Attendi mentre estraggo gli articoli...


Riflessioni di Bruno Cancellieri su

Valenza sociale

31 articoli tratti dal blog "Il mondo visto da me"

Indice delle monografie | Indice degli articoli per anno

Valori e valutazioni

Non esistono valori, ma valutazioni.

Atti ed effetti

Che effetto avrà ciò che sto facendo nel modo in cui gli altri mi trattano?

Influenza della reputazione

Nel giudicare la verità e il valore di un discorso siamo normalmente influenzati dalla reputazione dell'oratore e dell'autore.

Placebo comportamentali

Fai questo e ti sentirai meglio. A volte funziona, specialmente se la cosa viene fatta insieme ad altri e acquista in tal modo una valenza sociale.

Gesti, rituali e valenza sociale

Ogni azione umana, ogni gesto può essere visto (dal soggetto e dagli altri) come atto rituale carico di significati e di una certa valenza sociale.

Sulle valutazioni sociali

Io ti valuto, tu mi valuti, io mi valuto, tu ti valuti, tutti valutano gli altri e se stessi. Secondo quali cognizioni? Quali sentimenti? Quali motivazioni? Quali logiche?

Sulla misura inconscia della valenza sociale delle nostre azioni

Quando facciamo qualcosa, qualsiasi cosa, c’è un congegno inconscio che misura la valenza sociale di quell’attività e genera emozioni più o meno piacevoli o spiacevoli sulla base di tale misura.

Importanza dell'approvazione e dell'ammirazione

Io sono felice quando gli altri mi dimostrano approvazione e ammirazione, infelice quando gli altri mi ignorano o mi dimostrano disapprovazione o disprezzo. Credo che questa disposizione d'animo sia comune alla maggior parte degli esseri umani. È così anche per voi?

Come ci vedono gli altri

Le nostre scelte, le nostre preferenze, le nostre espressioni, i nostri comportamenti, ci qualificano agli occhi degli altri in quanto rivelano un certo grado di affinità o di differenza rispetto a loro che può suscitare un certo grado di simpatia o antipatia, attrazione o repulsione.

Fare cose di un certo tipo

Quando facciamo una cosa di un certo tipo, ci qualifichiamo come appartenenti alla categoria di persone che fanno quel tipo di cose, con tutti gli attributi socialmente pregevoli e spregevoli del caso. Per questo siamo indotti consciamente o inconsciamente a fare o a non fare cose di un certo tipo.

La grande preoccupazione

A differenza degli altri animali, l’uomo si preoccupa di come gli altri lo valutano (intellettualmente, moralmente, esteticamente, politicamente, economicamente ecc.). Questa preoccupazione è costante e impegna l’uomo anche quando è solo. Essa influenza quasi tutti i suoi pensieri e le sue emozioni.

Status e valenza sociale

Siccome ogni umano desidera elevare o difendere il proprio status, ovvero la propria valenza sociale, in quanto filosofo io mi dedico allo studio dello status e della valenza sociale, dopo aver compreso che si tratta della stessa cosa con connotazioni emotive la prima negativa, la seconda positiva. Ma si tratta della stessa cosa.

L'inevitabile esposizione al giudizio altrui

Quando ci chiediamo se ci conviene fare o non fare una certa cosa non dobbiamo pensare solo al risultato pratico immediato dell'eventuale azione, ma anche al modo in cui essa potrà essere considerata dagli altri. Perché possiamo essere giudicati e valutati per tutto ciò che facciamo, oltre che per ciò che non vogliamo o non sappiamo fare.

Valenza sociale di ciò che facciamo

Ciò che stiamo facendo o che ci accingiamo a fare ha una valenza sociale, ovvero potrà essere usato con vantaggio o svantaggio nelle future interazioni sociali, oppure potrebbe convenire nasconderlo in quanto potrebbe non essere gradito agli altri. Chiediamoci dunque, quando ci accingiamo a fare qualcosa, quale sia la sua valenza sociale in relazione a vari tipi o gruppi di persone e scegliamo di conseguenza cosa ci conviene fare e cosa non fare.

