La mente serve a gestire relazioni.
I problemi psicologici sono problemi relazionali.
Il matrimonio si fonda sulla convenienza reciproca.
Le cose non sono importanti in sé, ma per i loro effetti.
Le connessioni neuronali rispecchiano le relazioni sociali.
Pensare dovrebbe servire ad avere buone relazioni con gli altri.
Relazioni e interazioni, nient'altro che relazioni e interazioni!
Quando si ha paura della solitudine qualunque compagnia è accettabile.
Invece di augurare buongiorno, sarebbe meglio augurare buone relazioni.
Essere in una relazione significa farne parte, cioè appartenere ad essa.
Non possiamo conoscere le cose in sé, ma solo le interazioni tra le cose.
Parlare di un concetto implica parlare delle sue relazioni con altri concetti.
Molti si concentrano sui dettagli perché non riescono a capire il quadro d'insieme.
Una felicità dura finché durano le relazioni (reali o illusorie) che la sostengono.
L'arte mostra le relazioni omettendo tutto ciò che non è in relazione con il resto.
Le interazioni dipendono dalle relazioni e le relazioni dipendono dalle interazioni.
Ogni artefatto, atto, gesto o parola può essere un ponte o un muro tra noi e gli altri.
Dialogare serve anche a stabilire, confermare o cambiare relazioni, appartenente e status.
Ogni interazione umana è come un esame, e chi è impreparato rischia di prendere brutti voti.
Per stare in pace con gli altri non basta tollerare i loro difetti. È necessario non vederli.
Di ogni persona, compresi noi stessi, dovremmo chiederci: con chi e in quali modi si relaziona?
Ogni persona rispetto ad ogni altra vorrebbe che vi fosse una certa distanza più o meno grande.
Una relazione è sostenibile finché per ciascuno degli interagenti i vantaggi superano gli svantaggi.
Le relazioni e le interazioni tra esseri viventi sono relazioni e interazioni tra algoritmi adattivi.
Oggetto di ogni apprendimento sono certi rapporti, ovvero certe interazioni e relazioni, tra certe cose.
A poco valgono "virtute e canoscenza" se non si hanno buone relazioni con un sufficiente numero di persone.
Le persone che si prostituiscono sono le sole che dicono chiaramente cosa offrono e cosa chiedono in cambio.
Quando diciamo «gli altri» ci riferiamo a una cosa che George Herbert Mead ha chiamato «l'Altro generalizzato».
Ogni persona, per ogni altra, è un effettivo o potenziale collaboratore e un effettivo o potenziale competitore.
Nel bilancio tra il dare e il ricevere di una coppia, le prestazioni sessuali hanno un peso più o meno importante.
Un errore molto comune di noi umani è quello di considerare oggettivi significati, cognizioni e valori soggettivi.
Non possiamo conoscere l'essenza delle cose, ma solo le loro forme, le loro parti, le loro relazioni e i loro effetti.
Il grado di felicità di un essere umano dipende soprattutto dalla qualità delle sue interazioni abituali con gli altri.
Per conoscere qualcosa bisogna scomporla e ricomporla interrogandosi sulle relazioni e interazioni tra le singole parti.
La mente umana può mettere qualsiasi cosa in relazione con qualsiasi altra. Questa facoltà è alla base della creatività.
Ogni progresso verso la conoscenza comporta un peggioramento delle relazioni con i compagni di ignoranza rimasti indietro.
Non esistono valori assoluti. Il valore di una cosa è sempre relativo a qualche fine, ovvero varia a seconda del fine considerato.
Una coppia è tanto più stabile quanto più c'è una dipendenza reciproca tale da poter dire che ciascuna parte appartiene all'altra.
Le relazioni e le interazioni tra entità (persone, cose, informazioni, algoritmi, luoghi ecc.) sono più importanti delle entità stesse.
Quando due persone conversano di cose diverse da loro due, in realtà dicono qualcosa di se stesse e si aspettano qualcosa l'una dall'altra.
Considera una cosa qualsiasi (oggetto, persona, gruppo, oggetto, concetto, idea ecc.) e chiediti: che rapporto c'è tra questa cosa, gli altri, e me?
Il libero arbitrio consiste nello scegliere con chi/cosa interagire e con quali regole, limiti e libertà, ovvero conformemente a quale tipo di relazione.
Un individuo può agire, verso gli altri, nei seguenti possibili modi: condividere, cooperare, competere, ignorare, adattarsi, imporsi, isolarsi, emigrare.
Non possiamo conoscere la realtà direttamente né completamente. Possiamo solo tentare di indovinare e immaginare alcuni suoi aspetti, cioè alcune sue relazioni.
Se vuoi avere una relazione (libera e non forzata) con qualcuno, devi dargli di te un'immagine compatibile con i suoi gusti, i suoi desideri e le sue aspettative.
Una psicoterapia dovrebbe essere finalizzata al cambiamento di certe relazioni tra certi concetti, certi sentimenti e certe motivazioni, nella mente del paziente.
Una relazione pacifica tra due persone è possibile solo se c'è un accordo esplicito o implicito sulle condizioni, le modalità, e le regole della relazione stessa.
A mio parere, servirsi della prostituzione è la soluzione più facile per chi desidera avere interazioni sessuali senza impegnarsi in relazioni amorose vincolanti.
L'attrazione o la repulsione verso un certo oggetto (cosa o persona) è in realtà il desiderio o la paura di interagire e di entrare in relazione con quell'oggetto.
La realtà è un insieme di relazioni e interazioni più o meno favorevoli alla soddisfazione dei bisogni e dei desideri degli esseri viventi interagenti.
Quando non si riesce ad avere buone relazioni reali, ci si accontenta di buone relazioni virtuali o immaginarie, come quelle offerte dalla letteratura e da internet.
Il bravo commerciante conosce la domanda e l'offerta di merci. Il saggio conosce la domanda e l'offerta di informazioni, prestazioni, alleanze, appartenenze, fedeltà.
La qualità delle interazioni tra persone oscilla tra due poli: vere o finte, reali o immaginarie, consce o inconsce, volontarie o involontarie, meditate o automatiche.
Io giudico gli altri e gli altri mi giudicano. Da questi giudizi dipendono le nostre relazioni, e dalla qualità delle nostre relazioni dipendono i nostri piaceri e dolori.
L'arte della sottrazione consiste nel togliere o nascondere, in un contesto, tutto ciò che non è in una relazione essenziale con il resto. Ciò che rimane è l'opera d'arte.
Tutto ciò che un umano fa o pensa è soggetto a valutazione da parte degli altri e ad autovalutazione, e in tal senso può modificare le relazioni tra il soggetto e gli altri.
Quando due persone si legano l'una all'altra, ognuna riduce la sua libertà nei confronti dell'altra, ma acquista un potere sull'altra in quanto garanzia di non allontamento.
Il mio benessere dipende dalla configurazione dell'ambiente in cui mi trovo e dalla qualità dei miei pensieri e delle mie interazioni con le persone e le cose con cui interagisco.
Le cose più importanti per un essere umano sono i modi in cui si comporta verso gli altri e i modi in cui gli altri si comportano verso di lui, modi che si influenzano reciprocamente.
Che relazione c’è tra X e Y? Questo tipo di domanda dovrebbe essere usata come strumento di comprensione di qualunque realtà, in sostituzione di domande del tipo “cos’è X?, cos’è Y?”.
Credo che l’astensione dall’uso del verbo essere, e la sua sostituzione con verbi che esprimono relazioni e interazioni possono costituire una psicoterapia più efficace di tante altre.
La relazione tra due oggetti può essere oggetto di considerazione. Di conseguenza è possibile considerare la relazione tra due relazioni, e la relazione tra una persona e una relazione.
Il mondo è un insieme di relazioni tra esseri di vario tipo. Io sono uno di questi esseri, con le mie relazioni verso altre persone e cose, e le relazioni tra gli organi che mi compongono.
Così come chi investe in borsa si informa sui prezzi correnti dei vari titoli finanziari, cosi chi investe in relazioni sociali si informa sul valore corrente delle varie persone per gli altri.
Ogni relazione comporta vantaggi e svantaggi per i contraenti. Una relazione è sostenibile finché per ogni contraente i vantaggi (reali o immaginari) superano gli svantaggi (reali o immaginari).
La conoscenza consiste in risposte a domande come le seguenti: quali forme? Insieme con quali altre forme? In quali relazioni? In quali interazioni? In quali misure? Da quali cause? A quali fini?
Qualsiasi risorsa materiale o immateriale, mobile o immobile (oggetto, idea, persona, luogo ecc.), può essere usata pro o contro qualcuno, tolta o data a qualcuno, nascosta o condivisa con qualcuno.
Se è vero che la cosa più importante per un umano è la qualità dei suoi rapporti con gli altri, allora è della gestione dei suoi rapporti con gli altri che un un umano dovrebbe soprattutto occuparsi.
Pensare in termini relazionali (cioè non ontologici) significa chiedersi, per qualsiasi ente (persona o cosa): che rapporto c'è tra questo ente e me? Che rapporto c'è tra questo ente e il resto del mondo?
Il passato è definitivamente trascorso e non può essere cambiato. Tuttavia possiamo sempre vederlo, valutarlo, usarlo, spiegarlo, raccontarlo, comprenderlo e interagire con esso in modi nuovi.
Non ha senso chiedersi: Chi sono? Cosa sono? Mentre ha senso chiedersi: Chi/cosa sono io per gli altri? E più precisamente: Chi/cosa sono io per X? Per Y? Per Z? Ecc. E poi: Chi/cosa sono gli altri per me?
L'uomo è un animale interdipendente in quanto la soddisfazione dei suoi bisogni e il suo conseguente benessere psicofisico dipendono dalla quantità e qualità delle sue relazioni e interazioni con gli altri.
Durante la veglia facciamo nuove esperienze. Durante il sonno il cervello le archivia mettendole in relazione con le precedenti. Dal giorno dopo possiamo usare le nuove relazioni per concepire nuovi pensieri.
Gli altri sono nella mia mente e io sono nella mente degli altri in certe relazioni e con certe valutazioni, le quali determinano i tipi di interazione che possono esserci o non esserci tra me e ciascun altro.
Ogni causa è anche una conseguenza. Questo vale anche per il capitalismo. Vederlo solo come causa di mali è miope. Chiediamoci anche da cosa sia causato, ovvero da quali aspetti della natura umana esso emerga.
Ogni umano desidera condividere i propri sentimenti con quante più persone possibile. Questo vale per ogni tipo di sentimento: gioia, sofferenza, amore, odio, apprezzamento, disprezzo, interesse, disinteresse ecc.
Ogni entità va posta in un certo spazio, in un certo tempo, e in relazione con certe altre entità, vale a dire in un certo contesto. Un'entità senza contesto non significa nulla, non produce nulla, e non serve a nulla.
La vita sociale è una tragicommedia in cui la maggior parte delle persone considerano assoluto ciò che è relativo. In realtà tutto è relativo, a cominciare dallo spazio e dal tempo, che sono ciascuno relativo all'altro.
Per essere amati e rispettati bisogna fare qualcosa per meritarlo, fare in modo che l'altro ci ami e ci rispetti, indurlo ad amarci e rispettarci, influenzarlo in tal senso. Amore e rispetto non sono gratuiti né incondizionati.
Le cose più importanti sono le relazioni tra esseri umani. Le relazioni determinano le interazioni e le interazioni determinano le relazioni. Le interazioni determinano le transazioni e le transazioni determinano le interazioni.
Questa persona di fronte a me, che tipo di relazione/interazione sta cercando? Con quale tipo di persone? In che misura io appartengo a quel tipo di persone? In che misura io sono disponibile a quel tipo di relazione/interazione?
Due persone possono avere valori concordanti, indifferenti e contrastanti. Dal grado di concordanza / contrasto dei valori perseguiti dalle persone dipende il tipo di relazione e la qualità delle interazioni tra le persone stesse.
La psiche è un sistema di algoritmi autoapprendenti e concorrenti che gestiscono le relazioni e le interazioni tra la propria persona e il resto del mondo allo scopo di soddisfare i bisogni (innati e acquisiti) della persona stessa.
A causa della sempre maggiore libertà di pensiero e di comportamento, e della conseguente diversificazione sociale, è sempre meno probabile che due persone siano tra loro compatibili. Di conseguenza la solitudine è sempre più diffusa.
Gli altri ci propongono continuamente i loro modi di vedere, di pensare e di sentire. Sta a noi accettare e condividere quei modi, oppure rifiutarli (sapendo che in caso di rifiuto il proponente si sentirà, deluso, frustrato o offeso).
La differenza tra una prostituta e una donna per bene è che, per donarsi, la prima vuole essere ricompensata in contanti e subito, la seconda in amore, titoli, servizi, sostegno, protezione e prestigio in modo continuativo e senza un termine.
Noi umani abbiamo un assoluto bisogno di interagire, ma non con chiunque e non in qualunque modo. Perciò la nostra mente è sempre occupata a scegliere con chi interagire e in quali modi, e a negoziare i modi preferiti con le persone preferite.
È impossiile distinguere l'essere dall'apparire, perché l'essere si deduce dall'apparire. Infatti non possiamo conoscere l'essenza delle cose ma solo le loro relazioni e interazioni con il resto del mondo, nella forma e nella misura in cui ci appaiono.
A mio parere, la cosa più importante per essere felici, dopo la salute, è la qualità delle proprie relazioni sociali. Una relazione sociale è tanto migliore quanto più ognuna delle parti comprende l'altra, l'accetta così com'è e tende a cooperare con essa.
Ogni donna, col suo uomo, si comporta da primadonna e rifiuta qualsiasi ruolo secondario. Per questo, per farsi amare da una donna, un uomo deve trattarla come una (anzi, come l'unica) primadonna. Fanno eccezione le prostitute e rare donne "non vincolanti".
Una relazione (di causa-effetto, di appartenenza, di identità, di cooperazione, di competizione, di somiglianza ecc.) tra due oggetti mentali corrisponde ad una connessione neuronale di un certo tipo tra le zone cerebrali corrispondenti agli oggetti stessi.
Le cose piacciono o dispiacciono, non per ciò che sono intrinsecamente, ma per i loro collegamenti e le loro relazioni con altre cose che piacciono o dispiacciono. In altre parole, ciò che piace o dispiace di una cosa non è la cosa in sé, ma ciò che essa evoca.
Quando si sta in compagnia di altre persone è bene chiedersi cosa ciascuna di esse desidera fare e non fare, ascoltare e non ascoltare, vedere e non vedere, ricevere e non ricevere, ricordare e non ricordare, pensare e non pensare, di cosa parlare e non parlare.
Se il Dio della Bibbia esistesse realmente, scriverebbe le sue disposizioni in un linguaggio chiaro, non contraddittorio, in tutte le lingue del mondo, e le invierebbe direttamente a tutti gli interessati, senza fare uso di ghost writer, teologi, preti e portalettere.
Ci sono autori che definiscono e analizzano precisamente aspetti particolari di contesti indefiniti dati per scontati. Infatti oggi c'è tanta scienza delle cose isolate e poca delle relazioni tra le cose, specialmente se queste appartengono a discipline accademiche diverse.
I mass media e la pubblicità ci dicono continuamente cosa dobbiamo avere o come dobbiamo essere per star bene, mentre la cosa più importante è avere rapporti umani soddisfacenti, che dipendono soprattutto da ciò che chiediamo e offriamo agli altri, più che da ciò che possediamo o siamo.
Nulla è assoluto, tutto è relativo. Relativo alle relazioni. Ogni relazione è circolare. Ciò che è influenzato influenza a sua volta ciò che lo influenza. Ciò che non è in relazione con altre cose, che non influenza altre cose, che non è influenzato da altre cose, non esiste.
Molte relazioni umane non si realizzano o falliscono perché una (o ciascuna) delle parti si aspetta dall'altra ciò che l'altra non è disposta a concedere, specialmente per quanto riguarda le rispettive libertà. Infatti ogni relazione comporta qualche limitazione delle libertà delle parti.
Una cosa (qualsiasi cosa, oggetto, macchina, informazione, idea, persona, meme ecc.) è tanto più importante e valida quanto più è efficace nel facilitare e rendere produttive le interazioni tra le persone che la usano o la condividono, in termini di soddisfazione dei loro bisogni e desideri.
Ogni relazione implica benefici e costi per ciascuno dei contraenti. Quando per uno di essi i costi superano i benefici, questo cerca di uscire dalla relazione, a meno che l'uscita non comporti penali non sostenibili. E' in base a tale principio che le relazioni umane si formano e si disfano.
Le relazioni e le interazioni umane sono regolate da politiche personali per lo più inconsce, irrazionali, mistificate e involontarie; sta a noi decidere se cercare di renderle più consapevoli, razionali, genuine e volontarie nonostante il boicottaggio del super-io e delle convenzioni sociali.
Il mio mantra è “Relazioni e interazioni”, e la mia meditazione consiste nel pensare senza mai usare il verbo essere, sostituendolo con verbi che esprimono relazioni e interazioni.
Grazie a queste pratiche la mia visione del mondo si amplia, e diventa più comprensibile e più feconda.
Quanto più semplice è un rapporto tra due termini, tanto più esso è armonioso. Infatti il rapporto più armonioso è l'uguaglianza perfetta.
Quanto più armonioso (ovvero quanto più semplice) è un rapporto, tanto più facilmente esso è riconoscibile, ovvero familiare, e perciò gradevole.
La bellezza è la piacevole emozione che si prova osservando lo spettacolo dell'integrità di un insieme di parti (oggetti, forme o eventi), tra cui esistono evidenti relazioni funzionalmente, matematicamente, o logicamente armoniose e coerenti, ovvero dove le parti sono in accordo le une con le altre.
Nulla "è" qualcosa in sé, ma solo in relazione a qualcos'altro. Infatti ogni predicato riguardante una certa entità implica relazioni con altre entità, anzi, è definito solo da tali relazioni. D'altra parte si potrebbe dire che ogni entità appartiene alle sue relazioni, o che possiede le sue relazioni.
Un'armonia è la percezione di un certo rapporto tra due o più percezioni separate. Infatti non si trova in nessuna delle percezioni elementari, ma nel rapporto tra di esse. Più semplice è il rapporto (ovvero più piccola è l'espressione matematica che lo rappresenta) più forte è la percezione di armonia.
