Imparare a cambiare, questa è la sfida del futuro.
Se cambi, rischi. Se non cambi, rischi. Cambiare o non cambiare? Questo è il problema.
Ogni giorno che vivo mi trasforma, sebbene gran parte della mia mente resista ad ogni cambiamento.
Il nuovo è osteggiato da coloro che ne sono svantaggiati in quanto incapaci di capirlo, utilizzarlo o adattarsi ad esso.
Nell'inconscio di ognuno, e di conseguenza nella società, si combattono due dèmoni: quello della conservazione e quello del cambiamento.
L'io vorrebbe cambiare ma l'inconscio non vuole e boicotta, mediante l'ansia, l'angoscia e il panico, ogni tentativo di cambiamento esistenziale sostanziale.
Ci sono persone che, ad un certo punto della loro vita, perdono la capacità di imparare cose nuove, e da allora restano difensivamente ancorate a ciò che hanno già appreso.
Immaginando nuovi comportamenti possiamo, poco a poco, cambiare i nostri algoritmi di comportamento. Ma anche solo immaginare di comportarsi in modi nuovi, diversi dal solito, richiede un coraggio, un'apertura mentale e un'intelligenza che pochi possiedono.
Cambiare mentalità non è come cambiare abito, casa, amici, lavoro ecc. Cambiare mentalità equivale a morire e a rinascere diversi. L'Uomo ha paura di cambiare perché ha paura di morire e, rinascendo, di non riconoscersi e di non essere riconosciuto dagli altri.
Quando si ha paura di comportarsi in un certo modo diverso dal solito, bisognerebbe distinguere tra la paura degli altri e la paura di se stessi, laddove la seconda è prodotta, dalla prima durante gli anni della formazione. Inoltre, entrambe le paure si fossilizzano a causa di una generica paura del cambiamento delle proprie strutture mentali.
Il dramma (e in molti casi la tragedia) dell'umanità consiste nel fatto che abbiamo bisogni primari insoddisfatti, per soddisfare i quali dovremmo cambiare strutturalmente mentalità, ma la nostra psiche si oppone ai cambiamenti strutturali e boicotta ogni tentativo in tal senso generando ansia, angoscia, panico e malattie mentali e psicosomatiche, e rimuovendo i bisogni frustrati. L'io cosciente è progressista, ma l'inconscio è conservatore.
Ogni essere vivente ha bisogno di continuare ad essere ciò che è, cioè di rimanere sé stesso, di non cambiare identità. Ogni volontà è la manifestazione di un bisogno e la volontà principale di ogni essere vivente, e il suo bisogno principale, sono quelli di conservare ed esercitare la propria identità. Perché cambiare identità, cioè personalità, natura, significa morire come un certo essere, e rinascere come un altro e di questo l'inconscio ha paura.
In ognuno di noi esiste, in misura più o meno grande, una generica paura inconscia di cambiare, che boicotta ogni tentativo di cambiare abitudini, soprattutto quelle mentali, anche se migliorative. E' la mente che, per un istinto di autoconservazione, si difende da qualsiasi cosa che possa cambiarla, limitando la nostra creatività e immaginazione, ricorrendo a volte a disturbi psicosomatici per dissuaderci dall'intraprendere azioni che possano provocare dei cambiamenti.
Le nostre azioni comportano dei risultati, i quali consistono in cambiamenti più o meno grandi e più o meno permanenti o temporanei, in noi stessi, negli altri e/o nell'ambiente.
Di tali cambiamenti siamo più o meno consapevoli.
Le nostre azioni possono anche comportare certi cambiamenti che mirano ad evitarne certi altri, oppure a ripristinare una situazione precedente.
In altre parole, la paura di certi cambiamenti può indurci a cambiare qualcosa.