Valenza sociale delle proprie risposte cognitive ed emotive

La qualità e quantità delle nostre risposte cognitive ed emotive a certe percezioni ci qualificano e ci espongono al giudizio altrui. Questo fatto può avere conseguenze gravi quando le nostre risposte cognitive ed emotive contrastano con quelle della maggior parte delle persone che ci circondano. Il contrasto può avere diversi esiti, tra i quali l’emarginazione, l’autoisolamento, la rinuncia a opinioni e gusti propri, la perdita di autenticità, la vergogna di se stessi, il credersi anomali o malati, l’ipocrisia ecc.

Valenze motive

Ogni azione, gesto, comportamento di un essere vivente serve a soddisfare direttamente o indirettamente certe sue necessità, certi suoi bisogni o certi suoi desideri.

Sarebbe dunque utile conoscere le necessità, i bisogni e i desideri che motivano le azioni, i gesti e i comportamenti degli esseri viventi che ci interessano.

Col termine "valenza vitale" io intendo il "valore funzionale" di un atto (azione, gesto o comportamento), cioè, le necessità, i bisogni e i desideri che quell'atto mira a soddisfare.

Sulla valutazione sociale inconscia del proprio comportamento

Quando stiamo per comportarci (o ci stiamo comportando) in un certo modo, un processo mentale inconscio determina se quel comportamento (1) influirà positivamente o negativamente sull’accettazione della nostra persona da parte della comunità a cui apparteniamo, e (2) se confermerà la nostra appartenenza a tale comunità o costituirà un tentativo di migrazione ad una comunità diversa, e quindi un tradimento della comunità a cui apparteniamo attualmente.

Tale processo produrrà un’emozione di sconforto o di conforto, di paura o di incoraggiamento, di attrazione o repulsione, di gioia o di sofferenza, a seconda dei risultati della valutazione di quel comportamento secondo i criteri sopra descritti.

Sulla valenza sociale di ciò che facciamo da soli

Ciò che facciamo quando siamo soli e nessuno ci guarda ci può essere più o meno utile quando poi incontriamo qualcuno. Infatti quando siamo soli possiamo fare esperienze, o realizzare cose, che poi possiamo condividere vantaggiosamente con altri, o che è opportuno mantenere segrete. In altre parole, l'esperienza che facciamao quando siamo soli può avere una valenza sociale positiva o negativa più o meno grande. Resta il fatto che quanti più segreti abbiamo, tanto più difficile e stressante è nasconderli, e che quante più cose e ricordi possiamo condividere con altri, tanto più facili e gradevoli sono le nostre interazioni sociali.


Valenza sociale delle nostre azioni

Tutto ciò che facciamo ha una valenza sociale più o meno grande (positiva, negativa o nulla), ovvero contribuisce più o meno a stabilire e/o mantenere relazioni sociali soddisfacenti per tutte le parti coinvolte. Quanto minore è la valenza sociale auto-percepita delle nostre azioni, tanto maggiore la nostra angoscia di esclusione sociale. Chiediamoci dunque spesso: qual è la valenza sociale delle mie azioni? E quella delle azioni altrui? Queste domande possono essere utili per modificare il nostro comportamento nel senso di una maggiore valenza sociale.

Leggi altri articoli in cui si parla di valenza sociale.

Valenza sociale della riproduzione di forme

Oggi mi sono trovato vicino ad un cantiere edile da cui provenivano rumori causati da alcuni operai intenti a demolire qualcosa. All'inizio i rumori erano disordinati e non attiravano la mia attenzione, poi dal disordine è emersa casualmente una certa regolarità, un certo ordine, un certo pattern ripetitivo, come se a produrlo e a ripeterlo fosse uno strumento musicale a percussione che esegue un certo ritmo composto.

Quell'ordine ha suscitato in me il desiderio di accompagnarlo, di seguirlo, di danzare al suo ritmo, di copiarlo col mio corpo, di unirmi a coloro che lo producevano.

