Il disprezzo è reciproco.
Cosa mi aspetto da coloro che disprezzo?
Gli stolti disprezzano ciò che non capiscono.
È triste avere bisogno di persone che disprezziamo.
Il disprezzo è un’arma letale e uno strumento di competizione.
Non si comprende ciò che si disprezza, e si disprezza ciò che non si comprende.
Il misantropo disprezza tutti gli esseri umani ad eccezione dei misantropi come lui.
All'uomo importa poco di essere disprezzato, purché il disprezzo non sia manifestato.
Il disprezzo è la giustificazione dell'odio, ma l'odio è la vera causa del disprezzo.
Saggezza è anche la capacità di sostituire il disprezzo e la rabbia con la compassione.
Non posso apprezzare chi non mi apprezza, e non posso essere apprezzato da chi non apprezzo.
Il disprezzo di un ideale può facilmente condurre al disprezzo per le persone che lo perseguono.
Il disprezzo di se stessi è conseguenza del dare ragione a colori da cui ci si sente disprezzati.
Ogni valore comporta un disvalore, ovvero il disprezzo di tutto ciò che si oppone al valore stesso. Viceversa, ogni disprezzo comporta un valore.
Nascondere il disprezzo è stressante specialmente per le persone più sincere. Per questo molti si astengono dal disprezzare anche le cose più spregevoli.
Chi disprezza gli altri vive nel continuo timore (conscio o inconscio) di una vendetta da parte dei disprezzati, essendo il disprezzo difficile da nascondere.
Se A disprezza B, A si aspetta (consciamente e inconsciamente) che, a sua volta, B lo disprezzi. Tale aspettativa rafforza il disprezzo di A per B e innesca in A il timore di una ritorsione di B nei suoi confronti.
E' facile che una critica venga percepita come manifestazione di disprezzo e questo spiega perché è facile che una critica offenda. Criticare e disprezzare sono due cose diverse, ma non tutti riescono ad apprezzare la differenza.
È istintivo, automatico, involontario disprezzare le idee altrui che contrastano con le proprie e, quel che è peggio, disprezzare gli autori e ripetitori di tali idee. Dobbiamo fare un grande sforzo di volontà per ostacolare tale tendenza.
A volte ci convinciamo e crediamo di amare qualcuno che in realtà odiamo, di rispettare qualcuno che in realtà disprezziamo. Infatti il super-io ci impone di rimuovere, ovvero di nascondere a noi stessi, ogni odio e ogni disprezzo politicamente scorretti.
Il disprezzo per la comunità scientifica in generale è, secondo me, indice di un complesso d'inferiorità di chi non è abbastanza intelligente e/o istruito per capire la scienza, i suoi metodi e i suoi risultati, con particolare riferimento ai concetti di statistica e probabilità.
Se X manifesta apprezzamento verso Y, è molto probabile che Y apprezzi X. Se invece X manifesta disprezzo verso Y, è molto probabile che Y disprezzi X.
Questa legge, più che la conoscenza e la razionalità, governa l'apprezzamento e il disprezzo tra esseri umani.
Quando uno non è in grado di capire un altro, invece di ammettere la propria incapacità di capire, preferisce accusare l'altro di essere sbagliato, assurdo, malato o perfino maligno, nocivo, insopportabile, qualunque cosa pur di non ammettere i propri limiti e di non mettere in discussione le proprie certezze, e i propri pregiudizi.
Ci sono persone che non criticano mai, ma disprezzano. Disprezzare è molto più facile che criticare, anche i più sprovveduti sono in grado di farlo. Per criticare ci vogliono argomenti logici, prove, fatti, conoscenze, competenze, capacità di ragionare e discutere, un certo grado di razionalità e così, quando se ne siamo sprovvisti, preferiamo disprezzare, anziché criticare, le persone che ci danno fastidio o ci inquietano.
Una cosa che accomuna gran parte delle religioni, e in particolare quelle abramitiche, sono le polarità premio-castigo e lode-disprezzo, nel senso che a chi si sottomette e obbedisce alle forme della religione viene promesso un premio e a chi non si sottomette o si ribella ad esse viene promesso un castigo in vita e/o dopo la morte terrena, e che chi si sottomette e obbedisce viene lodato, e chi non si sottomette o si ribella viene disprezzato ed emarginato già in vita.
