razionale tra esseri umani.

Comunicazione inevitabile

Quando due persone si incontrano, ciascuna non può evitare di comunicare all'altra che la considera amica, nemica o indifferente, e che si sente superiore, inferiore o uguale ad essa.

Sulla libertà di pensiero e di espressione

La libertà di esprimere opinioni diverse da quelle della maggioranza senza essere puniti per questo, è un lusso che l'uomo ha conosciuto solo da pochi anni, e non in tutto il pianeta.

Potenza delle parole

Le parole possono avere effetti di enorme portata. Infatti, milioni di persone hanno ucciso o si sono fatte uccidere in nome di libri come la Bibbia, il Corano, Il Capitale, Mein Kampf ecc.

Concatenazione di funzioni

L'interazione è funzionale alla vita, la comunicazione è funzionale all'interazione, il pensiero è funzionale alla comunicazione, il pensiero è dunque funzionale all'interazione e alla vita.

Sulla qualità dei discorsi

Ci sono discorsi che imbrogliano e discorsi che sbrogliano, discorsi che confondono e discorsi che distinguono, discorsi che oscurano e discorsi che chiariscono, discorsi che mistificano e discorsi che demistificano.

Concetti interconnessi

Un giornale, un libro, un messaggio pubblicitario, un discorso, consistono in insiemi di parole (con o senza immagini) interconnesse, che mirano a interconnettere i corrispondenti concetti nel sistema nervoso del lettore.

Criticare le parole

Le parole che udiamo o leggiamo influenzano i nostri pensieri, e questa influenza ci trasforma, nel bene e nel male. Perciò dovremmo esaminare criticamente ogni espressione linguistica che ci capita di udire o di leggere.

Sugli effetti delle parole

Le parole possono aiutare, nuocere, suscitare piaceri e dolori, salvare, uccidere, o lasciare il tempo che trovano. Dipende dalle loro combinazioni, dai contesti in cui vengono espresse, e dalle menti di coloro che le sentono.

Requisiti di una comunicazione costruttiva e pacifica

Affinché due persone possano comunicare costruttivamente e pacificamente, esse devono essere d'accordo sui temi e i contesti di cui parlare e non parlare, e sui valori e i pregiudizi da rispettare e non mettere in discussione.

Processi intellettuali

Ci sono due processi intellettuali fondamentali: (1) comprendere un fenomeno (in termini di oggetti, cause ed effetti) e (2) trovare le parole per descriverlo (cioè per comunicare ad altri la propria comprensione del fenomeno).

Modi di leggere notizie

Ci sono almeno due modi di leggere una notizia: (1) acquisire le informazioni che essa contiene ritenendole vere e utili, e (2) farsi domande sull'attendibilità e sull'utilità delle informazioni, e sugli interessi che esse favoriscono.

Differenze di vocabolario

Gli umani si differenziano anche per la dimensione del proprio vocabolario, cioè per il numero di lemmi e per la lunghezza e la varietà delle definizioni degli stessi. È il vocabolario che usano per pensare e per comunicare con gli altri.

Ricetta della felicità

La felicità è possibile
e la ricetta è questa:
liberarsi e liberare,
capire ed essere capiti,
amare ed essere amati,
comunicare e cooperare,
e insieme giocare col caso.

Dialogare mediante solo domande e risposte

Io suppongo che se in un dialogo fossero consentite solo domande e risposte, e vietate affermazioni che non siano risposte pertinenti a domande dell'interlocutore, il dialogo sarebbe altamente produttivo, sia qualitativamente che quantitativamente.

Differenze di importanza

La realtà è fatta di tantissime cose e ognuno di noi dà più importanza, e di conseguenza più attenzione, ad alcune piuttosto che ad altre. Questa differenza di importanze differenzia gli umani e rende difficile la loro comunicazione e cooperazione.

Sull'incapacità di dialogare costruttivamente

A mio parere uno dei principali problemi a monte di tutto ciò che funziona male nella società è la nostra incapacità di dialogare costruttivamente. Di questo problema fondamentale mi interessa parlare più che dei vari problemi che da esso derivano.

Sulla fine delle ideologie

La pluralità delle idee e la libertà di esprimerle son gran belle cose, ma se non ci si organizza politicamente intorno ad una idea o ideologia comune non si cambia nulla nella società, e si continua a subire e a commentare la storia fatta da altri.

Il senso degli auguri

Ad una persona si può augurare il bene o il male. Augurarle il bene (buon giorno, buona vacanza, buone feste ecc.) significa desiderare il suo bene, ovvero volerle bene. Insomma, dire sinceramente a qualcuno "buon xyz" significa dirgli "ti voglio bene".

Quelli che usano parolacce

Mi disturbano un po' le espressioni (a voce e per iscritto, specialmente nei post sui social networks) con parole come cazzo, culo ecc. Usare certe parole quando non è necessario per me è un segno di debolezza che nuoce allo stile della persona che le usa.

Testo e contesto

Ogni espressione umana, ogni frase, ogni parola, va intesa non come informazione a sé stante, ma come parte di un contesto cognitivo ed emotivo, ovvero di una certa visione del mondo. È tale contesto che dà all'espressione il suo vero e profondo significato.

Sull'affidabilità delle informazioni

Se confrontiamo le informazioni provenienti da un paese dove c'è libertà di espressione con le informazioni provenienti da un paese dove non c'è libertà di espressione e ogni notizia viene censurata dal governo, quali informazioni sono secondo voi più affidabili?

Che vogliono i giornali?

Bisognerebbe prendere un giornale e per ogni articolo chiedersi: cosa vuole da me? Perché c'è scritto ciò che c'è scritto? Cosa vuole ottenere da me? Come vuole influenzarmi? Cpsa vuole farmi credere? A cosa vuole farmi pensare? Cosa vorrebbe che io faccia o non faccia?

Libri stupefacenti

Immaginate che vi siano dei libri leggendo i quali si provano sensazioni simili a quelle causate da certe sostanze stupefacenti. La gente leggerebbe molto di più. In effetti ci sono certi libri che in certe persone provocano simili sensazioni, anche se in modo molto più blando.

Il rischio delle domande e delle risposte

Molti evitano di porre domande e di rispondere in modo pertinente alle domande che gli vengono poste perché una domanda presuppone una ignoranza, e rispondere in modo pertinente ad una domanda chiarificatrice può rivelare falsità, incoerenze e assurdità insite nei propri pensieri.

Il fine nascosto di ogni comunicazione

Tutto ciò che un essere umano comunica agli altri ha un fine nascosto, spesso inconfessabile, spesso nascosto anche al comunicatore: quello di influenzare, secondo i propri desideri (spesso incofessabili), i pensieri, i sentimenti e i comportamenti dei destinatari della comunicazione.

Non-ascolto come autodifesa

Dare ascolto ad una persona significa permetterle di influenzare i propri pensieri. Per questo molti non ascoltano volentieri ciò che gli altri dicono, infatti molti cercano di difendere i propri pensieri dalle influenze altrui, dai cambiamenti arbitrari che gli altri potrebbero apportarvi.

Conflitti di temi

Vorrei parlare con qualcuno di temi che mi interessano, ma non trovo quasi mai persone interessate a parlare con me di tali temi. Trovo invece quasi sempre persone interessate a parlare di temi che interessano a loro e non a me. Credo che anche altri abbiano lo stesso problema. Come risolverlo?

I nomi e le cose

Il nome di una cosa non è la cosa. Ciò che la cosa sia dipende dall'esperienza che uno ne ha avuto; è pertanto qualcosa di soggettivo. E allora, quando ci chiediamo cosa sia una cosa, aggiungiamoci un "per chi". Infatti la stessa cosa è diversa, ad esempio, per uno scienziato e per un ignorante.

Sulla capacità di sintesi

Non c'è nulla che non si possa dire anche in poche parole. Tuttavia, quanto maggiore è il numero di parole, tanto più numerosi sono i dettagli e gli esempi che si possono dare, e minore il rischio di fraintendimento. Ma la capacità di sintesi varia da persona a persona. I più capaci sono gli aforisti.

Tre tipi di dialogo

Ci sono tre tipi di dialogo: quello confermativo, che serve a confermare le idee e le appartenenze condivise con l'interlocutore; quello distruttivo, che serve a svalutare le idee e le appartenenze dell'interlocutore; e quello costruttivo, che serve a produrre nuove idee con l'aiuto dell'interlocutore.

Quando una discussione diventa sterile

Domanda da fare all'interlocutore quando una discussione diventa sterile: "secondo te, il mio pensiero e il tuo sul tema in oggetto (1) sono contraddittori e quindi incompatibili,(2) sono entrambi validi e quindi si completano, o (3) si ignorano reciprocamente come se ciascuno ritenesse l'altro irrilevante?"

Siamo tutti giornalisti

Ogni essere umano ha una responsabilità per quanto riguarda le informazioni che riceve dagli altri. Ha infatti il dovere di selezionare e inoltrare ad altri quelle che ritiene valide e utili, e di respingere e criticare quelle che ritiene errate, inutili o dannose. In tal senso ognuno di noi è un giornalista.

Scopo della conversazione

Per molte persone lo scopo inconscio della conversazione è, oltre a scambiarsi informazioni utili su ciò che succede, avere conferme e approvazioni della propria visione del mondo, della propria personalità e della propria dignità sociale. A quelle persone qualsiasi discorso in contrasto con tali scopi non è gradito.

Le parole e gli altri

Il significato che io do alle parole che uso è lo stesso che io presumo che anche gli altri, alcuni altri, certi altri, gli diano. Infatti, tale significato non lo definisco io, ma lo apprendo dagli altri, da certi altri (a meno che io non inventi un neologismo). Senza gli altri non ci sarebbero parole, né significati.

Sull'interpretazione delle intenzioni altrui

Ognuno interpreta, consciamente o inconsciamente, le intenzioni di ogni altro, sia nel senso delle credenze che delle motivazioni altrui. Queste interpretazioni sono spesso false e ancor più spesso riduttive anche perché per capire l'intelligenza di qualcuno (in senso lato) bisogna essere almeno altrettanto intelligenti.

