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Riflessioni di Bruno Cancellieri su

Confliggere

243 articoli tratti dal blog "Il mondo visto da me"

Indice delle monografie | Indice degli articoli per anno

Super partes

La saggezza è super partes.

La ragione di chi vince

Chi vince ha sempre ragione.

Sulla faziosità

L'uomo è un animale fazioso.

Sapienze contrastanti

La mia sapienza contro la tua.

Lamenti inutili

Mi lamento dei lamenti inutili.

Conflitti tra coscienze

La mia coscienza contro la tua.

Conflitto di interessi

La vita è un conflitto di interessi.

Dilemma esistenziale

Sono più apprezzato quando parlo o quando taccio?

Antipatie reciproche

Mi sono antipatiche le persone a cui sono antipatico.

Filosofia contro filosofia

Uso la filosofia per difendermi dalla cattiva filosofia.

Domande sociali

Cosa dirò e cosa nasconderò alle persone che incontrerò?

Intolleranza e guerra

Quando l'intolleranza è reciproca, la guerra è inevitabile.

Sul piacere del conflitto

Il piacere della vittoria comporta il piacere del conflitto.

Perché le guerre

Le guerre si fanno per dominare e/o per non essere dominati.

Guerre mondiali

La seconda guerra mondiale è stata una conseguenza della prima.

Farsi amici e nemici

Presentarsi, esporsi o dichiararsi implica farsi amici e nemici.

Bisogni antagonisti

Il bisogno di condividere confligge spesso col bisogno di verità.

Accordo sul disaccordo

Con certe persone siamo d'accordo sul fatto che non siamo d'accordo.

La gioia di sconfiggere un nemico

Chi non ha nemici non può provare la gioia di sconfiggere un nemico.

Conflitti esterni e interni

Un conflitto esterno può acutizzare o alleviare un conflitto interno.

Avversario

Avversario è tutto ciò che mi impedisce di fare e avere ciò che voglio.

Sui fatti

I fatti sono fatti anche se non ci piacciono, anche se ci contraddicono.

Verità e guerra

Chi cerca la verità ottiene la guerra, perché la verità ha tanti nemici.

Conflitto tra volontà del corpo e volontà della coscienza

Spesso le volontà del mio corpo e quelle della mia coscienza confliggono.

Contro di noi

Tutto ciò che facciamo, diciamo e pensiamo può essere usato contro di noi.

Paura di essere contraddetti

Certe persone, quando vengono contraddette, diventano aggressive o depressive.

Conflitti nascosti

La miseria dell'umanità è dovuta a conflitti irrisolti, mistificati, nascosti.

Garanzia di disapprovazione

Qualunque cosa io faccia o non faccia, dica o non dica, qualcuno la disapprova.

Sul pacifismo

Il pacifismo rende la gente vulnerabile e facilmente dominabile dai guerrafondai.

Disprezzo e inimicizia

Se A disprezza qualcosa che B apprezza, A e B sono nemici di fronte a quella cosa.

Problemi, nemici e cervello

Senza problemi da risolvere, senza nemici da combattere, il cervello si atrofizza.

Separati in casa

Io e il mio inconscio non andiamo sempre d'accordo. A volte siamo separati in casa.

Follia e conflitti

La follia potrebbe essere un modo in cui la mente risolve insopportabili conflitti.

Follia tra restrizioni e libertà

La follia può essere causata da (e causa di) un eccesso di restrizione o di libertà.

Filosofia e disaccordo

I filosofi non sono d'accordo su cosa sia la filosofia, sui suoi fini e i suoi metodi.

Sul pacifismo

Se nel 1939 il pacifismo avesse prevalso, oggi in tutto il mondo si parlerebbe tedesco.

Conoscenza e contraddizioni

Più cose si imparano, più grande è la probabilità che tra esse vi siano contraddizioni.

Onesti e incapaci

I disonesti approfittano della incapacità degli onesti di organizzarsi per contrastarli.

Chi può essere spontaneo?

La spontaneità è un lusso che solo chi non ha grandi conflitti interiori può permettersi.

Offesa e aggressione

L'offesa percepita, non l'offesa reale o intenzionale, scatena il comportamento aggressivo.

Irrilevanza e inimicizia

Se fai sentire il tuo interlocutore irrilevante, diventi automaticamente per lui un nemico.

Amici e nemici

Noi dividiamo le persone in buone e cattive, ma in realtà la divisione è tra amici e nemici.

Il prezzo della felicità

Per raggiungere la felicità bisogna rinunciare a qualcosa, e a volte il prezzo è troppo alto.

Le ragioni del disaccordo

Le persone in disaccordo farebbero bene a trovare un accordo sulle ragioni del loro disaccordo.

Parole che generano ostilità

Non dire nulla che il tuo interlocutore non desideri ascoltare, se non vuoi la sua ostilità.

Un'implicazione dell'amicizia

Diventare amico di qualcuno comporta il diventare nemico dei suoi nemici e amico dei suoi amici.

La mente è un campo di battaglia

La mente è un campo di battaglia (con morti e feriti) nella guerra tra motivazioni contrastanti.

Accordo sul disaccordo

Dovremmo cercare di metterci d'accordo almeno sulla definizione di ciò su cui non siamo d'accordo.

Tra gli stolti e i saggi

Tra gli stolti e i saggi c'è un'ostilità permanente, più o meno più o meno dichiarata o dissimulata.

Conversazioni e conflitti

Quando due persone conversano, ci può essere un conflitto per la scelta del tema della conversazione.

A che serve la coscienza?

La coscienza serve a conciliare i diversi bisogni della persona e a organizzare la loro soddisfazione.

Condivisione e conflitto

Gli umani desiderano condividere molte cose, ma confliggono tra loro su cosa, come e quando condividere.

Caos e follia

Comportamenti folli o caotici possono essere atti di ribellione e aggressione contro l’ordine costituito.

Discutere per prevalere

Molte discussioni sono gare a chi la sa più lunga, ovvero a chi è più meritevole di onori e di autorità.

Le guerre dell'uomo

La storia dell'umanità è un susseguirsi di guerre tra sentimenti, tra ragioni, e tra ragioni e sentimenti.

Controllo dei desideri

Ogni umano vorrebbe avere un controllo sui desideri altrui, per assicurarsi che non vadano contro i propri.

Sulla pubblicazione di testi

Pubblicare un testo significa esporsi all'ostilità di tutti coloro che non sono d'accordo con il suo contenuto.

Amici, nemici, e schizofrenia

Quando non riesci a capire se una persona da cui dipendi ti è amica o nemica, cominci a diventare schizofrenico.

Sul riconoscimento della superiorità altrui

Quando il più debole non riconosce la superiorità del più forte, il più forte fa la guerra al più debole, e la vince.

Dio e le guerre

Non ci sarà pace nel mondo finché ci saranno persone che credono di avere certi diritti e privilegi per volontà di Dio.

A che serve l'io cosciente

L'io cosciente serve ad arbitrare i conflitti tra bisogni quando nessuno di essi riesce a prevalere in modo automatico.

Ciò che ci unisce

Nulla unisce le persone più di un comune nemico, ovvero la difesa di interessi comuni aggrediti da un comune aggressore.

Conflitti, appartenenze, status, presupposti

Ogni conflitto presuppone certe appartenenze e certi status relativi alle parti in competizione; presupposti discordanti.

Mente e conflitti

Una delle principali attività dei livelli superiori della mente consiste nella gestione dei conflitti interni ed esterni.

Idee ostili

Chi propone certe idee suscita ostilità in coloro che vivono in contrasto con esse.

Tesi, distorsioni e calunnie

A chi non riesce a trovare argomenti razionali contro una tesi sgradita non resta che distorcerla e/o calunniarne l'autore.

Educazione repressiva

Quando nasce un bambino i genitori desiderano che le sue volontà si accordino con le loro e reprimono quelle in disaccordo.

Pace e guerra

C'è pace quando c'è accordo, guerra quando c'è disaccordo, sui rispettivi ruoli sociali e le rispettive posizioni gerarchiche.

Le conseguenze del sapere

Siccome (io so che) le cose stanno così, allora facciamo così.
Siccome io ne so più di te, allora facciamo come dico io.

Grazie alla psicologia

Grazie alla psicologia vedo conflitti interni ed esterni che prima non vedevo, e posso gestirli razionalmente e con poca ansia.

Sull'interesse e il disinteresse per le idee altrui

A quasi nessuno interessa conoscere idee altrui che non siano coerenti con la propria visione del mondo, se non per contestarle.

Affermazioni e negazioni

Ciò che una cultura ignora, nega o proibisce può essere più importante di ciò che essa afferma.

Campo di battaglia o tavolo di negoziazione

Dobbiamo decidere se vogliamo che la nostra psiche sia un campo di battaglia con morti, feriti e prigionieri, o un tavolo di negoziazione.

Conoscenze che offendono

È difficile parlare della natura umana senza offendere qualcuno. E chi dice parole che non offendono nessuno non dice nulla di importante.

Rete causale intorno al disaccordo

Competizione, disaccordo, non condivisione, non cooperazione, conflitto. Ognuna di queste cose può essere causa e conseguenza delle altre.

Opinioni offensive

È difficile esprimere una opinione senza offendere qualcuno (presente o assente). E se nessuno si offende si tratta di una opinione banale.

Conflitti sulle interazioni

Quando due persone si incontrano, ognuna vorrebbe avre il privilegio di scegliere le modalità dell'interazione secondo le proprie preferenze.

Conflitti e infelicità

La vita umana è infelice a causa dei conflitti tra attrazioni e repulsioni, desideri e paure, premi e castighi, associati alle stesse opzioni.

Amici e nemici

Per l'inconscio gli altri si dividono in due categorie: amici e nemici. E ogni persona può passare da una categoria all'altra in qualsiasi momento.

Conflitti tra narrazioni

È difficile convivere, e ancor più cooperare, con persone che credono in narrazioni in cui non crediamo o non credono in narrazioni in cui crediamo.

Intelligenza e ostilità

I più intelligenti devono aspettarsi l'ostilità dei meno intelligenti, a meno che i primi non nascondano ai secondi la loro superiorità intellettuale.

La riconquista della felicità

La felicità non è mai garantita, va difesa e riconquistata continuamente contro le persone e le cose che vorrebbero togliercela apertamente o di nascosto.

Disaccordo e filosofia

Se tutti fossero d'accordo, non ci sarebbe bisogno di filosofia. Infatti la filosofia serve a capire, in caso di disaccordo, chi ha ragione e chi ha torto.

Sulle offese

Offendere un insieme (gruppo, organizzazione, comunità, chiesa, stato ecc.) a cui un individuo sente di appartenere equivale a offendere l'individuo stesso.

Disprezzo e castigo

Chi disprezza gli altri vive nel continuo timore (conscio o inconscio) di una vendetta da parte dei disprezzati, essendo il disprezzo difficile da nascondere.

Il rischio di esprimersi

Esprimere le proprie idee è sempre pericoloso, perché chi la pensa diversamente si sentirà minacciato dalla nostra visione del mondo e ci vedrà come un nemico.

Visione a 360 gradi

Ognuno ha ragione dal suo punto di vista. Dipende da dove uno guarda. Non tutti i filosofi hanno una visione a 360 gradi, anzi forse solo una minoranza di essi.

Bisogno di nemici

Abbiamo bisogno di nemici da combattere, altrimenti le nostre capacità difensive si atrofizzano. E se non troviamo nemici reali dobbiamo inventarli o simularli.

Sia fatta la volontà di Dio

Sia fatta la volontà di Dio. Ottimo principio, ma come si fa a conoscere tale volontà? In nome di essa sono stati compiuti i peggiori crimini contro l'umanità.

Il problema del pensiero altrui

Noi desideriamo che gli altri la pensino come noi, ma se questo non avviene allora preferiamo che gli altri non pensino affatto piuttosto che diversamente da noi.

Ignoranza strategica

L'ignoranza o la dimenticanza di certi fatti o di certe nozioni può essere un modo in cui la mente evita inconsciamente insopportabili conflitti e responsabilità.

Disaccordo e incomprensione

Succede comunemente che uno trovi errori e/o falsità nelle idee di un altro solo perché non le capisce, e/o perché non riesce a sopportarne le conseguenze emotive.

Domande rivelatrici

Chiedi a una persona come affronterebbe un certo problema o conflitto e dalla risposta ti farai un'idea della sua intelligenza, della sua cultura e della sua moralità.

Il corpo come campo di battaglia

In ogni momento la mia coscienza e il mio inconscio combattono per il controllo della mia persona. Il mio corpo è un campo di battaglia. Normalmente l'inconscio prevale.

Il disprezzo degli ignoranti per la sapienza

La competizione tra umani è tale che i più ignoranti cercano di annullare i vantaggi dei più sapienti screditandoli e minimizzando o non riconoscendo le loro conoscenze.

Sulla la paura di offendere e sulla gentilezza

A volte, dietro la paura di offendere si nasconde la paura della reazione aggressiva dell'offeso, e dietro la gentilezza si nasconde la speranza che essa venga ricambiata.

Importanza dei conflitti

In assenza di conflitti la vita è piatta e noiosa. In presenza di conflitti insuperabili la vita è dolorosa. L'ideale è avere sempre qualche conflitto superabile da gestire.

Principio di assecondamento

Se il tuo avversario ti spinge, tu tiralo. Se il tuo avversario ti tira, tu spingilo. E' un principio del Judo che conviene applicare anche nelle conversazioni e nelle discussioni.

Sentimenti antagonisti

Se io odio ciò che tu ami, oppure io amo ciò che tu odi, il nostro rapporto è difficile, improduttivo, sgradevole, bloccante, inficiato dall’incomprensione e dal conflitto di interessi.

L'uomo è vittima dell'uomo

L'uomo è vittima dell'uomo e siamo tutti coinvolti in questa relazione. Bisogna avere il coraggio di pensarlo, ricordarcelo e dirlo se vogliamo fare qualcosa per alleviare questo problema.

