Il conformismo inconsapevole è ciò che più accomuna le persone.
È bello essere serviti, ci fa sentire ben integrati nella società.
Forse ognuno, inconsciamente, cerca una comunità che riconosca il proprio status.
Per comprendere oggettivamente una comunità o una persona bisogna guardarle dall'esterno.
Ogni espressione culturale caratterizza una certa comunità di idee e di gusti, e la distingue dalle altre.
Affinché una comunità si mantenga integra, è necessario che i suoi membri condividano le stesse regole morali.
Il narcisista non ha il senso della comunità, ovvero non si sente parte di un insieme che può anche fare a meno di lui.
Ci sono persone che credono in certe cose perché se non ci credessero perderebbero la stima dei membri della propria comunità.
Il senso di colpa è la paura inconscia di essere esclusi dalla propria comunità interiore a causa di un comportamento non rispettoso delle sue regole.
Ci sono comunità di stupidi che stanno bene insieme perché, non sapendo di essere tutti stupidi, non si criticano reciprocamente per la loro stupidità.
La musica unisce, e questo è commovente, ma quando finisce tornano le divisioni e incomprensioni di prima. Unione, quella musicale, effimera e illusoria.
Dio è il rappresentante e nume tutelare della comunità. Se fossi l'ultimo umano rimasto sulla terra, non rimarrebbe nemmeno Dio perché sarebbe divenuto inutile.
Ogni umano è motivato ad appartenere a cose di valore e a possedere cose di valore, secondo i valori tipici delle comunità a cui appartiene o a cui vorrebbe appartenere.
Credere che la propria famiglia, la propria comunità, la propria nazione siano migliori delle altre è l'errore più comune e più stupido in cui incorrono gli esseri umani.
Qualunque cosa facciamo dovrebbe essere compatibile con la nostra comunità interiore e con quelle reali di cui siamo membri. Altrimenti potremmo avere fastidiosi sensi di colpa.
La libertà di esprimere opinioni diverse da quelle della maggioranza senza essere puniti per questo, è un lusso che l'uomo ha conosciuto solo da pochi anni, e non in tutto il pianeta.
Chi non fa parte di una certa comunità può permettersi di vederla senza pregiudizi né obblighi di fedeltà, e di criticarla in modi che i suoi membri troverebbero arroganti e offensivi.
Siamo talmente dipendenti dagli altri che siamo disposti a credere in cose assurde e ad avere sentimenti e desideri assurdi se ciò è indispensabile per essere accettati da almeno una comunità.
Per fare parte di un sistema sociale, cioè di un gruppo di umani cooperanti, occorre condividerne in misura sufficiente il linguaggio, le forme, le norme e i valori (in senso cognitivo, etico ed estetico).
Quello che le tragedie greche insegnavano al popolo non erano solo particolari prescrizioni morali, ma il principio generale per cui un individuo non è libero di non rispettare le leggi della propria comunità.
Partecipare ai riti ed eseguire i rituali tipici di una certa comunità serve a confermare e dimostrare la propria appartenenza ad essa e la necessaria obbedienza alle sue norme, implicite nelle sue tradizioni civili e religiose.
Una comunità è un insieme di persone interagenti che condividono un insieme di idee su ciò che è vero/falso, buono/cattivo, bello/brutto, obbligato/vietato/libero ecc. Tali idee condivise caratterizzano e differenziano le comunità.
Ciò che unisce le persone non sono solo le cose che esse comunemente pensano e fanno, ma anche quelle cose che non pensano e non fanno in quanto disprezzate, ignorate o proibite dai loro costumi, ovvero dalle loro norme etiche ed estetiche.
I conflitti tra persone o tra gruppi sono conflitti tra diverse idee di comunità: ognuna delle parti in conflitto vorrebbe imporre alle altre la propria idea di comunità, con i suoi principi, le sue forme, i suoi valori, e le sue gerarchie.
Molte persone si lamentano del governo del proprio paese ma sono incapaci di proporre alternative e, ancor meno, di organizzarsi per cambiare qualcosa; lamentarsi insieme non risolve i problemi politici, ma fa sentire piacevolmente uniti i lamentosi.
Un oggetto, un gesto o un segno diventa sacro o quasi sacro quando viene scelto dalla comunità come uno dei simboli della sua comunione e solidarietà. Può essere una cosa qualsiasi, non deve avere qualità intrinseche particolari, purché sia riconoscibile.
Le pressioni sociali a cui siamo sottoposti possono indurci a simulare (anche a noi stessi) bisogni non nostri, ma osservati negli altri e ritenuti giusti o necessari dalla comunità di appartenenza. Sono ciò che chiamiamo "bisogni indotti". Chi può dire di non avere bisogni indotti?
L'illusione di far parte integrante e attiva di una comunità sana e forte è fonte di sicurezza e di piacere, e tutto ciò che conferisce tale illusione (cioè la rappresentazione e la celebrazione delle forme e dei rituali della comunità) ha un grande valore per i soggetti interessati.
L'autocelebrazione di una comunità deve avere un costo non trascurabile in attività, rituali, simboli, simulacri, gadget ecc., altrimenti non sarebbe una cosa seria, non avrebbe un valore significativo (come tutto ciò che è gratuito), e quindi non funzionerebbe come fattore psicologico di coesione sociale.
Le manifestazioni pubbliche dei negazionisti del Covid in tutto il mondo, anche nei paesi più sviluppati e democratici, sono una evidente dimostrazione del fatto che gli idioti non sono rari e isolati, ma si aggregano in macroscopiche comunità di loro simili, comunità che rafforzano e rendono irrimediabile la propria idiozia.
Il piacere conferito da un oggetto può essere dovuto non tanto alle sue caratteristiche peculiari, ma alla sua valenza sociale, cioè al fatto che il soggetto si sente parte di una comunità che apprezza quel tipo di oggetto. E' infatti difficile distinguere il piacere emanato da un oggetto dal piacere di condividere con altre persone l'apprezzamento dell'oggetto stesso.
Definirei il sacro come tutto ciò che viene considerato un fattore assoluto di coesione sociale. In tal senso il sacro è superiore ad ogni individuo, e non può essere relativizzato, né analizzato, né messo in discussione, né manipolato. Il sacro esige rispetto assoluto e incondizionato, come una divinità da cui dipende la sopravvivenza della comunità e perciò degli stessi individui.
Il sacrificio (piccolo o grande che sia) è un elemento essenziale della celebrazione del sacro, ovvero della conferma dell'appartenenza ad una comunità umana.
Il sacrificio comporta necessariamente un disagio, una rinuncia, una violenza, una frustrazione, una sofferenza perché serve a dimostrare che l'attaccamento alla comunità è più forte della sofferenza provocata dal sacrificio stesso.