Tattiche diversive

Nel dialogo tra due individui, quando il discorso diventa svantaggioso per uno dei due, lo svantaggiato sente il bisogno di interromperlo, di sminuirlo, di cambiarlo, di deviarlo dall'obiettivo che si proponeva, o di cambiare il significato delle parole usate, e trova ogni possibile giustificazione razionale per la sua tattica diversiva.

L'illusione del controllo

Nelle riflessioni e nelle discussioni mi pare che manchi generalmente una cosa per me fondamentale: la consapevolezza del fatto che i nostri pensieri non sono volontari, ma pilotati da meccanismi inconsci. Ci si illude di avere un controllo sulle parole da pensare o da dire e sulle immagini mentali da immaginare, ma questa è un'illusione.

Sulla diffusione delle false notizie

Denunciare una falsa notizia è scortese verso chi crede sia vera, e anche un po' offensivo, in quanto implica che è stupido o ignorante chi ci crede. Invece diffondere una falsa notizia non è scortese, né offensivo, anzi, facendolo si ottiene la gratitudine e la stima di coloro che usano la falsa notizia per confermare le proprie idee e opinioni.

Risposte senza domande

Molto spesso si discute non per conoscere o apprendere, ma per celebrare un piacevole e rassicurante rito di appartenenza sociale. In tal caso le domande sono quasi del tutto assenti (mentre abbondano le risposte a domande che nessuno si cura di fare, illudendosi di conoscere già le risposte). Insomma, tanti punti esclamativi e pochi interrogativi.

Incomunicabilità

L'incomunicabilità è uno dei miei temi preferiti. Circa 40 anni fa era molto di moda, soprattutto nel cinema, ora se ne parla, secondo me, troppo poco, forse perché si parla mediamente in modo più superficiale e volgare, e questo fatto paradossalmente diminuisce il problema. In altre parole, se vuoi farti capire devi essere superficiale e/o volgare.

Il messaggio nascosto

Nella comunicazione tra due persone si nasconde a volte, tra le righe, un messaggio (reale o percepito) che dice "io sono superiore a te, perciò dovresti/devi fare e pensare come dico io". Se tale messaggio viene rifiutato dal ricevente, questo assume automaticamente una posizione difensiva o aggressiva, e la comunicazione può diventare violenta.

Parlare inutilmente difficile

Ho una reazione allergica quando sento dire "tipologia" invece di "tipo", "estrapolare" invece di "estrarre", "problematica" invece di "problema" ecc.. Non si tratta di sinonimi, infatti i significati sono diversi. E poi, anche se il significato fosse lo stesso, perché usare una parola difficile e al posto di più una facile e più chiara? Per sembrare più colti?

Idee e visioni del mondo

Ogni idea di una persona è contestualizzata nella visione del mondo della persona stessa, la quale dà alle parole che usa per esprimere la sua idee un significato soggettivo, che dipende anch'esso dalla propria visione del mondo. Ne consegue che due persone con visioni del mondo molto diverse faticano a comprendere le idee l'una dell'altra, e raramente vi riescono.

Messaggi non verbali involontari

Qualunque cosa una persona faccia o dica, non faccia e non dica, il modo in cui si veste e non si veste, i luoghi che frequenta e non frequenta, ecc. implicano messaggi non verbali che rivelano (a chi sa leggerli) le sue appartenenze, i suoi gusti, le sue idee, i suoi principi morali, i suoi interessi, le sue intenzioni, le sue paure, i suoi limiti, sue libertà ecc.

Cripto-espressioni

Ogni cosa che facciamo, diciamo e scriviamo (compreso ciò che postiamo nei social network come Facebook) esprime inconsciamente e implicitamente, in modo più o meno nascosto, l'identità sociale che assumiamo o desideriamo assumere, la posizione gerarchica, il ruolo e il prestigio che consideriamo giusti per noi e il desiderio che tali assunzioni vengano riconosciute e accettate dagli altri.

Salire di livello - Da discussione a metadiscussione

Per imparare qualcosa da una discussione dovremmo salire di livello, passare dalla discussione alla metadiscussione, cioè discutere sul nostro modo discutere. Ma questo richiederebbe un approccio sistemico e psicologico autocritico, che per i più è impossibile. Nel frattempo continuiamo a discutere non per imparare o per costruire un movimento collettivo, ma per competere e/o per socializzare.

Interazioni reali vs. immaginarie

Quando due umani si trovano tra loro in prossimità, ovvero in comunicazione o telecomunicazione, essi comunicano e interagiscono secondo i rispettivi programmi mentali. Quando un umano si trova da solo, ovvero non in prossimità o comunicazione con qualcuno, la sua mente si prepara alle future interazioni con gli altri, ipotizzandole e simulandole consciamente e inconsciamente mediante l’immaginazione.

Sul «comunicabile comune»

Il linguaggio e i concetti usati per comunicare idee tra due persone debbono essere comprensibili per entrambe. Questa ovvia necessità può ridurre enormemente la quantità e la qualità delle idee di cui due persone possono parlare, rispetto a quelle che ciascuna di esse ha in mente.

Date due persone, chiamerei il «comunicabile comune» l'insieme dei concetti e delle idee che entrambe sono in grado di comprendere.

Messaggi, domande e risposte

Qualunque messaggio, inteso come espressione linguistica o transazione comunicativa, può essere considerato come una domanda e/o come una risposta ad una domanda, oppure come domanda e risposta allo stesso tempo. Se il messaggio non è collocato in una chiara struttura domanda-risposta, dovremmo chiederci: a quale domanda questo messaggio costituisce una risposta? Oppure: quali risposte questa domanda sta cercando, sta suggerendo o dà per scontate?

Testo e contesto

Quando parliamo, ogni frase che diciamo presuppone certe idee, certi valori e certi interessi, si situa in un certo contesto, è un dettaglio di un discorso molto più grande, che include tutto ciò che abbiamo imparato da quando siamo nati. E il significato di ciò che diciamo dipende dal contesto a cui facciamo riferimento, dai nostri presupposti, dai nostri valori e interessi, e dalle nostre esperienze. La soggettività dei contesti personali rende difficile la comprensione e l'accordo tra individui.

Le quattro orecchie

Le quattro orecchie che ognuno dovrebbe avere quando comunica con altri esseri umani. Da un libro di Friedemann Schulz von Thun.




Il dramma dell'incomprensione

Se uno che non parla la nostra lingua non ci capisce, non ce la prendiamo. Ma se uno che la parla la mia lingua e ha un livello di istruzione pari al mio non mi capisce o non è d'accordo con me, la cosa è drammatica. Può infatti significare che uno dei due sia in errore o non sia capace di spiegarsi. E l'ipotesi che quello che è in errore o che è incapace di spiegarsi sia io, è angosciante, a volte insostenibile. Per evitare tale angoscia tendiamo a pensare che il problema sia nel nostro interlocutore.

Dialogo intelligente

Per imparare a dialogare in modo intelligente, è necessario un interlocutore difficile, qualcuno che non sappia dialogare in modo intelligente.

È troppo facile dialogare in modo intelligente con persone che sono abituate a dialogare in modo intelligente.

Il dialogo intelligente si basa sullo scambio di brevi domande e brevi risposte. È così che Socrate dialogava.

L'intelligenza si esprime più nelle domande che nelle risposte. Domande non retoriche, ovviamente.

Come chiudere una sgradevole discussione

"Non ti dico cosa penso di te, lo lascio alla tua immaginazione, che comunque non lo indovinerà e mi attribuirà pensieri e intenzioni non miei. Se ti dicessi cosa penso di te non saresti comunque d'accordo e sarebbe inutile discuterne."

E' un modo per chiudere una discussione inutile e fastidiosa con una persona antipatica che ci ha mancato di rispetto e che ragiona in modo troppo diverso da noi e/o ha una visione del mondo e della natura umana fondamentalmente troppo diversa dalla nostra.

Significato delle parole

Prima di prima di parlare di una certa cosa, prima di valutarla, bisognerebbe definirla, a meno che non si intenda assumere la definizione standard data da un vocabolario autorevole della lingua che si usa. Tuttavia, il vocabolario può dare più di una definizione, per cui se dal contesto non si capisce quale sia quella applicabile, essa andrebbe specificata. Altrimenti il rischio di incomprensione è grande. In ogni caso, definire arbitrariamente il significato delle parole è una forma di prevaricazione del pensiero altrui.

La colpa del fallimento

E' umano, molto umano cercare di dare all'altro la colpa del fallimento della cooperazione o della comunicazione. Lo fanno tutti, anche io. Credo che sia un meccanismo scritto nel DNA dell'Homo Sapiens.

Conosco infatti diverse persone che, non riuscendo ad ottenere un consenso alle proprie idee, accusano l'interlocutore di non cercare di dialogare costruttivamente, di non ascoltare, di non mettersi in discussione, di non essere aperto a nuove idee, di non essere capace di autocritica o addirittura di fuggire dal confronto ecc.

I cinque assiomi della comunicazione umana (da Paul Watzlawick)


  1. Non si può non comunicare

  2. Nella comunicazione occorre distinguere i contenuti dagli scopi relazionali

  3. La punteggiatura nella comunicazione (cioè dove si pone il punto di inizio dello scambio) determina la percezione dei rapporti di causa-effetto

  4. La comunicazione può essere analogica (non-verbale) o numerica (verbale)

  5. Nella comunicazione il rapporto può essere simmetrico (le parti si considerano pari) o complementare (una delle parti considera l'altra inferiore o superiore)


Sullo scrivere astruso (di Arthur Schopenhauer)

"Non vi è nulla di più facile che scrivere in modo che nessuno possa capire; come, invece, nulla è più difficile che esprimere pensieri significativi in modo che ognuno debba comprenderli. L'astrusità è parente dell'assurdità, e ogni volta è infinitamente più probabile che essa celi una mistificazione piuttosto che una qualche intuizione profonda. […] Un autore nulla dovrebbe temere più del palese sforzo di far vedere più spirito di quanto non abbia; ciò, infatti, risveglia nel lettore il sospetto che abbia assai poco spirito."

