I sogni non si fanno, si subiscono.
Tendiamo a vedere solo le cose previste.
Ciò che non notiamo può essere più importante di ciò che notiamo.
La vita è bella e brutta, dipende dal punto di vista e dall'inquadratura.
Ognuno vede il mondo, e ne fa esperienza, con gli occhi delle sue precedenti esperienze.
Ognuno vede e non vede, nota e non nota, ciò che gli conviene per la propria tranquillità.
Più alto è il punto di vista, più cose e più piccole si vedono; più è basso, meno cose e più grandi.
Noi non vediamo la realtà, ma mappe e raffigurazioni di parti della realtà disegnate dai nostri sensi.
Ciò che ci distingue o ci accomuna non sono solo le cose che notiamo, ma anche quelle che non notiamo.
La direzione in cui volgiamo lo sguardo è una delle cause e uno degli effetti del nostro comportamento.
Tutto ciò che facciamo e diciamo, non facciamo e non diciamo, parla di noi e ci qualifica agli occhi altrui.
Ciò che vediamo non è la realtà, ma la trasformazione e codificazione di una sua parte infinitamente piccola.
L'interesse, la volontà, il desiderio, il bisogno, la paura, orientano e deformano la percezione della realtà.
Una forma è tanto più forte e riconoscibile quanto più piccola è la formula logico-matematica che la definisce.
Ciò che percepiamo, sentiamo, vediamo, ricordiamo sono costruzioni della nostra mente più o meno corrispondenti alla realtà.
II mettere insieme e il vedere insieme cose normalmente sparse che hanno qualcosa in comune è una misteriosa fonte di piacere.
Noi percepiamo, riconosciamo, pensiamo e valutiamo secondo stereotipi a cui abbiamo associato certe proprietà e certe relazioni.
La realtà (ovvero la verità) è una sola, ma ognuno la vede, valuta e racconta a modo suo, come gli conviene e sempre in modo frammentario e incompleto.
Anche un bambino ha una visione del mondo. La visione del mondo di un adulto non è necessariamente più vera di quella di un bambino, ma solo più complessa.
Editori, scrittori, giornalisti e autori in generale hanno grandi responsabilità sociali perché determinano di cosa le nostre menti si occupano, e formano i nostri pensieri.
Tutto ciò che ci appare lo classifichiamo e valutiamo secondo i nostri schermi mentali e la nostra visione del mondo. La percezione e la valutazione morale sono dunque sempre soggettive, parziali, personali.
La realtà è infinita, mentre l'intelletto è finito e precario. Perciò possiamo contemplare soltanto mappe di frammenti della realtà, disegnate dai nostri sensi e delimitate da cornici arbitrarie e involontarie.
Ogni persona, ogni autore, ha in parte ragione (su qualcosa) dal suo punto di vista. Ognuno può insegnarci qualcosa di vero e qualcosa di falso, qualcosa di utile e qualcosa di inutile, perché esistono molteplici cose, parti e punti di vista.
La coscienza è il processo in cui si confrontano le nuove esperienze con le precedenti, ciò che si vede e si sente nel presente con ciò che si è visto e sentito nel passato, confronto da cui scaturisce la previsione e il presentimento del futuro.
Il corso del nostro pensiero è influenzato dagli stimoli esterni che percepiamo e dai sentimenti più o meno piacevoli suscitati dai luoghi mentali che attraversiamo procedendo in una rete di percorsi predefiniti.
Il comportamento di un essere vivente dipende dal comportamento dei propri organi, dai loro bisogni e dalla loro percezione della realtà esterna e di quella interna. L'io cosciente è uno di tali organi ed è (o dovrebbe essere) al servizio di tutti gli altri.
Un essere umano è una realtà molto più complessa e imprevedibile di come i suoi simili (ed esso stesso) lo percepiscono, lo classificano e lo giudicano. Infatti l'essere e la percezione dell'essere sono cose molto diverse, anche se interconnesse, così come una mappa non equivale al territorio che rappresenta.
Ogni forma che percepisco, ogni parola o frase, ogni situazione, ogni dettaglio di ciò che vedo o sento ha una una carica emotiva più o meno positiva o negativa (cioè di attrazione o repulsione) e può accadere che in uno stesso quadro percettivo vi siano elementi a cui sono associate cariche emotive di segno opposto.