Per i credenti in una religione, mitologia o narrazione non importa se ciò in cui credono sia vero, ma che ciò in cui credono costituisca un legame comunitario. Quando gli antichi sacrificavano animali sugli altari, non penso che tutti credessero che quei sacrifici servissero realmente a propiziare gli dei, e probabilmente molti non credevano nemmeno agli stessi dei. Ma non mancavano di sacrificare i loro animali come dimostrazione di appartenenza alla loro comunità.
Ogni essere umano desidera essere accettato e amato dagli "altri". Ma chi sono gli altri? Gli altri sono diversi per ciascuno di noi, e sono molto diversi tra loro (e rispetto a noi) per carattere, temperamento, capacità cognitive, emotive e fisiche, interessi economici e culturali, orientamenti morali ecc. Di conseguenza non possiamo essere accettati e amati che da poche persone, le quali possono essere disperse nel mondo e lontane da noi. Potremmo non incontrarle mai.
L'umanità: dov'è il confine tra "noi" e "loro"?
Ogni tanto abbiano bisogno di sentirci in pace col mondo e con la società, e per questo abbiamo bisogno di sentirci uguali agli altri e di ricevere conferme che anche gli altri si sentano uguali a noi. Perciò ci piace celebrare rituali di comunione religiosi e civili, sacri e profani, formali e informali, pianificati e spontanei, in forma di feste, cerimonie, raduni, convegni ecc. Sono momenti di illusione collettiva di breve durata, dopo i quali tornano a imperare le differenze, le gerarchie, i privilegi, le esclusioni.
L'uomo, per fare cessare la violenza tra individui ha escogitato la violenza di gruppo verso altri gruppi o verso alcuni individui o animali. Così si è passati dalla violenza interna alla comunità a quella esterna, ovvero contro altre comunità o contro qualche capro espiatorio.
Questo passaggio è avvenuto per iniziativa delle autorità religiose, le quali si sono arrogate il diritto esclusivo di amministrare la violenza, facendone una cosa sacra. Infatti la violenza esercitata in nome di un dio non solo è lecita, ma è doverosa.
Ogni umano "normale" ha bisogno di appartenere (o di credere di appartenere) ad una comunità (reale o ideale) di persone che condividono certe idee e certi rituali (non importa se le idee siano vere o false, realistiche o illusorie).
Le relazioni e le interazioni umane sono infatti regolate da idee e rituali comuni, forme di riferimento senza le quali i quali i rapporti umani sarebbero caotici e violenti.
Dal bisogno di appartenere scaturisce il piacere indotto dalla conferma dell'appartenenza, l'ansia e la paura dell'isolamento sociale, e il dolore dell'esclusione.
Il comportamento di un essere umano ricalca, ovvero imita, certi modelli che costituiscono i ruoli caratteristici di certi tipi di comunità. In altre parole, ogni individuo vive come il personaggio di un dramma di cui interpreta il copione, ovvero come il giocatore di un gioco di società, gioco di cui conosce e rispetta le regole.
Infatti non siamo liberi di essere né di fare ciò che vogliamo, ma il nostro comportamento deve conformarsi a certi modelli condivisi (ovvero "in comune") con altri membri della comunità a cui desideriamo o abbiamo bisogno di appartenere.
La gente parla, parla, parla. A quale scopo? Secondo me lo fa soprattutto per socializzare, per fare comunità, per condividere qualcosa, non importa cosa. Per stare in compagnia, per sfoggiare la propria “normalità”, cioè la propria dignità sociale, e per dimostrare di meritare il proprio status.
A volte la gente parla anche per per scambiare beni e servizi, per cambiare la società e la natura, per fare dei fatti, ma questo genere discorsi è largamente minoritario e a molti dà anche fastidio, specialmente a coloro che non amano i cambiamenti di stato, di gerarchie e di valori.
Le religioni sono tipicamente dogmatiche e normative, nel senso che non permettono ai fedeli di pensare, in materia di religione e di morale, in modo difforme da quello delle autorità religiose, pena la stigmatizzazione di "peccatore".
L'ateismo è invece anti-dogmatico, per cui mentre i credenti sono uniti nella credenza nei dogmi della propria religione, gli atei sono disuniti dalla loro libertà di pensiero e di giudizio morale, libertà che consente una infinita varietà di posizioni.
In tal senso non può esistere una comunità fondata sull'ateismo. Ci deve essere un principio fondante positivo. Una non credenza non è sufficiente.
I gruppi umani si costituiscono sulla reale o presunta condivisione di certe cognizioni, certi sentimenti e certe motivazioni, ovvero su una comune etica ed estetica.
Una volta costituito, il gruppo tende a rifiutare coloro che non condividono sufficientemente le cognizioni, i sentimenti e le motivazioni (ovvero l'etica e l'estetica) caratteristiche del gruppo stesso. In altre parole, il gruppo tende a rifiutare coloro che lo criticano.
Questa dinamica, unita al bisogno di appartenenza ad una comunità, è causa sia di conformismo, sia di nomadismo culturale.
Per nomadismo culturale intendo la tendenza a migrare da un gruppo ad un altro più soddisfacente.
In certe personalità prevale il conformismo, in altre il nomadismo culturale.
Ogni umano ha bisogno di essere incluso nella "propria" comunità. Quando non è per lui chiaro quale questa sia, i suoi confini, i modelli e le norme di pensiero e di comportamento di essa cui essa richiede il rispetto, l'uomo è in ansia, e cerca chiarimenti in tal senso.
Una volta ottenuti tali chiarimenti, ed essersi adeguato ai requisiti della propria comunità, l’uomo teme tutto ciò che non è "normale" rispetto ad essi.
Costumi, linguaggi, valori estranei rispetto a tali modelli sono per lui inquietanti, repellenti, in quanto costituiscono una confusione, una minaccia, un pericolo per la propria inclusione sociale.
Infatti, una volta apprese con fatica e rinunce le norme di inclusione della propria comunità, l'individuo teme che qualcuno cerchi di cambiarle, causando automaticamente la propria esclusione.
L'uomo ha continuamente, geneticamente, bisogno di confermare la sua appartenenza ad una comunità, a causa dell'interdipendenza della nostra specie.
Affinché la conferma di appartenenza si concretizzi, è necessario che l'individuo imiti o riproduca ripetutamente di fronte agli altri le forme caratteristiche della comunità stessa, cioè quelle che permettono di riconoscerla e la distinguono dalle altre.
Per tale motivo l'uomo tende a fare le stesse cose che fanno gli altri membri della comunità a cui sente di appartenere, (modulate secondo ruoli predefiniti) indipendentemente dalla utilità pratica e razionalità dei gesti sociali imitati e riprodotti.