La relazione tra due individui è come un film di cui essi sono al tempo stesso registi, protagonisti, produttori, sceneggiatori, scenografi ecc. Il problema è che ognuno vorrebbe fare il film a suo modo, con certe scene, certi attori, certe storie, certi luoghi, certe musiche, un certo stile ecc.
"Essere se stessi" non significa nulla. Noi siamo comunque come ci vogliono gli altri, come ci vuole l'Altro generalizzato (per usare un termine di G. H. Mead), l'altro interiorizzato. Senza l'esperienza e l'interazione con gli altri la psiche nemmeno esisterebbe. Il problema è che gli altri non sono tutti uguali.
Siamo sempre condizionati e influenzati dall'ambiente esterno e da quello interno in cui ci troviamo. L’ambiente esterno è costituito dalle persone e cose con cui interagiamo, quello interno dai contenuti della nostra mente. I due ambienti interagiscono anche a nostra insaputa e anche se non lo vogliamo.
Il libero arbitrio (ammesso che esista) consiste nello scegliere in quale ambiente stare, se interagire o non interagire, con chi interagire o non interagire, e se continuare o smettere di interagire. Durante l'interazione, infatti, prevalgono gli automatismi della nostra mente, e il libero arbitrio non può essere esercitato.
Il verbo essere dovrebbe essere usato il meno possibile. Al suo posto sarebbe meglio usare verbi come fare, agire, dare, prendere, inviare, ricevere, percepire, copiare, comunicare, rispondere ecc. Il verbo essere non aiuta a capire la realtà. Questa, infatti, consiste in relazioni e interazioni, che il verbo essere non può descrivere.
Il verbo essere è illusorio e fuorviante. Infatti nessuna
cosa o persona “è” qualcosa o qualcuno. L'identità di una persona o di una cosa è data dal suo comportamento particolare e dalle sue particolari relazioni e interazioni con altre cose e/o con altre persone.
Uno che esprime sé stesso senza nascondere i propri veri pensieri e sentimenti può entrare in relazione solo con persone affini. Con quelli che hanno idee e/o sentimenti molto diversi avrà rapporti conflittuali. Essere sé stessi significa essere selettivi. Infatti, quanto più si è diversi dagli altri, tanto più è difficile trovare persone con cui entrare in relazione.
Ammettiamo dunque che Dio esista e che abbia creato il mondo. Ma di quale Dio stiamo parlando? Quello della Bibbia? Quello di Spinoza? Quello di Einstein? Quale altro? Come funziona questo Dio? Ci sono relazioni tra Lui e noi? Ci osserva singolarmente? Ci chiede qualcosa? Ci premia e punisce per ciò che facciamo? Come comunica con noi? Con quale linguaggio e quale vocabolario?
Probabilmente l’uomo è l’unico essere capace di considerare la relazione con se stesso. Tuttavia la relazione con sé stesso è concepibile solo se si considera sé stesso come un insieme di parti in relazione tra loro, e l’io cosciente è una sola di esse. Perciò, in realtà, la cosiddetta relazione con sé stesso consiste nella relazione tra l’io cosciente e il resto della persona.
Un essere umano non può ignorare gli altri, perché dipende da loro. Può scegliere le persone con cui interagire, ma non può fare a meno di interagire con qualcuno, né può ignorare le esigenze delle persone con cui interagisce. Il suo comportamento è dunque un compromesso tra le proprie esigenze e quelle delle persone con cui ha scelto di interagire o con cui è costretto a farlo.
Ciò che desideriamo non sono cose, ma situazioni in cui tra noi e l’apparente oggetto di desiderio c’è una certa relazione.
In altre parole, in realtà noi desideriamo inconsciamente certe relazioni — e di conseguenza certe interazioni — con certe cose, e questo vale per cose di qualsiasi tipo, come oggetti materiali, persone, informazioni, idee, denaro, riconoscimenti ecc.
Prendere un oggetto a caso, per esempio un libro, un articolo di giornale, un computer, un dipinto, un utensile, una persona, e chiedersi: che relazione o interazione ci può essere tra me e questo oggetto? Come posso usarlo? Come può esso usare me? Che impatto può avere la mia relazione con questo oggetto nelle mie relazioni con altri oggetti o persone? Ecc.
Ogni cosa, persona o informazione appartiene a qualche insieme di cose, persone e/o informazioni caratterizzato da certe proprietà, e costituisce un insieme di cose, persone e/o informazioni. Ogni appartenenza implica certe proprietà e/o certe relazioni o interazioni. Due cose, persone o informazioni che interagiscono e/o sono tra loro in relazione costituiscono un insieme a cui entrambe appartengono.
Una casa è molto di più della somma dei materiali e degli oggetti che la compongono. Il di più consiste nelle relazioni, nei legami, nei collegamenti, nelle posizioni, negli accostamenti, nelle forme, nelle configurazioni, insomma: nell'organizzazione e nella correlazione complessiva e dettagliata dei materiali e degli oggetti che la compongono, tale da soddisfare le esigenze di chi la abita e la usa.
Un'interazione umana deve avvenire nell'ambito di una relazione, deve cioè rispettare le regole di un certo tipo di relazione convenuto tra le parti. Altrimenti l'interazione è violenta. La relazione deve dunque precedere l'interazione.
Dato che l'uomo ha bisogno di interagire con altri umani, egli ha di conseguenza bisogno di stabilire relazioni adeguate alle interazioni desiderate.
La mia ipotesi è che non esistano cause prime, ovvero che ogni causa sia conseguenza di una o più altre cause. In altre parole, a mio parere, ogni cosa, evento, fatto, fenomeno è allo stesso tempo causa ed effetto di una o più altre cose, eventi, fatti, fenomeni. La causalità è dunque, secondo me, circolare, non lineare, e procede per infinite relazioni, e concatenazioni, ovvero maglie di reti energetiche spaziotemporali.
Mi pare che gli umani siano incapaci di negoziare liberamente e creativamente relazioni sociali al di fuori dei modelli culturali che hanno appreso. Chi ha la fortuna di aver appreso diversi modelli può scegliere quale applicare a seconda delle persone che incontra e delle circostanze; chi ha imparato un solo modello, e questo modello è retrogrado, è condannato a cercare di riprodurlo, con le conseguenze tragiche del caso.
Per quanto riguarda il modo di pensare e di conoscere, ci sono due opposte tendenze: separare vs. unire, differenziare vs. accomunare, distinguere vs. confondere, analizzare vs. sintetizzare ecc. Per me la conoscenza consiste nel praticare e nel conciliare tali estremi. In altre parole, per me è impossibile conoscere qualcosa senza prima scomporla e poi ricomporla dopo aver osservato le relazioni e le interazioni tra le sue parti.
Dove si trova il rapporto tra due persone (A e B)? Sppongo che si trovi nella mente di A, nella mente di B, e nella mente di ciascuna altra persona che osservi le interazioni tra A e B.
Tuttavia in ciascuna di tali menti il rapporto è diverso, in quanto percepito in modo soggettivo.
Infatti il rapporto oggettivo tra A e B non esiste, se non come sequenza di transazioni senza alcun significato oggettivo.
Ogni cosa prodotta dall’uomo, che non sia un mero strumento tecnico, e in particolare ogni espressione artistica o letteraria, può essere considerata come funzionale a stabilire o a mantenere certi rapporti interpersonali tra persone di una certa categoria.
Infatti anche la semplice condivisione di una cosa materiale o immateriale tra due persone contribuisce alla formazione o al mantenimento di una relazione tra di esse.
La mia più o meno grande felicità (o infelicità) dipende dalla qualità delle mie relazioni col resto del mondo e in particolare con l'ambiente (sociale e naturale) in cui vivo. Per migliorare tali relazioni ci sono tre possibilità (non mutuamente esclusive): (1) migliorare la mia costituzione (cioè la mia mente e/o il mio corpo fisico), (2) migliorare la costituzione di certe parti dell'ambiente (persone o cose) o (3) migrare in un altro ambiente più adatto a me.
Io sono un sistema vivente senziente costituito da sistemi più piccoli, e parte di sistemi più grandi.
Tale affermazione potrebbe essere il punto di partenza di una meditazione “sistemica”, che consiste nel meditare sulle interazioni e relazioni tra i sistemi che ci costituiscono e tra quelli di cui siamo parte, sulle emozioni (piaceri e dolori) che scaturiscono da tali interazioni e relazioni, e sulle logiche conscie e inconsce che le governano.
Separare l'«essere» dal «divenire» mi pare un grave errore, perché non è possibile l'essere senza il divenire, e viceversa. In altre parole, essere e divenire sono la stessa cosa, come pure il tempo individuale e quello storico. La chiave per capire la realtà, il mondo, la storia, la psiche, è il concetto di relazione, ovvero di interazione. Il concetto di «essere» è totalmente sterile se esaminato indipendentemente delle interazioni e dalle relazioni, dalle cause e dagli effetti.
Separare l'"essere" dal "divenire" mi pare una assurdità e un grave errore. Come qualcun altro ha detto, non è possibile l'essere senza il divenire, e viceversa. In altre parole, essere e divenire sono la stessa cosa, come pure il tempo individuale e quello storico. La chiave per capire la realtà, il mondo, la storia, la psiche, è il concetto di "relazione" ovvero di "interazione". Il concetto di "essere" è totalmente sterile se esaminato indipendentemente delle interazioni e dalle relazioni.
Cooperazione, competizione e dominazione sono le tre motivazioni fondamentali che sottendono le relazioni e le interazioni umane.
Nella nostra cultura la cooperazione viene lodata in generale (tranne quella con i nemici e gli estranei); la competizione viene lodata purché leale e regolata (come nello sport, nella politica e nell'economia); la competizione sleale e non regolata e la dominazione vengono a parole biasimate, ma generalmente praticate in forme mistificate, camuffate e nascoste, consce e inconsce, dirette e indirette.
Il pensiero sistemico e complesso è caratterizzato dalla non linearità e dalla molteplicità delle relazioni causa-effetto, nel senso che le interazioni sono quasi sempre circolari (l'effetto ha una retroazione sulla causa, per cui ogni causa è anche effetto) e multiple (un effetto ha quasi sempre molteplici cause e una causa molteplici effetti.
Io cerco di pensare in modo sistemico e complesso, ma non è facile, perché la mente (quella conscia e ancor più quella inconscia) non ama la complessità e preferisce rispondere in modo semplice a qualunque domanda.
Nessuna cosa è conoscibile né definibile in sé (come tenta inutilmente e arbitrariamente di fare l'ontologia) ma sono conoscibili e definibili solo le relazioni e interazioni di una cosa con il resto del mondo, o tra le parti che la compongono. Per questo motivo io rifiuto qualsiasi discorso ontologico come ciarlataneria.
Perciò, quando vogliamo parlare di una cosa X, invece di rispondere alla domanda "cos'è x (in sé)?" dovremmo cercare di rispondere a domande quali: con cosa si relaziona X e come interagisce? A quali insiemi appartiene X? Di quali parti X è composta? Come si relazionano e come interagiscono le parti di X tra loro?
Ogni essere umano è il centro di una rete di relazioni più o meno stabili con altre entità (esseri viventi, macchine, sistemi, informazioni, oggetti, materiali, alimenti, sostanze ecc.) con cui interagisce per sopravvivere, soddisfare le sue motivazioni (istinti, bisogni, desideri, curiosità ecc.), ottenere piaceri ed evitare dolori, secondo algoritmi parzialmente variabili memorizzati nel suo sistema nervoso.
Quanto detto vale anche per qualsiasi altro essere vivente dotato di sistema nervoso, mentre probabilmente solo negli algoritmi umani ci sono parti che riguardano la morale, la responsabilità e il senso di colpa propria e altrui.
Se io desidero avere un certo rapporto con una certa persona, è necessario che questa acconsenta al mio desiderio o che desideri la stessa cosa.
Il problema è dunque trovare una o più persone disposte ad avere con me il tipo di rapporto che io vorrei avere con esse, cioè alle mie condizioni.
Infatti ogni umano pone a chiunque desideri avere un rapporto con essa delle condizioni sine qua non sul tipo di rapporto.
Conviene perciò immaginare che ogni persona abbia un cartello in cui sono scritte le sue condizioni per avere un rapporto con essa, e cercare di indovinare cosa è scritto in tale cartello.
Le relazioni di causa-effetto tra fenomeni (naturali, sociali, psicologici ecc.) sono generalmente complesse, nel senso che ogni fenomeno è al tempo stesso causa e conseguenza di un certo numero di altri fenomeni. Tuttavia gli esseri umani hanno molta difficoltà a pensare in modo complesso, col risultato che spesso s'ingannano credendo di vedere, tra certi fenomeni, relazioni di causa-effetto semplici, laddove esse sono molto più complesse.

Le cose, le persone, le idee, non hanno qualità o valore in sé. Nulla è in sé giusto o sbagliato, buono o cattivo, bello o brutto, utile o inutile. Ciò che ha qualità o valore (positivo o negativo) sono le particolari relazioni, interazioni, transazioni, tra le cose, le persone, le idee.
Infatti, per esempio, una stessa persona A può interagire bene (ovvero in modo soddisfacente) con una persona B e male con una persona C. E una stessa cosa può essere utile ad una persona e nociva ad un'altra.
Quindi non bisogna mai valutare le cose, persone e idee isolatamente, separatamente, ma le possibili relazioni tra di esse.
Tra due entità ci possono essere relazioni formali e/o interattive.
Una relazione formale consiste in un rapporto matematico o geometrico tra le entità stesse, descrivibile mediante una o più formule.
Una relazione interattiva consiste in interazioni abituali di un certo tipo tra le entità stesse,
Un'interazione può essere unidirezionale o bidirezionale. Nel secondo caso si ha una reazione (o "feedback") a seguito di una transazione, verso l'agente che ha effettuato la transazione stessa.
Una relazione tra due entità consiste nella loro abitudine a interagire in certi modi caratteristici, ovvero secondo certi algoritmi o programmi.
L'analisi relazionale è una disciplina intellettuale che cerca di rispondere alla seguente questione fondamentale: quali relazioni una persona desidera stabilire con le altre, e come si comporta a tale scopo, ovvero con quali mezzi, risorse, poteri, logiche, strategie, tattiche, narrazioni cerca di realizzare tali relazioni?
In altre parole, l'Analisi relazionale cerca di capire le relazioni desiderate da ciascuna persona, e come essa interagisce con le altre al fine (conscio o inconscio) di realizzare tali relazioni.
I processi sociali interattivi principali considerati dall'Analisi relazionale sono la cooperazione, la competizione, l'imitazione e la selezione.
Tra due entità (cose, idee o persone) A e B sono possibili solo due tipi di relazione: di trasferimento e di appartenenza.
Le relazioni di trasferimento consistono nel trasferimento di certe entità terze da A verso B e/o da B verso A. Le entità trasferite possono essere fisiche o logiche (cioè, materiali o immateriali), come ad esempio oggetti, sostanze, titoli finanziari, servizi, informazioni ecc.
Le relazioni di appartenenza possono essere di due sotto-tipi: appartenenza complementare (in cui A appartiene a B o B appartiene ad A) e appartenenza comune (in cui sia A che B appartengono ad una terza entità C, oppure A e B possiedono in comune (cioè condividono) l’entità C.
Noi pensiamo come ci è stato insegnato dalla cultura in cui siamo cresciuti. Ma siamo sicuri che il modo in cui pensiamo sia adatto alla comprensione della realtà?
Infatti il comune modo di pensare è pieno di difetti che rendono difficile comprendere gli aspetti più rilevanti della realtà.
Il difetto più grave consiste nel fatto che pensiamo in termini di "essere" invece che in termini di relazioni e interazioni sistemiche.
Infatti la realtà consiste in relazioni e interazioni tra entità interconnesse (oggetti, persone, idee, processi, percezioni, sensazioni, sentimenti ecc.).
Auspico pertanto una rivoluzione nel modo di pensare, in senso relazionale e sistemico.
Ogni cosa o persona è in relazione con qualche altra cosa o persona.
La relazione può essere di vario tipo, come, ad esempio: attrazione, repulsione, cooperazione, unione, respingimento, congiunzione, difesa, offesa, distruzione, istruzione, oppressione, sfruttamento, limitazione, contenimento, alimentazione, guida, conformazione, alleanza, ostilità, opposizione, asservimento, appartenenza comune, e, in generale, scambio di masse, sostanze, energie, informazioni, beni o servizi.
La qualità delle relazioni dipende dalla natura delle cose o persone interessate dalla relazione stessa. La natura degli esseri umani è la più complessa, variabile e la meno conosciuta da essi stessi.
Io ho un pregiudizio negativo contro l'idea stessa di "ontologia". Ho infatti imparato (da Gregory Bateson) che non è possibile conoscere una cosa "in sé" ma solo le relazioni e le interazioni di una cosa col resto del mondo. Possiamo inoltre conoscere una cosa in quanto sistema, cioè osservando le parti da cui è costituita e le relazioni e interazioni tra di esse. D'altra parte, a mio parere, una cosa che non ha alcuna relazione con altre o che non può essere suddivisa in parti (in relazione tra loro) non merita nemmeno di essere conosciuta, oltre al fatto che non penso possa esistere qualcosa che non abbia relazioni con altre. In conclusione, ritengo l'approccio ontologico (cioè non relazionale) inutile, illusorio, arbitrario e fuorviante.
Se stiamo considerando l'ipotesi di entrare in relazione con una certa persona, dovremmo prima di tutto cercare di sapere quali sono le sue abitudini comportamentali e mentali, e la sua visione del mondo in generale. Poi, supponendo che quella persona non sia disposta a cambiare le sue abitudini né la sua visione del mondo a nostro favore, dovremmo chiederci se noi possiamo trovare un posto e avere un ruolo nella sua vita. In altre parole, dovremmo stabilire se possiamo e vogliamo adattarci alle sue esigenze e alle sue aspettative.
L'idea che quella persona ci conosca e desideri avere un posto e un ruolo nella nostra vita e nella nostra mente rinunciando alle proprie abitudini è illusoria, ingenua e improbabile, quindi conviene escluderla a priori.
Ci possono essere diversi motivi per cui una persona rifiuta il ruolo di "amante", tra i quali:
- perché l'attrazione per l'altra persona non è sufficientemente forte
- per motivi etici (per non fare del male al coniuge o ai familiari propri e altrui)
- per motivi religiosi (è peccato)
- per conformismo (timore del giudizio negativo altrui)
- per orgoglio (non accetta di essere il "secondo partner")
- per bisogno di possesso (vuole il controllo esclusivo del partner)
- per bisogno di certezza (preferisce non avere alcuna relazione piuttosto che beneficiare di un legame non garantito)
- per timore di malattie sessualmente trasmissibili
- ecc.
