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Riflessioni di Bruno Cancellieri su

Economia

22 articoli tratti dal blog "Il mondo visto da me"

Indice delle monografie | Indice degli articoli per anno

Fiananza e industria

La finanza è l'industria del denaro.

Il sangue della società

Il denaro è il sangue della società industriale.

Culture come monete

Le culture sono come monete. Hanno valore solo nei gruppi in cui vengono scambiate.

L'uomo e la schiavitù

L'uomo è l'unico animale che costringe i suoi simili alla schiavitù. Forse, senza il linguaggio simbolico ciò non sarebbe possibile.

A chi giova la stupidità popolare

Politici e industriali desiderano un pubblico più stupido possibile, abbastanza stupido da credere negli slogan politici e nei messaggi pubblicitari.


Il futuro è in ciò che consumiamo

Da ciò che consumiamo (cose materiali e immateriali) dipende il futuro del pianeta, della società e di noi stessi. Scegliamo dunque con cura ciò che acquistiamo e usiamo.

Ignoranza degli elettori

Quanti italiani, specialmente tra gli elettori della Lega, sanno cosa sia lo spread, i meccanismi finanziari e gli inconvenienti ad esso connessi che ricadono anche su di loro? Temo che siano una piccola minoranza, pronta a sostenere provvedimenti demagogici che faranno aumentare lo spread a livelli fallimentari.

Micro e macro

Il micro e il macro si influenzano reciprocamente. La macroeconomia è influenzata dalla microeconomia e viceversa. La macrosociologia è influenzata dalla microsociologia e viceversa. La microsociologia è oggetto di studio della psicologia e dell'interazionismo simbolico di George Herbert Mead e di Herbert Blumer.

Il valore del denaro

Il motivo per cui gli umani cercano di possedere e guadagnare più denaro possibile, anche oltre il necessario, è che il denaro, oltre a permetterci di comprare cose di cui abbiamo bisogno, è considerato da molti una prova e dimostrazione di potere, valore, merito, intelligenza, capacità e per alcuni perfino di grazia di Dio.

L'economia non è una scienza

MI fa paura constatare che tra gli economisti accademici vi siano opinioni così discordanti. L'analisi e le ricette (quando ci sono) per uscire dalla crisi globale e risolvere il caso greco lo dimostrano. L'economia mi sembra più una filosofia che una scienza, dove ogni studioso vede solo una parte del problema semplificandolo pericolosamente.

Amazon: il costo umano della produttività e dell'efficienza illimitata

Articolo impressionante sulle condizioni di lavoro presso Amazon, una delle aziende più efficienti e di successo nel mondo, che disumanizza i suoi impiegati e crea disoccupazione a livello globale.

http://www.nytimes.com/2015/08/16/technology/inside-amazon-wrestling-big-ideas-in-a-bruising-workplace.html?_r=0

L'Italia e gli usurai

Aumentare il debito pubblico per mantenere le promesse elettorali è, in questa congiuntura, come rivolgersi ad un usuraio per chiedere un credito che non sarà possibile restituire se non a fronte di nuovi debiti, accelerando così il fallimento di un'azienda. L'usuraio sono i mercati finanziari, che all'aumentare del debito aumenteranno immediatamente gli interessi su di esso senza chiedere il permesso a nessuno e avvicinando di fatto il paese al default. Eppure la maggioranza degli elettori non è in grado di capire questa semplice legge o si illude che un miracolo la impedirà.

Sul capitalismo e le differenze di ricchezza tra cittadini

La caratteristica essenziale del capitalismo come regime politico è il fatto che non ci sono limiti alle differenze di ricchezza tra cittadini. Infatti, in uno stato capitalista, è legale che uno abbia una ricchezza pari e zero e un'altro una ricchezza pari a mille volte la ricchezza media dei cittadini. Mi chiedo se questa assenza di limiti nelle differenze di ricchezza sia una cosa conveniente da un punto di vista economico, ma soprattutto se sia giusta da un punto di vista etico. Io sento che essa è ingiusta, e mi stupisco del fatto che quasi tutte le religioni accettano questa assenza di limiti, come pure la maggior parte degli esseri umani in ogni epoca storica (forse nella preistoria non era così).