L'appartenenza ad una comunità è infatti, per l'inconscio, una cosa "sacra", e il sacro non si discute né si analizza razionalmente, altrimenti lo si dissacra. Al sacro si obbedisce ciecamente, nel sacro di ha fede, il sacro si può e si deve solo amare e temere.
I rituali sono procedure di nessuna utilità pratica ma di notevole utilità psicologica e sociale. Servono infatti a dichiarare qualcosa a qualcuno, ad una comunità, ad una divinità o a qualche demone inconscio. Ciò che viene dichiarato è un sentimento di appartenenza un impegno, come ad esempio un'alleanza, o un pentimento.
Il rituale deve comportare un costo o un sacrificio, per dimostrare che la dichiarazione è più importante e vale più del costo del rituale stesso.
Regalare qualcosa di inutile, come ad esempio un mazzo di fiori che dureranno solo qualche giorno, è un rituale, a patto che i fiori abbiamo avuto un costo non indifferente per acquistarli o per coglierli.
Similmente, un brindisi non può essere fatto con l'acqua perché questa non costa nulla. Più è costoso il liquido con cui si brinda, più vale il rituale del brindisi.
È questo uno dei motivi per cui si spende tanto per celebrare i matrimoni o per costruire templi, non solo per sfoggiare ricchezza o potere.
Io suppongo che ogni espressione rituale tipica di una certa comunità (come, ad esempio, lo scambio di auguri in occasione delle festività principali) significhi affermare o confermare l’appartenenza (a quella comunità) sia di colui che recita la formula rituale, sia di coloro a cui essa è rivolta.
In altre parole, attraverso la celebrazione del rito, i partecipanti affermano o confermano la loro appartenenza alla comunità di cui quel rito è una norma, sottintendendo un legame affettivo, di fratellanza, di uguaglianza, di solidarietà, con gli altri membri della stessa.
Tale legame può essere più o meno reale o simulato, conscio o inconscio.
La non partecipazione di una persona ad un certo rito può essere pertanto intesa come un’estraniazione, un dichiararsi fuori, stranieri, rispetto alla comunità che lo celebra. Ciò spiega la permanenza di certi riti nel tempo, anche quando il loro significato originale è andato perduto.
Se abbiamo trattato ingiustamente una persona possiamo di conseguenza sentirci in colpa. Tuttavia è possibile che il nostro senso di colpa non sia diretto verso la persona vittima della nostra ingiustizia, ma verso la comunità a cui entrambi (noi e la vittima) apparteniamo, perché temiamo di essere espulsi o emarginati da tale comunità a causa della nostra colpa.
In altre parole, suppongo che, a livello inconscio, il senso di colpa non si applichi alle relazioni bilaterali tra individui, ma a quella tra un individuo e la comunità a cui appartiene.
Infatti, se commettiamo una ingiustizia verso uno "straniero" probabilmente non ci sentiamo in colpa, o ci sentiamo in colpa molto meno che nel caso in cui la vittima sia un membro della nostra comunità.
In conclusione, suppongo che il senso di colpa sia un meccanismo biologico che serve soltanto ad assicurare la coesione sociale, ovvero l'appartenenza di ognuno di noi ad una comunità, a causa della nostra interdipendenza. Il senso di colpa esprimerebbe soltanto la paura di essere espulsi dalla comunità e non il timore di rovinare una relazione a due.
I riti sociali (formali e informali, espliciti e impliciti, consci e inconsci) servono a confermare l'appartenenza dei suoi partecipanti all'umanità e ad una certa comunità, caratterizzata da certe forme, norme, valori e credenze.
Nel rito la forma prevale sul contenuto, che è normalmente simbolico ma può essere anche assente o insignificante o scelto a caso. Lo scopo del rito consiste solo nella sua rinnovata rappresentazione da parte dei partecipanti, che in tal modo dichiarano apertamente la loro appartenenza alla relativa comunità e ricevono le dichiarazioni altrui. In tal senso il rito consiste in uno scambio di dichiarazioni implicite di appartenenza.
L'uomo ha bisogno dei riti come mezzi per soddisfare il suo bisogno di appartenenza, la quale può essere confermata solo attraverso interazioni costruttive o partecipando a riti comuni. Tuttavia i riti tradizionali vengono sempre più abbandonati in quanto irrazionali o incomprensibili e non vengono sostituiti da nuovi riti più adatti alla mentalità attuale. Ciò è anche dovuto all'aumentata libertà individuale che rende le comunità meno definite e meno costrittive.
Noi umani non siamo liberi perché siamo interdipendenti e abbiamo bisogno di appartenere a qualche comunità.
Per far parte di una comunità bisogna pensare, sentire e comportarsi secondo le sue regole, ovvero rispettare i suoi obblighi e suoi divieti. In altre parole, occorre adottare i valori (cioè la logica, l'etica e l'estetica) della comunità stessa.
Nel migliore dei casi siamo liberi di cambiare comunità di appartenenza, cioè di scegliere a quale comunità "dedicarci", ovvero i modi e le forme in cui rinunciare alla libertà stessa, a chi regalarla.
La libertà da qualsiasi vincolo sociale è molto rischiosa ed ha costi altissimi in quanto ci isola, e l'isolamento sociale è frustrante, doloroso e mortale. Perciò una tale libertà non è sostenibile e si può "sopportare" solo per poco tempo.
Una diffusa causa di infelicità è la difficoltà di trovare una comunità adatta al proprio temperamento, al proprio carattere, alle proprie capacità, alle proprie conoscenze e a propri gusti.
Viceversa, chi ha trovato una comunità adatta a sé non sente il peso dei vincoli da essa imposti (i quali possono perfino essere fonti di piacere) e si illude di essere libero.
L'aggettivo «comune» è di fondamentale importanza nei rapporti interpersonali. Da esso derivano concetti come «condividere» (che significa avere in comune), «comunità», «comunione», «comune» inteso come istituione politica, «comunanza» (cioè affinità, somiglianza) ecc.
Davanti ad un verbo, l'aggettivo «comune» conferisce un senso di socialità, simultaneità, familiarità, uguaglianza, somiglianza, parità, unità, unione ecc.
- comune appartnere
- comune possedere
- comune fare
- comune volere
- comune sapere
- comune stare
- comune pensare
- comune sentire
- comune abitare
- comune usare
- comune parlare
- comune preferire
- comune temere
- comune desiderare
- comune adorare
- comune obbedire
- comune odiare
- comune amare
Sono tutte forme di condivisione, indispensabili per certe cooperazioni.
Per sempificare, possiamo distinguere due modalità relative all'essere in comune: avere (o essere) in comune vs. mettere in comune. La prima modalità è statica in quanto implica una situazione, la seconda dinamica in quanto implica un'azione.