Per un essere umano la manifestazione di un ordine è attraente ed aggregante. La società è basata sull'attrazione esercitata sugli individui da forme riconoscibili producibili e riproducibili da altri esseri umani.

Dittatura della mediocrità

Ho l'impressione che la società attuale non premi la saggezza, la conoscenza, l'onestà, la diligenza, il coraggio, ma piuttosto la ricchezza, la bellezza, il potere, il lusso, la competitività, il successo, la conformità alle mode e alle tradizioni. Se è così, nessuno è incentivato a diventare più saggio, più colto, più onesto, più diligente, più coscienzioso, più coraggioso, più intelligente, più originale.

Inoltre mi sembra che i mass media, il commercio, la politica, la cultura, per avere il massimo successo di pubblico, l'audience più vasta, tendano ad elogiare la mediocrità in quanto qualità prevalente nelle masse, ed in tal modo la incentivano, in un circolo vizioso.

Ho la sensazione che siamo entrati definitivamente nell'era della dittatura della mediocrità e della ruffianeria, grazie soprattutto alla televisione commerciale e a Internet, che danno ampio spazio a contenuti-spazzatura che vengono poi condivisi in tempo reale.

Biovalenza

Biovalenza = combinazione di valenze vitali: fisiologica, sociale, estetica, politica, cognitiva, liberatoria, interattiva.

Valenza è un tipo di informazione che indica una proprietà ovvero una qualità o capacità di una entità psichica (processo, azione, oggetto, informazione, persona ecc.) rispetto alla soddisfazione di uno o più bisogni.

La Valenza X di una entità psichica indica il grado di soddisfazione o frustrazione che essa comporta rispetto alla classe di bisogni X.

Nella mappa cognitivo-emotiva di una persona sono registrate tutte le sue entità psichiche con le loro forme per il riconoscimento percettivo, e le valenze associate.


Il pericolo del libero studio della natura umana

Per ogni ipotesi di azione un meccanismo inconscio ne calcola la valenza sociale, cioè il vantaggio o lo svantaggio che deriverebbe dall'azione considerata, in termini di posizione nell'ambito della comunità di appartenenza. Se il risultato del calcolo è positivo, si produce un'emozione positiva (attrazione, piacere, euforia, amore ecc.) che motiverà la persona ad eseguire l'azione, altrimenti un'emozione negativa (repulsione, ansia, paura, depressione, odio ecc.) che la motiverà ad astenersene.

Anche lo studiare la natura umana e il discuterne ha una valenza sociale rispetto ai valori della comunità di appartenenza. Infatti le norme comunitarie possono stabilire (in modo formale o informale) chi è autorizzato a studiare la natura umana, e quali direzioni di tale studio sono lecite o illecite. Ignorare o sfidare tali prescrizioni può mettere a rischio l'appartenenza alla comunità.
Il crimine di eresia, punibile con la morte o la scomunica (cioè l'allontanamento dalla comunità) non esiste solo nelle religioni ma, informalmente, in qualunque comunità, e riguarda la concezione della natura umana, dell'etica, della giustizia, dell'estetica e della comunità stessa.



Strategie di partecipazione

Perché la gente fa quello che fa? Che senso ha ciò che fa? Perché sorride quando sorride ed è triste quando è triste?

La mia risposta è che, nella maggior parte dei casi, la gente cerca di fare cose che affermino o confermino la propria rispettabile appartenenza ad una certa comunità, gruppo o categoria sociale, perché ciò risponde ad un bisogno fondamentale radicato nella psiche di ogni essere umano, che si può chiamare "bisogno di appartenenza e integrazione sociale", o "bisogno di partecipazione".

La gente è contenta nella misura in cui riesce a soddisfare tale bisogno, scontenta e/o disturbata mentalmente quando non vi riesce per molto tempo.

In funzione del bisogno di partecipazione, ogni cosa, ogni possibile azione può essere, e normalmente è, qualificata come più o meno "socialmente corretta", ovvero come dotata di una "valenza sociale" più o meno grande.