Identità pecuniaria

La quantità di denaro che si è posseduto, che si possiede e che si cerca e spera di possedere sono tra i principali costituenti dell'identità, del ruolo e dell'appartenenza sociale di un individuo. Si può dire infatti che la società sia regolata dal possesso di denaro. Il denaro conferisce potere e rispettabilità, e questi a loro volta facilitano l'ottenimento di denaro in un circolo virtuoso, così come la scarsità di denaro dà luogo a scarsità di potere e di rispettabilità in un circolo vizioso.

Spesso l'attaccamento al denaro è oggetto di censura morale e per questo viene relegata nell'inconscio, dove agisce in modo insidioso e dissimulato, sotto copertura. Siamo tutti schiavi del denaro, sia chi lo possiede che chi non lo possiede, poiché dal suo possesso o privazione dipendono la nostra identità e appartenenza sociale ovvero gli elementi fondanti della nostra psiche. Ognuno è (anche) il denaro che possiede.

Grazie Mattarella per aver ostacolato i piani di Savona

Ho ascoltato attentamente vari discorsi di Savona e mi pare che la questione più importante sia data per scontata, ovvero l'assioma che l’Italia soffre a causa dei (cattivi) regolamenti dell’Unione Europea. Mi sembra una grande fallacia demagogica. Infatti io penso che l’Italia starebbe molto peggio se non fosse in qualche misura limitata oltre che aiutata dai regolamenti della EU.
Il regolamento incriminato sarebbe quello di limitare il disavanzo di bilancio e il debito pubblico. Inoltre Savona pretenderebbe che la EU cancelli circa la metà del debito pubblico nazionale italiano. Immaginate voi le pernacchie che ci farebbero i cittadini degli altri paesi membri, che dovrebbero regalarci un bel po’ di soldini per premiarci del nostro malgoverno. La sua proposta, in sintesi è dire alla EU quanto segue: cara Europa, o ci cancelli metà del debito, oppure usciamo dall’Euro per fare i nostri comodi (svalutazione, inflazione, altro debito ecc.).
Bel programma. Grazie Mattarella!

Economia ed etica della benevolenza

Si fa presto a dire “ti voglio bene”. Ma cosa significa veramente? A quante persone possiamo voler bene simultaneamente, e in quale misura? E come si può dimostrare o misurare il bene che una persona “vuole” ad un’altra? La benevolenza è qualcosa che si può dare e ricevere da una persona ad un’altra, quindi possiamo parlare di “economia della benevolenza”, in modo analogo all’economia generale, cioè allo scambio di beni e servizi.

A tale riguardo ci sono altre questioni, come le seguenti. La benevolenza (cioè il voler bene) è volontaria o involontaria? Siamo liberi di volere bene e di non voler bene a chi ci pare e quanto ci pare? In altre parole, la benevolenza è un dovere morale e di conseguenza un diritto?

Il fatto è che ogni umano ha bisogno che un certo numero di persone gli vogliano bene, e soffre quando la benevolenza che riceve è inferiore a quella di cui ha bisogno. In conclusione, se la benevolenza non è un dovere né un dovere, allora è una questione di fortuna!

Sinistra, destra ed evasione fiscale

I partiti di sinistra e i loro elettori vorrebbero che le persone più ricche cedessero ai meno ricchi una parte delle loro ricchezze, cosa a cui si oppongono i partiti di destra e i loro seguaci. Ci sono poi la sinistra moderata e la destra moderata, cioè il centro-sinistra e il centro-destra, che sono disposti ad accogliere in una certa misura le richieste dei partiti opposti.

