Socializzare consiste nel condividere qualcosa.
Una grande emozione positiva è conseguenza di una grande socializzazione.
Abbiamo tutti bisogno di compagnia, ma siamo diversamente selettivi a tale riguardo.
Ogni atto umano, ad eccezione di quelli fisiologicamente necessari, è un atto sociale.
Apprezzamenti e disprezzi condivisi uniscono le persone, apprezzamenti e disprezzi non condivisi le dividono.
Socializzare implica comuni appartenenze, condivisioni, accordi, collaborazioni, partecipazioni, ritualizzazioni, interazioni, scambi, comuni simpatie e comuni antipatie.
Nell'attuale panorama culturale dilagano le analisi ma scarseggiano le sintesi e le proposte di azione. La cultura sembra essersi ridotta ad un'occasione per socializzare e per dimostrare di saperla più lunga di altri.
Il bisogno di socializzare, e il piacere connesso con la sua soddisfazione, possono spiegare la maggior parte dei comportamenti umani, meglio delle spiegazioni fornite dagli interessati, che sono per lo più false e/o inconsistenti.
Abbiamo tutti bisogno di carezze e riconoscimenti sia fisici che metaforici, e allora non abbiamo paura di chiederli e di darli, e non solo a Natale. Vi accarezzo, vi riconosco e vi chiedo di accarezzarmi e riconoscermi quanto più spesso possibile, anche senza un'occasione particolare.
Per imparare qualcosa da una discussione dovremmo salire di livello, passare dalla discussione alla metadiscussione, cioè discutere sul nostro modo discutere. Ma questo richiederebbe un approccio sistemico e psicologico autocritico, che per i più è impossibile. Nel frattempo continuiamo a discutere non per imparare o per costruire un movimento collettivo, ma per competere e/o per socializzare.
Il «sociometro» (nome da me coniato) è un dispositivo omeostatico inconscio che misura il grado di integrazione sociale del soggetto, e genera angoscia quando il grado è al di sotto di una certa soglia, ed euforia quando il grado è al di sopra di una certa altra soglia. Nel primo caso (angoscia sociale) il soggetto si sente motivato a socializzare, nel secondo si sente motivato a mantenere la stato di integrazione raggiunto.
Tuttavia la motivazione a socializzare può essere inibita dalla motivazione ad evitare o a ridurre interazioni sociali non congeniali rispetto alla personalità del soggetto.
Col termine «verbi sociali» mi riferisco alle azioni e condizioni che permettono la convivenza e la cooperazione pacifica tra esseri umani: appartenere, partecipare, condividere, celebrare, imitare, guidare, seguire, insegnare, apprendere, educare, essere educati, comunicare, comandare, obbedire, socializzare, approvare, informare, essere informati, essere approvati, accettare, essere accettati, accogliere, essere accolti, ospitare, essere ospitati, ascoltare, essre ascoltati, guardare, essere guardati, ecc.
Senza la messa in atto di un certo numero di tali verbi la vita sociale è impossibile. Essi possono essere riassunti nel termine «approvazione reciproca».
Tutto quello che gli umani fanno insieme con altri umani, al di fuori delle attività economiche e della soddisfazioni di bisogni fisiologici, serve a socializzare.
Qualunque occasione, qualunque pretesto può essere utile per socializzare.
Rituali, feste, giochi, spettacoli sportivi e artistici, conversazioni, visite a mostre e a musei, turismo ecc., tutte queste cose costituiscono pretesti per socializzare, per stare insieme, per condividere qualcosa, per far parte di comunità.
Questo è il senso nascosto di tanti comportamenti sociali, il cui scopo è solo il mantenimento della società stessa e dell’appartenenza ad essa da parte dei suoi membri.
Le interazioni «socializzanti», cioè quelle che servono solo a socializzare e non hanno altri scopi o utilità, sono basate sulla rappresentazione di modelli di comportamnento considerati socialmente validi.
In pratica, ogni persona socializzante dice qualcosa di socialmente valido secondo certi modelli caratteristici di una cultura comune alle persone coinvolte nella socializzazione.
In questo tipo di interazione coloro che rifiutano di conformarsi ai modelli culturali prevalenti si trovano in difficoltà in quanto non hanno nulla di «socievole» da dire.
Infatti ogni cosa dicibile per socializzare non può essere altro che la rappresentazione di certi modelli culturali.
A mio avviso, le feste hanno funzioni sociali importanti, forse indispensabili, altrimenti non sarebbero così diffuse ancora oggi in tutte le culture. Secondo me le feste si festeggiano per piacere e per paura.
Si festeggiano per piacere perché danno gioia (anche se non sempre e non a tutti), come tutte le attività che favoriscono le interazioni sociali e confermano l'appartenenza ad una propria comunità. In altre parole, soddisfano i bisogni di appartenenza e di interazione sociale.
