Condivido, dunque esisto.
L'arte è un oggetto di condivisione.
Le preferenze non condivise dividono.
Ciò che non si può condividere divide.
Non c'è cooperazione senza condivisione.
L'imitazione è una forma di condivisione.
Internet è un immenso mezzo di condivisione.
Socializzare consiste nel condividere qualcosa.
Ciò che non riusciamo a condividere ci divide.
Una festa è un rituale di condivisione di simboli.
Condividere significa trasformare il mio in nostro.
Chiese, stadi, musei, sono luoghi di condivisione.
Condividere o non condividere? Questo è il dilemma.
Si possono condividere anche delle non condivisioni.
I discorsi umani oscillano tra «anche io» e «io no».
Un'ingiustizia condivisa appare giusta a chi la condivide.
I folli desiderano condividere con altri le proprie follie.
Un pensiero non condivisibile viene inibito dall'autocensura.
Dimmi cosa condividi e cosa non condividi, e ti dirò chi sei.
Non c'è cooperazione, né amicizia, né amore, senza condivisione.
Il bisogno di condividere confligge spesso col bisogno di verità.
Capire un discorso non implica essere d'accordo con il suo contenuto.
Ognuno propone cose da condividere o condivide cose proposte da altri.
Qualunque attività umana, se condivisa, costituisce un rituale sociale.
Ogni idea che non riesco a condividere con altri mi rende solo e strano.
Per l'inconscio è meglio condividere falsità che non condividere nulla.
La maggior parte delle attività umane consiste in rituali di condivisione.
Stanno bene insieme le persone che condividono lo stesso tipo di conformismo.
Una condivisione consiste in una comune appartenenza o in un comune possesso.
Condividiamo ciò che è buono, oppure consideriamo buono ciò che condividiamo?
L’imitazione è una forma di condivisione, ovvero la condivisione di una forma.
La cooperazione tra umani si basa sulla condivisione di modelli di comportamento.
Tutto ciò che ci unisce è buono, non in sé, ma in quanto fattore di condivisione.
Di un oggetto si può desiderare il possesso esclusivo o la condivisione con altri.
Certe condivisioni ne escludono altre, e possono pertanto essere causa di gelosia.
Le cose più facili da condividere sono la stupidità, l'ignoranza e il cattivo gusto.
In un gioco, i giocatori condividono il campo, le regole e lo scopo del gioco stesso.
Considera una persona e chiediti: cosa condivide? Con chi? Cosa non condivide? Con chi?
Chi rende pubbliche le proprie idee deve aspettarsi l'ostilità di chi non le condivide.
L'uomo tende a combattere, a disprezzare, o a ignorare tutto ciò che non può condividere.
L'uomo non ha bisogno di verità, ma di condivisione di narrazioni, vere o false che siano.
Una cooperazione presuppone un'approvazione reciproca e modelli di comportamento condivisi.
La condivisione è un processo dinamico. Se non viene rinnovata periodicamente, si esaurisce.
Si discute per condivdere idee già condivise o per difendere o combattere idee non condivise.
A volte sento il bisogno di uscire di casa per condividere qualcosa con qualcuno. Non importa cosa.
Anche una cosa senza senso, se viene condivisa, acquista un senso in quanto fattore di coesione sociale.
Gli umani desiderano condividere molte cose, ma confliggono tra loro su cosa, come e quando condividere.
Quasi tutto ciò che facciamo è cercare di condividere qualcosa (di materiale o di immateriale) con altri.
Ciò che più importa per noi umani è, dopo la salute fisica, ciò che possiamo condividere con altri umani.
La solitudine è il risultato dell'impossibilità, o della non volontà, di condividere cose con altre persone.
Per appartenere a un certo gruppo è necessario condividere certe cose con gli altri membri del gruppo stesso.
Anche la televisione rientra nella categoria dei social media, sebbene sia un medium sociale non interattivo.
Due persone sono unite nella misura in cui condividono certe gerarchie etiche, estetiche, logiche e politiche.
Affinché due persone possano cooperare, esse devono condividere, almeno in parte, una certa visione del mondo.
Collezionare e condividere cose buone, belle e utili è un'ottima soluzione contro l'alienazione e l'isolamento.
La condivisione di sentimenti e valutazioni nei confronti di terzi è un importante fattore di coesione sociale.
Qualsiasi cosa, se può essere condivisa con altri, può costituire un mezzo per diminuire la propria solitudine.
L'uomo passa la vita a cercare di condividere cose che può condividere, e a combattere cose che non può condividere.
Il sacro è condiviso tra coloro che lo adorano, e ogni condivisione ha qualcosa di sacro per coloro che la praticano.
Condividere un dolore può lenire il dolore stesso, perché qualunque condivisione non indesiderata è fonte di piacere.
L'azione del condividere ha più valore della cosa condivisa, che può essere anche del tutto inutile o perfino dannosa.
Dire a qualcuno “non condivido ciò che dici” o “non condivido ciò che fai” è una dichiarazione di guerra nei suoi confronti.
Gli umani hanno bisogno di condividere cose, idee, comportamenti. Condividere qualsiasi cosa è meglio che nessuna condivisione.
Una cosa ha un valore individuale se serve a soddisfare i bisogni di un solo individuo, e un valore sociale se viene condivisa.
Ogni essere umano è effettivamente o potenzialmente in relazione con ogni altro secondo regole d'interazione più o meno condivise.
Ognuno vorrebbe che gli altri condividano le proprie idee, i propri valori, i propri sentimenti, i propri gusti e i propri progetti.
Una cosa tutti abbiamo in comune è il bisogno di avere cose in comune. Purtroppo spesso non siamo d'accordo su cosa avere in comune.
La simpatia di una persona dipende molto dalla sua apparente disponibilità a condividere il maggior numero di cose con l'osservatore.
Abbiamo bisogno di condividere idoli con i nostri simili, idoli sacri (divinità religiose) e profani (artisti, filosofi e condottieri).
I gusti non sono solo gusti, ma anche chiese in cui si ritrovano quelli che hanno gusti simili e si proteggono dagli altri.
Mi fa piacere che qualcuno usi qualcosa che io ho prodotto, protetto o riprodotto. Mi fa sentire degno di appartenere alla società umana.
L'uomo tende naturalmente a disapprovare e a disprezzare, consciamente o inconsciamente, chi non condivide i suoi gusti o le sue opinioni.
Competizione, disaccordo, non condivisione, non cooperazione, conflitto. Ognuna di queste cose può essere causa e conseguenza delle altre.
Più varie e numerose sono offerte culturali accessibili a tutti, più bassa è la probabilità che due persone condividano una delle offerte.
Ogni forma o espressione culturale è un invito all'imitazione, alla conformazione, alla condivisione, all'interazione secondo certe logiche.
La condivisione di certe credenze e di certe autorità intellettuali, etiche ed estetiche costituisce un importante fattore di coesione sociale.
In una condivisione i ruoli possono essere simmetrici o asimmetrici. Il secondo caso implica una subordinazione del donatore o del beneficiario.
È possibile socializzare con persone di cui non condividiamo gusti, interessi e valori e che non condividono i nostri gusti, interessi e valori?
Ogni espressione umana, compreso tutto ciò che leggo e ciò che scrivo, costituisce una proposta o una testimonianza di condivisione di qualcosa.
La qualità e il successo di una relazione interpersonale dipende da ciò che le persone coinvolte hanno in comune e da ciò che non hanno in comune.
Ogni cosa condivisa implica valori, disvalori, gerarchie, rapporti di forza, diritti, doveri, obblighi, divieti, privilegi e limitazioni di libertà.
La condivisione socialmente più efficace, cioè quella che consente la massima coesione sociale, è quella che ha per oggetto attrazioni e repulsioni.
Regalare qualcosa a qualcuno significa rinunciare ad una proprietà in cambio della condivisione di una storia.
L'appartenenza ad una comunità comporta implicitamente la condivisione della non appartenenza alle comunità ad essa estranee o incompatibili con essa.
Affinché tra due persone vi sia utilità reciproca, ovvero cooperazione, è necessario che esse condividano certe cose, ovvero abbiano interessi comuni.
Credere alle stesse false promesse di felicità è un fattore di coesione sociale, di condivisione, di unione, e in quanto tale è un fattore di felicità.
Ognuno desidera (consciamente o inconsciamente) che gli altri condividano i propri sentimenti, compreso l'amore o l'odio verso certe persone o certe cose.
I valori sono sempre soggettivi e relativi, mai assoluti, né oggettivi. Tuttavia essi possono essere più o meno condivisi tra persone più o meno numerose.
L’uomo preferisce una menzogna condivisa a un dubbio solitario.
Non perché ami l’errore, ma perché ama l’appartenenza.
Per la maggior parte della gente sbagliare insieme è meglio che avere ragione da soli. Questo spiega perché l'umanità si trova ancora in uno stato disastroso.
In fondo, quelli che passano gran parte del tempo nei social media cercano solo di condividere qualcosa, di soddisfare il loro irresistibile bisogno di condivisione.
Condividere una certa cosa, concreta o astratta, con altre persone implica accettare un certo rapporto con la cosa condivisa e con le altre persone che la condividono.
Socializzare implica comuni appartenenze, condivisioni, accordi, collaborazioni, partecipazioni, ritualizzazioni, interazioni, scambi, comuni simpatie e comuni antipatie.
Prendiamo due persone a caso, e chiediamoci: cosa condividono? Cosa non condividono? Dalle risposte a tali domande possiamo prevedere i possibili rapporti tra tali persone.
Un detto popolare afferma che "chi non piscia in compagnia, o fa il ladro o fa la spia". Per l'uomo comune l'affermazione è valida sostituendo a "pisciare" qualunque altro verbo.
Piangere insieme, condividere un lutto è un importante fattore di coesione sociale nelle sciagure. Per questo le cerimonie funebri sono importanti, non per i morti, ma per i vivi.
Lo status può servire a condividere certe cose con certe persone, e, viceversa, condividere certe cose con certe persone può serivre ad accrescere o a confermare il proprio status.
Tra le cose che condividiamo con altri ci sono certe idee sull'intelligenza, la ragionevolezza, la razionalità, la stupidità, la follia; idee che applichiamo anche quando siamo soli.
Suppongo che il grande successo di Facebook sia dovuto al fatto che è uno strumento di condivisione, che promette condivisione, della quale l'Uomo ha un forte e insopprimibile bisogno.
Affinché due persone possano cooperare devono essere soddisfatte almeno le seguenti condizioni: (1) condivisione di valori, (2) condivisione di linguaggio, (3) condivisione di gerarchia.
L'uomo ha un bisogno genetico di condividere con gli altri quante più cose possibile, ed è tanto più felice quante più cose riesce a condividere (o quanto più si illude di condividerle).
Tutte le espressioni culturali (come ad esempio gli articoli dei giornali o le pagine del web) costruiscono proposte di condivisione di cognizioni utilizzabili come mezzi di socializzazione.
Due persone possono condividere o non condividere un'attrazione, un'indifferenza, o una repulsione verso uno stesso oggetto. La condivisione unisce le persone, la non condivisione le divide.
Cosa condividere? Con chi? Come? Quando? Quanto? Cosa non condividere? Perché condividere? Perché non condividere? Condividere o non condividere, questo è il dilemma.