Per sapere se sei di sinistra o destra, e se lo sei in modo estremo o moderato, chiediti quanta parte delle tue ricchezze e dei tuoi beni saresti disposto a cedere a persone meno ricche di te, e in quale misura lo fai effettivamente attraverso le tasse o donazioni volontarie. Per ovvi motivi, quanto più sei povero tanto più tenderai ad essere di sinistra. In tal caso dovresti chiederti quanta parte delle tue ricchezze saresti disposto a cedere nel caso che diventassi ricco.

Gli evasori fiscali sono di destra nella misura delle tasse che evadono o che evaderebbero se potessero.

Conflitti di interesse e interesse dell'umanità

La vita sociale è un immenso groviglio di conflitti di interesse a tutti i livelli: individuale, familiare, professionale, corporativo, politico, economico, religioso, accademico, culturale, nazionale, internazionale, che è causa di enormi squilibri nella distribuzione dei beni, dei poteri e delle conoscenze. A causa del progresso teconologico, della globalizzazione e della finanziarizzazione dell'economia, tali squilibri tendono ad accentuarsi, soprattutto a causa della sudditanza del potere politico rispetto a quello finanziario e del fatto che computer e robot possono sostituire enormi quantità di lavoratori dando luogo a disoccupazione e riduzione di salari con conseguente diminuzione dei consumi e fallimento di industrie e attività economiche. Siamo ormai in un circolo vizioso che potrà essere arrestato solo superando i conflitti di interesse particolari in nome di un comune interesse a livello planetario: l'interesse dell'umanità. Perché questo possa avvenire è necessario che il senso di appartenenza a particolari comunità sia sostituito dal senso di appartenenza all'umanità universale, le cui caratteristiche sono da ridefinire superando le mistificazioni culturali causate nel corso della storia dai vari conflitti di interesse.

Il dilemma del prigioniero ecologico

Ispirato dal famoso "dilemma del prigioniero" descritto in tutti i trattati di sociologia, mi è venuta in mente la seguente riflessione.

Sembra confermato da (quasi) tutta la comunità scientifica che il pianeta è condannato ad un graduale macroscopico esaurimento delle risorse vitali se non correggiamo rapidamente i nostri consumi e il nostro stile di vita. Vedi https://it.wikipedia.org/wiki/Impronta_ecologica

Il dilemma è dunque: se riduco la mia impronta ecologica e gli altri non lo fanno, non avrò evitato la catastrofe planetaria, ma avrò solo rinunciato a comodità a vantaggio di coloro che non vi rinunceranno.

Ora, siccome la maggior parte della gente si disinteressa dei problemia ecologici, non potendo evitare la catastrofe, forse mi conviene continuare a vivere come ho sempre fatto.

Con questa logica la catastrofe è assicurata, anche perché i politici cercano di compiacere le masse, le quali non si interessano di problemi di livello superiore a quello dei propri interessi individuali, e nessuno stato è disposto a rinunciare alla propria sovranità a favore di una ipotetica autorità di livello superiore

Consumismo e cultura

Il consumismo influenza anche il modo in cui la cultura viene vista e usata. Infatti oggi molti “consumano” la cultura nel senso che, il giorno dopo aver letto un libro o un articolo, lo ritengono superato, non più utile, e si apprestano a consumare altre novità. In altre parole, oggi per molti vale solo ciò che è attuale. Pochi leggono le opere letterarie e apprezzano l’arte del passato, come se non avessero più nulla di importante da dirci. Questo, secondo me, è dovuto a diversi fattori, tra i quali:

  • L’industria editoriale ha bisogno di incentivare l’acquisto di novità letterarie e giornali per assicurarsi un giro d’affari che sarebbe scarso se la gente leggesse preferibilmente opere del passato, poco costose e facilmente reperibili nel mercato dell’usato.

  • Le opere nuove hanno la presunzione di valere più di quelle che le hanno precedute. Questa presunzione si applica sia ai loro autori che ai loro lettori che, leggendo le novità, si illudono di diventare più colti, più informati, più saggi dei loro predecessori.