Se uno cerca di cambiare il mondo deve aspettarsi dagli altri reazioni contrarie. Gli altri, infatti, si preoccupano, consciamente o inconsciamente, di sapere quale sarà la loro posizione nel nuovo mondo, se saranno più ricchi o più poveri, più o meno liberi, se dovranno lavorare di più o di meno, se avranno più o meno potere e privilegi, se saranno più o meno al sicuro da rischi, se le loro appartenenze subiranno variazioni, se avranno maggiori doveri, minori diritti ecc.
Non è possibile migliorare il mondo per tutti. Qualunque cambiamento è migliorativo per alcuni e peggiorativo per altri e un mondo nuovo fa paura a tutti quelli che hanno qualcosa da perdere.
Non possiamo esercitare liberamente e impunemente il libero arbitrio perché la psiche, che teme di essere cambiata, è sua nemica e si difende da esso con l'angoscia e il panico.
Potremmo infatti finire per aver paura di qualcosa di incontrollabile che agisce dentro di noi e che potrebbe comportarsi in modo pericoloso per la nostra persona, fino a causarne la follia o la morte per suicidio o incidente.
Essere i primi a pensare una cosa completamente nuova e al di fuori del lecito può essere angosciante. Potremmo credere di non essere più umani. Ma se qualcuno quella cosa la pensa e la dice prima di noi, ciò ci rassicura.
La storia dell'umanità e quella di ogni individuo sono segnate dallo scontro tra due tendenze opposte: quella conservatrice e quella riformatrice. Ogni essere umano, in ogni momento, desidera conservare certe cose e riformarne altre (sia a livello personale che di comunità), si allea con quelli che hanno simili obiettivi e si batte contro quelli che hanno obiettivi opposti. Può inoltre succedere che il riformatore diventi conservatore quando l'attuale ordine delle cose lo soddisfa e, viceversa, che il conservatore diventi riformista, quando l'attuale ordine non lo soddisfa più.
Tuttavia la tendenza conservatrice prevale normalmente su quella riformatrice e i cambiamenti sociali e individuali sono sempre eccezionali. Infatti l'individuo ha paura di cambiare perché ogni cambiamento individuale comporta il rischio di essere emarginato dalla comunità di appartenenza, di essere meno competitivi o di perdere vantaggi e privilegi.
Il motivo per cui la psicologia non è rispettata né dalle masse né dalla maggior parte delle élites intellettuali è dovuto a diversi fattori tra i quali due mi sembrano particolarmente significativi.
Il primo è il fatto che si tratta di una disciplina ancora troppo giovane, incompleta, riduzionista, disorganica, caotica, controversa, settaria e spesso velleitaria.
Il secondo è che essa è potenzialmente pericolosa a tutti i livelli della società. Infatti la psicologia, occupandosi dei meccanismi che determinano il comportamento umano individuale e sociale, ha, almeno in teoria, la capacità di demistificare, e in tal modo minare, le basi delle visioni del mondo individuali, delle culture, tradizioni, religioni, e del consenso politico. Alla luce della psicologia, le persone potrebbero infatti sottrarsi al conformismo inconsapevole e cambiare in modo incontrollato, e non c'è nulla
che faccia più paura, a livello inconscio, di un cambiamento
imprevedibile a livello individuale o sociale.
La paura di cambiare cresce quanto più le possibilità e le occasioni di riuscirvi aumentano.
Cambiare fa paura (consciamente e/o inconsciamente) perché è un tuffo nell'ignoto e richiede una ristrutturazione della propria mente, giacché è lì che avviene il vero cambiamento.
D'altra parte la mente, come gli organi del corpo fisico, ha un meccanismo di difesa immunitaria contro elementi estranei che tentano di inserirsi in essa e modificarla.
Tutti noi cambiamo, chi più chi meno, ma involontariamente e molto lentamente. Sono le nuove esperienze che ci cambiano. Cambiare volontariamente e rapidamente è rischioso e innaturale. Infatti l'io cosciente non ha la capacità di ristrutturare l'inconscio, e i veri cambiamenti riguardano quest'ultimo, ovvero i suoi automatismi cognitivi ed emotivi.
