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Riflessioni di Bruno Cancellieri su

Memoria

30 articoli tratti dal blog "Il mondo visto da me"

Indice delle monografie | Indice degli articoli per anno

Ricordi e narrazioni

I ricordi sono narrazioni.

Pensiero e memoria

Ognuno pensa secondo la propria memoria.

Memoria e salute

Dimenticare o perdere qualcosa può essere salutare.

Vantaggi e svantaggi della memoria

La mia ricchezza è la mia memoria, ma anche la mia prigione.

Sull'inconscio

L'inconscio è, per lo più, ex conscio automatizzato e dimenticato.

Memoria e apprendimento

Ciò che ricordiamo è il prodotto di processi che abbiamo dimenticato.

La prima volta

La prima volta, e tutto ciò che accade solo la prima volta, non si ripete.

Pensiero e memoria

Il pensiero è una scansione cosciente della memoria, guidata dai sentimenti.

Uomini e collegamenti

Ogni umano costituisce una serie di collegamenti con certi umani e certe idee.

Sul non uso della memoria

Il cervello tende a dimenticare le informazioni che non usa nelle interazioni.

Felicità e memoria

Un momento di felicità fa dimenticare le infelicità passate passate, e non fa prevedere quelle future.

Tempo, memoria e immaginazione

Il tempo della mente, sempre soggettivo, è il ricordo e/o l'immaginazione di un tempo passato o futuro.

I conti e la memoria selettiva

È difficile fare i conti con chi ricorda bene le transazioni a favore degli altri e meno bene quelle a proprio favore.

Coscienza e variazioni

Il cervello tende ad ignorare (cioè a non rendere cosciente e a non memorizzare) tutto ciò che e costante o ripetitivo.

Cosa ricordare e cosa dimenticare

Qualcosa nella nostra mente decide cosa dobbiamo ricordare e cosa dimenticare. Infatti se ricordassimo tutto non potremmo vivere.

Esercizio d'immaginazione

Immagina di avere una memoria diversa dalla tua, di avere fatto esperienze diverse dalle tue e di guardare il mondo con questa diversa memoria e queste diverse esperienze.

Pensieri, emozioni, memoria, esperienze, genetica

I pensieri e le emozioni di un essere umano sono influenzati dal contenuto della sua memoria, la quale è determinata dalle sue esperienze passate e da quella presente, oltre che da predisposizioni genetiche.

Dimenticanze innocenti e colpevoli

Da un punto di vista biologico, se potessimo ricordare tutte le nostre percezioni passate impazziremmo. Un filtro è indispensabile. Tuttavia questo filtro può essere più o meno "innocente". E' il tema centrale della psicoanalisi.

Fonti di piaceri e di dolori

Non dall'essere né dall'avere ricaviamo piaceri e dolori, ma dall'immaginare, dal fare, dal subire, dal ricordare cose che abbiamo bisogno di immaginare, di fare, di subire, di ricordare e dall'immaginare, fare, subire, ricordare cose che non possiamo sopportare.

Decantazione delle idee

Perché un'idea diventi efficace, essa deve essere decantata, cioè deve passare nella memoria a lungo termine e poter agire inconsciamente. Solo così può eercitare efficacemente la sua azione combinatoria insieme ad altre idee già decantate o in via di decantazione.

Pensiero come scansione di una memoria

Pensare è come scandire una memoria, è come il lavoro della puntina di diamante che scorre tra i solchi di un disco che gira su un grammofono. Quella puntina può generare un suono, più o meno semplice, alla volta. Per percepire il contenuto completo del disco completo bisogna aspettare che la puntina lo percorra tutto, e alla fine ci resterà un vago ricordo di ciò che abbiamo ascoltato, filtrato dalla nostra sensibilità e dalle nostre preferenze.

Memoria vs. creatività

Le cose più importanti della vita e le possibilità di un suo miglioramento sono sotto gli occhi di tutti, tuttavia pochi le vedono e le capiscono, perché il pensiero non è libero, ma segue i solchi tracciati dalle proprie esperienze. Infatti, le nuove esperienze sono percepite, interpretate e valutate attraverso le vecchie.

Per essere creativi bisogna uscire dai solchi dei propri ricordi, ovvero immaginare cose mai viste, e associare idee e fatti in modo impensato, cosa che richiede un certo coraggio.

Sul riconoscimento delle cose

Noi riconosciamo la presenza (fisica e/o logica) di una certa cosa (o ente) come effetto del riconoscimento della presenza (fisica e/o logica) di certi suoi attributi tipici, come le sue forme, i suoi nomi, i suoi simboli, i suoi sapori, i suoi colori, i suoi suoni, i suoi tatti, le sue associazioni, le sue proprietà, le sue appartenenze, le sensazioni piacevoli o dolorose che ci provoca, ecc.