A mio parere, il conformismo (cioè la tendenza ad imitare gli altri, a conformarsi a modelli di comportamento condivisi e a muoversi in gruppi) è un’abilità innata, emersa nel corso dell’evoluzione della specie umana per i suoi grandi vantaggi adattivi.
Il conformismo non ha uno scopo razionale, ma è fine a se stesso, in quanto fattore di coesione sociale; serve infatti solo a garantire la coesione sociale della comunità e l’interazione tra i suoi membri. Perciò può assumere le forme più diverse da cultura a cultura, più o meno sensate, e cambiare tali forme nel tempo al fine di indurre le persone a confermare periodicamente la loro appartenenza alla comunità. Infatti, attraverso l’espressione della conformità alle forme, alle norme e ai valori della comunità, si può stabilire chi vi appartenga e chi no.
In quanto innato, il conformismo è per lo più inconscio e costituisce un bisogno dalla cui soddisfazione o frustrazione dipendono gran parte delle nostre gioie e sofferenze.
Per quanto sopra, il conformismo merita comprensione e rispetto, ma va criticato quando assume forme disadattive per l’interesse della società e degli individui più creativi. Infatti, le persone più conformiste sono spesso ostili verso quelle meno conformiste, poiché le considerano una minaccia per la coesione sociale.
Ciononostante, il progresso delle civiltà, cioè l'evoluzione delle culture, è dovuto, a mio avviso, all’azione delle persone meno conformiste.
“Anche se dobbiamo pagare un prezzo per disattivare le nostre facoltà razionali, i vantaggi di una maggiore coesione sociale sono spesso così grandi che nella storia dell’umanità storie inventate normalmente prevalgono sulla verità. Gli studiosi lo hanno saputo per migliaia di anni, ed è per questo che essi hanno dovuto scegliere se servire la verità o l’armonia sociale. Dovrebbero mirare a unire le persone facendo in modo che ognuno creda alla stessa falsità, o dovrebbero far conoscere la verità al prezzo della discordia? Socrate scelse la verità e fu condannato a morte. Le più potenti istituzioni sociali della storia (clero cristiano, mandarini confuciani, ideologi comunisti ecc.) hanno fatto prevalere l’unione sulla verità. Per questo erano così potenti.”
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Even if we need to pay some price for deactivating our rational faculties, the advantages of increased social cohesion are often so big that fictional stories routinely triumph over the truth in human history. Scholars have known this for thousands of years, which is why scholars often had to decide whether they served the truth or social harmony. Should they aim to unite people by making sure everyone believes in the same fiction, or should they let people know the truth even at the price of disunity? Socrates chose the truth and was executed. The most powerful scholarly establishments in history — whether of Christian priests, Confucian mandarins or Communist ideologues — placed unity above truth. That’s why they were so powerful. [Yuval Noah Harari]
Source: https://www.nytimes.com/2019/05/24/opinion/why-fiction-trumps-truth.html
Tutte le religioni hanno in comune il seguente meccanismo fondamentale.
Un individuo (o più di uno) che gode della fiducia della comunità racconta che esiste (senza alcun dubbio) una (o più di una) divinità onnipotente che può influire nella vita di ogni essere vivente rendendola più o meno felice o infelice e più o meno mortale o immortale in funzione del suo comportamento, dei suoi pensieri e della sua volontà.
Per capire come bisogna comportarsi per avere il favore della divinità, ci sono degli appositi racconti (le "rivelazioni") trasmessi oralmente e/o per iscritto. Questi, però, non sono di facile comprensione e non è facile applicare ciò che tali racconti dicono, alla vita di tutti i giorni e ai singoli casi. Necessitano perciò di interpretazioni, esegesi, spiegazioni, ponderazioni, analisi, approfondimenti ecc. Queste attività costituiscono la professione di una certa categoria di persone che, a seconda della cultura di appartenenza, vengono chiamati sacerdoti, santoni, sciamani, profeti, preti, guru, teologi, guide spirituali ecc. Si tratta di persone che affermano di essere intermediari tra gli esseri umani e la (o le) divinità.
Il successo (cioè la genesi e la sopravvivenza) di una religione dipende dalla "fede" dei "fedeli". Questa consiste essenzialmente nella "fiducia" che la maggioranza dei membri di una comunità ha nei confronti dei sedicenti "intermediari". Tale "fede" può essere spontanea (come quella dei bambini nei confronti degli adulti) oppure coercitiva. Infatti, chi non "crede" può essere, nel migliore dei casi, escluso dalla comunità dei fedeli; nei casi peggiori disprezzato, molestato, emarginato, perseguitato, esiliato, torturato o ucciso in quanto nemico della comunità.
Nell'inconscio c'è qualcosa che "calcola" continuamente il nostro status sociale, ovvero la nostra posizione e il nostro grado di integrazione e accettazione nella comunità. In altre parole, viene calcolato il rischio di essere espulsi o emarginati da essa a causa di comportamenti "colpevoli" ovvero "immorali".
È ciò che Freud chiamava il "super-io". Si tratta di un automatismo inconscio e involontario (quindi un "algoritmo" a tutti gli effetti), la cui funzione evoluzionistica è quella di assicurare il mantenimento di ogni essere umano all'interno di una comunità, dal momento che non potrebbe sopravvivere altrimenti.
La "comunità" a cui il super-io fa riferimento non è qualcosa di oggettivo, ma un costrutto mentale basato sulle relazioni sociali passate e presenti in cui il soggetto è stato e/o è coinvolto.
Il funzionamento del super-io può essere più o meno sano o malato rispetto alla sua funzione. Possiamo infatti dire che è malato quando i suoi calcoli non corrispondono alla realtà, ovvero quando il rischio di emarginazione reale è molto più basso o molto più alto di quello calcolato, per cui si possono avere, nel primo caso, sensi di colpa ingiustificati e immotivati e, nel secondo caso, assenza di sensi di colpa quando sarebbero necessari o utili per una convivenza pacifica e per la stessa sopravvivenza.
Ogni senso di colpa ingiustificato, oltre a provocare sofferenza e inibizioni, può essere causa di disturbi psicosomatici. Perciò andrebbe preso in seria considerazione.
Per quanto sopra, lo scopo di una psicoterapia dovrebbe essere quello di verificare la validità dei "calcoli" dei rischi di emarginazione sociale fatti dal super-io del paziente. In caso di discrepanze importanti, la terapia dovrebbe rieducare il super-io del paziente a "calcolare" in modo più realistico.