Per produrre volontariamente un cambiamento in noi stessi non possiamo fare altro che esporci a nuove esperienze, ma è impossibile prevedere se il cambiamento prodotto da una nuova esperienza sarà per noi vantaggioso o svantaggioso, se ci renderà più o meno felici.
Dobbiamo quindi comprendere e rispettare chi ha paura di cambiare. Cambiare volontariamente richiede un coraggio e delle capacità che non tutti hanno.
Come convincere la gente a cambiare? La gente ha paura di cambiare, di prendere iniziative per superare lo status quo e di assumersi responsabilità sociali. Bisogna studiare meglio il fenomeno psicologico della resistenza al cambiamento. Se non riusciamo a rimuovere questo ostacolo, tutte le teorie di miglioramento, anche le più sane e valide, rimarranno sulla carta, e sarà il solito parlarsi addosso che lascia il tempo che trova.
Quando si teorizza e si auspica un miglioramento sociale, a chi lo si chiede? Chi dovrebbe agire e cominciare a cambiare? E in che modo praticamente?
La critica sociale è l'attività intellettuale più ingrata e difficile da far accettare, sebbene essa sia ciò di cui la società ha più bisogno per migliorare. Perché a nessuno piace essere criticato, e alle critiche quasi tutti reagiamo con cieca aggressività.
Se la società va male, qualcuno dovrà pure considerarsi responsabile, e invece no, ognuno pensa che sia colpa di altri e che a cambiare debba essere qualcun altro. Le teorie per cui la società va male per colpa di pochi cattivi che sfruttano tanti buoni sono ingenue, ridicole e patetiche. La società va male per colpa di tanti irresponsabili e ignoranti, cioè per colpa della maggioranza degli esseri umani.
Una delle paure più importanti di un essere umano è quella di cambiare se stesso. Vorremmo cambiare il mondo esterno, gli altri, la nostra situazione economica e sociale, il nostro status, ma non noi stessi, cioè i nostri valori, le nostre abitudini, i nostri gusti, la nostra moralità, la nostra mentalità, la nostra personalità. Insomma, abbiamo paura di diventare un'altra persona.
Si tratta di una paura radicata nel nostro inconscio, forse dovuta ad un istinto di conservazione della mente e per questo difficilissma da superare. Tale paura boicotta ogni tentativo proprio o altrui di cambiare noi stessi. Se vogliamo cambiare dobbiamo fare i conti con tale paura e usare tecniche particolari per neutralizzarla temporaneamente. Eliminarla definitivamente è forse impossibile e pericoloso.
Per diventare un'altra persona (scopo della psicoterapia) bisogna superare la paura inconscia di diventare un'altra persona.
Infatti, per diventare un'altra persona, bisogna distruggere la persona precedente e questa, giustamente, si difende.
Vedi anche Paura di cambiare, empatia e dispatia.
Noi pensiamo secondo schemi e percorsi logici predefiniti dovuti alle nostre esperienze, a ciò che ci è stato insegnato e ai nostri pregiudizi inconsci. Tuttavia non ce ne accorgiamo, e ci illudiamo di pensare liberamente, volontariamente e razionalmente. Per poter pensare al di fuori dei nostri schemi e percorsi logici predefiniti, dovremmo essere consapevoli degli automatismi mentali che li sottendono, e fare uno sforzo di volontà per disattivarli. Tuttavia l'autoconsapevolezza è normalmente di breve durata perché stancante, normalmente sgradevole e scoraggiata dalla comune opinione che la spontaneità sia una virtù e l'autocontrollo un difetto del carattere.