Il pericolo di farsi domande su di sé

Non solo la maggior parte della gente non mette in discussione il proprio comportamento e non si fa domande sulla propria natura, ma vede con sospetto o ostilità chi fa tali cose.

La colpa di essere antipatici

Quando qualcuno ci è antipatico, cerchiamo in tutti i modi di giustificare la nostra antipatia, anche se non abbiamo argomenti in tal senso. A nessuno perdoniamo la colpa di esserci antipatico.

Punti di vista

Ognuno ha ragione dal suo punto di vista, ma i punti di vista sono diversamente ampi. Infatti ognuno vede solo ciò che conferma le sue opinioni e che non mette in discussione la propria intelligenza.

Il piacere dell'accordo

Essere d’accordo è piacevole, essere in disaccordo sgradevole o doloroso. Perciò molti cercano l’accordo indipendentemente dalla qualità delle idee condivise, dalla loro verità, razionalità e utilità.

Pluralismo filosofico e psicologico

A parer mio, i termini psicologia e filosofia andrebbero usati solo al plurale, se non accompagnati da un qualificatore. Perché le psicologie e le filosofie sono tante e più o meno in contrasto tra loro.

Conciliare gli opposti

La psiche è piena di categorie opposte, contrastanti, dissonanti, antagoniste, mutualmente esclusive. Quanto più si riesce a conciliare gli opposti, tanto più si è liberi, forti, produttivi, sani e sereni.

Elaborazione della vicenda nazista

A mio parere la vicenda nazista non è stata né elaborata (da un punto di vista psicologico e filosofico) né capita dalla maggior parte degli esseri umani. Perciò può ripetersi in forme più o meno diverse.

Funzione dell'io cosciente

L'io cosciente contribuisce a soddisfare i bisogni della persona e a gestire nel modo più produttivo i conflitti tra di essi, mediante il pensiero astratto (basato sul linguaggio) e la previsione del futuro.

Problema di sovrappopolazione

Quando le risorse alimentari non bastano per tutti, occorre limitare la popolazione. Questo si può fare mediante politiche demografiche (democratiche o dittatoriali) oppure guerre di sterminio. A noi la scelta.

Status, conflitto e disaccordo

I conflitti e i disaccordi tra esseri umani, sono sostanzialmente conflitti e disaccordi tra i rispettivi status, ovvero sono dovuti al desiderio di affermare la superiorità dell'uno sull'altro in qualche campo.

Idee per la guerra

Gesù disse: "Chi non è con me è contro di me". Una conseguenza logica di questa prescrizione è: "Chi non è nemico dei miei nemici è mio nemico". Idee di questo genere sono carburante per guerre a tutti i livelli.

Filosofie che disturbano

Ogni filosofia disturba tutti quelli che seguono filosofie contrastanti, cioè filosofie criticate o smentite dalla prima. Per tali persone i seguaci della filosofia disturbante sono nemici da abbattere o screditare.

Solitudine, pecore e pastori

Se non vuoi soffrire di solitudine, devi scegliere se essere intellettualmente pecora o pastore, e, nel secondo caso, devi competere per la miglior posizione nella gerarchia dei pastori e combattere contro la concorrenza.

Amici e nemici

Ogni umano classifica gli altri in amici e nemici, in modo più o meno assoluto e più o meno variabile nel tempo. Le persone più intelligenti sanno che ogni persona può essere al tempo stesso amica e nemica, utile e nociva.

Insultare indirettamente

Un modo indiretto per dare dello stupido o del cattivo ad una persona è quello di attribuirgli idee o intenzioni da stupido o da cattivo. Perciò fare processi alle idee o alle intenzioni di una persona può essere offensivo.

Antagonismo tra bisogni

I bisogni di un essere umano possono essere contrastanti, cioè antagonisti, sia tra di loro che rispetto ai bisogni altrui. Le miserie dell'umanità, sia a livello individuale che sociale, sono dovute principalmente a tali antagonismi.

Sul rischio dell'emarginazione sociale

Ogni volta che facciamo o diciamo qualcosa che gli altri non capiscono o che contraddice le opinioni altrui, rischiamo l'emarginazione sociale. Per questo i più evitano di dire o fare cose che gli altri non capiscono o non condividono.

Sul disprezzo delle idee altrui che contrastano con le proprie.

È istintivo, automatico, involontario disprezzare le idee altrui che contrastano con le proprie e, quel che è peggio, disprezzare gli autori e ripetitori di tali idee. Dobbiamo fare un grande sforzo di volontà per ostacolare tale tendenza.

Le ragioni dei disaccordi

Il disaccordo tra due persone non è quasi mai dovuto alla constatazione di errori di logica nella narrazione altrui, ma nel confronto tra logiche inconfrontabili in quanto partono da presupposti diversi qualitativamente e quantitativamente.

Sulla paura dei conflitti

Ci sono persone che hanno una tale paura (conscia o inconscia) dei conflitti, che non solo cercano di evitarli, cioè essere coinvolte in un conflitto, ma in certe situazioni nemmeno li vedono nonostante i segni evidenti della loro presenza.

Conflitti e idee di comunità

I conflitti tra persone o tra gruppi sono conflitti tra diverse idee di comunità: ognuna delle parti in conflitto vorrebbe imporre alle altre la propria idea di comunità, con i suoi principi, le sue forme, i suoi valori, e le sue gerarchie.

Conflitti strutturali

Ogni umano è impegnato in tre conflitti strutturali, permanenti, inevitabili: quello tra la sua coscienza e il suo inconscio, quello tra la sua volontà e quelle altrui, e quello tra il bisogno di appartenenza sociale e il bisogno di libertà.

Giudizio e conflitto

Un giudizio non condiviso è spesso causa di conflitto. Per questo molti evitano di giudicare e temono di essere giudicati.

Nemici intellettuali

Nelle questioni intellettuali gli stupidi non hanno nemici perché non vengono presi in considerazione. Al contrario, le persone geniali hanno molti nemici nelle persone che si sentono minacciate da conoscenze che non posseggono e non condividono.

Sull'inimicizia

Ogni umano tende a odiare, a punire, a dominare, a neutralizzare, a disarmare, ad allontanare, a escludere, e/o a eliminare coloro che egli considera propri nemici. Perciò l'idea di essere considerato nemico da qualcuno può essere fonte di ansia.

Cooperazione e conflitti tra io e inconscio

I rapporti tra l’io e l’inconscio possono essere più o meno cooperativi o conflittuali, dato che l’io deve tener conto anche delle esigenze altrui e di una visione razionale del mondo che può non corrispondere alle esigenze dell’inconscio stesso.

Sull'incapacità di dialogare costruttivamente

A mio parere uno dei principali problemi a monte di tutto ciò che funziona male nella società è la nostra incapacità di dialogare costruttivamente. Di questo problema fondamentale mi interessa parlare più che dei vari problemi che da esso derivano.

Il problema dei sentimenti

Il problema dei sentimenti è la loro instabilità. Si ama involontariamente una persona per un po' di tempo, poi si smette (sempre involontariamente) di amarla, e questa resta delusa e amareggiata, si sente trattata ingiustamente e reagisce con ostilità.

Chi controlla l'attenzione e il pensiero?

L'io cosciente e l'inconscio competono per dirigere l'attenzione e il pensiero del soggetto dove questi processi provocano meno dolore e più piacere. Il guaio è che l'io cosciente e l'inconscio hanno spesso idee diverse circa le fonti del dolore e del piacere.

Libertà, conflitti e separazioni

Più due persone sono libere, maggiore è la probabilità che abbiano desideri diversi in quanto non imposti né censurati da una autorità esterna o dal conformismo. Ne consegue che la libertà favorisce le differenze di gusti, e quindi i conflitti e le separazioni.

Amici e nemici

Ogni umano, per ogni altro umano, è un potenziale amico e un potenziale nemico. Perciò ognuno si preoccupa (consciamente o inconsciamente) delle intenzioni altrui, specialmente se il comportamento altrui appare "strano", cioè non convenzionale o non prevedibile.

Schopenhauer - L'arte di ottenere ragione

Qui si può leggere gratis "L'arte di ottenere ragione", un interessante e utile piccolo trattato di Arthur Schopenhauer.
https://issuu.com/qbic/docs/schopenhauer-arte-ottenere-ragione

Combattere o non combattere

Alla fine del conflitto il mio schieramento o quello avverso dominerà l'altro, a meno che la guerra non venga fermata. Ma se fermarla è impossibile, allora devo scegliere se combattere (e in quale campo) o stare fuori dalla mischia aspettando di conoscere il vincitore.

La giustificazione dell'odio

L'uomo è l'unico animale capace di odiare. Ma non si contenta di odiare, cerca sempre di giustificare il suo odio attribuendo all'odiato qualche colpa o un odio precedente. "Mi hai fatto arrabbiare" è la giustificazione più comune di ogni aggressione fisica o verbale.

Di necessità virtù

Dobbiamo fare di necessità virtù, nel senso che non dobbiamo combattere, ma assecondare ciò che è necessario in quanto imposto dalle leggi della natura. In questo consiste la virtù, anche detta saggezza, e il suo premio è il risparmio di lotte inutili e ancor più dannose dell'inevitabile.

Le ragioni dei disaccordi

Il disaccordo tra due persone non dipende quasi mai da errori di logica o contraddizioni nelle argomentazioni di una delle parti o di entrambe, ma da differenze nei punti di vista, sentimenti, valori, presupposti, definizioni e paradigmi cognitivi rispetto ai quali vengono sviluppati i ragionamenti.

Scopo della conversazione

Per molte persone lo scopo inconscio della conversazione è, oltre a scambiarsi informazioni utili su ciò che succede, avere conferme e approvazioni della propria visione del mondo, della propria personalità e della propria dignità sociale. A quelle persone qualsiasi discorso in contrasto con tali scopi non è gradito.

Sulla salute mentale

La salute mentale richiede una visione del mondo coerente, cioè senza contraddizioni logiche. Infatti il malato mentale ha diverse visioni del mondo tra loro incompatibili e inconciliabili, che danno luogo a diverse personalità in conflitto tra loro. Tale conflitto è paralizzante e consuma inutilmente energia mentale.

Ammettere di aver torto

Dare ragione a qualcuno con cui c'è stata una discussione dialettica significa dichiararsi a lui intellettualmente inferiore, almeno per quanto riguarda il contesto della discussione. Per questo (dato che ognuno teme la propria inferiorità) è così raro che qualcuno ammetta di aver avuto torto nei confronti di un altro.

Conflitti e salute mentale

I conflitti nascono naturalmente sia dallo «status game» (a cui nemmeno i santi sono immuni), sia dal fatto che abbiamo idee, priorità, interessi e bisogni diversi. Perciò, in un certo senso ed in una certa misura, la presenza di conflitti è un segno di buona salute, sia dell'individuo che del gruppo in cui interagisce.

Sullo status

Considerando il mio status e quello di un altro, ci sono quattro aspetti da osservare: lo status che mi attribuisco e quello che l'altro mi attribuisce, lo stato che attribuisco all'altro, quello che l'altro si attribuisce. Quanto maggiore è la differenza tra i quattro status, tanto più conflittuale è il rapporto tra me e l'altro.

Tattiche diversive

Nel dialogo tra due individui, quando il discorso diventa svantaggioso per uno dei due, lo svantaggiato sente il bisogno di interromperlo, di sminuirlo, di cambiarlo, di deviarlo dall'obiettivo che si proponeva, o di cambiare il significato delle parole usate, e trova ogni possibile giustificazione razionale per la sua tattica diversiva.

Sugli appelli per la pace

Certi appelli per la pace sono presuntuosi oltre che ingenui. Pretendono di avere la soluzione per evitare i conflitti, quella di non confliggere, di non prendere posizione. Come dire: basta volerla, la pace. Soluzione ignorante, stupida, fasulla, semplicista, arrogante, perché non tiene conto della natura umana, non conosce la natura umana.

Confutazioni reciproche

Nessuno può tollerare di essere considerato uno stupido, cioè uno che pensa in modo sbagliato o scarso. Perciò se una persona dice cose che confutano direttamente o indirettamente la nostra visione del mondo, un impulso irrefrenabile di autodifesa ci spinge a confutare gli argomenti di quella persona e/o a svalutare le sue capacità intellettuali.

Aspettative e desideri reciproci

Ciò che determina la qualità delle interazioni umane sono le aspettative e i desideri reciproci, ovvero cosa X si aspetta e desidera da Y e cosa Y si aspetta e desidera da X. Se tali cose sono compatibili e complementari, l'interazione è pacifica, costruttiva, soddisfacente; se sono incompatibili o conflittuali essa è violenta, distruttiva, insoddisfacente.

Ostilità dei conformisti

Il guaio del conformismo non è tanto il fatto che i conformisti siano tali (a loro buon diritto), ma che siano ostili ai non conformisti a prescindere da ciò che questi propongono. Probabilmente i conformisti si sentono inconsciamente sotto accusa da parte dei non conformisti, anche quando non è il caso, e per questo provano antipatia o timore verso di loro.

Come nasce una guerra

Non appena A sospetta che B sia suo nemico, A diventa nemico di B, e perde ogni obiettività nel giudicarlo. Da quel momento A si arma contro B e il suo bias cognitivo trova in B ogni possibile colpa per dimostrare l'inimicizia di B verso A e giustificare quella di A verso B. Questo atteggiamento è reciproco, e dà luogo ad uno scambio di calunnie e di colpi bassi.

Le mie volontà contro le tue

La vita sociale consiste nel continuo confrontarsi di volontà individuali, più o meno concordanti o discordanti, convergenti o divergenti, conflittuali o consensuali. Volontà che si affermano o si ritirano attraverso battaglie e compromessi, alleanze e opposizioni, cooperazioni e competizioni, intese e fraintendimenti, negoziazioni più o meno pacifiche o violente.