Le persone stesse possono essere, e normalmente sono, qualificate come più o meno socialmente corrette, in funzione della correttezza sociale delle loro azioni e preferenze.

I criteri di qualificazione della correttezza sociale dipendono dai paradigmi di interazione e partecipazione caratteristici della comunità di appartenenza, interiorizzati nelle persone sin dalla loro nascita attraverso l'educazione e le esperienze sociali.

Tornando alle domande iniziali, la risposta potrebbe essere formulata come segue: la gente fa quello che fa perché quella è la sua strategia di partecipazione sociale, ovvero il modo in cui, in un dato momento, in una data situazione, ha scelto di partecipare alla società, non avendone trovato uno migliore, tra quelli che conosce, adatto alle proprie capacità e alla propria personalità.

Perché scegliamo ciò che scegliamo e facciamo ciò che facciamo? Il bisogno di partecipazione

Perché scegliamo ciò che scegliamo e facciamo ciò che facciamo? Credo che questa sia la domanda fondamentale a cui la psicologia cerca di rispondere. O, meglio, credo che il compito principale della psicologia sia di rispondere a tale domanda.

La mia risposta è che scegliamo ciò che scegliamo e facciamo ciò che facciamo per cercare di soddisfare i nostri bisogni, tra i quali il più importante è quello di partecipazione alla vita sociale, che possiamo chiamare semplicemente bisogno di partecipazione.

Partecipare alla vita sociale significa interagire simbolicamente con altri esseri umani, secondo uno o più paradigmi di interazione determinati dalle particolari culture in cui la propria mente si è formata.

Possiamo chiamare evento sociale un'occasione di interazione umana, ovvero di partecipazione, previsto da un paradigma di interazione e caratterizzato da certe regole, ovvero forme, norme, valori, scopi e ruoli.

La partecipazione ad un certo evento sociale richiede una specifica competenza ovvero conoscenza delle regole, certi prerequisiti e certe risorse, tra cui informazioni condivisibili.

Ne consegue che per poter partecipare ad un evento sociale può essere necessaria una fase di preparazione in cui ci si esercita anche da soli, attraverso i media, a praticare le regole dell'interazione, e si raccolgono informazioni e si fanno esperienze spendibili durante l'interazione stessa.

Ciò significa che certe letture, certe attività possono essere più o meno spendibili ovvero narrabili al fine della partecipazione ad un evento sociale, per cui possiamo introdurre il concetto di "valenza sociale" per indicare quanto una certa cosa sia da ritenersi utile o vantaggiosa ai fini della partecipazione sociale in un certo gruppo a cui si desidera appartenere.

Il conflitto tra bisogno di appartenenza e bisogno di libertà

Mentre mi accingo a scrivere questa riflessione, sento che dentro di me si combattono due forze opposte. L’una mi spinge ad integrarmi nella società così com’è e quindi a comportarmi in modo da essere accettato dagli altri, l’altra, che considera la società opprimente e malata, mi spinge a sottrarmi alle restrizioni imposte dalla società stessa, e a fare qualcosa per migliorarla correggendone errori e difetti, e quindi a comportarmi in modo diverso dalla norma o in contrasto con essa.

Il conflitto tra queste due forze mi ha provocato in passato e continua a provocarmi stress, inquietudine, insoddisfazione, frustrazione e sofferenza, ed un comportamento spesso incostante, incoerente, inibito e inconcludente. Esso influenza anche la scrittura di questo documento, il quale può avere una valenza sociale integrante o disintegrante, a seconda delle considerazioni e valutazioni di tipo etico-politico che da esso emergono, e, in particolare, del grado di critica sociale che il documento esprime e dell’accettazione di cui è oggetto da parte della società.