Spesso i nostri pensieri sono errati, irreali, assurdi, incompleti, mistificati, pieni di lacune e forzature, ma non ce ne accorgiamo perché siamo abituati a non verificare criticamente la loro validità, non solo perché ciò richiederebbe un'autoconsapevolezza stancante e sgradevole, ma soprattutto perché abbiamo una paura inconscia che le nostre idee e opinioni siano errate, cosa che ci costringerebbe a cambiare qualcosa della nostra personalità. Di conseguenza, abbiamo una paura inconscia e una repulsione nei confronti dell'autocritica. Tuttavia tale paura è mistificata. Infatti ci illudiamo e vantiamo di esercitare l'autocritica, ma lo facciamo solo su una parte delle nostre idee e opinioni: quelle di cui siamo insicuri.
Una conseguenza delle mie ricerche psicologiche è la paura che io possa riuscire ad aumentare drasticamente la mia libertà, e fare cose che non ho mai fatto prima; soprattutto cambiare me stesso e gli altri in modo considerevole.
Spesso questa paura ostacola le mie ricerche. Qualcosa nel mio inconscio si oppone ad un aumento della mia libertà, forse per evitare errori pericolosi nei miei rapporti con gli altri e con la natura, per evitare di impazzire, di perdere la mia natura umana, di diventare un mostro, di non essere più riconoscibile.
Maggiore libertà non solo comporta maggiore responsabilità morale, ma nuovi pericoli. Se fino ad oggi il mio comportamento è stato governato da agenti mentali diversi dal mio io cosciente, ed ora questo vuole assumere più potere, sarà esso capace di governare la mia persona in modo sano e sicuro almeno come prima? Cosa potrebbe succedermi di male? Cosa di bene?
La soluzione del dilemma è la gradualità dell'aumento di libertà. Questo aumento deve avvenire gradualmente, in modo che gli errori non abbiamo conseguenze troppo gravi e che possano essere corretti prima che avvenga l'irreparabile. Un aumento di libertà richiede l'apprendimento di nuove capacità, l'esplorazione di nuove possibilità, un certo sviluppo mentale.
L'obiettivo dovrebbe quindi essere quello di aumentare a poco a poco la mia libertà senza perdere la mia umanità o, ancora meglio, diventando ancora più umano.
Vedi anche La paura di cambiare.
Oggi ho avuto una rivelazione straordinaria. Ho capito che sono libero di cambiare. Libero di cambiare idee, gusti, abitudini, compagnie, frequentazioni, impegni, luoghi, attività, oggetti, strumenti, risorse, mezzi, metodi, abbigliamento, arredamento, obiettivi, progetti, morale. Non so se userò questa libertà, ma la consapevolezza di poterlo fare cambia il mio modo di stare al mondo e la mia stessa visione del mondo.
Questa libertà mi fa un po' paura ma al tempo stesso mi eccita ed entusiasma, perché mi si prospetta la possibilità di fare cose nuove, mai fatte prima, di avere nuove esperienze.
A cosa è dovuta questa rivelazione? All'aver capito che il mio comportamento dipende dalla mia mappa emotiva, la quale dipende dal mio comportamento e che entrambi possono essere cambiati semplicemente decidendo di disobbedire a qualche comando proveniente dalla mappa emotiva stessa.
Sì, ora so che posso cambiare davvero e questo cambia tutto per me, anche se poi non cambierò nulla. Perché se non cambierò nulla sarà perché avrò liberamente deciso di non cambiare, non perché mi è impossibile cambiare.
Intanto già comincio a cambiare le mie fantasie, a pensare di essere diverso, di fare cose diverse dal solito, di avere nuove esperienze, e questo mi eccita, mi piace, mi diverte, mi fa sentire creativo.
Ora ho un mantra: posso cambiare la mia mappa emotiva e ho il coraggio e gli strumenti per farlo.
Vedi Come migliorare il comportamento.