In ogni momento, inconsciamente o consciamente. ognuno classifica ogni altro come amico, nemico o "cosa" (da sfruttare o ignorare), e interpreta le classificazioni degli altri nei suoi confronti secondo le tre categorie suddette. Tali classificazioni sono normalmente variabili e spesso indecise, imprecise, contraddittorie, censurate e mistificate, dando luogo a difficoltà di interazione, comprensione e motivazione, errori di valutazione, frustrazioni, isolamento, vittimismo, sensi di colpa, nevrosi, psicosi, ecc. Infatti, una persona può, agli occhi di un'altra, essere considerata contemporaneamente o successivamente amica, nemica o "cosa".
La censura e la mistificazione (sia verso se stessi che verso gli altri) consistono, per esempio, nel credere o cercare di far credere all'altro (consciamente o inconsciamente) che siamo suoi amici mentre invece stiamo solo cercando di sfruttarlo o di evitarlo. Infatti il terzo legame, che potremmo definire come "reificazione utilitaristica" è normalmente censurato e autocensurato e perciò rimosso.
Questa riflessione mi è stata ispirata dal concetto di "doppio legame" (double bind) teorizzato da Gregory Bateson, ed è, in un certo senso, un'estensione di tale concetto.
Io suppongo che nelle società primitive (o "fredde", come definite da Claude Lévy-Strauss) non esisteva né doppio né triplo legame in quanto un essere umano era considerato da una altro come amico se membro della stessa comunità, altrimenti come nemico e/o cosa da sfruttare, e la classificazione era normalmente invariabile. Per questo, suppongo che le società primitive fossero generalmente immuni da nevrosi o psicosi, che secondo me sono il prezzo da pagare alla creatività, all'evoluzione intellettuale e alla libertà dell'odierno homo sapiens, condizioni che permettono l'individuazione, ovvero la differenziazione dell'individuo, laddove nelle società primitive l'individuo esisteva solo come e in quanto membro di una comunità.
La cooperazione tra umani si basa sull'avere bisogni, desideri e obiettivi simili, caratteristiche (fisiche e/o psichiche) simili, risorse materiali e immateriali simili, e sulla comune fede o fiducia in (e rispetto di) certi comuni ideali e valori. Questi ultimi sono solitamente rappresentati da personaggi carismatici reali o immaginari.
Gli umani, infatti, collaborano soltanto intorno a cose che hanno in comune, per quelle cose e grazie a quelle cose, che chiameremo nel seguito “comunanze”. Chiameremo invece “singolarità” le cose compatibili, e “contrasti” le cose incompatibili, che due persone hanno l’una rispetto all’altra.
Mentre le comunanze favoriscono e promuovono la cooperazione, i contrasti la inibiscono e favoriscono e/o promuovono la competizione e la reciproca distruzione o esclusione.
Le singolarità, invece, finché restano tali, sono neutre per quanto riguarda la cooperazione, la competizione e l'aggressione tra gli interessati. D'altra parte le singolarità sono utili, anzi, indispensabili ai cambiamenti sociali, i quali infatti iniziano con delle singolarità che col passar del tempo diventano comunanze.
Una comunanza tra due persone può costituire al tempo stesso una singolarità o un contrasto rispetto ad una terza persona o a un altro gruppo di persone. Infatti succede spesso che vi siano contrasti tra due gruppi, dovuti al fatto che le persone che li compongono hanno una comune ostilità o avversione verso l'altro gruppo.
Le comunanze tra due persone possono essere più o meno sane, costruttive ed ecologicamente e socialmente sostenibili.
A tal proposito, per la salute del pianeta, per la convivenza pacifica, per il progresso civile e per migliorare i rapporti interpersonali, la filosofia e la psicologia dovrebbero studiare e descrivere le comunanze "buone" e quelle "cattive" (nel senso sopra indicato), le singolarità, e i contrasti che gli esseri umani hanno avuto prevalentemente nel corso della storia, hanno nell'epoca attuale e potrebbero avere in futuro.
Ciò aiuterebbe ognuno a riflettere sulle proprie comunanze, le proprie singolarità e i propri contrasti rispetto agli altri, facilitando i cambiamenti opportuni o necessari in tali ambiti.
Da un punto di vista fisico, il mondo in cui viviamo è lo stesso per tutti, per cui possiamo dire che esso sia fisicamente condiviso. Purtroppo, però, esso non è necessariamente condiviso da un punto di vista psicologico, cioè per quanto riguarda il modo in cui il mondo viene percepito, conosciuto, compreso e apprezzato dai vari individui.
Infatti, quando parliamo di “visione del mondo” dobbiamo riconoscere che ognuno ha la sua, la quale è più o meno diversa da quelle altrui.
Tra i vari “aspetti” di una visione del mondo vi è l’idea di come debba essere una comunità ottimale, vale a dire quali dovrebbero essere i suoi principi, le sue forme, i suoi valori, e le sue gerarchie.
La coesistenza di una condivisione fisica del mondo con una non condivisione psicologica dello stesso è un fatto problematico, nel senso che genera non poche sofferenze ad ogni individuo, e innumerevoli conflitti di cui sono piene la storia dell’umanità o ogni storia personale.
A tal proposito dobbiamo prima di tutto osservare che per la maggioranza degli esseri umani il mondo “è” come ciascuno lo vede, e non come lo vedono gli altri, se lo vedono diversamente. In altre parole, per quasi tutti, ogni visione del mondo alternativa alla propria è falsa, irreale, incompleta o inutilmente più complicata.
Il motivo di tale opinione è che se un individuo A ritenesse che la visione del mondo da parte di B fosse più vera della propria, A si sentirebbe indegno di appartenere ad una comunità di persone sane di mente. Sarebbe per A una situazione catastrofica, talmente dolorosa che non potrebbe avere che due esiti: il primo, che è di gran lunga il più comune, sarebbe quello di rimuovere tale ipotesi a priori, cioè di non prenderla in considerazione. La seconda sarebbe quella di adottare la visione del mondo di B, cioè di fare di B il proprio maestro di vita.
Nella maggioranza dei casi, dunque, ogni individuo tende a non prendere in considerazione, e quindi a non rispettare, ogni visione del mondo alternativa alla propria, e di conseguenza a non rispettare come sapienti coloro che ne sono portatori.
Questa è mio avviso una delle principali tragedie dell’umanità.
L'ansia (che è forse il disagio mentale oggi più diffuso) potrebbe essere causata da un senso di colpa verso la comunità, cioè dalla supposizione inconscia di non aver compiuto abbastanza i propri doveri verso di essa, e di meritare perciò di esserne espulsi o emarginati.
Se ciò fosse vero, la terapia potrebbe consistere nello stabilire quale sia la comunità di riferimento, quali i doveri e quali le colpe, ovvero i doveri non assolti, i debiti non pagati, gli impegni non mantenuti.