La percezione della realtà è il risultato di inquadrature, filtri e trasformazioni di informazioni, come avviene nella fotografia. In tal senso una fotografia è una falsa (oltre che ridotta) riproduzione della realtà. A maggior ragione è falsa la nostra percezione. Spesso consiste in "fotografie" ritoccate e in fotomontaggi.
Quando percepiamo una cosa, una persona, un'idea, all'informazione che entra nella nostra mente aggiungiamo inconsciamente tante altre informazioni in questa già esistenti, che hanno poco a che fare con l'oggetto reale. Ciò che percepiamo è infatti un misto di informazioni esterne (inconsciamente filtrate in un certo modo) e interne preesistenti.
Quando ad un documentario si aggiunge una musica di fondo, esso diventa fiction. Perché la musica altera e manipola la percezione suggerendo sentimenti che possono essere estranei alle informazioni presentate. Praticamente, attraverso la scelta della musica di fondo, l'autore del documentario decide quali sentimenti i suoi spettatori debbono provare vedendolo.
Stiamo attenti a ciò che diciamo, perché dalle nostre parole gli altri si faranno un'idea più o meno vera o falsa, secondo i loro paradigmi, di chi siamo, chi crediamo di essere, come li giudichiamo e delle nostre intenzioni. C'è sempre il rischio di passare per arroganti, narcisisti, nemici, ignoranti, sciocchi, ingenui, perdenti, falsi, incoerenti, pazzi ecc.
Nulla ha senso in sé o a priori. Se crediamo o sentiamo che una cosa ha senso per noi è perché noi stessi o altre persone glielo abbiamo attribuito. Si tratta di risposte cognitive ed emotive a stimoli (parole, immagini, suoni, ecc.), risposte che dipendono dalla nostra mente, non dall'oggetto a cui attribuiamo il senso, essendo quell'oggetto solo uno stimolo o un agente con cui possiamo interagire.
Quando vediamo l'immagine (reale o virtuale) di una persona, automaticamente e inconsapevolmente ci facciamo un'idea di quanto essa sia contenta o scontenta, soddisfatta o insoddisfatta, amichevole o ostile, calma o irritata, generosa o avida, vincente o perdente, nociva o innocua, e di conseguenza ci sentiamo attratti o repulsi da essa in quanto persona, e dalle cose che essa rappresenta, che mostra di possedere o a cui appartiene.
Quando vediamo, sentiamo o leggiamo qualcosa, reagiamo automaticamente, sia cognitivamente, sia emotivamente. Potrebbe essere utile controllare le proprie reazioni ponendosi certe domande su ciò a cui assistiamo.
Ad esempio: Chi/cosa ha prodotto ciò che vedo, e a quale scopo? Quali relazioni sono sottintese in ciò che vedo? Che relazione c’è o potrebbe esserci tra me e ciò che vedo? Quali reazioni cognitive ed emotive ciò che vedo sta provocando? Perché reagisco in questo modo a ciò che vedo?
L’attività mentale è condizionata anche da particolari ormoni prodotti dal cervello, come la dopamina e l'ossitocina, che hanno effetti su: umore, motivazioni, socialità, sentimenti come amore e odio ecc.
Tali ormoni sono allo stesso tempo causa ed effetto di particolari comportamenti, sensazioni e percezioni. L’uomo è di fatto dipendente da tali ormoni, che, per composizione chimica ed effetti, possono essere assimilati a sostanze stupefacenti. Pertanto possiamo dire, in un certo senso, che siamo tutti drogati.
Una certa combinazione di parole può avere un effetto nella mente che la legge o che la pensa. Gli effetti delle (o le reazioni alle) combinazioni di parole possono essere molto vari. Ci possono essere reazioni che non cambiano la mente che "riceve" le combinazioni, e reazioni che la cambiano. Una mente cambia quando ad uno stesso stimolo, o idea (o combinazione di parole), essa reagisce in un modo diverso da quello abituale. In altre parole una mente cambia quando cambia il programma da cui dipende il proprio comportamento, cioè da cui dipendono le proprie reazioni a particolari percezioni.