Amici e nemici

Un soldato sa sempre chi sono gli amici e chi i nemici. Lo sa perché qualcuno glie lo ha detto e lui ci ha creduto senza esitazione e da allora combatte i nemici e aiuta gli amici.
Chi ha detto al soldato chi sono i nemici? Ovviamente glie lo ha detto il governo, e lui ci ha creduto senza esitare, perché tutti i suoi familiari e i suoi amici ci hanno creduto.

Sulla gestione dei conflitti

In questi giorni sto riflettendo sulle relazioni tra morale, competizione, conflitto, reazioni aggressive ecc. La buona gestione degli inevitabili conflitti (compresi quelli cognitivi) è importante per la buona vita. A mio parere, per ben gestire un conflitto bisogna salire di livello logico e ragionare in termini metaconflittuali. Rinunciare a confliggere non mi sembra utile.

Sul rischio di nuove guerre

Le guerre di tutti i tipi, di tutti i tempi, e a tutti i livelli, hanno ampiamente e chiaramente dimostrato di quanto odio e di quanta distruttività noi umani siano capaci gli uni verso gli altri. Non illudiamoci di essere al sicuro da nuove guerre e da nuovi odii, dato che ancora non abbiamo capito cosa li scatena e come possiamo evitarli.

Sui motivi del disaccordo

Il disaccordo è sempre una disgrazia. Se tutti gli umani fossero d'accordo sulla visione del mondo e della società, la vita sociale sarebbe molto più gradevole e meno difficile. Non ci sarebbero conflitti politici, ideologici, né religiosi, e ci sarebbe un fondamentale rispetto reciproco, pur con differenze di ruolo e di posizioni gerarchiche sulle quale ci sarebbe comunque un accordo.

Salire di livello - Da discussione a metadiscussione

Per imparare qualcosa da una discussione dovremmo salire di livello, passare dalla discussione alla metadiscussione, cioè discutere sul nostro modo discutere. Ma questo richiederebbe un approccio sistemico e psicologico autocritico, che per i più è impossibile. Nel frattempo continuiamo a discutere non per imparare o per costruire un movimento collettivo, ma per competere e/o per socializzare.

Il senso delle cose

Nulla ha senso in sé. Il senso alle cose lo danno gli umani, e ognuno a modo suo. Se la maggior parte della gente accettasse questo principio sarebbe possibile negoziare e mettersi d'accordo su cosa fare per il bene comune. Quando invece si pensa che esistano principi intellettuali, etici ed estetici assoluti e inderogabili, un accordo tra chi crede in verità diverse è praticamente impossibile.

Sacralità e aggressività

Chi considera sacra una certa cosa e investe la propria esistenza e i propri rapporti sociali sulla base di quella sacralità, si sente offeso, ovvero aggredito, da chi afferma che quella cosa è falsa, non ha alcun valore, non ha alcuna importanza o è nociva, e reagisce di conseguenza, come si reagisce quando si subisce un'aggressione, o quando viene messa in pericolo la propria esistenza.


I veri motivi dei disaccordi verbali

Dato che le emozioni prevalgono sulle cognizioni, i disaccordi verbali tra umani sono per lo più causati da contrasti emotivi, ovvero da contrastanti reazioni emotive agli stessi stimoli verbali, cioè alle stesse parole o frasi.

In altre parole, ogni espressione verbale è causa di reazioni emotive che condizionano le successive reazioni cognitive, le quali tendono a giustificare le prime, e sono con esse coerenti.

Saggezza contraddittoria

La saggezza consiste nella comprensione, accettazione e gestione delle contraddizioni, delle ambivalenze, dei paradossi, dei conflitti, dei doppi vincoli, degli inganni, delle illusioni ecc. di cui è fatta la vita umana.

In altre parole, la saggezza consiste nel sapere che ogni cosa può essere diversa e perfino opposta rispetto a come appare, e che ogni valore può nascondere e comportare un disvalore.

Sull'intolleranza per le visioni del mondo diverse dalle proprie

Molte persone non tollerano il fatto che qualcuno possa avere visioni del mondo, valori e bisogni molto diversi dai propri. In tal caso cercheranno di trovare difetti nella visione del mondo dell'altro, interpretandola, se occorre, in modo incompleto, distorto o esagerato, perché l'ipotesi che quella sia migliore o più vera della propria, a livello incoscio, minerebbe le fondamenta della loro personalità, mentalità e dignità sociale.

Mettere in discussione

Qualsiasi cosa può essere messa in discussione, e potrebbe essere utile farlo.

Vorrei precisare che non dovremmo mettere tutto in discussione, ma decidere cosa sia conveniente mettere in discussione senza escludere alcunché a priori. Il che equivale a non considerare nulla "sacro".

Insomma, dovremmo essere aperti alla discussione di qualsiasi cosa, ma apertura non significa compulsione. La differenza non è sottile.

Sul conflitto tra coscienza e inconscio

Tra coscienza e inconscio c'è un conflitto permanente per il controllo della persona. In questo conflitto l'inconscio ha normalmente la meglio grazie alla sua arma costituita dalla capacità di generare emozioni e sentimenti a proprio favore.

La coscienza non possiede tale arma, dato che sentimenti ed emozioni sono involontari. L'arma della coscienza nei confronti dell'inconscio si limita alla previsione di futuri vantaggi e svantaggi.

Conflitti

La vita umana è caratterizzata da una quantità di conflitti esistenziali e sociali che la rendono difficile e che impongono continuamente scelte rischiose e dolorose: appartenenza vs. libertà, cooperazione vs. competizione, imitazione vs. differenziazione, uguaglianza vs. diversità, responsabilità vs. irresponsabilità, impegno vs. disimpegno, accoglienza vs. rigetto, approvazione vs. critica, tolleranza vs. punizione, fiducia vs. diffidenza, obbedienza vs. ribellione, cambiamento vs. mantenimento, ecc.

Prendere posizione

In quanto esseri sociali, siamo tenuti a prendere posizione nella rete dei rapporti interpersonali, ovvero a dichiarare agli altri chi siamo e con chi stiamo -- il che implica chi non siamo e con chi non stiamo, e contro chi stiamo.

D'altra parte il non prendere posizione costituisce comunque una presa di posizione, quella di chi sceglie la neutralità assoluta. Infatti anche la neutralità è un modo di essere, di porsi, e come tale è oggetto di giudizio, di apprezzamento o disprezzo da parte degli altri.

Dal disaccordo al disprezzo

L'uomo tende a pensare che se uno non è d'accordo con le sue idee, significa che non le ha capite o non le vuole capire o non è abbastanza intelligente o istruito per capirle o è mentalmente disturbato o è in malafede. Esclude che due persone in disaccordo possano avere entrambe ragione, ognuna dal suo punto di vista, e che ogni punto di vista sia rispettabile. Questo tradurre un disaccordo nel disprezzo per l'interlocutore è una tragedia della natura umana. Potrebbe essere la causa prima di tutti i mali della società.

Quando due intelligenze s'incontrano

Quando due intelligenze si incontrano, esse tentano di dialogare costruttivamente, ma il tentativo fallisce quando l'una si accorge che i presupposti e i pregiudizi dell’altra sono inconciliabili con i propri. E allora esse decidono di andare ognuna per la sua strada oppure l'una cerca di modificare l'altra affinché si adatti ai propri presupposti e pregiudizi, e a tale scopo cerca di demolire le idee altrui con argomenti che l'altra parte rifiuta di prendere in considerazione per un istinto di autodifesa e di conservazione.

Sul disaccordo tra persone

Quello che più mi rattrista nei casi di disaccordo non è tanto il disaccordo in sé, quanto il fatto che ognuno dei contendenti pensa che l'interlocutore sia in disaccordo con le proprie opinioni perché è meno informato, meno intelligente, meno sensibile, meno empatico, meno morale, meno "aperto", o meno disponsto a prendere in considerazione altre versioni dei fatti.

Insomma, non ci basta constatare il discaccordo, ma cerchiamo di dare all'interlocutore e solo all'interlocutore la responsabilità di esso.

Come reagire alle umiliazioni

Resteresti calmo se qualcuno facesse esplicitamente o implicitamente affermazioni come le seguenti? Io valgo, tu non vali , io merito, tu non meriti, io sono bello, tu brutto, io sono buono, tu cattivo, io sono intelligente, tu stupido, io sono sapiente, tu ignorante, io sono forte, tu debole, io sono potente, tu impotente, io possiedo, tu non possiedi, io sono capace, tu no, ecc. Probabilmente saresti preso dalla rabbia e faresti il gioco del tuo detrattore. Se invece riuscissi a restare calmo e ci ridessi sopra dimostreresti di essergli superiore.

Quando due individui s'incontrano

Quando due individui si incontrano, in ciascuno di essi si attiva un automatismo inconscio che mira a stabilire quale atteggiamento assumere verso l'altro. Tale atteggiamento può essere più o meno amichevole o ostile, cooperativo o competitivo, fiducioso o diffidente ecc. L'algoritmo che determina l'atteggiamento da tenere verso l'altro tiene conto simultaneamente di vari fattori che possiamo solo ipotizzare. Tra di essi suppongo vi sia un'interpretazione del modello di comportamento altrui e una stima della compatibilità di tale modello con il proprio.

Sospensione del giudizio

Sospendere il giudizio a volte conviene non perché certe persone non siano meritevoli di un giudizio negativo, ma perché un giudizio negativo ci condiziona emotivamente e rende più difficili le interazioni con le persone che giudichiamo, favorendo una reciproca ostilità.

È perciò a volte utile, dopo aver "provato" o "deliberato" un giudizio negativo verso una certa persona o una certa categoria di persone, immaginare che quel giudizio si sia neutralizzato. Questo ci renderà più socievoli e pacifici verso le persone oggetto del nostro giudizio.

Sulla risoluzione dei conflitti umani

Noi ci illudiamo di essere migliori dei guerrafondai solo perché siamo contro la guerra. Ma non basta aver ripudiato e condannato la guerra per essere a posto con la coscienza; bisogna invece aver contribuito a trovare, sviluppare e fare applicare soluzioni realistiche alternative alla guerra per risolvere i conflitti umani. Per cominciare, i conflitti non vanno evitati o negati, ma sviscerati, dichiarati, analizzati, misurati, compresi. I problemi sociali sono causati soprattutto dai conflitti, dalla ignoranza su di essi e dalla conseguente incapacità di negoziare soluzioni.

Il problema dell'accordo

Semplicisticamente si potrebbero ridurre tutti i problemi sociali ad un unico problema, che potremmo chiamere "Il problema dell'accordo".

Il rapporto sociale ideale è infatti un rapporto in cui le persone coinvolte sono d'accordo sulla qualità del rapporto stesso, su ciò che esse condividono e sui rispettivi ruoli.

In mancanza di accordo, una o più delle persone coinvolte deve sopportare ciò che l'altra desidera e che non si accorda con i propri desideri, oppure può cercare di imporre all'altro con la forza o con la negoziazione ciò che essa desidera.

Confutare o non confutare?

Quando leggo un post assurdo e pericoloso in un social network sono assalito da un dilemma: ignorarlo o commentare dicendo che si tratta di pericolose assurdità? Il problema è che nel secondo caso l'autore del post mi invita, anzi mi sfida, a confutare logicamente, con argomentazioni razionali, il contenuto del post. Tuttavia so che le mie confutazioni razioni non servirebbero a nulla (se non ad ottenere insulti) dato il bias cognitivo dell'autore del post, che difenderà a spada tratta il suo pensiero senza prendere in considerazione le mie argomentazioni, come mi è capitato centinaia di volte.

Amico e nemico

L'uomo può accusare, condannare e punire i suoi simili non solo per aver fatto una cosa ritenuta sconveniente, ma anche per non aver fatto una cosa ritenuta doverosa, o semplicemente per aver avuto pensieri o provato sentimenti ritenuti nocivi.

L'uomo è infatti al tempo stesso amico e nemico dell'uomo, il suo miglior amico e il suo peggior nemico.

Siamo animati dal bisogno e dal rigetto verso gli altri, ma non possiamo esprimere liberamente né il bisogno né il rigetto perché ogni cosa che facciamo e che non facciamo, che sentiamo e che non sentiamo può essere usata contro di noi.

Sui conflitti

Un conflitto è una situazione in cui vorremmo (consciamente o inconsciamente) fare una certa cosa ma sappiamo (consciamente o inconsciamente) che se la facciamo ci succederà qualcosa di sgradevole o terribile, per cui ci asteniamo dal fare ciò che vorremmo fare.

I conflitti possono essere esterni (tra le nostre motivazioni e quelle altrui) o interni (tra nostre motivazioni antagoniste) e di essi possiamo essere più o meno consapevoli.

La vita umana ha continuamente a che fare con conflitti di ogni genere, i quali sono la causa principale delle nostre frustrazioni e delle nostre sofferenze.

Quando la dialettica è sfuggente

In un confronto dialettico tra due persone può succedere che una delle due, non avendo argomenti per confutare la tesi dell’interlocutore, e non volendo ammettere che essa sia valida, cambia arbitrariamente e senza dirlo il contesto della discussione e/o l’oggetto del contendere, scegliendo un contesto e/o un oggetto sui quali ha argomenti inoppugnabili e attribuendo all’interlocutore idee contrarie sul nuovo contesto o oggetto, idee che quello non ha mai espresso. In tal modo le discussioni non arrivano mai ad un punto fermo in cui i due interlocutori convengano sulla validità di una tesi.

Obbedire ai sentimenti

Suppongo che lo scopo della ragione sia quello di obbedire ai sentimenti e arbitrarne i conflitti.