(Arthur Schopenhauer)

Bilanciamento nella comunicazione

Una comunicazione sana, rispettosa e democratica, dovrebbe essere bilanciata, ovvero la quantità di informazione che viaggia in un verso dovrebbe essere simile a quella viaggia in senso opposto. Infatti, nella comunicazione tra A e B, se A dice a B di propria iniziativa molto più di quanto B dice ad A, questo significa probabilmente che A sta cercando di assumere e di giustificare una posizione gerarchica politica, intellettuale o morale superiore, ovvero un suo ruolo dominante. In tal caso si può dire che A stia cercando di in-formare B più di quanto B cerchi di in-formare A.

Sulla comunicazione tra umani

Chi comunica con chi? Cosa si può comunicare? Che differenza c'è tra comunicazione e interazione? A cosa serve la comunicazione? A cosa serve l'interazione? In cosa differiscono le comunicazioni da uno a uno, da uno a più di uno, da più di uno a uno, da più di uno a più di uno. E' possibile non comunicare e non interagire? Ogni filosofo e psicologo dovrebbe cercare di rispondere a queste domande.

Vedi anche Non si può non comunicare, né non parteggiare.

Appartenenze comuni e non comuni, compatibili e incompatibili

L’identità sociale di un essere umano è definita dalla sue appartenenze passive e attive, ovvero dai gruppi e dalla categorie a cui esso appartiene, e dalle cose e dalle persone che ad esso appartengono.

Una volta stabilite le proprie appartenenze, un essere umano le confronta con quelle altrui, in quanto si chiede, rispetto ad ogni altro umano: quali appartenenze abbiamo in comune e quali non in comune? Quali nostre appartenenze sono compatibili e quali incompatibili o conflittuali?

Infatti un rapporto sociale dipende dalla condivisione di certe appartenenze dei contraenti.

Paradigmi epistemologici

Quando si comunica qualcosa, questa viene inconsciamente inquadrata, sia dall'emittente che dal ricevente, in un paradigma epistemologico rispetto al quale essa assume dei significati. Il problema è che i paradigmi epistemologici sono sempre, più o meno, qualitativamente e quantitativamente (in ampiezza e profondità) diversi. Ne conseguono incomprensioni, fraintendimenti e disaccordi. D'altra parte, un messaggio non inquadrato in un paradigma è insignificante.

In conclusione, i problemi non stanno nelle cose che si pensano e si dicono, ma nei paradigmi entro i quali esse si inquadrano.

Chiacchiere e fatti

La gente parla, parla, parla. A quale scopo? Secondo me lo fa soprattutto per socializzare, per fare comunità, per condividere qualcosa, non importa cosa. Per stare in compagnia, per sfoggiare la propria “normalità”, cioè la propria dignità sociale, e per dimostrare di meritare il proprio status.

A volte la gente parla anche per per scambiare beni e servizi, per cambiare la società e la natura, per fare dei fatti, ma questo genere discorsi è largamente minoritario e a molti dà anche fastidio, specialmente a coloro che non amano i cambiamenti di stato, di gerarchie e di valori.

Influenze interpersonali

Ogni umano può influenzare la mente di ogni altro umano, nel senso che, con le parole, con le azioni e con i gesti, può scrivere qualcosa nella memoria dell’altro.

Quella scrittura può influenzare in misura più o meno grande il comportamento del ricevente, cioè il suo modo di pensare, di sentire e di agire.

Ognuno cerca di influenzare le menti altrui coerentemente con i propri bisogni, desideri, valori morali, interessi, e con la propria visione del mondo.

Anche ciò che hai appena letto rientra nello schema che ho descritto sopra. Infatti sto cercando di influenzare la tua mente.

Quando la dialettica è sfuggente

In un confronto dialettico tra due persone può succedere che una delle due, non avendo argomenti per confutare la tesi dell’interlocutore, e non volendo ammettere che essa sia valida, cambia arbitrariamente e senza dirlo il contesto della discussione e/o l’oggetto del contendere, scegliendo un contesto e/o un oggetto sui quali ha argomenti inoppugnabili e attribuendo all’interlocutore idee contrarie sul nuovo contesto o oggetto, idee che quello non ha mai espresso. In tal modo le discussioni non arrivano mai ad un punto fermo in cui i due interlocutori convengano sulla validità di una tesi.

Sul significato delle parole

Una parola può avere due tipi di significati: il significato scientifico, condiviso dalla maggior parte della comunità scientifica, e il significato popolare, che può variare in funzione del gruppo sociale in cui viene usato. Entrambi i significati sono generalmente documentati da dizionari.

Quando il significato di una parola non è univoco, chi ne fa uso dovrebbe precisare con quale significato la impiega.

In ogni caso, nessuno ha il diritto di dare alle parole significati arbitrari, o di considerare universale un significato che è caratteristico di una particolare cultura, subcultura o filosofia, e non di altre.

Conversazione e contesti condivisi

Quando due umani conversano, le loro espressioni verbali e non verbali sono sempre semanticamente riferite ad un comune contesto cognitivo, morale ed estetico, ovvero a forme, norme, significati e valori condivisi tipici della comunità di appartenenza. Più scarso è il contesto condiviso, più povera, difficile, faticosa e sgradevole è la conversazione.

In tal senso, la conversazione è un gioco in cui si può esprimere liberamente qualunque cosa, più o meno seria o scherzosa, più o meno creativa o rituale, purché sia pertinente con il contesto condiviso.  Ogni "impertinenza" è normalmente sgradita alla parte ricevente.

Perché si parla

Un discorso, una discussione, una conversazione, possono avere diversi motivi, tra cui:

  • socializzare, passare il tempo in compagnia

  • prevedere il futuro

  • produrre idee per risolvere problemi e cambiare la realtà, per dirigere il futuro, piuttosto che subirlo passivamente.

Per quanto riguarda il terzo motivo, non basta avere buone idee per migliorare la realtà, ma è necessario sapere come convincere gli altri ad applicarle. Perché anche le migliori idee sono inutili se non vengono messe in pratica dagli esseri umani, cioè tradotte in nuovi comportamenti. A tale scopo serve una psicologa adeguata.

Sull’interazione e la comunicazione

Interagire significa scambiare (cioè dare e/o ricevere) qualcosa di materiale o immateriale. 

Comunicare significa offrire o chiedere qualcosa.

La comunicazione è un’interazione in cui si scambiano informazioni intenzionali (messaggi) o non intenzionali.

Una comunicazione può consistere nella proposta, richiesta o offerta di una certa interazione.

Un'interazione in cui vengono scambiate cose materiali costituisce anche una comunicazione qualora venga dato un significato alle cose scambiate. In altre parole, ogni scambio (materiale o immateriale) può costituire un’informazione significativa.

Non si può non comunicare, né non parteggiare

Non si può non comunicare, perché anche al non dire, al non esprimersi, al non fare, al non esserci, al non partecipare, vengono attribuiti significati, intenzioni, presunzioni, giudizi, pensieri, ruoli, appartenenze, alleanze e antagonismi. In società, non prende posizione è prendere una posizione.

Ogni essere umano vivente c'è e non può non esserci da qualche parte nella società. La neutralità è impossibile perché essere neutrali significa non essere alleati, ovvero rifiutare un'alleanza, una solidarietà. Perfino Cristo pare che abbia detto: chi non è con me è contro di me.

Neutralità e indifferenza affettiva sono dunque, in un certo senso, forme di ostilità. Ciò è causa di disturbi mentali dovuti alla necessità di dissimulare ostilità o indifferenza in alleanza o solidarietà.

Messaggi impliciti

Qualunque cosa io dica (o non dica) al mio interlocutore, essa verrà da lui usata non solo per capire di cosa sto parlando in termini semantici e logici ma anche (leggendo tra le righe e decifrando il mio linguaggio non verbale) per farsi una idea (più o meno rispondente alla realtà e affetta dai suoi pregiudizi) di chi sono, cosa penso di me, come vedo il mondo, cosa gli sto proponendo, offrendo o chiedendo, cosa mi aspetto da lui, cosa penso di lui, quali sentimenti provo per lui e in quale rapporto gerarchico (in senso intellettuale, morale, politico ed economico) ovvero di parità, superiorità o inferiorità mi pongo rispetto a lui. Le sue reazioni e risposte dipenderanno da tutte queste percezioni soggettive.

Anche ciò che ho appena scritto verrà usato dai miei lettori come indicato.

Il bisogno e il piacere della lettura

Leggere costituisce al tempo stesso un bisogno e una fonte di piacere.

Costituisce un bisogno perché è un modo per ricevere informazioni da altri umani, rispetto ai quali siamo interdipendenti, informazioni utili o necessarie per capire come conviene comportarsi con loro.

Costituisce un piacere perché la lettura stimola e dirige la nostra immaginazione e il nostro pensiero verso particolari luoghi e situazioni, facendoci vivere realtà virtuali, cioè simulate, in cui avvengono cose per noi piacevoli.

Il piacere e l’utilità dipendono dai tipi di testo che leggiamo, per cui conviene scegliere opportunamente in tal senso le cose da leggere e quelle da evitare.

Domande sulle narrazioni

Una certa persona, un cartello pubblicitario, un film, un libro, un articolo di giornale, una pagina web, mi narrano certe cose. Quali sono gli scopi di tali narrazioni? Sono comprensibili? A chi sono rivolte? Anche a me? Mi riguardano? Sono chiare? Cosa c'è di vero? Cosa c'è di falso? Cosa dicono esplicitamente e cosa implicitamente? Qual è il loro contesto? Di quali relazioni e interazioni parlano? Mi possono essere utili? Cosa mi inducono a fare o non fare? A cosa vogliono farmi credere o non credere? Mi conviene ascoltarle/leggerle o ignorarle? Mi conviene approvarle, correggerle, smentirle o condannarle? Mi conviene esporre narrazioni alternative? Mi conviene impararle? Mi conviene ripeterle ad altri? Mi conviene seguirle / eseguirle / condividerle? Mi conviene crederci? Che mi può accadere se ci credo? Che mi può accadere se non ci credo? ...

Sull'interpretazione dei pensieri, dei sentimenti, delle motivazioni e delle intenzioni altrui

Una società sarebbe impossibile senza la capacità dei suoi membri, di interpretare i pensieri, i sentimenti, le motivazioni e/o le intenzioni di coloro con cui possono cooperare, sia in generale che nei confronti reciproci.

Il problema è che tali interpretazioni sono solitamente insufficienti, inadeguate, e falsate da bias cognitivi originati da interessi egoistici, da obblighi e divieti morali, dalla competizione e dai conflitti interpersonali.