Mi chiedo perché rivedere una cosa già vista produce un effetto cognitivo ed emotivo differente rispetto alla prima volta che la si vede. Forse perché la prima volta la cosa deve ancora essere classificata sia cognitivamente che emotivamente, mentre quando essa viene rivista, la classificazione è già pronta, ovvero programmata. Infatti nelle volte successive manca il processo di classificazione, ovvero l'emozione della scelta e della decisione, anche se inconscia, e il riconoscimento prende il posto della classificazione. Questo spiegherebbe perché vedere una cosa per la prima volta è più eccitante, coinvolgente e divertente che rivederla.
La potenza di una religione, la sua capacità di manipolare le menti, si dimostrano, ad esempio, nella sua capacità di trasformare un'immagine raccapricciante (come quella di una persona barbaramente torturata e uccisa) in un'immagine dolce e attraente. Immaginate di vedere in tutti i luoghi pubblici e nella maggior parte delle case private di una certa nazione l'immagine di un impiccato seminudo e con segni di sevizie. Pensereste che abbiamo a che fare con un popolo sadico e psicopatico? No, abbiamo a che fare con un popolo religioso che adora l'impiccato e lo considera divino. Che poi si tratti di un impiccato o di un crocefisso non fa molta differenza.
La mente reagisce diversamente quando percepisce qualcosa di nuovo rispetto a qualcosa di consueto, qualcosa che si muove rispetto a qualcosa che è immobile, qualcosa che si muove in modo nuovo rispetto a qualcosa che si muove in modo consueto. Le nuove immagini e i nuovi movimenti catturano la mente che reagisce in modo automatico, rendendo più difficile un comportamento volontario e consapevole. Al contrario, la percezione di qualcosa di consueto o statico, dopo una breve reazione iniziale, determina una indifferenza che permette alla mente di riflettere liberamente e coscienziosamente. Infatti, la mente reagisce alle differenze, non alle costanze; ai cambiamenti, non alle ripetizioni. Per questo il divertimento, che è basato sulla novità e il cambiamento, non aiuta la consapevolezza né la riflessione.
Per ogni essere umano esistono tante diverse realtà: una personale e tante comuni, una per ogni altro umano.
La realtà personale (costituita dalle proprie esperienze) può essere condivisa con altri solo in piccola parte e in modi imprevedibili; quelle comuni (costituite da convenzioni culturali bilaterali) sono condivise a coppie.
Ogni realtà ha qualcosa di simile e qualcosa di diverso rispetto alle altre, per cui ci sono realtà molto simili e altre molto diverse tra loro. Solo la parte simile viene condivisa. Infatti ci sono coppie di persone che condividono molti aspetti delle varie realtà e altre che ne condividono pochi.
Ogni essere umano passa continuamente da una realtà ad un'altra, a seconda della persona verso la quale la sua attenzione è rivolta.
Infatti, per poter interagire con una persona in modo non violento, occorre condividere una comune realtà alla quale fare riferimento nel pensiero e nella comunicazione.
Attraverso gli occhi, nel presente, noi vediamo una piccola parte del mondo, più o meno dettagliata, che dipende dalla nostra posizione nei spazio e dalla direzione in cui guardiamo. In pratica ciò che vediamo è la stessa cosa cosa che vede una macchina fotografica. In altre parole, in ogni momento vediamo, ovvero catturiamo, una particolare fotografia della realtà.
La nostra visione del mondo è dunque costituita dalla collezione di tutte le fotografie che abbiamo catturato nel nostro cervello, e dall'analisi grafica e logica (automatica e inconsapevole) di ognuna di esse, per cui riconosciamo forme e oggetti in essere contenuti, e stabiliamo i collegamenti logici, cognitivi ed emotivi tra di essi.
Tale visione è una mappa mentale della realtà, anzi una serie di mappe tra loro più o meno integrate logicamente.
A tal proposito, uno dei modi in cui si può definire la salute mentale di una persona è il grado di integrazione, o coerenza, tra le proprie mappe mentali.
L’aggettivo “sinottico” etimologicamente si riferisce al “vedere insieme”.
Vedere un oggetto da solo o insieme ad un altro oggetto comporta nella mente una differenza significativa: vedendo insieme due oggetti si produce una comunicazione tra gli agenti mentali ad essi corrispondenti.
