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Riflessioni di Bruno Cancellieri su

Status

93 articoli tratti dal blog "Il mondo visto da me"

Indice delle monografie | Indice degli articoli per anno

Umorismo e status

L'umorismo presuppone una certa idea di status.

Sul superamento di se stessi

Superando se stessi si superano anche altre persone.

Sullo status sociale

Mostrarsi disinteressati al proprio status, lo accresce.

Morale dei deboli vs. morale dei forti

La morale dei forti è incompatibile con quella dei deboli.

Sulla superiorità personale

La persona superiore non si cura delle proprie inferiorità.

Sulle carenze personali

È più onorevole mostrare le proprie carenze che nasconderle.

Derisione e status

Lo status di chi deride è più alto di quello di chi è deriso.

Una definizione di «status»

Status = misura del proprio valore rispetto al valore altrui.

Status e poteri

Lo status di un individuo consiste nei suoi poteri sugli altri.

Valore e status

Il valore di una persona per gli altri determina il suo status.

Status e potere

Status e potere sono interdipendenti e direttamente proporzionali.

Populismo e status

I leader populisti promettono alle folle di elevare il loro status.

Sulla superiorità presunta

È frustrante sentirsi superiori se non si può dimostrare di esserlo.

Status e potere

Lo status di una persona è un indicatore del suo potere su certe altre.

Felicità come status symbol

La felicità è anche uno status symbol, ed è desiderata anche per questo.

Sul dovere e il piacere di umiliare il prossimo

Certe persone sentono il dovere e il piacere di umiliare i non abbastanza umili.

Lo status più alto

Lo status più alto appartiene a coloro che non si preoccupano del proprio status.

Comunità e status

Forse ognuno, inconsciamente, cerca una comunità che riconosca il proprio status.

Violenza e status

La violenza è anche un modo per affermare la propria superiorità in termini di potere.

Sull'apprezzamento delle persone

È meglio essere apprezzati da poche persone di grande valore o da molte persone mediocri?

Sui fini del dialogare

Dialogare serve anche a stabilire, confermare o cambiare relazioni, appartenente e status.

Vergogna della vergogna

Noi ci vergognamo di vergognarci, perciò nascondiamo le nostre vergogne anche a noi stessi.

Preoccupazione per il proprio status

È normale che un umano detesti coloro che costituiscono una minaccia per il proprio status.

Sul sapere di non sapere

Socrate sapeva di non sapere, ma allo stesso tempo credeva di sapere più di tutti gli altri.

Appartenenza sociale e status

Appartenenza sociale e status costituiscono le motivazioni più importanti di ogni essere umano.

Sul tabù della disuguaglianza

Guai se X afferma di essere meglio di Y. Se Y ci crede, si deprime, se non ci crede, disprezza X.

Sul confronto delle capacità umane

Ogni umano detesta e teme coloro che rivelano, direttamente o indirettamente, le sue inferiorità.

Appartenenza e status

Potendo scegliere, preferiamo appartenere alle comunità in cui possiamo avere lo status più alto.

Sesso e status

I rapporti sessuali non sono solo l'oggetto di un istinto o di un desiderio, ma anche uno status symbol.

Appartenenza e status

Appartenenza e status sono collegati. Tanto minore lo status, tanto maggiore il rischio dell'esclusione.

Desideri antitetici

I nostri principali desideri sono appartenenza, status e libertà. Soddisfarli tutti insieme è impossibile.

La virtù degli umili

Il motivo per cui l'umiltà è considerata da molti una virtù è che a nessuno piace sentirsi inferiore ad un altro.

Sull'arroganza dei puri

Coloro che sono senza peccato tendono a disprezzare tutti gli altri. Altrimenti non avrebbero motivo di mantenersi puri.

Conflitti, appartenenze, status, presupposti

Ogni conflitto presuppone certe appartenenze e certi status relativi alle parti in competizione; presupposti discordanti.

Per essere simpatici

Per essere simpatici ad una persona bisogna essergli inferiore o nascondergli la nostra consapevolezza della nostra superiorità.

Funzioni dell'erudizione

Per certe persone l'erudizione non ha altra funzione che quella di status symbol e di distintivo di appartenenza ad un certo ceto.

Sul miglioramento della società

Dietro il desiderio di un miglioramento della società si può nascondere il desiderio di un miglioramento del proprio status sociale.

Valore e status

Il concetto di «status» è legato a quello di «valore». Infatti lo status di un individuo è il valore che gli altri gli attribuiscono.

Paura e umorismo

Ciò che non ci ha paura ci fa sorridere, o ridere. Il sorriso è una manifestazione di fiducia, il riso una manifestazione di superiorità.

Sul riconoscimento dello status

Una cosa che quasi tutti desiderano dagli altri è il riconoscimento dello status che essi credono di meritare (rispetto a quelli altrui).

Sul bisogno di accettazione

Non solo abbiamo bisogno di essere accettati dagli altri, ma abbiamo bisogno di essere accettati con uno status adeguato alle nostre capacità.

Appartenenza e status

Ogni umano desidera appartenere, con uno status adeguato al proprio valore, ad un insieme sociale avente uno status adeguato al proprio valore.

Superiorità nascoste

Alle persone superiori conviene nascondere la propria superiorità a quelle inferiori. Ma a cosa serve una superiorità se non può essere esibita?

Ridere, deridere, status

Quando si ride, si ride sempre di qualcuno (o di se stessi), e ogni ridere è un deridere, ovvero un abbassare il bersaglio della derisione, diminuire il suo status.

Status e potere

Status e potere sono intimamente connessi. Infatti lo status conferisce potere e viceversa, ed entrambi sono oggetto di desiderio e di competizione per ogni essere umano.

Status e condivisione

Lo status può servire a condividere certe cose con certe persone, e, viceversa, condividere certe cose con certe persone può serivre ad accrescere o a confermare il proprio status.

Status e piacere

Per l'inconscio, qualsiasi evento che implica un aumento dello status della propria persona rispetto alle altre è fonte di gioia in quanto provoca un aumento della secrezione di dopamina.

Comunità e requisiti di partecipazione

Ogni comunità ha i suoi riti e rituali di appartenenza, i suoi giochi di status, le sue verità, la sua etica e la sua estetica. Possiamo chiamare tutte queste cose requisiti di partecipazione.

Sulla coltivazione del proprio status

Ogni umano coltiva, nutre e difende il proprio status (nei confronti di quelli altrui) come meglio può, usando le risorse materiali, sociali, fisiche e mentali di cui dispone.

Migliori e peggiori

Se nessuno è peggiore di me io sono un mostro, e questo è per me inaccettabile. Perciò ho bisogno di dimostrare che ci sono persone peggiori di me, e quanto più grande è il loro numero, tanto megliore io sono.

Status, conflitto e disaccordo

I conflitti e i disaccordi tra esseri umani, sono sostanzialmente conflitti e disaccordi tra i rispettivi status, ovvero sono dovuti al desiderio di affermare la superiorità dell'uno sull'altro in qualche campo.

Perché le persone fanno ciò che fanno?

