Libertà = partecipazione volontaria (nel suo inizio, nella sua continuazione, nella sua cessazione).
Ogni comunità ha i suoi riti e rituali di appartenenza, i suoi giochi di status, le sue verità, la sua etica e la sua estetica. Possiamo chiamare tutte queste cose requisiti di partecipazione.
A quali interazioni (giochi, cerimonie, eventi, attività sociali) vorrei partecipare? Con quali altri partecipanti? In quali ruoli? Con quali risorse? Come e cosa posso contribuire alla cooperazione?
L'uomo ha un fondamentale e profondo bisogno di partecipare alla vita sociale di una o più comunità, ma ogni partecipazione comporta dei rischi a causa della competizione e della distruttività umana; perciò l'uomo ha bisogno di elaborare strategie di partecipazione che gli consentano di partecipare ottenendo i massimi vantaggi e i minimi svantaggi. La psicologia dovrebbe servire ad analizzare come le strategie di partecipazione si formano e come e in quale misura si possono migliorare, ovvero renderle più adatte alla soddisfazione dei bisogni innati propri e altrui.
Una conversazione è come un concerto, in cui ad ogni frase di uno risponde la frase di un altro in modo armonioso, ovvero pertinente rispetto al tema della conversazione stessa.
In altre parole, i partecipanti alla conversazione consumano un rito sociale in cui ognuno contribuisce allo sviluppo del tema. In altre parole, il rispetto del tema è la regola del gioco. Questo presuppone una preparazione sul tema stesso, senza la quale la partecipazione è impossibile.
Un concerto musicale è come una conversazione, ovvero un rito sociale in cui ogni musicista partecipante contribuisce col suo strumento allo sviluppo di un tema musicale.
In somma, sia la conversazione che il concerto sono riti di partecipazione sociale.
Io suppongo che esista un fondamentale bisogno umano di partecipare alla vita sociale, ovvero di interagire con altre persone, bisogno la cui soddisfazione è causa di piacere, come avviene per qualsiasi altro bisogno.
Quando vediamo una persona sorridere, o esprimere in qualsiasi modo gioia o contentezza, molto probabilmente la causa del suo stato d'animo è proprio il fatto che quella persona sta facendo o ha appena fatto o sta per fare qualcosa che gli ha permesso, gli permette o gli permetterà di partecipare alla vita sociale, come, per esempio, aver acquisito risorse o informazioni favorevoli alla partecipazione sociale, o aver allontanato il rischio dell'esclusione sociale.
Una cosa è buona o bella nella misura in cui aiuta a partecipare ad attività sociali.
L'uomo ha bisogno di far parte interattiva di un gruppo sociale, quello che ritiene più adatto alla propria personalità, ovvero quello in cui ha una buona possibilità di essere accettato e rispettato per come è, e che non gli impone costrizioni o sacrifici troppo onerosi rispetto alle proprie capacità.
Una volta accolto in un certo gruppo, l'individuo interagisce periodicamente con gli altri membri secondo le forme, norme, valori, regole, obblighi, divieti, margini di libertà, ruoli ecc. caratteristici del gruppo stesso.
La partecipazione può essere più o meno riuscita, dando luogo, a seconda dei casi, a sentimenti ed emozioni di piacere, ansia, paura, dolore ecc.
In mancanza di un gruppo di cui far parte e in cui interagire, l'individuo può incorrere in sofferenze e disturbi mentali.
Partecipare significa essere parte di un sistema di parti che interagiscono secondo programmi e margini di libertà che dipendono dalla particolare natura del sistema.
I gruppi sociali sono sistemi a cui gli esseri umani hanno bisogno di appartenere, ovvero di cui essi hanno bisogno di essere parte. Ogni gruppo è caratterizzato da certe forme, norme, valori e ruoli attraverso i quali, e solo attraverso i quali, è possibile interagire.
