Nessuno è il solo ad essere solo.
La libertà si paga con la solitudine.
L'io è solo, gli altri sono raggruppati.
La solitudine è il prezzo della libertà.
Sbagliare insieme o avere ragione da soli?
Libertà e solitudine crescono di pari passo.
La compagnia richiede sempre un adattamento reciproco.
Più si cresce, più ci si allontana da chi non cresce.
La speranza non risolve i problemi, ma aiuta a sopportare le pene.
Quando si ha paura della solitudine qualunque compagnia è accettabile.
Ogni idea che non riesco a condividere con altri mi rende solo e strano.
Triste lo stare soli,
triste la compagnia
di chi non s'ama.
La solitudine triste è dovuta a una carenza di interazioni soddisfacenti.
La solitudine è il prezzo da pagare per la propria libertà e il proprio egoismo.
L'isolamento sociale è la ritirata da un nemico invincibile e implacabile: gli altri.
Si è tristi perché si è soli o si è soli perché si è tristi? Sono veri entrambi i casi.
Molti matrimoni sopravvivono solo per la paura, di uno o entrambi i coniugi, di restare soli.
Perché mi sento sono solo? Perché mi sento incompreso, anzi, malinteso. In questo non credo di essere solo.
La solitudine è il risultato dell'impossibilità, o della non volontà, di condividere cose con altre persone.
Qualsiasi cosa, se può essere condivisa con altri, può costituire un mezzo per diminuire la propria solitudine.
Quando vedo folle di persone entusiasmarsi per eventi che mi lasciano indifferente o mi irritano, mi sento solo e triste.
Qualunque compagnia è meglio di una solitudine durata più di un certo numero di giorni, numero variabile da persona a persona.
La cultura si fonda soprattutto sul linguaggio, sulla capacità di astrazione, sul bisogno di compagnia e sulla paura della solitudine.
L'uomo è sempre impegnato ad affermare e confermare la propria identità sociale, sia mentre interagisce con altri, sia quando è solo.
Solo quando si è soli si può essere liberi. Ma se lo si è troppo a lungo, si può diventare schiavi del bisogno e della paura degli altri.
Libertà e solitudine si accompagnano perché ci sono tante cose che a un umano è vietato fare, dire e perfino pensare in compagnia di altri.
Per molti è meglio una cattiva compagnia che una totale solitudine. Per questo per molti è meglio sbagliare insieme che avere ragione da soli.
Auguro a ognuno di voi e a me stesso di non sentirci mai soli, perché l'angoscia della solitudine ci spinge a cercare un gregge a cui aggregarci.
Fare qualcosa insieme a qualcuno è più prudente che farla da soli. Infatti nel primo caso si dispone già dell'approvazione implicita di qualcuno.
Possiamo essere socialmente liberi solo nella solitudine. Perciò la libertà sociale ci fa paura e ci fa stare male, sia la nostra che quella altrui.
Quanto più una persona è solitaria, tanto più viene vista con sospetto dalla gente comune, a causa della sua maggiore libertà dal reciproco controllo sociale.
La solitudine è una medicina da prendere a dosi che non vanno superate, pena l'emarginazione. Ognuno può permettersi dosi più o meno forti, a seconda delle circostanze e delle proprie capacità.
Penso che gli scrittori siano persone abituate alla solitudine. Infatti per scrivere bisogna essere soli, e la scrittura può essere considerata un sostitutivo virtuale di interazioni sociali reali.
Un individuo non è mai solo, ma è sempre interiormente e inconsciamente accompagnato da un Altro ideale, una persona che egli spera sempre di incontrare in uno o più altri individui nella vita reale.
Il grande successo delle religioni è dovuto anche al fatto che esse danno agli umani l'illusione di non essere mai soli, in quanto sempre in compagnia di qualche divinità, e di altri credenti nelle stesse divinità.