Oppure (seconda ipotesi) l'ansia potrebbe essere causata dalla paura che i membri della comunità scoprano che il soggetto non si sente legato alla comunità stessa, non si sente parte di essa, ovvero è emotivamente estraneo e indifferente o perfino ostile ad essa. Nel caso tale estraneità o ostilità venisse scoperta, il soggetto sarebbe automaticamente espulso dalla comunità.
Mentre nella prima ipotesi il problema è risolvibile compiendo i dovuti doveri e ottenendo così il perdono da parte degli altri membri della comunità, nella seconda ipotesi il problema potrebbe essere irrisolvibile e irreparabile, specialmente dal punto di vista dell'inconscio.
Potremmo definire la seconda ipotesi la "sindrome della spia" dato che, nel caso la verità venisse scoperta, il soggetto diventerebbe automaticamente, inesorabilmente e notoriamente, un pubblico nemico della comunità.
Quanto sono realistici i rischi e i pericoli nelle due ipotesi? Direi molto poco, perché gli altri probabilmente non si curano del soggetto, dei suoi doveri, o delle sue eventuali finzioni, o se ne curano molto meno di quanto il soggetto creda. D'altra parte gli altri potrebbero avere gli stessi problemi del soggetto, o anche di più gravi.
In ogni caso, va detto che oggi viviamo in una società in cui il senso di comunità si viene sempre più perdendo, e con esso i problemi di fedeltà comunitaria. In altre parole, non c'è ormai quasi più nulla a cui essere fedele. La faccenda ha quindi un lato negativo e uno positivo. Resta il fatto che l'uomo ha un bisogno genetico di appartenenza a una o più comunità (a causa della nostra interdipendenza), e la frustrazione di tale bisogno ha probabilmente conseguenze patologiche.
Sia come sia, ciò che conta è essere rispettati e possibilmente benvoluti dalle persone che incontreremo, indipendentemente dalle comunità di riferimento. A tal fine la prima regola è quella di non criticare i nostri interlocutori, né direttamente, né indirettamente, ovvero di nascondere le nostre critiche nel modo più sicuro.
In questo ci verrà in aiuto l'autocensura inconscia, che ci spingerà in ogni momento a chiederci se ciò che stiamo facendo o che ci accingiamo a fare è socialmente rischioso, ovvero con quante probabilità attirerà su di noi antipatie o ostilità da parte delle persone della cui benevolenza abbiamo bisogno.
Per concludere, una semplice regola per evitare i sensi di colpa, sarebbe quella di non fare, per quanto possibile e opportuno, cose che non possano essere raccontate pubblicamente senza imbarazzo.
Cosa unisce le persone? Ma, prima di tutto, che significa essere uniti? Quando due persone possono essere considerate unite? Quali sono i requisiti di una unione? Perché le persone si uniscono (quando si uniscono) e si dividono (quando si dividono)?
Direi che due persone sono unite quando fanno parte della stessa cosa, ovvero di una cosa che li unisce. Può trattarsi di una unione puramente formale (come il modo di vestirsi, di parlare, di arredare le case, o la celebrazione di riti comuni) oppure di strumentale, come degli obiettivi o scopi comuni, ovvero l'agire contro un comune nemico o a favore di interessi comuni.
Il motivo principale per cui le persone si uniscono è la loro incapacità di sopravvivere senza una cooperazione. Ne consegue che, quanto maggiore è per una persona il rischio di non riuscire a sopravvivere, o di essere ridotti in schiavitù, tanto maggiore è la sua motivazione ad unirsi, ovvero a cooperare, con altre persone.
Cosa può minacciare la sopravvivenza di una persona? L'isolamento e/o un nemico che vorrebbe eliminarci o ridurci in schiavitù. Ma perché qualcuno dovrebbe cercare di eliminarmi o di ridurmi in schiavitù? Credo che la risposta sia da ricercare nel concetto di competizione, che può essere attuale o preventiva.
La competizione si ha quando due o più persone si contendo risorse insufficienti per la sopravvivenza di tutti, per cui qualcuno deve volontariamente o involontariamente rinunciare alle risorse contese.
La proprietà privata, e la gerarchia che ad essa corrisponde, consiste nel riservarsi dei beni in previsione di un bisogno futuro o di una futura competizione per il loro ottenimento. Siccome l'uomo è un animale che vive non solo nel presente ma anche nel futuro, per lui è importante competere non solo per le risorse di cui ha bisogno nel presente, ma anche per quello di cui prevede di avere bisogno in futuro.
Una competizione di tutti con tutti è non solo poco efficace, ma anche causa di caos e di indeterminazione di chi riesce a vincere la competizione stessa. Da sempre l'uomo, infatti, ha cercato alleati che potessero aiutarlo a vincere. E' così che si formano le polarizzazioni, ovvero i raggruppamenti di persone ognuno in competizione con gli altri.
Prendiamo ad esempio tre persone di forze simili e immaginiamo che si contendano risorse sufficienti solo per due persone. E' naturale che due di loro si alleino per assicurarsi le risorse a danno del terzo.
Come avviene la scelta dell'alleato? Credo che essa sia molto semplice: si cerca di capire quale dei due contendenti sia sufficientemente forte per assicurare che l'alleanza con esso sia vincente, e sufficientemente interessato ad allearsi con il soggetto. In pratica penso che avvenga che il più forte dei tre sceglie come alleato il più forte tra i due rimanenti, il quale accetta di buon grado l'offerta di alleanza in quanto conveniente anche per lui.
Quando è, invece, che si ha un'unione, o alleanza, non contro qualcuno, ma a favore di qualcosa o qualcuno? Sicuramente si ha nella cura della prole, in cui i genitori si alleano per il bene dei figli, ma purtroppo mi riesce difficile individuare altri casi di unione a favore di qualcosa che non siano direttamente o indirettamente legati ad una competizione.
(Introduzione al caffè filosofico del 3/11/2022 sul tema «Individuo e comunità - libertà, dominio e appartenenza»)
Un essere umano non può fare a meno degli altri. In altre parole, noi umani siamo tutti interdipendenti, nel senso che per soddisfare i nostri bisogni abbiamo bisogno della cooperazione di un certo numero di altri. Coloro che riescono a sopravvivere in un perfetto isolamento sociale costituiscono rare eccezioni, e comunque, il loro isolamento può essere da essi tollerato solo dopo un lungo periodo passato a contatto con altri umani.
Una comunità consiste in un insieme di relazioni tra esseri umani accomunati da una certa lingua e da certe regole di convivenza, grazie alle quali è possibile la cooperazione indispensabile per la loro sopravvivenza e la soddisfazione dei loro bisogni.
Appartenere ad una comunità implica dunque sia il possesso della comune lingua, sia il rispetto delle regole di convivenza che caratterizzano la comunità stessa. Vale a dire che coloro che appartengono ad una comunità non sono liberi di comportarsi in modi che infrangono le regole stesse,o di comunicare usando una lingua incomprensibile per gli interlocutori.