Ognuno vorrebbe che gli altri condividano le proprie preferenze, e considera nemici coloro che non le condividono. La condivisione è segno di amicizia, la non condivisione è segno di inimicizia.
Non c'è solo il copyright (diritto di copia), c'è anche il copyduty, ovvero l'obbligo di copiare, ovvero condividere, idee, comportamenti, gusti, ecc. con altre persone, per non restare isolati.
La condivisione di beni, idee, opinioni, memorie, conoscenze, gusti, preferenze, obiettivi, interessi, poteri, valori, morale, lingua, religione è indispensabile per evitare l'isolamento sociale.
Ogni comportamento socialmente rilevante si può spiegare in termini di bisogno di condivisione e di gestione delle condivisioni e delle non condivisioni, materiali e simboliche con altre persone.
Essere d’accordo è piacevole, essere in disaccordo sgradevole o doloroso. Perciò molti cercano l’accordo indipendentemente dalla qualità delle idee condivise, dalla loro verità, razionalità e utilità.
Le transazioni interpersonali servono a trasmettere beni, servizi e informazioni, piaceri e dolori, a cooperare e a competere, a stabilire condivisioni e non condivisioni, secondo certi modelli culturali.
Per quanto riguarda la conoscenza, l'uomo non ha bisogno di verità ma di approvazione e di condivisione. Infatti per un essere umano è meglio condividere una falsità che non poter condividere una verità.
Per fare parte di un sistema sociale, cioè di un gruppo di umani cooperanti, occorre condividerne in misura sufficiente il linguaggio, le forme, le norme e i valori (in senso cognitivo, etico ed estetico).
Ogni rito richiede l’adattamento del livello d’intelligenza individuale al livello medio dei partecipanti al rito stesso. In altre parole, ogni rito consiste nella condivisione di un'intelligenza limitata.
Tanto maggiore è la sapienza di una persona, tanto minore è il numero di persone con cui essa può condividere la sua visione del mondo. Perché Il più sapiente vede cose che il meno sapiente non può vedere.
Ogni condivisione materiale comporta una o più condivisioni simboliche. Vale a dire che il fatto di condividere qualcosa di materiale implica certe relazioni sociali tra gli attori della condivisione stessa.
La vita di un essere umano è contrassegnata da dilemmi. Uno di essi, forse il più importante, che si presenta continuamente, ad ogni proposta di condivisione che incontriamo è “condividere o non condividere”?
Noi umani abbiamo bisogno di cooperare, e per poter cooperare è necessario che condividiamo certe cose. Perciò abbiamo bisogno, periodicamente, di riunirci per praticare condivisioni utili alla nostra cooperazione.
Un rapporto sessuale consiste nella reciproca condivisione di due corpi: ogni corpo condivide se stesso con l'altro, e usa l'altro come se gli appartenesse. In tal modo ogni corpo soddisfa i propri bisogni sessuali.
Affinché due persone possano interagire cooperativamente, è indispensabile che esse condividano certe cognizioni, certi valori, certi obiettivi, un certo vocabolario, certe risorse, un certo spazio e un certo tempo.
L'uomo ha bisogno di certezze perché ha bisogno di condividere saperi, e le incertezze non si possono condividere. Perciò per l'inconscio è meglio avere false certezze condivisibili che sincere incertezze non condivisibili.
Credo che per la maggioranza degli umani sia meglio sbagliare insieme che avere ragione da soli, mentre per la maggioranza degli introversi sia meglio avere ragione da soli che sbagliare insieme. Che ne pensate?
Per socializzare è necessario condividere.
Per condividere è necessario copiare (idee, comportamenti, gusti ecc.).
Se non vuoi copiare, non puoi condividere. Di conseguenza non puoi socializzare.
Ogni espressione interpersonale, ogni gesto, ogni comportamento comunicativo costituiscono proposte di condivisione, e l'uomo è attratto da tutto ciò che può condividere, e prova repulsione per tutto ciò che non può condividere.
Una comunità è un insieme di persone interagenti che condividono un insieme di idee su ciò che è vero/falso, buono/cattivo, bello/brutto, obbligato/vietato/libero ecc. Tali idee condivise caratterizzano e differenziano le comunità.
Affinché due persone possano conversare, esse devono condividere non solo un linguaggio, ma anche modelli e regole di comportamento, rituali, valori, gerarchie, interessi, gusti, idee, sentimenti, ecc. Altrimenti di cosa parlerebbero?
L'uomo ha un irresistibile bisogno di condividere con altri qualsiasi cosa, materiale o simbolica. Non importa cosa, anche cose insensate o stupide. Questo fatto costituisce una chiave di comprensione di gran parte del comportamento umano.
Ci sono cose (idee, interessi, gusti, ecc.) che condividiamo, e cose che non condividiamo. Ciò che condividiamo ci unisce, ciò che non condividiamo ci divide. Continueremo a frequentarci finché le condivisioni prevarranno sulle non condivisioni.
Una cooperazione richiede un coordinamento, e un coordinamento richiede una condivisione di saperi, valori, regole, idee, linguaggi, consuetudini, gusti, autorità, gerarchie, proprietà, credenze, miti, religioni, metodi, tecniche, automatismi, ecc.
Io desidero prima di tutto che le mie idee vengano capite, anche se non vengono condivise. Ma ho spesso l'impressione che chi non condivide le mie idee non le condivide perché non le ha capite, non perché abbia trovato in esse degli errori o delle falsità.
Quando due persone s'incontrano, i loro inconsci calcolano ciò che esse condividono e ciò che esse non condividono, cosa possono condividere e cosa non posono condividere. I risultati di questo calcolo determinano le possibiltà di cooperazione tra le due persone.
Una delle cause di sofferenza più comuni è il rifiuto da parte degli altri delle nostre proposte di condivisione (materiale o simbolica). Analogamente, una delle cause di piacere più comuni è l'accettazione da parte degli altri delle nostre proposte di condivisione.
Politicamente, la destra è più unita della sinistra, e questo dà alla prima un netto vantaggio sulla seconda, indipendentemente dalla qualità delle rispettive posizioni. Infatti, per le masse, una falsità condivisa è molto più credibile e influente di tante verità isolate.
Quando vediamo una persona sconosciuta ci chiediamo (consciamente o inconsciamente): cosa abbiamo in comune? Come potremmo cooperare? Cosa mi potrebbe offrire? Cosa le potrei offrire? Di cosa potremmo parlare? Come potremmo interagire? Quanto siamo compatibili? In cosa siamo incompatibili?
Considera due persone A e B (una delle quali potresti essere tu). Che rapporto c'è, o potrebbe esserci tra di esse? Cosa condividono, cioè cosa hanno in comune? Cosa non condividiono? Come potrebbero cooperare? Che interesse potrebbero avere a mettere in atto una cooperazione? Cosa impedisce loro di cooperare?
Ogni umano ha una propria visione del mondo, più o meno coincidente con le visioni del mondo di altri. Quando due umani s'incontrano, le rispettive visioni del mondo si confrontano, e vengono rivelate condivisioni e non condivisioni. Dopodiché essi decidono se parlare di ciò che condividono o di ciò che non condividono.
In ogni aspetto della vita sociale è possibile riconoscere motivazioni relative allo status di ogni "attore" e alla condivisione dello status stesso. Infatti ognuno cerca di affermare, difendere o aumentare il proprio status rispetto a quelli altrui, e di condividerlo con altre persone nel senso di un reciproco riconoscimento.
I media costituiscono oggetti e strumenti di condivisione, e come tali sono fattori di coesione sociale.
In tal senso, qualunque oggetto di condivisione può essere considerato un medium, ovvero un mezzo di condivisione. Ad esempio un evento sportivo o musicale a cui è possibile partecipare insieme con altre persone.
Forse ciò che più mi distingue dalla maggioranza degli altri è che io cerco un significato e un valore intrinseco nelle cose (materiali e simboliche) cha la gente condivide, mentre per gli altri ciò che conta non è ciò che si condivide, ma la condivisione stessa, cioè il fatto che si condivida qualcosa, non importa cosa, anche le cose più insensate.
Se una cosa mi piace, probabilmente è perché inonsciamente ritengo che essa contribuisca ad elevare il mio status e/o a condividere qualcosa con qualcuno.
Analogamente, se una cosa mi piace, probabilmente è perché inonsciamente ritengo che essa contribuisca ad abbassare il mio status e/o a impedire la condivisione di qualcosa con qualcuno.
Quanto più un'idea è intelligente e profonda, tanto più difficile è condividerla con altre persone, perché più piccolo è il numero di persone capaci di comprenderla. Per questo le idee più condivise sono le più stupide e superficiali.
Tuttavia ogni umano ha un profondo bisogno di condividere idee con altri umani, e soffre quando non ci riesce.
Quando qualcuno ci propone la condivisione di qualcosa, noi scegliamo se accettare o rifiutare tale condivisione. Tale scelta ci responsabilizza in entrambi i casi. Infatti rifiutare una condivisione costituisce il rifiuto di una cooperazione in quanto tale è un atto ostile. D'altra parte accettare la condivisione comporta un impegno a rispettarne le conseguenze.
Ogni essere umano ha bisogno di celebrare periodicamente rituali di condivisione con altri umani. Non importa ciò che viene condiviso (vanno bene anche cose false o senza senso) purché ci sia condivisione. Si può partire da una persona e cercare cose che possono essere condivise con essa, oppure partire da una cosa e cercare persone con cui essa può essere condivisa.
Il piacere conferito da un oggetto può essere dovuto non tanto alle sue caratteristiche peculiari, ma alla sua valenza sociale, cioè al fatto che il soggetto si sente parte di una comunità che apprezza quel tipo di oggetto. E' infatti difficile distinguere il piacere emanato da un oggetto dal piacere di condividere con altre persone l'apprezzamento dell'oggetto stesso.
In questi giorni di quarantena più che mai la gente ha bisogno di condividere qualcosa. Non potendo condividere spazi, cerca di condividere espressioni, preoccupazioni, speranze, idee e opinioni varie, e nei social network c'è un'inflazione di dichiarazioni, commenti e condivisioni di dichiarazioni e di commenti, più o meno intelligenti e più o meno profondi, come questo mio scritto.
Se la felicità dipende dalla condivisione di cose gradevoli, le arti (in senso esteso) possono in essa giocare un ruolo importante. Condividere con altri il piacere che le arti possono dare non solo è fonte di ulteriore piacere, ma può anche essere un mezzo per selezionare le persone per affinità, in modo che la condivisione avvenga soprattutto con le persone di simili gusti e sensibilità.
L'enorme successo della televisione in tutto il mondo è dovuto alla sua capacità di facilitare la condivisione di contenuti culturali e mentali tra grandi quantità di persone. Infatti l'uomo ha un profondo e irresistibile bisogno di condividere i contenuti della sua psiche con altre persone, perché la psiche è una costruzione sociale fondata sulla condivisione di linguaggi e di modelli di pensiero e di comportamento.
L'uomo prova un certo piacere o dolore in certe attività e pensa che quei sentimenti siano dovuti all'attività stessa, a ciò che in essa è intrinseco. In realtà piaceri e dolori sono dovuti ai significati delle attività, ovvero alle loro implicazioni psicologiche. Infatti, soprattutto provocano piacere i momenti di condivisione, indipendentemente dai contenuti condivisi, e provocano dolore i momenti di mancanza di condivisione.