Mentre scrivo, qualcosa nel mio inconscio si chiede se quello che sto scrivendo mi avvicina o allontana dagli altri; se la risposta è “mi allontana dagli altri” allora tendo a sentirmi triste e depresso e la mia voglia di scrivere viene inibita così come la mia creatività. Al tempo stesso, qualcos’altro nel mio inconscio si chiede se quello che sto scrivendo è conformista/conservatore oppure anticonformista/progressista; se la risposta è “conformista/conservatore” anche in questo caso mi sento triste e depresso e la mia voglia di scrivere e la mia creatività vengono inibite.

Io credo che tra le due forze, quella che mi spinge verso l’integrazione sociale sia radicata negli strati più profondi dell’inconscio mentre la forza che mi spinge verso l’anticonformismo progressista sia radicata negli strati più coscienti della mente, cioè nell’io. E direi che nell’evoluzione umana la spinta all’integrazione sociale sia filogeneticamente più antica e quella al progresso, più recente.

La struttura delle interazioni umane. Strutturalismo interazionale. Interazioni strutturate.

L'interazione tra due esseri umani può essere più o meno strutturata, cioè più o meno conforme a dei codici formali, i quali possono essere più o meno condivisi o convenuti implicitamente o esplicitamente. Le particolari strutture adottate (per lo più inconsciamente) in un'interazione forniscono il significato dei segnali e dei simboli che vengono emessi e percepiti durante l'interazione stessa, e stabiliscono i relativi limiti, libertà, obblighi, divieti, aspettative e conseguenze previste.

Ogni forma, norma, valore culturale costituisce un fattore potenzialmente strutturante delle interazioni umane. Le strutture interazionali includono i linguaggi, le religioni, le tradizioni, le mode, le leggi, i canoni etici ed estetici ecc.

Ogni individuo apprende una o più strutture interazionali sin dai primi giorni di vita, grazie alle interazioni con i propri genitori e con tutte le altre persone con cui si trova ad interagire.

Imparare ad interagire significa imparare strutture interazionali, che sono diverse da cultura a cultura e dipendono dalle particolari persone con cui l'individuo interagisce, ognuna delle quali, interagendo con lui, gli trasmette implicitamente (con l'esempio pratico) o esplicitamente (con l'insegnamento formale) le strutture interazionali da lei, a sua volta, apprese.

Una struttura interazionale può essere negoziata o adottata spontaneamente, unilateralmente, per lo più inconsciamente.

Il comportamento umano "pubblico", anche quello che non comporta un'interazione diretta con altri, ha una valenza sociale in quanto è "spendibile" socialmente e caratterizza socialmente chi lo esercita, e, come tale, è socialmente strutturato.

Un essere umano, avendo assolutamente bisogno degli altri per sopravvivere,  non è mai mentalmente solo perché anche nella solitudine la sua mente si prepara ai prossimi incontri o scontri con gli altri. Tutto egli fa per gli altri, con loro, per servirsi di loro o difendersi da loro. Prepararsi alle prossime interazioni col prossimo significa mettere a punto le proprie strategie sociali, le quali sono basate su particolari strutture interazionali. Si tratta, cioè, di scegliere le strutture interazionali ottimali e applicarle nel modo ottimale per ottenere i massimi vantaggi e i minimi svantaggi sociali.

Valore assoluto e relativo di una persona, pragmatismo dei bisogni e valenze pragmatiche

Il valore di un essere umano è assoluto nel senso che tutti gli esseri umani hanno gli stessi diritti, sanciti dalla dichiarazione dell'ONU del 10/12/1948. Tuttavia possiamo, e dovremmo, parlare di un valore individuale relativo, diverso a seconda delle persone particolari a cui si riferisce e degli obiettivi delle relazioni stesse.

E' ciò che io chiamo valore pragmatico, o valenza, ovvero il valore relativo ai fatti concreti di cui una persona può essere soggetto e/o oggetto. Considerato che la soddisfazione dei bisogni umani è, secondo me, la misura di ogni valore umano, ho definito i seguenti concetti.

La valenza individuale di una persona A relativamente a una persona B consiste nella disponibilità e capacità di A di soddisfare i bisogni (desideri, pulsioni, motivazioni, interessi, aspirazioni ecc.) di B.