Questa mia supposizione è avallata dal pensiero di David Hume, riassunto come segue in un articolo di Wikipedia:

"Contrariamente all'opinione diffusa, risalente a Platone, che cioè la ragione sia superiore alle passioni e in grado di dominarle, per Hume in realtà nessuna condotta umana può essere compresa dalla ragione che è capace solo di stabilire semplicemente delle relazioni tra le idee e mai dettare quale debba essere il comportamento umano. Anzi, afferma Hume, «la ragione è, e deve essere, schiava delle passioni»".

Software contro software

Le interazioni tra esseri viventi sono regolate dai rispettivi software, i quali determinano il comportamento, cioè cosa cercare (ovvero le motivazioni e gli interessi) e come reagire ai vari stimoli o input. Le motivazioni di due esseri viventi possono essere tra di loro più o meno sinergiche  ("win-win") o conflittuali. In caso di conflitti ciascuna parte può cercare di indurre o costringere il software dell'altra ad adattarsi ai propri desideri, oppure indurre o costringere il proprio software ad adattarsi a quelli dell'altra. La condizione umana è caratterizzata infatti da una continua dialettica tra i software delle persone che interagiscono, che può essere più o meno violenta.

Agenti mentali antagonisti

La mente è una specie di assemblea di agenti mentali che possono essere antagonisti, cioè voler cose opposte. L'io cosciente (l'unico agente cosciente) è uno di essi, e il suo volere puà essere in contrasto con quello di altri agenti. In caso di conflitto ci sono due possibilità: l'immobilismo (quando i due agenti hanno eguale forza) e il prevalere dell'uno sull'altro. Ebbene io credo che l'io cosciente sia il più delle volte soverchiato da uno o più agenti mentali inconsci. Il fatto è che l'io cosciente non può controllare l'inconscio (se non in minima parte e in tempi lunghi), mentre è vero il contrario, cioè l'inconscio controlla l'io consciente in tempi brevi e in grande misura.


Tre volontà

Tre volontà (dette anche richieste, esigenze, bisogni, motivazioni, finalità ecc.) si contendono il comportamento di un essere umano: quella del suo inconscio, quella del suo io cosciente e quella degli altri umani con cui la sua persona è in relazione. Possiamo chiamarle rispettivamente sentimento, ragione e politica.

È una contesa permanente, in cui vince temporaneamente ora l'una ora l'altra volontà, giacché la soddisfazione di ognuna di esse è indispensabile per la vita umana.

Conciliare le tre volontà, affinché ognuna abbia una sufficiente soddisfazione, è un'arte che possiamo apprendere. Ne va della nostra salute psicofisica, ovvero della nostra felicità.

Raccontare i propri pensieri

Raccontare i propri pensieri è pericoloso perché a qualcuno potrebbero non piacere. Per diminuire il rischio di farci dei nemici, dato che è quasi impossibile non comunicare i nostri pensieri, conviene adattare le nostre idee ai desideri e alle aspettative della maggioranza dei membri della comunità a cui apparteniamo. Se invece vogliamo essere liberi di pensare in modo indipendente, dobbiamo difenderci da ogni sorta di antipatie, calunnie e rappresaglie da parte di coloro che si sentono offesi o minacciati dall'irriverenza delle nostre idee, specialmente quando queste mettono direttamente o indirettamente in discussione le loro visioni del mondo e le loro sedicenti motivazioni e intenzioni.

Circoli viziosi del disprezzo e della guerra

Circolo vizioso del disprezzo:

  1. se tu pensi che io ti disprezzi, allora tu mi disprezzi e mi sei nemico;

  2. se io penso che tu mi disprezzi, allora io ti disprezzo e ti sono nemico;

  3. torna al punto 1.

Circolo vizioso della guerra:

  1. se tu pensi che io ti sia nemico, allora tu mi sei nemico e mi disprezzi;

  2. se io penso che tu mi sei nemico, allora io ti sono nemico e ti disprezzo;

  3. torna al punto 1.

Vedi anche Vittimismo.

Circolarità del disprezzo

Per interrompere l’escalation circolare del disprezzo reciproco, può accadere che si rimuova dalla coscienza il proprio disprezzo per l’altro. Ma il disprezzo, anche se rimosso e negato, continua sotterraneamente a produrre i suoi effetti.

Un'altra soluzione per ottenere la pace è quella di perdere la capacità critica e di non vedere più il male commesso dall'altro, o di vedere il bene nel male altrui. Infatti se non vediamo più il male che qualcuno compie, non abbiamo più motivo di condannarlo, né di temere la vendetta del condannato.

Una ulteriore soluzione è quella di imitare il male altrui in modo da stabilire una partita morale tale da rendere qualunque condanna non applicabile.

Guerre ideologiche e guerre fisiche

Come ogni umano, io ho certe idee, ovvero una certa visione del mondo e della società. Se qualcuno afferma idee che contrastano con le mie, ovvero che le smentiscono, al livello inconscio io mi sento aggredito, come se qualcuno volesse distruggere la mia personalità, e reagisco difendendo le mie idee confutando quelle contrastanti. Così facendo, cerco, al livello inconscio, di distruggere la personalità dei miei rivali in fatto di idee.

Siccome al livello inconscio tra persona e personalità non c’è differenza, il confronto tra tra idee contrastanti può generare ostilità, aggressioni e guerre anche sul piano fisico. Pertanto le differenze di idee non vanno sottovalutate e vanno espresse con cautela.

Dilemma dialettico

Quando leggo un post assurdo e pericoloso in un social network sono assalito da un dilemma: ignorarlo o commentare dicendo che si tratta di pericolose assurdità? Il problema è che nel socondo caso l'autore del post mi invita, anzi mi sfida, a confutare logicamente, con argomentazioni razionali, il contenuto del post. Tuttavia so che le mie confutazioni razioni non servirebbero a nulla (se non ad ottenere insulti) dato il bias cognitivo dell'autore del post, che difenderà a spada tratta il suo pensiero senza prendere in considerazione le mie argomentazioni, come mi è capitato centinaia di volte.

Sulla facilità del litigare

Litigare è facilissimo, tutti ne siamo capaci, anche i più stupidi e ignoranti. Convivere e interagire pacificamente è difficile perché richiede doti che pochi possiedono.

La dote fondamentale necessaria per vivere pacificamente è la conoscenza della natura umana. Essa ci viene data dalle scienze umane e sociali (specialmente le psicologie), le quali sono purtroppo ancora molto indietro rispetto alle scienze della natura e alla tecnologia. Infatti sono ancora confuse, frammentarie, controverse.

Si investe troppo poco nelle scienze umane e sociali, anche perché la maggior parte delle persone non è interessata ad esse e preferisce restare nell'ignoranza di ciò che determina il loro comportamento.

Partita a tre

L'uomo è sempre impegnato in una partita a tre. I giocatori sono il suo io cosciente, il suo sé (ovvero i suoi automatismi inconsci) e gli altri, considerati collettivamente e individualmente. Ognuno dei giocatori ha le sue motivazioni, le sue esigenze e la sua logica, spesso contrastanti e in conflitto di interessi. Nessuno può vincere a danno di un altro senza subire una pericolosa rappresaglia. Scopo del gioco è trovare il miglior compromesso per soddisfare tutte e tre le parti. Ne consegue che ogni parte deve in una certa misura adattarsi alle esigenze delle altre senza rinunciare alla sua natura essenziale e senza mortificarla. Il raggiungimento di tale compromesso è l'oggetto della saggezza e della psicoterapia.

Problemi di condivisione

L'uomo ha bisogno di condividere cose con altri, e cerca di farlo, ma ognuno a modo suo, e inconsciamente. I problemi nascono dal disaccordo su ciò che dovrebbe essere condiviso.

La vita sociale è caratterizzata da continue proposte di condivisione, alcune accettate dagli altri, altre respinte o ignorate.

Io penso che se ognuno fosse consapevole del suo bisogno di condividere, e delle cose che desidera condividere, e del fatto che anche gli altri hanno lo stesso bisogno, ma che possono desiderare condividere cose diverse, ci potrebbe essere una negoziazione e un accordo su cosa condividere, evitando inutili conflitti causati dall'ignoranza e della non conspevolezza sulle dinamiche di condivisione.

Caro interlocutore incompreso

Caro interlocutore incompreso,

se non ti capisco non è colpa mia, e mi offendo se pensi che ciò sia dovuto ad una mia cattiva volontà, ad un mio non voler ascoltare, non voler capire, non interessarmi al pensiero e ai sentimenti tuoi o altrui in generale.

Forse non sono abbastanza intelligente per capirti, forse usiamo vocabolari troppo diversi (quantitativamente e qualitativamente) e diamo alle stesse parole significati diversi.

Oppure forse ti capisco benissimo, ma non condivido la visione del mondo, della vita e dei valori umani a partire dalla quale si sviluppa il tuo pensiero.

Quindi non irritarti, non lamentarti, e rispetta la mia incomprensione come io rispetto la tua.

Sulla responsabilità dei disaccordi

Succede normalmente che due persone abbiano opinioni contrastanti su un certo tema. In tal caso succede spesso che il contrasto di opinioni sia vissuto da una delle parti, o da entrambe, con insofferenza e irritazione, come se esso fosse dovuto ad una cattiva volontà dell'altro di capire o di ascoltare l'interlocutore. Il vero dramma, che a volte si trasforma in tragedie come violenze e guerre, non è che, tra singole persone o gruppi di persone, sussistano divergenze di pareri, gusti, opinioni, idee, ideologie, fedi, religioni, interessi ecc. ma che tali divergenze non vengano accettate come naturali, bensì imputate a difetti morali della parte avversa, che viene così ritenuta responsabile del disaccordo. Si passa allora da uno scambio di punti di vista ad uno scambio di accuse.

Idee, condivisione e compatibilità

L’uomo, si sa, ha idee, assorbe idee altrui e sviluppa nuove idee modificando parti di quelle di cui già dispone.

Certe idee di una persona possono essere più o meno uguali a quelle di un’altra, e quelle diverse possono essere tra loro più o meno compatibili.

L’incompatibilità delle idee può causare conflitti più o meno gravi, più o meno distruttivi.

Le comunità umane richiedono la condivisione di idee, mentre gli antagonismi tra persone implicano incompatibilità di idee.

Ogni umano cerca persone che condividono le sue idee, o copia le idee di altre persone, al fine di ottenere la loro compagnia e cooperazione.

L'io e l'inconscio - Le due logiche e la salute mentale

Nella mia concezione della mente, l'io, anche detto "io cosciente" o "conscio", è la parte cosciente della vita di un essere umano. A tutto il resto di esso, compresi i visceri, gli organi, la memoria, i nervi, i neuroni e tutte le altre cellule, do il nome di inconscio.

Io divido dunque la vita umana in due parti: la vita conscia e quella inconscia, ognuna con la sua logica, automatica e parzialmente modificabile, di soddisfazione dei bisogni della persona intesa come corpo e mente inseparabili. Le due logiche possono essere più o meno concordi o discordi, coerenti o incoerenti, alleate o antagoniste.

A mio parere, una persona è tanto più sana di mente e contenta, quanto più in essa le due logiche, che si influenzano reciprocamente, collaborano a favore della vita dell'essere a cui appartengono, e quanto meno confliggono tra loro.

Chi ha paura delle nuove idee sull'Uomo?

Dire qualcosa sul comportamento umano che non sia già noto a molti, che sia al di fuori dei luoghi comuni o contro di essi, suscita irritazione e attira le critiche di chi pensa di sapere tutto ciò che occorre sapere sulla natura della nostra specie e in particolare sul funzionamento del cervello e l'etica. Le critiche più comuni non si riferiscono ai contenuti particolari delle nuove idee (che vengono respinte in blocco) ma accusano l'autore di arroganza, narcisismo, snobismo, ignoranza, insensibilità, rigidità, incompetenza, impreparazione o secondi fini nascosti; affermano che il problema è un altro oppure che non sussiste; che interessarsi di certe cose è inutile, insano o pericoloso. In realtà le nuove idee fanno inconsciamente paura a chi le incontra, perché mettono in discussione i pregiudizi e i fondamenti intellettuali e morali della propria personalità.

Chi ha paura della razionalità altrui?

L'idea che la persona con cui stiamo interagendo analizzi l'interazione stessa e decida razionalmente, consapevolmente e volontariamente, momento per momento, cosa dire e cosa non dire, cosa fare e cosa non fare, cosa nascondere e cosa mostrare, applicando conoscenze sulla natura umana accumulate in anni di studio e di riflessioni, senza lasciarsi guidare da istinti e/o emozioni, è inquietante e rende l'interazione sgradevole, come se il nostro interlocutore avesse qualcosa di disumano, schiacciante, giudicante e opprimente. In una società competitiva come quella attuale, dove ognuno è solo contro tutti gli altri, la capacità di autogoverno razionale è un'arma potente e temuta. Infatti quasi tutti preferiamo la compagnia di persone spontanee e non troppo razionali, a quella dei cosiddetti (con disprezzo) "calcolatori", specialmente se la razionalità non è il nostro forte.

Quando un dibattito logico diventa polemica difensivo-aggressiva

Succede spesso che un semplice scambio di opinioni si trasformi in un dibattito in cui ognuna delle parti cerca di dimostrare l'invalidità dell'opinione altrui e la validità della propria. E in tali casi succede anche che il dibattito si trasformi in una polemica più o meno aggressiva tra i contendenti.

Suppongo che ciò sia dovuto ad un meccanismo inconscio di difesa della propria dignità sociale o posizione gerarchica. Infatti, nella logica irrazionale, surreale ed estremista dell'inconscio, aver "torto" può implicare il fatto di "meritare" una posizione gerarchica subordinata rispetto a chi ha più ragione, un disprezzo collettivo o perfino l'esclusione dalla comunità.

Pertanto, dimostrare di aver ragione, o almeno di non aver torto, ha un'importanza vitale per l'inconscio, tanto da poter scatenare reazioni emotive difensive e/o aggressive e dar luogo a sentimenti permanenti di rivalità e competizione.