Ognuno è sempre circondato e sotto attacco da parte di altri (direttamente o attraverso dei media) che cercano di convincerlo a credere in certe storie, a comprare certe cose, a condividere certe cose, ad accettare certe gerarchie, certe relazioni, certi valori.
I più non fanno resistenza a questi attacchi, non ne sono nemmeno consapevoli, e contribuiscono senza accorgersene alla loro diffusione e moltiplicazione.
Ogni cosa prodotta dall’uomo, che non sia un mero strumento tecnico, e in particolare ogni espressione artistica o letteraria, può essere considerata come funzionale a stabilire o a mantenere certi rapporti interpersonali tra persone di una certa categoria.
Infatti anche la semplice condivisione di una cosa materiale o immateriale tra due persone contribuisce alla formazione o al mantenimento di una relazione tra di esse.
Se a una persona della mia comunità piace una certa cosa, è probabile che io sia attratto da quella stessa cosa.
Questo fenomeno mi sembra corrispondere al «desiderio mimetico» teorizzato da René Girard.
Questo fatto è ben sfruttato dall'industria della pubblicità, che mostra persone a cui piacciono i prodotti che si vogliono vendere.
D'altra parte, la condivisione di piaceri e desideri è un importante fattore di coesione sociale.
Per il benessere psichico e il buon umore, è importante condividere qualcosa di sostanziale con altre persone. La condivisione, che non può essere una tantum, ma va rinnovata continuamente e deve essere bilaterale, serve a farci sentire parte della società, accettati, accolti, rispettati, desiderati. Senza tale percezione siamo facilmente vittime di ansia, depressione, panico, misantropia, angoscia, disperazione, senso di solitudine, tristezza e disturbi psicosomatici.
Condividere il tempo significa fare esperienza delle stesse cose alle stesso momento con altre persone; significa partecipare, cioè far parte, insieme ad altri, di uno stesso accadimento; significa essere in un processo insieme ad altri, non da soli. La solitudine è infatti mancanza di condivisione del tempo. L'evento che viene condiviso può essere più o meno favorevole e più o meno gradito a ciascun partecipante, per questo a volte si preferisce la solitudine nonostante il bisogno di condivisione.
Le motivazioni umane non animali potrebbero essere riassunte nel termine "condividere vantaggiosamente", nel senso che l'uomo ha bisogno di condividere cose con altri umani, ma non in quanto fine a se stesso, bensì come mezzo per ottenere dei vantaggi sia rispetto alla vita in generale, sia rispetto agli altri umani in senso competitivo.
Ne consegue che un individuo non è interessato ad una certa condivisione se questa non è tale da conferirgli dei vantaggi reali, presunti o fantastici.
Ogni tanto abbiano bisogno di sentirci in pace col mondo e con la società, e per questo abbiamo bisogno di sentirci uguali agli altri e di ricevere conferme che anche gli altri si sentano uguali a noi. Perciò ci piace celebrare rituali di comunione religiosi e civili, sacri e profani, formali e informali, pianificati e spontanei, in forma di feste, cerimonie, raduni, convegni ecc. Sono momenti di illusione collettiva di breve durata, dopo i quali tornano a imperare le differenze, le gerarchie, i privilegi, le esclusioni.
Semplicisticamente si potrebbero ridurre tutti i problemi sociali ad un unico problema, che potremmo chiamere "Il problema dell'accordo".
Il rapporto sociale ideale è infatti un rapporto in cui le persone coinvolte sono d'accordo sulla qualità del rapporto stesso, su ciò che esse condividono e sui rispettivi ruoli.
In mancanza di accordo, una o più delle persone coinvolte deve sopportare ciò che l'altra desidera e che non si accorda con i propri desideri, oppure può cercare di imporre all'altro con la forza o con la negoziazione ciò che essa desidera.
Una della forme di condivisione più perverse (per il godimento che procura) e più efficaci (come fattore di coesione sociale) è la punizione che un gruppo di persone infligge ad una persona rea di non aver rispettato le norme del gruppo stesso.
In tal senso, la punizione equivale ad un sacrificio rituale in cui la vittima sacrificale viene immolata in onore del dio della comunità, per confermare l’appartenenza dei partecipanti alla comunità stessa e la sottomissione al suo nume tutelare.
Le pubbliche esecuzioni delle condanne a morte appartengono a tale fattispecie.
Quando due o più persone interagiscono, lo scopo dell'interazione può essere più o meno cooperativo e/o competitivo. L'interazione può inoltre essere più o meno rituale, nel senso che può servire ad affermare o a confermare una comune appartenenza ad una certa comunità o ad una certa classe o categoria di persone.
L'interazione rituale consiste nella condivisione, più o meno sincronizzata, di certe forme di comportamento, ed è particolarmente efficace, ad esempio, nel cantare o nel ballare insieme, nel partecipare ad una gara, nell'assistere insieme ad uno spettacolo o ad un rito, o nel condividere certe letture, certi gusti, e certe opinioni.
L’essere umano ha un bisogno profondo, conscio o inconscio, di avere quante più cose possibili in comune con altri: beni materiali e immateriali, idee, strumenti, appartenenze, simboli, conoscenze, credenze, narrazioni, amicizie, inimicizie, gusti, attrazioni, repulsioni, ecc.
Questo bisogno orienta il comportamento sociale, ed è talmente forte che, per la maggior parte degli umani, non importa se ciò che si condivide sia vero o falso, bello o brutto, buono o cattivo, razionale o irrazionale, utile o dannoso: importa che sia condiviso.
Infatti la condivisione di certi fattori è condizione indispensabile per la cooperazione sociale, che è a sua volta indispensabile per la sopravvivenza.
L'uomo ha bisogno di condividere cose con altri, e cerca di farlo, ma ognuno a modo suo, e inconsciamente. I problemi nascono dal disaccordo su ciò che dovrebbe essere condiviso.
La vita sociale è caratterizzata da continue proposte di condivisione, alcune accettate dagli altri, altre respinte o ignorate.
Io penso che se ognuno fosse consapevole del suo bisogno di condividere, e delle cose che desidera condividere, e del fatto che anche gli altri hanno lo stesso bisogno, ma che possono desiderare condividere cose diverse, ci potrebbe essere una negoziazione e un accordo su cosa condividere, evitando inutili conflitti causati dall'ignoranza e della non conspevolezza sulle dinamiche di condivisione.
Il processo inconscio di autocensura si pone continuamente queste due domande:
- quanto e con chi è condivisibile ciò che hai fatto, che stai facendo, e che prevedi di fare?
- quali cose che dovresti condividere non stai condividendo?
Il motivo di tali domande è che che la cooperazione sociale è possibile solo sulla base di certe condivisioni, e la funzione dell’autocensura è quella di favorire tale cooperazione ed evitare l’isolamento sociale del soggetto.
Come effetto dell’autocensura il soggetto prova sentimenti di attrazione e repulsione, di interesse e disinteresse, di angoscia e di tranquillità, in funzione delle risposte alle domande sopra descritte.
La società è fatta di condivisioni. È il risultato di innumerevoli condivisioni di beni, servizi, risorse, parole, narrazioni (più o meno vere e false), riti, superstizioni, credenze, valori, tabù, logiche, mentalità, gusti, sentimenti, emozioni, intimità, mode, spettacoli, testi, immagini, suoni, film, teorie, forme, libri, conoscenze, idee, notizie, simulacri, simboli, giochi, abilità, luoghi, istituzioni, organizzazioni, associazioni ecc.
L'uomo ha bisogno di condividere. Se non lo fa muore. Tanto più condivide, tanto più è vivo e felice.
Tuttavia, la condivisione di disprezzo, paura e odio verso altri umani può causare liti, guerre, distruzioni e isolamenti dolorosi o letali. Perciò conviene non disprezzare, temere e odiare più dello stretto necessario.
I saggi sono condannati alla solitudine perché sono rari, e gli stolti, che costituiscono la stragrande maggioranza della gente, vedono i saggi come strani, noiosi, provocatori, utopisti, esigenti, giudicanti, pignoli, rigorosi, austeri, presuntuosi, arroganti ecc.
Gli stolti amano gli umili, ma non i saggi. I saggi, infatti non sono umili, anche se sanno che conviene sembrarlo per essere accettati e amati.
Gli stolti si guardano bene dal diventare saggi perché per loro è meglio sbagliare insieme che avere ragione da soli. Perciò se appartenete a quel piccolo numero di persone che cercano di capire la natura umana, non fatevi illusioni: più la capirete e più sarete soli.
Gli stolti amano la falsa saggezza, quella dei ciarlatani (accademici e non), inutile, illusoria e spesso dannosa, ma facile da condividere. Perché per l'uomo ciò che conta non è la verità, ma la condivisione, fosse anche la condivisione di falsità. La verità è molto più complessa e imbarazzante delle falsità; per questo la falsità è più popolare.
Una società poco coesa è debole e fragile.
La coesione sociale richiede una certa condivisione di ideali, di valori, e di interessi.
Una società in cui manca la motivazione ad accordarsi su un certo numero di principi fondamentali non è coesa, ed è destinata a dissolversi o ad essere superata da società più coese.
La difesa contro il comunismo è stato un importante fattore di coesione delle società liberali fino agli anni ‘80. La dissoluzione dell’impero sovietico ha diminuito notevolmente la coesione di tali società.
Cosa ci unisce oggi? Una sterile idea di libertà che ognuno interpreta e realizza a modo suo, e che perciò non favorisce la cooperazione.
La grande libertà di cui la nostra generazione e le successive hanno goduto ci ha viziati e indeboliti.
I nostri social network rispecchiano la mancanza di coesione della nostra civiltà: tante affermazioni inconcludenti, impermeabili ai discorsi altrui, e nessuna motivazione ad accordarsi su qualche principio fondamentale.
Per chi vuole condividere qualcosa col maggior numero di persone e con la massima intensità, una delle soluzioni più efficaci consiste nel "consumare" dei media consumati da un grande numero di spettatori/ascoltatori/visitatori. Per esempio, libri più venduti, eventi più frequentati, film, programmi TV, e video in internet più visti, con preferenza per le trasmissioni "live".
Infatti, condividere una cosa con altri nello stesso momento rende la condivisione più intensa in quanto viene condiviso non solo un certo spazio, ma anche un certo tempo.
Il termine tecnico per la misura della consumazione di un medium, è "share", che significa, appunto, "condivisione".
Va da sé che la condivisione comporta una assimilazione dei condividendi, in quanto essi si imitano reciprocamente. Infatti, il fatto di condividere con altri qualcosa ci fa sentire uguali agli altri.
Perciò chi si sente diverso dagli altri, o vuole essere diverso dagli altri, tende ad evitare di partecipare a riti di condivisione, e di consumare media molto popolari.
Quando un gruppo di umani si riunisce per socializzare, ciò che avviene è la reciproca approvazione dei rispettivi status personali, espressa attraverso la condivisione di informazioni e la celebrazione congiunta di rituali tradizionali.
Infatti gli umani hanno bisogno di approvazione da parte degli altri, e non c'è modo più facile per ottenere l'approvazione che scambiarla: approvare per essere approvati.
Non è necessario esplicitare l'approvazione. È sufficiente condividere spontaneamente qualcosa di materiale o immateriale. L'atto della condivisione implica l'atto dell'approvazione. Per esempio, applaudire insieme la prestazione di un artista costituisce un atto di condivisione in cui si approva non solo l'artista, ma anche coloro che lo approvano.