Ciò che cambia da una religione all’altra è la misura del disprezzo e quella dell’atrocità del castigo.
Circolo vizioso del disprezzo:
- se tu pensi che io ti disprezzi, allora tu mi disprezzi e mi sei nemico;
- se io penso che tu mi disprezzi, allora io ti disprezzo e ti sono nemico;
- torna al punto 1.
Circolo vizioso della guerra:
- se tu pensi che io ti sia nemico, allora tu mi sei nemico e mi disprezzi;
- se io penso che tu mi sei nemico, allora io ti sono nemico e ti disprezzo;
- torna al punto 1.
Vedi anche Vittimismo.
Per interrompere l’escalation circolare del disprezzo reciproco, può accadere che si rimuova dalla coscienza il proprio disprezzo per l’altro. Ma il disprezzo, anche se rimosso e negato, continua sotterraneamente a produrre i suoi effetti.
Un'altra soluzione per ottenere la pace è quella di perdere la capacità critica e di non vedere più il male commesso dall'altro, o di vedere il bene nel male altrui. Infatti se non vediamo più il male che qualcuno compie, non abbiamo più motivo di condannarlo, né di temere la vendetta del condannato.
Una ulteriore soluzione è quella di imitare il male altrui in modo da stabilire una partita morale tale da rendere qualunque condanna non applicabile.
Non si dovrebbe mai disprezzare alcun essere umano, nemmeno quelli più dannosi. Il disprezzo è la manifestazione dell'incapacità di comprendere. Quando si disprezza un essere umano, implicitamente e inconsciamente si auspica la sua inesistenza, in quanto si considera che il mondo sarebbe migliore se quella persona non esistesse. Il disprezzo è quindi una specie di condanna a morte auspicata. La persona che si sente disprezzata lo capisce e reagisce di conseguenza, cioè con disprezzo invece che con autocritica. L'atteggiamento ideale verso coloro che si comportano in modo dannoso per sé e/o gli altri è la comprensione critica, che è il contrario dell'incomprensione sprezzante. D'altra parte è stupido disprezzare gli stupidi, poiché nessuno sceglie di essere stupido. Stupidi si nasce o si diventa a causa di una disposizione genetica e/o di un'educazione stupida. La stupidità è un handicap normalmente inguaribile.
C'è un livello di razionalità accettabile (normalmente il proprio) oltre il quale questa è da molti considerata nociva. A giustificazione di tale atteggiamento si asserisce che la razionalità tende a reprimere i sentimenti e quindi l'empatia.
Tuttavia, il reale motivo del disprezzo di una maggiore razionalità è, a mio avviso, la generale competizione tra esseri umani nelle varie gerarchie, tra cui quella intellettuale. A nessuno piace ammettere di essere inferiore ad altri in qualche gerarchia, così le persone meno dotate di capacità razionali fanno di necessità virtù.
In realtà la razionalità non reprime nulla a priori, ma è più o meno attenta e sensibile ai sentimenti a seconda della particolare scuola di pensiero (razionale) a cui fa riferimento. Infatti, una razionalità attenta ai sentimenti li capisce, li tiene in grande considerazione e si mette al loro servizio.
La rimozione (dalla coscienza) del proprio odio o disprezzo per gli altri è causa di falsità, ipocrisia, mistificazione, confusione, inibizione, depressione, schizofrenia ecc. Se l'odio c'è, esso non va negato, ma analizzato, elaborato, ragionato, motivato, criticato.
Se si desidera smettere di odiare, non basta dire "non voglio odiare", perché l'odio è un sentimento, e i sentimenti non sono comandabili dalla coscienza, ma vengono suscitati da logiche inconsce, involontarie, automatiche.
Possiamo cercare di non vedere il nostro odio, di non pensarci, di negare la sua esistenza, ma così facendo lo rendiamo subdolo, ne siamo manipolati e perdiamo la possibilità di elaborarlo razionalmente.
La rimozione dell'odio dalla coscienza è un ingenuo tentativo di evitare la vendetta degli odiati, ma è più facile nascondere il proprio odio a se stessi che agli altri.