Per capire perché le persone fanno ciò che fanno, un'ipotesi molto probabile è che stiano cercando di ottenere, dimostrare o conservare l'appartenenza ad una certa comunità e un certo status nella comunità stessa.

Cambiamenti di status

L'aumento di status di una persona comporta la diminuzione dello status di una o più altre persone. Infatti la somma degli status individuali è sempre uguale a zero. Questa condizione è all'origine dell'invidia e della gelosia.

Sulla comparazione del valore umano

Il valore di un essere umano è sempre relativo e comparativo. Infatti occorre chiedersi: valore per chi? Che rapporto c'è tra il valore di una certa persona e quello di altre persone? Sono uguali o diversi qualitativamente e quantitativamente?

Cambiamenti e status

Ogni evento, ogni scoperta, ogni invenzione, ogni nuovo prodotto tecnologico suscettibili di cambiare lo status relativo delle persone, suscitano inquietudine in quanto ognuno teme, consciamente o inconsciamente, una diminuzione del proprio status.

Il piacere di acquisire

Ci ricordiamo facilmente dove abbiamo comprato ciò che possediamo, perché acquisire il possesso di qualcosa è un atto di rilevanza sociale, che cambia, seppur di poco, il nostro status. Perciò ogni acquisizione è accompagnata da un certo grado di piacere.

A che serve la conoscenza

A che serve la conoscenza se non viene usata per ridurre i mali dell'umanità e per soddisfare i bisogni propri e altrui? Se la conoscenza non viene usata in tal senso, serve solo come status symbol o come distintivo di appartenenza ad una certa categoria sociale.

Religione, appartenenza, status

Una religione non può sopravvivere solo sulla base di promesse di premiazioni e punizioni ultraterrene. Deve offrire ai suoi seguaci vantaggi immediati, come l'appartenenza ad una comunità, e uno status intellettuale e morale, oltre che politico, superiore a quello dei non seguaci.

Status, competizione, progresso e conflitti

Ogni umano, e ogni gruppo umano, cerca di elevare il proprio status il più possibile rispetto agli altri, usando le risorse materiali, intellettuali, estetiche ed etiche di cui dispone. Tale motivazione costituisce il motore del progresso e dei conflitti interpersonali e internazionali.

Paura della sottovalutazione

La gente odia chi si sopravvaluta, perché la sopravvalutazione altrui implica la propria sottovalutazione, e nessuno tollera di essere sottovalutato. Perciò, se A pensa che B si sopravvaluti, A si sente in diritto, o perfino in dovere, di esprimere una valutazione al ribasso nei confronti di B.

Momenti drammatici e momenti umoristici

Sono drammatici o umoristici i momenti in cui le appartenenze, i poteri o il prestigio di una persona si rafforzano o si indeboliscono. Il cambiamento è percepito come drammatico o umoristico a seconda della posizione dell'osservatore nei confronti del protagonista del cambiamento, e delle tensioni tra di essi.

Sul presentarsi agli altri

Di fronte agli altri dobbiamo decidere come presentarci, cioè dobbiamo dichiarare le nostre appartenenze, e il nostro status e il nostro ruolo nell'ambito di ognuna di esse. Così facendo ci esponiamo alla competizione e alle critiche riguardanti tutte le appartenenze, gli status e i ruoli che abbiamo dichiarato.

Status e sua condivisione

In ogni aspetto della vita sociale è possibile riconoscere motivazioni relative allo status di ogni "attore" e alla condivisione dello status stesso. Infatti ognuno cerca di affermare, difendere o aumentare il proprio status rispetto a quelli altrui, e di condividerlo con altre persone nel senso di un reciproco riconoscimento.

Status e valenza sociale

Siccome ogni umano desidera elevare o difendere il proprio status, ovvero la propria valenza sociale, in quanto filosofo io mi dedico allo studio dello status e della valenza sociale, dopo aver compreso che si tratta della stessa cosa con connotazioni emotive la prima negativa, la seconda positiva. Ma si tratta della stessa cosa.

Sullo status

Considerando il mio status e quello di un altro, ci sono quattro aspetti da osservare: lo status che mi attribuisco e quello che l'altro mi attribuisce, lo stato che attribuisco all'altro, quello che l'altro si attribuisce. Quanto maggiore è la differenza tra i quattro status, tanto più conflittuale è il rapporto tra me e l'altro.

Competizione nascosta

Siamo molto più inclini alla competizione (status game) di quanto siamo disposti ad ammettere, dato che nella nostra cultura la competizione per dimostrare la propria superiorità intellettuale e morale è considerata politicamente scorretta. Perciò l'inconscio compete all'insaputa della coscienza, che nega di competere in tal senso.

Perché mi piace ciò che mi piace

Se una cosa mi piace, probabilmente è perché inonsciamente ritengo che essa contribuisca ad elevare il mio status e/o a condividere qualcosa con qualcuno.

Analogamente, se una cosa mi piace, probabilmente è perché inonsciamente ritengo che essa contribuisca ad abbassare il mio status e/o a impedire la condivisione di qualcosa con qualcuno.

Elezioni e status

Alle elezioni il cittadino vota il candidato che gli promette uno status più alto. Siccome l'aumento di status di una persona corrisponde alla diminuzione di status di almeno un'altra, è difficile che un candidato abbia più della metà dei voti, a meno che non sia così furbo da far credere a più della metà dei cittadini che votando per lui il loro status aumenterà.

Sul riconoscere la superiorità altrui

La maggior parte della gente riconosce la superiorità di qualcuno solo se questa è stata ufficialmente riconosciuta da un'autorità istituzionale o dalla maggioranza della comunità di appartenenza. Per il resto, il più conosce il meno ma il meno non conosce il più. Conviene dunque nascondere le proprie superiorità a chi non sa o non vuole riconoscerle. Infatti a nessuno piace sentirsi inferiore ad altri.

Istinto di competizione e status game

L'istinto di competizione è geneticamente programmato nella natura umana. Si compete anche a chi la sa più lunga, a chi è più virtuoso, a chi è più morale, a chi è più politicamente corretto, a chi è più rispettoso degli altri, a chi è più immune dall'istinto di competizione! Lo status game si nasconde dietro ogni interazione umana, anche se ci hanno insegnato (con successo) a rimuoverlo dalla coscienza.

Sull'umiliazione

Gli animali non si offendono. Se non hanno la forza sufficiente per contrastare l'avversario, accettano la sconfitta e la conseguente posizione gerarchica. Non conoscono l'umiliazione, che è un fenomeno esclusivamente umano. Noi umani, invece, siano sempre occupati a difendere la nostra dignità dalle umiliazioni che gli altri vorrebbero infliggerci, e siamo pronti a fare lo stesso verso gli altri, con la forza, con la logica, con l'etica o con l'estetica.

Sul bisogno di rinnovare il successo

Ogni umano ha bisogno di conferme quotidiane del proprio status, del proprio valore, della propria dignità, delle proprie appartenenze, della propria accettabilità e del proprio gradimento da parte degli altri. Non basta un successo, perché gli altri potrebbero in ogni momento cambiare il proprio giudizio. Inoltre il proprio status rischia costantemente di essere superato da quello di altri. Il successo (che implica manifestazioni di stima e di rispetto) deve essere sempre ripetuto, rinnovato, deve assumere forme sempre nuove e quantità sempre maggiori, perché qualsiasi successo, se non si rinnova, viene a noia, passa inosservato.