Dobbiamo scegliere di quale sofferenza soffrire: quella causata dalla solitudine o quella causata dall'assurdità del comportamento collettivo e dai rapporti con persone che sopravvalutano la loro conoscenza della realtà.
Se non vuoi soffrire di solitudine, devi scegliere se essere intellettualmente pecora o pastore, e, nel secondo caso, devi competere per la miglior posizione nella gerarchia dei pastori e combattere contro la concorrenza.
Ogni cultura comprende un certo numero di subculture, e permette una certa libertà di scegliere a quale subcultura appartenere. Chi sceglie di non appartiene ad alcuna subcultura si ritrova solo e rischia di impazzire o di morire prematuramente.
Solitudine e compagnia non sono mutualmente esclusive, non sono partiti tra cui scegliere. Entrambe sono stimolanti e produttive e l’arte di vivere implica la capacità di conciliarle e armonizzarle, di viverle entrambe nella combinazione più soddisfacente.
“In the deepest and most important things, we are unutterably alone, and for one person to be able to advise or even help another, a lot must happen, a lot must go well, a whole constellation of things must come right in order once to succeed.”
[Rainer Maria Rilke]
Ci sono tante cose che danno l'illusione di essere in compagnia. Tra queste: l'adorazione di una divinità, la visione di uno spettacolo o di un film, la visita di un museo, l'ascolto di una musica, la lettura di un libro, la pratica di una disciplina o di una filosofia, la masturbazione ecc.
Si fa presto a dire «sii te stesso». Ma se quel te stesso è troppo diverso dagli altri, tanto che quelli non sono in grado di capirlo, e lo disapprovano perché lo fraintendono, allora, se non vuoi restare solo, devi nascondere agli altri ciò che sei veramente, e dire e fare solo cose che gli altri possono capire e approvare.
Pochi hanno il coraggio di dichiarare che soffrono di solitudine, come se si trattasse di una menomazione, di una dimostrazione di fallimento. Alcuni si autoingannano al punto di credere di goderne, come se fosse uno stato voluto. In realtà, come dice il noto proverbio tanto banale quanto profondo, si preferisce stare soli che male accompagnati.
Mai come nella nostra epoca siamo stati liberi politicamente, moralmente e tecnicamente, ma la maggiore libertà (conquistata o ottenuta gratuitamente) ci ha reso più individualisti e soli, e sta disgregando la società, perché non ci sentiamo più obbligati ad unirci e organizzarci per un fine comune, per combattere uno stesso nemico o semplicemente per sopravvivere.
Gli umani si possono dividere in due categorie: gli iniziatori e gli attendisti. Nell'interazione tra due persone qualcuno deve prendere l'iniziativa e fare la prima mossa. Ci sono persone che tendono a prendere l'iniziativa, altre che preferiscono aspettare che sia l'altro a farlo. Ma se il numero di iniziatori continua a diminuire, l'uomo sarà sempre più solo e improduttivo. E in politica questo conduce alla dittatura.
Ogni umano ha bisogno di cooperare con altri umani, ma è disposto a farlo solo con certi tipi di persone e in certi modi adatti alla propria personalità, alle proprie esigenze, e ai propri gusti. Perciò la cooperazione è a volte difficile, se non impossibile. Questa difficoltà può causare solitudine, incomprensione, frustrazione, sofferenza, rassegnazione, umiliazione, infelicità, tanto più, quanto più si è diversi dai tipi umani più comuni.
Disegno liberamente ispirato dalla teoria "Struttural-dialettica" di Luigi Anepeta.
Condividere il tempo significa fare esperienza delle stesse cose alle stesso momento con altre persone; significa partecipare, cioè far parte, insieme ad altri, di uno stesso accadimento; significa essere in un processo insieme ad altri, non da soli. La solitudine è infatti mancanza di condivisione del tempo. L'evento che viene condiviso può essere più o meno favorevole e più o meno gradito a ciascun partecipante, per questo a volte si preferisce la solitudine nonostante il bisogno di condivisione.