Certi comizi politici, come quello organizzato dalla Afd in Germania a cui oggi ho assistito in TV (e presumo che le cose non siano diverse per alcuni partiti italiani), mi sembrano riti-spettacoli in cui l'oratore sputa sugli avversari o li deride, e ad ogni sputo o insulto o qualunque altra espressione di disprezzo, il pubblico applaude in massa identificandosi con lo sputatore e si sente forte per l'applauso generale, come se questo fosse rivolto a ciascuno di essi, una conferma di approvazione della propria personalità e di appartenenza ad una società giusta minacciata da nemici della patria.
Nessuna idea concreta, solo slogan carichi di autocompiacimento e di disprezzo e odio per gli avversari. La logica è semplice. I nostri avversari politici fanno una politica contraria agli interessi della nazione. Quindi sono stupidi, e/o ignoranti e/o in malafede e curano solo i propri interessi a danno di quelli della patria. Quindi sono meritevoli del nostro disprezzo, come pure coloro non sono contro di essi, e quindi sono loro alleati. E' per colpa loro che le cose vanno male. Dobbiamo liberarcene per riportare la tranquillità e il benessere nella nostra nazione.
Tra i conflitti interpersonali, sono frequenti situazioni in cui due persone (o due gruppi) si accusano reciprocamente di comportamento moralmente scorretto o ingiusto, ovvero di ingiustizia o di immoralità.
La dinamica è tipicamente la seguente: una persona A accusa una persona B di immoralità. B si considera innocente e accusa A di ingiustizia per averlo accusato ingiustamente. A reagisce aggravando l’accusa di immoralità per il fatto che B non riconosce la sua colpa (non riconoscere la propria colpa costituisce un’ulteriore colpa dal punto di vista dell’accusatore). B reagisce all’aggravamento dell’accusa contro di lui aggravando a sua volta l’accusa di ingiustizia verso A, dando luogo ad un’escalation che può raggiungere livelli drammatici o tragici, a volte irreparabili.
Un’accusa di immoralità ha conseguenze gravi in quanto implica generalmente la condanna ad una punizione, che può essere più o meno fisicamente violenta. Una punizione non fisicamente violenta consiste tipicamente nel distanziamento dell’accusatore rispetto al condannato (con interruzione o limitazione della comunicazione), o nell’emarginazione sociale del condannato, che, in assenza di riparazioni, espiazioni o perdono, potrebbe causare la rovina sociale dell’accusato. In tal caso possiamo parlare di violenza psicologica o sociale.
Possiamo chiamare “competizione morale” una situazione caratterizzata da accuse reciproche di immoralità, nel senso che ogni parte cerca di dimostrare, insieme con la propria innocenza, la propria superiorità morale o mentale rispetto all’interlocutore.
Un caso particolare di competizione morale riguarda il disprezzo interpersonale. È il caso in cui una persona A accusa una persona B di averla disprezzata. Tale accusa può essere provata da fatti evidenti, oppure basata solo su sospetti o presupposti non dimostrabili. Nel secondo caso è normale che B neghi di aver disprezzato A. Ma questo non basta a rassicurare A, che aggrava la sua accusa verso B accusandolo di falsità o di insensibilità. Conseguentemente, B proclama la sua innocenza in modo ancora più deciso, continuando a negare di aver disprezzato A e accusando a sua volta A di ingiustizia, oltre che di incapacità di valutazione della realtà, ovvero di una disfunzione mentale, giudizio che ovviamente A considera ingiusto e perciò immorale e inaccettabile.
Insomma, lamentarsi senza prove di essere oggetto di disprezzo da parte dell’interlocutore dà luogo generalmente ad una situazione di disprezzo reciproco esplicito con gravi ripercussioni sulla cooperazione, che, di conseguenza, può diventare impossibile.
Le persone che senza prove si sentono disprezzate da altri sono spesso persone che hanno scarsa autostima, vale a dire che inconsciamente disprezzano se stesse, proiettando su altri il disprezzo che credono inconsciamente di meritare. È l’effetto di una nevrosi da cui si può guarire solo attraverso una presa di coscienza di tale dinamica inconscia, e una psicoterapia.