Ruoli nel gioco dello status

Nel gioco dello status, oltre ai contendenti, ci sono i giudici istituzionali e gli spettatori.

I giudici istituzionali hanno uno status molto elevato in quanto sono autorizzati ufficialmente dalla comunità a emettere giudizi sullo status dei contendenti, ovvero ad assegnare gli status stessi.

Gli spettatori sono giudici occasionali, non istituzionali e non ufficiali, il cui status consiste nel loro potere di determinare lo status dei contendenti confermando o smentendo, in quanto masse numericamente potenti, quello sentenziato dai giudici istituzionali. In tal modo gli spettatori confermano o smentiscono anche lo status degli stessi giudici in quando giudici.

Status detector

In ogni umano, e forse in ogni animale “superiore”, esiste un meccanismo mentale inconscio che chiamerei “status detector”, il quale continuamente calcola il proprio status “politico” nei confronti degli altri, analizzando e valutando il comportamento proprio e altrui.

Tale calcolo serve a determinare quanto potere il soggetto ha nei confronti di ciascun altro, e viceversa.

Infatti ogni umano ha bisogno di conoscere tali dati per poter orientare e calibrare il proprio comportamento nei confronti di coloro con cui deve, può, o desidera interagire.

Si tratta cioè di stabilire cosa può fare e cosa non può fare, e in quali modi e in quali misure farlo.

Status, cooperazione e competizione

Nell'interazione tra due persone, ognuna attribuisce all'altra un certo status, attribuisce a se stessa un certo status più o meno alto rispetto quello attribuito all'altra, e presume che l'altra gli attribuisca un certo status più o meno alto di quello che essa attribuisce a se stessa.

Vi può essere un accordo (cioè coerenza) o disaccordo (cioè incoerenza) più o meno completo tra tali attribuzioni.

Quanto maggiore è l'accordo sulle attribuzioni, tanto maggiori sono le possibilità di cooperazione tra le persone coinvolte, e viceversa. Quanto maggiore è il disaccordo, tanto maggiore è la probabilità di incorrere in competizione e conflitti tesi a ridimensione qualcuna delle attribuzioni.

La difesa del proprio status

Ognuno di noi tende a difendere il proprio status sociale intellettuale contro qualsiasi evento che possa diminuirlo. Tra gli eventi "diminutivi" ci sono i casi in cui qualcuno dimostra o cerca di dimostrare di saperla più lunga di noi su certi temi più o meno importanti, e che una certa nostra opinione è errata o insufficiente.

In tal caso, per difendere il nostro status, siano inconsciamente e automaticamente presi dal bisogno di confutare il nostro interlocutore con argomentazioni logiche contrarie alle sue o, in mancanza di argomenti convincenti, di mettere in dubbio la sua competenza e autorevolezza rispetto a quelle dei nostri maestri di pensiero, sulla base dei rispettivi titoli accademici.

Status e scelte politiche

Quasi tutti tendiamo a conferire maggiore status a coloro che ce lo restituiscono, cioè a coloro la cui narrazione ci posiziona più in alto nella gerarchia morale e/o intellettuale della nostra cultura.

Ad esempio, il razzista vota per il politico che afferma la superiorità della sua razza, così come il democratico vota per il politico che afferma la superiorità morale dei democratici, il cristiano fondamentalista vota per il politico che afferma la superiorità morale dei cristiani fondamentalisti, il povero vota per il politico che afferma la superiorità morale dei poveri, il ricco vota per il politico che afferma la superiorità morale dei ricchi, ecc.

Infatti ogni politico afferma esplicitamente o implicitamente la superiorità morale e/o intellettuale di un certo modello di persona in cui i propri elettori si riconoscono.

Il gioco sociale - The social game

Ogni umano è impegnato (consciamente o inconsciamente) nel gioco sociale. Lo è in ogni momento e in ogni luogo. La posta in gioco è l'appartenenza e l'interazione sociale migliore possibile, ovvero i partner migliori possibile, e i ruoli migliori possibile, che l'individuo si può permettere date le proprie risorse e i propri limiti.

È un gioco competitivo, perché non tutti possono avere uno stesso partner, e i partner possibili non hanno tutti le stesse qualità e le stesse risorse.

Il gioco sociale include vari giochi, tra cui il gioco dello status (the status game), e i giochi culturali, per cui, all'interno di ogni comunità o categoria sociale, vengono condivise le forme culturali (estetiche, etiche, economiche, politiche ecc.) tipiche di quella comunità o categoria.

Il gioco sociale non è opzionale, ma è indispensabile per la sopravvivenza e per la salute mentale di ogni essere umano.

Sul dominio del valore/status

Per ogni umano, ogni ente (persona, cosa, idea, titolo, categoria, gruppo, oggetto, impresa, organizzazione, testo ecc.) possiede e conferisce un certo valore e un certo status.

Il valore/status di un ente per una persona è il valore e il conseguente status che la persona acquista possedendolo, facendone parte, o facendosi possedere da esso.

Per ogni ente, compresi noi stessi, dovremmo chiederci, quale valore/status il mio inconscio attribuisce a questo ente?

Dovremmo immaginare un'etichetta affissa su ogni ente, compresi noi stessi, con su scritto "valore/status: .....".

Per liberarci dalla tirannia del bisogno di valore/status e della competizione che tale bisogno comporta, dobbiamo prendere coscienza del fatto che ne siamo quasi tutti dominati inconsapevolmente.

Status e buone maniere

Normalmente le buone maniere illudono le persone a cui sono rivolte, che si riconosce loro un aumento di status rispetto a quello di chi recita le buone maniere stesse.

Infatti, anche solo dire "grazie" a qualcuno contribuisce ad elevare (almeno in senso simbolico) lo status della persona ringraziata abbassando al tempo stesso quello del ringraziatore.

In altre parole, dire grazie a qualcuno per qualunque motivo è come dirgli che ha acquisito un credito nei propri confronti,  e l'acquisizione di un credito costituisce sempre un'elevazione, per quanto piccola e simbolica, del proprio status rispetto a quello  del debitore, così come l'acquisizione di un debito costituisce un'abbassamento, per quanto piccolo e simbolico, dello status del debitore.

Infatti non è per caso che in portoghese "grazie" si traduca "obrigado", che significa obbligato, nel senso di debitore.

Per questo apprezziamo le buone maniere, perché ci fanno credere che il nostro valore è riconosciuto.

Socializzazione, condivisione, approvazione reciproca e status

Quando un gruppo di umani si riunisce per socializzare, ciò che avviene è la reciproca approvazione dei rispettivi status personali, espressa attraverso la condivisione di informazioni e la celebrazione congiunta di rituali tradizionali.

Infatti gli umani hanno bisogno di approvazione da parte degli altri, e non c'è modo più facile per ottenere l'approvazione che scambiarla: approvare per essere approvati.