Ci spostiamo tra punti e momenti
di una realtà non voluta
tra compagnie soffocanti
e solitudini insopportabili.
Cerchiamo cose che non sappiamo
e moriamo a poco a poco
sperando che un buon fantasma
ci guidi in un porto amoroso.
Prima che sia troppo tardi,
prima che il desiderio svanisca
tentiamo una nuova teoria
nascondendo le tracce del pianto.
Ci sono persone che, se non fingessero di essere normali, sarebbero sole come cani randagi (a volte mi sento come uno di loro). Il problema è che gli "anormali" lo sono tutti in modi diversi per cui un anormale è "normalmente" incompatibile non solo con i "normali", ma anche con tutti gli altri anormali. Un'amicizia tra anormali è dunque molto improbabile, per cui essi sono condannati alla solitudine a meno che, ogni tanto, non fingano di essere normali o che la loro anormalità sia uguale a quella della persona con cui vogliono avere una relazione.
Per certe persone, partecipare ad un viaggio organizzato soddisfa il bisogno di far parte di qualcosa, di giocare ad un gioco socialmente approvato, vivere un'esperienza insieme ad altre persone, comprare qualcosa da raccontare, confermare la propria appartenenza ad una categoria dignitosa, distrarsi dai problemi che non si ha il coraggio o la capacità di affrontare e soprattutto evitare la solitudine. La solitudine è censurata. Le persone sole sono imprevedibili e misteriose, e perciò sospettate di invidia e cattive intenzioni verso coloro che soli non sono.
"La solitudine non deriva dal fatto di non avere nessuno intorno, ma dalla incapacità di comunicare le cose che ci sembrano importanti, o dal dare valore a certi pensieri che gli altri giudicano inammissibili. La solitudine cominciò con le esperienze dei miei primi sogni, e raggiunse il suo culmine al tempo in cui mi occupavo dell’inconscio. Quando un uomo sa più degli altri diventa solitario. Ma la solitudine non è necessariamente nemica dell’amicizia, perché nessuno è più sensibile alle relazioni che il solitario, e l’amicizia fiorisce soltanto quando ogni individuo è memore della propria individualità e non si identifica con gli altri." [Carl G. Jung]
Senza di te tornavo, come ebbro,
non più capace d'esser solo, a sera
quando le stanche nuvole dileguano
nel buio incerto.
Mille volte son stato così solo
dacché son vivo, e mille uguali sere
m'hanno oscurato agli occhi l'erba, i monti
le campagne, le nuvole.
Solo nel giorno, e poi dentro il silenzio
della fatale sera. Ed ora, ebbro,
torno senza di te, e al mio fianco
c'è solo l'ombra.
E mi sarai lontano mille volte,
e poi, per sempre. Io non so frenare
quest'angoscia che monta dentro al seno;
essere solo.
A volte ho la sensazione di essere solo contro tutti, che nessuno mi capisca e molti mi fraintendano, comprese le persone a cui sono simpatico.
Penso che dovrei evitare, quando parlo, di dire liberamente ciò che penso della natura umana, perché è facile che qualcuno si offenda sentendosi indirettamente giudicato e rimproverato dalle mie opinioni.
A volte mi sento come un agente segreto in un paese nemico, il cui popolo è pronto a punirmi se scoprisse le mie attività investigative.
A volte mi sento un marziano in un mondo che ha paura dei marziani e considera pazzi coloro che si sentono marziani.
Sono sicuro che ci sono tante altre persone come me, ma penso che abbiano una tale paura di rivelarsi, che, per evitare il rischio che ciò avvenga, preferiscono restare soli nella loro clandestinità e credersi matti.
I saggi sono condannati alla solitudine perché sono rari, e gli stolti, che costituiscono la stragrande maggioranza della gente, vedono i saggi come strani, noiosi, provocatori, utopisti, esigenti, giudicanti, pignoli, rigorosi, austeri, presuntuosi, arroganti ecc.