I gruppi umani si costituiscono sulla reale o presunta condivisione di certe cognizioni, certi sentimenti e certe motivazioni, ovvero su una comune etica ed estetica.
Una volta costituito, il gruppo tende a rifiutare coloro che non condividono sufficientemente le cognizioni, i sentimenti e le motivazioni (ovvero l'etica e l'estetica) caratteristiche del gruppo stesso. In altre parole, il gruppo tende a rifiutare coloro che lo criticano.
Questa dinamica, unita al bisogno di appartenenza ad una comunità, è causa sia di conformismo, sia di nomadismo culturale.
Per nomadismo culturale intendo la tendenza a migrare da un gruppo ad un altro più soddisfacente.
In certe personalità prevale il conformismo, in altre il nomadismo culturale.
Una relazione sociale è una combinazione abituale di transazioni tra due individui, dotata di una certa forma caratteristica, ovvero conforme ad un certo modello.
Una relazione sociale comporta una serie di condizioni (legami, impegni, regole, obblighi, divieti, valori, cognizioni, gerarchie, ecc.) accettate bilateralmente dalle parti interessate. Tali condizioni costituiscono restrizioni della libertà individuale, ma anche vantaggi per la parte che gode delle restrizioni altrui.
Tra due umani ci possono essere interazioni senza relazione, tuttavia, in assenza di una relazione, le interazioni tra due umani sono imprevedibili e inaffidabili, e quindi insoddisfacenti rispetto al bisogno di cooperazione sociale.
La cooperazione sociale è tanto più efficace quanto più forte è la relazione in cui essa ha luogo.
Le relazioni tra esseri viventi sono causate, cioè motivate, dai bisogni, nel senso che servono a soddisfare i rispettivi bisogni (individuali, di gruppo e di specie).
Il collegamento tra bisogni e relazioni è tuttavia indiretto, in quanto avviene attraverso gli apparati biologici, i sentimenti, le cognizioni (consce e inconsce), l'interdipendenza con gli altri esseri viventi, la cooperazione, la competizione, le transazioni, le interazioni e gli algoritmi di comportamento.
Tutte queste cose sono collegate in modi sistemici e complessi e tuttavia comprensibili (scientificamente o intuitivamente) per un essere umano, se la sua mente non fosse ostaggio di superstizioni e mistificazioni tramandate dagli anziani ai giovani o inventate per semplicismo, cioè per soddisfare il nostro bisogno di semplicità.
Conoscere consiste nel riconoscere certe forme (cioè certi oggetti concetti o astratti) e associare ad esse qualità (cioè attributi o proprietà) e relazioni con altre forme conosciute.
Conoscere serve dunque a riconoscere cose o idee e a rievocare proprietà, associazioni e relazioni tra di esse, e non si può riconoscere qualcosa senza prima avere conosciuta.
Tuttavia possiamo supporre che alcune conoscenze siano innate, come quelle del piacere e del dolore, della libertà e della costrizione, del potere e dell'impotenza.
Conoscere è dunque, inevitabilmente, coltivare dei pregiudizi, anche se le menti migliori sono capaci di accorgersi quando un pregiudizio non è più sostenibile e, in tal caso, di cambiarlo.
Questa è la mia epistemologia, tautologica come ogni altra.
All’inizio l‘etica consisteva in una logica religiosa del tipo “se obbedisci a questi comandamenti divini sarai felice, altrimenti sarai infelice in questa vita e per l’eternità.”
Poi, man mano che la religione veniva sostituita dalla filosofia, la logica cambiava in “se pensi e ti comporti secondo questi principi filosofici sarai felice, altrimenti sarai infelice (in questa unica vita)”
Ora, man mano che la filosofia viene accompagnata dalla scienza, la logica cambia in “se interagisci con gli altri in certi modi godrai, se interagisci con gli altri in certi altri modi soffrirai (in questa unica vita)”.
Insomma, col progresso della conoscenza si passa dall'obbedienza a certi dèi o a certi princìpi, alla pratica di relazioni e interazioni in certi modi.
Nella mappa cognitivo-emotiva di ogni persona sono registrati i criteri di interazione, ovvero le condizioni e modalità in cui una interazione con un'altra persona è possibile, desiderabile o indesiderabile.
Tra i vari criteri ci sono i tipi di persone con cui interagire o non interagire, e i ruoli, posizioni gerarchiche, diritti, doveri, obblighi, divieti, regole, gradi di libertà, aspettative, contropartite, presupposti, contesti culturali ed etici ecc. di ciascuna parte.
Ogni umano ha bisogno di interagire con altri e di relazioni sociali, ma molti vogliono ricevere più di quanto l'altro sia disposto a dare, e dare meno di quanto l'altro vorrebbe ricevere, per cui molti restano soli o hanno rapporti insoddisfacenti o violenti.
Per migliorare la società bisogna che migliorino i criteri di interazione di un congruo numero di persone.
Ciò che definiamo come "immateriale" è, a mio parere (e anche secondo Gregory Bateson), "informazione" e le relazioni causali e strutturali tra l'informazione (cioè l'immateriale) e la materia (e/o energia) possono essere studiate scientificamente e filosoficamente. Il pensiero, i sentimenti, la coscienza, la volontà, le relazioni e le interazioni tra esseri viventi sono basati su informazioni (inconsce e consce) oltre che su entità materiali o fisiche.
La filosofia può anticipare ciò che la scienza ancora non riesce a dimostrare, specialmente per quanto riguarda la genesi e gli effetti delle informazioni negli esseri viventi.
Se invece per "immateriale" s'intende qualcosa di diverso da "informazione", allora si tratta di narrazioni che non possono essere dimostrate in nessun modo, ma che possono comunque avere effetti importanti sugli umani, in quanto "informazioni" o "idee" sullo "spirito" (indipendentemente da quanto siano vere o false).
Tra due esseri umani qualunque esiste sempre e comunque una relazione con certe caratteristiche, da cui dipendono le interazioni (e le non-interazioni) tra loro.
Più precisamente, per ogni combinazione di due persone qualsiasi A e B, esistono due relazioni: quella di A verso B (che è determinata dal modo in cui A vede B) e quella di B verso A (che è determinata dal modo in cui B vede A). Le due relazioni possono essere più o meno simmetriche o asimmetriche.
In questo contesto, intendo per "vedere" una certa persona il fatto di classificarla (consciamente o inconsciamente), nel senso di includerla in una o più categorie particolari di persone. Infatti ogni umano ha “in testa” una serie di categorie di persone, ciascuna con caratteristiche particolari. La classificazione di una persona comporta il fatto di trattarla in un certo modo, cioè di interagire con essa in certi modi “programmati”.
Per ogni essere umano esistono tante diverse realtà: una personale e tante comuni, una per ogni altro umano.
La realtà personale (costituita dalle proprie esperienze) può essere condivisa con altri solo in piccola parte e in modi imprevedibili; quelle comuni (costituite da convenzioni culturali bilaterali) sono condivise a coppie.
Ogni realtà ha qualcosa di simile e qualcosa di diverso rispetto alle altre, per cui ci sono realtà molto simili e altre molto diverse tra loro. Solo la parte simile viene condivisa. Infatti ci sono coppie di persone che condividono molti aspetti delle varie realtà e altre che ne condividono pochi.
Ogni essere umano passa continuamente da una realtà ad un'altra, a seconda della persona verso la quale la sua attenzione è rivolta.
Infatti, per poter interagire con una persona in modo non violento, occorre condividere una comune realtà alla quale fare riferimento nel pensiero e nella comunicazione.
Suppongo che la migliore forma di meditazione consista nel contemplare riflessivamente le relazioni tra la propria coscienza e il proprio inconscio, quelle tra sé e gli altri, quelle tra sé e il resto del mondo, e quelle tra tutte le cose del mondo.
La ragione di questa mia supposizione è che, come ci insegna Gregory Bateson, non possiamo conoscere le cose in sé, ma solo le relazioni tra le cose, e che la nostra vita e la nostra felicità dipendono dalla qualità delle nostre relazioni con altri umani e con il resto del mondo.
Una relazione tra due entità consiste in una serie di interazioni abituali tra di esse. Un’interazione consiste in una serie di transazioni.
Transazioni, interazioni e relazioni, quando non sono casuali, seguono certe logiche, certi schemi, certi modelli, certe funzioni, e assumono certe forme ricorrenti (pattern).
Il senso della meditazione relazionale dovrebbe essere ecologico, ovvero eco-logico, cioè la meditazione dovrebbe mirare a comprendere le logiche che sottendono le diverse relazioni.
A mio parere, le interazioni umane sono regolate da algoritmi (biologici e modificabili) che determinano non solo le risposte cognitivo-emotivo-motive di ciascuno agli stimoli esterni e interni, ma anche le previsioni (o aspettative) del comportamento dell'interlocutore, cioè le risposte cognitivo-emotivo-motive dell'altro.
In altre parole, gli algoritmi comportamentali di una persona "conoscono" (più o meno esattamente) quelli altrui, e tale conoscenza è determinante nelle logiche decisionali (consce e inconsce) di ciascuno.
La reciproca conoscenza dei nostri algoritmi di comportamento è la naturale conseguenza dell'interdipendenza ecologica (biologica e culturale) degli esseri umani.
Tale "interconoscenza" si realizza attraverso le nostre esperienze sociali con il contributo dei neuroni-specchio, che rendono possibile l'empatia.
Dalla maggiore o minore esattezza di questa interconoscenza dipendono la qualità e il successo delle relazioni e interazioni sociali.
L'essere di un ente consiste in una serie di possibilità alternative di interazione e di combinazione dell'ente stesso con altri enti, possibilità che si verificano (cioè si determinano realmente) solo nell'accadere, cioè nelle interazioni e combinazioni effettive con altri enti.
Non ha quindi senso parlare di "essere" (incluso l'uso del verbo essere) se non come possibilità e probabilità di particolari interazioni e combinazioni.
La realtà consiste infatti in accadimenti passati (certi), in accadimenti presenti (di esito incerto) e in probabilità alternative di particolari accadimenti futuri. La fisica ci permette di calcolare tali probabilità nella misura in cui si conoscono le variabili del caso in esame.
In tale ottica, una relazione tra due enti consiste in una serie di interazioni e combinazioni passate, di interazioni e combinazioni presenti e di probabili interazioni e combinazioni future tra gli enti stessi.
Le seguenti riflessioni sono il risultato di una mia libera elaborazione del pensiero di Gregory Bateson.
Tra due entità (persone, altri esseri viventi o cose) esiste una relazione (unilaterale o bilaterale) quando in almeno una di esse c'è un algoritmo di comportamento che "riguarda" l'altra, nel senso che risponde in certi modi "programmati" alle azioni e/o posizioni (spaziali o attitudinali, reali o percepite) dell'altra.
In altre parole, c'è relazione tra due entità quando i comportamenti e le posizioni dell'una sono influenzati (in modi non casuali, ma logici e sistematici) dai comportamenti e dalle posizioni dell'altra.
Una relazione è dunque definibile come un particolare modello (in inglese, "pattern") di interazioni unidirezionali o bidirezionali (ovvero "circolari") tra due entità, tenendo presente che ogni entità può avere relazioni (simili o diverse) con molte altre entità.
In conclusione, a mio parere, capire una relazione significa capire gli algoritmi (consci o inconsci) che la regolano.
Ho cercato di immaginare le domande da farsi o da fare per capire una persona X in chiave relazionale, che secondo me è l'unica chiave di comprensione sensata.
- con chi x si relaziona?
- chi frequenta?
- chi evita di frequentare?
- come seleziona le persone con cui relazionarsi?
- che relazione ci può essere tra x e me?
- a quali gruppi e categorie sociali appartiene?
- cosa offre e cosa chiede agli altri?
- in cosa si differenzia dagli altri?
- di cosa ha bisogno?
- da chi dipende?
- a chi ha fatto del bene?
- a chi ha fatto del male?
- di chi è amico?
- di chi è nemico?
- di chi è amante?
- a quale famiglia appartiene?
- quali sono i suoi maestri di vita?
- quali cose l'appassionano?
- quali cose gli fanno paura?
- quali cose lo disgustano?
- con chi va d'accordo?
- con chi non va d'accordo?
- come cerca di presentarsi agli altri?
Per quanto riguarda i rapporti con gli altri, la mente umana fatica a distinguere le relazioni reali da quelle immaginarie. Infatti non vi sono elementi oggettivi per qualificare una relazione interpersonale, ma solo segnali e indizi più o meno espliciti e più o meno autentici.
In base a tali segnali e indizi, la mente cerca di stabilire quali siano i rapporti reali, cioè effettivi. In altre parole, le relazioni sono sempre presunte, desunte, senza alcuna certezza per quanto riguarda la situazione presente e tanto meno per quella futura.
Di conseguenza, le emozioni di piacere e di dolore legate alle relazioni intepersonali, sono sempre basate su presunzioni, non su fatti oggettivi, e in tal senso possono essere ingannevoli.
Un particolare tipo di presunzione di relazione è la speranza, o aspettativa, di una futura relazione di un certo tipo.
Una presunzione di relazione può dunque essere ingannevole sia per quanto riguarda il presente, che per quanto riguarda il futuro.
In conclusione, può essere utile chiedersi quanto le relazioni sociali che presumiamo di avere, o che speriamo di avere, siano realistiche, e cercare il maggior numero di segnali, indizi e prove in tal senso.
La società è strutturata in gruppi di persone che condividono lo stesso livello di sapienza (ovvero di ignoranza).
Sapienza e ignoranza sono le due facce d‘una stessa moneta, dal momento che non esiste una perfetta sapienza né una perfetta ignoranza. Ognuno di noi è infatti parzialmente sapiente e parzialmente ignorante.
Purtroppo non siamo tutti ugualmente ignoranti né ugualmente sapienti. Le differenze in tal senso sono causa di conflitti e solitudine, dal momento che normalmente l'ignoranza è direttamente proporzionale alla presunzione di sapienza. Infatti, quanto più uno è ignorante, tanto più si crede sapiente.
Per interagire con una persona alla pari è necessario porsi allo stesso livello di sapienza (ovvero di ignoranza). Pertanto chi desidera aumentare il livello della sua sapienza ed esprimerla liberamente è costretto ad emigrare in un gruppo compatibile con il livello da lui desiderato o raggiunto.
In sintesi, la condivisione dell'ignoranza favorisce la compagnia, mentre la sapienza non condivisa è causa di solitudine. Pertanto, chi cerca di diventare più sapiente del prossimo è condannato alla solitudine o a cambiare compagnia.
La società è una rete di relazioni formate dal caso, dai bisogni e dalle risorse di ciascuno dei suoi membri.
Una relazione è una conoscenza reciproca tra due persone che include i possibili modi di interazione tra di esse, ovvero ruoli, posizioni gerarchiche, simpatie, antipatie, regole, norme, valori, tradizioni, capacità, linguaggi, obblighi, divieti, libertà, diritti, doveri, ricordi di interazioni passate, interessi e opinioni più o meno convergenti, altre relazioni più o meno compatibili ecc.
Il comportamento sociale di un individuo, ovvero le sue interazioni con gli altri, dipendono dalle sue relazioni sociali, e queste dipendono a loro volta dal comportamento sociale degli individui coinvolti, in un rapporto di causa-effetto circolare.
Il comportamento sociale umano è motivato da un bisogno innato di interazione sociale da cui si sviluppano, per effetto di particolari predisposizioni genetiche ed esperienze, diverse strategie di interazione per cui un soggetto si pone rispetto agli altri in posizioni e atteggiamenti più o meno dominanti, remissivi, gregari, conformisti, anticonformisti, docili, ribelli, difensivi, aggressivi, violenti, repulsivi, cooperativi, manipolatori, empatici, accudenti ecc.
La fedeltà è un fenomeno sociale che consiste nell’impedire ad una persona che ha stabilito certe relazioni sociali (per scelta o per necessità), di sostituirle con altre per essa più soddisfacenti.
La fedeltà è stata inventata e imposta come obbligo morale a vantaggio di coloro che rischiano di essere rifiutati dai loro partner, e a svantaggio di coloro che sono insoddisfatti di una certa relazione e vorrebbero sostituirla con una più soddisfacente.
La fedeltà costituisce dunque una limitazione della libertà di selezione sociale e una cristallizzazione dello statu quo delle relazioni umane, indipendentemente dalla loro qualità.
La persona infedele viene considerata immorale in quanto pericolosa per l’ordine sociale, e un cattivo esempio di comportamento che potrebbe danneggiare tutti coloro che temono di essere rifiutati dai loro partner.
Concludendo, la fedeltà serve a proteggere le persone meno competitive che, a causa della propria minore competitività, hanno minori possibilità di scegliere i loro partner e di sostituire le proprie relazioni sociali con altre più soddisfacenti.
La vita è causa ed effetto di attrazioni e repulsioni.
Ogni essere vivente è soggetto e oggetto di attrazioni e repulsioni nei confronti di altri esseri (viventi e non viventi).
Tra due esseri viventi ci possono essere attrazioni e repulsioni più o meno consce, inconsce, palesi, nascoste, sincere, mistificate, reciproche, non reciproche (simmetriche, asimmetriche, concordanti, discordanti).
Manifestare apertamente e sinceramente le proprie attrazioni e repulsioni può essere oggetto di "giudizio sociale" più o meno positivo o negativo. Pertanto tendiamo a nascondere e/o a mistificare (consciamente o inconsciamente) le nostre attrazioni o repulsioni in modo da ottenere il giudizio sociale più conveniente.
Attrazioni e repulsioni verso uno stesso oggetto possono costituire un "doppio vincolo" psicopatogeno.
Vedi anche "Triangoli relazionali".
I rapporti interpersonali possono essere più o meno stabili e più o meno inclusivi. Infatti, idealmente, un individuo vorrebbe avere rapporti che durano finché egli lo desidera (e non quando solo il partner lo desidera), e che i favori del partner siano tutti per sé, senza doverli dividerli con altri.
D’altre parte ogni individuo vorrebbe poter terminare un rapporto quando non ne sente più il bisogno o il desiderio, e vorrebbe, se lo desidera, avere lo stesso tipo di rapporto con più di un partner.