Non è necessario esplicitare l'approvazione. È sufficiente condividere spontaneamente qualcosa di materiale o immateriale. L'atto della condivisione implica l'atto dell'approvazione. Per esempio, applaudire insieme la prestazione di un artista costituisce un atto di condivisione in cui si approva non solo l'artista, ma anche coloro che lo approvano.

Anche l'affermazione della comune appartenenza a d una certa categoria o gruppo sociale costituisce una condivisione e un'approvazione reciproca.

Insomma, la partecipazione ad un evento di socializzazione soddisfa i bisogni di appartenenza, di partecipazione, di condivisione, di status e di approvazione.

Sul valore delle persone e delle cose

Nessuna cosa ha valore in sé. Il valore di una cosa è sempre relativo alla sua utilità per qualche altra cosa.

Perciò il valore di una persona, e di conseguenza il suo status sociale, non è determinato dal valore che la persona attribuisce a se stessa.

Il valore di una persona è in realtà determinato dal valore che gli altri attribuiscono alla persona stessa e alle sue appartenenze attive e passive.

È infatti considerato arrogante e presuntuoso colui che si attribuisce un valore o uno status indipendentemente da quelli che altri gli attribuiscono.

Tuttavia una persona può stimare il suo valore e il suo status potenziali, e operare al fine che essi si realizzino.

Inoltre, il valore attribuito ad una cosa si ripercuote su ogni suo appartenente (componente, membro, elemento), su ogni suo possessore e sugli insiemi a cui la cosa appartiene.

Strategie per chi si sente inferiore

Chi si sente inferiore ha due possibili strategie per tentare di equilibrare i rapporti di forza.

La prima consiste nel cercare di crescere, migliorare, arricchirsi, rinforzarsi materialmente e spiritualmente, darsi coraggio, superarsi, studiare, coltivarsi, allenarsi, abbellirsi, lavorare, guadagnare, svilupparsi, liberarsi, inventare, creare, costruire, farsi valere.

La seconda consiste nel cercare di indebolire, ostacolare, inibire, legare, imprigionare, impoverire, confondere, tenere all'oscuro, ingannare, impaurire, demoralizzare, disprezzare, respingere, snobbare, sminuire, imbruttire, sporcare, criticare, accusare, condannare, calunniare i concorrenti e di infondere in loro vergogne e sensi di colpa.

La faccenda è complicata dal fatto che oggi i concetti di superiorità e inferiorità sono diventati tabù, e la maggioranza della gente pensa che siamo tutti uguali e che nessuno è inferiore o superiore a qualcun altro né intellettualmente né moralmente. Questo modo di pensare ha conseguenze nefaste perché spinge la gente ad un conformismo amorale e ad una stagnazione della miseria umana.

Credo che Nietzsche e Alfred Adler approverebbero questa riflessione.

Cause del piacere estetico

Il piacere estetico, cioè il piacere insito nella percezione di forme artistiche, poetiche, letterarie, spettacoli teatrali, forme biologiche, spettacoli naturali ecc. può avere diverse cause sommabili, come le seguenti.

  • l’effetto neurologico della bellezza intrinseca di certe forme

  • la piacevole sensazione di appartenere ad una comunità (più o meno elitaria) di persone che apprezzano certe forme di bellezza

  • la piacevole sensazione derivata dallo status competitivo di conoscitore di certe forme di bellezza

  • la piacevole sensazione derivata dallo status competitivo di possessore di certe forme di bellezza (opere d’arte, di artigianato, arredamenti, proprietà immobiliari di particolare bellezza ecc.)

  • il piacere dell’immaginazione stimolata da certe forme di bellezza.

  • ecc.


Cooperazione, competizione, valore, status, vergogna

Cooperazione, competizione, valore, status, vergogna. Questi cinque concetti sono tra loro strettamente legati.

La cooperazione è per l'uomo indispensabile, vitale. Al fine di cooperare nel modo migliore possibile, cioè nel modo più produttivo, gli umani competono per avere i partner/compagni/collaboratori migliori o più attraenti, e per essere più attraenti  o migliori come partner/compagni/collaboratori.

Il valore di una persona è la misura della sua competitività in tal senso.

Il valore di una cosa è funzione di quanto il suo possesso contribuisce ad accrescere il valore, e quindi la competitività, del possessore. 

Lo status è il valore comparativo attribuito ad una persona dagli altri, ed indica il suo grado di desiderabilità come partner/compagno/collaboratore.

La vergogna è il sentimento che si prova quando si ritiene di non valere abbastanza, cioè di non avere uno status abbastanza alto, ovvero di non essere abbastanza competitivi nel senso sopra descritto.

In altre parole, ci si vergogna se si pensa di non essere abbastanza desiderabili come partner, ovvero di non avere abbastanza potere né risorse per indurre o costringere gli altri a cooperare.

Un buon posto nella società

Al di fuori delle emergenze fisiologiche, l'uomo, consciamente o inconsciamente, cerca soprattutto di occupare un posto nella società che gli assicuri un certo rispetto da parte degli altri ed un certo potere sugli altri, tali da permettergli una cooperazione tale da assicurargli una vita abbastanza sicura e piacevole.

Potremmo chiamare l'oggetto della ricerca un "buon posto nella società".

Ovviamente ognuno ha un'idea soggettiva di quale possa essere tale posto per sé e quale per gli altri, ovvero di quali caratteristiche e quali forme esso possa o debba avere.

Un certo "posto sociale" implica certi ruoli e certi rapporti gerarchici con gli altri, in gerarchie politiche, economiche, intellettuali, estetiche e morali.

Purtroppo è difficile che le persone trovino un accordo sui rispettivi posti sociali. Ognuno si lamenta perché gli altri non gli riconoscono il posto che vorrebbe avere, o perché gli altri occupano un posto che ritiene
immeritato.

Questo disaccordo e queste lamentazioni sono causa di conflitti e di guerre, più o meno esplicite e più o meno cruente.

Come risolvere tali disaccordi? Non è facile, e non è certo che possano essere risolti.

Normalmente ognuno finisce per accettare dei compromessi, ovvero il posto sociale "meno peggio" possibile rispetto alle proprie ambizioni.

Tuttavia, affinché il compromesso sia davvero il "meno peggio", conviene prendere coscienza del gioco, che si potrebbe chiamare "status game", e delle variabili in gioco per quanto riguarda la propria persona e le proprie risorse.

La psicologia dovrebbe servire soprattutto a questo.

Rappresentatività sociale

Nell'interazione tra individui, ognuno percepisce (consciamente o inconsciamente) ciascun altro come portatore di una certa rappresentatività sociale, ovvero come esponente di una certa comunità. In altre parole, noi percepiamo un essere umano sempre come appartenente ad una certa comunità (intesa come gruppo o classe di persone che hanno qualcosa in “comune”) nel senso che trattare con esso equivale a trattare con il gruppo sociale che esso rappresenta per il solo fatto di esserne membro.

Questa reciproca percezione “rappresentativa” degli esseri umani conferisce ad ogni individuo un certo status e potere, dato che dietro ognuno c'è idealmente una comunità sua alleata, pronta a difenderlo se viene attaccato e a sostenerlo se lui stesso attacca altri.