Gli stolti amano gli umili, ma non i saggi. I saggi, infatti non sono umili, anche se sanno che conviene sembrarlo per essere accettati e amati.
Gli stolti si guardano bene dal diventare saggi perché per loro è meglio sbagliare insieme che avere ragione da soli. Perciò se appartenete a quel piccolo numero di persone che cercano di capire la natura umana, non fatevi illusioni: più la capirete e più sarete soli.
Gli stolti amano la falsa saggezza, quella dei ciarlatani (accademici e non), inutile, illusoria e spesso dannosa, ma facile da condividere. Perché per l'uomo ciò che conta non è la verità, ma la condivisione, fosse anche la condivisione di falsità. La verità è molto più complessa e imbarazzante delle falsità; per questo la falsità è più popolare.
Uno dei principali fattori della condizione umana è la paura di restare soli. Essa ci accompagna dalla nascita alla morte e rende possibile ogni sorta di abuso e manipolazione mentale, sia nei bambini che negli adulti.
Un altro fattore importante è la paura di perdere la libertà, ma questa è molto meno forte e diffusa rispetto alla prima.
Queste paure, determinate geneticamente, si presentano, alla nascita, con intensità diverse da persona a persona e vengono accentuate o attenuate a seguito delle esperienze individuali, specialmente quelle infantili, soprattutto nei rapporti con genitori, educatori e l'ambiente socioculturale in generale.
Gli effetti principali della paura di restare soli sono la sottomissione materiale ed intellettuale nei confronti di genitori ed educatori, e il conformismo.
Gli effetti principali della paura di perdere la libertà sono la resistenza ad un'educazione coercitiva, lo spirito critico e la creatività intellettuale e artistica.
La società è strutturata in gruppi di persone che condividono lo stesso livello di sapienza (ovvero di ignoranza).
Sapienza e ignoranza sono le due facce d‘una stessa moneta, dal momento che non esiste una perfetta sapienza né una perfetta ignoranza. Ognuno di noi è infatti parzialmente sapiente e parzialmente ignorante.
Purtroppo non siamo tutti ugualmente ignoranti né ugualmente sapienti. Le differenze in tal senso sono causa di conflitti e solitudine, dal momento che normalmente l'ignoranza è direttamente proporzionale alla presunzione di sapienza. Infatti, quanto più uno è ignorante, tanto più si crede sapiente.
Per interagire con una persona alla pari è necessario porsi allo stesso livello di sapienza (ovvero di ignoranza). Pertanto chi desidera aumentare il livello della sua sapienza ed esprimerla liberamente è costretto ad emigrare in un gruppo compatibile con il livello da lui desiderato o raggiunto.
In sintesi, la condivisione dell'ignoranza favorisce la compagnia, mentre la sapienza non condivisa è causa di solitudine. Pertanto, chi cerca di diventare più sapiente del prossimo è condannato alla solitudine o a cambiare compagnia.
Una delle paure umane più importanti e diffuse è quella dell'isolamento sociale. Essa agisce a livello inconscio ancor più che a quello conscio ed è tra i principali determinanti del comportamento e delle inibizioni dello stesso.
Dovremmo allora chiederci se questa paura sia qualcosa di buono, utile, adattivo da un punto di vista evoluzionistico, oppure qualcosa di infausto, che rende la vita insoddisfacente, sgradevole, angosciosa.
La mia risposta è ambivalente. Da una parte tale paura è salutare perché senza di essa probabilmente la specie umana si sarebbe già estinta per scarsità di cooperazione. Da un'altra essa è forse la principale causa delle nevrosi e dell'infelicità umana, perché, come diceva Jean de La Bruyère: "Tutto il nostro male viene dal non poter stare soli."
E' una paura tanto più insidiosa quanto più è inconscia, ed aumenta, probabilmente in modo esponenziale, in funzione del tempo passato in solitudine, ovvero senza interazioni o rituali rassicuranti in tal senso.
