Le parole servono a mentire.
Un linguaggio è una rete di parole.
I pensieri sono combinazioni di parole.
Siamo compositori e ripetitori di parole.
Poesia: combinazioni suggestive di parole.
L'uomo è l'unico animale capace di dialogare con se stesso.
Oltre che agli autori di buoni testi, i meriti vanno a chi li diffonde.
La grammatica di una lingua è la grammatica del pensare in quella lingua.
Dire le stesse cose con parole diverse facilita la comprensione del testo.
Se voglio parlare col mio gatto, devo usare il suo vocabolario, non il mio.
Due persone, per interagire pacificamente, devono usare un linguaggio comune.
Al di fuori della coscienza verbale, il corpo funziona secondo logiche non verbali.
Ad ogni livello di astrazione si perdono dettagli e differenze tra le cose astratte.
Le parole possono far bene e possono far male. Possono far ammalare e possono guarire.
Forse diciamo le stesse cose in termini diversi, e nessuno rinuncia al proprio vocabolario.
Si può dire tutto e il contrario di tutto. Basta cambiare il punto di vista o il dizionario.
Cos'è una cosa? Credo che la maggior parte della gente non saprebbe rispondere a questa domanda.
Cerco di usare il verbo essere il meno possibile, perché è facilissimo usarlo in modo inappropriato. E sottolineo "è".
Senza il linguaggio saremmo meno sapienti e meno intelligenti, ma anche meno stupidi perché non crederemmo a tante falsità.
Ogni discorso è basato su certi presupposti. È inutile criticare un discorso, conviene piuttosto criticare i suoi presupposti.
Se è vero che il pensare dipende dal linguaggio, la ricchezza dei pensieri di una persona dipende dalla ricchezza del proprio vocabolario.
L'uomo è l'unico animale capace di dare nomi alle cose, ma a volte dà lo stesso nome a cose diverse e altre volte nomi diversi alle stesse cose.
La cosa fondamentale che due umani devono condividere per poter cooperare è una certa cultura, il cui linguaggio è la componente più importante.
Le parole servono a ricordare, a qualificare, a chiedere, a comandare, a giustificare, a raccontare, a collegare, a informare, a confondere, a ingannare.
L'uomo è l'unico animale capace di dare un nome e un senso a cose, esseri viventi, idee ecc., che senza il suo intervento non avrebbero né un nome, né un senso.
Il significato e il valore di qualsiasi cosa non sono intrinseci alla cosa, ma dati dal suo contesto. Infatti cambiando contesto cambiano il significato e il valore.
Quando una parola è connotata negativamente essa suscita emozioni disturbanti e viene usata inconsciamente in senso binario e normalmente evitata. Per l'intelletto è una trappola.
Forse anche lo stomaco pensa e ha una coscienza, forse anche il fegato e gli altri organi, ma non possiamo saperlo perché essi non comunicano con noi con un linguaggio che conosciamo.
L'uomo è l'unico animale capace di creare linguaggi simbolici. Perciò esistono tante lingue umane, mentre gli altri animali parlano una sola lingua e non hanno bisogno di apprenderla.
Affinché due persone possano cooperare devono essere soddisfatte almeno le seguenti condizioni: (1) condivisione di valori, (2) condivisione di linguaggio, (3) condivisione di gerarchia.
Ogni parola è connessa probabilisticamente con certe altre. Ogni concetto è connesso probabilisticamente con certi altri. Ogni parola è connessa probabilisticamente con certi concetti, e viceversa.
Un nome è una chiamata che aspetta una risposta. Infatti si dice: "come si chiama questa cosa?" intendendo: "che nome ha questa cosa?". Un problema è che ad una stessa chiamata ci possono essere risposte diverse.
Le parole che udiamo o leggiamo influenzano i nostri pensieri, e questa influenza ci trasforma, nel bene e nel male. Perciò dovremmo esaminare criticamente ogni espressione linguistica che ci capita di udire o di leggere.
Le parole possono aiutare, nuocere, suscitare piaceri e dolori, salvare, uccidere, o lasciare il tempo che trovano. Dipende dalle loro combinazioni, dai contesti in cui vengono espresse, e dalle menti di coloro che le sentono.
Gli umani si differenziano anche per la dimensione del proprio vocabolario, cioè per il numero di lemmi e per la lunghezza e la varietà delle definizioni degli stessi. È il vocabolario che usano per pensare e per comunicare con gli altri.