Mentre negli esseri non viventi (per esempio macchine e computer) il cambiamento può avvenire per sostituzione di parti, in quelli viventi (e nell'uomo in particolare) il cambiamento non può avvenire che per estensione, ampliamento, aggiunta, arricchimento, accumulazione, ovvero per apprendimento e sviluppo di nuove funzioni, opzioni e strumenti, che si aggiungono a quelli precedenti, i quali possono nel tempo andare in disuso ma restano sempre presenti nella "cassetta degli attrezzi", e ancora utilizzabili.
Infatti, la mente (specialmente quella umana) ha un istinto di conservazione che si oppone ad ogni cambiamento strutturale, mentre è predisposta all'apprendimento di nuove funzioni, purché non comportino l'eliminazione della struttura fisica e logica preesistente. Infatti l'identità di un essere umano non può cambiare nel senso di una sostituzione di parti, ma può solo estendersi, arricchirsi, aumentare di complessità.
Perciò, quando si parla di cambiamento di una persona o di una società non si dovrebbe intendere la sostituzione di una funzione con un'altra, ma la ricerca di nuove possibilità, nuovi strumenti, nuove opzioni di comportamento più adattive, convenienti e soddisfacenti per gli individui, in modo che essi siano auto-incentivati ad usare i nuovi strumenti anziché i vecchi, senza che questi debbano essere eliminati, anche perché non possono esserlo e restano sempre a disposizione nel caso le nuove opzioni si dimostrino meno efficaci o meno efficienti.
Di conseguenza, non ha senso chiederci in cosa vogliamo cambiare, ma dovremmo piuttosto chiederci quali caratteristiche, funzioni e capacità vogliamo aggiungere a quelle che già possediamo.
La miseria dell'umanità è dovuta principalmente alla comune paura inconscia di cambiare.
La paura di cambiare viene trasmessa per empatia.
Cosa impedisce ad una persona di cambiare religione, filosofia, mentalità, opinioni, etica, preferenze, gusti, comunità, stile di vita, amori, amici ecc. per altri più adatti a soddisfare i propri bisogni primari? La paura di cambiare. Questa paura ha origini interne ed esterne. Quella interna è dovuta alla difesa immunitaria della psiche, che si protegge contro qualsiasi tentativo di modificarne la struttura; quella esterna al fatto che chi cambia rispetto alle norme della comunità di appartenenza viene "normalmente" emarginato.
L'empatia rende difficile fare cose che fanno paura agli altri, anche quando si tratta solo della paura di cambiare. Così, a anche a causa dell'empatia, per non spaventare gli altri, per non essere emarginati, per paura della paura, si rinuncia a cambiare.
La persona creativa ha voglia di cambiare e si sente sola quando è circondata da persone che hanno paura di farlo.
Chi non ha paura di cambiare sceglie la migliore filosofia e cerca di migliorarla, non accetta acriticamente la filosofia dominante nella comunità a cui appartiene.
Quasi tutti hanno paura di cambiare e chi non ce l'ha viene visto dai più come una minaccia, ostacolato, scoraggiato, osteggiato.
Chi non ha paura di cambiare ha difficoltà a capire chi ce l'ha e viceversa.
Chi non ha paura di cambiare tende a disprezzare chi c'è l'ha, e viceversa.
Vedi anche La paura di cambiare, La paura inconscia della realtà.
La maggior parte della gente considera l'umiltà un valore, e trova simpatiche le persone umili.
La persona umile è quella che non critica e non giudica nessuno in quanto non si sente all'altezza di farlo.
Il motivo principale per cui l'umiltà è così popolare e simpatica è che l'Uomo comune non tollera di essere giudicato e criticato, né direttamente né indirettamente e si sente a proprio agio con le persone umili (cioè non troppo elevate né intellettualmente né eticamente) perché non si aspetta di essere da loro criticato.
Al contrario, con le persone che hanno grandi conoscenze culturali e scientifiche ed un comportamento irreprensibile, l'Uomo comune si sente a disagio perché teme, inconsciamente, di essere giudicato da loro anche quando non esprimono esplicitamente alcuna critica.