La valenza sociale di una "cosa" (oggetto, proprietà, rito, procedimento, tipo di comportamento, conoscenza, opinione ecc.) relativamente ad una comunità, corrisponde al credito di accettazione che esso conferisce ad una persona che possiede o pratica la cosa, riconosciuto dai membri della comunità stessa.

Il credito di accettazione ottenuto da una persona rispetto ad una certa comunità comportandosi in un certo modo è una misura della dignità sociale acquisita dalla persona stessa relativamente all'appartenenza a quella comunità. In altre parole, una persona che, comportandosi in un certo modo, ha acquistato un certo credito di accettazione rispetto ad una certa comunità, può sperare di essere accettato da quella comunità in misura corrispondente al credito stesso.

Il debito di accettazione è un credito di accettazione negativo, corrispondente all'indegnità sociale acquisita dalla persona relativamente all'appartenenza ad una certa comunità. Il debito di accettazione comporta sensi di colpa più o meno consci o inconsci, e può ridursi fino ad estinguersi attraverso comportamenti tali da ottenere crediti di accettazione tali da compensare e superare il debito acquisito.

Il mio autocensore e la valenza sociale di ogni cosa

Qualunque cosa io faccia o pensi di fare (consciamente o inconsciamente), è sottoposta ad un'autocensura da parte di un mio meccanismo inconscio, che io chiamo "autocensore" e che ha il compito di stabilirne la valenza sociale, cioè in quale misura tale cosa contribuisca alla mia integrazione o emarginazione sociale. In altre parole, quanto sia utile o nociva al mio successo sociale.

Questo autocensore (che corrisponde in parte al super-io freudiano) esprime il suo giudizio di approvazione o disapprovazione suscitando in me sentimenti gradevoli e sgradevoli come gioia, autocompiacimento, sollievo, benessere, pienezza, appagamento ecc. oppure sensi di colpa, vergogna, ansia, angoscia, paura, panico ecc. Mediante tali strumenti, come fossero carote e bastoni, mi costringe a comportarmi in modi e forme a cui esso associa la più alta valenza sociale rispetto alla comunità (reale o interiorizzata) da cui la mia vita dipende maggiormente.

Anche mentre scrivo questa mia riflessione, il mio autocensore misura continuamente la valenza sociale di ciò che penso e scrivo, incoraggiandomi o scoraggiandomi a proseguire, mediante l'attivazione di sentimenti positivi o negativi. Infatti, in questo preciso istante provo un sentimento conflittuale. Da una parte mi sento incoraggiato a proseguire nella riflessione e scrittura, nella speranza che ciò che scrivo sarà apprezzato da chi lo legge, come un dono, un aiuto per una migliore conoscenza di sé stessi e degli altri; dall'altra mi sento scoraggiato a farlo, nel timore che un certo numero di persone mi giudicheranno arrogante e presuntuoso per questo mio parlare di cose che la maggior parte delle persone ignorano, di cui non si interessano, e che non riguardano la mia professione. Cose se volessi dimostrare di essere superiore agli altri o di poter fare un mestiere per cui non sono qualificato e di farlo meglio degli specialisti titolati.

Non posso disattivare il mio autocensore senza ricorrere a farmaci, droghe o esercizi di meditazione o autocontrollo specifici. Tuttavia ho la libertà di obbedirgli o disobbedirgli, pur sapendo che, in caso di disobbedienza o ribellione, mi punirà inviandomi sentimenti sgradevoli e/o dolorosi.

Il mio autocensore limita la mia libertà e creatività, ma mi protegge dal rischio di diventare asociale. Sarebbe dunque un errore liberarmene, ammesso che possa riuscirvi. E' un padre-padrone con cui dovrò sempre fare i conti.

Io penso che ogni essere umano abbia un autocensore come l'ho io, ma non tutti ne sono consapevoli.

Struttura e funzionamento della psiche. Valenze emotive e libero arbitrio

Io suppongo che la psiche sia strutturata e funzioni come descritto nel seguito.