Un modo efficace per sviluppare la capacità di interpretare correttamente cosa passa nella mente altrui è quello di educare sia i bambini che gli adulti ad esprimere i propri pensieri, i propri sentimenti, le proprie motivazioni e le proprie intenzioni, a voce e/o per iscritto, e a discuterne francamente con altre persone.

Idee generali vs. particolari

Quando si esprime un'idea, questa ha senso solo rispetto ad un certo contesto, ovvero ad un'idea più grande e più generale, di cui l'idea espressa costituisce un dettaglio o un caso particolare. L'idea generale è quindi più importante di quella particolare, perché la prima conferisce senso alla seconda.

Tuttavia, normalmente le persone comunicano idee particolari senza condividere quelle generali e questo è causa di incomprensione e di fraintendimento. Prima di esprimere idee particolari dovremmo dunque assicurarci che siano chiare e condivise le idee generali a cui esse si riferiscono.

Per esempio, quando parliamo di particolari aspetti del comportamento umano, dovremmo prima aver condiviso un'idea generale di cosa sia e di come funzioni un essere umano. In altre parole, dovremmo prima metterci d'accordo sulla natura della natura umana in generale.

Il piacere e il circolo virtuoso della percezione

Io ipotizzo che, oltre al fatto che gli ormoni neurotrasmettitori facilitano le comunicazioni tra neuroni, possa avvenire anche un processo inverso, cioè che una continua stimolazione delle comunicazioni tra neuroni ottenuta mediante opportune percezioni possa incrementare la secrezione dei neurotrasmettitori stessi, tra cui le endorfine, dando in tal caso luogo a sensazioni di piacere o euforia. Ciò spiegherebbe il piacere che può essere provocato dalla percezione di particolari configurazioni di immagini, testi e suoni. L'effetto potrebbe essere duraturo, analogamente allo sviluppo dei muscoli attraverso l'allenamento degli stessi. Si tratterebbe dunque di allenare le comunicazioni tra neuroni attraverso la lettura, la visione e l'ascolto di particolari oggetti, forme e informazioni allo scopo di rendere più efficaci ed efficienti le interconnessioni neurali (con effetti positivi sulla creatività e l'intelligenza), e di godere del piacere connesso alla conseguente secrezione di endorfine.

Alienazione e incomunicabilità

Negli anni sessanta e settanta si parlava molto di "alienazione" e "incomunicabilità", non solo negli ambienti intellettuali, ma anche in quelli popolari.

Non era raro, infatti, sentire quei termini perfino nelle trasmissioni televisive di maggiore ascolto. Poi, con il fallimento dell'ondata rivoluzionaria sessantottina, essi sono andati in disuso e oggi sono totalmente assenti dal linguaggio corrente.

Forse perché le persone sono mediamente meno alienate e comunicano meglio rispetto a prima? Ovviamente no. Il fatto è che si è sviluppata sempre più la tendenza a "far finta di essere sani" (come dice il titolo di una famosa canzone di Giorgio Gaber, del 1973) che ha avuto come effetto principale la negazione dell'alienazione e dell'incomunicabilità.

A causa di tale tendenza, oggi non solo siamo ancora più alienati e incapaci di comunicare rispetto agli anni 70, ma non ce ne rendiamo nemmeno conto o abbiamo paura di ammetterlo perfino a noi stessi. Per questo è sempre più difficile guarire da quei mali.

Leggere vs. ascoltare

Il discorso parlato ci influenza molto più di quello scritto. Infatti, mentre la lettura è un processo percettivo volontario, attivo, l'ascolto è involontario, passivo.

Nella lettura manteniamo il controllo della percezione in quanto scegliamo consapevolmente dove, quando e quanto a lungo guardare nel testo scritto. Al contrario, nell'ascolto siamo disarmati e facilmente influenzabili dall'oratore.

In altre parole, nella lettura siamo noi (e non l'autore del testo) a scegliere su quali parole o frasi soffermarci, e per quanto tempo. Al contrario nell'ascolto è l'oratore che sceglie, mediante le pause, dove dobbiamo soffermarci, e, variando la velocità e l'intensità della voce, quali parti del discorso accentuare, cioè dove attrarre l'attenzione dell'ascoltatore.

Inoltre, l'oratore è in grado, modulando opportunamente il tono della sua voce, di suggerire (si potrebbe anche dire 'suggestionare') particolari connotazioni emotive da associare inconsciamente, involontariamente e automaticamente alle varie parti del discorso.

Sulla comunicazione di sentimenti

 Cosa vogliamo comunicare quando comunichiamo? Idee, sentimenti e/o associazioni tra idee e sentimenti? 

L’appartenenza ad un certo insieme sociale richiede anche la condivisione di sentimenti, o meglio, la condivisione di associazioni idee-sentimenti. Ciò implica esprimere (attraverso messaggi verbali) che certe cose (idee, forme, eventi, fatti, comportamenti ecc.) ci piacciono e altre ci dispiacciono, che certe cose ci fanno arrabbiare e altre ci rasserenano, che certe cose ci attraggono e altre ci repellono,. Questo è un modo di comunicare e di condividere sentimenti.

Per molte persone, la comunicazione “sentimentale” si limita a questo. Altre persone cercano di capire razionalmente e sistemicamente il perché di certi sentimenti, cioè le logiche che li suscitano, vale a dire: perché certe cose ci piacciono e altre ci dispiacciono. Io appartengo a questa seconda categoria.

Attenzione selettiva

Quando ascoltiamo o leggiamo un messaggio, un articolo o una pagina di un libro, ciò che prendiamo in considerazione sono solo le parti che ci interessano, che non ci annoiano, che hanno un significato per noi, che rispondono alle nostre domande, che sono coerenti con la nostra visione del mondo, ovvero con la nostra mappa della realtà, e le parti che ci allarmano in quanto le percepiamo come una minaccia alla nostra integrità psichica e alla nostra dignità sociale.

Tutto il resto viene automaticamente filtrato e non memorizzato dal nostro cervello, nemmeno per un breve tempo, come se non esistesse. Questo vale anche per le eventuali domande presenti in un messaggio, che possono essere semplicemente ignorate, o ad esse viene risposto in modo non pertinente o evasivo.

Perciò, quando diciamo o scriviamo qualcosa a qualcuno, non illudiamoci che tutto ciò che diciamo o scriviamo verrà preso in considerazione. Alcuni psicologi chiamano questo fenomeno "attenzione selettiva".

Sulla parola e il linguaggio

Il linguaggio è un repertorio di parole e frasi, ovvero di espressioni verbali interconnesse. Queste hanno dei significati. Il significato di una espressione verbale è ciò che essa evoca, ovvero ciò che essa richiama in senso cognitivo ed emotivo. In altre parole, la parola è uno stimolo e il significato è la relativa risposta in senso pavloviano.

Quando ascoltiamo un discorso o seguiamo un pensiero, nella nostra mente vengono evocate una serie di immagini, di cognizioni e di sentimenti. Il problema è che le risposte agli stimoli verbali sono più o meno diverse da persona a persona. Tuttavia spesso ci illudiamo che siano uguali, e ci meravigliamo quando ci rendiamo conto che una persona dà ad una certa espressione verbale un significato diverso da quello che gli diamo noi.

È così che si formano gruppi sociali caratterizzati anche da una sufficiente omogeneità di significati dati alle parole, ovvero da comuni vocabolari cognitivi ed emotivi.

Pertanto ritengo utile e interessante indagare le differenze di significati che persone diverse danno alle stesse espressioni verbali, anche ai fini di una migliore comprensione reciproca.

Siamo tutti autori, editori, giornalisti e pubbicitari

Oggi viviamo in una cultura dove esiste un eccesso di informazione disintermediata, dispersa, di diverso tipo e di diverso valore; spesso le informazioni “migliori” sono le meno pubblicizzate e le più nascoste in quanto non sono promosse da costose campagne di marketing.

Per questo è molto importante, anzi, essenziale, la pubblicità che ognuno di noi può fare presso i propri amici e conoscenti, specialmente nei social network come, ad esempio, quello che sto usando in questo momento.

C’è una cosa molto semplice che ognuno di noi può fare gratuitamente e senza grande dispendio di tempo: parlare con i propri amici e conoscenti, dei nostri autori preferiti, dei nostri “maestri di pensiero”, spiegando il motivo per cui speriamo che il loro pensiero sia preso in considerazione del maggior numero possibile di persone.

Forse qualcuno di chi ci legge sarà incuriosito e si informerà su qualcuno degli autori raccomandati. Oggi, grazie a internet, siamo tutti autori, editori, giornalisti e pubblicitari a costo zero e senza bisogno di licenza, e ognuno di noi può raggiungere un numero teoricamente illimitato di persone.

Broadcast vs. on demand

Da un punto di vista psicologico, c’è una differenza importante tra le informazioni irradiate (broadcast) da una fonte e quelle che la fonte fornisce su richiesta individuale (on demand).

Infatti, chi chiede un’informazione scelta arbitrariamente e in un momento scelto arbitrariamente non sa quante altre persone l’hanno chiesta o la chiederanno. Diversamente, è possibile conoscere la percentuale media di share delle varie emittenti e dei vari programmi TV più noti.

In altre parole, può essere difficile se non impossibile sapere quanto un’informazione ottenuta su richiesta sia stata o sarà condivisa con altri, e sappiamo quanto sia importante per gli esseri umani la condivisione delle informazioni.

Infatti, la condivisione della cultura (che è un insieme di informazioni strutturate e proposte come modelli di pensiero e di comportamento) è indispensabile per la cooperazione sociale.

Inoltre, l’informazione irradiata consente una condivisione simultanea, sincronizzata di certe informazioni, cosa che costituisce un implicito rituale di condivisione culturale, con tutte le conseguenze sentimentali del caso.

Per esempio, consideriamo la differenza tra vedere in diretta TV una partita di calcio, e vederla in differita su richiesta. L’effetto emotivo è molto diverso.

Cosa possiamo fare per migliorare la società?

Io credo che affinché la società migliori è necessario che aumenti il numero delle persone che desiderano cambiare la società in meglio. Questo numero è ancora molto basso, si tratta di una piccola minoranza, mentre la maggioranza cerca di adattarsi alla società così com'è ed è in tal senso conservatrice.