Essere criticati fa inconsciamente paura perché viene visto, nella profondità della psiche, come un rischio di esclusione dalla comunità di appartenenza, oppure come una richiesta di cambiamento della personalità, laddove la psiche tende a mantenere la propria struttura e a resistere a qualsiasi cambiamento, anche migliorativo.
Per tali motivi è molto diffusa sia la paura di essere giudicati, sia quella di giudicare (per non essere giudicati arroganti e non diventare antipatici), con il risultato che l'Uomo comune giudica e critica solo le persone che non appartengono alla propria comunità.
Tale sindrome costituisce un freno al miglioramento della società in quanto l'assenza di critiche fa venir meno l'incentivo a migliorare il proprio comportamento, e scoraggia il cambiamento perché cambiando comportamento si rischia di essere criticati, mentre, se il proprio comportamento non viene generalmente criticato, è più prudente continuare a fare quello che già si sfa facendo.
Per uscire da questa impasse e contribuire al miglioramento della società occorre avere il coraggio di criticare apertamente anche le persone a noi vicine quando si comportano in modo scorretto.
Umano, subumano, superumano, disumano, oltreumano, sono categorie (consce e/o inconsce) con cui qualifichiamo soggettivamente noi stessi e gli altri.
Inconsciamente o consciamente, abbiamo tutti bisogno di essere riconosciuti come umani e paura di essere qualificati come disumani, perché abbiamo bisogno di essere socialmente integrati.
Una volta assicurata la qualifica di umani, cerchiamo, se possibile, di compensare le nostre inferiorità (autopercepite o segnalate dagli altri) rispetto alla media umana della comunità di appartenenza (che ci renderebbero subumani) sviluppando delle superiorità, cioè cercando di essere superumani in certi aspetti. Tuttavia la compensazione è difficilmente equilibrata, ed è normalmente insufficiente o eccessiva, a causa del fatto che è misurabile solo soggettivamente ed è soggetta a errori di autopercezione e di percezione dell'altro.
Il comportamento di un individuo può essere determinato da motivazioni conformiste o difformiste. Il conformismo può essere competitivo o gregario. Nel conformismo gregario si cerca di essere come gli altri, non superiori né inferiori, mentre nel conformismo competitivo su ceca di essere superiori agli altri pur rispettando gli schemi culturali della comunità di appartenenza (forme, norme e valori).
Il conformismo, in entrambi i casi, è normalmente accompagnato e connotato dalla paura di cambiare.
Il difformismo (o riformismo) è un modo di comportarsi (e la motivazione che lo determina) per cui si sente il bisogno di cambiare le forme, norme o valori della comunità di appartenenza, per renderli più adatti alle proprie inclinazioni, mentre nel conformismo si tende ad adattare le proprie inclinazioni alle aspettative altrui.
Il difformista è dunque un oltreumano, o transumano, ma viene facilmente percepito come disumano dai conformisti, e come tale emarginato dalla comunità.
Invece, l'oltreumano viene facilmente scambiato per superumano o per uno che cerca di esserlo.
Il fatto che filosofia e psicologia siano discipline distinte è, secondo me, una disgrazia. Tranne rarissimi casi (rappresentati ad esempio da William James e Luigi Anepeta), gli psicologi usano poco la filosofia e ancor meno i filosofi usano la psicologia. Il buon senso vuole che filosofia e psicologia abbiano lo stesso fine, cioè quello di migliorare le condizioni degli individui e della società. Se così non fosse dovrei pensare che il loro scopo è quello di manipolare la gente a fini politici, commerciali, religiosi o di discriminazione sociale, cosa che comunque avviene in molti casi.
Ma supponiamo che il fine sia solo il primo che ho detto. Ebbene, perché, malgrado l'obiettivo comune queste discipline si ignorano praticamente a vicenda? Secondo me, perché più forte della ricerca della verità, è la ricerca della supremazia da parte di intellettuali, accademici e professionisti, e per il timore che una delle due discipline possa rompere le uova nel paniere dell'altra, perché dicono cose diverse, usano linguaggi diversi, ed ognuna ha la presunzione di essere sufficiente allo scopo prefissato.