Possiamo dunque dire che un essere umano non è mai “funzionalmente” solo, ma è sempre percepito come membro solidale di qualche gruppo sociale. Fanno eccezione le persone considerate come emarginate dalla società o disumane, e in quanto tali non degne di rispetto (a tali persone viene normalmente attribuita la colpa della propria “indegnità”, anche quando si tratta di vittime di sfortuna o ingiustizie).

Le conseguenze di questo fenomeno percettivo nelle interazioni sociali sono duplici. Da una parte ognuno tratta gli altri non come individui unici, ma come “collettività” astratte, con tutti gli effetti collaterali positivi e negativi che possiamo immaginare. Dall’altra, ognuno sente il bisogno di “appartenere” ad una o più collettività (astratte e/o concrete) al fine di essere “rispettato” dagli altri come rappresentante di collettività “qualificate” e non come individuo isolato e in quanto tale indifeso e senza “qualità”.

Questo “bisogno di appartenenza” può tuttavia essere fonte di problemi psichici dal momento che per un individuo può essere difficile riconoscersi in qualche comunità, gruppo o classe sociale. Ciò avviene specialmente se esso è dotato di capacità e/o sensibilità straordinarie ovvero molto diverse da quelle “normali”, “medie” o tipiche riscontrabili nei gruppi sociali a cui appartiene o vorrebbe appartenere.

Ne consegue una dialettica perenne e dolorosa tra bisogno di appartenenza e bisogno di individuazione (come ci insegna Luigi Anepeta), capace di dar luogo a disagi e disturbi psichici. Una specie di “doppio vincolo” (come direbbe Gregory Bateson) che, se non risolto o non gestito, potrebbe causare forme più o meno gravi di schizofrenia.

Status e nevrosi

Da anni giro intorno a una verità rimossa e sfuggente: che passiamo la maggior parte del tempo ad affermare, a difendere, ad accrescere il nostro personale status, a usarlo come misura del nostro valore e dei nostri valori, a cercare il riconoscimento del nostro status da parte degli altri, a condividerlo con gli altri, e a cercare compromessi con lo status di ogni altro.

Infatti essere accettati dagli altri significa l'accettazione, da parte degli altri,  dello status che crediamo di avere e di meritare.

Lo status di cui parlo è multiforme: intellettuale, morale, estetico, fisico, politico, economico, artistico, sportivo, scientifico, tecnico, ecc.  Esso si basa sulle risorse materiali e immateriali possedute da una persona, e indica tutto ciò che la rende attraente, rispettabile, ammirevole, competitiva, invidiabile, desiderabile. Inoltre, che lo si voglia o no, lo status di una persona indica una sua posizione gerarchica comparata con quella di ogni altra persona.

Viviamo in una cultura ipocrita, che a parole demonizza e disprezza l'amore per lo status, mentre lo cerca e lo celebra in modi più o meno mistificati,  sfacciati o sublimati.

Questa ipocrita contraddizione ci rende nevrotici.

Se vogliamo guarire da tale comune nevrosi, dobbiamo trovare il coraggio di affermare il nostro amore per lo status nostro e di coloro che abbiamo scelto di ammirare e di imitare, e riabilitare la competizione in ogni contesto, non come negazione della cooperazione, ma come regolatrice di essa. Inoltre, dobbiamo realisticamente valutare il nostro status senza sopravvallutare né sottovalutare le proprie capacità e i propri limiti rispetto a quelli degli altri.

Tutti, nessuno escluso, amano consciamente o inconsciamente il proprio status, ma la maggior parte delle persone nega e rimuove tale amore, come se negandolo esso si accrescesse.

Ecco il paradosso: l'idea che disprezzando l'amore per lo status proprio e altrui, il proprio status (visto come virtù) aumenta. Conseguenza di tale paradosso è un latente disprezzo per se stessi, un inconscio senso di colpa e l'ansia che ne deriva.




Ho sottoposto a ChatGPT e a Gemini questo articolo e ho chiesto loro di ampliarlo e modificarlo tenedo conto delle loro osservazioni e dei loro suggerimenti.

Qui c’è l’articolo prodotto da ChatGPT:
https://blog2.cancellieri.org/lipocrisia-dello-status-e-la-nevrosi-contemporanea/

Qui c’è l’articolo prodotto da Gemini:
https://blog2.cancellieri.org/la-tirannia-silenziosa-dello-status-riconoscere-la-vera-motrice-della-vita-sociale/




P.S.: Anche questo articolo costituisce un tentativo di affermazione del mio status.

A proposito di «status»

Ho chiesto a ChatGPT:

Che importanza ha il concetto di staus in psicologia?

Risposta di ChatGPT:

Il concetto di status in psicologia è molto importante perché aiuta a comprendere come gli individui si percepisconocome vengono percepiti dagli altri e come questi fattori influenzano il comportamento, sia a livello individuale che sociale. È un ponte tra psicologia, sociologia ed etologia.

Ecco i punti principali:




1. Status come posizione in una gerarchia sociale


In psicologia sociale, lo status indica la posizione di una persona all’interno di una struttura gerarchica (gruppo, organizzazione, comunità).
Questa posizione influenza:

  • quanto la persona ha voce nelle decisioni;

  • quanto è ascoltata e rispettata;

  • quanta influenza esercita sugli altri.

Lo status può essere:

  • ascritto (es. provenienza familiare, età);

  • acquisito (successi, competenze, ruolo lavorativo).





2. Status e autostima


Lo status influenza anche la percezione di sé.

  • Alto status → maggiore fiducia, senso di efficacia, comportamento assertivo.

  • Basso status → incertezza, ansia sociale, tendenza alla sottomissione o alla compiacenza.

Le ricerche mostrano che lo status non è solo un fatto esterno, ma viene interiorizzato: la persona sente di “valere di più” o “valere di meno”.




3. Status e comportamento


Lo status modifica profondamente come le persone si comportano:

  • Influenza le scelte di comunicazione (tono di voce, linguaggio non verbale).

  • Determina l’allocazione delle risorse nei gruppi.

  • Plasma i comportamenti cooperativi o competitivi.

  • Condiziona l’obbedienza o la disobbedienza.

Molti fenomeni classici della psicologia (conformismo, obbedienza, spirito gregario) possono essere riletti come dinamiche di status.




4. Status e percezione degli altri


A livello cognitivo, lo status funge da euristica:
gli individui tendono ad attribuire automaticamente a chi ha status alto caratteristiche positive (competenza, intelligenza, moralità) e viceversa.

Questo è uno dei motivi per cui:

  • i leader sono percepiti come più competenti anche quando non lo sono;

  • i gruppi tendono a perpetuare le gerarchie esistenti.





5. Status e psicologia evoluzionistica


Dal punto di vista evolutivo, lo status è visto come un meccanismo per:

  • accedere a risorse e partner riproduttivi;

  • ridurre i conflitti interni al gruppo;

  • organizzare ruoli e comportamenti.

La gerarchia di status compare infatti anche negli animali sociali (primati in particolare).




6. Status come costruzione simbolica


Nella psicologia culturale e nella psicologia sociale più contemporanea, lo status è anche un costrutto narrativo:

  • si basa su simboli (titoli, oggetti, linguaggio, stili di vita);

  • cambia tra culture e periodi storici;

  • può essere contestato o ridefinito.