Conflitti tra persone vs. conflitti tra insiemi sociali

Due persone possono essere in conflitto come conseguenza di un presunto conflitto tra gli insiemi sociali a cui esse presumono di appartenere.

Per esempio, prendiamo due persone, A e B. A presume di appartenere alla categoria degli "operai", e presume che B appartenga alla categoria dei "padroni". B presume di appartenere alla categoria dei "padroni", e presume che A appartenga alla categoria degli "operai".

A e B presumono che le categorie "padroni" e "operai" siano in guerra tra di loro per la supremazia. Di conseguenza A e B si comportano reciprocamente come nemici e si combattono per la supremazia in quanto rappresentanti degli insiemi sociali ai quali presumono di appartenere.

Per concludere, i conflitti sono spesso causati da presupposizioni. Diceva infatti Gregory Bateson: "La scienza, come l'arte, la religione, il commercio, la guerra e perfino il sonno, è basata su presupposizioni."

Quale relazione tra due umani?

Quando un umano incontra un altro umano (nello spazio fisico o nell'immaginazione), ognuno di essi deve scegliere in che tipo di relazione porsi rispetto all’altro, cioè con quali regole (obblighi e divieti) e quali presupposti cognitivi e di valore interagire con l’altro.

Una volta effettuata la scelta, ciascuno deve proporla all’altro, sperando che quello l’accetti.

Il problema è che le regole e i presupposti con cui l’uno vorrebbe interagire possono essere diversi e conflittuali rispetto alle regole e ai presupposti con cui l’altro vorrebbe interagire.

Perciò, in previsione di divergenze e di conflitti, la scelta di una o di entrambe le parti potrebbe essere quella di evitare ogni interazione con l’altra, oppure quella di usare violenza verso l’altra.

Salvatori del mondo e nemici del popolo

Certe persone si credono i salvatori del mondo. Pensano che se tutti si comportassero come loro la società sarebbe buona e giusta e tutto andrebbe per il meglio. Non capiscono che per migliorare il mondo non basta non fare del male ma occorre lottare attivamente contro di esso, ovvero contro le persone che lo causano. Ma i salvatori del mondo sono pacifisti e rifiutano ogni lotta materiale, e aspettano che i malvagi si ricredano grazie al loro esempio.

Poi ci sono gli attivisti che si battono contro il male scegliendo alcuni "nemici del popolo" e facendo cortei di protesta contro di loro. La lotta consiste dunque nell'affermare in pubblico, e ad alta voce, la loro inimicizia verso i nemici del popolo, aspettando che altri seguano in massa il loro esempio, così che i malvagi rimangano isolati e smettano di fare del male. Oppure si aspettano che il governo, impressionato dalle loro marce, risolva il problema, non si sa e non importa come.

Motivazioni, conflitti, inibizioni e rimozioni

Ognuno di noi è animato da bisogni, desideri, impulsi ecc. (che chiamerò collettivamente nel seguito “motivazioni”), ma non può agire liberamente per soddisfarli tutti a causa di conflitti interni ed esterni.

Si ha un conflitto interno tra motivazioni in una persona quando la soddisfazione di una motivazione rende impossibile la soddisfazione di un’altra.

Si ha un conflitto esterno tra motivazioni quando la soddisfazione di una motivazione propria rende impossibile la soddisfazione di una motivazione altrui.

A causa di tali conflitti ognuno di noi è costretto lasciare insoddisfatte certe motivazioni, e, a lungo andare, per evitare la sofferenza della frustrazione, ad inibirle, cioè a rimuoverle in senso psicoanalitico, fino a dimenticarci della loro esistenza.

Il problema dell'ambivalenza

L'uomo è un animale ambivalente che però proibisce e condanna l'ambivalenza propria e altrui chiamandola incoerenza, contraddizione, esitazione, errore, tradimento.

Una stessa cosa o persona può essere vera e falsa, buona e cattiva, attraente e repellente, in situazioni diverse e persino nella stessa situazione, ma la nostra cultura aristotelica è polarizzante, premia la scelta decisiva, la presa di parte pro o contro, e punisce i giudizi e i sentimenti ambivalenti considerandoli illogici, assurdi, indecisi, irresponsabili, immorali, infedeli, asociali ecc.

Per la nostra salute mentale e la nostra felicità dovremmo rispettare l'ambivalenza, che ci distingue da tutti gli altri animali ed è una proprietà del pensiero complesso. Infatti, più una persona è semplice o stupida, meno essa è ambivalente.

Blaise Pascal è stato uno dei pochi filosofi che hanno accettato e rispettato l'ambivalenza umana come un dato di fatto naturale.

Rispetto, timore, critica

Il rispetto è spesso, se non sempre, conseguenza di un timore. Timore di offendere, timore di essere offeso, o entrambi i timori, dato che la persona che offendiamo potrebbe reagire offendendoci a sua volta.

Una critica potrebbe essere conseguenza di un’incomprensione o di un effettivo disaccordo. Se la persona criticata suppone che la critica ricevuta sia dovuta ad un’incomprensione da parte dell’interlocutore, cerca normalmente di spiegarsi meglio. Se invece suppone che la critica sia dovuta ad un effettivo disaccordo, si prepara ad un conflitto dialettico tra due visioni contrastanti di una medesima questione.

La critica viene da molti considerata una mancanza di rispetto, ovvero un’offesa. Chi “osa” criticare l’interlocutore, infatti, dimostra di non temere di contraddirlo. Infatti, in tal caso viene a mancare l’ingrediente fondamentale del rispetto, ovvero il timore di offendere l’interlocutore.

Motore morale e motore egoico

Il 'motore morale' è un algoritmo sentimentale inconscio sempre attivo. Esso calcola in ogni momento in che misura stiamo soddisfacendo i desideri altrui e ci fa sentire piacere o dolore in modo proporzionale a tale soddisfazione. Simultaneamente al motore morale, è attivo un altro algoritmo sentimentale inconscio, il 'motore egoico', che calcola in ogni momento in che misura stiamo soddisfacendo i nostri desideri e ci fa sentire piacere o dolore in modo proporzionale a tale soddisfazione. Se i risultati dei due algoritmi sono concordi, proviamo sentimenti coerenti, se i risultati sono discordi, proviamo sentimenti contrastanti. I sentimenti coerenti ci motivano decisamente all'azione per il mantenimento del piacere e/o l'allontanamento del dolore, quelli contrastanti ci immobilizzano e ci rendono ansiosi e indecisi. Nel secondo caso siamo in presenza di un doppio vincolo, nel senso che il soddisfacimento dei desideri altrui provoca la frustrazione dei propri e viceversa.

Rischiosità delle idee

Esprimere idee è rischioso, perché ogni idea si oppone a qualunque idea ad essa contraria, e chi la esprime si qualifica come rivale di colui che esprime idee contraddittorie rispetto ad essa.

Due persone che esprimono idee che si contraddicono l’un l’altra competono per la superiorità nella gerarchia intellettuale, ovvero la gerarchia che stabilisce chi sia più vicino alla verità e più capace di prevedere il futuro.

Perciò ogni idea esprime non soltanto una certa cognizione ma anche una certa posizione gerarchica di chi la esprime, posizione che è normalmente oggetto di competizione e di conflitto.

A causa di tali dinamiche le persone più timorose, temendo la competizione e i conflitti, rinunciano ad esprimere idee, anzi, ad avere idee originali, e perfino ad adottare idee altrui.

L'espressione del dissenso

Da un punto di vista semantico-emotivo (verbale o non verbale) ci sono tanti modi diversi di esprimere dissenso cognitivo o dissonanza affettiva. Eccone alcuni: pacatamente, rispettosamente, scherzosamente, seriamente, ironicamente, sarcasticamente, vagamente, puntualmente, dubitativamente, drammaticamente, indignatamente, moralisticamente, tragicamente, aggressivamente, cattedraticamente, dogmaticamente, vittimisticamente, pedantemente, offensivamente, arrogantemente, modestamente, umilmente, rigidamente, esplicitamente, implicitamente, indirettamente, nervosamente, rabbiosamente, sprezzantemente, bellicosamente ecc.

Al fine di evitare sterili polemiche o offese, credo che il modo migliore di esprimere dissenso sia: pacatamente, rispettosamente, senza drammatizzare, senza giudicare l'interlocutore o chi non condivide la propria opinione e senza pensare di possedere la verità assoluta. Con tanti punti interrogativi, senza punti esclamativi e senza parole tutte maiuscole o in grassetto.

Sulle colpe dei belligeranti

La guerra è follia e/o stupidità, ma se un folle o uno stupido ti fa la guerra cosa fai, non reagisci per amore della pace? E se vedi due che si fanno la guerra, pensi che siano entrambi nel torto e con questa scusa non aiuti nessuno dei due?

Quando due persone o due nazioni si fanno la guerra, molto spesso ognuna delle parti ha delle colpe, ma queste non sono mai esattamente equivalenti. Una delle parti è sempre più colpevole dell'altra. Il problema è che ciascuna parte vede solo le colpe dell'altra e non le proprie, o amplifica le colpe altrui e minimizza le proprie.

Chi scatena una guerra lo fa presumendo che la vincerà. Ma a volte quella presunzione non si avvera. Infatti perdere una guerra significa anche dimostrare di aver sbagliato una previsione.

La ricerca del "più colpevole", o del "meno innocente", è importante da un punto di vista etico (se uno ci tiene a vivere eticamente). Nel caso della presente guerra russo-ucraina il meno innocente è Putin, su questo non ho dubbi.

Rischi dell'interazione umana

Interagire con un essere umano è molto più problematico e pericoloso che interagire con un animale o una macchina. Intatti, le interazioni tra umani sono normalmente bidirezionali e circolari nel senso che ogni transazione in una direzione può dar luogo ad una transazione in direzione opposta  (feedback) più o meno prevedibile, e ad un mutamento di giudizio e di sentimento più o meno favorevole verso chi ha iniziato l’interazione.

In altre parole, ciò che diciamo o facciamo ad una persona può suscitare in questa una reazione a noi più o meno favorevole o sfavorevole in termini di amicizia o ostilità, apprezzamento o disprezzo, amore o odio, cooperazione o aggressione.

Per tali ragioni gli esseri umani sono piuttosto cauti nelle loro interazioni, ovvero scelgono con cautela con chi interagire e in che modo. Il timore di reazioni negative, infatti, inibisce la spontaneità e ci costringe ad adottare atteggiamenti e comportamenti prudenti e stereotipati che in passato si sono rivelati abbastanza “sicuri”.

Giudizio, astensione dal giudizio e aggressività

Ci sono persone che aggrediscono (fino ad uccidere) altre persone solo perché queste hanno espresso certi giudizi su di loro o su gruppi o categorie a cui essi appartengono.

Ci sono persone che evitano di esprimere giudizi che possono provocare reazioni aggressive da parte dei giudicati.

Ci sono persone che evitano di dire che reagire aggressivamente ad un giudizio è segno di follia oltre che di immoralità, perché temono, se si esprimessero in tal senso, di suscitare reazioni aggressive da parte degli interessati.

Ci sono persone che evitano di giudicare gli altri per timore delle loro reazioni aggressive, ma non ammettono che sia questo il vero ed unico motivo della loro astensione dal giudizio.

Ci sono persone che non capiscono che l'astensione dal giudizio morale e psicologico, mentre evita reazioni aggressive immediate, favorisce nel lungo periodo la diffusione della follia e dell'immoralità, specialmente quelle a sfondo religioso e politico, e quindi un aumento dell'aggressività generale.

Disaccordo e aggressività

In caso di disaccordo tra due persone avviene spesso che esso venga visto come una colpa e che di essa venga accusato l'altro. Infatti, ognuno pensa di aver ragione, altrimenti il disaccordo non ci sarebbe, quindi ognuno pensa che se l'altro non ammette di aver torto è perché (1) non vuole pur sapendo di sbagliare, quindi è in mala fede; oppure perché (2) non è abbastanza intelligente da capire che sbaglia ma crede di saperla più lunga del suo interlocutore, quindi può essere "giustamente" qualificato come arrogante. In tale situazione, in cui ognuno ritiene l’altro arrogante o in mala fede, è facile che si scateni una certa aggressività da una o da ambo le parti.

In termini di bias cognitivo, se il disaccordo è colpa di qualcuno, ognuno dei contendenti cerca di dimostrare che la colpa è dell'altro, altrimenti sarebbe la propria, cosa esclusa a priori per ovvi motivi di difesa della propria reputazione.

In conclusione, l’unico modo per evitare una guerra in caso di disaccordo è quello di non esprimere il disaccordo stesso.

Sulla guerra russo-ucraina

Non solo il Covid ci ha divisi (provax contro novax) ma anche la guerra in Ucraina. Ci sono infatti i favorevoli e i contrari all'invio di armi agli ucraini e alle sanzioni economiche contro la Russia.

Mentre io sono un convinto provax, trovo difficile prendere una posizione per quanto riguarda le sanzioni alla Russia e l'invio di aiuti militari all'Ucraina.

Sia chiaro, per me Putin (e il suo amico Patriarca Kirill) sono dei criminali assoluti e l'invasione dell'Ucraina non ha alcuna giustificazione morale (nonostante gli errori della Nato). Mi chiedo solo, pragmaticamente, se l'attuale politica della EU e della NATO (sanzioni alla Russia e aiuti militari all'Ucraina) sia "utile" o "dannosa" al fine di evitare un'escalation bellica (col rischio di impiego di armi nucleari). Io non so rispondere a questa domanda, e voi?

Un'altra questione, che riguarda esclusivamente il popolo ucraino, è se "convenga" loro resistere o arrendersi. Se voi foste ucraini, che fareste? Anche a questa domanda io non saprei rispondere.

Sull’importanza della coesione sociale

Una società poco coesa è debole e fragile.