Anche l'affermazione della comune appartenenza a d una certa categoria o gruppo sociale costituisce una condivisione e un'approvazione reciproca.
Insomma, la partecipazione ad un evento di socializzazione soddisfa i bisogni di appartenenza, di partecipazione, di condivisione, di status e di approvazione.
Il denaro è la cosa più facile da condividere. È infatti difficile trovare qualcuno che rifiuti un'offerta di denaro o di qualche cosa (o idea) che permetta di ottenerlo.
D’altra parte, condividere un'idea o un’attività è difficile se queste sono diverse da quelle già comunemente condivise e praticate. Perché l'uomo ha paura delle cose non condivise, perché queste dividono le persone e le allontanano dalla comunità. E l'uomo ha un assoluto bisogno di essere parte di una o più comunità.
Una cosa che invece nessuno rifiuta è il proprio “servizio”, cioè mettersi al servizio di una persona, aiutarla a soddisfare i suoi bisogni e i suoi desideri. Tuttavia anche qui ci possono essere dei problemi: Primo, perché un essere umano non può servire che un numero di persone limitato, dato che il suo tempo e le sue risorse sono limitate; secondo, servire una persona può suscitare la gelosia di un’altra, che vorrebbe essere servita esclusivamente o prioritariamente; terzo, non si può passare la vita solo a servire gli altri, perché si ha anche bisogno di essere serviti, cosa difficile da ottenere se non in cambio di qualcosa. L’ideale è quindi servire qualcuno disposto a servirci a sua volta.
Secondo la Psicologia del Condividere, la sofferenza mentale deriva soprattutto da condivisioni inadeguate, intese non come processi ma come stati di comunanza: ciò che le persone hanno (o non hanno) in comune.
Queste condivisioni possono essere totalmente mancanti, insufficienti, oppure presenti in forme insoddisfacenti — aggressive, oppressive, repressive, indesiderate, compulsive, false, incoerenti, prive di senso, proibite o nocive per sé e/o per altri.
Una (non) condivisione è inadeguata quando comporta sofferenza, oppure costrizioni o rinunce tali da frustrare esigenze personali rilevanti.
In questa prospettiva, la critica sociale consiste nell’esaminare cosa è e cosa non è in comune tra le persone, e le conseguenze che tali configurazioni producono sui comportamenti individuali e collettivi, nonché sul grado di stabilità delle comunità.
Per saperne di più: Psicologia del condividere (documento PDF scaricabile).
Ogni umano ha un bisogno primario, oserei dire un istinto, di condividere cose concrete o astratte con altri umani. Qualsiasi cosa può soddisfare tale bisogno purché sia condivisibile, anche le cosa più insensate.
A tal proposito, io ho il sospetto che quanto più una cosa è insensata, tanto più essa si presta per essere condivisa, perché tanto meno richiede una convalida razionale. Infatti non tutti hanno un livello di intelligenza sufficiente per convalidare razionalmente le cose da condividere.
La religione e il sacro costituiscono esempi di insensatezza condivisa. Parte dell’insensatezza consiste proprio nel fatto di rifiutare ogni convalida razionale della cosa condivisa, che deve essere accettata per il solo fatto di essere tradizionalmente condivisa, senza alcun’altra ragione.
Ad esempio possiamo immaginare la creazione di una comunità basata sulla condivisione della sacralità del numero 5136 (un numero che ho scelto a caso). o del rito in cui si consuma in gruppo un cibo costituito da pane impregnato di succo di mela, o della convinzione di essere l’unica comunità destinata all’immortalità.
Ovviamente, chi non condivide certe insensatezze non può far parte della comunità che le condivide, e per molti venerare l’insensatezza è meglio che l’esclusione dalla comunità che la venera.
L'aggettivo «comune» è di fondamentale importanza nei rapporti interpersonali. Da esso derivano concetti come «condividere» (che significa avere in comune), «comunità», «comunione», «comune» inteso come istituione politica, «comunanza» (cioè affinità, somiglianza) ecc.
Davanti ad un verbo, l'aggettivo «comune» conferisce un senso di socialità, simultaneità, familiarità, uguaglianza, somiglianza, parità, unità, unione ecc.
- comune appartnere
- comune possedere
- comune fare
- comune volere
- comune sapere
- comune stare
- comune pensare
- comune sentire
- comune abitare
- comune usare
- comune parlare
- comune preferire
- comune temere
- comune desiderare
- comune adorare
- comune obbedire
- comune odiare
- comune amare
Sono tutte forme di condivisione, indispensabili per certe cooperazioni.
Per sempificare, possiamo distinguere due modalità relative all'essere in comune: avere (o essere) in comune vs. mettere in comune. La prima modalità è statica in quanto implica una situazione, la seconda dinamica in quanto implica un'azione.
La condivisione di tutto ciò che è possibile condividere è la situazione ideale, ottimale per il benessere sociale e individuale. E' il bene supremo. I nemici della condivisione sono la competizione e l'individuazione.
Nella competizione uno cerca di avere più potere o beni, o cose migliori, di un altro e per questo ha bisogno di riservare a sé stesso (ed eventualmente a familiari, amici e alleati) cose che non è disposto a condividere con tutti gli altri.
Nell'individuazione, uno cerca di condividere cose diverse da quelle normalmente condivise dagli altri, cioè di cambiare gli oggetti di condivisione. Perciò smette di condividere le cose che giudica inutili o nocive e propone agli altri di condividere nuove cose ritenute migliori.
Dopo una crisi di condivisione causata da competizione, la condivisione riprende allorché le persone accettano certe disuguaglianze e privilegi come giustificate (da una filosofia o religione) o come il male minore rispetto al caos sociale che un conflitto continuo produrrebbe.
Dopo una crisi di condivisione causata da individuazione, la condivisione riprende allorché le persone accettano l'evoluzione dai vecchi oggetti di condivisione ai nuovi. In altre parole, quando le rivoluzioni si perfezionano e ciò che era trasgressivo diventa normale.
L’uso del termine “condivisione” nel contesto di Internet, e in particolare in quello dei social network, è illusorio in quanto lascia intendere che pubblicando (“postando”) qualcosa (testi, immagini video, suoni) in una pagina web stiamo condividendo qualcosa con qualcuno, o con il mondo intero.
In realtà pubblicare qualcosa in Internet costituisce solo una “proposta” di condivisione, cioè una domanda, un’offerta, o una speranza di condivisione, che altri potrebbero accettare, ignorare o rifiutare esplicitamente.
Tuttavia continuiamo a postare contenuti online perché l’illusione di condividere ci fa star bene per qualche momento, fino a quando apparirà chiaro che nessuno è realmente interessato a condividere, cioè ad apprezzare, a copiare, a farsi influenzare da ciò che abbiamo pubblicato, e a unirsi a noi operativamente o affettivamente per effetto di quella condivisione.
Peraltro, un “like” a un nostro post potrebbe essere solo un gesto di cortesia superficiale, privo di qualsiasi vero significato di condivisione e di impegno, o essere frutto di un malinteso di quanto abbiamo postato.
Ovviamente ciò che ho scritto vale anche per il presente articolo.
Una proposta di condivisione (come un post in un social network) è un tentativo di diminuire la propria solitudine o il proprio isolamento materiale o morale, o un tentativo di trovare alleati o seguaci per un proprio progetto o per il proprio atteggiamento verso la società.
La vera condivisione di qualcosa si ha solo quando intorno ad essa si realizza una reale solidarietà, ovvero un comune comportamento che mira a un certo cambiamento sociale, o al mantenimento di una certa situazione, e la messa in comune di risorse a tale fine.
Io suppongo che gli esseri umani abbiano un forte bisogno innato di condividere idee, esperienze, conoscenze, credenze, narrazioni, motivazioni, sentimenti, oggetti, strumenti, spazi e tempi ecc. Insomma, tutto ciò che è per loro utile e/o importante.
Il bisogno di condivisione è profondo e spesso inconscio, nascosto. L’uomo fa tantissime cose allo scopo di soddisfare il suo bisogno di condivisione, illudendosi di avere altri motivi, come se il bisogno di condivisione non abbia una sua sufficiente dignità e giustificazione.
Se io chiedo a qualcuno il perché di una sua certa abituale attività sociale lui mi risponde probabilmente che fa quelle cose perché gli piace farle, o perché è interessato ai contenuti di quel tipo di attività. Ma queste non sono le vere ragioni, cioè le ragioni “prime”.
Infatti se io chiedo a quella persona perché quella particolare attività sociale gli piace o perché è interessato ad essa, forse non saprà dire altro che “mi piace perché mi piace” o “mi interessa perché mi interessa”. Ebbene, io credo che le attività sociali ci piacciono e ci interessano nella misura in cui ci permettono di condividere con altri cose che ci stanno a cuore, oppure cose qualsiasi, purché siano condivisibili. Perché condividere qualcosa è un modo per stare insieme, per entrare in relazione, per interagire, per far parte di una comunità, che è la cosa che più ci piace e ci interessa.
Perciò, se non riuscite a capire perché certe persone fanno certe cose insieme ad altri, probabilmente il motivo è che desiderano condividere qualcosa con gli altri per unirsi a loro, e quell'attività è un buon pretesto, una buona giustificazione. Insomma, si tratta di condividere per interagire, e di interagire per appartenere, non importa cosa venga condiviso, anche cose senza senso, purché vi sia condivisione.
Mi sembra impossibile capire molte attività sociali senza questa chiave di comprensione: condividere per appartenere.
Se è vero che l'Uomo ha un fortissimo e insopprimibile bisogno di condivisione, dobbiamo chiederci perché, a quanto pare, tale bisogno è spesso frustrato, tanto da causare sofferenza e disturbi mentali su larga scala. In altre parole, cosa ostacola la condivisione di "cose" e idee tra esseri umani, a partire dall'intimità fisica?
Una possibile risposta è che il bisogno di condivisione non è l'unico presente nell'uomo, ma convive con altri che possono essere, rispetto ad esso, antagonisti, antitetici o incompatibili. Per esempio i bisogni di potenza, possesso, competizione, libertà ecc. che sono causa di gelosia, invidia, ostilità, odio, violenza ecc.
L'uomo è dunque, per usare un'espressione di Gregory Bateson, sottoposto ad un "doppio vincolo": da una parte il bisogno di condivisione, che lo spinge verso i suoi simili, dall'altra i bisogni ad esso antitetici (competizione, libertà ecc.) che lo spingono in senso opposto. La faccenda è in realtà più complessa perché ognuno classifica gli altri in due gruppi: "alleati" e "rivali", per poi soddisfare il suo bisogno di condivisione con i primi e quello di competizione con i secondi. Un'ulteriore complicazione è costituita dal fatto che una stessa persona può facilmente e frequentemente passare dal ruolo di alleato a quello di rivale e viceversa.
Forse questa polarizzazione in "alleati" e "rivali" c'è sempre stata, anche se in forme più o meno drastiche, a seconda del temperamento genetico e dell'educazione o cultura di appartenenza.