Per alleviare tale paura siamo portati a fare qualsiasi cosa, anche le più stupide e nocive, pur di non perdere il contatto con gli altri, continuare ad interagire con loro, stare in loro compagnia, essere accettati da essi.
Come fare per evitare gli effetti nocivi della paura dell'isolamento?
Io credo che la soluzione consista nel gestire consciamente questa paura calcolando razionalmente il rischio effettivo di isolamento a fronte di un certo comportamento o non-comportamento, o di un certo periodo di solitudine volontaria o involontaria. Infatti, se non gestiamo consciamente tale paura, lasciamo che a farlo sia il nostro super-io, che è notoriamente incline a valutazioni irrazionali ed estreme, e a generare angoscia e sensi di colpa eccessivi rispetto ai rischi e alle infrazioni reali.
In inglese, «solitudine» si traduce in «solitude» o in «lonelyness».
Ho chiesto a ChatGPT qual è la differenza tra i due termini inglesi. Segue la risposta:
La differenza tra «solitude» (solitudine) e «loneliness» (solitudine in un contesto negativo, spesso tradotto come "solitudine" ma inteso come un senso di isolamento o abbandono) riguarda principalmente lo stato emotivo e la volontà dell'individuo.
Solitude (Solitudine) è lo stato di essere soli senza sentirsi soli. È spesso una condizione volontaria in cui una persona sceglie di trascorrere del tempo da sola per riflettere, meditare o dedicarsi ad attività personali senza la compagnia di altri. La solitudine può essere vantaggiosa, consentendo la crescita personale, la scoperta di sé e una pausa dalle richieste sociali della vita. Le persone in stato di solitudine di solito si sentono in pace con il loro tempo da soli, vedendolo come un'opportunità per ricaricarsi o per impegnarsi profondamente con i propri pensieri, la creatività o i hobby.
Loneliness (Lonelyness, sensazione di solitudine), d'altra parte, è uno stato emotivo caratterizzato da un senso di isolamento, tristezza o angoscia per il fatto di essere soli. A differenza della solitudine, la loneliness non è una scelta; è la sensazione dolorosa che nasce da una discrepanza tra le relazioni sociali desiderate e quelle attuali. È il sentire di essere disconnessi, esclusi o isolati dagli altri, anche quando si è circondati da persone. La loneliness è associata a emozioni negative e può avere effetti significativi negativi sulla salute mentale e fisica di una persona.
In sintesi, la differenza chiave risiede nella percezione individuale e nella risposta emotiva all'essere soli: la solitudine è ricercata e spesso positiva, mentre la loneliness è indesiderata e ha implicazioni negative.
Esiste un rapporto di causa-effetto tra egoismo e solitudine? Credo di sì, anche se credo che la solitudine abbia anche altre cause, prima fra tutte l'ignoranza
.
Tra egoismo, ignoranza e solitudine esiste un rapporto di causa-effetto reversibile, nel senso che, non solo l'egoismo e l'ignoranza causano la solitudine, ma, a sua volta, la solitudine è causa di ignoranza e di egoismo.
Per farla breve, siccome la solitudine è normalmente insopportabile, per evitarla conviene essere altruisti e interessarsi alla cultura intesa come conoscenza degli altri.
Vedi anche Chi soffre di solitudine?, Perché chi è solo è solo? Le ragioni della solitudine, Solitudine e compagia, Tutto per gli altri, Il bisogno di interazione sociale - Interazionismo strutturale, Importanza della condivisione, Normalità della solitudine, Bisogni umani e selezione/competizione sociale
In sintesi ecco il mio problema e quello di molti altri introversi (credo). Io sono convinto che l'umanità in generale (me compreso) sia ancora oggi sostanzialmente malata di mente (vedi nota 1) e/o in uno stadio infantile. Faccio fatica a nascondere questa terribile idea, e cerco di condividerla con altri, ma siccome quelli che la pensano come me su questo punto sono rarissimi, diciamo l'1% della popolazione, sono costretto a nascondere la mia opinione per non offendere il 99% delle persone con cui mi capita di interagire, e a far finta di essere sano come loro credono di essere, altrimenti sarei considerato un imbecille e/o un arrogante. Questa finzione è per me stancante e stressante per cui non posso esercitarla per più di un certo tempo, dopodiché sento il bisogno di ritirarmi in solitudine per riposarmi.