La coesione sociale richiede una certa condivisione di ideali, di valori, e di interessi.

Una società in cui manca la motivazione ad accordarsi su un certo numero di principi fondamentali non è coesa, ed è destinata a dissolversi o ad essere superata da società più coese.

La difesa contro il comunismo è stato un importante fattore di coesione delle società liberali fino agli anni ‘80. La dissoluzione dell’impero sovietico ha diminuito notevolmente la coesione di tali società.

Cosa ci unisce oggi? Una sterile idea di libertà che ognuno interpreta e realizza a modo suo, e che perciò non favorisce la cooperazione.

La grande libertà di cui la nostra generazione e le successive  hanno goduto ci ha viziati e indeboliti.

I nostri social network rispecchiano la mancanza di coesione della nostra civiltà: tante affermazioni inconcludenti, impermeabili ai discorsi altrui, e nessuna motivazione ad accordarsi su qualche principio fondamentale.

Sulle polemiche tra filosofi

Le filosofie sono un po' come le religioni, le une contro le altre armate, quindi non possono essere tutte vere, e non tutti i filosofi possono essere saggi e/o onesti. A mio avviso, e anche a quello di eminenti filosofi, anche tra i mostri sacri della filosofia ci sono i ciarlatani, specialmente tra quelli che usano un linguaggio oscuro e "non falsificabile", che pochi si vantano di saper "interpretare".

Prendiamo ad esempio due filosofi tra i più famosi e riveriti: Hegel e Schopenhauer. Il secondo considerava il primo peggio che un ciarlatano, una rovina per lo sviluppo della filosofia, e non si può dire che il suo giudizio fosse dovuto a incompetenza filosofica. Per quel poco che conosco Hegel, credo che Schopenhauer avesse ragione.

La storia della filosofia e il mondo accademico dovrebbero dare più spazio alle feroci polemiche tra filosofi, invece di presentarli tutti come egualmente degni di rispetto e portatori di verità, ognuno a suo modo.

Trovo deplorevole che molti professori di filosofia non osino prendere posizione contro alcun filosofo famoso. La vedo come una mancanza di coraggio e di onestà intellettuale.

Comizi populisti

Certi comizi politici, come quello organizzato dalla Afd in Germania a cui oggi ho assistito in TV (e presumo che le cose non siano diverse per alcuni partiti italiani), mi sembrano riti-spettacoli in cui l'oratore sputa sugli avversari o li deride, e ad ogni sputo o insulto o qualunque altra espressione di disprezzo, il pubblico applaude in massa identificandosi con lo sputatore e si sente forte per l'applauso generale, come se questo fosse rivolto a ciascuno di essi, una conferma di approvazione della propria personalità e di appartenenza ad una società giusta minacciata da nemici della patria.

Nessuna idea concreta, solo slogan carichi di autocompiacimento e di disprezzo e odio per gli avversari. La logica è semplice. I nostri avversari politici fanno una politica contraria agli interessi della nazione. Quindi sono stupidi, e/o ignoranti e/o in malafede e curano solo i propri interessi a danno di quelli della patria. Quindi sono meritevoli del nostro disprezzo, come pure coloro non sono contro di essi, e quindi sono loro alleati. E' per colpa loro che le cose vanno male. Dobbiamo liberarcene per riportare la tranquillità e il benessere nella nostra nazione.

Obbedienza, disobbedienza, premio, castigo, ribellione, rivoluzione

Sin da bambino, e per tutta l’età scolare, l’uomo subisce un’educazione basata sulla premiazione dell’obbedienza e la punizione della disobbedienza nei riguardi delle volontà degli educatori. E’ così che l’uomo impara ad obbedire alle volontà dei suoi simili.

Se due persone hanno volontà antagoniste o incompatibili, un conflitto è inevitabile, a meno che almeno una delle due adatti la sua volontà a quella dell'altra (ovvero obbedisca ad essa). Ciò può avvenire spontaneamente o a seguito di minacce o di violenze.

L’adattamento della volontà di una persona a quella di un’altra si chiama conciliazione.

In assenza di conciliazione, il conflitto può dar luogo ad una ribellione e/o ad una rivoluzione.

La ribellione consiste nella disobbedienza di una persona nei confronti della volontà di un’altra. Conseguenza della ribellione può essere la separazione o l’allontanamento tra le persone, oppure un ridimensionamento delle volontà a cui il ribelle disobbedisce.

La rivoluzione consiste nell'inversione dei ruoli tra comandante e obbediente, cioè nel caso in cui il ribelle riesca a farsi obbedire da colui a cui ha disobbedito.

Pragmatica dei conflitti umani

Conflitto: A desidera la cosa X, B desidera la cosa Y. Ad A dispiace Y, a B dispiace X. Qualcuno deve rinunciare ai suoi desideri altrimenti un'interazione cooperativa è impossibile e il risultato è un'interazione violenta o la separazione.

Certo, A può cercare di spigare a B che X è buono anche per lui, e vice versa, ma alla fine, se ognuno resta nella sua posizione, qualcuno dovrà rinunciare, allontanarsi o usare violenza per soddisfare i propri desideri.

La libertà non fa che aggravare la probabilità di conflitto. Infatti, più due persone sono libere, maggiore è la probabilità che abbiano gusti e desideri diversi in quanto non imposti né censurati da una autorità esterna o dal conformismo. Ne consegue che la libertà favorisce le differenze di gusti e desideri, e quindi i conflitti e le separazioni.

Esiste una soluzione ai conflitti che non sia violenta o rinunciataria? Non credo. Per alleviare il problema possiamo solo cercare di capire criticamente quali sono i nostri bisogni e desideri e quelli dei nostri interlocutori ed eventualmente evitare di desiderare cose inutili o morbose da parte nostra, e, dall'altra, tollerare i gusti e i desideri altrui quando sono diversi dai nostri o conflittuali rispetto ad essi.

Amore per la verità vs. amor proprio

Io sospetto che dietro l'amore per la verità si nasconda l'amor proprio, cioè il timore di essere disprezzati da chi ha idee contrarie alle nostre. Questo amor proprio è alla base dei conflitti che si celano dietro apparenti dialettiche. Infatti è difficile, per una persona non disprezzare coloro che lo disprezzano, anche se il disprezzo altrui è solo presunto.

Intendo dire che noi ci "aspettiamo" di essere disprezzati da coloro che disprezzano le nostre idee. Non ci sarebbe nessun problema a credere a qualunque cosa, anche le più assurde, purché non si cerchi di imporre agli altri le proprie idee e non si faccia proselitismo. Il problema più rilevante è a mio avviso l'amor proprio offeso. Insomma è una questione emotiva più che cognitiva.   

L'amor proprio è la difesa della propria dignità sociale, in senso intellettuale e morale. La dialettica può essere un mezzo come altri per attuare tale difesa. Dopo la sopravvivenza, la dignità sociale è per l'uomo la cosa più importante, perché senza quella rischia l'isolamento, e quindi la morte civile e poi quella fisica. L'inconscio lavora per difendere la dignità sociale della persona.

Accordo e disaccordo

Essere in disaccordo con qualcuno è sempre causa di problemi. Infatti gli esseri umani, essendo interdipendenti, hanno sempre bisogno della cooperazione altrui, e questa è ostacolata o resa impossibile dal disaccordo.

In caso di disaccordo tra due individui su questioni importanti, ci sono generalmente tre opzioni:
  • i due smettono di cooperare e vanno pacificamente ognuno per la propria strada

  • uno dei due si adatta (volente o nolente) ai desideri dell'altro

  • i due si fanno la guerra (unilateralmente o bilateralmente)

Prima di scegliere una delle opzioni suddette, ognuno cerca di costringere l'altro ad adattarsi al proprio "diapason", cioè alla propria mentalità o al proprio volere.

Questo tentativo può essere accompagnato da minacce più o meno esplicite di punizioni, tra le quali la fine della cooperazione, la svalutazione morale e/o intellettuale dell'altro o il ricorso a violenze (fisiche o psicologiche).

Perciò accade spesso che le persone siano d'accordo (o nascondano il loro disaccordo) per paura della solitudine o dell'ostilità che una palese discordanza potrebbe causare.

Suppongo che un disaccordo celato sia causa di stress psichico e di insoddisfazione.

Sui conflitti interpersonali - La ricerca del vantaggio

In un mondo ideale, l'uomo dovrebbe adattare la società ai bisogni propri e altrui.

Tuttavia questo adattamento è reso difficile dal bisogno di ciascuno di controllare gli altri, e di non essere controllato dagli altri.

Infatti ognuno ha una sua società ideale in cui ha un ruolo vantaggioso, e cerca di imporre agli altri il suo ideale di società. 

Gli ideali di società sono in astratto molto simili, ma vengono istanziati in modo diverso in quanto al ruolo, alla posizione gerarchica e hai possedimenti che ciascuno vorrebbe avere nell'ideale stesso.

Alcuni hanno proposto di eliminare ogni gerarchia, ma anche se ciò fosse possibile, rimarrebbe il problema della divisione del lavoro, dei ruoli, e della distribuzione dei beni, che comportano inevitabilmente delle differenze a vantaggio di qualcuno.

La ricerca del vantaggio sugli altri e la madre di ogni conflitto.

Vedi anche: Il desiderio di vantaggio: radici psicologiche, antropologiche e politiche del conflitto umano

Psicologia dei conflitti

Mi piacerebbe trovare un libro sui conflitti umani che trattasse dei seguenti aspetti:

  • i cripto-conflitti, cioè i conflitti nascosti, dissimulati, o negati nonostante le evidenze;

  • i processi di escalation nei conflitti;

  • come si passa da una diversità di vedute su un certo tema ad un conflitto interpersonale, ovvero come una diversità di vedute viene percepita come arroganza, presunzione o prevaricazione;

  • le relazioni tra conflitto, competizione e gerarchia;

  • le relazioni tra conflitti e morale, ovvero come una morale può ridurre o aumentare i conflitti;

  • le relazioni tra conflitti esterni e conflitti interiori;

  • la possibilità di superare il livello logico di un conflitto: cioè anziché cercare di stabilire quale delle parti debba prevalere, comprendere perché il conflitto è nato, in cosa consiste e a cosa tende.


In caso di disaccordo tra due persone

A mio parere, nel caso in cui tra due persone A e B, B si trova in disaccordo nei confronti di qualcosa che A ha affermato, il disaccordo può essere dovuto ad una o più cause come le seguenti:

  1. A ha detto cose che non corrispondono alla realtà (nella maggior parte dei casi).

  2. B non ha "capito", o ha "frainteso" ciò che A ha detto, o lo ha capito solo in parte. Ciò è dovuto al fatto che B non ha sufficienti esperienze o conoscenze (dirette o indirette) della problematica di cui A ha parlato.

  3. B ha capito bene ciò che A ha detto, ma ritiene che ciò che A ha detto non corrisponda alla realtà in generale.

  4. B ha capito bene ciò che A ha detto, ma ritiene che ciò che A ha detto non corrisponda alle proprie esperienze personali.

  5. B è "disturbato" (consapevolmente o inconsapevolmente) da ciò che A ha detto, nel senso che, se ciò che A ha detto fosse vero, questo contraddirebbe la visione del mondo di B, e quindi la sua "autorevolezza". Quindi è "funzionale" per l'autostima di B, contraddire le affermazioni di A. (A mio parere questa dinamica è tipicamente inconscia e credo che nessuno ne sia esente, nemmeno io).

Per concludere, credo sia importante che colui che si trova in disaccordo con un'affermazione altrui chiarisca esplicitamente se il disaccordo si riferisce solo alle proprie esperienze personali, oppure vale per l’intera umanità.

A mio avviso, questa precisazione renderebbe meno grave e più accettabile il disaccordo per entrambi i contendenti.

Psicologia del cambiamento

Si potrebbe fondare una psicologia incentrata sul concetto di cambiamento, vale a dire sulle motivazioni opposte, conflittuali, tra cambiare e conservare certe cose, all’interno e/o all’esterno di se stessi.

Ogni disaccordo determina la motivazione alla sua eliminazione e/o il raggiungimento di un accordo. Ciò implica la necessità di un cambiamento in uno o in entrambi i termini del disaccordo stesso. Di conseguenza ogni disaccordo genera il desiderio e la ricerca di un cambiamento.

Un cambiamento consiste in una differenza tra due stati temporalmente consecutivi di un certo contesto.

Un cambiamento può costituire una novità o un ritorno ad uno stato precedente.

Un cambiamento non è mai spontaneo, ma è sempre l’effetto di uno o più altri cambiamenti. Perciò, se si vuole cambiare qualcosa, bisogna cambiare qualche altra cosa, all’interno o all’esterno di se stessi. D’altra parte a seguito di ogni cambiamento dobbiamo aspettarci ulteriori cambiamenti come suoi effetti.

La paura di un cambiamento è giustificata dal fatto che non si conoscono i suoi effetti, ovvero gli ulteriori cambiamenti che esso può causare.

La vita non può fare a meno di cambiamenti. L’assenza di cambiamenti è mortale.

Il divenire consiste in cambiamenti successivi.

Ognuno dovrebbe chiedersi: cosa vorrei cambiare e cosa conservare all’interno e all’esterno di me stesso?

Il cambiamento, se volontario, implica una responsabilità riguardante le conseguenze del cambiamento stesso.

Giudicare e appartenere

Giudicare (sinonimo di valutare, classificare, qualificare, connotare, identificare ecc.) un ente (persona, cosa, idea ecc.) significa attribuire ad esso l'appartenenza a certe categorie (classi, tipi, gruppi, insiemi ecc.) etiche, estetiche o logiche caratterizzate da certe proprietà (qualità, aspetti, forme, norme, valori, funzioni, intenzioni, scopi, interessi ecc.).

Le attribuzioni del giudicare sono soggettive in quanto dipendono dalle categorie definite nelle menti delle persone giudicanti.