Le persone non si limitano ad “avere” uno status: lo performano e lo negoziano costantemente.




In sintesi


Lo status è cruciale in psicologia perché:

  • struttura i rapporti sociali;

  • influenza identità e autostima;

  • guida il comportamento;

  • distorce la percezione;

  • organizza la cooperazione umana (e animale);

  • è un potente strumento simbolico.

È uno dei concetti più trasversali per capire la vita sociale e la psiche: una chiave di lettura che permette di interpretare dinamiche del lavoro, relazioni, gruppi, ruoli, e persino conflitti interiori.

Statuscopio

Statuscopio: Il software inconscio che calcola lo status sociale proprio e altrui e influenza emozioni e motivazioni

L’essere umano è una creatura sociale la cui sopravvivenza e successo dipendono in larga misura dalla capacità di interagire con gli altri in strutture gerarchiche complesse. Il termine "statuscopio" (coniato da Bruno Cancellieri in ambito psicologico) si riferisce a un ipotetico agente mentale inconscio che monitora costantemente lo  status relativo  della propria persona all’interno di un sistema sociale, influenzando emozioni e comportamenti per ottimizzarlo. Questo concetto aiuta a spiegare fenomeni psicologici e sociali come la competizione, l’ambizione, la vergogna, l’invidia, il rispetto, il desiderio di riconoscimento, ecc.

In sociologia, il termine "status" si riferisce alla posizione o al ruolo che un individuo occupa all'interno di un sistema sociale. Può essere definito in base a vari criteri, come il prestigio, il potere, la ricchezza, l'educazione o il riconoscimento sociale.

Il Funzionamento dello Statuscopio

Lo statuscopio può essere immaginato come un dispositivo che:

  1. Valuta continuamente lo status relativo in vari ambiti (economico, politico, morale, intellettuale, ecc.), confrontando il proprio livello con quello altrui, e, più in generale,  il livello di qualsiasi persona con quello di qualsiasi altra.

  2. Attiva emozioni e motivazioni adattive per preservare o migliorare la propria posizione sociale, generando sentimenti di orgoglio o soddisfazione quando il proprio status è alto, e di vergogna o frustrazione quando si percepisce una perdita di status.

  3. Influenza le strategie comportamentali, come la competizione, l’auto-promozione, l’alleanza con individui di alto status, o il conformismo per evitare l’emarginazione.

Il meccanismo di funzionamento dello statuscopio è probabilmente frutto dell’evoluzione, poiché nei gruppi umani e animali la posizione gerarchica è spesso correlata all’accesso a risorse e opportunità riproduttive.

Evidenze Psicologiche e Sociali

Numerose ricerche in psicologia sociale supportano l’idea di un monitoraggio automatico dello status. Ad esempio:

  • Teoria della gerarchia sociale: Studi dimostrano che le persone tendono ad attribuire valore all’autoaffermazione del proprio status e reagiscono negativamente a minacce percepite alla loro posizione.

  • Neuroscienza sociale: Ricerche con neuroimaging indicano che la corteccia prefrontale e il sistema della ricompensa sono coinvolti nel monitoraggio dello status.

  • Esperimenti sull’autostima: L’autostima può essere interpretata come un sottoprodotto dello statuscopio, agendo come un feedback interno sulla nostra posizione sociale.

Implicazioni Sociali e Comportamentali

Il concetto di statuscopio offre una chiave di lettura per molte dinamiche sociali:

  1. Competizione e cooperazione: Il desiderio di migliorare lo status può incentivare sia la competizione sia la cooperazione strategica.

  2. Polarizzazione politica e morale: L'identificazione con gruppi di alto status (reale o percepito) può spingere le persone a difendere ideologie che rafforzano la loro posizione.

  3. Effetti sulla salute mentale: Uno statuscopio ipersensibile potrebbe contribuire ad ansia sociale, depressione o narcisismo, mentre uno scarsamente attivo potrebbe portare a apatia o mancanza di ambizione.

Autocensura dello statuscopio

In molte culture, la ricerca esplicita dello status è considerata immorale o socialmente inaccettabile, associata a comportamenti come l'arroganza, la vanità o l'opportunismo. Di conseguenza, il desiderio di migliorare il proprio status potrebbe essere soggetto a rimozione, un meccanismo inconscio di difesa che esclude dalla coscienza impulsi o desideri ritenuti inaccettabili. Questa rimozione renderebbe il funzionamento dello statuscopio ancora più inconscio, portando gli individui a perseguire l'elevazione del proprio status senza esserne pienamente consapevoli, manifestando tali impulsi attraverso comportamenti indiretti o razionalizzazioni.

Conclusioni

Lo statuscopio rappresenta un modello utile per comprendere il comportamento umano in relazione alla gerarchia sociale. Sebbene non sia un’entità fisica, le sue funzioni possono essere identificate attraverso studi psicologici e neuroscientifici. Riconoscere l’esistenza di questo agente inconscio può aiutare a gestire meglio le dinamiche sociali e le emozioni legate allo status, promuovendo una maggiore consapevolezza delle nostre motivazioni e reazioni interpersonali.

Competizioni e conflitti palesi e nascosti

(Introduzione al caffè filosofico del 8/9/2022)

Il tema che oggi affrontiamo presenta, a mio avviso, tre problematiche principali.

La prima riguarda la natura della competizione tra esseri umani, e in particolare la sua ragion d’essere, i danni e i benefici che essa produce, e la questione se essa sia evitabile o regolabile.

La seconda riguarda la relazione tra competizione e morale, ovvero se, in quali casi e in quale misura la competizione debba essere considerata immorale.

La terza problematica, che è conseguenza delle prime due, riguarda il fatto che la competizione avviene spesso in modo nascosto, dissimulato o rimosso (in senso psicoanalitico), sia per aumentarne l’efficacia, sia perché non si vuole apparire come immorali né agli occhi altrui, né a quelli propri.

Per “conflitto” intendo l’effetto di una competizione, cioè la messa in campo di forze, armi, strumenti e  risorse, e l’attuazione di tattiche ei strategie da parte di una persona o di un gruppo, allo scopo di prevalere rispetto ad un’altra persona o gruppo per il possesso esclusivo di certe risorse o il raggiungimento di certe posizioni gerarchiche o di prestigio. Direi quindi che un conflitto è una competizione attiva, cioè in azione, e che dietro ogni conflitto c’è una competizione, ovvero l’intenzione di prevalere in uno o più contesti. D’altra parte una competizione che non ha ancora dato luogo a conflitti conclamati può essere definita come conflitto “in potenza”.

Suppongo che la competizione tra esseri umani sia innata, ovvero scritta nel nostro codice genetico, e che corrisponda ad un bisogno o istinto specifico. Infatti mi sembra plausibile che essa abbia un valore in senso evoluzionistico, nel senso che prevalgono e si riproducono più facilmente e con i migliori partner sessuali, gli individui più competitivi, che sono anche quelli più sani, più forti e più intelligenti. Tuttavia anche il bisogno di cooperazione è innato e indispensabile per la conservazione della specie, per cui ci deve essere un equilibrio tra bisogno di cooperazione e bisogno di competizione.