Ovviamente, quanto più la polarizzazione si acuisce, tanto più grande è il rischio di conflitto o violenza tra gruppi rivali. Il paradosso è che generalmente la condivisione con gli alleati aumenta quanto più cresce l'ostilità verso i comuni rivali. C'è allora da chiedersi se sia possibile una "alleanza", ovvero una condivisione, senza comuni rivali, e a questa domanda non so rispondere.
Se la risposta fosse negativa, vorrei far parte di un'alleanza di persone comprensive i cui rivali sarebbero quelle non comprensive per quanto riguarda la natura umana in tutti i suoi aspetti, a partire dai bisogni (a tutti i livelli, da quelli fisici a quelli più spirituali) e dai sentimenti ad essi associati.
Suppongo che la mente umana e la società (entità perfettamente interdipendenti) siano basate sulla condivisione di forme, norme, valori, beni, servizi, linguaggi, narrazioni, corpi, giochi, tradizioni, gusti, spettacoli, riti ecc. Per condivisione intendo l’avere qualcosa di materiale o immateriale in comune, o fare cose insieme, in modo più o meno duraturo. Si tratta dunque di una relazione bilaterale, simmetrica o asimmetrica, ma sempre reciproca, almeno nelle intenzioni di una delle parti in gioco.
Suppongo che l’uomo abbia assolutamente bisogno di condividere cose con altri, nel senso che se non lo facesse morirebbe o si ammalerebbe fisicamente e/o psichicamente. Tuttavia, essendo l'uomo un animale competitivo, invidioso e geloso, condividere qualcosa con certe persone può implicare la negazione o la proibizione della condivisione della stessa cosa con altre, come nelle guerre, in cui la condivisione di una patria implica la rivalità rispetto ai suoi nemici. Non si può infatti far parte di comunità avverse né condividere con più persone ciò che è ritenuto esclusivo, come ad esempio il rapporto monogamico.
La condivisione può essere oggetto di conflitto anche nel caso in cui una delle due parti la desideri e l'altra la rifiuti o la tema. E può essere oggetto di commercio nel senso che può essere venduta o concessa in cambio di una contropartita.
Inoltre occorre osservare che, sebbene la condivisione sia una cosa indispensabile e vitale, una maggiore condivisione non è sempre migliore rispetto ad una minore. Infatti, oltre un certo grado di condivisione, essa comincia a dar luogo ad inconvenienti, come una possibile perdita di autonomia e libertà, compresa quella di fare cose che gli altri non riescono a condividere.
Possiamo dunque dire che l'uomo sia soggetto ad un "doppio vincolo": da una parte ha un bisogno assoluto di condividere, dall'altra ha paura di farlo con le persone sbagliate e/o in misura sbagliata, al momento sbagliato o ad un prezzo troppo alto. A mio avviso il dilemma è pertanto: "condividere o non condividere?", da cui derivano domande come: Con chi? Cosa? Come? Quando? Quanto? A quale prezzo? A tal proposito occorre aggiungere la paura del rigetto, che può essere interpretato come rifiuto della persona che offre la condivisione, con effetti devastanti sulla sua autostima e reputazione.
Il successo di Facebook e di altri social network è dovuto soprattutto al fatto che permettono di condividere senza impegno. E' vero che in questi luoghi virtuali si condivide in modo superficiale, ma è anche vero che si può interrompere subito la condivisione se questa si rivela insoddisfacente o troppo impegnativa. Occorre inoltre osservare che la condivisione “virtuale” può essere illusoria o fallimentare quando i contenuti “condivisi” vengono ignorati dalle persone a cui sono rivolti.
Per concludere, suppongo che quasi tutti i comportamenti sociali siano spiegabili come gesti o tentativi di condivisione di qualcosa di materiale o di immateriale, finalizzati alla cooperazione verso qualcuno oppure come manifestazioni di non condivisione o di esclusione verso altri. Senza tale chiave di comprensione gran parte del comportamento umano sarebbe per me inspiegabile, per non dire assurdo.
Ognuno condivide qualcosa con qualcuno. Ed io cosa condivido, e con chi?
Uno dei bisogni umani più importanti e potenti è quello di condivisione. Abbiamo infatti una insopprimibile necessità di condividere con altri sia cose materiali, come spaziotempo e oggetti, sia informazioni, ovvero idee, conoscenze e i valori (o disvalori) ad esse associati.
D'altra parte il concetto stesso di valore implica quasi sempre una condivisione. E' infatti difficile pensare a qualcosa che abbia valore solo per un individuo e per nessun altro.
Ci sono diversi tipi di condivisione, e quindi di valore o disvalore. Seguono alcuni esempi.
Primo esempio: il denaro. Esso vale solo se è riconosciuto come valido, ovvero come strumento di scambio per ottenere beni o servizi, da più di una persona. Il suo valore è dunque condiviso.
Altro esempio: un vestito. Se si tratta di un vestito che indosso solo in casa e che nessuno può vedere al di fuori di me, il suo valore è individuale e privato, nel senso che mi serve solo per proteggere la mia pelle da freddo, attriti e sporcizia. Ma se lo indosso in presenza di altri, esso ha anche una valenza sociale perché mi qualifica agli occhi altrui, a seconda della sua fattura, come appartenente ad una certa categoria sociale o tipo psicologico, e perché potrebbe avere un effetto estetico più o meno attraente o repellente agli occhi di chi lo vede.
Altro esempio: una particolare professione. Essa ha una valenza sociale in quanto serve gli interessi di qualcun altro, e se mi qualifica come appartenente ad una certa categoria sociale, oppure se ha un effetto estetico più o meno attraente o repellente agli occhi altrui. Una professione implica perciò diverse condivisioni di utilità e significati.
Altro esempio: un'attività collettiva, come assistere ad una messa o a un evento sportivo. Essa mi qualifica agli occhi altrui come appartenente ad una certa categoria sociale e mi permette di partecipare ad un rito sociale, condiviso per definizione. In tal caso vengono condivisi sia la categoria sociale di appartenenza, sia il rito stesso, dove l'uno è funzionale rispetto all'altro essendo una categoria sociale caratterizzata dalla celebrazione collettiva di certi riti.
Altro esempio: ballare con un'altra persona. In tal caso viene condiviso lo spazio (essendo i danzanti in contatto fisico), il ritmo e i movimenti, oltre all'appartenenza a una certa categoria sociale e il rito che il ballo in un certo senso costituisce.
Si potrebbero fare infiniti altri esempi. Si può dire, in generale, che in tutte le attività sociali ci sia qualche sorta di condivisione: di linguaggio, spazio, tempo, energie, movimenti, beni, simboli, gesti, sostanze, valori etici ed estetici ecc.
Si potrebbe anche dire che la condivisione serva a se stessa, nel senso che attraverso la condivisione di qualcosa si possono condividere altre cose, oppure che una condivisione tira l'altra. D'altra parte, chi non condivide nulla è solo, isolato, e quindi a rischio di morte e di follia.
Per quanto sopra, possiamo concludere che ogni comportamento umano è motivato, consciamente e ancor più inconsciamente, dal desiderio di condividere qualcosa con qualcuno, o di eliminare un ostacolo (reale o presunto) a qualche condivisione. Questa riflessione dovrebbe aiutarci a comprendere perché qualcuno fa ciò che fa anche quando quell'azione ci sembra strana, inspiegabile o deleteria.
La condivisione può essere difficile — talvolta quasi impossibile — non per una singola ragione, ma perché tocca simultaneamente più livelli dell’esperienza umana: psicologico, relazionale, culturale ed esistenziale. Non è un semplice gesto tecnico (“dire qualcosa a qualcuno”); è un’esposizione.
Provo a distinguere alcune cause strutturali.
1. Vulnerabilità: condividere significa esporsi
Condividere implica mostrarsi non completamente controllati.
Significa:
- Rivelare un bisogno.
- Ammettere un limite.
- Esporre un’emozione non ancora stabilizzata.
Ogni condivisione autentica contiene una quota di rischio: l’altro potrebbe non capire, banalizzare, giudicare, usare contro di noi ciò che abbiamo detto.
La difficoltà nasce allora dal conflitto tra due bisogni opposti:
- Bisogno di connessione.
- Bisogno di protezione.
Quando la protezione prevale, la condivisione si blocca.
2. Mancanza di fiducia
La fiducia non è un presupposto naturale: è un investimento.
Se si è sperimentato:
- Tradimento.
- Derisione.
- Indifferenza.
- Incomprensione ripetuta.
il sistema psichico impara che condividere è costoso.
In questi casi la non condivisione non è freddezza, ma memoria.
3. Difficoltà di simbolizzazione
Non tutto ciò che si vive è immediatamente dicibile.
A volte la condivisione è difficile perché:
- Non abbiamo parole per ciò che sentiamo.
- L’esperienza è confusa.
- L’emozione è troppo grezza.
Condividere richiede una trasformazione: dall’esperienza interna al linguaggio.
Se questa trasformazione non avviene, il contenuto resta intrappolato.
4. Timore di alterare l’equilibrio
Ogni relazione ha un equilibrio implicito.
Condividere qualcosa di profondo può:
- Cambiare la percezione reciproca.
- Creare aspettative nuove.
- Spostare il rapporto su un piano più impegnativo.
A volte non si condivide non per paura dell’altro, ma per paura delle conseguenze relazionali.
5. Cultura dell’autosufficienza
In molti contesti culturali la vulnerabilità è associata a debolezza.
Si valorizzano:
- Performance.
- Competenza.
- Indipendenza.
- Controllo.
In questo scenario, condividere un bisogno può essere percepito come perdita di status.
La difficoltà diventa allora strutturale, non solo personale.
6. Identità costruita sulla chiusura
In alcuni casi, la non condivisione diventa parte dell’identità:
- “Io sono fatto così.”
- “Non parlo di me.”
- “Non ho bisogno di nessuno.”
Qui la condivisione non è solo difficile: minaccia l’immagine di sé.
7. La dimensione più radicale: l’ineffabilità
Esiste infine un limite ontologico.
Alcune esperienze sono intrinsecamente non trasferibili.
Ogni coscienza è chiusa nel proprio punto di vista.
Possiamo avvicinarci, ma non possiamo mai trasmettere integralmente ciò che viviamo.
La condivisione è sempre approssimativa.
Quando si prende consapevolezza di questo limite, può emergere un senso di inutilità: “tanto non mi capiranno davvero”.
Questo pensiero può paralizzare.
8. Il paradosso centrale
La condivisione è difficile proprio perché è potente.
Se fosse irrilevante, non farebbe paura.
Se non avesse effetti, non richiederebbe coraggio.
La sua difficoltà segnala la sua importanza.
Io a ChatGPT: Scrivi un saggio a partire da questo aforisma:
La vita di un essere umano è contrassegnata da dilemmi. Uno di essi, forse il più importante, che si presenta continuamente, ad ogni proposta di condivisione che incontriamo è “condividere o non condividere”?
Risposta di ChatGPT:
Condividere o non condividere? Sulla soglia dell’esistenza intersoggettiva
“Condividere o non condividere?”: questa domanda, all’apparenza semplice, tocca il cuore della condizione umana. Non si tratta di una scelta occasionale, ma di un dilemma ricorrente, strutturale, che emerge a ogni possibilità di apertura all’altro. È una tensione costitutiva dell’esistenza, che ci chiama a decidere, ogni volta, se vogliamo restare chiusi nella nostra interiorità o esporci all’intersoggettività.