La definizione di una categoria (soggettiva per definizione) può essere più o meno grossolana o raffinata, e più o meno certa o incerta, così come un giudizio può essere più o meno grossolano o raffinato, più o meno certo o incerto.

Inoltre, sia le categorie, sia i giudizi che da esse derivano, possono essere più o meno consci o inconsci.

Il comportamento di una persona verso gli altri dipende dai propri giudizi verso di essi. Di conseguenza ognuno cerca di capire come gli altri lo giudicano e di ottenere da essi il giudizio più favorevole, influenzandolo se possibile.

A tal proposito ognuno deve tenere conto delle categorie memorizzate nelle menti altrui e giudicarsi anche secondo tali categorie, non solo secondo le proprie.

Le differenze tra le proprie categorie e quelle altrui sono problematiche, nel senso che possono dar luogo a giudizi diversi riguardo agli stessi enti e alle stesse questioni. La diversità delle categorie e dei giudizi è, a mio avviso, la causa fondamentale dei conflitti tra esseri umani.

Sui conflitti interpersonali

I conflitti interpersonali sono dovuti alla conflittualità delle motivazioni delle persone coinvolte nei conflitti stessi.

Prendiamo due persone A e B. Una motivazione di A è conflittuale con una motivazioni di B se la soddisfazione della motivazione di A implica l'insoddisfazione di quella di B.

In quali casi le motivazioni di due persone sono conflittuali?

La proprietà privata è una fonte molto diffusa di conflitto, dato che, per definizione, se una proprietà è privata, solo il proprietario ha il diritto di goderne, anche se altri lo vorrebbero.

Un'altra diffusa fonte di conflitto è costituita dalla relazione affettiva (o erotica) esclusiva, che è una sorta di proprietà privata della relazione stessa, o della persona con cui si è in relazione.

Un'altra fonte di conflitto riguarda l'organizzazione sociale o politica. È il caso in cui  una persona A favorisce una certa organizzazione sociale o politica a lui favorevole, ma sfavorevole a una persona B, o viceversa.

Un altro caso molto comune di conflitto si ha quando A e B cooperano per il bene comune, ma A vorrebbe operare in un modo che B considera controproducente, o a lui sfavorevole o sgradevole.

In tutti i casi di conflitto, si ha dunque un contrasto tra motivazioni incompatibili e inconciliabili.

È possibile evitare i conflitti? È possibile, ma richiede che le parti accettino un compromesso per cui che una delle parti, o entrambe, rinuncino in parte o in toto a soddisfare la propria motivazione a favore di quella dell'altro.

Tu sei disposto ad accettare tali compromessi?

Un buon posto nella società

Al di fuori delle emergenze fisiologiche, l'uomo, consciamente o inconsciamente, cerca soprattutto di occupare un posto nella società che gli assicuri un certo rispetto da parte degli altri ed un certo potere sugli altri, tali da permettergli una cooperazione tale da assicurargli una vita abbastanza sicura e piacevole.

Potremmo chiamare l'oggetto della ricerca un "buon posto nella società".

Ovviamente ognuno ha un'idea soggettiva di quale possa essere tale posto per sé e quale per gli altri, ovvero di quali caratteristiche e quali forme esso possa o debba avere.

Un certo "posto sociale" implica certi ruoli e certi rapporti gerarchici con gli altri, in gerarchie politiche, economiche, intellettuali, estetiche e morali.

Purtroppo è difficile che le persone trovino un accordo sui rispettivi posti sociali. Ognuno si lamenta perché gli altri non gli riconoscono il posto che vorrebbe avere, o perché gli altri occupano un posto che ritiene
immeritato.

Questo disaccordo e queste lamentazioni sono causa di conflitti e di guerre, più o meno esplicite e più o meno cruente.

Come risolvere tali disaccordi? Non è facile, e non è certo che possano essere risolti.

Normalmente ognuno finisce per accettare dei compromessi, ovvero il posto sociale "meno peggio" possibile rispetto alle proprie ambizioni.

Tuttavia, affinché il compromesso sia davvero il "meno peggio", conviene prendere coscienza del gioco, che si potrebbe chiamare "status game", e delle variabili in gioco per quanto riguarda la propria persona e le proprie risorse.

La psicologia dovrebbe servire soprattutto a questo.

Messaggi dei tatuaggi

A mio avviso i tatuaggi esprimono messaggi inconsci rivolti agli altri e a se stessi, come, ad esempio, i seguenti:

Guardami, io esisto e tu non devi ignorarmi. O apprezzi o disprezzi il mio tatuaggio, ma non puoi ignorarlo, non puoi ignorarmi.

Io non sono uno qualsiasi, io sono speciale, io sono originale perché il mio tatuaggio è unico al mondo.

Io sono padrone del mio corpo, nessuno può dirmi come deve apparire. Io sono libero da condizionamenti, io sono anticonformista.

Io sono coraggioso perché il mio tatuaggio è stato molto doloroso ed è irreversibile. Come la mia personalità, non cambierà mai.

Io appartengo alla comunità dei tatuati, diversa dalla tua, migliore della tua, di cui fanno parte altre persone simili a me, che si tatuano anch'esse.

Se ti faccio schifo dimostri che sei ignorante, conformista, cattivo.

Io sono una persona alla moda, tu no; io sono più evoluto di te.

Il mio tatuaggio è bello, e dimostra il mio buon gusto.

Questo tatuaggio mi ricorda qualcosa che per me ha grande valore e che non voglio mai dimenticare.

Il mio tatuaggio racconta una storia, esprime certi ideali. Se non li capisci e non li condividi sei mio nemico, sei ignorante, sei stupido.

Se capisci il mio tatuaggio e ti piace, sei mio amico e alleato.

Il mio tatuaggio è un grido di dolore autolesionista, se non lo capisci non hai sentimenti.

Più è esteso il tatuaggio, più forti sono i messaggi che esso esprime, più sono coraggioso, più attenzione e rispetto io merito, più alta è la mia posizione nella gerarchia dei tatuati.

Ecc.

Comportamento e conflitti

In poche parole, gli umani fanno ciò che loro piace ed evitano di fare ciò che loro dispiace. Detto così, il comportamento umano si potrebbe spiegare molto semplicemente, se non fosse che ci sono una serie di problemi che lo rendono complicato e difficile da spiegare.

Una prima serie di problemi è relativa al fatto che una stessa cosa può piacere e dispiacere allo stesso tempo, o in tempi diversi, alla stessa persona, il che può dare luogo a conflitti interiori e difficoltà di decisione che sono di per sé spiacevoli.

Una seconda serie di problemi è relativa al fatto che ciò che piace ad una persona può dispiacere ad un’altra, il che può dare luogo a conflitti interpersonali e difficoltà di cooperazione che sono di per sé spiacevoli.

Una terza serie di problemi è relativa al fatto che ogni comunità o cultura definisce ciò che “dovrebbe” o “deve” piacere, e ciò che dovrebbe o deve dispiacere ai propri membri. Si tratta di ingiunzioni che possono non corrispondere a ciò che realmente piace o dispiace ad essi. Tali ingiunzioni possono indurre coloro che desiderano fare parte di una certa comunità o cultura ad assumere i gusti caratteristici della stessa, anche se essi contrastano con i propri gusti autentici, dando luogo a conflitti tra individuo e società.

Riassumendo, il comportamento umano è complicato dalla presenza di tre tipi di conflitti:

  • Conflitti interiori

  • Conflitti interpersonali

  • Conflitti culturali

Si tratta di conflitti per lo più non risolvibili. Tuttavia analizzarli e tenerli a mente può aiutarci a gestirli in modo più intelligente e produttivo in termini di soddisfazione dei bisogni propri e altrui.

Perché gli umani sono per lo più incapaci di discutere costruttivamente?

Se le discussioni tra persone istruite, intelligenti e beneducate finiscono con un disaccordo e un giudizio negativo reciproco,  figuriamoci quelle tra persone meno istruite, meno intelligenti e maleducate! Il problema, secondo me, più che stabilire se siano valide le ragioni dell’uno o quelle dell’altro, è l'incapacità degli esseri umani (a tutti i livelli e in tutto il mondo) di discutere in modo costruttivo. Su questo l'uomo ha molto spazio per migliorare e la strada è lunga, visto che pochi si occupano di questo problema in modo approfondito.

Propongo pertanto di studiare maggiormente la natura umana, di non pensare di saperne abbastanza. Propongo di esigere che gli intellettuali affrontino questo problema, e si chiedano soprattutto: perché gli umani sono per lo più incapaci di discutere costruttivamente? Questa tematica dovrebbe essere affrontata nelle scuole di ogni ordine e grado e costituire uno dei temi principali della filosofia e della psicologia.

Già il fatto di riconoscere questo problema universale potrebbe migliorare la situazione. Perché non si può risolvere un problema se non si è  capito di che problema si tratta. 

In molte discussioni, i contendenti si ostinano a difendere le loro tesi senza capire che il problema maggiore è quello dell'incapacità di intendersi reciprocamente. Infatti ognuno ha ragione dal suo punto di vista, ma nessuno accetta il punto di vista dell'interlocutore. Ognuno pensa che il suo punto di vista sia corretto, giusto e sufficiente per giudicare. Ma ogni punto di vista è parziale e soggettivo, perché cambiando punto di vista la vista cambia.

Triadi affettive conflittuali e infelicità

In una relazione affettiva duale, ognuno dei relati può avere, e normalmente ha, anche altre relazioni affettive, per cui ogni relazione duale è in realtà costituita da una quantità di triadi affettive.

Una triade può essere più o meno conflittuale o pacifica. E' conflittuale quando, data una relazione tra A e B, A ha un affetto positivo verso una entità C verso cui B ha un affetto negativo.

Un esempio è quello della gelosia: A e B sono sposati, A è attratto da C, B teme C in quanto possibile concorrente, perciò ogni avvicinamento di A verso C determina in B una reazione affettiva ostile, più o meno aggressiva o depressiva verso B e C. La relazione (reale o ipotetica) tra A e C è sentita da B come ingiusta, mentre è sentita da A come giusta.

In altre parole, una triade con base AB è conflittuale quando una eventuale relazione affettiva positiva AC o BC è giusta per A e ingiusta per B, o viceversa.

Quanto più sono conflittuali le triadi in cui una persona è coinvolta, tanto più essa è infelice; quanto più esse sono pacifiche, tanto più la persona è felice.

Cosa può fare una persona A che si trova coinvolta in una triade affettiva conflittuale ABC per evitare di soffrire?

  • rompere la relazione con B

  • minacciare di rompere la relazione con B se B non accetterà la relazione AC

  • rompere la relazione AC (rinunciare a C)

  • mutare la relazione AB da positiva in negativa (smettere di amare B)

  • punire B


Sulla competizione tra l'inconscio e l'io cosciente, e tra il super-io e l'io antitetico

L'io cosciente rivendica autonomia rispetto all'inconscio, incluso il diritto di ignorarlo o di modificare le sue logiche e i suoi automatismi attraverso una psicoterapia, un'autoterapia o esercizi di autocontrollo o di libero arbitrio.

Entrambi vorrebbero infatti avere l'ultima parola nel dirigere il comportamento del soggetto.

Tuttavia l'inconscio non tollera che l'io cosciente cerchi di opporsi alle sue scelte e usa le sue armi (inibizioni, paure,  sentimenti dolorosi, disturbi psicosomatici ecc.) per neutralizzare le intrusioni del suo antagonista. 

Perciò, per evitare autopunizioni, all'io cosciente conviene procedere con moderazione contro il suo inconscio, non troppo spesso e a piccole dosi di autocontrollo. In altre parole, all'io cosciente conviene capire quando è il momento di smetterla con le richieste di cambiamento delle proprie abitudini di comportamento.

Infatti l'inconscio è più forte, più importante ed infinitamente più complesso dell'io cosciente nell'economia della vita e nella regolazione della soddisfazione dei bisogni del soggetto.

Oltre agli innumerevoli automatismi biologici di vario livello funzionale, l'inconscio contiene, come ci insegna Luigi Anepeta, due "motori", o agenti mentali, di alto livello: il super-io e l'io antitetico. Le rispettive "politiche" sono strutturalmente in conflitto tra loro, e l'io cosciente si allea ora con l'uno, ora con l'altro.

Il super-io mira ad evitare l'isolamento sociale del soggetto e ad affermare la sua appartenenza ad una o più comunità, mente l'io antitetico mira a difenderne la libertà e l'individuazione contro qualsiasi costrizione e falsità culturale. Il super-io accetta gli altri come sono e tende ad imitarli, mentre l'io antitetico li critica e li sfida continuamente.

Il rapporto di forza tra i due agenti mentali varia da persona a persona e nel tempo in una stessa persona. L'io antitetico prevale (ma mai in modo definitivo) sul super-io in una minoranza di persone alle quali dobbiamo, più che ad altre, il progresso civile e l'evoluzione culturale.

La contraddizione come conflitto, arma di competizione, minaccia  e catastrofe esistenziale

Contraddire un discorso equivale a dire che esso è falso, cioè che afferma come vere cose non vere o inesistenti.

Ogni umano ha paura di essere contraddetto da altri o di contraddire se stesso, perché ogni contraddizione equivale ad una diagnosi di stupidità, di ignoranza, di incapacità o di mala fede.

Ciò è dovuto al fatto che dimostrare di essere stupido, ignorante, incapace o bugiardo implica dimostrare di non essere degno di far parte della società (o di esserlo meno di altri) e per l’inconscio essere esclusi dalla società equivale ad una condanna a morte.

Una contraddizione costituisce un conflitto tra due affermazioni, che si negano e tendono a distruggersi reciprocamente, e,  di riflesso, un conflitto tra i due agenti che le sostengono. Questi possono essere due persone oppure l’io cosciente e l’inconscio, due componenti dell’io cosciente, o due componenti dell’inconscio.