Questa comunicazione potrebbe avere diversi effetti, tra cui:
- Stimolare un’idea creativa in cui i due oggetti in combinazione o relazione tra loro, producono qualcosa di desiderabile
- Scatenare reazioni emotive di disagio nel caso in cui i due oggetti rappresentano o evocano situazioni di conflitto ancora vive nell’inconscio o frustrazioni o problemi importanti irrisolti
L’utilità della percezione sinottica come stimolatore della creatività è evidente, ma anche quando la percezione sinottica suscita emozioni sgradevoli o dolorose essa può rivelarsi utile. Infatti grazie ad essa possiamo ottenere un effetto terapeutico che consente di:
- Conciliare esigenze e motivazioni (ovvero agenti mentali) conflittuali
- Trovare il coraggio di confrontarsi con le proprie entità critiche, cioè quegli aspetti di se stessi o della società, che fanno paura o addolorano
- Neutralizzare le reazioni emotive indesiderate e dannose, rispetto alle proprie entità critiche, attraverso un processo noto come “desensibilizzazione sistematica”
Col termine "percezione attiva" intendo l'analisi (critica e consapevole) delle proprie percezioni e reazioni in tempo reale, cioè mentre avvengono. In altre parole intendo il farsi una serie di domande come le seguenti:
- Cosa sto percependo?
- Quali sono le mie reazioni cognitive, emotive e motive a ciò che sto percependo?
- Quali cambiamenti a breve, medio e lungo termine ciò che sto percependo potrebbe causare nella mia mente e nella mia vita?
- Chi ha preparato, costruito, organizzato o composto ciò che sto percependo, e a quale scopo? A vantaggio di chi?
- Come desidera che io reagisca chi ha costruito ciò che sto percependo? Cosa vorrebbe farmi credere?
- Che relazioni ci sono tra ciò che sto percependo e la mia vita?
- In che misura ciò che sto percependo mi piace o mi dispiace e perché?
- Mi conviene percepire ciò che sto percependo? Che vantaggi potrei ricavarne? Come potrebbe nuocermi?
- Che effetti benefici o malefici potrebbe avere ciò che sto percependo su altre persone e sulla società? In che misura è morale o immorale?
- Ciò che sto percependo potrebbe affascinare o disgustare me o qualcun altro?
- In ciò che sto percependo è contenuta l'offerta o la promessa di qualcosa?
- Ciò che sto percependo può influenzare il mio comportamento? Come?
- Potrei rivolgere la mia attenzione a qualcosa di più conveniente o interessante per me?
- Cosa posso apprendere da ciò che sto percependo?
Ogni entità che percepiamo, conosciamo, riconosciamo o concepiamo, cioè tutto ciò a cui attribuiamo il fatto di “essere” qualcosa o qualcuno, comporta uguaglianze, somiglianze e differenze rispetto ad altre entità.
In altre parole, l’esperienza di una certa entità, e la conoscenza che ne deriva, comporta il confronto con una o più altre entità che costituiscono modelli di riferimento per il suo riconoscimento e la sua valutazione.
Infatti diciamo, per esempio, che A è identico a B, o che la forma di A è più o meno simile a quella di B, o che A è più grande o più piccolo di B, o che c’è un certo rapporto quantitativo tra A e B (per esempio A = B x 1,5), oppure che A è prodotto, attivato o influenzato da B, ecc.
D’altra parte non si può dire che una cosa sia più o meno grande o piccola se non in rapporto ad un metro di paragone. Infatti se in tutto l’universo esistesse solo una sfera, sarebbe impossibile affermare quanto grande sia il suo diametro.
Possiamo dunque dire che nulla “è” qualcosa se non in rapporto, in relazione (formale o causale) o in interazione rispetto a qualcos’altro. Si può anche dire che ogni cosa dipende da qualche altra o che è legata a qualche altra, cioè che nessuna entità può essere percepita né concepita come isolata. D’altra parte, dire che A è A (o che A = A) è insignificante e inutile.
Inoltre, per quanto riguarda gli esseri capaci di sentimenti, ogni entità percepita, conosciuta o concepita può essere associata alla previsione di una certa quantità di piacere e/o di dolore, associazione da cui deriva una certa motivazione di attrazione o di repulsione verso l’entità stessa. Tale motivazione corrisponde al "valore" che ad essa viene attribuito dalla mente dell’essere senziente.