Io credo che il pensiero cosciente consista in concatenzazioni di ricordi e di immaginazioni di immagini, di parole e di sensazioni. Le parole non sono indispensabili, ma possono essere utili, come pure inutili o dannose. Dipende da quali parole.
Una persona può interagire solo con persone che capiscono il suo linguaggio oppure deve censurare il suo linguaggio e adottare quello delle persone con cui desidera interagire, intendendo per linguaggio un particolare mondo di significati e valori.
Ogni espressione umana, ogni frase, ogni parola, va intesa non come informazione a sé stante, ma come parte di un contesto cognitivo ed emotivo, ovvero di una certa visione del mondo. È tale contesto che dà all'espressione il suo vero e profondo significato.
Secondo me l'inconscio non è "strutturato come un linguaggio" (come affermava Lacan), ma è una macchina (o sistema, in senso cibernetico) e in quanto tale usa un linguaggio, anzi, più linguaggi, per le comunicazioni interne (tra le sue parti) e con l'esterno.
La parola "libertà" da sola non significa nulla. Bisogna sempre aggiungere un complemento e un contesto, bisogna dire "libertà di ..." oppure "libertà da ...", "libero di ..." o "libero da ...". Anche io, sbagliando, spesso uso la parola "libertà" senza complementi.
Immaginate che vi siano dei libri leggendo i quali si provano sensazioni simili a quelle causate da certe sostanze stupefacenti. La gente leggerebbe molto di più. In effetti ci sono certi libri che in certe persone provocano simili sensazioni, anche se in modo molto più blando.
Ogni discorso è parziale, incompleto, insufficiente. Non si può dire tutto con poche parole, nemmeno con molte, nemmeno con un numero infinito di esse. Perché le parole non bastano per descrivere la realtà, ma possono richiamare solo una piccola parte di essa, solo qualche suo aspetto limitato.
Per definire il significato di una parola abbiamo bisogno di altre parole, che a loro volta necessitano di altre parole, e così via, senza fine. Questo non significa che dovremmo smettere di parlare, ma che non dovremmo prendere troppo sul serio, né interpretare in modo rigido, ciò che viene detto.
Non c'è nulla che non si possa dire anche in poche parole. Tuttavia, quanto maggiore è il numero di parole, tanto più numerosi sono i dettagli e gli esempi che si possono dare, e minore il rischio di fraintendimento. Ma la capacità di sintesi varia da persona a persona. I più capaci sono gli aforisti.
Ogni volta che qualcuno dice "problematica" intendendo "problema", o "tipologia" intendendo "tipo", un vocabolario piange. Confondere tipi logici diversi, direbbe Gregory Bateson, è un sintomo di schizofrenia. Infatti "tipologia" significa un insieme di "tipi" e "problematica" un insieme di "problemi".
Il significato che io do alle parole che uso è lo stesso che io presumo che anche gli altri, alcuni altri, certi altri, gli diano. Infatti, tale significato non lo definisco io, ma lo apprendo dagli altri, da certi altri (a meno che io non inventi un neologismo). Senza gli altri non ci sarebbero parole, né significati.
Il verbo essere è illusorio e fuorviante. Infatti nessuna
cosa o persona “è” qualcosa o qualcuno. L'identità di una persona o di una cosa è data dal suo comportamento particolare e dalle sue particolari relazioni e interazioni con altre cose e/o con altre persone.
Una persona ha imparato una lingua straniera quando non si chiede più quale sia il significato delle singole parole e frasi che ode, perché tale significato prende forma automaticamente e senza sforzo nella sua mente. Vale a dire quando la comprensione del linguaggio diventa un processo passivo piuttosto che attivo, involontario piuttosto che volontario.
Quando ero giovane, parole come tipologia, problematica e metodologia erano di uso raro e specialistico. Oggi quasi tutti le usano come sinonimi di tipo, problema e metodo. Suppongo che pochi conoscano le rispettive differenze di significato e che si sia trattato di un fenomeno imitativo a partire da qualcuno che usava certi termini piuttosto che altri per farsi credere più erudito.