La psiche si sviluppa a partire da, e in funzione di, una quantità di bisogni primari (innati) e secondari (sviluppati a seguito delle esperienze). I bisogni primari principali sono quelli di (1) sopravvivenza e salute, (2) appartenenza e integrazione sociale, (3) eros e riproduzione sessuale, (4) libertà e individuazione, (5) potenza e dominio di tutto ciò che può favorire la soddisfazione di qualunque bisogno, (6) protezione e sicurezza contro tutto ciò che può ostacolare la soddisfazione di qualunque bisogno.


La psiche è popolata da una quantità di "oggetti mentali" cioè idee, ricordi, immagini, cognizioni, sensazioni e qualsiasi altra cosa appresa attraverso esperienze e suscettibile di essere riconosciuta o pensata.



La psiche ha la capacità di provare piacere e dolore, più o meno fisici o immateriali, in varie forme e intensità. Il piacere è legato alla soddisfazione dei bisogni (primari o secondari), il dolore alla loro insoddisfazione.




Per evitare il dolore, la psiche tende a rimuovere, cioè disattivare, i bisogni di cui non riesce ad ottenere la soddisfazione,






La psiche include un sistema motivazionale conscio e uno inconscio che determinano pensieri, impulsi, volontà, desideri, interessi ecc. finalizzati alla soddisfazione dei bisogni misurata attraverso la percezione del piacere e del dolore, cioè basati sulla ricerca del piacere e l'evitamento del dolore.



Nella psiche si sviluppano un rete conscia e una inconscia, di connessioni logiche di causalità o appartenenza tra oggetti mentali.



Per effetto di tali reti di connessioni, ad ogni oggetto mentale è associata una serie di cariche (o valenze) emotive più o meno grandi, cioè aspettative di piacere o dolore legate alla soddisfazione o frustrazione di vari bisogni. C'è una valenza emotiva per ogni oggetto mentale e per ogni bisogno, vale a dire:

  • una valenza emotiva sociale, cioè legata all'appartenenza e integrazione sociale

  • una valenza emotiva vitale, cioè legata alla sopravvivenza alla salute

  • una valenza emotiva erotico-sessuale, cioè legata alla soddisfazione erotico-sessuale

  • una valenza emotiva libertaria, cioè legata all'ottenimento e mantenimento della libertà e dell'individuazione

  • una valenza emotiva dominativa, cioè legata all'ottenimento e mantenimento del potere

  • una valenza emotiva protettiva, cioè legata alla protezione contro le avversità


Il comportamento di un individuo è determinato dall'effetto combinato delle valenze emotive dei suoi oggetti mentali, che gli fanno scegliere i pensieri e le azioni che permettono di ottenere il maggiore piacere e il minimo dolore. Il calcolo viene effettuato da meccanismi inconsci e consci simultaneamente. I meccanismi inconsci sono molto più veloci e immediati, di quelli consci, e li influenzano attraverso le anticipazioni di piacere e dolore, che sono essere stesse produttrici di piacere o dolore.





Normalmente, a livello conscio l'individuo decide quello che in realtà è stato già deciso a livello inconscio. Vale a dire che l'io cosciente obbedisce alle direttive dell'inconscio anche se ha l'illusione di esercitare il libero arbitrio, e solo eccezionalmente può porre un veto alle decisioni inconsce.

Vedi anche: Teoria della mappa cognitivo-emotiva, La bellezza, la bruttezza, il bene, il male, Cambiare la propria mappa emotiva.



Riflessioni sul potere

Che l'Uomo sia sempre alla ricerca di maggior potere nelle sue varie forme è sotto gli occhi di tutti. Mi riferisco al potere politico, economico, religioso, a status, abilità, conoscenza, competitività, prestigio, prevalenza, prelazione ecc. in ogni campo dove un aumento è possibile. Ciò non vuol dire che chi cerca di aumentare il suo potere rispetto al prossimo non sia al tempo stesso incline ad aiutarlo, a dedicarsi ad esso e anche a sacrificarsi per esso. Infatti competizione e cooperazione sono normalmente congiunte.