  • La mancanza di consenso riguardo al valore e all'importanza delle opere del passato, da parte delle autorità accademiche. In altre parole, manca una biblioteca essenziale universalmente riconosciuta, che stabilisca la relativa importanza di ciascuna opera del passato.

  • L’illusione che ciò che è nuovo sia più gradevole e divertente dell’antico

Risultato di questa tendenza è la pubblicazione di tante opere inutili, spesso minestre riscaldate di idee del passato, di valore più modesto di quelle da cui prendono ispirazione.

Economia e (in)giustizia

Da un punto di vista filosofico (etico), mi pare che l'economia comporti grossi problemi di giustizia, anzi, di ingiustizia, se per giustizia intendiamo equità, ovvero una equa ripartizione del benessere tra gli esseri viventi.

Un primo problema è la dipendenza dell'economia dalla finanza, e dal fatto che, se la finanza non è regolata (ovvero moderata, limitata), i più ricchi diventano sempre più ricchi, e i più poveri sempre più poveri. In altre parole, i più ricchi sono sempre avvantaggiati. Osservazione banale, ma carica di gravi conseguenze (etiche e anche economiche).

Un secondo problema è quello della concorrenza, per cui per uno che vince, alcuni perdono. In altre parole, raramente si vince insieme, ma ogni vittoria è anche una sconfitta, a seconda del punto di vista.

Un terzo problema ha a che fare con l'automazione, che rende il lavoro umano sempre meno rilevante, causando disoccupazione su vasta scala e arricchendo ulteriormente coloro che "assumono" macchine e licenziano persone.

Un quinto problema è il fatto che in economia hanno più successo (e quindi più ricchezza e opportunità) i più intelligenti. E' giusto che i più intelligenti, oltre ad avere il vantaggio di essere più intelligenti abbiano anche quello di essere più ricchi? Lo stato dovrebbe sovvenzionare i meno intelligenti che a causa delle loro minore intelligenza restano confinati nei livelli più bassi di ricchezza?

Naturalmente l'economia presenta anche lati positivi che portano ad un maggior benessere comune, per cui anche le condizioni degli "schiavi" possono migliorare, ma quanto contribuisce l'economia all'equità? Temo che la risposta sia: per niente.

Forse una soluzione per rendere più etica sia l'economia che la finanza è quella di limitare l'arricchimento, per esempio, obbligare chi supera certi livelli di ricchezza, a investire il surplus in attività di interesse nazionale, o semplicemente a pagare più tasse di quanto non facciano oggi. Ma questa regola dovrebbe essere a livello planetario, altrimenti i capitali vengono spostati nei paradisi fiscali. I paradisi fiscali generano inferni per i poveri.

Processo produttivo

Per «processo produttivo» intendo una serie di operazioni che servono a produrre cose (prodotti o risultati materiali o immateriali) utili a certe persone nel senso della soddisfazione di qualche loro bisogno.

Un processo produttivo comprende generalmente le seguenti fasi:

  • Determinazione delle risorse (materie, informazioni, competenze) necessarie per la produzione

  • Selezione delle risorse da acquisire

  • Acquisizione delle risorse selezionate

  • Conservazione e organizzazione delle risorse acquisite

  • Progettazione degli algoritmi di trasformazione/combinazione delle risorse acquisite

  • Trasformazione/combinazione delle risorse acquisite, secondo gli algoritmi progettati

  • Verifica della qualità dei prodotti/risultati ottenuti

  • Distribuzione dei prodotti/risultati ottenuti

  • Utilizzazione/consumazione dei prodotti/risultati ottenuti

  • Verifica della soddisfazione degli utilizzatori dei prodotti/risultati ottenuti

Il processo produttivo sopra delineato non si applica solo alla produzione di beni e servizi commerciali, ma anche alla produzione di idee per migliorare la propria vita, vale a dire per soffrire di meno e godere di più. Mi riferisco anche al concetto di "pensiero produttivo".