Tali motivazioni sono alla base di sofferenze e di conflitti tra umani, in quanto soffriamo quando il nostro partner vuole terminare un rapporto che noi vorremmo continuare, o quando il nostro partner vorrebbe continuare un rapporto che noi vorremmo terminare, e quanto il nostro partner vorrebbe avere lo stesso rapporto che ha con noi anche con altre persone, mentre noi vorremmo che quel rapporto fosse esclusivo a nostro favore, oppure che il nostro partner vorrebbe che il nostro rapporto fosse esclusivo a suo favore mentre noi desideriamo che sia aperto ad altri partner simultaneamente o alternativamente.
Non credo ci sia rimedio alle differenze di prospettiva tra noi e il nostro partner riguardanti un certo rapporto. Quando tale differenza è evidente, la sofferenza e il conflitto sono inevitabili. Sono un prodotto del dilemma tra appartenenza sociale e libertà.
La prima causa della prostituzione femminile è l’istinto sessuale, che spinge molte persone di sesso maschile a copulare con persone di sesso femminile.
La seconda causa principale è il fatto che quasi nessuna persona di sesso femminile è disposta a copulare con una di sesso maschile senza avere qualcosa in cambio in denaro, in beni o in impegni relazionali (cioè in legami duraturi), e/o se il candidato non è di proprio gradimento da un punto di vista estetico, erotico e/o morale.
La terza causa principale è che quasi nessuna persona di sesso maschile è disposta a legarsi per lungo tempo ad una di sesso femminile solo per avere un rapporto sessuale. Infatti quel prezzo è da molti uomini ritenuto eccessivo, in quanto enormemente più alto rispetto a quello richiesto da una prostituta.
Il legame matrimoniale, d’altra parte, spesso non riesce a soddisfare l’istinto sessuale degli uomini, che tende ad affievolirsi con l’abitudine e a ravvivarsi con la novità.
Tutto ciò non esclude che vi siano uomini che non siano interessati alla prostituzione o che preferiscano avere rapporti sessuali solo nell’ambito di legami duraturi ed esclusivi, per vari motivi (temperamento, moralità, gelosia, timore di contrarre malattie ecc.).
Gli esseri umani hanno geneticamente bisogno gli uni degli altri e per questo tendono a controllarsi e dominarsi reciprocamente. Al tempo stesso, nessuno desidera essere dominato o controllato dagli altri, e ognuno vorrebbe essere libero di fare e non fare, rispetto agli altri, ciò che gli aggrada.
Risultato di tali innate disposizioni d'animo sono interazioni sociali conflittuali e "doppi vincoli", per cui in ogni coppia di esseri umani si stabilisce un legame caratterizzato da una distanza di sicurezza ottimale (nello spazio e nel tempo), non troppo lunga per evitare l'isolamento (e quindi l'impossibilità di controllare e usare l'altro), e non troppo corta per evitare di perdere la libertà (cioè di essere controllati e usati troppo dall'altro).
La distanza di sicurezza deve essere convenuta come compromesso tra le parti per evitare un conflitto in cui l'una cerca di allontanarsi, l'altra di avvicinarsi.
Quanto più breve è la distanza pacificamente e liberamente convenuta tra due persone per una reciproca soddisfazione, tanto più grande è ciò che la gente chiama "amore" o "amicizia", a seconda del tipo di relazione, ovvero di cosa viene scambiato nelle interazioni.
D'altra parte, imporre una certa distanza sociale non desiderata ad una persona equivale ad esercitare una violenza su di essa.
Il processo che stabilisce la distanza sociale tra due persone è normalmente inconscio e influenzato dalle norme sociali della comunità di appartenenza.
Questa semplice domanda rappresenta il problema fondamentale di ogni umano. Infatti ognuno ha bisogno, e al tempo stesso paura, di interagire con gli altri e deve definire una sua politica di interazione, in cui stabilisce con chi interagire o non interagire, e come interagire e non interagire con ciascuna persona con cui di decide di interagire.
Ciò che complica questa politica è il fatto che l'interazione con una persona ha un effetto anche nelle interazioni con tutte le altre. Infatti le interazioni non sono mai completamente private, e quando interagiamo con una persona facciamo riferimento anche alle nostre relazioni con le altre.
In un certo senso noi "siamo" le nostre interazioni con tutti gli altri, e ce le portiamo sempre dietro con i loro effetti e le loro implicazioni.
In altre parole, nessun individuo è isolato, ma è il centro di un sistema di relazioni, e quando interagisce con un altro, non lo fa come singolo elemento, ma come sistema. In un matrimonio, per esempio, non si sposano solo due persone, ma anche due famiglie e due costellazioni di amici.
L'uomo, a differenza degli altri animali, ha grandi capacità di immaginazione, ovvero è capace, col pensiero, di immaginare interazioni tra se stesso e altre persone o cose, come pure tra altre persone o cose. La capacità di immaginare riguarda sempre interazioni e relazioni, le quali vengono simulate nella mente durante l'immaginazione stessa.
Ciò che un una persona immagina (sia in solitudine, sia durante un'interazione reale) può influire sulle successive interazioni reali in quanto può determinare cognizioni, valutazioni e aspettative (che possono diventare abituali) riguardo alle cose o persone con cui si interagirà.
Infatti, in una certa misura, le interazioni immaginarie vengono memorizzate come se fossero avvenute nella realtà. Tanto è vero che i ricordi sono spesso un miscuglio di fatti reali e immaginari. Per questo è importante con chi/cosa e come noi interagiamo nella nostra immaginazione. Questo spiega, per esempio, i sensi di colpa che si possono avere per aver solo immaginato qualche interazione ritenuta (consciamente o inconsciamente) illecita, ingiusta o peccaminosa.
L'immaginazione è fondamentale per la creatività e può essere tanto più creativa quanto più essa è libera di variare in modo casuale. Intendo dire che se uno immagina un'interazione in cui accadono cose casuali o contengono elementi casuali, è possibile che una combinazione casuale di transazioni e relazioni si riveli utile per risolvere un problema o per ottenere certi effetti desiderati o desiderabili. E' così che nascono le invenzioni.
Bisognerebbe dunque imparare a immaginare in modo sano, utile e creativo.
La relazione è il prodotto e il motivo dell'interazione. La seconda è molto più importante della prima perché senza l'interazione non si ottiene la relazione, o questa non può essere mantenuta se non come ricordo.
La relazione è uno stato, mentre l'interazione è un cambiamento di stato, è dinamismo, ovvero scambio di masse, sostanze, energie, informazioni, beni o servizi.
La vita, che è un fatto dinamico, dipende dalle interazioni, non dalle relazioni, anche se, nei rapporti umani certe interazioni sono condizionate da certe relazioni.
I rapporti umani sono dunque circolari nel senso che consistono in un continuo passaggio da interazione a relazione e da relazione a interazione.
L'appartenenza, che è una relazione fondamentale per un essere umano, è dunque anch'essa dipendente da interazioni, le quali, a loro volta, dipendono da certe appartenenze e non sono possibili al di fuori di esse.
Anche nella sfera dei sentimenti, e in particolare nel piacere e nel dolore, l'interazione è più importante della relazione, e ciò che più piace o dispiace non è l'aver ottenuto una relazione ma l'interazione che ha permesso di ottenerla, cioè non lo stato raggiunto ma il suo raggiungimento, cioè il cambiamento di stato.
Per questo è più piacevole una relazione instabile, che ha bisogno di essere mantenuta attraverso una frequente interazione, che una stabile che, una volta ottenuta, non può più essere alterata o eliminata, anche senza fare alcunché.
Una relazione, per dare piacere e mantenersi, deve dunque essere "frequentata" cioè confermata per mezzo di interazioni frequenti.
Ciò che ogni umano desidera è ottenere certi tipi di rapporto con altri umani, tipi di rapporto che possono essere diversi da persona a persona. In altre parole, X può desiderare un certo tipo di rapporto con Y e un altro tipo di rapporto con Z.
Per ottenere il tipo di rapporto desiderato con una certa persona ci possono essere dei prerequisiti posti dalla persona con cui si desidera rapportarsi, il soddisfacimento dei quali diventa a sua volta oggetto di desiderio.
Un rapporto può coinvolgere due o più persone. Nel caso di più di due persone si hanno triangolazioni ovvero relazioni triangolari per ogni triade di persone.
Anche nei rapporti tra due persone, occorre considerare le relazioni di ciascuna di esse con elementi terzi (oggetti o idee), che costituiscono triangolazioni relazionali.
Ogni triangolazione relazionale (tra due persone e una persona o cosa terza) sono soggette al fenomeno dell’equilibrio cognitivo/affettivo teorizzato da Fritz Heider.
Il rapporto interpersonale deve essere accettato da tutte le parti coinvolte. L’accettazione del rapporto può essere più o meno libera o forzata.
Un certo tipo di rapporto è caratterizzato da certi ruoli rispettivi delle persone coinvolte e da certe cose che esse condividono nell’ambito del rapporto stesso. I ruoli sono gerarchici e funzionali. Le cose condivise possono includere certe regole di comportamento e certi valori, vale a dire una certa etica.
Un particolare tipo di rapporto interpersonale consiste in un non-rapporto. Infatti una persona può desiderare di non avere alcun rapporto, ovvero nessuna interazione, rispetta ad un’altra.
Si potrebbe dire, pragmaticamente, che il valore di qualsiasi cosa dipende dalla misura in cui essa favorisce l’ottenimento dei tipi di rapporto interpersonale desiderati.
Gregory Bateson è uno dei miei principali maestri di vita, sebbene io lo abbia scoperto all'età di circa 65 anni.
Bateson fornisce, secondo me, la migliore spiegazione del funzionamento della mente e della vita. Lo fa attraverso il concetto di informazione e la cibernetica (ovvero l'informatica) applicata agli esseri viventi, e l'ecologia applicata alle relazioni sociali. Essendo io un informatico, trovo le sue spiegazioni chiare e convincenti.
Bateson studiò la vita, la comunicazione e la società con una mentalità trans-disciplinare, partendo da una formazione accademica in biologia, antropologia e zoologia, ma essendo stato di fatto anche filosofo, psicologo, psichiatra, cibernetico ed ecologista. I suoi interessi non avevano confini e sapeva applicare i concetti di una disciplina alle altre. Egli riusciva a vedere analogie tra fenomeni naturali molto diversi, che faceva risalire a principi comuni incentrati sui concetti di mente e di informazione. Il titolo della sua opera principale "Verso un'ecologia della mente" esprime l'idea che il mondo degli esseri viventi sia regolato da menti che interagiscono tra loro e con l'ambiente, a vari livelli di organizzazione.
Una delle sue definizioni più famose è quella di "informazione", ovvero "una differenza che fa una differenza".
Tra i suoi interessi c'era anche la poesia e il senso del sacro, a cui è dedicato l'ultimo suo libro.
Bateson è molto conosciuto presso gli psichiatri per la sua teoria del doppio vincolo, che spiega l'origine della schizofrenia in chiave sociale.
Qui ho raccolto alcune sue citazioni.
Per diffondere il suo pensiero ho creato il sito
gregorybateson.info.
Ogni entità che percepiamo, conosciamo, riconosciamo o concepiamo, cioè tutto ciò a cui attribuiamo il fatto di “essere” qualcosa o qualcuno, comporta uguaglianze, somiglianze e differenze rispetto ad altre entità.
In altre parole, l’esperienza di una certa entità, e la conoscenza che ne deriva, comporta il confronto con una o più altre entità che costituiscono modelli di riferimento per il suo riconoscimento e la sua valutazione.
Infatti diciamo, per esempio, che A è identico a B, o che la forma di A è più o meno simile a quella di B, o che A è più grande o più piccolo di B, o che c’è un certo rapporto quantitativo tra A e B (per esempio A = B x 1,5), oppure che A è prodotto, attivato o influenzato da B, ecc.
D’altra parte non si può dire che una cosa sia più o meno grande o piccola se non in rapporto ad un metro di paragone. Infatti se in tutto l’universo esistesse solo una sfera, sarebbe impossibile affermare quanto grande sia il suo diametro.
Possiamo dunque dire che nulla “è” qualcosa se non in rapporto, in relazione (formale o causale) o in interazione rispetto a qualcos’altro. Si può anche dire che ogni cosa dipende da qualche altra o che è legata a qualche altra, cioè che nessuna entità può essere percepita né concepita come isolata. D’altra parte, dire che A è A (o che A = A) è insignificante e inutile.
Inoltre, per quanto riguarda gli esseri capaci di sentimenti, ogni entità percepita, conosciuta o concepita può essere associata alla previsione di una certa quantità di piacere e/o di dolore, associazione da cui deriva una certa motivazione di attrazione o di repulsione verso l’entità stessa. Tale motivazione corrisponde al "valore" che ad essa viene attribuito dalla mente dell’essere senziente.
Ho chiesto a ChatGPT: “Scrivi un breve saggio dal titolo "Gli altri fuori e dentro di me". Segue la sua risposta, con cui sono molto d’accordo.
L’esistenza dell’essere umano è, sin dall’inizio, intrecciata con quella degli altri. Non veniamo al mondo da soli, e non impariamo a essere ciò che siamo senza l’incontro, lo scontro e il confronto con chi ci circonda. “Gli altri fuori e dentro di me” è più di una formula poetica: è una verità profonda sull’identità e sulla relazione.
Gli altri “fuori” da me sono coloro con cui condivido lo spazio del mondo: familiari, amici, passanti, sconosciuti. Sono volti, parole, gesti, giudizi e attenzioni che mi costruiscono giorno dopo giorno. Ogni sguardo che ricevo è uno specchio: mi rimanda un’immagine di me stesso che altrimenti non potrei vedere. Gli altri mi riconoscono, mi definiscono, a volte mi limitano, altre mi liberano. Nessuno si costruisce senza uno sguardo esterno che lo confermi.
Ma gli altri sono anche “dentro” di me. Inconsapevolmente, interiorizzo le voci che mi hanno cresciuto, le attese che ho respirato, le paure trasmesse, i modelli che ho cercato di imitare o da cui ho voluto fuggire. Quando prendo una decisione, spesso non so dire se sto seguendo un desiderio mio o quello di qualcun altro che ha messo radici in me. In questo senso, la mia interiorità è abitata: non è un monologo, ma un coro di presenze.
Riconoscere gli altri dentro di sé non significa perdere se stessi, ma anzi iniziare a conoscersi davvero. È il primo passo per distinguere ciò che mi appartiene da ciò che mi è stato imposto, per scegliere consapevolmente chi voglio essere. Ed è anche il primo passo verso una relazione più autentica con chi ho fuori di me: vedendolo non solo come specchio, ma come un altro “io” con la propria interiorità abitata.
Così, vivere diventa un’arte delicata: accogliere gli altri senza esserne dominati, accogliere sé stessi senza rinchiudersi. Un continuo dialogo tra dentro e fuori, tra me e il mondo.
Ogni essere umano ha uno o più ruoli nelle relazioni di coppia, famiglia, comunità, società, umanità, perché ognuno di questi contesti è un sistema, ognuna delle cui parti interagisce con altre per scambiare informazioni, servizi, beni, oggetti, sostanze, energie al fine di un comune interesse, che è principalmente quello della sopravvivenza e dell'esercizio delle funzioni caratteristiche della propria specie biologica. Queste ultime vengono esercitate attraverso la ricerca della soddisfazione dei bisogni individuali innati e acquisiti.
I ruoli umani riguardano diversi tipi di relazione e di interazione. Per esempio, le gerarchie (ovvero chi comanda a chi, e, di conseguenza, chi obbedisce a chi), le appartenenze a certe categorie, chi guida e chi segue, chi dà e chi riceve, chi offre e chi prende, chi vende e chi compra, chi insegna e chi apprende, chi possiede cosa, chi giudica, chi governa, chi definisce le regole etiche ed estetiche e chi le segue, chi è responsabile di cosa, i diritti e i doveri, gli obblighi e i divieti, i privilegi, le libertà e i vincoli ecc.
Il ruolo di ciascuno è conosciuto poco e male dagli interessati. E' spesso inconscio, mistificato, variabile, incostante, molteplice, conflittuale. Esso viene svolto per lo più in modo inconsapevole, involontario ed automatico.
Il ruolo è solitamente complesso. Per ciascuno c'è infatti il ruolo reale, quello percepito, quello desiderato e quello riconosciuto e accettato da sé stesso e da ciascun altro.
Le interazioni umane sono basate sui ruoli delle persone in gioco. L'interazione è pacifica quando c'è un accordo sui rispettivi ruoli ed essi vengono svolti nel rispetto di quanto convenuto. L'interazione è invece conflittuale e/o violenta quando c'è disaccordo sui rispettivi ruoli o questi vengono svolti in modo diverso da come convenuto, contro la volontà di una o di entrambe le parti.
Il benessere dell'Uomo dipende dalla qualità delle sue relazioni e interazioni con i propri simili. Per migliorare i rapporti umani occorre una maggiore conoscenza, consapevolezza e negoziazione dei ruoli di ciascuno, e ciò può comportare la messa in discussione e il rifiuto di ruoli assegnati dall'educazione familiare e istituzionale, e dalle tradizioni e gli usi delle comunità di appartenenza.
A mio avviso, l'uomo, subito dopo aver soddisfatto il suo bisogno di appartenenza e integrazione sociale, sente il bisogno di occupare, nella comunità, le posizioni gerarchiche più alte a cui può accedere, nei ruoli e nelle aree di competenza in cui può competere. Il suo scopo è dunque quello di ottenere dagli altri il riconoscimento e l’accettazione, non solo della sua appartenenza (e quindi della sua dignità sociale), ma anche dei suoi ruoli e delle posizioni gerarchiche da lui auspicate negli ambiti di competenza.
Tale bisogno è causa di conflitti permanenti e di attività finalizzate a confermare l'appropriatezza (in senso meritocratico) delle proprie posizioni gerarchiche (presenti o desiderate), laddove gli altri sono sempre pronti a metterle in discussione in caso di defaillance o esitazioni del titolare.
Questa competizione avviene, a mio parere, in tutte le relazioni sociali tra due o più persone: in famiglia, nelle amicizie, nei rapporti di lavoro, nelle organizzazioni, in politica ecc. e riguarda vari tipi di autorità (intellettuale, morale, economica, accademica, scientifica, politica, artistica, sportiva ecc.) e alcune caratteristiche personali come il coraggio, la forza fisica, la bellezza, la potenza sessuale, l'eleganza, le abilità e conoscenze lavorative ecc. In parole povere, ognuno cerca di dimostrare di “saperla più lunga” o di essere più forte o migliore dell’altro in qualche campo, per occupare le posizioni gerarchiche, e quindi di potere e prestigio, più alte possibili.