Si festeggiano per paura, perché il non festeggiarle potrebbe essere interpretato come un volontario allontanamento dalla comunità di appartenenza e un evitamento delle relative interazioni sociali, e pertanto essere disapprovato dagli altri, col rischio di venire emarginati in quanto "diversi".
Questo è secondo me il vero senso delle feste, non quello dichiarato, che è un pretesto, a volte insignificante o insensato, per socializzare. Mi pare infatti che l'uomo (tranne poche eccezioni) non riesca a socializzare al di fuori di regole comunitarie, come feste e altri usi e costumi tradizionali.
Qualunque cosa facciamo (al di fuori di ciò che è necessario per soddisfare le nostre esigenze fisiologiche) ha un effetto sociale effettivo o potenziale, nel senso che può favorire o sfavorire certi nostri rapporti sociali, oppure può favorire certi rapporti sociali a svantaggio di altri.
Infatti ogni comportamento umano non fisiologico, come, ad esempio, la partecipazione ad attività di gruppo, la celebrazione di riti o rituali, l'incontro con un'altra persona o l'apprendimento di competenze, costituisce un comportamento sociale, in quanto serve a stabilire, mantenere, migliorare o interrompere rapporti sociali, nel breve, medio o lungo termine.
Questo è vero anche per attività solitarie come l'ascolto di musica da soli. Infatti, la musica è un medium sociale, in quanto definisce l'appartenenza ad una comunità che apprezza un certo tipo di musica, e può evocare ricordi piacevoli di socializzazione.
D'altra parte un essere umano non è mai mentalmente solo, dato che gli altri sono sempre nella sua mente, anche quando non sono fisicamente vicini. L'Altro generalizzato (teorizzato da George H. mead) è sempre attivo, ci influenza e ci prepara agli incontri fisici con altre persone.
Uno dei bisogni umani più importanti è quello di riconoscimento. Ognuno ha bisogno di essere riconosciuto dagli altri per l'immagine che ha di sé stesso (cioè per ciò che crede e sente di essere) anche se questa non corrisponde alla realtà. E siccome tendiamo ad amare chi soddisfa i nostri bisogni e a odiare chi li frustra, tendiamo ad essere benevoli verso coloro da cui ci sentiamo riconosciuti, e malevoli verso coloro che non riconoscono i meriti, le qualità e la buona fede che crediamo di avere.
In altre parole, troviamo simpatici coloro che ci riconoscono e ci accettano per ciò che siamo (o crediamo di essere) e antipatici quelli che ci disconoscono, cioè non credono all'immagine che abbiamo di noi stessi e a come vogliamo apparire, e pertanto ci ritengono più o meno falsi, illusi, ignoranti, arroganti o presuntuosi.
Il riconoscimento e il disconoscimento si esprimono sia nella comunicazione verbale che in quella non verbale. La seconda è a volte la più significativa perché normalmente involontaria e difficilmente mistificabile.
Riconoscimento e disconoscimento sono normalmente reciproci, come la simpatia e l'antipatia che ne derivano. Infatti tendiamo a dare credito (e quindi riconoscimento) alle persone che ci riconoscono e discredito (e quindi disconoscimento) a quelle che ci disconoscono.
Conseguenza dei suddetti fenomeni è che tendiamo ad autoilluderci, cioè a vedere il male dove c'è il bene e il bene dove c'è il male, negli altri e in noi stessi.
Si tratta di un gioco di società a cui possono partecipare da due a 10-15 persone. Esso prevede che, a turno, un partecipante ponga una qualsiasi domanda ad uno o più altri partecipanti a sua scelta, oppure a tutto il gruppo. Se la domanda è rivolta ad uno o più partecipanti particolari, ciascuno di essi può rispondere se lo desidera, oppure rifiutarsi di farlo. Se la domanda è rivolta a tutto il gruppo, tutti quelli che lo desiderano possono rispondere, a turno.
Le domande possono riguardare fatti, idee, opinioni e sentimenti personali, oppure argomenti di interesse generale. Per esempio, un partecipante può chiedere consigli relativamente a suoi problemi o progetti, oppure chiedere le opinioni altrui su un determinato argomento o fare domande sui fatti personali di un partecipante particolare.
Non è ammesso dire cose che non siano né domande né risposte.
E' vietato dare giudizi di valore sulle persone o dibattere sulla validità dei punti di vista propri e altrui. Si possono esprimere opinioni soltanto su richiesta.
Le domande dovrebbero essere "aperte", cioè non richiedere una risposta chiusa (come ad esempio un sì o un no, oppure la scelta tra opzioni predefinite oppure un numero), ma l'espressione di un pensiero completamente libero.
Le risposte non dovrebbero durare più di due-tre minuti.