La non partecipazione ovvero l'isolamento sociale è considerato prova di disumanità. Chi più partecipa è considerato più umano e desiderato, chi meno partecipa è considerato meno umano ed emarginato.
Quando soddisfano il bisogno di partecipare, gli esseri umani provano piacere, quando non vi riescono, dolore e disturbi mentali.
Perciò l'uomo cerca continuamente di partecipare a eventi, movimenti e forme sociali e di raccogliere e condividere prove e riconoscimenti di tale partecipazione, come foto, video, souvenirs, amuleti, simboli, medaglie, trofei, diplomi, regali, opere d'arte, musica, giornali, libri, post in social networks ecc.
In quanto esseri umani, abbiamo un assoluto bisogno di partecipare cooperativamente a contesti sociali. A tale fine, abbiamo bisogno di mezzi e libertà, e soprattutto di essere accettati dagli altri partecipanti. Per partecipazione intendo l'essere riconosciuti come parti di una comunità con un certo ruolo, e per cooperazione l'agire nel senso di una reciproca soddisfazione dei bisogni individuali, tra cui quello di mutuo aiuto, solidarietà e intimità, anche sessuale. Dato che facciamo normalmente parte di più comunità (coppia, familiari, amici, lavoro, chiesa, città, partito, patria, umanità ecc.), è necessario che vi sia compatibilità tra le diverse partecipazioni.
La partecipazione cooperativa, o cooperazione partecipativa, richiede sempre un prezzo da pagare. Infatti, in quanto cooperativa, essa impone a ciascuno di soddisfare in un certa misura i bisogni altrui, e di essere, almeno in parte, come vogliono gli altri. Il prezzo risulta troppo alto se richiede di rinunciare ad aspetti fondamentali della propria unica personalità, alle proprie inclinazioni profonde o alla partecipazione ad altri contesti ritenuti incompatibili. Ciò può indurre a preferire la non partecipazione al contesto troppo costrittivo e a cercarne altri, più congeniali o liberali, a cui partecipare.
Ad un essere umano piace tutto ciò che conferma la sua appartenenza all'umanità, la sua integrazione e partecipazione interattiva ad una comunità; tutto ciò che lo fa sentire parte integrante, costituente, contribuente, coerente, armonica, simbiotica, utile, non superflua, di un gruppo; tutto ciò che gli conferma di avere un ruolo nella società i cui altri membri accettano, approvano e usano per la loro soddisfazione attraverso un continuo dialogo e scambio; tutto ciò che lo fa sentire "giusto" non in senso morale (perché la morale è una razionalizzazione di qualcosa di più profondo) ma formale e materiale, nel senso della tessera di un puzzle, che nel quadro ha un posto unico ad essa assegnato, che solo il soggetto può riempire perfettamente, e in sua mancanza il puzzle è incompleto o sbagliato.
In sintesi, ad un essere umano piace essere parte di, ovvero avere un ruolo in, una configurazione sociale simbiotica o un rito sociale e tutto ciò che favorisce tale partecipazione, come, ad esempio, seguire una moda o assistere insieme ad uno spettacolo o ad una messa.
Questo piacere deriva da un profondo bisogno genetico di partecipazione sociale, la cui frustrazione può dar luogo a sofferenza, ansia, panico, depressione, e altri disturbi mentali.
Non importa se l'umanità, la società, la comunità, il gruppo, il puzzle, siano buoni o cattivi, onesti o criminali, sani o malati, saggi o stupidi, produttivi o improduttivi, l'importante è avere una forma compatibile con il resto dell'insieme e non restare isolati o emarginati. Infatti, per l'inconscio è meglio sbagliare insieme che avere ragione da soli.
Tuttavia il bisogno di integrazione sociale è più o meno forte da persona a persona, in uno spettro continuo ai cui estremi abbiamo l'estroverso e l'introverso.