In questa tensione si rivela una delle strutture fondamentali dell’essere-nel-mondo, per dirla con Heidegger. L’essere umano non è un soggetto isolato, ma un essere-con (Mitsein): la sua identità si costituisce attraverso relazioni, scambi, esposizioni. Tuttavia, proprio perché ogni condivisione implica un’uscita da sé, essa comporta un rischio ontologico: l’essere che si espone si rende vulnerabile alla parola dell’altro, al suo sguardo, al giudizio, ma anche all’incomprensione, alla manipolazione, al rifiuto.
Condividere è dunque un atto che sfida l’ontologia della chiusura: rompe la sfera dell’autosufficienza narcisistica e introduce l’apertura verso l’alterità. In termini levinasiani, è un gesto etico primario: nell’atto di offrire qualcosa di sé — un pensiero, un’emozione, un bene — l’io riconosce l’esistenza dell’altro come irriducibile e degna di considerazione.
Ma la condivisione non è sempre possibile né sempre giusta. La decisione di non condividere può rappresentare un atto di tutela del sé, un'affermazione di autonomia, persino un gesto filosofico di resistenza all'inflazione della comunicazione, tipica delle società postmoderne. In un mondo in cui tutto è esposto, condividere può diventare un automatismo privo di intenzionalità, una simulazione dell’incontro. La non-condivisione, in questo contesto, assume una valenza etica: è un limite imposto contro la sovraesposizione, un rifiuto dell’economia dello scambio immediato.
Il dilemma “condividere o non condividere” mette in crisi ogni modello assoluto di etica relazionale. Ci obbliga a riconoscere che non esiste una regola universale, ma solo situazioni determinate, in cui occorre esercitare discernimento. Ogni scelta è situata, carica di implicazioni affettive, simboliche, talvolta politiche. Condividere un’idea può generare comprensione reciproca, ma anche strumentalizzazione; non condividere un dolore può salvaguardare l’integrità del sé, ma anche condannarlo all’isolamento.
In questo senso, il dilemma non è da risolvere, ma da abitare. Come ogni tensione tragica, esso non trova soluzione nel superamento dialettico, ma nella coesistenza dei poli opposti. L’essere umano si definisce proprio in questa oscillazione, in questa prassi dell’esitazione che lo accompagna nei luoghi più concreti dell’esistenza: l’amicizia, l’amore, la scrittura, la testimonianza, il silenzio.
Scegliere se condividere o no è allora un atto radicalmente umano, in cui si intrecciano etica, politica e ontologia. In ogni condivisione vera, c’è un eccesso che sfugge al calcolo: un dono, direbbe Derrida, che eccede l’economia dell’utile e dell’equivalente. Ma proprio per questo, ogni rifiuto di condividere può essere un atto di custodia del sacro.
In definitiva, il dilemma non chiede una risposta definitiva, ma una consapevolezza rinnovata: ogni scelta di condivisione è una forma di esposizione dell’essere; ogni rifiuto, un gesto di sottrazione che può custodire un’essenzialità. L’umano si forma e si deforma in questa soglia, fragile ma feconda, dove l’altro è sempre possibile e mai garantito.
La solitudine e la non condivisione non sono semplicemente due stati affiancati: sono due forze che si alimentano reciprocamente, come ingranaggi di un meccanismo invisibile. Non si tratta solo del fatto che chi è solo condivide meno, o che chi non condivide finisce per essere solo. Il punto più interessante — e più inquietante — è che ciascuna di queste condizioni diventa causa e conseguenza dell’altra in un circuito che tende ad auto-rinforzarsi.
1. La non condivisione come causa della solitudine
La condivisione è uno dei principali atti costitutivi del legame umano. Non riguarda solo beni materiali, ma tempo, idee, emozioni, vulnerabilità, esperienze. Quando la condivisione si interrompe o si riduce drasticamente, il tessuto relazionale si assottiglia.
Non condividere significa:
- Non esporsi.
- Non chiedere.
- Non offrire.
- Non entrare nel campo dell’altro.
Nel breve periodo, la non condivisione può dare un senso di autonomia, controllo, autosufficienza. Nel medio e lungo periodo, però, produce isolamento. Senza scambio, le relazioni si impoveriscono; senza reciprocità, si dissolvono. La solitudine emerge allora come effetto strutturale della mancata circolazione.
2. La solitudine come causa della non condivisione
Ma il movimento opposto è altrettanto potente.
La solitudine — soprattutto quando si cronicizza — modifica la percezione di sé e degli altri. Può generare:
- Sfiducia.
- Sensazione di non essere compresi.
- Paura del rifiuto.
- Disinvestimento emotivo.
In questo stato, condividere diventa rischioso. Chi si sente solo tende a ridurre ulteriormente l’esposizione, a trattenere pensieri ed emozioni, a evitare la richiesta di aiuto. La non condivisione diventa allora una strategia difensiva.
Così, la solitudine produce non condivisione, che a sua volta rafforza la solitudine.
3. Il circuito di auto-rinforzo
Possiamo descrivere il meccanismo in forma circolare:
- Riduzione della condivisione
↓
- Indebolimento dei legami
↓
- Percezione di solitudine
↓
- Ritiro e ulteriore non condivisione
↓
- Isolamento più profondo
Questo circuito non è solo psicologico, ma anche sociale. In contesti culturali che enfatizzano l’individualismo competitivo, l’autosufficienza e la performance, la condivisione può essere percepita come debolezza. La solitudine diventa allora un effetto sistemico, non solo personale.
4. La soglia invisibile
Un aspetto cruciale è la soglia iniziale. Raramente la non condivisione inizia come chiusura totale. Più spesso comincia con micro-ritrazioni:
- Una verità non detta.
- Un disagio non espresso.
- Una richiesta non formulata.
Queste micro-non-condivisioni non producono immediatamente solitudine. Ma accumulandosi, creano distanza. La distanza, a sua volta, modifica l’interpretazione delle relazioni: l’altro appare meno disponibile, meno interessato, meno presente — anche quando oggettivamente non è così.
Si attiva così un meccanismo interpretativo che consolida l’isolamento.
5. La possibilità di inversione
Se la relazione è reciproca, allora anche l’inversione è possibile.
Un piccolo atto di condivisione può interrompere il circuito:
- Dire ciò che si evitava.
- Offrire ciò che si tratteneva.
- Esporsi in misura controllata.
La condivisione non elimina automaticamente la solitudine, ma ne incrina la struttura. Introduce movimento dove c’era stasi.
Allo stesso modo, riconoscere la propria solitudine senza trasformarla in identità può impedire che diventi una giustificazione permanente al ritiro.
6. Una tensione strutturale
Solitudine e non condivisione non sono semplicemente patologie individuali: sono modalità relazionali che possono diventare strutture stabili. In un certo senso, ogni relazione oscilla tra apertura e chiusura, tra esposizione e trattenimento.
La questione non è eliminare la solitudine — che può avere anche una funzione generativa — ma evitare che si saldi con la non condivisione in un sistema chiuso.
Quando la solitudine rimane attraversabile, può diventare spazio di riflessione.
Quando invece si unisce alla non condivisione, diventa isolamento.
E l’isolamento, a differenza della solitudine, non è semplicemente uno stato: è una dinamica che si autoalimenta.
Condivisione e appartenenza: il bisogno di essere “noi”
L’essere umano non condivide soltanto oggetti, informazioni o emozioni. Condivide, soprattutto,
appartenenze. E non è un caso. Se osserviamo con attenzione il comportamento quotidiano – nelle famiglie, nei gruppi, nelle comunità politiche o religiose – vediamo che ciò che viene offerto agli altri con maggiore intensità non è tanto ciò che si possiede, ma ciò a cui si appartiene.
La condivisione, in questo senso, non è semplicemente un atto sociale: è un gesto identitario.
1. L’appartenenza come struttura dell’identità
Appartenere significa situarsi dentro un “noi”.
Una famiglia, una nazione, una lingua, una fede, una squadra, una comunità filosofica, un gruppo di amici. L’identità individuale si costruisce sempre su uno sfondo collettivo.
Già in The Social Contract, Jean-Jacques Rousseau mostra come l’individuo, per diventare cittadino, entri in una dimensione condivisa che ridefinisce chi egli è. Ma l’appartenenza non è solo un fatto politico: è una struttura psicologica primaria.
Il bambino desidera essere riconosciuto come “dei nostri”. L’adulto continua a cercare gruppi in cui sentirsi incluso. L’esclusione sociale è percepita come una ferita profonda perché colpisce il nucleo dell’identità.
2. Perché condividiamo le nostre appartenenze?
Si potrebbe pensare che l’uomo condivida ciò che ama. Ma, più precisamente, egli
ama condividere ciò che lo definisce.
Quando qualcuno:
- parla con entusiasmo della propria città,
- invita altri nella propria comunità religiosa,
- propone un libro che ha segnato la propria formazione,
- difende con passione la propria squadra del cuore,
non sta semplicemente offrendo un contenuto. Sta offrendo
una parte di sé.
Condividere un’appartenenza significa dire implicitamente:
“Entra nel mio mondo.”
E questo invito ha una forza simbolica enorme.
3. La dimensione simbolica della condivisione
Pensiamo ai simboli collettivi:
La bandiera
Una bandiera non è solo un pezzo di stoffa: è la condensazione visibile di un’appartenenza nazionale. Quando la si espone o la si condivide, non si sta mostrando un oggetto, ma si sta affermando una partecipazione.
I simboli religiosi
Indossare un simbolo religioso significa rendere pubblica un’identità e, al tempo stesso, offrire un terreno di riconoscimento reciproco.
La condivisione delle appartenenze avviene spesso attraverso questi segni visibili: sono inviti silenziosi alla comunanza.
4. Appartenenza e desiderio di riconoscimento
In
Fenomenologia dello spirito, Georg Wilhelm Friedrich Hegel mostra come il riconoscimento sia una condizione fondamentale della coscienza di sé.
Senza riconoscimento, l’identità resta incompleta.
Condividere la propria appartenenza è un modo per ottenere questo riconoscimento:
- “Riconosci che sono parte di questo.”
- “Riconosci che questo mi definisce.”
Se l’altro accetta l’invito, si crea una comunità ampliata.
Se lo rifiuta, l’identità può sentirsi minacciata.
Ecco perché le discussioni politiche, religiose o culturali diventano facilmente conflitti: non si sta difendendo solo un’idea, ma una
appartenenza condivisa.
5. La condivisione come ampliamento del “noi”
C’è un aspetto particolarmente interessante: l’uomo non si limita a vivere le proprie appartenenze, ma desidera estenderle.
Un credente vuole che altri credano.
Un tifoso vuole che altri tifino la stessa squadra.
Un filosofo desidera che altri partecipino alla sua visione del mondo.
Non si tratta soltanto di proselitismo: è un modo per rafforzare il “noi”. Più persone condividono un’appartenenza, più questa appare reale, stabile, significativa.
La condivisione, quindi, è anche una strategia di consolidamento identitario.
6. Il lato ambivalente
Questa dinamica ha una doppia faccia.
Aspetto positivo:
- crea coesione,
- genera solidarietà,
- permette la cooperazione,
- dà senso di sicurezza.
Aspetto problematico:
- può produrre esclusione,
- irrigidire le identità,
- generare contrapposizioni tra “noi” e “loro”.