La relazione tra competizione e morale è molto stretta. Infatti l’obiettivo della morale è soprattutto quello di eliminare o ridurre la competizione e i conflitti che ne conseguono. La logica di una morale consiste nel promettere benefici (immediati e/o dopo la morte) in cambio di una rinuncia a competere o a confliggere. Il beneficio immediato più evidente è quello di favorire la cooperazione sociale (di cui abbiamo un assoluto bisogno), ottenere la pace (evitando così  i danni e lo stress dei conflitti) e ottenere l’approvazione e i favori da parte delle autorità (politiche, religose, intellettuali, familiari, comunitarie) a tutti i livelli di aggregazione sociale.

Dobbiamo tuttavia osservare che in molti casi è la stessa morale (religiosa o patriottica) a chiedere all’individuo, o ad imporgli, di partecipare ad un conflitto.

L’effetto della morale sulla competizione, come su altre tendenze umane ritenute immorali, non è tanto quello di ridurre i comportamenti immorali, ma quello di dissimularli. Intendo dire che la mente umana tende a rimuovere nell’inconscio le immoralità del soggetto, e a “giustificarle” cioè a rendere leciti i propri comportamenti secondo logiche accomodanti ed elastiche, e a dare pesi diversi alle immoralità proprie e altrui.

Subito dopo l’essere accettati in una comunità, abbiamo bisogno di conquistare in essa la posizione gerarchica (formale o informale, esplicita o implicita) più alta che ci sia possibile raggiungere in funzione delle nostre risorse e capacità, e di difenderla nella competizione con gli altri.

Tuttavia difficilmente una persona ammette che ha fatto ciò che ha fatto per aumentare il proprio status sociale o per evitare una sua diminuzione, ma questa, come spiega bene Will Storr nel suo libro “The Status Game”, è una delle motivazioni più comuni del comportamento umano in ogni contesto sociale (perfino nei caffè filosofici!).

Per concludere, io penso che dovremmo prendere coscienza del nostro istinto di competizione e accettarlo,  per controllarlo meglio, ovvero per evitare che dia luogo a comportamenti inutili o controproducenti. Negare di essere competitivi e di essere sempre impegnati nel “gioco dello status” costituisce un inganno e un autoinganno che non ci aiuta a mantenere la competizione e i conflitti entro limiti sostenibili per noi stessi e per gli altri.

(Vedi anche Interdipendenza, cooperazione, competizione, violenza, autorità)

 

La Tirannia Silenziosa dello Status: Riconoscere la Vera Motrice della Vita Sociale



Questo articolo è stato scritto da Gemini, a cui ho chiesto di migliorare il mio articolo "Status e nevrosi" (https://blog2.cancellieri.org/status-e-nevrosi/).

Ho fatto la stessa richiesta a ChatGPT, e il risultato è in https://blog2.cancellieri.org/lipocrisia-dello-status-e-la-nevrosi-contemporanea/



Da anni giriamo intorno a una verità rimossa e sfuggente: passiamo la maggior parte del tempo non solo a sopravvivere o a cooperare, ma soprattutto ad affermare, a difendere e ad accrescere il nostro personale status. Lo usiamo come la misura fondamentale del nostro valore, dei nostri ideali e, crucialmente, cerchiamo incessantemente il riconoscimento di tale status da parte degli altri, negoziando la nostra posizione in relazione a quella di ogni altra persona.


Essere accettati in un gruppo significa, in sostanza, l'accettazione, da parte degli altri, dello status che crediamo di possedere e di meritare.







La Natura Multiforme dello Status


Lo status di cui parliamo è una complessa e potente forza sociale. È multiforme e si manifesta in quasi tutti gli ambiti della vita:





  • Intellettuale/Accademico: Riconoscimento delle competenze e della conoscenza.




  • Morale/Etico: Percezione della virtù e dell'integrità.




  • Estetico/Fisico: L'attrattività e la cura di sé.




  • Economico/Materiale: Ricchezza, proprietà e disponibilità di risorse.




  • Politico, Artistico, Sportivo, Scientifico, Tecnico: Successo e influenza nei rispettivi campi.



Esso si basa sulle risorse (materiali e immateriali) che una persona possiede e indica tutto ciò che la rende attraente, rispettabile, ammirevole, competitiva, invidiabile o desiderabile. Che lo si voglia ammettere o no, lo status di una persona ne indica la posizione gerarchica comparata all'interno del proprio ecosistema sociale.







L'Ipocrisia Culturale e la Nevrosi Collettiva


Viviamo in una cultura profondamente ipocrita. A parole, si tende a demonizzare e disprezzare l'amore per lo status e l'ambizione personale, promuovendo invece valori di uguaglianza e disinteresse. Tuttavia, nella pratica, la società lo cerca e lo celebra in modi più o meno mistificati: dagli influencer alle celebrity, dai titoli professionali al lusso ostentato.


Questa sfacciata contraddizione tra il valore dichiarato (l'uguaglianza, l'umiltà) e il valore desiderato (il successo, la superiorità, l'ammirazione) genera una profonda nevrosi collettiva. L'individuo si sente in colpa per desiderare ciò che tutti desiderano, costretto a nascondere le proprie ambizioni per apparire virtuoso.



Il Paradosso della Virtù Negata


Tutti, nessuno escluso, amano consciamente o inconsciamente il proprio status. Ma la maggior parte delle persone nega e rimuove tale amore, credendo che, negandolo, esso si accresca.


Il paradosso è questo: si alimenta l'idea che disprezzando l'amore per lo status (proprio e altrui), il proprio status (visto come virtù morale) magicamente aumenti. La conseguenza di questa mistificazione è un latente disprezzo per sé stessi, un inconscio senso di colpa e l'ansia costante di essere scoperti nella nostra "cattiva" ambizione.







Verso la Guarigione: Onestà e Integrazione


Se vogliamo guarire da questa comune nevrosi, dobbiamo operare un profondo atto di onestà intellettuale e personale.



1. Affermare il Desiderio


Dobbiamo trovare il coraggio di affermare il nostro amore per il nostro status e per quello di coloro che ammiriamo e che scegliamo di imitare. Riconoscere l'ambizione come una forza naturale e un motore di miglioramento è il primo passo per disinnescare la bomba del senso di colpa.



2. Riabilitare la Competizione Etica


È fondamentale riabilitare la competizione in ogni contesto, ma in modo consapevole. La competizione non deve essere vista come negazione dell'altruismo o della cooperazione, ma come il loro regolatore dinamico.





  • Competizione come Miglioramento: Una sana competizione ci spinge a elevare i nostri standard, beneficiando l'intero sistema (dalla ricerca scientifica al mercato).




  • Integrazione con la Cooperazione: La cooperazione definisce le regole del gioco, mentre la competizione ne stabilisce il ritmo. Entrambe sono essenziali per il progresso sociale.



3. L'Equilibrio con le Motivazioni Intrinsiche


Infine, dobbiamo bilanciare la ricerca di status con l'onesta valutazione di sé e l'integrazione di altre motivazioni umane:





  • Valutazione Realistica: Dobbiamo realisticamente valutare il nostro status, senza sopravvalutare né sottovalutare le proprie capacità e i propri limiti rispetto a quelli degli altri.