Io sarei molto più socievole e passerei molto più tempo in compagnia di altre persone se potessi liberamente esprimere le mie idee sulla natura umana senza offendere, irritare o annoiare nessuno e senza essere preso per un imbecille o un arrogante, per cui devo rassegnarmi a brevi interazioni insincere con persone "normali" consolandomi con la compagnia letteraria dei grandi filosofi e psicologi che mi hanno insegnato e convinto che l'uomo è ancora malato di mente o in uno stadio infantile, nonostante il progresso scientifico e tecnologico.
Inutile dire che chi non è consapevole di essere malato difficilmente cercherà di curarsi, per cui parlare con malati che si credono sani è piuttosto limitativo oltre che difficile, sgradevole e ansiogeno, soprattutto perché devo evitare di esprimere, in linguaggio sia verbale che non verbale, cose che possano tradire ciò che penso del loro stato mentale.
Beh? Che ne pensate di questa analisi? Qualcuno di voi ci si ritrova?
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NOTA 1: Cerco di spiegare cosa intendo per malattia mentale.
La mente (e in essa includo psiche, ragione, coscienza, memoria, logica, intelligenza, inconscio, sistema nervoso, sentimenti, empatia, cognizioni, credenze ecc.) si è formata durante l'evoluzione della nostra specie come strumento adattativo, per risolvere i problemi e in tal modo aumentare le nostre probabilità di sopravvivenza. Quindi una mente sana è quella che aiuta a star meglio possibile sia individualmente che come gruppo e specie, cioè fa quello per cui si è formata.
Ora, siccome la condizione dell'uomo sulla terra è ancora generalmente miserabile (basta pensare al tasso di povertà, alla schiavitù de facto, alle guerre, alle discordie, alle nevrosi e psicosi, alla solitudine, alle crisi economiche, al terrorismo, disperate migrazioni di massa ecc.) e in occidente stiamo diventando sempre più poveri e soli, e stiamo rischiando guerre nucleari, stiamo dilapidando irreversibilmente il pianeta e causando catastrofi ambientali, e non cerchiamo di cambiare rotta, e ognuno si aspetta che sia qualcun altro a risolvere i problemi personali e comuni, cosa che ovviamente non avviene, evidentemente non stiamo usando la mente per migliorare la situazione, ma la usiamo così male da stare sempre peggio ormai a livello planetario. La nostra mente è malata perché ci spinge a comportarci in modo da diminuire il nostro benessere anziché aumentarlo, e porterà prima o poi la nostra specie all'estinzione o a una decimazione, e comunque la renderà sempre più infelice e assurda, a meno che non ci curiamo in tempo.
Meno di un secolo fa il nazismo ha dimostrato con quanta facilità un intero popolo possa impazzire affascinato da uno psicopatico. Cose del genere possono ancora accadere perché quella pazzia non è stata ancora riconosciuta come tale. L'elezione di Trump è un altro sintomo di una follia diffusa.
NOTA: questa è una bozza che aggiornerò tenendo conto dei vostri commenti e suggerimenti. Si tratta di una semplice analisi delle possibili cause della solitudine, che non propone soluzioni, ma solo spunti di riflessione.
I motivi (soggettivi o oggettivi) per cui uno si trova solo (volente o nolente) secondo me possono essere riassunti in due parole:
egoismo e
ignoranza. Facendo un'analisi più approfondita, tali motivi possono essere riconducibili ad uno o più dei dei seguenti fattori:
- paura che il prossimo gli tolga o faccia perdere qualcosa (libertà, tempo, denaro, spazio ecc.)