Quando la condivisione è aperta, l’appartenenza diventa ospitale. Quando è chiusa, diventa difensiva.
7. Condividere per esistere
In ultima analisi, l’uomo desidera condividere le proprie appartenenze perché attraverso esse esiste socialmente.
Un’appartenenza non condivisa è fragile. Un’identità non riconosciuta tende a sbiadire.
La condivisione è il gesto attraverso cui l’io diventa noi, e il noi conferma l’io.
Forse è proprio qui il nodo centrale: non condividiamo solo ciò che abbiamo, ma ciò che siamo.
E ciò che siamo è, in larga misura, l’insieme delle appartenenze che siamo riusciti a rendere comuni.
Propongo qui una serie di principi morali da me concepiti, che non fanno alcun riferimento a entità religiose o spirituali, ma sono fondati su conoscenze scientifiche e psicologiche. Sono un'alternativa al Nuovo Testamento cristiano, che ritengo non adatto ai nostri tempi per le ragioni spiegate in
questo articolo.
Ritengo che tali principi possano essere condivisi sia da credenti in qualunque religione, sia da atei, sia da agnostici. Sono graditi commenti e proposte di aggiunte e di modifiche.
Mi piacerebbe sapere da ogni lettore quali principi ritiene validi e quali no, quali si impegnerebbe a seguire e quali no.
Questo articolo verrà modificato più volte nelle prossime settimane per tener conto dei commenti ricevuti.
- Non fare ad altri quello che non vorresti fosse fatto a te.
- Non danneggiare nessuno, tranne nei casi in cui farlo sia necessario per impedire ingiustizie o danni maggiori per qualcuno che non li merita.
- Non fare cose che, se tutti potessero fare e facessero, danneggerebbero la società o l’ambiente naturale.
- Non considerare gli altri come mezzi per soddisfare i tuoi bisogni senza un corrispettivo, ma cerca la cooperazione con gli altri per una soddisfazione reciproca.
- Ripaga le persone individualmente, e la società in generale, per quello che da loro hai ricevuto, per quanto ti è possibile. Nessuno ha il diritto di vivere a spese di altre persone o della società.
- Sii sempre sincero, tranne nei casi in cui la tua sincerità potrebbe essere dannosa per qualcuno.
- Mantieni la parola data e gli impegni presi, a meno che farlo sia dannoso per qualcuno. Non fare promesse che non sei sicuro di poter mantenere.
- Tratta tutti gli esseri umani con rispetto, lealtà, onestà ed equità. Riconosci pari diritti e pari dignità a ognuno indipendentemente dalle sue opinioni. Non disprezzare né deridere alcuno per motivi quali: colore della pelle, etnia, religione, orientamento sessuale, capacità intellettuali, salute, aspetto fisico, classe sociale ecc.
- Sii comprensivo riguardo al comportamento altrui e al tuo, dato che nessun essere vivente, compreso l’uomo, ha scelto la propria natura, né è libero di volere ciò che vuole, di sentire ciò che sente, né di sapere ciò che sa. Infatti le motivazioni, i sentimenti e le cognizioni di un essere vivente dipendono dalla combinazione del suo codice genetico con le sue esperienze particolari.
- Sii comprensivo riguardo al comportamento altrui e al tuo, dato che l’io cosciente è una piccola parte della mente umana. Questa è prevalentemente inconscia e influenza l’io cosciente a sua insaputa, perseguendo fini che possono essere diversi da quelli di cui si è consapevoli.
- Pur essendo comprensivo, non tollerare che chiunque commetta illegalità o ingiustizie, e contribuisci all’applicazione della giustizia in quanto cittadino responsabile. Considera tuttavia che lo scopo della punizione non deve essere quello di infliggere dolore alla persona che sbaglia, ma quello di ridurre la probabilità che essa sbagli ancora.
- Obbedisci alle leggi dello stato in cui vivi, tranne nei casi in cui farlo sarebbe dannoso per qualcuno. Paga i tributi che ti competono secondo i tuoi guadagni e i tuoi possedimenti.
- Accresci le tue conoscenze scientifiche e umanistiche al fine di correggere i tuoi difetti, migliorare i tuoi rapporti con gli altri e meglio contribuire al bene comune.
- Nei conflitti con gli altri cerca, attraverso il dialogo, una soluzione pacifica se possibile; evita gesti e atteggiamenti aggressivi, ostili, offensivi; affronta le divergenze con calma, e, se un accordo o un compromesso è impossibile, adotta le misure appropriate per difendere i tuoi gusti interessi.
- Non sopravvalutarti, e non sottovalutarti. Se qualcuno ti fa una critica non respingerla a priori, ma esaminala senza pregiudizi per verificarne la fondatezza.
- Non essere assolutamente sicuro di alcuna verità, né di avere ragione in qualunque questione. Considera che ognuno ha ragione dal proprio punto di vista, e che ogni verità è parziale e suscettibile di essere sostituita da una verità più credibile o più soddisfacente.
- Tollera chi ha idee diverse dalle tue, tranne nei casi in cui la messa in pratica di quelle idee può danneggiare te o altri.
- Rispetta sempre il diritto degli altri di dissentire da te e di avere stili di vita diversi dai tuoi, purché non siano contrari alla giustizia e al bene comune.
- Non far sentire nessuno inferiore a te, in nessun campo. Evita le competizioni sulla sapienza, sulla saggezza, sulla moralità e sulla ragione.
- Metti in discussione e verifica le idee tue e altrui (cominciando da quelle dei tuoi educatori e dei tuoi insegnanti), e scarta quelle che sono contraddette dai dati e dai fatti reali. Insegna ai tuoi figli e ai tuoi eventuali allievi e seguaci a dissentire da chiunque faccia affermazioni infondate, te compreso.
- Non accettare passivamente i messaggi espliciti e impliciti delle tradizioni, delle mode, delle religioni e dei mezzi di comunicazione di massa, ma esaminali criticamente per determinare se inducono a comportamenti contrari al benessere psicofisico.
- Rispetta l’ambiente naturale e quello urbano, contribuisci a tenerli sani e puliti, e difendili da chi li inquina, deturpa o impoverisce, denunciando gli abusi alle autorità competenti. Adegua i tuoi consumi alle condizioni ecologiche. Abbi cura dei beni pubblici come se fossero tuoi privati.
- Cerca di lasciare l'ambiente naturale e quello sociale meglio di come li hai trovati.
- Godi de rispetta la bellezza in tutte le sue manifestazioni, perché essa ci dà piacere, ci consola e ci motiva a migliorare, ma guardati da coloro che la usano per incantare e illudere le persone inducendole a credere nella verità delle loro narrazioni o nella qualità delle loro merci.
- Non generare figli se non sei in grado di dedicare loro tempo ed energie, e di garantire loro il necessario per una crescita sana e serena, tra cui un’istruzione adeguata alle sfide della società attuale.
- Godi della tua sessualità e lascia che gli altri godano della propria, quali che siano le loro inclinazioni, purché nessuna delle persone coinvolte venga danneggiata o costretta a rapporti non desiderati. Protesta contro ogni forma di repressione sessuale e contro l'omofobia.
- Tollera chi è meno intelligente di te, perché nessuno è responsabile del proprio grado di intelligenza.
- Accetta e rispetta la proprietà privata altrui e le disuguaglianze economiche, se esse sono il risultato di attività oneste e legali.
- Partecipa in modo informato alla vita politica della tua città e del tuo stato favorendo con i tuoi voti le politiche più rispondenti all’interesse generale della popolazione (a tutti i livelli, dal villaggio al pianeta) piuttosto che all’interesse di gruppi particolari. Favorisci le politiche tese a dare a tutti pari opportunità di istruirsi.
- Non diffondere notizie o teorie infondate, inattendibili o erronee. Prima di riportare una notizia, verifica l’attendibilità della fonte. Se la verifica è impossibile, non diffondere la notizia.
- Nel considerare il bene e il male tieni conto degli interessi della specie umana oltre che di quelli degli individui.
- Ognuno è civilmente e moralmente responsabile del proprio comportamento, anche se esso è uguale a quello della maggior parte della gente. Infatti, il fatto che una gran quantità di persone si comportino in un certo modo non implica che quel comportamento sia giusto o opportuno.
- Imita coloro che ritieni migliori di te.
- Riconosci a tutti il diritto di non amare o di smettere di amare qualcuno o qualcosa, poiché l’amore è un sentimento involontario. Per lo stesso motivo, considera che nessuno, tranne i bambini, ha il diritto di essere amato.
- Riconosci a tutti il diritto di scegliere con chi interagire e con chi non interagire.
- Considera che la competizione tra esseri umani è inevitabile. Tuttavia essa deve essere aperta, leale e rispettosa della dignità delle persone meno competitive.
- Il bene e il male non sono assoluti né oggettivi, ma sempre relativi alla soddisfazione dei bisogni umani.
- Considera che ognuno cerca di soffrire il meno possibile e di godere il più possibile usando le risorse materiali e immateriali che possiede. E ognuno, te compreso, può aiutare gli altri a soddisfare i loro bisogni, o ostacolarli in tal senso.
- Ognuno è responsabile non solo del male che fa, ma anche del bene che non fa agli altri.
- Si consapevole delle conseguenze delle tue azioni e delle tue non-azioni per il bene degli altri e della società.
- Due o più esseri umani possono negoziare le regole morali delle loro interazioni purché esse non danneggino terzi; nessuno ha il diritto di intromettersi in quella negoziazione.
- Non ti aspettare dagli altri ciò che essi non sono in grado di fare o di capire.
- Ogni donna ha il diritto di abortire se lo ritiene opportuno.
- Ognuno ha il diritto di terminare la propria vita quando lo ritiene opportuno.
- Non prendere nulla assolutamente sul serio (nemmeno questi principi morali), tranne la sofferenza degli esseri viventi senzienti.
In questo articolo vorrei affermare una relazione funzionale tra il concetto di condivisione e quello di cooperazione. Infatti suppongo che non sia possibile una cooperazione tra due o più persone se queste non condividono almeno certe cose materiali o immateriali, a cominciare da un linguaggio e da certe opinioni, certi valori, certi gusti ecc.
Per argomentare la mia affermazione, mi riferisco inizialmente ai bisogni primordiali di ogni essere umano: sopravvivere e riprodursi.
Il bisogno di cooperazione
Per sopravvivere, per soddisfare i propri bisogni, e per riprodursi, ogni umano ha bisogno di cooperare con altri umani.
Tuttavia, perché vi sia cooperazione, non basta volerla, bisogna anche sapere come ottenerla, ed è necessario che certi prerequisiti siano soddisfatti. Infatti può succedere che essa non si realizzi, che avvenga con difficoltà e inconvenienti più o meno gravi, o che dia risultati insoddisfacenti, tanto da indurre gli interessati a concludere che non ne valeva la pena.
Cerchiamo dunque di capire in cosa consiste una cooperazione e a quali condizioni essa è soggetta.
In cosa consiste una cooperazione
La cooperazione tra due umani (i “partner” della cooperazione) consiste nella condivisione di certe cose, e richiede la condivisione di certe altre cose. Per "cose" intendo qualsiasi cosa materiale o immateriale, come oggetti, beni, idee, informazioni, valori, doveri, ecc. (vedi una lista di esempi più numerosa in fondo a questo articolo).