Si potrebbe fare filosofia della psicologia o psicologia della filosofia, ma filosofi e psicologi se ne guardano bene, per una sorta di rispetto reciproco come tra religioni diverse che si tollerano a vicenda evitando ciascuna di invadere il campo altrui. Insomma, per un tacito accordo di non disturbarsi reciprocamente. Invece io credo che i filosofi farebbero bene a criticare il sapere e il comportamento degli psicologi usando gli strumenti della filosofia, come gli psicologi farebbero bene a criticare il sapere e il comportamento dei filosofi usando gli strumenti della psicologia. Farebbero ancora meglio tutti quanti a smettere di chiamarsi filosofi o psicologi, e a farsi chiamere "umanologi" (o "panantropologi", termine coniato da Luigi Anepeta) e ad usare senza distinzioni tutte le discipline umane e sociali, e cioè, oltre alla filosofia e alla psicologia, anche la sociologia, l'antropologia, la neurobiologia, la psichiatria, la storia, la genetica, ecc.
Sia la filosofia che la psicologia non sono generalmente prese in considerazione dalle masse né da molte persone di elevata istruzione. Esse vengono infatti più insegnate che praticate. La filosofia viene da molti vista come una perdita di tempo, una fabbrica di aria fritta, mentre la psicologia viene da molti considerata roba per persone con disturbi mentali.
Il motivo per cui la filosofia è poco rispettata è dovuto secondo me alla sua cattiva reputazione di inconcludenza da una parte, e, dall'altra, per essere considerata (giustamente o ingiustamente) causa di ideologie catastrofiche, come il nazismo e il comunismo. Inoltre le religioni hanno sempre avuto la meglio sulle filosofie per motivi che la psicologia e la stessa filosofia potrebbero spiegare.
In quanto alla psicologia, il motivo per cui essa non è rispettata né dalle masse né dalla maggior parte degli intellettuali è, secondo, me legato a diversi fattori tra i quali due mi sembrano particolarmente significativi.
Il primo è che si tratta di una disciplina ancora giovane (molto più della filosofia), incompleta, riduzionista, disorganica, caotica, controversa, settaria e spesso velleitaria. Qualità che, troviamo anche in molte filosofie.
Il secondo è che essa è potenzialmente pericolosa a tutti i livelli. Infatti la psicologia, occupandosi principalmente dei meccanismi (consci e inconsci) che determinano il comportamento umano individuale e sociale, ha, in teoria, la capacità di demistificare, e in tal modo minare, le basi delle visioni del mondo individuali, delle culture, tradizioni, religioni, e del consenso politico. Alla luce della psicologia, le persone potrebbero infatti sottrarsi ad un conformismo inconsapevole e cambiare mentalità e comportamento in modo incontrollato, e non c'è nulla che faccia più paura, a livello inconscio, di un cambiamento imprevedibile a livello individuale o sociale.
Per concludere, auspico la formazione di un'unica disciplina organica (che si potrebbe chiamare umanologia o panantropologia), che organizzi in modo eclettico e integrato tutti i saperi accumulati dalle diverse discipline umane e sociali. In tal modo la cultura umanistica potrebbe ottenere il rispetto di cui oggi non gode a causa della sua frammentazione e disorganicità, ed essere più praticata che insegnata.
La vita è fatta essenzialmente di automatismi, cioè di risposte predefinite a stimoli provenienti dall'esterno o dall'interno dell'organismo. Questo è vero anche per gli esseri umani.
Questa verità è per noi umani difficile da accettare e, per non impazzire o morire di angoscia, preferiamo pensare che la nostra vita dipenda almeno in parte dalla nostra volontà e coscienza. Tuttavia, ammesso che il libero arbitrio esista, esso consiste nella possibilità di modificare parzialmente i nostri automatismi, non di disattivarli. L'eventuale disattivazione non può essere che momentanea.