In altre parole, il riconoscimento di un ente è sempre indiretto, cioè è sempre mediato da attributi predefiniti registrati nella nostra memoria.

Riorganizzazione della memoria

Suppongo che durante il sonno la memoria si riorganizzi in quanto quella a breve termine viene elaborata e svuotata, trasferendo le parti ritenute significative in quella a lungo termine e cancellando le altre.

In tale processo suppongo che avvenga un adattamento reciproco tra le nuove esperienze e quelle precedenti, adattamento che può dar luogo ad una distorsione o rimozione delle prime e/o delle seconde affinché il tutto sia cognitivamente coerente e moralmente (ovvero socialmente) accettabile, e non crei troppa angoscia.

L'influenza del passato sul presente e la paura dell'emersione dei segreti

Quando una persona X interagisce con una persona Y, ognuno di essi porta con sé il suo vissuto, dalla nascita a un attimo prima dell'attimo presente. Quel vissuto, non soltanto è suscettibile di essere ricordato e narrato all'altro, ma influenza l'atteggiamento verso quest'ultimo.

Per esempio, se X, prima di incontrare Y ha pensato ad esso in termini spregiativi, durante l'incontro rischia che quel disprezzo emerga seppure in modo indiretto, implicito o inconscio; ovvero non potrà interagire tranquillamente con Y come se non lo avesse mai disprezzato.

Infatti, il passato disprezzo, se non compensato da una apprezzamento uguale o maggiore intervenuto successivamente, influenzerà l'interazione, come minimo dando luogo ad una tensione ovvero una preoccupazione, precauzione o timore che esso emerga inavvertitamente e involontariamente.

Lo stesso vale per eventuali attività considerate disdicevoli o vergognose (anche indipendentemente dai rapporti con l'altro), e che perciò è opportuno mantenere segrete.
 
Per questo, affinché X possa avere un'interazione rilassata con Y, occorre che X non abbia fatto di recente alcuna azione che Y potrebbe considerare riprovevole e che X abbia pensato ad Y in modo positivo o neutro, ovvero senza giudizi negativi.

Sonno, sintesi, memoria, mappa del mondo, bias cognitivi

Suppongo che, durante il sonno, nel cervello venga fatta una sintesi delle esperienze del giorno passato, che viene memorizzata nella memoria a lungo termine. I dettagli vengono poi cancellati dalla memoria a breve termine. Senza tale processo saremmo persi in un mare di dettagli inutili e ingombranti.

Suppongo che il modo in cui viene fatta tale sintesi dipenda dalle capacità di astrazione del soggetto, ovvero dalle sue sintesi precedenti (ovvero l'ultima versione della sua mappa del mondo e del suo vocabolario) e dai suoi meccanismi di autodifesa e protezione contro il dolore. Infatti ricordiamo soprattutto o soltanto ciò che ci conviene ricordare (così come nella veglia notiamo ciò che ci conviene notare), e lo colleghiamo ai ricordi precedenti nel modo che più ci conviene. I criteri di convenienza, come i meccanismi di difesa, sono inconsci.

Si potrebbe dire che, mentre dormiamo, qualche agente mentale inconscio aggiorni la nostra autobiografia, che, come ogni biografia, è una sintesi dei fatti salienti delle esperienze di una persona, selezionati e interpretati in modo soggettivo, finalizzato e influenzato da bias cognitivi.

Per migliorare questo ricorrente processo inconscio di sintesi che
avviene a nostra insaputa nel nostro cervello, sarebbe utile migliorare,
ovvero esaminare consapevolmente, correggere e arricchire, la nostra mappa del mondo.

Percezione, memoria e riconoscimento

Il fenomeno del "riconoscimento" di una esperienza non cessa di stupirmi e incuriosirmi. Ad esempio, se noi, una volta sola, leggiamo una pagina di un libro, o ascoltiamo un racconto, e qualche giorno dopo sentiamo una frase di quella pagina o di quel racconto, siamo in grado di "riconoscerla" come qualcosa che abbiamo già conosciuto, ovvero di cui abbiamo già fatto esperienza. Tuttavia non siamo normalmente in grado di ricordare quella frase se l'abbiamo letta o udita solo una volta. C'è dunque una differenza sostanziale tra ricordare (nel senso di saper riprodurre) e riconoscere, anche se credo che questi fenomeni, sebbene diversi, abbiano una base comune.