  • Oltre la Gerarchia: Riconoscere che non tutte le azioni sono motivate dallo status. Amore, altruismo, creatività, gioia e ricerca di significato intrinseco sono forze reali che esistono accanto e a volte in contrasto con la spinta gerarchica. L'obiettivo è integrarle: usare l'energia della ricerca di status per perseguire fini che portano anche gioia, significato e contributo autentico.



Accettare la nostra natura ambiziosa, senza nasconderla o distorcerla in ipocrisia, è la chiave per trasformare l'ansia nevrotica in un'energia costruttiva e misurata.




L’ipocrisia dello status e la nevrosi contemporanea

Questo articolo è stato scritto da ChatGPT, come risultato della mia richiesta di migliorare il mio articolo "Status e nevrosi", che potete leggere in  (https://blog2.cancellieri.org/status-e-nevrosi/).

Ho fatto la stessa richiesta a Gemini, e il risultato è in https://blog2.cancellieri.org/la-tirannia-silenziosa-dello-status-riconoscere-la-vera-motrice-della-vita-sociale/.




Da anni giro intorno a una verità rimossa e sfuggente: che gran parte della nostra vita psicologica e sociale ruota attorno allo status, cioè alla misura, percepita e riconosciuta, del nostro valore rispetto agli altri.

Dedichiamo energie immense ad affermare e difendere il nostro status, a farlo crescere, a confrontarlo con quello altrui, a ottenere conferme che ci rassicurino sull’immagine che abbiamo di noi stessi.

Essere accettati dagli altri significa, quasi sempre, ottenere l’accettazione dello status che crediamo di avere e di meritare.

1. Lo status come realtà multiforme e inevitabile


Lo status non è solo economico. È intellettuale, morale, estetico, politico, artistico, tecnico, sportivo, scientifico.
È fatto di risorse materiali e immateriali: competenze, gusto, stile, reputazione, ricchezza, salute, conoscenze, carisma, virtù percepite, posizioni raggiunte.

In ogni ambito della vita — professionale, affettivo, sociale — lo status determina:

  • quanto risultiamo attraenti, rispettabili, desiderabili;

  • quanto siamo ascoltati o ignorati;

  • quanto siamo considerati pari, inferiori, superiori.

Che lo si voglia o no, lo status crea una mappa gerarchica della società, in cui ciascuno si colloca rispetto a tutti gli altri.

2. Il grande tabù: tutti amano lo status, quasi nessuno lo ammette


Viviamo in una cultura ipocrita. A parole demonizziamo la ricerca di status — è vista come vanità, superficialità, arroganza — mentre nei fatti la celebriamo in forme più o meno mascherate.

Lo facciamo quando:

  • esibiamo modestia solo per apparire più “puri” degli altri;

  • critichiamo chi mostra il proprio successo, sperando che ciò elevi il nostro status morale;

  • celebriamo l’autenticità e l’umiltà come nuove forme di superiorità etica.

È un teatro sociale in cui ciò che condanniamo apertamente è proprio ciò che perseguiamo segretamente.

3. La rimozione come causa della nevrosi


Questa contraddizione ci rende nevrotici. Non è la ricerca di status in sé ad essere patologica — è la sua negazione pubblica unita alla sua pratica privata.

Rimuovere il desiderio di status produce:

  • senso di colpa (“non dovrei volerlo”);

  • autosvalutazione (“perché mi importa così tanto?”);

  • ipersensibilità al giudizio altrui;

  • ansia continua (“e se si accorgono delle mie ambizioni?”);

  • spirale di autoinganno (“io non cerco riconoscimento”, detto mentre lo si cerca disperatamente).

E si genera un paradosso velenoso: la convinzione che disprezzando l’amore per lo status il proprio status aumenti, come se l’apparire “disinteressati” fosse una virtù superiore.

Il risultato è un mix di narcisismo e misantropia, spesso entrambi inconsapevoli.

4. Da dove nasce l’avversione dichiarata allo status?


Le radici di questo tabù sono profonde:

  • Tradizione cristiana: l’umiltà come virtù e la superbia come peccato.

  • Ideologia egalitaria moderna: tutti uguali, quindi nessuno “vale più”.

  • Moralismo democratico: la gerarchia deve essere invisibile, anche quando è ovunque.

  • Desiderio mimetico (Girard): bramiamo ciò che gli altri bramano, ma non possiamo ammetterlo senza scoprire la nostra vulnerabilità.

  • Ansia contemporanea di autenticità: si deve apparire spontanei, mai calcolatori.

Tutto ciò crea una cultura in cui la ricerca di status è onnipresente ma non dicibile.

5. Status e competizione: una riabilitazione necessaria


Per guarire da questa nevrosi collettiva non basta “ammettere” l’importanza dello status.
Serve anche una riabilitazione della competizione, spesso demonizzata senza comprenderne la funzione.

Non parlo di competizione brutale e distruttiva, ma di:

  • misurazione realistica delle proprie capacità;

  • confronto trasparente con gli altri;

  • valorizzazione delle eccellenze;

  • accettazione dei propri limiti;

  • cooperazione basata sul riconoscimento reciproco dei diversi livelli di competenza.

La competizione non è l’opposto della cooperazione: è la sua regolatrice naturale.

Dove tutto è “uguale per definizione”, la cooperazione si degrada; dove le differenze sono riconosciute, la cooperazione fiorisce.

6. Verso una riconciliazione con lo status


Guarire dalla nevrosi dello status significa:

a) riconoscere il desiderio di status come parte dell’umano


Non è un difetto morale: è un bisogno evolutivo, sociale, strutturale.

b) distinguere tra status sano e status compulsivo



  • Lo status sano nasce da competenze, contributi, capacità reali.

  • Lo status compulsivo nasce dal vuoto, dalla paura, dal confronto ossessivo.

c) accettare la propria posizione relativa senza euforia né disperazione


Una valutazione realistica di sé è un sollievo, non una condanna.

d) smascherare la nostra stessa ipocrisia


Senza colpa, senza vergogna, senza retorica moralistica.

e) riconoscere che lo status è un bene simbolico che tutti scambiamo


Non c’è relazione umana che non implichi un qualche scambio di status.

7. Conclusione: un nuovo coraggio sociale


Tutti, nessuno escluso, amano il proprio status — consciamente o inconsciamente. Ma la maggior parte nega di farlo, come se l’ammissione stessa fosse una forma di caduta morale.

Ecco il paradosso finale: disprezzando pubblicamente l’amore per lo status, molti cercano di elevarsi sopra gli altri in nome di una virtù apparente.

Questa contraddizione genera un diffuso disprezzo latente verso se stessi, un senso di colpa sotterraneo e l’ansia sociale che permea ogni gesto quotidiano.

Liberarsene non significa rinunciare allo status, ma riconciliarsi con esso. Significa uscire dall’ipocrisia collettiva e assumersi la responsabilità del proprio desiderio di valore, di riconoscimento e di differenza.

Non è un passo facile. Ma è l’unico che può restituirci un rapporto non nevrotico con noi stessi e con gli altri.