Qualsiasi espressione umana, qualunque messaggio può essere interpretato in modi diversi dal ricevente. Per esempio, come un apprezzamento, un disprezzo, un'accusa, un rimprovero, una derisione, una minaccia, una promessa, una deferenza, una richiesta, una dichiarazione di amicizia o di inimicizia, di fratellanza, di estraneità, di indifferernza, di attrazione, di repulsione, di simpatia, di antipatia ecc.
Le parole possono avere diverse funzioni:
- comandare, cioè dare ordini incondizionati (fai x) o condizionati (in caso di y fai x);
- prevedere il futuro in base ad esperienze passate (se succede x, allora di conseguenza succederà y);
- immaginare (cioè simulare mentalmente) situazioni (cioè configurazioni di elementi) per suscitare emozioni e/o per concepire soluzioni a problemi o rispondere a domande.
Un discorso può comportare più di una di tali funzioni.
Imparare una lingua (specialmente la lingua madre) è apprendere ad associare certi simboli a certe forme, immagini o sensazioni, e a concatenare i simboli appresi, per costruire narrazioni che possiamo inventare, raccontare e ascoltare.
Tali narrazioni sono simulazioni più o meno verosimili di fatti e fenomeni reali passati, presenti o futuri che possiamo immaginare e trasmettere.
Grazie al linguaggio possiamo dunque pensare, inventare e condividere vite immaginarie e ricordi di vite reali.
Nei dialoghi e nelle conversazioni, la società, con le sue forme, i suoi linguaggi e le sue regole, è sempre presente come riferimento e come contesto che dà significato e valore a tutto ciò che viene detto.
D'altra parte, ciò che viene detto serve anche a dimostrare e a confermare l'appartenenza e la conformità dei parlanti alla società in certi ranghi e in certi ruoli.
In altre parole, noi parliamo non solo per raccontare fatti reali o presunti che ci riguardano in quanto membri di una società, ma, al tempo stesso, per confermare la nostra identità e la nostra dignità sociale.
Una parola può avere due tipi di significati: il significato scientifico, condiviso dalla maggior parte della comunità scientifica, e il significato popolare, che può variare in funzione del gruppo sociale in cui viene usato. Entrambi i significati sono generalmente documentati da dizionari.
Quando il significato di una parola non è univoco, chi ne fa uso dovrebbe precisare con quale significato la impiega.
In ogni caso, nessuno ha il diritto di dare alle parole significati arbitrari, o di considerare universale un significato che è caratteristico di una particolare cultura, subcultura o filosofia, e non di altre.
Il linguaggio e la scrittura sono potentissimi strumenti di governo e di autogoverno, cioè di controllo e di autocontrollo. Essi permettono infatti di rievocare idee, ricordi, promesse e minacce, attrazioni e repulsioni, anticipazioni di piaceri e dolori, con dei segni.
Mediante tali mezzi l'uomo può fare grandi cose nel bene e nel male, cioè grande bene e grande male, molto bene e molto male, mentre gli altri animali sono molto limitati in tal senso. Per esempio, gli animali non umani non possono scatenare guerre tra popolazioni; infatti le loro guerre sono normalmente solo contro singoli individui (della loro o di altre specie).
La verità non esiste. Esistono invece narrazioni individuali e parziali della realtà, più o meno dimostrabili e più o meno credibili. D'altra parte la realtà e la sua narrazione sono cose molto diverse. Infatti una narrazione scompone arbitrariamente la realtà in parti nello spazio e nel tempo e descrive alcune delle parti e le loro sostanze e relazioni apparenti usando un proprio vocabolario e in base alle proprie esperienze. Perciò una narrazione è sempre arbitraria, soggettiva, parziale e legata ad un particolare linguaggio e a particolari esperienze. Tuttavia un gruppo di umani possono condividere una certa narrazione della realtà illudendosi che ciò in cui credono sia vero.
Io sono per la decostruzione, il disfacimento e la riforma del linguaggio (decostruire senza ricostruire provoca un vuoto distruttivo). Ma prima di disfare è bene avere pronta la riforma.
In particolare vorrei disfare e riformare quanto segue:
1) L'uso eccessivo, inutile e fuorviante del verbo essere nella maggior parte delle espressioni verbali. Dovremmo sostituirlo, se è possibile, con altri verbi che esprimono azioni, interazioni e relazioni. Oppure aggiungere "per X".
2) L'uso eccessivo e fuorviante del singolare. Dovremmo sostituirlo con il plurale. Per esempio, sostituire "la filosofia" con "le filosofie", oppure con "la filosofia di X".