Potrebbe essere che nella nostra mente non venga memorizzato ciò che abbiamo percepito una sola volta, ma il risultato di una sua trasformazione (o elaborazione, o riduzione), e che la sensazione di riconoscimento non si riferisca al materiale percepito, ma al risultato di tale trasformazione. In altre parole, non riconosciamo qualcosa, ma la sua trasformazione, ovvero il suo effetto nella nostra memoria. Vale a dire che quando percepiamo una cosa per la seconda volta proviamo un effetto (o otteniamo un prodotto mentale) simile a quello ottenuto quando quella cosa l'abbiamo sentita la prima volta. Così abbiamo la sensazione di "riconoscimento" della cosa, mentre in realtà abbiamo riconosciuto solo il suo prodotto o effetto.

Mi chiedo allora in cosa consista il prodotto o effetto di una percezione che noi automaticamente registriamo e siamo in grado di "riconoscere". Ovvero, che differenza ci sia tra la percezione di qualcosa e la sua registrazione.

Mi chiedo anche se lo scarto tra percezione e registrazione sia più o meno diverso da persona a persona e da situazione a situazione e se si possa influire su di esso nel senso di "migliorare" o "ottimizzare" il prodotto, ovvero la registrazione, della percezione. Per ora non ho risposte, ma l'idea mi intriga...

Che significa “io”?

La parola “io” è tanto usata quanto oscuro è il suo significato. Per rendersene conto basta prendere, ad esempio, frasi come “il mio corpo”, “la mia mente”, “la mia coscienza”, “la mia memoria” e simili.

L’aggettivo possessivo “mio”, stabilisce che un certo oggetto appartiene ad un certo possessore, separando il possessore dall'oggetto posseduto. Nella frase “il mio corpo”, chi è il possessore? Se la risposta è “io”, significa che l’ente “io” è separato dall’ente “corpo”.

La faccenda si complica se prendiamo in considerazione una terza persona, che chiameremo Giuseppe. Cosa intendiamo per Giuseppe? Il corpo di Giuseppe, l’io di Giuseppe o l’insieme io+corpo di Giuseppe? Se Giuseppe mi invita a cena, chi, dei tre, mi invita? Se Giuseppe mi da uno schiaffo, chi dei tre mi da uno schiaffo?

Quali sono i confini della separazione tra l’io e il suo corpo? Dov’è l’interfaccia tra l’io e il corpo (o tra l’io e il resto del corpo)? Ma prima di tutto, chiediamoci se sia possibile separare un io dal suo corpo. Può esistere un io senza un “suo” corpo?

E dovremmo anche chiederci che relazioni e interazioni ci siano tra un io e il suo corpo. Cosa si scambiano? Materia, sostanze chimiche, energia, informazioni? Che tipo di informazioni? 

E dovremmo anche chiederci: come è fatto l’io se è separato dal corpo? Da quale materia è costituito? Qual è la sua struttura?

Qualcuno potrebbe dire che l’io è la coscienza del corpo. In tal caso significa che quando non siamo coscienti, per esempio se stiamo dormendo o siamo sotto anestesia generale, l’io è assente? O è disabilitato?

Qualcuno potrebbe dire che l’io è la memoria del corpo. In tal caso significa che chi perde la memoria, per esempio in seguito ad un trauma, non ha più l’io?

Non ho intenzione di spiegare cosa sia l’io, anche perché non lo so. Mi limito a dire che è qualcosa di misterioso e di ambiguo, di cui non sappiamo praticamente nulla, anche se usiamo tranquillamente e spensieratamente la parola che lo richiama, senza farci tante domande.

Memoria e apprendimento

La capacità di memorizzare nuove informazioni e il significato cognitivo-emotivo che ad esse viene associato dipendono dai contenuti e dalla struttura delle informazioni precedentemente memorizzate. Infatti quello che percepiamo deve essere analizzato con gli strumenti di cui già disponiamo (ovvero con i contenuti delle memoria già acquisita) e deve trovare posto nell'organizzazione preesistente. Se il posto non viene trovato, l'informazione viene dimenticata.

Infatti, noi siamo in grado di capire e ritenere (ovvero memorizzare) solo informazioni che hanno un "senso" e una collocazione logica certi tipi o categorie di informazioni precedentemente memorizzati.

Tutto ciò sembra ovvio, tuttavia merita una riflessione in quanto ci fa capire i limiti della comunicazione e dell'apprendimento, ovvero che non tutti sono in grado di apprendere (ovvero capire e ricordare) con la stessa facilità quello che viene loro detto o che essi osservano, ascoltano, o leggono, non perché siano diversamente intelligenti o volenterosi, ma semplicemente perché hanno diverse memorie ovvero diverse mappe cognitivo-emotive.

Lo stesso vale per le abilità psicomotorie, artistiche, musicali e intellettuali, come, per esempio, l'apprendimento delle lingue straniere.