In altre parole, l’appartenenza ad una comunità implica una limitazione della propria libertà, nel senso del rispetto degli obblighi e dei divieti che costituiscono le regole di convivenza della comunità stessa.
Una comunità può essere costituita da comunità più piccole, e un individuo può appartenere a diverse comunità, come uno stato, una famiglia, un'organizzazione, un’azienda, un’associazione, un club, una comitiva, una chiesa ecc.
In certi casi un individuo può scegliere liberamente le comunità a cui desidera appartenere; in altri casi l’appartenenza è involontaria, e in casi estremi, obbligatoria e non modificabile.
Quando le regole di convivenza di una comunità sono troppo stringenti rispetto ai bisogni e ai desideri di un individuo, questo si sente dominato, prevaricato o oppresso da essa. Tuttavia il sentimento di oppressione è soggettivo, nel senso che in una stessa comunità, tale sentimento può essere provato solo da alcuni, e in diversa misura.
L’appartenenza ad una comunità implica un certo status (in termini di poteri e/o di prestigio). Le due cose sono collegate. Infatti, tanto minore è lo status con il quale si appartiene ad una certa comunità, tanto più debole è l’appartenenza e tanto maggiore il rischio di emarginazione e di esclusione dalla comunità stessa. Inoltre, quasi sempre uno status più alto implica una maggiore libertà e un minore senso di oppressione, e viceversa.
Per concludere, credo che faremmo bene ad analizzare criticamente le regole di convivenza delle comunità a cui apparteniamo, a chiederci quanto esse siano compatibili con i nostri bisogni e desideri, quanto siano per noi oppressive, quanto siano produttive o controproducenti in termini di cooperazione, e quanto possano essere migliorate in termini di soddisfazione dei bisogni nostri e altrui. Una volta risposto a tali domande, resta da chiedersi cosa possiamo fare per migliorare la situazione, se migliorabile, e se sia opportuno migrare verso una comunità più adatta a noi.
Io presumo che nella mente di ogni umano, o almeno nella mia, vi sia un agente, prodotto da una rete di cellule nervose, che chiamerei “spirito della comunità”. A mio parere, esso è autonomo rispetto alla coscienza e alla volontà del soggetto, e corrisponde in parte al super-io freudiano, ma è molto più esteso di questo in quanto a funzioni, funzionamento e aree di competenza.
Lo “spirito della comunità” da me prefigurato, che nel seguito per brevità chiamerò COM, rappresenta la comunità ideale a cui l’io cosciente vorrebbe appartenere. COM è un agente nel senso che è attivo, cioè agisce in autonomia. Più precisamente, esso interagisce con l’io cosciente mediante i sentimenti (piacere, dolore, noia, eccitazione, sicurezza, insicurezza, ecc.) che è in grado di generare.
L’interazione tra l’io cosciente e COM consiste in un dialogo immaginario, come se COM fosse una persona che rappresenta l’intera comunità ideale, o l’intera umanità, escluse le persone con cui il soggetto non vorrebbe avere nulla a che fare.
COM reagisce ai messaggi che l’io cosciente gli rivolge in forma di pensieri, dando luogo a sentimenti di approvazione o disapprovazione, senso di dignità o senso di colpa, incoraggiamento o scoraggiamento, sicurezza o insicurezza, piacere o sofferenza, ecc.
COM esige un’interazione molto frequente con l’io cosciente, e se questo lo ignora o lo trascura oltre un certo tempo, attira la sua attenzione generando un sentimento di ansia, angoscia o panico, per placare il quale l’io cosciente è indotto a riprendere le interazini con esso.
COM è un confidente, un consigliere, ma anche un’autorità morale, nel senso che giudica, premia e condanna il soggetto, secondo i principi morali da questo interiorizzati .
Interagendo con COM, l’io cosciente mantiene vive le sue relazioni col prossimo e si prepara e allena ad interagire con persone reali.
Ognuno ha il suo COM personale e soggettivo, che dipende dal proprio temperamento genetico e dalle proprie esperienze. COM può essere più o meno corrispondente o compatibile rispetto all’ambiente sociale in cui il soggetto si trova a vivere, e può essere nei confronti d esso più o meno conflittuale.
COM non può essere ignorato né sottovalutato a lungo dal soggetto perché da esso dipendeono il proprio umore, la propria serenità, il proprio compiacimento, la propria ansia, e può persino provocare attacchi di panico se non viene trattato a dovere dall’io cosciente. Si può infatti dire che COM esige rispetto e fa in modo da ottenerlo con la forza dei sentimenti e delle emozioni che è capace di generare.
Quanto ho scritto su COM non proviene da alcuna teoria psicologica, psichiatrica, neurologica o filosofica, ma è frutto delle mie intuizioni, speculazioni ed esperienze. Ritengo tuttavia che il concetto di “spirito della comunità” sia compatibile con le più diffuse teorie psicologiche, tra cui, in special modo, l'Altro generalizzato di George Herbert Mead.
Segue un disegno che potrebbe essere usato come simbolo dello Spirito della comunità.

A mio parere, ogni essere umano ha un profondo bisogno di appartenere, ovvero di partecipare attivamente, ad almeno una comunità a lui congeniale, non importa quanto grande. Per “partecipare attivamente” intendo essere coinvolti in frequenti interazioni cooperative con altri membri della comunità, secondo le regole, i rituali, i principi e i valori morali e intellettuali della comunità stessa.
Di conseguenza, per ogni essere umano è importante trovare una comunità alternativa, a lui congeniale, se ritiene che quella a cui appartiene per nascita o per altre ragioni non sia a lui congeniale, nel senso che è caratterizzata da regole, rituali, principi e valori morali e intellettuali che egli ritiene sbagliati, inaccettabili o insopportabili, ovvero contrari alla propria indole, alla propria sensibilità, alla propria personalità, ai propri desideri, o ai propri interessi.
In tal caso la persona è pronta a “migrare” in un’altra comunità più congeniale, o a crearne una ad hoc qualora non riuscisse a trovarne una adatta già esistente.
Per creare da zero una nuova comunità è necessario incontrare altre persone interessate a migrare in essa o a partecipare alla sua fondazione, e a tale scopo è necessario descrivere agli eventuali interessati le caratteristiche della comunità che si intende fondare.
In altre parole, la nuova comunità, alternativa a quelle già esistenti, deve essere progettata, e le sue caratteristiche devono essere specificate e descritte verbalmente.