Vi consiglio la lettura di questo articolo sul (cattivo) uso del verbo essere, che parla, tra l'altro, del pensiero di Alfred Korzybski, uno dei miei principali maestri, oggi purtroppo dimenticato, e ignorato nel mondo accademico.
Citazione dal documento: "Le reazioni linguistiche, indispensabili per poter comunicare e trasmettere esperienze, pensieri e scoperte da un individuo all’altro e da una generazione all’altra, se non si accompagnano alla consapevolezza della loro natura di “astrazioni” e quindi della loro impossibilità di fungere da sostituto di ciò che intendono rappresentare, finiscono con il generare il fenomeno – sicuramente malsano – della «tirannia delle parole»""
https://agon.unime.it/files/2016/02/0705.pdf
La nostra mente contiene un repertorio di parole che ci servono per pensare, ragionare e comunicare (attività che include domandare, chiedere, rispondere a domande, comandare, narrare, insegnare ecc.).
Ogni parola è definita mediante combinazioni di altre parole, è associata a forme o immagini e può suscitare o evocare sentimenti e doveri. In tal senso ogni mente umana contiene un dizionario cognitivo e affettivo diverso, più o meno simile a quello di ogni altra persona.
Il dizionario mentale si forma per apprendimento, a seguito di esperienze e interazioni con chi già "conosce" certe parole. La ricchezza e la peculiarità del dizionario mentale di un individuo è un elemento costitutivo della sua personalità e del suo modo di pensare e di agire.
Pertanto, psicoterapie e pratiche filosofiche dovrebbero occuparsi del dizionario mentale del soggetto per conoscerlo, correggerlo, migliorarlo e arricchirlo, ovvero per renderlo più adatto alla soddisfazione dei bisogni propri e altrui.
Quando uno dice qualcosa, quella cosa non deve essere presa come compiuta e autosufficiente. Ogni cosa che viene comunicata ha un significato che si può capire solo in relazione ad una grande quantità di supposizioni, condizioni e nozioni di base a cui essa fa implicito o esplicito riferimento, prima fra tutte il significato letterale delle singole parole usate, ricavabile, ma non sempre e non sempre facilmente, dai dizionari linguistici.
In altre parole, chi fa un discorso, presuppone che l'uditore condivida certe cognizioni di base, senza le quali il discorso non avrebbe senso o non potrebbe essere considerato veritiero o valido.
Per quanto detto sopra, il problema più diffuso nella comunicazione, il fraintendimento, è spesso dovuto non tanto ad una cattiva comprensione del significato delle parole o frasi comunicate, ma ad una non sufficiente condivisione della struttura cognitiva generale di cui le cose dette fanno parte e che suppongono.
Di conseguenza, per migliorare la comunicazione, andrebbero studiate e confrontate le strutture cognitive generali dei comunicanti, più che analizzare il significato dei singoli messaggi scambiati.
Il linguaggio è un repertorio di parole e frasi, ovvero di espressioni verbali interconnesse. Queste hanno dei significati. Il significato di una espressione verbale è ciò che essa evoca, ovvero ciò che essa richiama in senso cognitivo ed emotivo. In altre parole, la parola è uno stimolo e il significato è la relativa risposta in senso pavloviano.
Quando ascoltiamo un discorso o seguiamo un pensiero, nella nostra mente vengono evocate una serie di immagini, di cognizioni e di sentimenti. Il problema è che le risposte agli stimoli verbali sono più o meno diverse da persona a persona. Tuttavia spesso ci illudiamo che siano uguali, e ci meravigliamo quando ci rendiamo conto che una persona dà ad una certa espressione verbale un significato diverso da quello che gli diamo noi.
È così che si formano gruppi sociali caratterizzati anche da una sufficiente omogeneità di significati dati alle parole, ovvero da comuni vocabolari cognitivi ed emotivi.
Pertanto ritengo utile e interessante indagare le differenze di significati che persone diverse danno alle stesse espressioni verbali, anche ai fini di una migliore comprensione reciproca.
Una lista sinottica (che possiamo anche chiamare "sinolista", o "sinossi") è una lista di espressioni verbali a supporto di una meditazione sinottica, cioè una mediazione in cui si cerca di vedere insieme, e interconnessi interattivamente, gli enti indicati dalle diverse espressioni.