In che misura possiamo cambiare i nostri automatismi? Vogliamo cambiarli? Perché e come dovremmo cambiarli? È pericoloso farlo? Abbiamo il diritto di cambiarli? Abbiamo il dovere di farlo? Come reagirebbero gli altri ai nostri cambiamenti? È umano o disumano cambiare i propri automatismi?
Gli automatismi sono utili alla conservazione della vita e hanno dimostrato la loro efficacia nel passato di ognuno. Essi si sono formati in modo automatico e cambiano in modo automatico, cioè spontaneamente. Cambiarli in modo volontario non solo è difficile, ma comporta il rischio che i nuovi automatismi siano meno efficaci dei precedenti per la conservazione della vita. È quindi sano aver paura di cambiare, perché cambiare, imparare, significa alterare i propri automatismi senza alcuna garanzia di migliorare il proprio stato e col rischio di peggiorarlo, data l'estrema complessità del comportamento umano e della vita sociale.
Ogni comportamento è sostanzialmente automatico, specialmente quando è tipico, caratteristico, ripetitivo. Lo stile di una persona è dovuto essenzialmente ad automatismi. Cioè a regole, algoritmi che impongono certi risultati in funzione di certi input. Un Picasso si riconosce da un Klee perché le loro opere sono state prodotte da due diversi stili, cioè automatismi. Ogni essere umano ha i suoi automatismi unici. Gli automatismi possono cambiare nel corso della vita, ma restano automatismi. Senza automatismi la vita non potrebbe continuare. Il DNA è parte fondamentale di molti automatismi. Tutto l'universo è il risultato di automatismi. Le leggi della fisica sono definizioni di automatismi. Due più due fa "automaticamente" quattro. Due corpi si attraggono "automaticamente" per effetto della legge di gravitazione universale. Se certi elementi o organismi sono messi insieme, si produrrà automaticamente un certo risultato teoricamentte prevedibile.
Perfino il pensiero è automatico.
Io sono automatico, come lo sono tutti gli altri umani, e gli animali e i vegetali, i minerali gli oggetti e le macchine. Come i computer. Tutte le cose del mondo sono automatiche. Cambiano solo le leggi che li regolano.
Siamo tutti fatti di hardware (hw) e software (sw). I sw dei diversi individui interagiscono automaticamente in vari modi, più o meno cooperativi, normativi e violenti. I risultati dell'interazione tra i sw di due individui qualsiasi dipendono dalle caratteristiche dei sw stessi, cioè dai rispettivi algoritmi.
Il sw di una persona può anche interagire con cose non viventi, naturali e artificiali (per esempio opere d'arte, spettacoli o risorse di vario tipo), tuttavia l'interazione non è mai avulsa dall'interazione passata, presente o futura con il sw di altri esseri umani, in quanto questi potranno giudicare quell'interazione e agire in funzione di quel giudizio.
L'interazione tra due sw umani è molto complessa perché comprende regole che riguardano anche l'interazione stessa e quella con altre persone o cose. Per esempio, l'interazione tra me e x può influenzare quella tra me e y.
Quando due persone interagiscono, in realtà sono i loro sw che interagiscono (automaticamente), secondo i rispettivi algoritmi.
La grande differenza tra il mio sw e quelli altrui è che nel mio c'è la consapevolezza del sw stesso e dei suoi automatismi, ma questa è del tutto assente nella maggior parte degli altri sw. Per questo motivo, se voglio interagire con gli altri, devo nascondere questa mia particolarità, che non sarebbe compresa e creerebbe turbamento o ostilità.
La mia consapevolezza del sw tende ad inibire i miei neuroni specchio e di conseguenza tende a limitare la mia empatia verso le persone meno consapevoli della propria natura, e questo mi crea problemi nelle interazioni con gli altri.