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La felicità richiede coraggio.
La sincerità richiede coraggio.
Tra le varie paure ci sono anche la paura di aver paura e la paura di aver coraggio.
I veri poeti, i veri artisti e i veri filosofi sono coraggiosi perché osano dire cose nuove.
Se avete idee originali, abbiate il coraggio di esprimerle. Solo così la società può progredire.
La visione del mondo di una persona timorosa è molto diversa da quella di una persona coraggiosa.
1) Paura della paura
2) Paura del coraggio
3) Coraggio della paura
4) Coraggio del coraggio
Immaginare può richiedere coraggio. A volte abbiamo paura di immaginare cose contrarie a ciò che ci è stato insegnato.
In una società molto competitiva e molto selettiva, mostrare le proprie miserie, le proprie debolezze e le proprie inferiorità richiede un grande coraggio e una grande onestà intellettuale.
Anche in questo si può essere assertivi.

Di fronte ad un eroe (ovvero ad una persona estremamente coraggiosa e generosa) si prova una sensazione contraddittoria: lo si ammira ma si ha paura di imitarlo. Gli eroi sono inquietanti, quasi disumani, in ogni caso oltreumani. Che senso ha lodare Gesù, San Francesco o altri eroi veri o immaginari e non cercare di imitarli? Non c'è ipocrisia, schizofrenia o autodisprezzo in queste lodi?
L'intelligenza di una persona disturba i meno intelligenti perché li fa sentire tali. Lo stesso vale per altre virtù o capacità, come la generosità, la conoscenza, il coraggio, l'eleganza, la laboriosità, la responsabilità, la razionalità ecc. Il contrario vale per molti difetti o incapacità. Infatti, ad esempio, la stupidità di una persona piace ai meno stupidi perché che li fa sentire tali. Questa è anche una chiave dell''umorismo.
La paura di cambiare cresce quanto più le possibilità e le occasioni di riuscirvi aumentano.
Cambiare fa paura (consciamente e/o inconsciamente) perché è un tuffo nell'ignoto e richiede una ristrutturazione della propria mente, giacché è lì che avviene il vero cambiamento.
D'altra parte la mente, come gli organi del corpo fisico, ha un meccanismo di difesa immunitaria contro elementi estranei che tentano di inserirsi in essa e modificarla.
Tutti noi cambiamo, chi più chi meno, ma involontariamente e molto lentamente. Sono le nuove esperienze che ci cambiano. Cambiare volontariamente e rapidamente è rischioso e innaturale. Infatti l'io cosciente non ha la capacità di ristrutturare l'inconscio, e i veri cambiamenti riguardano quest'ultimo, ovvero i suoi automatismi cognitivi ed emotivi.
Per produrre volontariamente un cambiamento in noi stessi non possiamo fare altro che esporci a nuove esperienze, ma è impossibile prevedere se il cambiamento prodotto da una nuova esperienza sarà per noi vantaggioso o svantaggioso, se ci renderà più o meno felici.
Dobbiamo quindi comprendere e rispettare chi ha paura di cambiare. Cambiare volontariamente richiede un coraggio e delle capacità che non tutti hanno.
Nonostante la sua importanza per la vita sociale, l'etica è molto trascurata sia a livello accademico che popolare, ad eccezione dei contesti religiosi, che ne detengono praticamente il monopolio e lo esercitano secondo principi tradizionali vecchi di secoli.
Di etica si parla poco e male, cioè in modo approssimativo e superficiale a livello popolare, mentre, a livello accademico, se ne parla in modo talmente astratto, e a volte astruso, che i trattati di etica sono inutilizzabili nella vita pratica, oltre che incomprensibili ai più.
Come spiegare la ritrosia della gente ad occuparsi di etica nonostante la sua importanza per tutti gli esseri umani e per la società?
Secondo me una possibile spiegazione è che vi sia, in ognuno di noi, una paura inconscia di essere giudicati moralmente perché riteniamo, sempre inconsciamente, di non essere del tutto innocenti.