La questione che pongo è perché noi cerchiamo di aumentare il nostro potere ogni volta che possiamo, e se questo comportamento sia da considerare sano o malato, innocuo o pericoloso e se alla lunga esso contribuisca positivamente o negativamente al bene di chi lo esercita e del suo prossimo.

Comincerei col dire che, secondo me, qualsiasi comportamento umano corrisponde ad un bisogno conscio o inconscio, cioè costituisce una strategia o tattica per soddisfare un bisogno o per evitarne la frustrazione. Infatti il piacere (di qualunque forma) deriva dalla soddisfazione di bisogni innati o acquisiti, così come il dolore dalla loro frustrazione.

Detto ciò, è evidente che la ricerca del potere, oltre che a soddisfare un bisogno fine a se stesso, è un mezzo per ottenere la soddisfazione di tanti altri bisogni, come quelli che riguardano direttamente o indirettamente: vita, salute, sicurezza, appartenenza, partecipazione, integrazione sociale, prestigio,  riconoscimento, bellezza, libertà, conoscenza, capacità ecc.

Dato che il potere ha sempre una valenza competitiva, l'aumento di potere di una persona corrisponde ad una diminuzione del potere relativo di tutte le altre; motivo per cui non soltanto ognuno tende ad aumentare il proprio potere rispetto a quello altrui, ma anche ad ostacolare la crescita di quello degli altri.

Ad aggravare la situazione è il fatto che la ricerca di maggior potere è spesso negata e mistificata in quanto considerata egoistica o antisociale, per cui, per non renderci antipatici, tendiamo ad ingannare il prossimo e ad autoingannarci giustificando il nostro comportamento con motivazioni, ovviamente false, diverse dalla ricerca del potere.

Il regno animale e l'evoluzionismo darwiniano sembrano indicare chiaramente che la competizione per il potere (specialmente come precedenza o esclusività nel mangiare e nell'accoppiamento) sia vantaggiosa per la specie, perché facilita la riproduzione degli individui più sani e forti a svantaggio dei più deboli. Non si può escludere che ciò valga anche per la specie umana, anche se nel tempo si sono aggiunti vantaggi evoluzionistici legati alla cooperazione. Possiamo dunque ipotizzare che nell'Uomo convivano dialetticamente istinti naturali di competizione e cooperazione (in proporzione variabile da persona a persona), i quali ci hanno consegnato l'umanità che conosciamo, con i suoi splendori e le sue miserie.

Occorre però osservare che la specie umana, rispetto a quelle degli altri animali, è in grado di controllare i propri istinti, o meglio, ha un apparato istintuale molto più debole. Esso è infatti compensato, e in certi casi sostituito, dall'apparato culturale, che finisce spesso per prevalere nel determinare motivazioni e bisogni acquisiti.

Oggi la specie umana, a seguito del progresso scientifico e tecnologico, dispone di mezzi estremamente potenti nel bene e nel male, ed è potenzialmente capace di estinguersi per mezzo di guerre con armi nucleari, inquinamento e a causa del riscaldamento planetario. Il capitalismo, unito alla facilità di comunicazione e di trasporto, permettono inoltre a pochissime persone di arricchirsi rapidamente e in modo sproporzionato rispetto al resto della popolazione e di dominare la parte più povera mediante la leve economiche e finanziarie di cui dispongono.

E' arrivato dunque il momento di porre un freno alla ricerca di potere, specialmente quello economico, ma questo può essere fatto solo se tale bisogno viene demistificato e riconosciuto in ogni essere umano,  non solo nei potenti. Dopodiché sarà possibile negoziare forme di governo tali da consentire una più equa distribuzione del potere tra tutti gli abitanti del pianeta.

Demonizzare il bisogno di potere è controproducente. Esso è naturale e va rispettato in tutti, anche se è ormai diventato indispensabile limitarne la soddisfazione.