La competizione permanente può essere causa di stress, frustrazioni, conflitti distruttivi, ma anche di progresso civile, scientifico, intellettuale e morale. Essa può essere inoltre causa di nevrosi e psicopatologie qualora venga negata o mistificata in quanto “politicamente scorretta”. Mi riferisco, per esempio, a certi insegnamenti religiosi e a certe psicologie, filosofie e pedagogie “buoniste” che considerano la competizione sociale come qualcosa di morboso o innaturale, effetto di un’educazione “errata”. Come possibili conseguenze di tali ideologie, molte persone vivono la propria inevitabile competizione in modo mistificato, ipocrita, attraverso forme nascoste, rimosse, sublimate, in un “doppio vincolo” schizofrenico, tra il bisogno di competere e quello di negare (a se stessi e agli altri) l'esistenza della competizione stessa. Paradossalmente, ad esempio, anche la ricerca della santità è un'attività competitiva, come pure la scrittura di questo articolo.
Che rapporti vi sono tra X, Y e me? Questa domanda, che somiglia ad una formula matematica, costituisce l'ultima frontiera della mia ricerca filosofica, psicologica e psicoterapeutica. Fa riferimento alla teoria dell'equilibrio cognitivo/affettivo di Friz Heider, alla cibernetica, e all'idea batesoniana che non possiamo conoscere le cose in sé, ma solo le relazioni tra le cose.
Pormi questa domanda mentre osservo qualcosa di reale o virtuale, per esempio guardando una fotografia o un film, stimola la mia mente in un modo molto potente, inducendomi ad analizzare e a valutare in termini relazionali ciò che vedo.
Infatti, le cose più importanti per un umano (come per ogni altro essere vivente) sono le sue relazioni e interazioni con il resto del mondo, e più precisamente con gli oggetti e le persone che egli ha conosciuto e che è capace di riconoscere, in funzione della soddisfazione dei bisogni propri e delle altre parti coinvolte.
Tutto il resto è accessorio, strumentale, oppure inutile o fuorviante.
La domanda "che rapporti vi sono tra X, Y e me?" è un antitodo contro l'ontologia (cioè la scienza e l'illusione dell'essere) che instupidisce l'uomo in quanto gli fa credere che le cose siano certe cose, ovvero siano sempre uguali, identiche a qualcosa, ferme, immutabili, indipendenti e che abbiano valori assoluti.
Pensare in termini assoluti (l'ontologia è la scienza dell'assoluto e degli assoluti) è pensare in termini bloccati e bloccanti, ripetitivi, "assolutamente" non creativi.
Al contrario, pensare in termini relativi, ovvero relazionali, è l'unico modo per conoscere realisticamente la realtà, nella sua dinamicità, variabilità e interattività.
Aggiungo che non è tanto importante rispondere alla domanda, quanto il fatto che nel momento in cui ce la poniamo alteriamo l'automatismo della nostra attività pensante in senso produttivo e creativo.
In altre parole, se quardiamo una cosa o una persona senza porci quella domanda (o una domanda analoga), i pensieri, le emozioni e le motivazioni suscitati da ciò che vediamo sono molto probabilmente automatici, ripetitivi e non creativi. Porci domande sospende certi automatismi e ci permette di uscire da certe gabbie mentali.
Per concludere, comunque il nostro inconscio risponde automaticamente alla domanda "che rapporti vi sono tra X, Y e me?" e forse lo fa in modo irrazionale, errato, improduttivo o dannoso. Pertanto, porsi coscientemente tale domanda può essere un modo per prendere coscienza delle risposte del proprio inconscio e per correggerle.
Come ci insegna George Herbert Mead, la mente umana è un dispositivo eminentemente sociale. Infatti essa è principalmente basata (e concentrata, consciamente e ancor più inconsciamente) sugli "altri”, in quanto finalizzata a gestire le relazioni e le interazioni con questi (e con ciò che Mead chiama l'
Altro generalizzato).
La mente umana è dunque, a mio parere, un insieme di algoritmi (cognitivi, emotivi e motivazionali) ovvero di logiche, strategie e tattiche (apprese e sviluppate attraverso le esperienze sociali) che riguardano le relazioni e interazioni con gli altri, per risolvere problemi quali: come ottenere la loro cooperazione, come influenzarli a proprio vantaggio, come evitare la loro ostilità, come distinguere gli "amici" dai "nemici" e i "buoni" dai "cattivi"; come presentarsi agli altri (ovvero che identità e ruoli assumere, e a quali ranghi aspirare nelle varie gerarchie), cosa conviene rivelare e cosa nascondere, quando è opportuno giocare, quando scherzare e quando essere seri, cosa fare e cosa non fare, cosa dire e cosa non dire, cosa pensare e cosa non pensare per far parte di una comunità e partecipare alla vita sociale; come farsi capire, come intuire i pensieri, i sentimenti, le intenzioni e i desideri altrui; come competere contro gli altri, come difendersi dai loro attacchi, come ottenere la loro alleanza in un conflitto, quando conviene incontrarli e quando evitarli, come ottenere la loro fiducia; come attrarli, contentarli, intrattenerli, divertirli, farli ridere, indottrinarli, educarli, sottometterli, ingannarli, umiliarli, punirli, scacciarli, sfruttarli, soddisfare o frustrare i loro bisogni e desideri; come dimostrare loro di avere ragione e di essere migliori di altri; come farsi aiutare, obbedire. accettare, approvare, desiderare, amare, preferire, ascoltare, ammirare, perdonare ecc.
Tali algoritmi non sono coordinati da un organo di controllo centrale, ma agiscono autonomamente, in modi a volte incoerenti e conflittuali, creando "doppi vincoli" (nel senso definito da Gregory Bateson) che possono dar luogo a immobilismo, frustrazioni e disagi psichici.
In estrema sintesi, si potrebbe dire che la mente sia fatta per rispondere a domande come le seguenti (e agire automaticamente di conseguenza):
- Come reagisce X se faccio la cosa Y?
- Come mi conviene reagire se X fa la cosa Y?
- Cosa mi conviene comportarmi rispetto a X in caso di Z?
- ecc.
dove X può essere sostituito con qualunque persona, Y con qualunque azione (o pensiero) e Z con qualunque evento o situazione.
La seguente figura illustra la complessità delle relazioni umane per quanto riguarda la coerenza tra le motivazioni (consce e inconscie) di un soggetto e quelle delle persone con cui egli interagisce.
I triangoli nella figura si riferiscono alla teoria dell'
equilibrio cognitivo di Fritz Heider, che io preferisco chiamare "teoria dell'equilibrio cognitivo e affettivo" in quanto ha a che fare non solo con pensieri, ma anche con sentimenti consci e inconsci.
Tuttavia, mentre nella teoria di Heider i vertici del triangolo rappresentano persone diverse, in questo articolo i vertici rappresentano: (1) l'io cosciente di un individuo, (2) il "me" o "sé", ovvero la percezione che l'io cosciente ha della propria persona (vale a dire dei propri aspetti personali), e (3) qualunque altra persona.
La figura mostra la coesistenza di varie relazioni, sia tra l'io e qualsiasi altra persona, sia tra l'io e i propri aspetti . Mostra anche che gli aspetti di una persona sono percepiti sia dal soggetto, sia da qualunque altra persona (in modi che possono essere incoerenti, dando luogo a squilibri cognitivi e affettivi.)
Dalla figura si evince che ogni essere umano è (pre)occupato (consciamente o inconsciamente) di ciò che gli altri pensano e sentono nei confronti dei propri aspetti e tende a stabilire un equilibrio cognitivo e affettivo tra questi e le persone per lui importanti.
Per esempio, se una persona A ritiene che una certa persona B (amata da A) non ami il fatto che A ami leggere certi autori, si ha uno squilibrio (cognitivo e affettivo) che viene prima o poi riequilibrato in due possibili modi: (1) A smette di interessarsi alla lettura degli autori non amati da B o (2) A smetta di amare B. La scelta dipende da quale sia l'interesse prevalente per A (l'amore per B o quello per certi autori).
La relazione tra una persona e gli aspetti propri e altrui riguarda i singoli aspetti, per cui può essere diversa a seconda aspetto considerato (cioè di una persona possono piacere certi aspetti e non piacere altri). Invece, la relazione tra due persone è una sommatoria delle relazioni riguardanti i diversi aspetti, ovvero costituisce un giudizio "cognitivo e affettivo" complessivo dell'altra persona.
Le strutture relazionali rappresentate nella figura possono spiegare bene le inibizioni che un soggetto può avere nel fare, pensare, desiderare (e perfino sentire) certe cose, nel caso in cui esse siano disapprovate da persone importanti per il soggetto stesso, e viceversa; possono infatti spiegare la motivazione a fare, pensare, desiderare, sentire certe cose in quanto approvate o (rac)comandate da persone care.
A mio parere, nella relazione e nelle interazioni tra due persone, ognuna di esse valuta automaticamente e inconsciamente il rapporto tra il proprio status sociale e quello dell’interlocutore.
Per status sociale intendo un insieme di qualità che includono forza fisica, bellezza, eleganza, intelligenza, esperienza, astuzia, conoscenze, coraggio, moralità, reputazione sociale, abilità varie, risorse informative, materiali, economiche, sociali ecc.
Tutte queste qualità e risorse entrano in gioco nel determinare le posizioni delle persone in una scala gerarchica mentale istintiva di superiorità-inferiorità “generale”. Tale scala costituisce normalmente e implicitamente la base per la distribuzione dei poteri decisionali e dei ruoli sociali in tutte le relazioni umane (coppia, famiglia, gruppi, comunità, istituzioni civili, politiche e religiose, imprese, ecc.).
La valutazione dello status sociale proprio e altrui non avviene una volta per tutte, ma si rinnova continuamente attraverso le interazioni sociali.
Ognuno valuta, usando criteri personali (basati sulle proprie esperienze) e norme culturali, non solo la propria posizione e quella dell’interlocutore nella gerarchia di cui sopra, ma anche, intuitivamente, le valutazioni e autovalutazioni fatte dall'interlocutore.
In altre parole, nella relazione tra due persone A e B, la persona A valuta:
lo status di A (“come io valuto me stesso”)
lo status di B (“come io valuto il mio interlocutore”)
lo status di B visto da B (“come credo che il mio interlocutore si valuti”)
lo status di A visto da B (“come credo il mio interlocutore mi valuti”)
Ogni persona fa dunque quattro valutazioni che possono essere più o meno coerenti o contrastanti con quelle corrispondenti fatte dall'interlocutore. Vale a dire, per esempio, che A può valutare il proprio status ad una certa altezza della gerarchia, che a parere di B è sopravvalutata o sottovalutata. Oppure A può valutare lo status di B ad una certa altezza che a parere di B è sopravvalutata o sottovalutata.
Se le quattro valutazioni da parte di A sono coerenti con le quattro corrispondenti da parte di B, cioè c’è accordo sulle misure valutate, allora il rapporto tra A e B è “pacifico” sia se A e B si considerano ad uno stesso livello gerarchico, sia se si considerano a due livelli diversi (per cui uno è unanimemente riconosciuto come più “autorevole” o “superiore” rispetto all'altro).
I problemi nascono, ovviamente, quando le valutazioni da parte di A non sono coerenti con quelle da parte di B. Le differenze di valutazione di status possono dar luogo ad antipatie, ostilità e competizioni più o meno aperte e leali.
Nella nostra cultura, dove le falsità e le mistificazioni sono la regola, i meccanismi sopra descritti sono considerati “politicamente scorretti”, negati o rimossi nell’inconscio dalla maggior parte della gente. Tuttavia io credo che siano praticati normalmente, anche se in forma nascosta o mistificata.
Possiamo analizzare in termini relazionali ogni fatto materiale o sociale, reale o immaginario. Per esempio, possiamo analizzare relazionalmente una fiction, un documentario, una trasmissione televisiva o radiofonica, una fotografia, un articolo di giornale, un libro, un racconto, una narrazione, un’usanza, una religione, una conversazione, un combattimento, una cerimonia, un rituale, una nevrosi, una psicosi, un conflitto interno o esterno, un mercato, un prodotto commerciale, un segnale stradale, ecc.
Lo scopo di una relanalisi è quello di prevedere come evolverà una situazione, ovvero prevedere il futuro quadro relazionale in funzione del quadro relazionale attuale.
Come si fa? Segue una lista dei passi da seguire (nel caso di relazioni sociali):
- Individuare i “relagenti”, neologismo da me coniato per indicare gli enti (cose o persone) tra cui esiste una relazione di qualsiasi tipo.
- Individuare tutte le relazioni, tenendo conto del fatto che un relagente può avere relazioni con più altri relagenti, in uno stesso contesto o in contesti diversi.
- Per ogni relazione individuata, stabilire di che tipo è, servendosi di un repertorio di possibili tipi di relazione.
- Individuare le interazioni che costituiscono ogni relazione.
- Individuare i bisogni e i desideri che ciascuna relazione dovrebbe soddisfare.
- Stabilire in quale misura ciascuna relazione soddisfa i bisogni o desideri che dovrebbe soddisfare.
- Stabilire in quale misura i relagenti sono dipendenti dalle relazioni in cui sono coinvolti, e quanto ciascuna di esse sia sostituibile con un’altra (cioè con una dello stesso tipo, ma con una persona diversa.
- Individuare eventuali conflitti riguardo ai ruoli e alle funzioni che ciascuno dovrebbe assumere nell’ambito delle proprie relazioni.
- Individuare eventuali pressioni da parte di qualcuno, affinché certe relazioni siano evitate o cessino.
- Individuare eventuali dinamiche di cambiamento di status, di posizione gerarchica, o di dominanza
- Individuare eventuali dinamiche miranti a stabilire relazioni di un certo tipo.
- Individuare sofferenze e godimenti dovuti a certe relazioni fruttuose o infruttuose.
- Prevedere come evolverà la situazione in termini di relazioni (nuove relazioni che si stabiliscono, relazioni che cessano o si indeboliscono, relazioni che si perfezionano, nuovi rapporti gerarchici o di forza, nuove simbiosi, convergenze o divergenze di interessi, conflitti che emergono, pacificazioni, scatenamento di guerre, interazioni abituali, interazioni straordinarie, ecc.
Da evitare in una relanalisi è il modo non relazionale di analizzare una situazione, ovvero il modo in cui ad ogni ente (persona o cosa) viene assegnato un valore intrinseco, assoluto, indipendente dalle relazioni e dalle interazioni con altri enti, e di conseguenza ci si aspetta che le persone amino gli enti che hanno un valore positivo e odino quelli che hanno un valore negativo.
Infatti, nell’approccio relazionale, ogni valore è relativo alla relazione che si vuole ottenere o mantenere. In altre parole, i valori sono determinati dalle relazioni, e non viceversa.
La seguente figura illustra la multilateralità e la circolarità (nel senso della retroazione o
feed-back) delle interazioni umane.
Le frecce con i segni più e meno indicano la comunicazione, l'espressione, il trasferimento o l'esecuzione di entità (informazioni, oggetti, sostanze, energie, servizi...) gradevoli o sgradevoli, utili o nocive per il ricevente. Le transazioni sono costituite da informazione (I), massa (M) o energia (E).
Le transazioni sono decise dalla mente (M) la quale è composta dall'io cosceinte (I) cosciente costituito da sentimenti (S), cognizioni (C) e volontà (V), e dall'inconscio (U). La mente serve a soddisfare i bisogni (B) innati (cioè geneticamente determinati), i quali servono alla sopravvivenza e alla riproduzione dell'individuo e alla conservazione della sua specie. Ogni individuo dispone di risorse personali interne ed esterne (capacità personali, possedimenti, titoli di proprietà, titoli gerarchici ecc.).
Al centro della figura sono rappresentai oggetti materiali e immateriali (risorse condivise, istituzioni, forme, simboli, idee ecc.) che possono essere conosciuti, riconosciuti, usati, trasferiti o condivisi tra individui.
Esempi di entità oggetto di transazioni: idee, sentimenti, motivazioni, amore, odio, apprezzamento, disprezzo, attrazione, repulsione, carezze, percosse, nutrimento, cooperazione, competizione, contrasto, accordo, disaccordo, bisogni, desideri, amicizia, ostilità, pace, guerra, fiducia, sfiducia, doni, denaro, beni, oggetti, parole, ordini, servizi, sottomissione, violenze, cortesie, aiuti, consigli, imitazione, richieste, domande, notizie, insegnamenti, educazione, cattività, dipendenza, soggezione, stima, rispetto, influenza, opinioni, guida, autorità, impegni, promesse, contratti, legami, giochi, regole, scherzi, umorismo, empatia, interpretazione, giudizi, critiche, aspettative, illusioni, fraintendimenti, rituali, gesti, segnali, messaggi, mentire, suggerire, manipolare, spiare, conoscere, comprendere, capire, valutare, monitorare, sostenere, confidarsi, confessare, nascondere, evitare, cercare, inquisire, proporre, accompagnare, assistere, difendere, proteggere, incoraggiare, scoraggiare, raccontare, incantare, affascinare, accettare, rifiutare, ascoltare, minacciare, rispondere, soddisfare, frustrare, finanziare, pagare, ripagare, restituire, rubare, ringraziare, riconoscere, ingelosire, pretendere, esigere, limitare, dialogare, porre condizioni, incentivare, spiegare, ricevere, dare, corteggiare, intrattenere, divertire, far ridere, spaventare, insultare, rimproverare, protestare, punire, sfidare, fare insieme, partecipare insieme a eventi, mangiare insieme, lavorare insieme, studiare insieme, ascoltare insieme, ballare insieme, avere un rapporto sessuale, combattere insieme contro un nemico comune, pregare insieme, lottare l'uno contro l'altro, litigare, governare, controllare, inibire ...
In una relazione umana duale (cioè tra due esseri umani) si pone la questione della compatibilità tra i due soggetti presi indipendentemente dagli altri (compatibilità interna), e la compatibilità tra la relazione in oggetto e possibili relazioni tra ciascuno dei due soggetti ed altre persone (compatibilità esterna).
Per quanto riguarda la compatibilità interna ci sono, oltre alle questioni di affinità caratteriale e culturale, questioni di "economia" interna alla relazione, vale a dire di corrispondenza tra domanda e offerta tra i due soggetti. In altre parole, la questione è se il soggetto A è disposto a dare al soggetto B ciò che questo si aspetta o esige da A, e viceversa.