Perché la gente fa quello che fa? Che senso ha ciò che fa? Perché sorride quando sorride ed è triste quando è triste?
La mia risposta è che, nella maggior parte dei casi, la gente cerca di fare cose che affermino o confermino la propria rispettabile appartenenza ad una certa comunità, gruppo o categoria sociale, perché ciò risponde ad un bisogno fondamentale radicato nella psiche di ogni essere umano, che si può chiamare "bisogno di appartenenza e integrazione sociale", o "bisogno di partecipazione".
La gente è contenta nella misura in cui riesce a soddisfare tale bisogno, scontenta e/o disturbata mentalmente quando non vi riesce per molto tempo.
In funzione del bisogno di partecipazione, ogni cosa, ogni possibile azione può essere, e normalmente è, qualificata come più o meno "socialmente corretta", ovvero come dotata di una "valenza sociale" più o meno grande.
Le persone stesse possono essere, e normalmente sono, qualificate come più o meno socialmente corrette, in funzione della correttezza sociale delle loro azioni e preferenze.
I criteri di qualificazione della correttezza sociale dipendono dai paradigmi di interazione e partecipazione caratteristici della comunità di appartenenza, interiorizzati nelle persone sin dalla loro nascita attraverso l'educazione e le esperienze sociali.
Tornando alle domande iniziali, la risposta potrebbe essere formulata come segue: la gente fa quello che fa perché quella è la sua strategia di partecipazione sociale, ovvero il modo in cui, in un dato momento, in una data situazione, ha scelto di partecipare alla società, non avendone trovato uno migliore, tra quelli che conosce, adatto alle proprie capacità e alla propria personalità.
Perché scegliamo ciò che scegliamo e facciamo ciò che facciamo? Credo che questa sia la domanda fondamentale a cui la psicologia cerca di rispondere. O, meglio, credo che il compito principale della psicologia sia di rispondere a tale domanda.
La mia risposta è che scegliamo ciò che scegliamo e facciamo ciò che facciamo per cercare di soddisfare i nostri bisogni, tra i quali il più importante è quello di partecipazione alla vita sociale, che possiamo chiamare semplicemente
bisogno di partecipazione.
Partecipare alla vita sociale significa interagire simbolicamente con altri esseri umani, secondo uno o più paradigmi di interazione determinati dalle particolari culture in cui la propria mente si è formata.
Possiamo chiamare
evento sociale un'occasione di interazione umana, ovvero di partecipazione, previsto da un paradigma di interazione e caratterizzato da certe regole, ovvero forme, norme, valori, scopi e ruoli.
La partecipazione ad un certo evento sociale richiede una specifica competenza ovvero conoscenza delle regole, certi prerequisiti e certe risorse, tra cui informazioni condivisibili.
Ne consegue che per poter partecipare ad un evento sociale può essere necessaria una fase di preparazione in cui ci si esercita anche da soli, attraverso i media, a praticare le regole dell'interazione, e si raccolgono informazioni e si fanno esperienze
spendibili durante l'interazione stessa.
Ciò significa che certe letture, certe attività possono essere più o meno
spendibili ovvero narrabili al fine della partecipazione ad un evento sociale, per cui possiamo introdurre il concetto di "valenza sociale" per indicare quanto una certa cosa sia da ritenersi utile o vantaggiosa ai fini della partecipazione sociale in un certo gruppo a cui si desidera appartenere.
Nella civiltà attuale, come in quelle passate, il bisogno di interazione umana non può essere soddisfatto liberamente ma solo in forme e modi convenzionali. Questa restrizione della libertà di interazione è dovuta a due ordini di motivi.
Il primo è il controllo sociale da parte delle classi dominanti, specialmente quelle religiose, che vedono nella libertà (di pensiero e azione) dei sudditi (o "fedeli") una minaccia alla loro autorità.
Il secondo è il timore dei singoli individui di subire violenze o comportamenti indesiderati da parte degli altri nel caso in cui il loro comportamento non fosse soggetto a limiti di tipo morale.