Il progresso c'è comunque, ed è dovuto a quella minoranza, ma è molto lento. E allora a mio avviso ci sono due cose che ognuno di noi può fare per migliorare la società.

La prima è comportarsi in modo responsabile, rispettoso degli altri e dell'ambiente naturale, preoccupandosi delle conseguenze del nostro stile di vita per le generazioni future a livello planetario.

La seconda è cercare di indurre la maggioranza conformista e conservatrice a fare altrettanto, contribuendo a trasmettere agli atri una cultura progressista umanista, con tutti i mezzi a propria disposizione, tra cui la pubblicazione di testi propri e altrui, e la pubblicità a ciò che di meglio offre il nostro patrimonio culturale. Infatti, oggi, grazie a internet, ognuno di noi è anche un editore,  dato che ognuno può pubblicare ciò che vuole a costo zero.

Insomma, non dovremmo limitarci a comportarci "bene", ma dovremmo "disturbare" con tutti i mezzi possibili chi non si comporta abbastanza "bene",  cioè chi si disinteressa del bene comune attuale e futuro pensando solo ai propri interessi immediati e diretti.

I nomi e le cose, la mappa e il territorio

L'uomo sembra essere l'unico animale capace di dare nomi alle cose e di usare quei nomi per evocare, pensare e trasmettere ad altri idee delle (e sulle) cose nominate, e di applicare ad essi ragionamenti più o meno logici.

Questa capacità rende l'uomo l'animale più potente ma anche il più pericoloso per se stesso, per gli altri e per l'ambiente naturale, data l'imprecisa e a volte falsa corrispondenza tra i nomi e le cose nominate, col risultato di costruire spesso realtà nominali molto diverse da quelle reali, e di scambiare le une con le altre.

Come diceva Alfred Korzybski, la mappa non è il territorio. Questa affermazione è apparentemente ovvia e banale, ma si rivela necessaria dato che la maggior parte della gente è inconsapevole dei propri processi mentali, in cui le due cose tendono a confondersi, e ignorano il fatto che una mappa non può rappresentare che una piccolissima parte della complessità di un territorio. Una mappa, o un nome, sono infatti generalizzazioni e semplificazioni di entità complesse, e passare dalla cosa al nome, o dal territorio alla mappa, significa ignorare, consciamente o inconsciamente, una infinità di aspetti e dettagli.

La razionalità dell'uomo, risultante dalla sua capacità di nominare le cose, è pericolosa perché orienta il nostro comportamento sostituendo istinti naturali di provata efficacia ed efficienza con costrutti culturali molto variabili, non ereditabili geneticamente, la cui utilità per la sopravvivenza e la soddisfazione dei bisogni è tutt'altro che certa.

Livelli logici nelle interazioni

Quando si pensa o si interagisce con enti esterni, lo si può fare a diversi livelli logici, ovvero di astrazione.

Il primo livello, quello più basso, riguarda l’effettiva soddisfazione di un bisogno o il tentativo di soddisfarlo, ovvero uno scambio concreto di energie, informazioni, oggetti, beni o sostanze, come, ad esempio, in un rapporto sessuale, di accudimento, in un servizio, un baratto o un'azione violenta.

Il secondo livello riguarda una prima astrazione dell’interazione con un certo interlocutore, ovvero una discussione sulle possibili transazioni, che può comportare la negoziazione di una particolare interazione.

Il terzo livello riguarda la relazione continuativa con una certa persona o entità, ovvero una tipologia di interazioni possibili con essa e il loro svolgimento nel tempo e nello spazio.

Il quarto livello riguarda una tipologia di relazioni con qualunque cosa, persona o entità concreta o astratta nell'universo, a qualunque livello di astrazione.

Ogni umano è caratterizzato dal livello logico massimo a cui è in grado di pensare e interagire. Tale livello può cambiare con l'educazione, l'esercizio della filosofia e le esperienze.

Quando si dialoga, è importante che gli interlocutori comunichino allo stesso livello logico, altrimenti è difficile che si comprendano.

Credo che questa riflessione, ispiratami dalla lettura di Gregory Bateson ("tipi logici", "livelli di apprendimento" ecc.), appartenga, ovvero pertenga, al quarto livello logico.

Perché l'anello al naso?

Sto volando verso Monaco. Nel sedile davanti al mio, una ragazza, probabilmente italiana, con un anello al naso. Perché quell'anello? Cosa vuole significare? Tento una risposta usando il paradigma "quadrilatero" di F. Schulz von Thun.

  • fatti: nessuna rivelazione o descrizione di fatti;

  • auto-rivelazione: la ragazza vuole far sapere a chi la osserva qualcosa sulle sue appartenenze, la sua ideologia, la sua etica, i suoi gusti, le sue amicizie; vuole affermarsi assertivamente come persona speciale, distinta, dotata di uno speciale carattere;

  • relazione: la ragazza indica i suoi criteri di interazione: cioè lei è disposta a interagire solo con chi rispetta, accetta e non critica il suo piercing, il quale è usato quindi come criterio di discriminazione sociale;

  • appello: la ragazza chiede agli altri che la rispettino, la apprezzino, la accettino, la approvino così com'è, con la sua ideologia, le sue appartenenze, i suoi bisogni, i suoi gusti (anche se stravaganti), i suoi simboli, la sua confusione, la sua ordinaria o straordinaria follia. 

L'anello al naso costituisce dunque al tempo stesso una sfida alle norme sociali e il grido di aiuto di una persona che ha paura della solitudine e del conformismo giudicante, che cerca di sostituire con un conformismo (quello dei portatori di piercing) più tollerante verso le persone come lei, senza accorgersi che in tal modo si pone in posizione giudicante verso coloro che sono disgustati dal piercing, incoerenza che rimuoverà nell'inconscio e che la farà nascostamente soffrire.

    Messaggi dei tatuaggi

    A mio avviso i tatuaggi esprimono messaggi inconsci rivolti agli altri e a se stessi, come, ad esempio, i seguenti:

    Guardami, io esisto e tu non devi ignorarmi. O apprezzi o disprezzi il mio tatuaggio, ma non puoi ignorarlo, non puoi ignorarmi.

    Io non sono uno qualsiasi, io sono speciale, io sono originale perché il mio tatuaggio è unico al mondo.

    Io sono padrone del mio corpo, nessuno può dirmi come deve apparire. Io sono libero da condizionamenti, io sono anticonformista.

    Io sono coraggioso perché il mio tatuaggio è stato molto doloroso ed è irreversibile. Come la mia personalità, non cambierà mai.

    Io appartengo alla comunità dei tatuati, diversa dalla tua, migliore della tua, di cui fanno parte altre persone simili a me, che si tatuano anch'esse.

    Se ti faccio schifo dimostri che sei ignorante, conformista, cattivo.

    Io sono una persona alla moda, tu no; io sono più evoluto di te.

    Il mio tatuaggio è bello, e dimostra il mio buon gusto.

    Questo tatuaggio mi ricorda qualcosa che per me ha grande valore e che non voglio mai dimenticare.

    Il mio tatuaggio racconta una storia, esprime certi ideali. Se non li capisci e non li condividi sei mio nemico, sei ignorante, sei stupido.

    Se capisci il mio tatuaggio e ti piace, sei mio amico e alleato.

    Il mio tatuaggio è un grido di dolore autolesionista, se non lo capisci non hai sentimenti.

    Più è esteso il tatuaggio, più forti sono i messaggi che esso esprime, più sono coraggioso, più attenzione e rispetto io merito, più alta è la mia posizione nella gerarchia dei tatuati.

    Ecc.

    Il succo di un discorso

    Ciò che ci resta, dopo aver udito o letto un certo discorso, è il suo “succo”, cioè la sua “morale” ovvero gli effetti della sua applicazione nella nostra vita, nei nostri sentimenti e nei nostri rapporti con gli altri.

    Infatti un discorso può contenere una teoria che possiamo mettere in pratica con vantaggio, oppure raccontare con vantaggio ad altre persone. Può contenere modelli di comportamento o di pensiero che possiamo seguire o imitare con vantaggio. Può contenere informazioni che è utile sapere per ottenere dei vantaggi o per evitare degli svantaggi. Può contenere risposte alle nostre domande e soluzioni ai nostri problemi. Può avvertirci di un pericolo o di un rischio. 

    Un discorso può darci piacere e/o dolore, pur senza insegnarci alcunché di utile o di vero. Può illuderci, può farci sognare, può stimolare la nostra immaginazione e dirigerla verso rappresentazioni più o meno gradevoli.

    Un discorso può anche contenere inganni, ovvero informazioni false e/o fuorvianti, credere alle quali può essere dannoso per noi o per altre persone.

    Oppure il discorso può contenere informazioni che non hanno per noi alcuna utilità o valore, e che non ci conferiscono alcun vantaggio né piacere, per cui prenderle in considerazione sarebbe solo una perdita di tempo e una fatica inutile.

    Dovremmo dunque chiederci, prima, durante e dopo aver udito o letto un discorso: qual è il suo succo? Quanto è gradevole o sgradevole? Quanto è salubre o nocivo? Cosa può cambiare nella mia vita e nei miei rapporti con gli altri?

    Significato sociale dei gesti

    In qualunque atto (transazione, comunicazione, gesto ecc.) tra due o più persone, c’è una componente sociale, nel senso che all’atto è attribuito (dall’agente e/o dal subente) un “significato sociale” implicito o esplicito dal quale derivano certi comportamenti delle persone coinvolte.

    Seguono alcuni esempi di possibili significati di “atto sociale”:

    • tra di noi c’è un certo rapporto gerarchico (politico, didattico, intellettuale,etico, estetico)

    • ti considero mio pari, mio superiore o mio inferiore

    • vorrei cambiare a mio favore il nostro attuale rapporto gerarchico

    • noi apparteniamo alla stessa comunità, gruppo, organizzazione, categoria sociale, tifoseria ecc.