Per quanto riguarda la compatibilità esterna, la questione è se le "regole" che condizionano la relazione tra i soggetti A e B impongono degli obblighi, restrizioni o divieti rispetto a relazioni (già in atto o potenziali) di A o B con altre persone.
Tutto ciò considerato, ogni soggetto (A), di fronte alla eventualità di stabilire una relazione con un altro (B) dovrebbe fare una serie di domande e a se stesso e al potenziale partner, oltre ad una serie dichiarazioni, come le seguenti:
Questionario relazionale precauzionale
Domande che A dovrebbe porre a se stesso:
- conosco B abbastanza bene per decidere se è opportuno che io ci stabilisca una relazione?
- quali sono le mie esigenze nei confronti di B?
- quali sono le esigenze di B nei miei confronti?
- sono disposto a, e in grado di, soddisfare le esigenze di B?
- B è disposto a, e in grado di, soddisfare le mie esigenze?
- se io e B stabiliamo una relazione, quali sono le esigenze di B riguardo alla possibilità che io abbia certe relazioni con altre persone? Quali obblighi e restrizioni B intenderebbe applicare alle mie altre relazioni?
- se io e B stabiliamo una relazione, quali sono le mie esigenze riguardo alla possibilità che B abbia certe relazioni con altre persone? Quali obblighi e restrizioni intenderei applicare alle altre relazioni di B?
Domande che A dovrebbe porre a B:
- mi conosci abbastanza bene per decidere se è opportuno che tu stabilisca una relazione con me?
- quali sono le tue esigenze nei miei confronti?
- sei disposto a, e in grado di, soddisfare le mie esigenze?
- se stabiliamo una relazione, quali sono le tue esigenze riguardo alla possibilità che io abbia certe relazioni con altre persone? Quali obblighi e quali restrizioni intenderesti applicare alle mie altre relazioni?
Dichiarazioni che A dovrebbe fare a B:
- queste sono le mie esigenze nei tuoi confronti: ...
- queste sono le cose che sono disposto a, e in grado di, fare per te: ...
- queste sono le cose che non sono disposto a, o in grado di, fare per te: ...
- se stabiliamo una relazione, considera le seguenti mie esigenze alla possibilità che tu abbia certe relazioni con altre persone, e i seguenti obblighi e restrizioni che intenderei applicare alle tue relazioni con altre persone: ...
- se stabiliamo una relazione, considera che io mi riterrei libero di stabilire relazioni dei seguenti tipi con altre persone: ...
Signore e signori, sono qui per raccontarvi qualcosa che potrebbe interessarvi, quindi per servirvi, non per ottenere qualcosa da voi (a parte la vostra benevolenza).
Sono qui per interagire e scambiare idee con voi, e per rispondere alle vostre domande, se ne avete e vorrete pormele.
Forse vi state consciamente o inconsciamente chiedendo cosa penso di voi e come mi pongo nei vostri confronti, se mi siete simpatici o antipatici, se mi sento superiore, uguale o inferiore a voi, per classificarmi come amico o nemico, umile o arrogante, utile o inutile, stupido o intelligente, bisognoso di aiuto o autosufficiente ecc.
Non ho nulla da nascondervi se non la mia libertà, ma forse è meglio che io non la ostenti, perché potrebbe disturbare qualcuno meno libero di me.
Nella mia storia non ci sono avvenimenti di cui oggi dovrei vergognarmi. E’ vero che in passato sono stato in una certa misura misantropo, perfezionista, moralista e vile, ma poi sono guarito quasi completamente (ad eccezione di qualche occasionale ricaduta).
La mia passione principale è lo studio della natura umana. Mi è utile per soffrire di meno e godere di più, ovvero per migliorare le mie relazioni e interazioni con gli altri. Chi vuole conoscere le mie idee a tal proposito può leggere il mio blog, i miei aforismi e la bozza del mio libro di psicologia. Si trova tutto online a partire dal sito
cancellieri.org.
Mi espongo volentieri ai vostri sguardi e ai vostri giudizi. Qualcuno di voi mi giudicherà con benevolenza, altri con malevolenza e altri ancora con indifferenza, e credo che ciò sia normale.
Non ho sensi di colpa verso di voi né verso l’umanità in generale, perché non ho cattive intenzioni a vostro riguardo né vi disprezzo, anche se mi comporto in modo un po' diverso da voi. Siamo parzialmente diversi, certo, ma questo non significa che io sia migliore o peggiore di voi.
Dunque vi rispetto anche se su certe cose abbiamo opinioni diverse. Penso infatti che ognuno abbia ragione dal proprio punto di vista.
Io cerco di distinguere il bene dal male, non i buoni dai cattivi. Ma a volte la prima distinzione comporta la seconda.
Non ho mai cercato di superare gli altri, ma me stesso, cioè ho cercato di crescere e migliorare. Se così facendo ho superato qualcuno, non era mia intenzione farlo (almeno consapevolmente).
Non ho nulla da insegnarvi, ma ho certe idee che posso condividere con voi se lo desiderate. So che è inutile e fastidioso dare consigli a chi non li chiede, perciò non lo farò a meno che non me lo chiediate.
Spero nella vostra tolleranza e benevolenza. Spero che non sentiate ostilità nei miei confronti.
Parlare in pubblico mi mette ancora in ansia (sebbene meno che in passato). Forse ho inconsciamente paura di essere giudicato male (giustamente o ingiustamente). Il vostro giudizio mi sta a cuore e non mi è indifferente. La mia ansia da esposizione al pubblico è tanto maggiore quanto meno conosco le persone che ho davanti e quanto meno esse mi conoscono.
Mi trovo in un doppio vincolo: se il vostro giudizio mi fosse indifferente significherebbe che non vi stimo né vi temo, e per questo avreste ragione di offendervi; se invece il vostro giudizio mi stesse a cuore significherebbe che non sono libero di pensarla in modo diverso da voi. Entrambi i casi sono svantaggiosi e perciò ansiogeni.
Chi vi parla non è un unico agente, ma almeno due, io e il mio inconscio.
Io e il mio inconscio non andiamo sempre d'accordo. A volte siamo separati in casa.
Perciò non stupitevi se i miei pensieri vi sembrano incoerenti.
A mio avviso, una delle principali cause di infelicità degli esseri umani è un’errata contabilità del dare e del ricevere nelle relazioni sociali, e la conseguente mistificazione del senso della giustizia.
Il mio ragionamento parte dalla constatazione della fondamentale interdipendenza degli esseri umani, per cui ognuno ha bisogno della cooperazione altrui, cioè di ricevere qualcosa dagli altri (in termini di beni e servizi). Il problema è che l'uomo non ha un bisogno di dare commisurato al bisogno di ricevere, ed il secondo bisogno prevale normalmente sul primo.
A causa dello squilibrio tra il bisogno di ricevere e quello di dare si è sviluppato il commercio (sia in senso letterale che metaforico), ovvero la tendenza allo scambio più o meno esplicito di beni e servizi tra due individui (il “do ut des”).
Tra i beni e i servizi scambiati occorre includere l'accudimento, l'approvvigionamento, la compagnia, la protezione, le prestazioni sessuali, l'amore, l'insegnamento, il lavoro, il denaro, il cibo, doni ecc.
Infatti l’uomo impara ben presto che per ricevere qualcosa occorre dare o fare qualcosa in cambio, se non si vuole ottenere con la violenza ciò che si desidera. Ciò può dar luogo ad un bisogno “indotto” di dare, come mezzo (conscio o inconscio) al fine di ricevere.
A questo punto occorre parlare del "senso della giustizia", che è un processo mentale attraverso il quale misuriamo il valore di ciò che diamo e di ciò che riceviamo, per compararli. Riteniamo infatti ”giusto” uno scambio “equo”, cioè dove c’è un certo equilibrio di valore tra ciò che viene dato e ciò che viene ricevuto.
Quando percepiamo un’ingiustizia nei nostri confronti, di solito reagiamo in modo aggressivo e/o vittimistico. Quando ci rendiamo conto di essere stati ingiusti verso qualcuno, ci possiamo sentire in colpa e possiamo cercare di rimediare. Ovviamente non siamo imparziali né obiettivi in tali valutazioni, e questo può a sua volta innescare circoli viziosi di ingiustizie "giustificate".
La faccenda si complica enormemente considerando che gli scambi sociali sono spesso multilaterali ed aperti, nel senso che, ad esempio, A può ricevere qualcosa da B senza dare a B (prima o poi) qualcosa di equivalente, ma può dare a C qualcosa senza che C abbia fatto alcunché nei confronti di A per meritarselo. È ciò che, per esempio, avviene (o dovrebbe avvenire) nei rapporti tra genitori e figli, quando questi non restituiscono ai genitori quanto da loro ricevuto, ma danno ai propri figli qualcosa di equivalente senza aspettarsi un compenso.
Possiamo dunque parlare di due tipi di giustizia: quella bilaterale (che riguarda gli scambi “chiusi” tra due individui) e quella multilaterale (che riguarda gli scambi “aperti” tra un individuo e gli altri, intesi come gruppo indifferenziato). Le persone sono sensibili in modo diverso ai due tipi di giustizia, trascurando o esaltando ora l’uno, ora l’altro, ora entrambi.
Date le premesse che ho esposto, la mia tesi è che vi sia una diffusa ingiustizia (reale o percepita) nelle relazioni sociali (sia individuali che di gruppo), a causa di errori di calcolo (o della non calcolabilità) del valore dei beni e dei servizi scambiati. A ciò si aggiunge il generale desiderio di fare “buoni affari”, ovvero di ottenere il massimo dando il minimo.
Il risultato è una scarsità, una bassa qualità e uno squilibrio negli scambi, con conseguente generale insoddisfazione e frustrazione dei bisogni umani.
Per migliorare la situazione in questa problematica, occorrerebbe, a mio avviso, sensibilizzare le persone, sin da giovani, a misurare in modo più equo ciò che danno e ciò che ricevono, sia negli scambi bilaterali che in quelli multilaterali. Questa sensibilizzazione dovrebbe essere uno degli obiettivi dell'insegnamento dell’etica.
Credo che ciò sia dovuto ad una combinazione di diversi possibili fattori individuali e sociali, come i seguenti:
- siamo tutti diversi (per predisposizioni ed esperienze) ma non vediamo né capiamo abbastanza le diversità umane
- viviamo in una società che scoraggia l'analisi delle differenze umane, come se fosse un'attività pericolosa, e cerca di farci credere che siamo più uguali di quanto non siamo veramente
- ognuno tende a giustificare il proprio comportamento, anche quando questo causa danni o sofferenze ad altri
- viviamo in una cultura che non favorisce la conoscenza della natura umana da un punto di vista antropologico, psicologico e sociologico, per cui capiamo poco noi stessi e ancora meno gli altri
- viviamo in una società in cui il livello generale di empatia è in continua diminuzione, col risultato che abbiamo sempre più difficoltà a intuire i sentimenti e i pensieri altrui
- uno vorrebbe dall'altro più di quanto è disposto a dargli
- ognuno vorrebbe comandare sull'altro o che si faccia quello che più gli aggrada anche se ciò non corrisponde alle preferenze altrui
- ognuno crede di dare più di quanto riceve e i conti non tornano mai
- ognuno è in qualche misura selettivo e discriminante e non trova facilmente persone che gli piacciano e a cui piaccia, e difficilmente si contenta delle persone che trova
- ognuno vede bene i difetti altrui ma non i propri
- ognuno tende ad usare il prossimo per soddisfare i propri bisogni ma non si preoccupa abbastanza di conoscere e soddisfare quelli altrui
- viviamo in una società malata dove essere normali significa essere malati, ma abbiamo paura di non essere normali perché temiamo di essere emarginati
- molte persone non si rendono conto di essere noiose e insignificanti, e non fanno nulla per migliorare e rendersi più interessanti
- alcuni, avendo da bambini avuto cattive esperienze con gli altri (compresi i genitori) si aspettano dal prossimo più dispiaceri che piaceri
- alcuni sono tanto vulnerabili e suscettibili che si sentono offesi facilmente anche quando il proprio interlocutore non dice né fa alcunché di offensivo
- la maggior parte delle persone è concentrata su se stessa, si mostra e si racconta continuamente ed usa gli altri come gratificazione o soddisfazione per ogni sorta di bisogno
- raramente c'è compatibilità tra quello che vorremmo dagli altri e quello che gli altri sono capaci di, e disposti a, darci
- molti, a causa di una certa educazione, cercano persone ideali anziché reali
- alcuni vengono scartati perché considerati "fuori mercato", cioè non al passo con i tempi, non alla moda, non abbastanza belli, chic, sani, "in", insomma, non abbastanza "normali"
- alcuni vengono scartati perché considerati non abbastanza ricchi o senza un lavoro ben retribuito e sicuro
- alcuni vengono scartati perché considerati troppo anziani o troppo bisognosi di assistenza o aiuto, o troppo giovani o immaturi
- alcuni vengono scartati perché considerati non abbastanza intelligenti, colti, brillanti, raffinati, creativi, liberi, intraprendenti, coraggiosi, attivi, vivaci, coscienziosi, maturi, onesti
- alcuni vengono scartati perché considerati troppo introversi o estroversi, superficiali o profondi, seri o allegri, di destra o di sinistra, razionali o irrazionali, duri o sentimentali, religiosi o atei, dominanti o sottomessi
- alcuni vengono scartati perché considerati non abbastanza sottomessi alla propria autorità o ai propri desideri o non abbastanza rispettosi delle proprie idee, convinzioni e credenze
- alcuni non hanno tempo né energia per stabilire o coltivare relazioni interpersonali a causa di stress da sovraccarico di lavoro o condizioni di vista difficili
- alcuni non hanno le idee chiare sul tipo di persona che desiderano o sanno cosa non vogliono ma non cosa vogliono
Ogni persona è in relazione bidirezionale (effettiva o potenziale) con ogni altra.
La relazione tra due persone A e B comprende due distinte relazioni: una da A verso B, e una da B verso A. Infatti due persone possono avere una visione diversa della loro relazione, e attribuire ad essa un diverso valore.
In altre parole, in ogni relazione, ciascuna persona, oltre ad attribuire alla relazione un certo valore in base alle proprie esigenze e ai propri interessi, "suppone" che a sua volta l'altra persona attribuisca alla relazione un certo valore (più o meno uguale al proprio) in base alle sue esigenze e ai suoi interessi.
La relazione di una persona A verso una persona B può essere classificabile da ciascuna di esse secondo vari criteri di valutazione, come i seguenti:
- Utilità / nocività
- Piacevolezza / spiacevolezza
- Pericolosità / sicurezza
- Obbligatorietà / libertà
- Necessità / superfluità
- Dominazione / sottomissione
- Possibilità / impossibilità
È dunque possibile che una certa relazione sia considerata allo stesso tempo, ad esempio, piacevole e nociva, oppure nociva e obbligatoria, oppure utile e pericolosa, dando luogo a conflitti e incertezze riguardo alla relazione stessa.
Infatti ogni persona deve decidere, momento per momento, o stabilmente, se e in quale misura e in quali modi "praticare" una certa relazione, vale a dire se e in quale misura e in quali modi interagire con una certa persona.
La relazione precede e condiziona l'interazione. Infatti, se A valuta la relazione con B, ad esempio, inutile, impossibile o pericolosa, A può scegliere di non cercare, o di evitare, di interagire con B.
Le decisioni circa le relazioni e le interazioni sono per lo più inconsce, automatiche e involontarie, anche se il soggetto può cercare di giustificarle razionalmente dopo che le decisioni sono state prese automaticamente.
Un tipo di relazione molto mitizzato è il cosiddetto "amore". Sull'amore la letteratura e le religioni hanno detto tutto e il contrario di tutto. Nel contesto delle riflessioni sopra esposte, io considero l'amore di A per B una relazione in cui A valuta la relazione intima con B come salvifica, cioè come fonte di gioia, di piacere, di integrazione sociale, di conformità morale, di coerenza, di stabilità, di pienezza, di completezza, di comprensione, di soddisfazione totale, e irrinunciabile. Inutile dire che tale valutazione si dimostra spesso illusoria.
Le relazioni interpersonali non riguardano solo i rapporti tra due individui, ma anche i rapporti tra un individuo e una categoria (mentale) di individui. Intendo dire che la relazione di una persona A verso una persona B è influenzata dalla relazione della persona A verso la categoria di persone a cui B appartiene (secondo A).
In conclusione, le relazioni e le conseguenti interazioni tra persone sono il risultato di valutazioni, per lo più inconsce, delle relazioni e delle interazioni stesse da parte delle persone coinvolte.
Nota: questa mia teoria, a cui ho dato il nome provvisorio di "Configurazionismo", si ispira liberamente al pensiero di Gregory Bateson e a quello di George Herbert Mead.
Il funzionamento della mente (o psiche) è basato sull'apprendimento, percezione e riconoscimento di "configurazioni sistemiche", e sulla carica affettiva e motivazionale associata a ciascuna di esse, ovvero sul bisogno o desiderio di realizzazione o di evitamento delle stesse.
Una "configurazione sistemica" (nel seguito semplicemente detta "configurazione") consiste in una forma (nel senso di "Gestalt") immaginaria complessa, conscia o inconscia, che rappresenta, ovvero descrive, il mondo come viene percepito da un soggetto, o una certa versione ipotetica del mondo da esso concepita, in cui sono presenti tutte le entità per lui significative, a cominciare da se stesso e tutti gli altri esseri umani conosciuti e sconosciuti, in certe relazioni e connessioni, posizioni gerarchiche, spazio-temporali e causali, ruoli, funzioni e intenzioni.
In altre parole, una "configurazione sistemica" è una particolare mappa mentale cognitivo-emotiva, inconscia, dell'intero mondo (naturale e soprattutto sociale) come crediamo che sia (in base alle nostre esperienze) o come vorremmo che diventi o evitare che diventi.
La teoria configurazionista suppone che ogni essere umano, a seguito delle sue esperienze, apprende una quantità di configurazioni di cui è, è stato o può essere parte, e associa a ciascuna di esse un valore più o meno positivo o negativo (nel senso di piacere o dolore, attrazione o repulsione) e cerca inconsciamente e automaticamente, di realizzare quelle positive e di evitare che si realizzino quelle negative.