Questo è un esempio di lista sinottica:
- Io (la mia coscienza)
- Il mio inconscio
- Gli altri
- Interagire
- Politiche interpersonali
- Emozioni e sentimenti
- Memoria
- Enti
- Attributi
- Verbi
- Narrazioni
- Valutare
- Scegliere
- Prevedere
Il numero di espressioni verbali in una lista sinottica deve essere preferibilmente non troppo piccolo e non troppo grande. Penso che un numero compreso tra 3 e 15 sia appropriato per una meditazione efficace. Infatti un numero troppo piccolo non tiene conto della complessità della realtà, e, d'altra parte, maggiore è tale numero, più difficile è la contemplazione delle interconnessioni tra gli enti rappresentati dalle espressioni. Infatti non possiamo pensare che a poche cose alla volta.
L'uomo sembra essere l'unico animale capace di dare nomi alle cose e di usare quei nomi per evocare, pensare e trasmettere ad altri idee delle (e sulle) cose nominate, e di applicare ad essi ragionamenti più o meno logici.
Questa capacità rende l'uomo l'animale più potente ma anche il più pericoloso per se stesso, per gli altri e per l'ambiente naturale, data l'imprecisa e a volte falsa corrispondenza tra i nomi e le cose nominate, col risultato di costruire spesso realtà nominali molto diverse da quelle reali, e di scambiare le une con le altre.
Come diceva Alfred Korzybski, la mappa non è il territorio. Questa affermazione è apparentemente ovvia e banale, ma si rivela necessaria dato che la maggior parte della gente è inconsapevole dei propri processi mentali, in cui le due cose tendono a confondersi, e ignorano il fatto che una mappa non può rappresentare che una piccolissima parte della complessità di un territorio. Una mappa, o un nome, sono infatti generalizzazioni e semplificazioni di entità complesse, e passare dalla cosa al nome, o dal territorio alla mappa, significa ignorare, consciamente o inconsciamente, una infinità di aspetti e dettagli.
La razionalità dell'uomo, risultante dalla sua capacità di nominare le cose, è pericolosa perché orienta il nostro comportamento sostituendo istinti naturali di provata efficacia ed efficienza con costrutti culturali molto variabili, non ereditabili geneticamente, la cui utilità per la sopravvivenza e la soddisfazione dei bisogni è tutt'altro che certa.
La
Semantica generale di Alfred Korzybski è un valido utensile per portare alla luce le trappole del linguaggio, e svelare come il linguaggio ed in particolare il linguaggio politico, religioso, pubblicitario, mediatico abbiano il potere di preindirizzare e ingabbiare le questioni in modo univoco, attraverso distorsioni e forzature semantiche. In tal senso l'esperienza umana viene filtrata e mediata dalle caratteristiche contingenti delle costruzioni linguistiche e del senso comune.
La semantica generale permette di ritornare consapevoli della distinzione tra mappa e territorio e del come l'informazione venga distorta o cancellata dalle rappresentazioni che utilizziamo. Non basta una comprensione sporadica e intellettuale di questi meccanismi, bisogna che si acquisisca un riflesso di risposta immediata alla manipolazione.
Negli anni trenta, durante la grande depressione economica americana ed alla vigilia della 2a guerra mondiale, le condizioni scientifiche (matematica non-euclidiana, relatività di Einstein in fisica, etc.) erano tali che il sistema aristotelico mostrava chiaramente i suoi limiti. Osservando i mali di quest'epoca (tra 1920 e 1933), Korzybski ha potuto formulare gli obiettivi di un sistema non-aristotelico.
Il vocabolario della semantica generale ha una grande importanza nella padronanza del sistema. Non per far parte di un' 'elite', ma perchè è sotteso nei principi di base. In effeti, come parlare degli effeti psico-somatici, per l'esempio, se continuiamo a separare nel nostro linguaggio 'corpo' e 'spirito' ? Come parlare della relatività se separiamo verbalmente 'spazio', 'tempo', 'materia'?
La Semantica Generale si propone di andare oltre alla “scienza del significato”. La semantica studia il rapporto tra un “etichetta” e i meccanismi sociali e psicologici che l’hanno generata per darne una definizione. La teoria di Korzybski cerca piuttosto di definire il rapporto tra il sistema nervoso umano e le sue reazioni agli stimoli esterni, di qualsiasi natura questi siano, e vorrebbe creare un metodo per integrare le reazioni istintuali, il pensiero e il comportamento in un insieme omogeneo e coerente.