    • noi rispettiamo le stesse regole logiche, etiche o estetiche

    • noi crediamo nelle stesse narrazioni o nella stessa religione

    • noi condividiamo la stessa ideologia politica, riconosciamo e rispettiamo le stesse autorità politiche

    • noi siamo in una relazione simbiotica, cooperativa o erotica

    • noi siamo amici o alleati

    • noi siamo legati da una relazione di reciproca solidarietà

    • io vorrei interagire con te

    • io vorrei giocare con te

    • io non voglio interagire con te

    • noi siamo nemici, siamo in guerra

    • tu devi fare ciò che io desidero, altrimenti ti punisco

    • tu devi sparire dalla mia vista, altrimenti ti distruggo

    • questo territorio, oggetto o persona appartiene a me e non a te

    • ora vorrei stare in solitudine

    • ora vorrei stare in compagnia

    • vorrei ricevere attenzione

    • mi aspetto più di quanto ho ottenuto

    • ecc.


    "Riflessioni conviviali": conversazioni online sulla vita, sulla società e sulla natura umana

    Mi piacerebbe organizzare delle conversazioni online tra persone qualsiasi, anche tra loro sconosciute, allo scopo di offrire un ambiente di condivisione e di discussione costruttiva di idee. Che ne pensate? Vi interesserebbe partecipare?

    Segue una bozza di regolamento degli incontri. Benvenuti i vostri commenti e suggerimenti.

    Possono partecipare tutti coloro che desiderano presentare e mettere in discussione interattivamente le proprie idee, opinioni, riflessioni e domande.

    Non sono richiesti titoli di studio né competenze particolari, ma solo il desiderio di condividere, arricchire e migliorare le proprie conoscenze sulla natura umana in un ambiente sociale dove fare domande è più importante che dare risposte.

    Gli incontri sono condotti da un moderatore che incoraggia ogni partecipante a esprimersi, fa in modo che nessuno parli troppo a lungo,  interrompe le dispute sterili e blocca ogni commento offensivo o svalutativo nei confronti di qualcuno dei presenti.

    All'inizio di ogni incontro si sceglie a maggioranza il tema della conversazione. Dopodiché ognuno può esprimere le sue idee sul tema scelto, con interventi di durata non superiore a quattro minuti. Il moderatore dà la parola a chi l'ha chiesta, secondo l'ordine delle prenotazioni, dando la precedenza a chi non ha già parlato.

    Non sono ammesse critiche rivolte alle persone degli interlocutori. Qualsiasi discussione deve riguardare le idee, non la qualità, il carattere  o le intenzioni di chi le esprime.

    Gli incontri hanno una cadenza settimanale e una durata di circa due ore.

    Numero di partecipanti: minimo tre, massimo dieci.

    Piattaforma di comunicazione: Skype o Google Meet.

    Non esitate a contattarmi mediante la pagina https://blog.cancellieri.org/contatto/ per segnalarmi il vostro interesse a partecipare a qualche incontro, precisando i giorni e le ore in cui sareste disponibili.

    Il processo interattivo umano

    L'interazione tra due umani è un complesso processo in cui vengono prese diverse decisioni basate su logiche e algoritmi automatici, simultaneamente e per lo più inconsciamente e involontariamente.

    Suppongo che tali logiche e algoritmi adempiano molte funzioni tra cui:

    • auto-classificazione e classificazione dell'interattore, ovvero identificazione di appartenenze a comunità, gruppi, tipi e categorie caratterizzate da proprietà particolari

    • valutazione e confronto delle capacità / incapacità e potenzialità proprie e dell'interattore

    • analisi dei possibili modelli culturali di interazione applicabili

    • sondaggi conoscitivi, interviste, monitoraggio del comportamento dell'interattore e analisi del feedback per individuare e valutare possibilità di  manovra

    • analisi dei possibili vantaggi, svantaggi, benefici, inconvenienti e rischi dell'interazione, tra cui valutazione del parere, approvazione, disapprovazione, consenso o divieto da parte di terzi

    • recriminazioni e accuse di non rispetto di regole condivise

    • ritualizzazioni di appartenenze comuni

    • giochi 

    • scherzi e umorismo

    • definizione e assegnazione di ruoli

    • assegnazione di posizioni gerarchiche (politiche, economiche, intellettuali, morali ecc.), sfide, proteste

    • asservimento, dominazione, sfruttamento

    • servizio, sottomissione

    • guida, leadership, insegnamento, direzione

    • apprendistato, sequela, esecuzione di ordini

    • dichiarazioni di obiettivi, intenzioni, domanda e offerta

    • espressione di richieste e pretese di beni, informazioni, servizi, obblighi e divieti

    • negoziazione esplicita o implicita di possibili transazioni, relazioni e protocolli di interazione

    • ecc.


    Il processo è basato sulle mappe cognitivo-emotive degli interattori, usate per dare significato e valore alle transazioni avvenute e a quelle ipotetiche.


    Di cosa parlare e di cosa non parlare

    Con ciascuna persona che incontriamo dobbiamo decidere di cosa è opportuno e di cosa è inopportuno parlare.

    Tale decisione è importante sia perché ciò di cui parliamo potrebbe annoiare, offendere o mettere a disagio il nostro interlocutore, sia perché potrebbe rivelare aspetti della nostra personalità e della nostra storia che potrebbero dar luogo ad un giudizio negativo sulla nostra persona.

    Purtroppo (o per fortuna) non si può non comunicare, per cui è molto difficile nascondere le proprie opinioni, intenzioni, e soprattutto le proprie emozioni, verso una persona che è di fronte a noi.

    Quando si hanno opinioni ed emozioni che non è opportuno rivelare all’interlocutore, la soluzione più semplice sarebbe quella di tacere, di non fare gesti e di immobilizzare i muscoli della nostra faccia affinché non tradiscano cosa pensiamo e sentiamo per l’altro. Ma anche il silenzio, l’immobilità, la rigidità, l’esitazione, comunicano qualcosa. Comunicano un disagio e la paura di aprirsi e di rivelare una verità, col risultato di inquietare l’interlocutore e di farlo sentire non gradito e temuto.

    Escludendo l’opzione del silenzio e dell’immobilità, non ci resta che sforzarci di “trovare” gradevole e rassicurante la persona che si trova di fronte a noi. Intendo dire che dovremmo praticare una sorta di autoipnosi allo scopo di concentrarci sugli aspetti positivi dell’interlocutore e di ignorare o minimizzare quelli che consideriamo, consciamente o inconsciamente, negativi, cioè sgradevoli e/o spregevoli.

    Soprattutto occorre evitare ogni giudizio morale o intellettuale non lusinghiero!

    In conclusione, è opportuno fingere, o immaginare, di gradire l’interlocutore, ignorando o minimizzando ciò che di lui non ci piace. Insomma, recitare la parte dell’amico o del simpatizzante. Bravo chi ci riesce, io no.

    Perché e come comunicare

    (Mia comunicazione al gruppo WhatsApp "Caffè filosofico)

    Da qualche giorno non intervengo nelle diverse discussioni in questo gruppo, tuttavia le seguo, e mi chiedo perché le persone dicono ciò che dicono, e rispondono come rispondono a ciò che dicono gli interlocutori. In altre parole, mi chiedo perché comunichiamo, e perché lo facciamo come lo facciamo. Con la parola “perché” io intendo sia la causa, sia il fine, che insieme costituiscono ciò che possiamo chiamare la “motivazione”.

    Ebbene, io credo che comunichiamo soprattutto per stabilire o confermare delle relazioni sociali, e una relazione sociale implica la condivisione di qualcosa di materiale o di immateriale, come potrebbe essere il fatto di avere comuni pensieri, comuni sentimenti o gusti, o comuni obiettivi.

    Quando uno dice: “questa cosa mi è piaciuta”, spera che piaccia anche ai suoi interlocutori, che anche loro la trovino importante come lui la trova, e se questo non avviene prova un certo sconforto, un senso di solitudine, che nel peggiore dei casi, quando la non condivisione è sistematica, è un senso di disperazione.

    E allora mi chiedo, noi che facciamo parte di questo gruppo “virtuale”, cosa abbiamo in comune? Cosa condividiamo?

    E mi chiedo anche se un gruppo come questo, debba servire solo a condividere idee e sentimenti, o anche ad altro, come, ad esempio,  a crescere insieme, a imparare non tanto l’uno dall’altro (come chi meno sa impara da chi più sa), ma attraverso la discussione creativa, dove i dialoganti apprendono grazie ad una interazione stimolante per entrambi, dove ciò che viene appreso è maggiore della somma di ciò che i dialoganti sapevano prima di dialogare.

    Vi invito perciò a riflettere e ad esprimervi, su quanto ho appena scritto, e a comunicare tra noi in modo più creativo. Intendo dire di non limitarci a dire ciò che pensiamo, che ci piace o che speriamo, ma a fare domande, a sollevare problemi, nella speranza che le  risposte altrui possano illuminarci  e stimolarci a trovare noi stessi le risposte (o ad avvicinarci ad esse) , senza prendere necessariamente per buone quelle che gli altri ci danno.

    In tal senso vi ripropongo “il gioco delle domande” in forma più o meno rigida.

    Crescere insieme, imparare insieme, credo che sia il fine più alto che possiamo proporci, e questo può avvenire solo affrontando insieme certi problemi e cercando insieme le risposte alle domande importanti della vita, presumendo di non conoscere già le risposte stesse o di conoscerle in modo insufficiente.

    Tipi di dialogo

    Perché due persone che dialogano lo fanno? Quali sono le possibili motivazioni di un dialogo? Quali le sue possibili forme? Quali i suoi possibili effetti?

    Il dialogo è una comunicazione, ovvero una interazione simbolica, tra due o più persone, in cui vengono scambiati messaggi.

    Ci sono due tipi fondamentali di dialogo: quello rituale e quello utilitario. Il dialogo rituale ha essenzialmente lo scopo di confermare l'appartenenza ad uno stesso "insieme" sociale, e serve soprattutto ad evitare l'angoscia della solitudine. Il contenuto dei messaggi in una comunicazione rituale non ha molta importanza, l'importante è l'atto dello scambio. Tuttavia i messaggi possono avere un valore estetico ed essere più o meno apprezzati in tal senso. Infatti ogni messaggio evoca qualche idea o immagine, che può essere più o meno gradevole e stimolante.