- paura che il prossimo gli faccia del male (violenza fisica o verbale, inganno, furto, sfruttamento, diffamazione, insulto, derisione ecc.)
- paura che il prossimo lo domini, lo costringa ad essere diverso da come è o vuole essere
- paura di essere rifiutato, emarginato, giudicato, condannato
- paura di essere punito per le proprie idee e opinioni, per la propria libertà dalle norme sociali, per la propria non conformità, paura di essere scoperto
- conflitto di interessi, competizione, desiderio di superare il prossimo
- selezione sociale, scarsità di risorse o di attributi desiderabili (bellezza, ricchezza, salute, intelligenza, cultura ecc.)
- scarsità di abilità sociali, non conoscenza pratica delle regole sociali, costumi, norme, forme, mode, valori comuni
- carattere asociale, violento, irritante, pedante, petulante, vittimista, moralista, pretenzioso, invadente, volgare, rude, prevaricatore, noioso, insignifante, fastidioso
- differenze di temperamento, carattere, intelligenza, cultura, lingua, istruzione, gusti, interessi, filosofia, religione, canoni etici ed estetici
- mancanza di empatia, indifferenza emotiva, scarsa sensibilità, mancanza di interesse per gli altri
- percezione negativa dei comportamenti e discorsi del prossimo in quanto noiosi, banali, disgustosi o nocivi
- disturbi psichici, nevrosi, fobia sociale, paranoia ecc.
Segue un brainstorming di motivi per cui uno può trovarsi solo, da cui ho ricavato la sintesi sopra esposta:
- perché troppo diverso dagli altri
- perché ha interessi e gusti troppo diversi dagli altri
- perché ha esigenze troppo diverse dagli altri
- perché ognuno cerca di dominare, controllare o sfruttare il prossimo, ma non vuole essere da lui dominato, controllato o sfruttato
- perché in passato ha subito violenze dal prossimo
- perché ha paura del prossimo
- perché è molto selettivo e cerca sempre persone più interessanti di quelle che incontra
- perché ha paura di perdere la libertà in quanto la relazione sociale comporta una limitazione della libertà stessa
- perché ha paura di impegnarsi
- perché ha paura di essere rifiutato o emarginato
- perché ha paura di essere giudicato o disprezzato
- perché ha paura di essere punito per ciò che pensa del prossimo
- perché ha un complesso di inferiorità
- perché non ha abilità sociali, non conosce le regole dell'interazione sociale
- perché non ha nulla da offrire al prossimo
- perché è avaro
- perché è timido
- perché ha un aspetto o un odore repellente
- perché è rozzo o volgare
- perché non piace a nessuno
- perché è arrogante
- perché è antipatico a tutti
- perché nessuno si fida di lui
- perché non rispetta il prossimo
- perché è misantropo
- perché ha una fobia sociale
- perché cerca un tipo di relazione irreale, perfetta, impossibile
- perché pensa di essere sempre in credito e mai in debito di riconoscenza
- perché non capisce i bisogni altrui
- perché pensa di non aver bisogno di nessuno
- perché ha paura che il prossimo gli chieda qualcosa
- perché ha uno stile di vita incompatibile con quello del prossimo
- perché disprezza il prossimo
- perché non trova la persona "giusta" e non scende a compromessi
- perché pensa di meritare compagnie migliori di quelle che trova
- perché è perfezionista
- perché è un disadattato
- perché non vuole condividere le sue cose con altri
- perché è depresso
- perché è malinconico
- perché la sua cultura d'origine è incompatibile con quella in cui vive attualmente
- perché sente di non appartenere a nessun gruppo sociale
- perché è possessivo o invadente
- perché non si interessa di nessuno
- perché non è capace di amare
- ecc.