La più nota frase “La mappa non è il territorio“ sta a significare che l’etichetta che noi applichiamo ai fenomeni, troppo spesso, viene associata a ciò che significa, mentre in realtà essa lo definisce solamente.
Studiando il “concetto” di Platone, dove per tutti la parola CANE identifica un cane comune a tutti, bisogna tenere conto che l'idea di CANE varia da persona a persona in base alle sue esperienze personali: per me un cane potrebbe essere un cane da caccia, perchè sono stati sempre i miei preferiti, mentre per altre persone potrebbero essere dei cani lupi, e mentre per me l'idea di cane è associata ad una cosa "positiva" per una persona che è stata azzannata potrebbe essere associata ad un concetto "negativo".
Limiti del sistema aristotelico
- Tutto ciò che è, è. (Identità)
- Niente può contemporeneamente essere e non essere. (contraddizione)
- Tutto deve essere oppure non essere. (Terzo escluso)
È ovvia l'influenza della struttura linguistica legata all'uso del verbo 'essere' nella formulazione di queste premesse.
Da queste 'leggi del pensiero' seguono:
- la confusione generalizzata delle parole con le cose che rappresentano (come in "Questo è una sedia"), che chiameremo identificazione, o 'confusione dei livelli d'astrazione'.
- il postulato dell'universalità della forma verbale soggetto-predicato (come "la mattita è rossa"). Questo postulato assicura la possibilità di ridurre tutte le formulazioni complesse in un insieme di frasi strutturate secondo questa forma unica, esprimendo le "proprietà" (predicati) di un oggetto (soggetto). Vedremo che questo postolato generalmente è falso perchè questa forma verbale non può rendere conto di relazioni assimetriche (prima, dopo, più, meno, etc.). Chiameremo questo proiezione e mostreremo che include un caso particolare di identificazione :
- la possibilità di dividere verbalmente ciò che non possiamo dividere empiricamente ('corpo'/'spirito', 'spazio'/'tempo'/'materia', etc.). Parleremo di elementalismo.
Obiettivi di un sistema non-aristotelico
Le premesse della semantica generale possono così esprimersi:
- Una carta non è il territorio che rappresenta (non-identità).
- Una carta non copre tutto il territorio (non-totalità).
- Una carta è auto-riflessiva (auto-riflessività del linguaggio)
La prima di queste premesse si esprime in modo negativo. Questa forma le attribuisce un grado di sicurezza che non potrà avere una forma affermativa, obbligando i suoi detrattori a fornire un contro esempio. Questo principio è raramente rimesso in causa dai 'sostenitori' del sistema aristotelico ma è raramente applicato.
La seconda premessa mette in causa la totalità delle formulazioni aristoteliche. Questa totalità si ritrova nelle formulazioni delle premesse di Aristotele e di solito è introdotta dalle frasi "o/o" non lasciando scelta ad altre possibilità. Il pericolo che si presenta è meno facilmente percepibile. Un'affermazione del tipo "una porta deve essere aperta o chiusa" non pone alcun problema fondamentale, ma "siete con noi o contro di noi" rileva come il problema non sia così semplice.
La terza stabilisce la multiordinalità, la possibilità dei nostri linguaggi di utilizzare le parole per parlare delle parole stesse. Questa capacità si ritrova nelle nostre parole più importanti : "si", "no", "vero", "falso", "fatto", "realtà", "causa", "effetto", "accordo", "disaccordo", "proposizione", "numero", "relazione", "ordine", "struttura", "astrazione", "caratteristica", "amore", "odio", "dubbio", ecc.
Se tali parole possono essere utilizzate in un enunciato, esse possono ugualmente essere utilizzate in un enunciato a proposito dell'enunciato precedente, e così di seguito. Ad ogni tappa del processo il senso di questa parola può cambiare : "amare fare soffrire" (o "amare soffrire") non è ciò che intendiamo normalmente con "amare". Vediamo quindi che il livello su cui ci poniamo ha un'influenza enorme sulla valutazione che facciamo di una frase.
Secondariamente, questa comprensione ci permette di eliminare numerosi paradossi basati sulla confusione dei livelli.