Normalmente, un individuo suppone che gli altri condividano le sue configurazioni (ovvero abbiano una simile visione del mondo ovvero mappa mentale), e considera (consciamente o inconsciamente) "amici" coloro che favoriscono la realizzazione delle sue configurazioni desiderate e "nemici" coloro che favoriscono la realizzazioni di quelle indesiderate o che favoriscono la realizzazione di configurazioni incompatibili con quelle desiderate.
Da quanto sopra si deduce che
le motivazioni umane non sono oggettuali ma sistemiche. Ovvero, noi non desideriamo o aborriamo particolari oggetti, persone o eventi , ma particolari configurazioni di cui siamo o possiamo essere parte e di cui un particolare oggetto, persona o evento considerato è o può essere parte integrante, necessaria, indispensabile o incompatibile. Per esempio, dobbiamo aspettarci che una persona che percepisca un certo oggetto o persona come incompatibile con una certa configurazione desiderata, provi ostilità, odio, aggressività o motivazioni distruttive verso quell'oggetto o persona.
L'importanza della teoria configurazionista sta nel fatto che essa ci aiuta a capire, da una parte, che ciò che conta nella vita non sono i singoli oggetti, persone, obiettivi o eventi ma le possibili configurazioni nel loro insieme (viste con un approccio olistico, sistemico ed ecologico) e, dall'altra, che le persone con cui interagiamo perseguono non singoli obiettivi, ma la realizzazione o l'evitamento di intere configurazioni particolari, più o meno diverse dalle nostre e più o meno da noi conosciute.
Di conseguenza, per una interazione pacifica e costruttiva tra esseri umani è importante comprendere, saper descrivere e possibilmente condividere (come valori) non singole idee o obiettivi, ma intere configurazioni che rappresentano sistemi complessi reali o ipotetici.
E allora non dovremmo chiederci, o chiedere all'altro, cosa vogliamo o desideriamo o di cosa abbiamo bisogno, intendendo un oggetto, un evento o un particolare comportamento da parte di qualcuno, ma quale configurazione sistemica desideriamo realizzare, quanto sia realizzabile e come essa si concili con le configurazioni sistemiche desiderate dagli altri.
La cultura in cui viviamo ci ha abituati a ragionare in termini di oggetti e valori separati, e di saperi specialistici, rendendoci incapaci di una visione complessiva dei problemi umani e sociali e di soddisfare adeguatamente i nostri bisogni (i quali coinvolgono sempre il resto del sistema del quale facciamo parte). Per rimediare, dobbiamo quindi imparare a ragionare in termini di sistemi, relazioni e interazioni su vasta scala. Credo che la teoria configurazionista ci possa aiutare in tal senso.
Vedi anche Teoria dei contesti sociali.
Io suppongo che la mente umana sia come il software di un computer con l'aggiunta di sentimenti, coscienza e volontà, che interagiscono col software stesso.
Il software (sia quello dei computer, sia quello umano) è fatto di informazioni, ovvero di dati, alcuni dei quali hanno la speciale funzione di dirigere, ovvero comandare, il comportamento della macchina o della persona secondo certi algoritmi, ovvero "logiche": essi vengono comunemente chiamati programmi e sono più o meno modificabili.
La modificabilità di un programma è una caratteristica del programma stesso, ovvero è programmata. Infatti, i "programmi" umani sono capaci, entro certi limiti, di modificare se stessi.
Tra il software, il mondo esterno e il restante mondo interno (ovvero i sentimenti, la coscienza, e la volontà) esistono relazioni bidirezionali e circolari, nel senso che ognuno di essi può influenzare ogni altro attraverso meccanismi di feedback. Tuttavia le relazioni tra il mondo esterno e i sentimenti, la coscienza e la volontà sono sempre mediate dalla mente, cioè dal software, che serve (e si è sviluppato evoluzionisticamente) proprio a tale scopo.
La mente è dunque un sistema cibernetico ovvero un aggregato di informazioni attive e passive (ovvero logiche e dati) capaci di interagire con se stesse e con l'esterno, dove "informazione" è "qualsiasi differenza che fa una differenza" (come l'ha definita Gregory Bateson).
L'informazione, in quanto "differenza" è immateriale. Tuttavia essa non può formarsi né conservarsi se non è "supportata" da qualcosa di materiale, come un foglio di carta, un nastro magnetico, un circuito elettronico, le cellule di un organismo o le strutture molecolari del DNA.
Il nostro software si sviluppa secondo programmi genetici in modo spontaneo attraverso le esperienze, ovvero le interazioni tra il software stesso, il mondo esterno e quello interno.
Alla nascita, l'uomo dispone di un software minimo, relativamente semplice ed elementare, che cresce e aumenta di complessità con il tempo e le esperienze. Quanto più varie e intense sono le esperienze, tanto più ricco ed efficace è il software risultante, ovvero tanto più esso è capace di contribuire alla soddisfazione dei bisogni della persona che lo ospita.
L'idea che la mente umana funzioni secondo i principi di un sistema informatico è per la maggior parte della gente, ancora oggi, inaccettabile e spaventosa. Credo che ciò sia dovuto a diversi fattori, come la scarsità di conoscenze riguardanti i sistemi informatici e l'idea che secondo tale ipotesi noi saremmo dei robot completamente determinati da programmi predefiniti (non si sa da chi) e quindi incapaci di libero arbitrio. Infatti molti ritengono che in tal caso sarebbero minate le fondamenta di qualsiasi etica, ipotesi catastrofica per le persone coscienziose.
A tal proposito, vorrei rassicurare tutti dicendo loro che anche nella visione cibernetica della mente sopra descritta c'è posto per i sentimenti, la coscienza, la volontà e il libero arbitrio (se questo esiste). La differenza tra una visione cibernetica della mente e una non-cibernetica è che nella prima si spiegano tante cose del comportamento umano e dei problemi sociali che nella seconda restano misteriose.
Ovviamente anche nella visione cibernetica ci sono misteri, ma questi sono confinati in quello che ho sopra chiamato il mondo interno dei sentimenti, della coscienza e della volontà, mondo che deve confrontarsi non solo con quello esterno degli altri umani e della natura, ma anche con un sistema di intermediazione (la propria mente o "software" che dir si voglia) che, grazie alla teoria dei sistemi, è sempre meno misterioso.
La conoscenza della realtà sta alla realtà come una mappa sta al territorio che rappresenta. Si tratta di due cose molto diverse, quantitativamente, qualitativamente e logicamente, ovvero esse appartengono a due tipi logici diversi e non dovrebbero essere mai confuse.
Un territorio (in un certo momento) è uno, ma infinitamente diverse sono le mappe con cui può essere rappresentato.
Una mappa contiene alcune informazioni (più o meno accurate, più o meno vere) su alcune relazioni tra alcuni componenti di un territorio reale. Lo stesso vale per la nostra conoscenza della realtà. Inoltre, una "relazione" è un'astrazione delle possibili interazioni che possono avvenire tra due entità, interazioni che possono essere più o meno numerose e varie, e più o meno regolari.
Quanto sopra dovrebbe essere oggetto di frequente meditazione, affinché non confondiamo la nostra conoscenza della realtà con la realtà stessa (che è tutt'altra cosa). In tal modo ridurremo il rischio di incorrere nell'arroganza e nella presunzione di conoscere la realtà, ovvero la verità unica.
Per concludere, al massimo possiamo conoscere la nostra conoscenza della realtà, non la realtà in sé. Le conoscenze orientano le nostre scelte, e una conoscenza sbagliata ci fa fare scelte sbagliate (con qualche eccezione). Dedichiamoci allora a rivedere, correggere e migliorare pragmaticamente (nel senso di una migliore soddisfazione dei nostri bisogni) le nostre mappe della realtà.
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Nota aggiunta a seguito di alcuni domande e obiezioni ricevute
Innanzitutto dobbiamo metterci d'accordo su cosa significhi "conoscere" altrimenti la discussione è inutile. Per me conoscere significa memorizzare delle "trasformate" di sensazioni, associandole a "parole". L'uomo infatti è l'unico animale capace di inventare parole e di associare ad esse "ricordi" di esperienze più o meno condivise. Il risultato è una specie di enciclopedia personale dove ad ogni parola sono associate altre parole e/o sensazioni e/o emozioni. Il pensare (e quindi il conoscere) consiste nel percorrere o scandire tale enciclopedia (che io chiamo anche "mappa cognitivo-emotiva") saltando ogni tanto da una parte all'altra come in un web tramite de link associativi.
E' in base a tale definizione che il mio aforisma è da intendersi. E' infatti ovvio che un'enciclopedia non è la stessa cosa che la realtà che essa descrive, oltre al fatto che le cose che descrive possono essere più o meno "corrispondenti" alla realtà, ovvero coerenti con essa nel senso della verificabilità scientifica. Resta il fatto che ciò che "conosciamo" "rappresenta" (in modo più o meno coerente) solo una minima parte della realtà, ovvero quella che ci "interessa".
Quando interagiamo e pensiamo, tendiamo a confondere la realtà con la nostra "enciclopedia" e ad assumere "certezze" nel senso di "equazioni" laddove ci sono solo trasformazioni, riduzioni, astrazioni.
Se io penso ad una mela, nella mia testa non c'è una mela, ma l'idea o "concetto" di una mela, la quale è molto più semplice di una mela reale, senza contare che esistono diversi tipi di mela e in diversi stadi di sviluppo. Il concetto di mela è un insieme di trasformate delle sensazioni che provo interagendo con essa e/o con narrazioni sulla mela apprese leggendo, ad esempio, un libro sulle mele.
Concepire un concetto o parola significa semplificare ciò che essa rappresenta, e semplificare significa ridurre, perdere, trascurare, o ignorare qualcosa. Tuttavia, paradossalmente, nel concetto di una cosa è anche possibile includere cose immaginarie che non esistono in realtà.
Il mio discorso non mira a dar prova di erudizione, ma ad ammonire me stesso e gli altri contro l'arroganza di credere di conoscere la realtà per ciò che è, cosa che mi capita spesso e di cui mi pento ogni volta. Ribadisco infatti che noi non possiamo "conoscere" la realtà in sé, ma possiamo solo "registrare" alcuni effetti di essa sul nostro sistema nervoso. Certo, possiamo "narrare" una parte della realtà, ma una narrazione non è mai la cosa narrata, anche perché si tratta di tipi logici diversi.
Questi "concetti" li ho appresi dalla lettura di Alfred Korzybski, Gregory Bateson ed Edgar Morin. Si tratta, non a caso, di autori non accademici o francamente anti accademici. E infatti il mondo accademico pecca spesso e volentieri di "arroganza della conoscenza", aggravata dalla iperspecializzazione per cui ogni disciplina trascura le altre, ma nessuna di esse è sufficiente per conoscere la realtà nel suo insieme, ovvero le relazioni e interazioni tra i suoi componenti, specialmente per quanto riguarda la natura umana e i problemi sociali.
Il concetto di “interazione” è, a mio parere, uno dei più importanti, forse il più importante per ogni essere vivente, e per l’uomo in particolare.
Il vocabolario Treccani definisce così l’interazione: “Azione, reazione, influenza reciproca di cause, fenomeni, forze, elementi, sostanze, agenti naturali, fisici, chimici, e, per estens., psicologici e sociali.”
Tale definizione, per quanto precisa e ineccepibile, non rende giustizia dell’assoluta importanza delle interazioni per gli esseri viventi. Infatti potrebbe far pensare alle interazioni come eventi opzionali, occasionali, eventuali, non indispensabili per la vita degli esseri che le praticano consciamente o inconsciamente.
In realtà ogni organismo o organo vivente, materiale o immateriale, dalle cellule ai componenti della mente, incluso l’io cosciente, sono in continua interazione tra di loro e con l’ambiente esterno, e da tali interazioni dipende la loro vita, la loro salute e la loro funzionalità.
L’interazione tra due entità consiste in una serie di transazioni bidirezionali, correlate nel senso che una transazione è influenzata da quelle precedenti e/o influenza quelle successive o contribuisce a dare loro un certo significato. Una transazione tra due entità consiste nel trasferimento di informazioni, oggetti, sostanze o energie da un’entità all’altra. L’interazione più semplice consiste in una transazione da A a B a cui segue, in risposta, una transazione tra B ed A. In altre parole, una interazione semplice consiste in un'azione a cui segue una reazione.
Il succedersi abituale, e in una certa misura prevedibile, di interazioni tra due entità, costituisce ciò che chiamiamo “relazione”.
Il modo in cui un’entità B, dopo aver ricevuto una transazione da un’entità A, reagisce rispondendo ad A, non è mai casuale (o lo è solo in minima parte), ma dipende da una “logica” o “algoritmo” presente nella mente di B.
Un’interazione complessa è un’interazione che non si limita ad un’unica azione a cui segue un’unica reazione, ma si estende nel senso che una reazione da B verso A può dar luogo ad una ulteriore reazione da A verso B e così di seguito. In altre parole, in un’interazione complessa, ogni transazione è al tempo stesso un’azione e una reazione, cioè è al tempo stesso causa ed effetto di un’altra transazione.
Le transazioni, le interazioni e le relazioni tra entità viventi (a tutti i livelli) servono a soddisfare i loro bisogni vitali o desideri, e sono determinate dalle rispettive “menti”, nel senso batesoniano del termine. In tal senso, anche le cellule hanno una loro mente, che regola le loro transazioni, ovvero le loro azioni e reazioni verso entità viventi adiacenti, in modo da ottenere ciò di cui hanno bisogno per soddisfare i loro bisogni e/o desideri.
D'altra parte la mente umana (intesa come la parte appresa, quella associata alle aree corticali del cervello) si forma attraverso le interazioni con altri umani, come ci insegna George Herbert Mead. Possiamo pertanto dire che la mente umana è al tempo stesso un prodotto sociale, e uno strumento che serve a gestire relazioni sociali.
Dalla qualità delle interazioni con l’ambiente adiacente, dipende dunque la sopravvivenza, la salute e la soddisfazione di ogni entità vivente.
Se una relazione tra due entità viventi è “insoddisfacente”, ciò dipende da un insufficiente “adattamento” (o compatibilità) tra le entità stesse. Il “disadattamento” può essere causato da una malformazione, ipoformazione o inadeguatezza della “mente” di una delle entità o di entrambe, oppure da condizioni materiali che non permettono ad un'entità di trasmettere all’altra ciò di cui quella ha bisogno.
Usare il concetto di “interazione” come chiave di comprensione delle problematiche ecologiche, sociologiche e psicologiche è molto utile, anzi, direi indispensabile per tentare di migliorare se stessi, le proprie relazioni sociali e l’ambiente urbano e naturale. Il vantaggio essenziale di tale approccio, che possiamo definire “relazionale” è che ci induce ad analizzare i problemi di convivenza tra entità non come insiti ontologicamente in qualche entità, ma sempre nell’interazione tra due o più entità, e in senso adattivo.
Per concludere, per capire i problemi ecologici, sociali e psicologici, e per proporre soluzioni migliorative, è importante analizzare le relazioni tra gli attori in gioco in quanto “agenti” che interagiscono secondo certe logiche “mentali”, le quali possono essere più o meno adeguate in senso bilateralmente adattivo.
La faccenda è resa ancora più complessa dal fatto che un’entità vivente non interagisce solo con un altra, ma con una moltitudine di altre, e la relazione tra due entità A e B può essere influenzata dalla relazione tra A e C e così via, in una miriade di influenze reciproche. Ma anche a fronte di questa problematica multilateralità, l’approccio relazionale, che si basa sull’analisi delle varie interazioni, è indispensabile per comprendere le cause delle disfunzioni e per tentare di ripararle.
Copia di un articolo in http://www.uovonero.com/catalogo/i-raggi/403-le-regole-non-scritte-delle-relazioni-sociali che presenta il libro "Le regole non scritte delle relazioni sociali" di Temple Grandin e Sean Barron
Una zoologa e un giornalista, entrambi autistici, aiutano a decodificare i misteri della vita sociale da una prospettiva unica.
Le relazioni sociali si basano su una fitta rete di regole non scritte che la maggior parte delle persone apprende spontaneamente fin dai primi mesi di vita. Questo non avviene però nelle persone con disturbi dello spettro autistico, che spesso hanno bisogno di impararle attraverso lo studio, esattamente come si fa con una materia scolastica. In questo libro la più famosa persona autistica del mondo,Temple Grandin (nota anche al grande pubblico dopo il film biografico del 2010 con Claire Danes), insieme al giornalista Sean Barron, rivela come anche le situazioni più semplici e quotidiane possano nascondere mille insidie per le persone con disturbi dello spettro autistico; ma ci mostra anche che chiunque, a volte, pur non essendo autistico, può riconoscersi nelle stesse difficoltà relazionali e che la conoscenza dell’autismo può aiutare ciascun essere umano a comprendere meglio se stesso e l’ambiente sociale che lo circonda.
"Questo libro è dedicato alle persone con disturbi dello spettro autistico, che ogni giorno lottano per comprendere se stesse e il mondo circostante, e ai genitori, agli insegnanti e agli altri operatori che le aiutano a farlo"
Temple Grandin
"Le dieci regole fondamentali sintetizzate in questo libro (e le numerose regole secondarie disseminate nel testo) costituiscono il materiale di base per lo studio di quei comportamenti che rappresentano un solido lasciapassare perché le persone con disturbi dello spettro autistico possano accedere con buone probabilità di successo a gran parte delle situazioni sociali. Ma possono essere anche un interessante ripasso per i cosiddetti neurotipici, la cui adeguatezza sociale è spesso tutt'altro che scontata".
Dalla prefazione all'edizione italiana di Enza Crivelli
LE REGOLE NON SCRITTE DELLE RELAZIONI SOCIALI
di Temple Grandin e Sean Barron
Traduzione di Federica Garlaschelli
Edizione italiana a cura di Enza Crivelli
collana i raggi
400 pagine - 14 x 20,5 cm
ISBN 978-88-96918-27-2
20 euro
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La versione inglese del libro è scaricabile da
qui
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Seguono due liste tratte dal libro.
The Ten Unwritten Rules of Social Relationships
- Rules are Not Absolute. They are Situation-based and People-based.
- Not Everything is Equally Important in the Grand Scheme of Things.
- Everyone in the World Makes Mistakes. It Doesn't Have to Ruin Your Day.
- Honesty is Different than Diplomacy.
- Being Polite is Appropriate in Any Situation.
- Not Everyone Who is Nice to Me is My Friend.
- People Act Differently in Public than They Do in Private.
- Know When You're Turning People Off.