L'apprendimento, dunque, deve essere graduale e, soprattutto, adeguato a ciò che  la persona ha già appreso; adeguatezza che comporta analogie e somiglianze con, o estensione di, cognizioni che il soggetto ha precedentemente acquisito.

Ne consegue che il miglio metodo di insegnamento è quello personalizzato, che parte dalla constatazione di quanto il soggetto già sa e di come è strutturato il suo sapere.

L'apprendimento può comportare una estensione e/o una trasformazione più o meno radicale della struttura cognitiva preesistente. Nel primo caso esso è più semplice che nel secondo, essendo più facile aggiungere che sostituire parti a conoscenze già acquisite. Infatti non è facile cancellare la memoria umana, ovvero dimenticare cose che si conoscono, come se uno non le avesse mai conosciute, per cui tutto ciò che abbiamo appreso, se da una parte ci facilita nell'apprendere nuove cose, dall'altra ci ostacola nel modificare la struttura ovvero la mappatura cognitivo-emotiva di ciò che abbiamo già appreso.

Quindi, trasformare una struttura cognitivo-affettiva non comporta la sostituzione ma la moltiplicazione dei rami della struttura stessa, dove, dopo l'apprendimento di nuovi contenuti non coerenti con quelli precedenti, ci saranno rami che col tempo diventeranno sempre più desueti e nuovi rami che col tempo diventeranno sempre più abituali. Nel frattempo il soggetto soffrirà di indecisione e confusione tra i vecchi e nuovi rami.

Trapianti (copie) di memorie

Se è vero, come dice Carlo Rovelli, che la nostra identità coincide con la nostra memoria (in tutte le sue forme), la quale è il risultato dell'elaborazione delle nostre esperienze, ne consegue che se vogliamo cambiare mentalità, personalità, visione del mondo e atteggiamento verso la vita e verso gli altri, dobbiamo cambiare la nostra memoria, ovvero le informazioni che essa contiene.

Tale cambiamento, con la tecnologia di cui disponiamo oggi, non può che essere molto limitato. Forse in un futuro più o meno lontano sarà possibile trapiantare da una persona all'altra un intero cervello o parti di cervello, o copiare la memoria di un cervello (intesa come "software") in un altro, ma oggi no. Quello che possiamo invece fare già oggi è copiare parti di memoria da una persona all'altra tramite la comunicazione, attraverso la conversazione, l'insegnamento, la lettura di libri e, in generale, il consumo di informazioni (giornali, internet, cinema, TV, radio, canzoni ecc.).

Quando, per esempio, leggiamo un libro, avviene che una parte della memoria dell'autore del libro viene copiata nella nostra, ovvero aggiunta ad essa. E quando, ad esempio, cerchiamo di indurre una persona a condividere le nostre opinioni, stiamo praticamente cercando di copiare una parte della nostra memoria in quella del nostro interlocutore.

Quando una memoria esterna viene aggiunta alla memoria di un soggetto, possono esserci due esiti.

1) La nuova parte di memoria è compatibile, ovvero coerente, con la memoria preesistente, per cui abbiamo un completamento, ovvero una conferma o rafforzamento della stessa.

2) La nuova parte di memoria è logicamente o emotivamente incoerente, ovvero conflittuale, con la memoria preesistente, per cui si determina una situazione di instabilità psicologica (dissonanza o squilibrio cognitivo-emotivo) ovvero una incertezza riguardo a quale delle due "versioni" di memoria deve essere considerata valida e perciò utilizzabile, specialmente nei rapporti con gli altri. Questo squilibrio può essere più o meno intenso e dare luogo a disturbi psichici più o meno gravi.

Nel secondo caso, può avvenire che la dissonanza cognitivo-emotiva permanga, oppure che si risolva con la graduale rimozione delle parti di memoria dissonanti considerate disfunzionali rispetto alle motivazioni del soggetto. Questo, però, che non significa che vengono rimosse le parti di memoria meno veritiere, anzi, spesso vengono rimosse verità scomode a favore di confortanti falsità.

L'idea che noi "siamo" il contenuto della nostra memoria, può essere molto utile per migliorare la nostra capacità di comprendere il prossimo, in quanto ci può aiutare a sviluppare una capacità di immaginazione e immedesimazione con il punto di vista altrui.

In tal senso, un esercizio molto utile sarebbe quello di immaginare di avere una memoria diversa dalla nostra, di aver fatto esperienze diverse dalle nostre e di guardare il mondo con questa diversa memoria e queste diverse esperienze. E, più in particolare, quando osserviamo qualcuno comportarsi in un certo modo diverso da quello in cui noi ci comporteremmo, proviamo ad immaginare di copiare una parte della memoria di quella persona nel nostro cervello. Allora forse comprenderemo quel comportamento.