    Il dialogo utilitario, invece,  può servire a diversi scopi "pragmatici" come ad esempio:

    • Apprendere o insegnare qualche nozione o informazione riguardante l'interlocutore o enti terzi

    • Affrontare insieme un problema, cercare insieme una soluzione

    • Ottenere un bene o servizio dall'interlocutore

    • Affermare, confermare o cambiare una differenza di status tra gli interlocutori

    • Affermare, confermare o cambiare dei ruoli nella relazione tra gli interlocutori

    • Ecc.

    Un dialogo può contribuire a cambiare la mente di uno o di entrambi gli interlocutori, in termini sia di struttura, sia di contenuti cognitivi, emotivi e motivazionali.

    A tal proposito un dialogo può essere valutato come più o meno utile nella misura in cui produce dei cambiamenti utili nelle menti degli interlocutori.

    A tal proposito, un dialogo può essere più o meno psicoterapeutico.

    Per concludere, un dialogo può essere allo stesso tempo rituale e utilitario, e avere più di uno scopo. Può essere utile, per migliorare la qualità di un dialogo e per renderlo più produttivo, chiedersi a quali tipi esso appartiene, e quali motivazioni si cerca di soddisfare mediante esso.

    Grammatica e pragmatica dell'interazione umana

    Tra due “enti” (per “ente” intendo un essere vivente o altro sistema) possono avvenire trasmissioni di “pacchetti” classificabili come “richieste”, “risposte”, “proposte” e “dichiarazioni”.

    Per “pacchetto” intendo un messaggio, un oggetto, una combinazione di energie, un servizio e/o un impegno a fare certe cose o a partecipare a certe relazioni.

    Pertanto un “pacchetto” trasmesso da un ente A ad un ente B costituisce, o significa, una richiesta, una proposta, una risposta ad una richiesta o ad una proposta, una dichiarazione, o combinazioni di tali cose.

    Per “richiesta” intendo l’espressione (cioè manifestazione) del desiderio, del bisogno o della volontà, da parte di un ente, di ottenere una certa “cosa” da un altro ente. La cosa richiesta può essere un’informazione, un oggetto, un servizio e/o un impegno a fare certe cose o a partecipare a certe relazioni. Una richiesta può presupporre una certa relazione di sottomissione tra i due enti, per cui uno dei due è implicitamente obbligato a soddisfare le richieste dell’altro, ovvero ad obbedire all’altro.

    Per “proposta” s’intende l’espressione (cioè manifestazione) di una ipotesi di patto in cui si offre un certo pacchetto in cambio di un certo altro pacchetto. Se la risposta ad una proposta è positiva (cioè se la proposta viene accettata), le trasmissioni o le relazioni ipotetiche proposte possono (o devono) essere attuate effettivamente.

    Per “risposta” s’intende un pacchetto che dovrebbe soddisfare o respingere una “richiesta”, oppure esprimere l’accettazione o il rifiuto di una “proposta”. 

    Per “dichiarazione” (o “auto-dichiarazione”) intendo un pacchetto in cui si fa una certa affermazione (ad esempio: “X è buono” o “Y è causato da Z”  o “io sono tuo amico” o “io appartengo alla stessa comunità a cui tu appartieni”). Le dichiarazioni costituiscono anche richieste particolari in quanto chiedono all’interlocutore di “riconoscere” la verità della dichiarazione. Intendo dire che normalmente una dichiarazione è implicitamente seguita dalla domanda “sei d’accordo con quanto ho dichiarato?”. Oppure la dichiarazione è seguita implicitamente dalla richiesta “ti chiedo (o ti ordino) di credere in ciò che ho dichiarato”.

    Una dichiarazione può costituire anche la risposta ad una domanda precedentemente espressa o inespressa. Ad esempio, se uno “dichiara” che “il cielo è azzurro”, tale dichiarazione costituisce la risposta alla domanda: “di che colore è il cielo?”. Se la dichiarazione risponde ad una domanda che l’interlocutore non ha fatto e che non gli interessa fare, si potrebbe dire che si tratta di una dichiarazione “inutile” o “noiosa”.

    La vita sociale consiste nella continua trasmissione e ricezione di “pacchetti” interpersonali (richieste, proposte, risposte, dichiarazioni) tra individui, ognuno dei quali decide (consciamente o inconsciamente) cosa chiedere agli altri e come rispondere alle richieste, proposte o dichiarazioni altrui.

    Allo scopo di gestire le interazioni sociali nel modo più soddisfacente per le persone coinvolte, conviene che ciascuna di esse si faccia delle domande (o le faccia ai suoi interlocutori) mirate a qualificare e decifrare correttamente i “pacchetti” ricevuti.

    In particolare è importante capire:

    • se un pacchetto costituisce una richiesta, una risposta, una proposta o una dichiarazione

    • quale sia l’oggetto della richiesta o della proposta

    • in caso di dichiarazione, il motivo, ovvero qual’è la domanda implicita a cui risponde e quale la domanda implicita che pone

    • quanto la risposta soddisfa la richiesta a cui si riferisce

    • la relazione tra i due enti coinvolti sottintesa o implicita nel pacchetto trasmesso

    • in caso di proposta: quali siano i termini esatti del patto, ovvero cosa il proponente offre e cosa chiede in cambio, ovvero il tipo di relazione che il proponente cerca di stabilire

    • ecc.


    Dialogo: significato, e requisiti di una buona conversazione

    (Introduzione al caffè filosofico del 12/1/2022 sul tema "Dialogo: significato, e requisiti di una buona conversazione")

    Il vocabolario Treccani ci dà, tra le altre, queste definizioni del termine “dialogo”:

    • Discorso, colloquio fra due o più persone.

    • Per estensione, nel linguaggio politico e giornalistico, incontro tra forze politiche diverse, discussione più o meno concorde o che miri a un’intesa.

    • In senso più ampio, discussione aperta, di persone disposte a ragionare con spirito democratico.

    • La parte di uno scritto e, più spesso, di un’opera scenica, narrativa, o di un film, in cui sono introdotti a parlare due o più personaggi.

    • Componimento o trattato in cui, invece della forma espositiva o narrativa, è usata la forma dialogica.

    Un dialogo è dunque costituito da uno scambio di messaggi verbali tra due o più persone. Detto ciò, mi sembra utile chiedersi a quali fini due persone si possono scambiare dei messaggi, perché tali fini possono influire sulla qualità, sull’utilità e sull'efficacia del dialogo stesso.

    Tra i possibili fini di un dialogo (dal punto di vista di un dialogante) mi vengono in mente i seguenti (la lista non è esaustiva):

    • porre domande (e ottenere risposte) per soddisfare il desiderio di conoscere cose che non si conoscono su certi temi

    • conoscere l’interlocutore, la sua mentalità, la sua storia, le sue esperienze e il suo modo di ragionare

    • informare l’interlocutore di qualcosa che può essere di suo interesse

    • indurre l’interlocutore a fare qualcosa nell’interesse proprio o altrui, o a cooperare per un interesse comune

    • farsi conoscere dall’interlocutore nella speranza di stabilire con esso una relazione di un certo tipo

    • ottenere dall’interlocutore approvazione per il proprio comportamento (in senso morale e/o intellettuale), o supporto per qualche progetto

    • stabilire una certa relazione con l’interlocutore, basata su certi ruoli e/o certi rapporti gerarchici

    • giungere ad un compromesso con l’interlocutore in caso di conflitto di interessi

    • passare il tempo in modo conviviale, per il piacere di interagire con altri umani

    • trarre piacere dall’uso della logica nel ragionare e nell’argomentare interattivamente (sport mentale)

    • dimostrare di essere più intelligente, più istruito, meglio informato o più autorevole rispetto all’interlocutore

    • ecc.

    In quanto ai requisiti di una buona conversazione, cioè di un buon dialogo, credo che sia soprattutto necessario che ciò che uno dice all’interlocutore sia da questo comprensibile e accettabile, vale a dire che non provochi repulsioni, Infatti una reazione emotiva repulsiva potrebbe rendere il dialogo inutile, anzi controproducente, a meno che uno non voglia essere provocatorio e usare il dialogo stesso per disturbare, umiliare o ferire l’interlocutore. È quindi importante capire cosa potrebbe dispiacere al proprio interlocutore, capacità che corrisponde al concetto di “tatto”. Il tatto non si improvvisa ma richiede un certo grado di sensibilità, una certa esperienza di interazione con persone di diverse personalità e diverse estrazioni sociali, e una certa conoscenza psicologica.

    Per concludere, consiglio due letture che ho trovato utili per imparare a dialogare nel modo più efficace:

    • La "Pragmatica della comunicazione umana", di Paul Watzlawick e colleghi, di cui riporto i "cinque assiomi":

      1. Non si può non comunicare

      2. Nella comunicazione occorre distinguere i contenuti dagli scopi relazionali

      3. La punteggiatura nella comunicazione (cioè dove si pone il punto di inizio di uno scambio problematico) determina la percezione delle strutture di azione-reazione,

      4. La comunicazione può essere analogica (non-verbale) o digitale (verbale)

      5. Nella comunicazione il rapporto può essere simmetrico (le parti si considerano pari) o complementare (una delle parti considera l’altra inferiore o superiore)


    • "Parlare insieme" di Fredeman Schulz von Thun, con le "quattro orecchie" che servono ad estrarre da ogni messaggio i seguenti tipi di informazione:

      1. Enunciazione: di quali fatti sta parlando?

      2. Autorivelazione: cosa vuol dire di sé?

      3. Relazione: come si rapporta verso di me?

      4. Richiesta: cosa mi sta chiedendo?



    Pragmatica dell'interazione umana

    Pragmatica della comunicazione umana è il titolo di un fortunato saggio di Paul Watzlawick, Janet Beavin e Don Jackson (della Scuola di Palo Alto), che analizza con un approccio sistemico la comunicazione tra esseri umani. In questo testo vengono definiti cinque assiomi, ovvero cinque fatti sempre presenti nella comunicazione tra umani:

    1° – È impossibile non comunicare. In qualsiasi tipo di interazione tra persone, anche con un gesto, con un’espressione del viso o con un silenzio, si comunica sempre qualcosa all’interlocutore.

    2° – Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno di relazione (o di contesto), e il secondo determina o influenza il significato del primo, costituendo una metacomunicazione (cioè una comunicazione sulla comunicazione). Per esempio, se due persone sono d’accordo sul fatto che stanno scherzando, i significati e le conseguenze di ciò che dicono sono diversi rispetto a quelli che si avrebbero in una situazione in cui le persone non intendono scherzare.