In una cooperazione vengono scambiati beni, e/o informazioni, e/o servizi, nel senso che ciascun partner cede all’altro, o permette all’altro di usare, certe proprie risorse materiali o immateriali, in cambio di certi benefici.
Una forma molto semplice di cooperazione è il commercio, in cui avviene la cessione di un bene in cambio di un corrispettivo, che consiste generalmente in denaro.
Cooperazione come servizio reciproco
Nelle forme più complesse di cooperazione (come l’amicizia, il cameratismo, il rapporto professionale, l’amore di coppia, la solidarietà, il patriottismo, il tifo sportivo ecc.) vengono scambiati servizi, o impegni di servizi, da erogare al verificarsi di certe condizioni. In tal senso un “servizio” può consistere nella difesa, protezione o sostegno del partner, nel mutuo aiuto o nel perseguimento di un comune interesse o obiettivo.
L’erogazione di un servizio può essere considerata una forma di condivisione nel senso che se una persona A "serve" una persona B, si può dire che B “usa” la persona A in quanto “usufruisce” del servizio che A eroga a B. Ebbene, se B usa A, si può dire che A condivide una parte di se stessa con B, a favore di B. Ovviamente ci si aspetta che la condivisione sia reciproca, o che sia ricompensata in qualche modo.
Quando la cooperazione ha successo, è come se, in virtù dell’erogazione e dell'uso reciproco dei "servizi", A e B fossero due parti di un’unica entità (la coppia), parti che cooperano a beneficio, e nell'interesse, della coppia stessa. In tal senso si può parlare di "economia" della coppia.
In altre parole, una cooperazione è una specie di simbiosi, per quanto possa essere di durata limitata e non impegnativa al di fuori dell'ambito della cooperazione stessa.
Infatti, durante la cooperazione, i partner traggono vantaggio dallo scambio dei beni, delle informazioni e dei servizi, e a tale scopo costituiscono un gruppo, ovvero un sistema, dato che per sistema s'intende un insieme di parti che interagiscono per un interesse o scopo reciproco o comune.
Condivisione come comunicazione e congiungimento
Lo scambio di cui stiamo parlando costituisce una "comunicazione" in senso lato, in quanto permette la messa in "comune" di qualcosa. Nel caso dello scambio di informazioni, si può parlare di "comunicazione" in senso stretto, in quanto certe informazioni vengono "copiate" dalla mente di un partner in quella dell'altro. In questo caso "condividere" equivale a "copiare".
In termini più astratti, è come se l’erogatore del servizio condividesse (in tutto o in parte) la propria persona, ovvero il proprio corpo (che include la propria mente), con il fruitore del servizio stesso.
Condividere una cosa tra due o più partner significa che i partner dispongono di quella cosa in comune, nel senso che ciascuno dei partner può usarla come se fosse propria.
Paradossalmente, quindi, sebbene il termine “condividere” faccia pensare ad una divisione, e quindi separazione, una condivisione è una forma di unione, cioè di congiungimento, tra chi produce la condivisione e chi ne usufruisce.
In tal senso, il rapporto sessuale può essere considerato come una forma di cooperazione e di condivisione, in cui vengono condivisi i corpi dei cooperanti.
Donazione vs. condivisione
C'è una differenza significativa tra il concetto di "donazione" e quello di "condivisione". Infatti, nella donazione (come pure nella dedizione e nel sacrificio) il donatore rinuncia a qualcosa a favore del beneficiario, quindi perde qualcosa senza aspettarsi nulla in cambio. Nella condivisione, invece, il condividente non rinuncia a nulla e non perde nulla, ma mette semplicemente qualcosa che prima era privato, a disposizione del partner, oppure rinuncia a qualcosa in cambio di un beneficio maggiore.
Questa differenza tra donazione e condivisione è di fondamentale importanza nel rapporto di coppia, in quanto la donazione, la dedizione, il sacrificio possono dar luogo, nel tempo, ad un risentimento o ad un desiderio di compensazione o di rivalsa che può nuocere alla cooperazione, fino ad indurre gli interessati a interromperla.
Condivisione statica vs. dinamica
Una condivisione può essere statica o dinamica.
Per condivisione statica di una cosa tra due persone intendo il caso in cui le due persone hanno già quella cosa in comune nel momento in cui considerano un'eventuale cooperazione.
Per condivisione dinamica di una cosa tra due persone intendo l'atto del condividere, ovvero la transazione (tra le due persone) attraverso la quale si realizza la messa in comune di quella cosa.
Affinché una condivisione dinamica possa avvenire, è necessaria, a priori, la condivisione statica di certe cose, quali ad esempio, certe regole morali, una lingua, certi saperi, certi interessi, certi obblighi, ecc.
Motivazione alla condivisione
Una condivisione tra due persone può essere suggerita, stimolata, obbligata o forzata da una terza parte (come ad esempio un genitore, un sacerdote, un'autorità politica, militare, economica, culturale, un datore di lavoro ecc.). In tal caso la terza parte può costituire anche l'oggetto della condivisione, nel senso che le persone condividono la stessa autorità a cui si sottopongono, o che insieme combattono.
A proposito di condivisione forzata, il "comunismo reale" costituisce un perfetto esempio di essa. Infatti in un regime comunista "classico", la proprietà privata è consentita in misura molto limitata, e la popolazione è costretta dall'autorità statale a condividere non solo i beni materiali, ma anche l'idea che il comunismo sia una cosa buona.
Tra cooperazione e condivisione esiste una relazione funzionale bidirezionale, nel senso che la condivisione favorisce la cooperazione, e, a sua volta, la cooperazione favorisce la condivisione. Infatti, più intensamente e più frequentemente due persone cooperano, maggiore è la quantità di cose che esse condividono per effetto della cooperazione. D’altra parte quanto maggiore è il desiderio di cooperare, tanto maggiore è la motivazione a condividere certe cose.
Condivisione come chiave di comprensione dei rapporti umani
A mio avviso il concetto di condivisione è molto importante (1) come chiave di comprensione dei rapporti interpersonali (e dei i problemi ad essi connessi), (2) come strumento per orientarsi nella scelta delle persone con cui cooperare e (3) per apprendere a interagire e cooperare con gli altri nel modo più utile per sé e per gli altri.
Ad esempio, un divorzio (che rappresenta il fallimento di una cooperazione tra due persone) può essere spiegato come il risultato di un'insufficiente condivisione di prerequisiti, dovuta a incapacità o rifiuto volontario di condividere, o a differenze eccessive tra le visioni del mondo degli interessati.
Nei rapporti interpersonali è fondamentale capire che non ci può essere cooperazione, né amicizia, né amore senza una sufficiente condivisione, e che tanto maggiore è la condivisione, tanto più efficace è la cooperazione. Si può anche dire che la solitudine è il risultato di una insufficiente condivisione, o del rifiuto di condividere certe cose, come certi valori o disvalori.
Negoziazione di una cooperazione/condivisione
È anche importante capire che una cooperazione può essere (e a mio avviso dovrebbe essere) negoziata esplicitamente, nel senso che ogni parte dovrebbe essere consapevole di ciò che è disposta a condividere, di ciò che è capace o incapace di condividere, e delle condivisioni che esige dall'altra. Dovrebbe quindi informare l'altra delle proprie condizioni, e chiedere all'altra di fare altrettanto. Dopodiché le parti possono decidere con cognizione di causa se tentare una cooperazione o rinunciare ad essa per insufficienza delle condizioni necessarie.
Domande sulla condivisione
Più in generale, la riflessione sul concetto di condivisione permette di rispondere a domande quali: Condividere cosa? Con chi? Perché? E considerando un'eventuale cooperazione con una certa persona, permette di rispondere a domande quali:
- Cosa possiamo condividere?
- Cosa non possiamo condividere?
- Cosa vogliamo condividere?
- Cosa non vogliamo condividere?
- Cosa dobbiamo condividere?
- Cosa non dobbiamo condividere?
- Cosa temiamo di condividere?
- Cosa non temiamo di condividere?
- Cosa desideriamo condividere?
- Cosa non desideriamo condividere?
Istinto di cooperazione/condivisione
Se è vero che l'uomo ha un bisogno innato di cooperazione, possiamo dire che ha, di conseguenza, un bisogno innato di condivisione, in quanto mezzo indispensabile per ottenere la cooperazione stessa. Possiamo perciò parlare di istinto di cooperazione e di istinto di condivisione, confondendoli.
In antitesi rispetto al bisogno/istinto di cooperazione e di condivisione, vi è tuttavia il bisogno/istinto di competizione, per cui il vivere civile impone un compromesso tra di essi.
Differenze umane, esclusione e inclusione
Se prendiamo due persone a caso, possiamo affermare che essere condividono certe cose, e non condividono certe altre cose. Sono proprio tali corrispondenze e non corrispondenze che determinano il grado di possibilità di cooperazione tra le persone stesse.
In tal senso, anche il concetto di "inclusione" rientra a mio avviso nel concetto di condivisione. Infatti un'inclusione autentica e non illusoria, è possibile solo attraverso una condivisione di certi beni, valori, idee, impegni, ecc.
Condivisioni di gruppo/massa
Il concetto di condivisione non riguarda solo i rapporti bilaterali tra due individui, ma può interessare gruppi o masse di persone, ad esempio, nell'editoria, nei mass media, nei social network, negli spettacoli, nelle conferenze pubbliche, nelle cerimonie, nei riti, ecc.. Mi riferisco alla diffusione di informazioni o di "performance" che una fonte mette a disposizione di una quantità imprevedibile di persone sconosciute, con o senza una loro attiva partecipazione simultanea.
Questa condivisione di gruppo o di massa ha una doppia funzione. Da una parte consiste nella condivisione tra una fonte e ciascun destinatario-fruitore. Dall'altra costituisce una condivisione tra tutti i destinatari-fruitori che, in virtù del fatto che hanno assistito allo stesso evento (specialmente se in contemporanea), ne condividono successivamente la memoria.
Abbiamo qui, dunque, una doppia condivisione, che favorisce la cooperazione (1) tra la fonte e ciascun fruitore, e (2) tra i fruitori, i quali possono successivamente, nei loro dialoghi, fare riferimento a ciò che hanno visto e udito insieme.
Cose che possono essere condivise
Concludo con una lista di "cose" che possono essere condivise tra due persone, o tra una fonte e un gruppo o massa di persone.
- Beni materiali (mobili e immobili)
- Beni immateriali
- Idee
- Informazioni
- Insegnamenti, scuole
- Saperi e conoscenze
- Ricordi
- Valori
- Interessi
- Obiettivi
- Progetti
- Imprese
- Gusti
- Preferenze
- Colpe
- Responsabilità
- Doveri
- Appartenenze
- Amore/odio verso terzi
- Psicologie
- Filosofie
- Religioni
- Discipline
- Esperienze
- Preoccupazioni
- Sottomissioni ad autorità
- Problemi
- Amicizie
- Paure
- Piaceri
- Dolori
- Speranze
- Luoghi e spazi
- Folklore
- Spettacoli
- Storie
- Genitori
- Famiglia
- Il proprio corpo
- Poteri
- Libertà
- Musiche
- Ritmi
- Danze
- Canzoni
- Opere d'arte
- Concerti
- Conferenze
- Cerimonie
- Riti
- Giochi
- Vizi
- Malattie
- Dipendenze da sostanze
- Ecc.