Per fare un esempio, ecco alcune caratteristiche generali di una fantomatica comunità ideale:
- è ispirata ai principi morali contenuti nel documento Regole morali
- è governata, secondo principi democratici, da un consiglio di amministrazione (CDA), che viene eletto dagli aventi diritto al voto e resta in carica per un certo tempo
- il CDA elegge il suo direttore che è, pro-tempore, il capo e il rappresentante della comunità
- la comunità ha una cassa per le spese di gestione e di pubblicità, alimentata dai contributi dei membri come stabilito dal CDA
- il diritto di voto viene concesso ai nuovi membri solo dopo un certo tempo dal loro ingresso nella comunità, e può venire revocato dalla maggioranza del CDA, per un periodo determinato o indeterminato
- possono far parte della comunità solo le persone che si impegnano a rispettare le regole morali della comunità, che dimostrano di averne compreso il significato, e che pagano i contributi dovuti
- ogni richiesta di partecipazione deve essere approvata dal CDA
- il CDA giudica le eventuali trasgressioni delle regole morali e impone le sanzioni appropriate. Chi non accetta le sanzioni viene escluso dalla comunità.
- i membri della comunità devono dedicare periodicamente una certa quantità del loro tempo ad attività di interesse della comunità (discussioni, assemblee, votazioni, ricerche, amministrazione ecc. che possono essere a titolo gratuito o a pagamento, online e/o in presenza)
- l’attività principale della comunità è la ricerca filosofica e psicologica per il continuo miglioramento della comunità stessa, specialmente mediante discussioni di gruppo e la pubblicazione dei risultati delle discussioni stesse
- il numero di membri non può superare un certo numero (da definire, per esempio 150). In caso di superamento, la comunità si divide in due.
- le comunità possono federarsi in una o più federazioni di comunità di base.
- ecc.
Siamo stati abituati a giudicare (razionalmente ed emotivamente) secondo un’etica che io definirei intuitiva e soggettiva, in quanto basata su certe concezioni del bene e del male la cui definizione non è mai stata chiara. Da bambini, infatti, il “male” era ciò che “dispiaceva” ai nostri genitori, che li faceva soffrire. Poi la religione ci ha insegnato che il male era ciò che dispiaceva a Dio e che causava la sua ira funesta. Analogamente abbiamo imparato a conoscere “il bene”.
Possiamo dire che un’etica fondata su ciò che piace o dispiace a qualcun altro (genitori, preti, altri membri della comunità, divinità ecc.) sia di tipo “mimetico”, ovvero ottenuta mediante una “copiatura” o “rispecchiamento” di sentimenti altrui. A tal proposito ritengo plausibile che i neuroni specchio abbiano un ruolo importante nella formazione dei nostri sentimenti morali.
Ora che siamo adulti, dovremmo essere abbastanza dotati di senso critico e di conoscenze (sia scientifiche che umanistiche) per capire che conviene ridefinire il bene e il male su basi più chiare, più oggettive e meno rischiose rispetto alle preferenze emotive dei nostri genitori e delle altre persone “significative” che hanno formato il nostro inconscio (e i relativi automatismi di autocensura).
A tal proposito, come alternativa all'etica “mimetica” io propongo un’etica “sistemica” ovvero basata su una concezione sistemica della vita, delle interazioni sociali e delle dinamiche interne all’individuo, ovvero delle interazioni tra la sua mente e il resto del suo corpo, e tra le parti della mente stessa.
L’idea fondamentale è che ogni essere vivente (o parte di esso) sia un sistema, e che ogni sistema sia un sottosistema di un sistema più grande e sia composto a sua volta da sottosistemi. Presumo inoltre che ogni sistema (o sottosistema) abbia una sua autonomia e un certo grado di libertà, ma che la sua vita e il suo benessere dipendano dalla qualità e quantità delle sue interazioni con le altre parti del sistema a cui appartiene.
Sulla base di tale supposizione, si può dire che il “bene” sia sempre relativo ad un sistema vivente (di un certo livello strutturale), e consista in tutto ciò che favorisce il mantenimento e il funzionamento del sistema stesso, specialmente per quanto riguarda le sue interazioni “vitali” con il resto dell’ambiente da cui la sua vita e il suo benessere dipendono.
L’interdipendenza degli esseri viventi sarebbe dunque la fonte, o matrice, dell’etica. Infatti, se noi umani non avessimo bisogno gli uni degli altri e se non tendessimo a competere gli uni contro gli altri, non ci sarebbe alcun bisogno di un’etica, e non staremmo qui a parlarne. L’etica nasce dunque dai bisogni umani, dalla nostra necessità di cooperazione con altri esseri umani e dalla competizione con essi, oltre che dall’ambiente naturale da cui otteniamo il necessario per la nostra nutrizione e protezione. In altre parole, l'etica serve a "regolare" le interazioni (dirette e indirette) tra individui, che altrimenti sarebbero "sregolate" (ovvero immorali).
Dipendiamo dunque da un ambiente che è sia culturale (cioè sociale) che naturale. L’ecologia è lo studio delle interdipendenze degli esseri viventi e il presupposto intellettuale fondamentale per l’etica, che, in tal senso, non può essere mai assoluta, ma sempre relativa alla sostenibilità ecologica del sistema di cui il "soggetto etico" fa parte.
Se l'ecologia è lo studio delle interdipendenze e interazioni tra esseri viventi, la psicologia dovrebbe essere lo studio delle interdipendenze e interazioni all'interno della mente di un individuo, tra la mente e il mondo esterno e tra la mente e il resto del corpo. Anche queste interazioni sono oggetto di etica in quanto le interazioni esterne di un individuo sono dirette da quelle interne (consce e inconsce).
L’etica sistemica, rispetto a quella mimetica, costituisce una rivoluzione culturale in quanto comporta il passaggio da un’etica basata su comandamenti definiti “a priori” (ovvero prima della nascita dell'individuo) e da lui "copiati", ad una “negoziata” tra le parti interdipendenti, tenendo conto delle risorse disponibili e dei “concorrenti” interessati a goderne. L’etica sistemica è dunque un “contratto sociale” in perenne fase di negoziazione e rinegoziazione, che tiene conto sia della nostra necessità di cooperazione, sia della nostra naturale e istintiva competizione per le risorse naturali e sociali disponibili (in senso quantitativo e qualitativo).
Per quanto riguarda le interazioni interne all'individuo (e come tali oggetto della psicologia), la negoziazione è molto difficile, se non impossibile, dato che non possiamo "vedere" gli agenti mentali in gioco, ma solo intuirli. Tuttavia, possiamo immaginare e ipotizzare ciò che avviene nella nostra mente e nel nostro corpo e decidere in quale misura assecondare o respingere le varie pulsioni e motivazioni di origine interna. Il fine di tale regolazione dovrebbe essere quello della sostenibilità generale, in senso sistemico ed ecologico, della nostra persona e della comunità da cui dipendiamo.