All'inizio del gioco viene nominato un moderatore il cui ruolo principale è quello di invitare, a turno, i partecipanti a fare domande e a rispondere. Esso deve inoltre intervenire per censurare il mancato rispetto delle regole o comportamenti non pertinenti o disturbanti da parte di qualcuno. Il moderatore deve anche evitare che qualcuno monopolizzi il gioco, e fare in modo che tutti i partecipanti abbiano la possibilità di porre domande e di rispondere a domande altrui, compatibilmente col tempo a disposizione. Infine, deve incoraggiare le persone più timide o taciturne a partecipare attivamente al gioco.
Variante 1: domande a tema libero
In questa variante le domande possono essere relative a qualunque tema a scelta dell'interrogante. Il tema può essere diverso per ogni domanda ed è consentito fare più domande sullo stesso tema .
Variante 2: domande a tema predefinito
In questa variante, all'inizio del gioco, i partecipanti scelgono a maggioranza un tema di comune interesse e in seguito sono ammesse solo domande pertinenti con tale tema. In qualunque momento la maggioranza dei partecipanti potrà decidere di cambiare tema.
Scopo del gioco
Questo gioco serve ad educare e allenare le persone a comunicare in modo più significativo, creativo, libero, profondo, originale, coraggioso e al di fuori di schemi precostituiti.
Serve anche ad educare le persone ad interessarsi dei pensieri altrui, ad evitare dibattiti inconcludenti e a dire solo cose che interessano sicuramente l'interlocutore, Infatti,
- fare una domanda a qualcuno è una dimostrazione di rispetto e interesse verso l'interrogato
- l'interrogato ha la possibilità di esprimere informazioni, idee o opinioni sapendo che esse interessano l'interlocutore, e che difficilmente direbbe a qualcuno senza essere sollecitato a farlo
- l'interrogato non ha bisogno di difendersi da critiche o obiezioni dato che queste non sono ammesse
- l'interrogante ottiene solo informazioni di suo interesse
A seconda della personalità, delle motivazioni e dell’umore dei partecipanti, il gioco può avere effetti ludici, informativi, istruttivi, socializzanti, psicoterapeutici ecc. In ogni caso esso permette ai partecipanti di allenarsi a socializzare, a mettere in discussione qualsiasi cosa (a cominciare da se stessi), ad aprirsi agli altri e a prendere in considerazione le idee, i punti di vista e i sentimenti altrui.
Importanza delle domande
Fare una domanda aperta e non retorica presuppone che non si conosca già la risposta e che si è aperti ad apprendere qualcosa di nuovo. Non fare mai domande significa credere di sapere già tutto ciò che è importante sapere.
Ma non fare domande può anche essere la scelta prudente di chi preferisce non comunicare in modo profondo per non mettere a nudo le proprie carenze intellettuali, morali e sentimentali, e per evitare che l’altro scopra che non siamo così sani e normali come cerchiamo di apparire.
Nel mondo circolano troppe risposte preconfezionate a domande che nessuno fa, e poche genuine domande in cerca di risposta, specialmente per ciò che riguarda i fatti umani.
Viviamo in una società solo apparentemente libera, dove le persone non osano interagire in modo creativo, fuori dagli schemi, né mettere in discussione i luoghi comuni. Si teme di apparire strani, disadattati o ipodotati.
La “normalità” resta un culto al quale si sacrifica la creatività e la libera iniziativa. Si confonde la normalità con la salute mentale e si spendono enormi energie per apparire normali.. Perciò le persone evitano normalmente di fare domande (agli altri e a se stessi) a meno che non ci siano le condizioni esterne per cui ci si aspetta che vengano fatte domande di un certo tipo. Il senso dell’opportunità e il “bon ton” sono tiranni invisibili che vietano di porre domande che possano, a ragione o a torto, essere considerate indiscrete, inappropriate o impertinenti.
Questo gioco, rendendo lecito, anzi, richiesto, porre domande, può aiutare ad aprirsi e a comunicare al di fuori delle gabbie mentali in cui normalmente si abita.
Trovo ingenui, e sostanzialmente inutili, molti interventi in occasione della ricorrenza dell’8 marzo, giornata internazionale della donna. Si va dal lamentare le ingiustizie subite da molte donne, al riconoscimento dell’importanza e della bontà delle donne in generale, all’augurio di “buona festa della donna”, che non è altro che una manifestazione di rispetto nei confronti delle persone di genere femminile puramente rituale e, in tal senso, comandata e non spontanea.
Non vi è dubbio che anche in paesi industrialmente sviluppati come il nostro, statisticamente, le donne siano svantaggiate rispetto agli uomini, sia in termini economici, sia in quanto oggetto di violenza da parte dei partner di sesso maschile (dico “statisticamente”, dato che ciò non riguarda tutte le donne, ma solo una parte di esse peraltro non quantificabile).
Celebrare la festa della donna significa dunque chiedere un maggiore rispetto e una maggiore giustizia per le donne che ne hanno bisogno.