- "Fitting In" is Often Tied to Looking and Sounding like You Fit in.
- People are Responsible for Their Own Behaviors.
The rules of "Perspective Taking"
- Recognizing the thoughtful presence of another person
- Recognizing the individuality of another person
- Recognizing that another person has his or her own personal set of emotions
- Recognizing and responding to the fact that another person has his or her own set of desires and motives
- Recognizing that another person has his or her own personality
- Having an intuitive desire to learn about others' interests and personal histories
- Developing and using memory of a person to facilitate and sustain interpersonal relationships, as well as create a base of understanding about that person's potential actions
- Formulating language to inquire about another person's interests
- Understanding social conventions surrounding specific environments
- Understanding social conventions specific to social contexts
- Staying aware of the shifting internal states of the communicative partner through eye contact.
La difficoltà di comunicare in modo creativo da parte di quasi tutti gli esseri umani
Gli esseri umani mi sembrano fortemente limitati nelle loro capacità di comunicazione con persone al di fuori della loro cerchia di familiari, amici, colleghi, clienti e fornitori. Ed anche all'interno di tale cerchia, la comunicazione mi sembra molto limitata sia nei tipi di temi trattati, sia nella profondità del trattamento.
Esistono modi stereotipati di comunicare ai quali pochi riescono a sfuggire, e nella grande maggioranza dei casi la comunicazione obbedisce ad una serie di obblighi, divieti, paure, consuetudini che riguardano le persone con cui si può, non si può, si deve, non si deve, conviene, non conviene parlare e di cosa si può, non si può, si deve, non si deve, conviene, non conviene parlare, con tutte le combinazioni possibili (ad esempio, solo con certe persone si può parlare di certe cose).
Mi chiedo se queste limitazioni della libertà di comunicare siano dovute a scelte volontarie e consapevoli, a imposizioni più o meno esplicite da parte della cultura dominante oppure a forze involontarie più o meno consce. Quale che sia la causa o l'insieme di cause di tali limitazioni, io credo che esse abbiano un ruolo importante nei mali dell'umanità e nel ritardo del progresso civile.
La comunicazione tra due esseri umani ha generalmente uno o più scopi che possono essere di tipo:
- rituale
- collaborativo
- commerciale
- ludico
- sessuale
- violento
- creativo
La comunicazione rituale serve ad affermare o confermare un'identità, un'appartenenza, una fedeltà, una sottomissione, una devozione, un'obbedienza, un ruolo sociale o una posizione gerarchica o funzionale nell'ambito di un sistema socioculturale comune.
La comunicazione collaborativa serve a coordinare attività produttive.
La comunicazione commerciale serve a coordinare uno scambio di beni, servizi o informazioni.
La comunicazione ludica serve a procurare stimolazione gradevole, piacere, divertimento, ilarità, allenamento fisico e mentale mediante simulazione di situazioni reali.
La comunicazione sessuale serve a stimolare o favorire l'unione sessuale a fini di piacere o di riproduzione.
La comunicazione violenta serve a imporre, attraverso minacce o lesioni, uno stato di sottomissione, sfruttamento, umiliazione, sconfitta o, nei casi estremi, a provocare l'annientamento di una persona o categoria di persone.
La comunicazione creativa serve a stimolare e facilitare, attraverso la conversazione e la discussione, la concezione di nuove idee e soluzioni utili alle persone che interloquiscono o ad altre.
Nel mondo attuale le comunicazioni rituali abbondano soprattutto in ambiti tradizionali, quelle collaborative sono abbastanza diffuse ma generalmente limitate ad ambiti aziendali, quelle commerciali sono molto diffuse (troppo, secondo me), quelle ludiche sono abbastanza diffuse tra i bambini ma poco tra gli adulti, la comunicazione sessuale è molto diffusa in forme più o meno esplicite, la comunicazione violenta è tragicamente diffusissima soprattutto in certe zone del pianeta e delle nostre città, la comunicazione creativa è molto rara.
La comunicazione creativa sembra essere oggetto di inibizione a livello di inconscio individuale e collettivo. Infatti la creatività è politicamente pericolosa perché in grado di minare le gerarchie politiche e religiose criticando le basi del loro potere. La comunicazione creativa è per definizione libera da schemi e condizionamenti, ma la libertà fa paura, come spiegato mirabilmente da E. Fromm in Fuga dalla libertà. La creatività richiede libertà e sviluppa ulteriormente la libertà stessa attraverso la concezione di nuove opzioni, compresa quella di stabilire nuove relazioni sociali al di fuori della propria cerchia. In altre parole, la creatività crea instabilità nelle relazioni sociali. La comunicazione creativa richiede e sviluppa l'intelligenza e questa è pericolosa perché tendenzialmente favorisce un ordinamento politico-sociale in cui le persone più intelligenti e creative potrebbero o dovrebbero occupare le posizioni gerarchiche più elevate, mentre sappiamo che fino ad oggi le cose hanno funzionato diversamente.
Per coltivare la creatività bisogna superare inibizioni inconsce (individuali e collettive) e trovare il coraggio di comportarsi in modo non conforme a quello imposto dalla subcultura di appartenenza, inclusa l'eventualità di rompere le relazioni con le persone a cui si è legati e che perciò cercano di scoraggiare il nostro desiderio di crescita e di libertà intellettuale e sentimentale. In altre parole, la creatività ci aiuta e ci spinge a cambiare, e perciò ad essa si oppongono (consciamente o inconsciamente) tutti quelli che non vorrebbero vederci diversi se non in modi ad essi favorevoli.
Coltivare la creatività è un'opportunità a disposizione di tutti per cambiare in meglio se stessi e il mondo. Fortunati quelli che hanno l'intelligenza e il coraggio di praticarla, anche se essa può comportare un isolamento sociale più o meno grande nei confronti di coloro che temono le sue conseguenze, destabilizzanti l'ordine sociale e mentale a cui sono abituati.
Oggi Internet dà a tutti la possibilità di comunicare con qualunque altra persona al mondo, conosciuta o sconosciuta, senza limiti di distanza e con strumenti di selezione molto sofisticati per facilitare l'incontro tra persone con caratteristiche e/o interessi affini. Ma queste enormi potenzialità vengono sfruttate ancora molto poco per i motivi detti sopra (fatta eccezione per i siti di incontri a sfondo sessuale). Spero che intorno all'obiettivo della comunicazione creativa possano nascere dei social network in grado di migliorare la situazione mediante la condivisione e la promozione di una mentalità aperta, tesa al reciproco arricchimento.
Io suppongo che nel nostro cervello ci sia una mappa del piacere e del dolore, delle cognizioni e delle relazioni logiche, che io chiamo "mappa cognitivo-emotiva", che si è sviluppata nel corso della nostra vita per effetto delle interazioni avute con altri umani e con l'ambiente, le quali ci hanno procurato una certa quantità di piacere o dolore.
In questa mappa sono configurati elementi come persone, oggetti, luoghi, ricordi, immagini, idee, concetti, simboli, segnali, nomi, situazioni, opinioni, metodi, attività, principi filosofici, cognizioni, problemi, conflitti, norme, soluzioni, decisioni, obiettivi, strategie ecc.
Ogni elemento presente nella mappa ha una carica emotiva di piacere o dolore; costituisce, cioè, una promessa, anticipazione, aspettativa o minaccia di piacere o di dolore.
Gli elementi della mappa sono interconnessi da relazioni logiche (oltre che fisiche a livello neurale) di causa-effetto, analogia o appartenenza. La struttura della mappa è a forma di rete non gerarchica, come il worldwide web di Internet, in cui ogni elemento è potenzialmente collegato con qualunque altro.
Il piacere e il dolore sono direttamente collegati al grado di soddisfazione dei bisogni del soggetto, nel senso che la soddisfazione di questi è accompagnata da piacere, e l'insoddisfazione da dolore. Così come esistono bisogni primari (cioè innati), secondari o indotti, anche i piaceri e i dolori possono essere distinti in primari, secondari e indotti.
Ognuno vive, si comporta e si orienta consciamente o inconsciamente utilizzando la propria mappa cognitivo-emotiva, cercando di ottenere il massimo piacere e il minimo dolore, il che corrisponde alla massima soddisfazione dei propri bisogni.
L'anticipazione, o aspettativa, del piacere è essa stessa piacevole, così come dolorosa è l'anticipazione o aspettativa del dolore.
Emozioni come l'attrazione e la paura sono direttamente collegate all'anticipazione del piacere e del dolore.
Piacere e dolore sono determinanti nel giudizio estetico. infatti, la bellezza è piacevole in quanto costituisce una promessa o anticipazione di piacere, così come la bruttezza è spiacevole in quando costituisce una promessa o anticipazione di dolore.
Piacere e dolore sono determinanti anche nell'umorismo, che è basato sull'ambiguità della carica emotiva di una certa situazione, che si risolve in un brusco passaggio da una percezione preoccupante, cioè potenzialmente dolorosa, ad una totalmente rassicurante e quindi piacevole, della situazione stessa.
Grazie all'empatia, ognuno è più o meno capace di intuire la mappa cognitivo-emotiva delle persone con cui è in contatto e di comportarsi in modo da rispettare o soddisfare in una certa misura anche i bisogni altrui. Questo è importante ai fini della convivenza, della cooperazione e della solidarietà.
L'evocazione (cioè il pensiero, il ricordo o l'immaginazione) di un elemento di una mappa può procurare un'anticipazione del piacere o dolore ad essa associato. Possiamo in tal caso parlare di emozione, piacere e dolore "evocati". Dato che il piacere e il dolore evocati sono comunque emozioni reali, la psiche tende inconsciamente a rievocare gli elementi piacevoli della mappa e ad evitare, dimenticare o disattendere (cioè non "attenzionare") quelli dolorosi.
Alcune zone di una mappa cognitivo-emotiva possono essere stabilmente nascoste, cioè "rimosse" dalla coscienza, se hanno una carica emotiva dolorosa oltre un certo limite e/o sono cognitivamente dissonanti, incoerenti, conflittuali o incompatibili rispetto al resto della mappa.
Possiamo dire che la mappa cognitivo-emotiva di una persona nevrotica sia "sbagliata" in quanto non funzionale alla soddisfazione dei suoi bisogni primari (anche se potrebbe soddisfare quelli secondari o indotti) e che dovrebbe essere corretta per consentire la guarigione dalla nevrosi stessa.
Per correggere la mappa può essere utile una psicoterapia accompagnata da nuove interazioni sociali reali (eventualmente precedute da interazioni preparatorie virtuali) atte a modificare le cariche emotive degli elementi della mappa. La correzione consiste nell'associare piacere ad un elemento a cui era associato dolore, o viceversa, oppure aumentare o diminuire la quantità di piacere o dolore associata ad un elemento, oppure associare piacere o dolore ad un elemento emotivamente neutro, o aggiungere alla mappa nuovi elementi dotati di una certa carica emotiva.
Per "nuove interazioni sociali" intendo interazioni con persone sia nuove sia abituali, purché effettuate con modalità nuove, cioè con intenzioni, cariche emotive, valutazioni e giudizi diversi da quelli abituali.
Per concludere, possiamo considerare le interazioni tra esseri umani come interazioni tra le rispettive mappe emotive, che possono essere più o meno diverse a seconda del temperamento, dell'educazione e delle esperienze avute. Sono proprio tali mappe emotive che determinano il reciproco comportamento, specialmente per quanto riguarda la reciproca accettazione, approvazione, disapprovazione, attrazione, repulsione e la formazione di gruppi di appartenenza (vedi figura).
Vedi anche Struttura e funzionamento della psiche. Valenze emotive e libero arbitrio, La bellezza, la bruttezza, il bene, il male, Cambiare la propria mappa cognitivo-emotiva, I continenti del mondo emotivo.
Introduzione
L’esagono della saggezza o occhiale magico serve a meditare su tutto ciò che è importante per te, ad affrontare nel modo più saggio qualsiasi problema e a vedere ogni cosa o persona nella prospettiva ottimale. Osservando ripetutamente lo schema, fino a poterlo rivedere con l’immaginazione ogni volta che vuoi, riesci a guidare il tuo pensiero in modo produttivo rispetto alla soluzione dei problemi che intendi affrontare, primo dei quali è trovare il giusto rapporto e atteggiamento verso le persone e le cose che ti circondano.
Pertanto l’esagono della saggezza può essere considerato una rappresentazione olistica del mondo e di te stesso, con tutte le relazioni possibili tra le parti in gioco.
I vertici dell’esagono rappresentano sei entità descritte nel seguito, ognuna delle quali ha proprietà e aspetti specifici, ed esprime esigenze e interessi cioè bisogni, volontà, desideri, imperativi, leggi, norme ecc. che possono essere tra loro più o meno contrastanti o in armonia, compatibili o incompatibili, e dar luogo a competizione, selezione, cooperazione o guerra tra le parti in gioco.
Nell’esagono si assume che ogni essere umano, e in particolare l’osservatore dell’esagono stesso, sia diviso in due parti ben distinte, l’IO e il ME, come descritte nel seguito.
Bene supremo e scopo della saggezza contenuta dell’esagono, è l’armonizzazione delle esigenze e interessi impliciti nelle diverse entità. In altre parole, la migliore conciliazione e cooperazione possibile tra le parti in gioco.
Le linee (non tratteggiate) che collegano tutti i vertici dell’esagono tra loro, rappresentano le possibili interrelazioni, di cui si tratta nella sezione “Le relazioni tra i vertici dell’esagono”.
Le linee tratteggiate che collegano i vertici dell’esagono all’entità “proprietà” denotano il fatto che ogni vertice è portatore di proprietà, esigenze e interessi di vario tipo.
Le linee tratteggiate che collegano l’entità “proprietà” ai concetti di competizione, selezione, cooperazione e guerra, indicano i possibili rislutati della confluenza delle varie esigenze e interessi in gioco.
NOTA: nel seguito, per soggetto, s’intende l’osservatore dell’esagono.
I vertici dell’esagono
IO: Si tratta della parte del soggetto in cui risiedono coscienza, volontà, ragione, libero arbitrio, obiettivi, pensiero, autocontrollo, razionalità, coraggio, sentimenti, serenità, intelligenza, saggezza, amore, humour, comprensione critica, agenda.
ME. Si tratta della parte del soggetto che contiene tutto ciò che non è compreso nell’IO, cioè corpo, inconscio, bisogni, paure, motivazioni, automatismi, pregiudizi, emozioni, spontaneità, esperienze, manie, abitudini, odio, disprezzo, repulsione, gabbie mentali, percezioni, linguaggi, capacità, incapacità, irrazionalità, piacere, dolore, empatia, malattie, disturbi mentali, memoria, status sociale oggettivo e soggettivo.
ALTRI: Si tratta di tutte le altre persone al di fuori del soggetto conosciute o presunte, viste attraverso le esperienze del soggetto stesso in cui ha avuto a che fare con altri esseri umani. In questa entità sono compresi sia singoli individui particolari, sia categorie di persone e tipi psicologici che il soggetto ha costruito nella sua mente, con le loro caratteristiche.
NATURA: si tratta della natura intesa come l’insieme dei fenomeni naturali, minerali e biologici, e comprende quindi minerali, vegetali e animali, lo spazio, il tempo, l’energia, le leggi della fisica e della chimica, il caso e la necessità, l’universo e ciò che lo ha generato. Comprende anche Dio, per chi crede nella sua esistenza.
CULTURA: si tratta di tutto ciò che può essere comunicato e tramandato tra esseri umani sia a voce che in forma scritta (analogica o digitale) o mediante opere d’arte e di ingegno. Comprende i linguaggi e le forme di comunicazione, il patrimonio letterario umanistico e scientifico e la storia dell’umanità così come si ricava dal patrimonio stesso. Include i media come libri, giornali, televisione, internet, registrazioni sonore e cinematografiche.
?: è uno spazio dove scrivere il nome di qualsiasi persona o cosa che il soggetto decide di prendere in considerazione come oggetto di studio, riflessione, domanda, interesse, curiosità o problema da risolvere.
Le relazioni tra i vertici dell’esagono
Ogni vertice è potenzialmente in relazione con ciascun altro. Le relazioni possono essere di tipo affettivo o transattivo.
Le relazioni affettive possono essere:
Attrattive: amore, attrazione, ammirazione, apprezzamento, rispetto, desiderio, simpatia, accettazione, approvazione, gradimento, inclusione, dedizione
Repulsive: odio, repulsione, disprezzo, paura, ostilità, antipatia, rifiuto, accusa, disapprovazione, sgradimento, esclusione, ribellione
Le relazioni transattive possono includere aiuto, collaborazione, informazione, istruzione, prestazione lavorativa, prestazione sessuale, contrasto, ostacolo, aggressione, violenza, distruzione ecc.
Il processo decisionale
Nel disegno è indicato il continuo processo decisionale che riguarda sia l'IO che il ME e che consta di tre fasi: domande, opzioni, scelte e decisioni. Infatti, sia l'IO che il ME si pongono domande, determinano le opzioni disponibili e decidono cosa scegliere e il da farsi, a volte in accordo, a volte in disaccordo.
Istruzioni per l’uso dell’esagono
Osserva il disegno dell’esagono ripetutamente fino a memorizzarlo in modo tale da poterlo rivedere con l’immaginazione ogni volta che vuoi.
Ogni volta che decidi di studiare, affrontare e/o comprendere una certa entità (persona, cosa, fenomeno, problema o domanda), immagina di metterla nello spazio contrassegnato con ?.
Dopo aver inserito con l’immaginazione l'entità che vuoi prendere in considerazione nello spazio ? , osserva l’esagono così modificato e prova a seguire con la mente le relazioni tra i diversi vertici, immaginando tutte le possibili relazioni affettive e transattive, le esigenze e gli interessi delle parti in gioco, la loro compatibilità e competitività, e le possibilità e opportunità di conciliazione, cooperazione, competizione, selezione e guerra. Subito dopo, fatti delle domande per completare il quadro conoscitivo ed esamina le opzioni disponibili, e poi scegli quelle che ritieni più appropriate e prendi le decisioni del caso.
Questo esercizio, dopo un certo numero di volte che lo pratichi, può cambiare qualcosa nel tuo modo di vedere, agire e sentire, nel senso di conciliare e soddisfare al meglio le esigenze e gli interessi tuoi e di tutte le altre parti in gioco al fine di raggiungere la maggiore armonia possibile per l’insieme.
Usa dunque l'esagono come un occhiale con qui osservare qualsiasi cosa, concreta o astratta.
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