Per l'inconscio, un giudizio morale negativo equivale all'esclusione dalla comunità, ad una punizione, alla perdita di dignità sociale, al pubblico disprezzo e altre cose terribili di questo tipo, per evitare le quali, la soluzione più semplice è liberarsi dell'etica, negarne l'importanza, considerarla addirittura nociva, o semplificarla e banalizzarla ad un punto tale che sia facile, per l'interessato, risultare innocente.
Le scuse tipiche che danno le persone per giustificare la loro riluttanza ad occuparsi di etica sono: "nessuno può stabilire con certezza cosa sia bene o male", "in nome di principi etici sono stati commessi crimini contro l'umanità", "discutere di etica divide le persone, crea conflitti" ecc.
Più aumenta la nostra libertà di comportarci come più ci piace, più aumenta la nostra responsabilità morale e più abbiamo paura dell'etica, perché essa comporta un giudizio morale implicito.
La soluzione? Accettare questa paura e, nonostante essa, occuparci di etica, parlarne con le persone che ci circondano e affrontare con coraggio e consapevolezza qualsiasi giudizio morale implicito risutante dei ragionamenti che faremo insieme agli altri.
Ogni essere umano ha bisogno e paura degli altri. Bisogno perché senza la loro cooperazione non può sopravvivere né soddisfare un gran numero di esigenze fondamentali, paura perché gli altri possono fargli del male in vari modi attivi e passivi, tra cui negargli la cooperazione stessa. Ma non è consentito aver paura della persona del cui aiuto si ha bisogno, perché la paura dà luogo a comportamenti difensivi e/o aggressivi che inibiscono la propensione alla cooperazione da ambo le parti. In altre parole, per ottenere aiuto o collaborazione da una persona, bisogna rimuovere la naturale paura verso di essa, cioè credere e/o far credere che in quel caso tale paura non esista e che ci si fidi incondizionatamente. Tuttavia, per quanto uno possa sforzarsi, la paura dell'altro è insopprimibile e può al massimo diventare inconscia ed esprimersi in vari modi mistificati, come pretendere dall'altro che si sottometta, rinunci più o meno alla propria libertà, si disarmi o si leghi a noi con un contratto implicito o esplicito, ricorrendo eventualmente a terzi (come la Chiesa, lo Stato o le tradizioni popolari) per imporre all'altro il rispetto della fedeltà e la cooperazione richiesta e/o promessa.
La paura (conscia o inconscia) che uno ha degli altri varia in qualità e quantità da persona a persona. Essa dipende soprattutto da tre fattori: (1) il temperamento più o meno timido o coraggioso della persona, (2) la storia personale della persona cioè il male che essa ha ricevuto (o creduto di ricevere) dagli altri a partire da genitori, compagni, educatori ecc. e (3) il suo status attuale, cioè le risorse materiali e sociali di cui dispone per difendersi dal male che potrebbe provenire dagli altri, e il suo livello di autosufficienza e competitività.
La percezione del male che potrebbe provenire dagli altri può essere più o meno giustificata e realistica. Una persona che abitualmente lo sovrastima tende a sviluppare depressione, ansia o panico e comportamenti inutilmente o dannosamente evitanti. Al contrario, una persona che abitualemente lo sottovaluta è ad alto rischio di subire danni da parte degli altri a causa di una scarsità di precauzioni.
Per quanto detto sopra, è bene che ogni essere umano ammetta di aver paura degli altri e analizzi ragionevolmente tutto il male e il bene che potrebbe realisticamente ricevere da essi, allo scopo di rendere il proprio livello di paura adeguato alla realtà, evitando sopravvalutazioni e sottovalutazioni delle rispettive probabilità.
A tale scopo sarebbe utile sviluppare i quattro temi seguenti:
- Bene che ho ricevuto e posso ricevere dell'altro.
- Bene che ho fatto e posso fare all'altro.
- Male che ho ricevuto e posso ricevere dall'altro.
- Male che ho fatto e posso fare all'altro.
Vedi anche
Bisogno e paura dell'altro. Chi è l'Altro?