    3° – La comunicazione tra due persone è strutturata mediante una punteggiatura. Con questo termine s’intende l’individuazione dell’inizio di strutture interattive del tipo domanda e risposta, azione e reazione. E’ un aspetto importante della comunicazione perché una reazione può dar luogo ad un’ulteriore reazione, e causare in tal modo una reazione a catena in cui ci possono essere pareri discordi su chi l’abbia iniziata, specialmente in caso di conflitto o di violenza verbale.

    4° – Le comunicazioni possono essere di due tipi: analogiche (ad esempio immagini, segni, gesti) e digitali (cioè parole). Vale a dire che la comunicazione può essere un misto di espressioni verbali e non verbali, entrambe significative.

    5° – Le comunicazioni possono essere simmetriche, in cui i soggetti che comunicano si pongono su un livello paritario (ad esempio due amici o due studenti), o complementari, in cui gli interlocutori si pongono in posizioni gerarchiche diverse (ad esempio mamma e figlio, insegnante e allievo ecc.).

    Sulle orme di Watzlawick e compagni, Friedemann Schulz von Thun propone un modello della comunicazione umana rappresentato nella figura seguente:



    Il modello di Schulz von Thun, che non sostituisce quello di Watzlawick & c. ma costituisce una sua estensione, si può riassumere dicendo che ogni messaggio contiene quattro significati:

    • Enunciazione: quali sono i fatti che l’emittente vuole comunicare al ricevente?

    • Autorivelazione: cosa l’emittente vuole dire di sé al ricevente?

    • Richiesta: cosa l’emittente sta chiedendo al ricevente?

    • Relazione: in quale relazione l’emittente assume di trovarsi con il ricevente?

    Entrambi i modelli sono utili per analizzare e risolvere i problemi di comunicazione tra individui e per migliorare la qualità, ovvero l’efficacia, della comunicazione stessa.

    Comunicazione vs. interazione

    La comunicazione è un sottoinsieme dell’interazione, nel senso che nell’interazione tra due persone ci possono essere, oltre alla comunicazione (intesa come scambio di informazioni) anche transazioni di altro genere, come le seguenti.

    • trasferimento di oggetti, beni, denaro ecc.

    • trasferimento di energia (carezze, sostegno fisico, protezione, atti sessuali ecc.)

    • erogazione di servizi (gratuiti o dietro compenso)

    • esercizio di violenza (costrizioni, percosse, ferimento, uccisione ecc.)

    Per questo motivo il titolo di questo capitolo è “Pragmatica dell’interazione umana”, pur rievocando per somiglianza quello di “Pragmatica della comunicazione umana” di Watzlawick & c. ha una portata più ampia.

    Va comunque detto che anche una transazione non informativa può costituire una comunicazione (ovvero una transazione informativa) se la parte emittente e/o quella ricevente associano ad essa un significato comunicabile.

    Scopo dell’interazione umana

    Quali sono i motivi per cui gli esseri umani interagiscono? La domanda è più impegnativa di quanto possa sembrare, perché per rispondervi occorre fare appello alla conoscenza generale della natura umana.

    Coerentemente con l’idea centrale del mio libro "Psicologia dei bisogni", la prima risposta che mi viene in mente a tale domanda è che gli umani interagiscono per (cercare di) soddisfare i bisogni propri e/o quelli altrui, dal momento che senza un’interazione sociale sarebbe praticamente impossibile soddisfarli.

    In altre parole, l’interdipendenza umana determina un bisogno di interazione che si accompagna al bisogno di comunità di cui abbiamo già parlato. Infatti, far parte di una comunità implica la necessità di interagire in certi modi con un certo numero di suoi membri.

    Qualcuno potrebbe obiettare che gli esseri umani non interagiscono solo per soddisfare i loro bisogni, ma anche per altri motivi, per esempio, per piacere, per divertimento o per soddisfare un’ingiunzione religiosa.

    A tale obiezione io rispondo che il piacere e il divertimento, come pure l’obbedienza ad ingiunzioni religiose, costituiscono dei bisogni in sé, oppure mezzi per soddisfare bisogni di ordine superiore.

    Resto dunque dell’idea che tutto ciò che l’uomo fa (e in particolare l’interagire con i suoi simili) lo faccia per soddisfare dei bisogni propri e/o altrui, laddove soddisfare i bisogni altrui è un mezzo per soddisfare anche i propri. Infatti l’uomo ha bisogno di soddisfare i bisogni altrui, perché se non lo facesse non potrebbe soddisfare i propri, perché in tal caso non otterrebbe facilmente la cooperazione da parte degli altri.

    Sulla base del principio sopra esposto, vediamo in quali modi una persona può soddisfare i bisogni propri e quelli altrui attraverso l’interazione. Cerchiamo, cioè, di definire gli aspetti fondamentali di una pragmatica dell’interazione umana.

    Negoziazione e cooperazione

    Io suppongo che l’interazione umana serva essenzialmente a negoziare, preparare o esercitare una cooperazione. Divido pertanto l’interazione in due fasi:

    • fase di negoziazione (o preparazione)

    • fase di cooperazione

    La negoziazione consiste sostanzialmente nel comunicare all’interlocutore:

    • ciò che si sta cercando, ovvero ciò di cui si ha bisogno o che si desidera

    • ciò che si è disposti a offrire in cambio di una cooperazione mirata alla soddisfazione delle proprie esigenze

    • eventuali condizioni e regole (obblighi, divieti, libertà e limiti) per la cooperazione

    La durata della fase di negoziazione può essere più o meno lunga, anche brevissima (a volte basta un’occhiata per completarla); dipende dall’affinità tra gli interlocutori e dalla compatibilità e corrispondenza delle loro richieste, ovvero dalla misura in cui la domanda dell’uno corrisponde all’offerta dell’altro.

    La negoziazione può richiedere più riprese in cui ognuno adatta le proprie richieste e le proprie offerte in funzione di quelle espresse dal suo interlocutore.

    Nel modello di Schulz von Thun gli elementi della negoziazione sono ben rappresentati negli aspetti “richiesta”, “autorivelazione” e “relazione” del messaggio. Va tuttavia detto che tali aspetti sono normalmente quasi nascosti nel messaggio, per cui per comprenderli occorre avere un certo grado di empatia e di competenza sociale.

    Succede infatti quasi sempre che la fase di negoziazione sia più o meno criptica, cioè non esplicita, non chiara, né diretta, né franca, come se ognuna delle parti volesse essere pronta a ritirare le proprie proposte e richieste, perfino a negarle, nel caso in cui abbia la sensazione che l’altra parte non sia disposta ad accettarle. C’è infatti spesso una paura di essere rifiutati, come se il rifiuto di una propria proposta corrispondesse ad un abbassamento di status o di dignità sociale.

    Chi comanda qui?

    Un aspetto cruciale dell’interazione, sia in fase di negoziazione che in fase di cooperazione, è la definizione del rapporto gerarchico tra gli interattori, ovvero la risposta alla domanda “chi comanda qui?” Sia la domanda che la risposta sono politicamente scorrette nella nostra cultura, per cui esse sono normalmente rimosse nell’inconscio o nell’ipocrisia cosciente. Tuttavia la questione è sempre latente ed emerge in modo acuto ogni volta che c’è un conflitto o disaccordo su cosa fare e non fare, e perfino sulle cose di cui discutere e non discutere.

    Siccome di solito si presume che in caso di disaccordo si debba fare ciò che indica colui che la sa più lunga, cioè colui che è più intelligente e/o più istruito sulla materia oggetto della discussione, e siccome ciascuno vorrebbe avere la meglio, ciascuno cerca di dimostrare di essere più competente dell’altro sulla materia stessa.

    Lo stesso problema c’è in caso di disaccordo sul rispetto delle regole convenute, laddove un partner accusa l’altro di non averle rispettate, e l’accusato afferma il contrario.

    Le dimostrazioni (dirette o indirette, implicite o esplicite) della propria superiorità intellettuale e morale rispetto all’interlocutore sono normalmente affette da autoinganno (di cui parleremo in Autoinganno) per cui ognuno pensa di essere la persona più adatta a stabilire cosa sia meglio fare in caso di disaccordo.

    Alla fine si fa come preferisce la persona meno ragionevole, meno paziente, meno competente o meno intelligente, se l’altra ci tiene a mantenere la relazione di cooperazione e ad evitare che il partner sia scontento o frustrato.

    Cosa determina il successo di un’interazione cooperativa

    Una interazione ha successo quando soddisfa in misura sufficiente alcuni bisogni di entrambi gli interattori, nel senso che per ognuno di essi il bilancio dello scambio è positivo. Vale a dire che il peso dei vantaggi (o dei guadagni) è maggiore di quello degli svantaggi (ovvero dei costi o delle perdite). Sto parlando di vantaggi in senso lato, non limitato agli aspetti economici.

    Affinché il bilancio dell’interazione sia positivo per entrambi i partner, è necessario che le seguenti condizioni siano soddisfatte:

    • ci deve essere una sufficiente corrispondenza e compatibilità tra ciò che ciascuno chiede e ciò che l’interlocutore è disposto ad offrire;

    • ciascun interlocutore deve essere capace di esprimere in modo chiaro e comprensibile le proprie richieste e le proprie disponibilità, e di capire quelle dell’altro;

    • ci deve essere una comune comprensione delle regole e delle condizioni della cooperazione;

    • ci deve essere da parte di entrambi la volontà e l’obbligo morale di rispettare le regole convenute;

    • ci deve essere un reciproco riconoscimento delle rispettive competenze e capacità intellettuali e morali.

    La soddisfazione delle suddette condizioni è tanto più difficile quanto meno esplicita è la negoziazione dell’interazione e la discussione in caso di conflitti. Di conseguenza, conviene resistere alle convenzioni che sconsigliano di essere espliciti e diretti per quanto riguarda l’espressione delle proprie richieste e disponibilità, oltre che delle valutazioni delle capacità proprie e altrui.

    Spero che questo sito possa essere di aiuto per conoscere i propri bisogni in modo tale che possano essere espressi chiaramente a potenziali partner.