A chi è rivolta tale richiesta? Anche a me? Che io sia tra i destinatari della richiesta mi disturberebbe, dato che non ritengo di aver mai trattato una donna peggio di come ho trattato un uomo approfittando del suo genere.
Penso inoltre di non poter fare alcunché per rimediare alle ingiustizie sofferte da quelle donne che vengono trattate ingiustamente.
Supponiamo che la suddetta richiesta non sia rivolta a persone “innocenti” come me, ma a quegli uomini che trattano le donne più ingiustamente di come trattano gli altri uomini, oppure agli uomini politici che, almeno in teoria, avrebbero i mezzi per ridurre tali ingiustizie, ma non si decidono a farlo o non ritengono che sia necessario farlo.
Consideriamo quegli uomini che trattano le loro mogli come schiave. Dovrei io, ogni 8 marzo, partecipare a manifestazioni che chiedono a gran voce a tali uomini (ovviamente anonimi e sconosciuti) di trattare le loro mogli con più rispetto ed equità?
L’idea di chiedere qualcosa a qualcuno che non so chi sia mi sembra bizzarra e inconcludente.
L’emancipazione femminile, che fortunatamente c’è stata e continua ad esserci, seppur lentamente, è un fenomeno culturale ed economico molto complesso, favorito da molte cause dalle quali escluderei le celebrazioni annuali a favore delle donne. Credo infatti che feste come questa servano solo a dare a chi le celebra un senso di appartenenza e il piacere di fare qualcosa insieme. Insomma, un bel modo per socializzare.
Se la richiesta di cui sopra è rivolta ai politici, vorrei capire cosa chiediamo loro, ovvero quali leggi chiediamo loro di stabilire.
Si può proibire per legge ad un marito di trattare sua moglie come una schiava? Temo di no. L’unica legge che mi sembra sensata per ridurre le ingiustizie a danno delle donne è imporre parità di salario a parità di prestazioni, cosa peraltro difficile se i salari vengono negoziati liberamente tra le parti. E forse esistono già leggi in tal senso, anche se difficilmente se ne può verificare il rispetto.
Per i motivi suddetti, non mi sento motivato a partecipare alle celebrazioni della festa della donna né a fare gli auguri alle donne o affrire loro fiori o altri regali. Infatti, per quanto riguarda i rapporti tra me e mia moglie, il rispetto e l’attenzione che ho per lei glieli dimostro ogni giorno con il mio comportamento, e non c’è bisogno che lo faccia a parole un giorno l’anno.
In ogni caso, io credo che la violenza e l’ingiustizia dell’uomo verso la donna rientri nella più generale violenza e ingiustizia degli umani (di qualsiasi genere) verso altri umani più deboli. Infatti, da quando esiste la nostra specie, i più forti, in ogni classe sociale, hanno dominato, sfruttato e usato violenza nei confronti dei più deboli, cioè dei meno competitivi.
Dovremmo allora celebrare la “festa dei deboli” per chiedere a gran voce ai più forti di rispettare i più deboli? Ecco, credo che la "festa del debole" avrebbe forse più senso che la festa della donna, anche se chiedere agli oppressori di smettere di opprimere gli oppressi non ha mai funzionato.
Sia chiaro, non sto proponendo di abolire la giornata internazionale della donna, ma di celebrarla in modo diverso da come vedo fare, specialmente in Italia. Dovrebbe essere una giornata di riflessione, non una "festa", così come la giornata internazionale della memoria dell'Olocausto non è la festa dell'Olocausto, ma un'occasione per ricordare che non siamo immuni dalla ripetizione di tragedie simili.
A mio avviso questa giornata dovrebbe essere usata per incoraggiare le donne trattate ingiustamente da certi uomini (sia in ambito familiare che in ambito lavorativo) a ribellarsi per quanto possibile, e a organizzarsi in gruppi di solidarietà e di supporto reciproco per meglio comprendere e difendere i propri diritti, che includono la parità di trattamento rispetto agli uomini.
In tal senso, per migliorare la loro situazione, forse sono le stesse donne che dovrebbero cambiare, o comunque farlo prima degli uomini, cioè con coraggio e fermezza prendere l'iniziativa di insegnare ai "loro" uomini (mariti o datori di lavoro) come non comportarsi con loro.
L'esaltazione delle qualità femmili e del ruolo della donna, lo scambio di auguri, gli omaggi floreali, i regali, per quanto possano essere graditi alle donne che li ricevono, a mio parere non contribuiscono alla soluzione del problema, oltre ad essere spesso indicatori di ipocrisia da parte di chi li offre.
In quanto agli uomini, la giornata internazionale della donna sia un invito a fare il proprio esame di coscienza ogni giorno dell'anno, per quanto riguarda la pari dignità tra i due sessi.