A ciò si aggiunge l'educazione che abitua i bambini, in modo spesso irreversibile, a comportarsi in modo non libero ma soggetto ad usi e costumi della comunità a cui appartiene.
Da quanto esposto consegue che due persone che decidono di interagire lo fanno secondo forme e norme comuni, con una semantica, obblighi e divieti convenzionali. In tal senso si potrebbe dire che ogni interazione umana ha sicuramente una componente rituale (in quanto formalmente e moralmente normata), oltre ad una componente non rituale (ovvero libera o creativa) più o meno estesa. Va da sé che l'interazione è impossibile se i due interagenti non conoscono o non usano le forme rituali del caso, che debbono essere identiche, pena il fraintendimento.
Oltre al comportamento rituale tra due individui, le tradizioni comportano riti di gruppo che permettono (o richiedono obbligatoriamente) la partecipazione di più di due persone o dell'intera comunità. Mi riferisco alle feste e alle celebrazioni sacre e profane per varie occasioni.
L'importanza delle forme rituali di interazione non deve essere sottovalutata. Infatti, data l'incapacità della maggior parte degli esseri umani di interagire in modo libero e creativo, i riti sociali, sia di coppia che di gruppo, costituiscono l'unica possibilità di interagire. In tal senso possiamo parlare di un bisogno indotto di partecipazione (più o meno attiva e intraprendente) a riti sociali, anche se a volte essi possono risultare noiosi o restrittivi della libertà individuale.
Come premessa, io suppongo che il bisogno umano più importante (escludendo quelli di tipo biologico che condividiamo con altri animali) sia quello di appartenenza, in cui includo quelli di integrazione, partecipazione, comunicazione e interazione sociale.
Assumendo che ciò sia vero, suppongo che uno dei bisogni umani più intensi e determinanti per la formazione della struttura della psiche sia quello di essere conformi ai modelli di comportamento tipici del gruppo di appartenenza.
Suppongo inoltre che la sensazione di non essere conformi ai detti modelli generi uno stato di ansia per la paura inconscia di essere esclusi o espulsi dal detto gruppo.
In altre parole, se è vero che il bisogno di appartenenza è il bisogno umano più importante, e che la soddisfazione e la frustrazione di tale bisogno determinano rispettivamente il benessere e il malessere psichico, ovvero la gioia o la sofferenza psichica del soggetto, e se è vero che l'appartenenza ad un gruppo sociale è subordinata alla conformità dei membri del gruppo alle regole comportamentali del gruppo stesso, allora è ipotizzabile che nella psiche si diano un'ansia da non conformità e una gioia da conformità, che dipendono direttamente dalla percezione (conscia o inconscia) del soggetto di essere più o meno conforme alle regole formali e comportamentali del gruppo di elezione.
Credo che questa logica che possa ben spiegare il fenomeno del conformismo, al di là di qualsiasi valutazione di tipo morale o intellettuale.
A riprova di quanto ho ipotizzato, basta osservare il piacere che procurano alla maggior parte della gente comportamenti collettivi come la partecipazione a feste, raduni, comitive di viaggi, incontri di gruppo, spettacoli teatrali, sportivi, musicali, e a eventi pubblici in generale, direttamente o attraverso media come la televisione, la radio o internet.
Ci sono infatti tante cose che la gente fa con piacere solo se ci sono altre persone che fanno la stessa cosa, meglio ancora se nello stesso momento, cose che perderebbero di attrattiva se il soggetto dovesse farle da solo o dovesse essere l'unico a farle.
L'esperienza condivisa di un evento o di un fatto, perfino di una disgrazia, unisce le persone, le fa sentire appartenere ad uno stesso gruppo umano, le conforta, le fa sentire meno sole. A tale riguardo il proverbio "mal comune, mezzo gaudio" è emblematico.