Gli esseri umani non perdono occasione per contraddirsi l’un l’altro, per dimostrare di saperla più lunga degli altri, di essere più degni di altri di far parte della società. Cercano in tal modo di dimostrare di essere più autorevoli e perciò di meritare un posto più alto di altri nella gerarchia dell’intelligenza e della dignità sociale. La contraddizione tra umani è dunque uno strumento di competizione sociale.

Per quanto riguarda la coscienza di se stessi, rendersi conto di fare affermazioni contraddittorie induce a perdere la fiducia in se stessi, e questa perdita è per l’individuo una catastrofe esistenziale. Infatti non aver fiducia in se stessi implica non poter contare su se stessi, sulle proprie capacità cognitive, ed essere esposti ad ogni derisione, disprezzo ed emarginazione da parte di coloro che dimostrano meno auto-contraddizioni.

La puara della contraddizione corrisponde a ciò che io chiamo "bisogno di coerenza", essendo la coerenza il contrario della contraddizione.

Per concludere, la contraddizione può essere un’arma di competizione e una minaccia di emarginazione sociale. Per questo siamo tutti così preoccupati di non “cadere” in qualche contraddizione e di non essere contraddetti dagli altri. Insomma, la contraddizione è una delle maggiori causa di ansia per gli esseri umani.

Sui conflitti tra spiritualisti e materialisti 

Secondo voi, perché spesso spiritualisti e materialisti si snobbano o si disprezzano reciprocamente? Che male fanno gli spiritualisti ai materialisti se i primi si limitano a credere che dopo la morte risusciteranno e saranno immortali e premiati con un soggiorno eterno in paradiso? Ovviamente nessuno. E che male fanno i materialisti agli spiritualisti se i primi si limitano a pensare che dopo la loro morte nulla resterà di loro se non degli atomi che si ricombineranno in altri modi? Ovviamente nessuno. E allora come spiegare l’ostilità tra le due categorie di persone?

Mi sono venute in mente tre ipotesi di risposta, che possono essere mutuamente esclusive o sommabili.

La prima ipotesi è che i membri di ciascuna categoria presumono di essere stati precedentemente snobbati o disprezzati da quelli dell’altra. In altre parole le due categorie si snobbano o si disprezzano reciprocamente per una sorta di reazione difensiva, in quanto attribuiscono all'altra il primo atteggiamento sprezzante.

La seconda ipotesi è più complessa ma forse più convincente.

Io suppongo infatti che il motivo dell'ostilità sia logico-razionale, sistemico, competitivo e inconscio, e cercherò di spiegarlo con un esempio. Prendiamo due persone A e B, che la pensano in modo opposto in tema di finitudine e di spiritualità. In A avviene questo “ragionamento inconscio”: se B avesse ragione e io torto, allora B sarebbe superiore a me intellettualmente e perciò B sarebbe titolato a occupare posti più alti rispetto al mio nella gerarchia della comunità. Questa prospettiva è sgradita ad A, che perciò si sforzerà di dimostrare di aver ragione e che B ha torto, per dedurre da ciò una propria supremazia intellettuale. Un ragionamento inconscio analogo a parti invertite avviene in B. Insomma ipotizzo che si tratti di una questione di competizione per "meritare" i posti più alti, più prestigiosi e di maggior potere nella gerarchia formale o informale della comunità.

Una terza ipotesi, ispirata dalla lettura di “Massa e potere” di Elias Canetti, è che i due gruppi rivali vedono ciascuno nell’altro un pericolo per la conservazione e l’integrità del proprio gruppo sociale (caratterizzato da una certa credenza e fondato su di essa), col rischio di restare orfani del gruppo stesso, isolati socialmente, e di frustrare in tal modo il proprio bisogno di appartenenza sociale.

Che ne dite di queste mie ipotesi?

Rappresentatività sociale

Nell'interazione tra individui, ognuno percepisce (consciamente o inconsciamente) ciascun altro come portatore di una certa rappresentatività sociale, ovvero come esponente di una certa comunità. In altre parole, noi percepiamo un essere umano sempre come appartenente ad una certa comunità (intesa come gruppo o classe di persone che hanno qualcosa in “comune”) nel senso che trattare con esso equivale a trattare con il gruppo sociale che esso rappresenta per il solo fatto di esserne membro.

Questa reciproca percezione “rappresentativa” degli esseri umani conferisce ad ogni individuo un certo status e potere, dato che dietro ognuno c'è idealmente una comunità sua alleata, pronta a difenderlo se viene attaccato e a sostenerlo se lui stesso attacca altri.

Possiamo dunque dire che un essere umano non è mai “funzionalmente” solo, ma è sempre percepito come membro solidale di qualche gruppo sociale. Fanno eccezione le persone considerate come emarginate dalla società o disumane, e in quanto tali non degne di rispetto (a tali persone viene normalmente attribuita la colpa della propria “indegnità”, anche quando si tratta di vittime di sfortuna o ingiustizie).

Le conseguenze di questo fenomeno percettivo nelle interazioni sociali sono duplici. Da una parte ognuno tratta gli altri non come individui unici, ma come “collettività” astratte, con tutti gli effetti collaterali positivi e negativi che possiamo immaginare. Dall’altra, ognuno sente il bisogno di “appartenere” ad una o più collettività (astratte e/o concrete) al fine di essere “rispettato” dagli altri come rappresentante di collettività “qualificate” e non come individuo isolato e in quanto tale indifeso e senza “qualità”.

Questo “bisogno di appartenenza” può tuttavia essere fonte di problemi psichici dal momento che per un individuo può essere difficile riconoscersi in qualche comunità, gruppo o classe sociale. Ciò avviene specialmente se esso è dotato di capacità e/o sensibilità straordinarie ovvero molto diverse da quelle “normali”, “medie” o tipiche riscontrabili nei gruppi sociali a cui appartiene o vorrebbe appartenere.

Ne consegue una dialettica perenne e dolorosa tra bisogno di appartenenza e bisogno di individuazione (come ci insegna Luigi Anepeta), capace di dar luogo a disagi e disturbi psichici. Una specie di “doppio vincolo” (come direbbe Gregory Bateson) che, se non risolto o non gestito, potrebbe causare forme più o meno gravi di schizofrenia.

Che succede quando due persone si incontrano?

Quando due persone si incontrano, succedono tante cose, a livello conscio e ancor più inconscio, che determinano un certo tipo di interazione e la sua durata.

  • Algoritmi inconsci classificano l'interlocutore (in amico, nemico o cosa da usare) secondo la mappa cognitivo-emotiva di ciascuno, e danno luogo ad aspettative e a supposizioni di aspettative altrui;

  • bisogni, desideri e sentimenti si attivano e vengono alimentati o frustrati in base a tali aspettative;

  • si determinano inibizioni e opzioni di comportamento;

  • si delineano interessi comuni, interessi diversi e conflitti di interesse, si esaminano possibilità di cooperazione;

  • si attivano attrazioni e repulsioni in base a percezioni estetiche e cognitive;

  • si fanno calcoli economici, energetici e politici di una eventuale interazione (costi e benefici);

  • si valuta la salute mentale dell'altro, le sue potenzialità e incapacità, le sue differenze rispetto alla gente comune e a se stessi;

  • si constatano affinità e incompatibilità;

  • ci si misura con l'altro per stabilire chi è più competitivo;

  • si valutano i rischi di una interazione rispetto ai rapporti con altre persone;

  • si considerano diritti, doveri, obblighi, divieti e gradi di libertà e creatività applicabili ad una eventuale interazione;

  • si attivano curiosità, domande, spinte narcisiste e slanci di generosità, empatia, apatia, voglia di aiutare o di combattere, si determinano comprensioni e incomprensioni, approvazioni e disapprovazioni, un senso di comune appartenenza o di estraneità;

  • si interpretano le motivazioni e intenzioni altrui;

  • si immaginano scenari di possibili interazioni, ecc., e, tutto ciò considerato, si decide quali passi fare, il livello di intimità fisica accettabile da ciascuno, se e quanto avvicinarsi o allontanarsi, dare, prendere, difendersi, offendere, offrire, proporre, cosa dire e cosa non dire, cosa mostrare e cosa nascondere, cosa fingere, come manipolare l'altro a proprio vantaggio;

  • si cercano temi di conversazione appropriati accettabili da ambo le parti;

  • si stabiliscono i possibili ruoli e livelli gerarchici reciproci;

  • si decidono i rituali da eseguire;

  • nascono speranze, si consumano delusioni, si sviluppano paure ed entusiasmi, ansia e fiducia, eccitazione e noia.


Sulle cause, le dinamiche e le conseguenze del disaccordo

Il disaccordo rispetto ad una opinione altrui può essere dovuto a reazioni cognitive, emotive e motive. Possiamo perciò parlare di disaccordo cognitivo, disaccordo emotivo e disaccordo motivo.

Il disaccordo cognitivo è dovuto alla percezione di una contraddizione logica tra l'opinione altrui e la propria.

Il disaccordo emotivo è dovuto all'idea che se l'opinione altrui è vera/giusta, allora la mia reputazione risulta diminuita.

Il disaccordo motivo è dovuto all'idea che se l'opinione altrui è vera/giusta, allora io dovrei comportarmi diversamente da come mi comporto, e in modi che non mi piacciono o non mi convengono.

Conseguenza del disaccordo è una motivazione a screditare l'opinione con cui siamo in disaccordo, e/o il suo portatore, con argomenti più o meno affetti da bias cognitivo, e la motivazione a cancellare, far tacere o deformare l'opinione altrui come mezzo per evitare o annullare la discordanza.

Ogni volta che sentiamo o leggiamo un'opinione, un automatismo inconscio ne valuta le conseguenze per la nostra rreputazione, e determina le reazioni cognitive, emotive e motive del caso.

Per esempio, prendiamo il caso di una persona che dopo anni di studio ha ottenuto un'abilitazione a svolgere la professione di psicoterapeuta. Se questa persona sente qualcuno  privo di particolari qualificazioni parlare di psicoterapia in termini che non corrispondono a quelli appresi durante i suoi studi, la reazione potrebbe essere una delle seguenti:

  • l'opinione dell'altro è incompatibile con quanto appreso e lo contraddice/invalida

  • l'opinione dell'altro è compatibile con quanto appreso ma presume di essere più efficace e/o indispensabile

Il fatto che l'opinione altrui non corrisponda alla propria comporta una minaccia per la propria reputazione. Infatti, se l'opinione altrui fosse valida, essa sminuirebbe quella propria, provocando una diminuzione della propria reputazione. Ne consegue una motivazione a trovare difetti nell'opinione altrui, piuttosto che ad approfondirne i possibili meriti.

Esiste infatti una competizione per la reputazione più alta possibile.

Deriva morale della competizione intellettuale

Una competizione intellettuale può facilmente trasformarsi in una competizione morale, allorché uno dei contendenti accusa l'altro di slealtà, insincerità, o scorrettezza nella competizione, o di volerlo offendere con giudizi umilianti ingiustificati. La discussione può infatti degenerare in uno scambio di offese e di accuse di offensività. La tempesta perfetta si ha quado ogni contendente accusa l'altro di averlo offeso volontariamente, con l'intendo di umiliarlo, e si sente ingiustamente accusato della stessa colpa.

Importanza di avere ragione

Prendiamo due persone A e B che hanno opinioni contrastanti su una certa questione, per esempio se per il bene comune sia più utile la politica X o la Y, oppure se la causa di un inconveniente Z sia V o W, oppure se ciò che afferma il filosofo H sia vero o falso ecc.

Avere opinioni contrastanti può avere conseguenze drammatiche e, in casi estremi, tragiche. Perché le opinioni di A su una certa questione non solo qualificano A agli occhi di B, ma implicano un giudizio di A nei confronti delle opinioni di B, e di B nei confronti delle opinioni di A, in quanto coerenti o contrastanti con quelle dell’interlocutore, e quando si giudica l’opinione di qualcuno si giudica al tempo il soggetto che la possiede e la manifesta.

In altre parole, esprimere un’opinione comporta sempre e comunque, implicitamente, un giudizio negativo nei riguardi delle persone che non la condividono, e positivo nei riguardi di coloro che la condividono.

E’ questo il motivo per cui esprimere opinioni suscita ostilità nei propri confronti da parte di coloro che non sono d’accordo con esse. Infatti questi si sentono “offesi” dall’implicito giudizio negativo nei propri confronti da parte di coloro che esprimono opinioni incompatibili con le loro.

Questa dinamica mentale (più o meno conscia o inconscia) si regge sulla logica per cui una persona che sbaglia si qualifica come “una persona che sbaglia”, cioè come una che, avendo sbagliato una volta, e non riconoscendo il proprio errore, probabilmente continuerà a sbagliare, quindi è inaffidabile, e di conseguenza meno meritevole di un’altra nella gerarchia sociale. In altre parole, più una persona sbaglia, minore è la sua “dignità sociale” o autorevolezza.

Di conseguenza, dire ad una persona “hai sbagliato” equivale dunque a dirgli che la sua dignità sociale è più bassa rispetto a quella di chi non ha fatto lo stesso errore, almeno per quanto riguarda il campo (intellettuale, morale, economico ecc.) in cui è stato commesso il presunto errore.

Per l’uomo avere ragione è importante perché ne va (consciamente o inconsciamente) della sua dignità sociale (o reputazione) e della sua posizione gerarchica (intellettuale, morale, economica ecc.) nella società. Questo spiega l’aggressività che spesso erompe come reazione alla percezione di opinioni che non si condividono.

Per quanto una persona si sforzi di inibire le proprie reazioni aggressive nei confronti di chi esprime opinioni contrarie alle proprie, difficilmente riuscirà a nascondere la sua antipatia e il disprezzo verso il suo oppositore, e la conseguente antipatia e il conseguente disprezzo di ritorno.

L’unico modo per evitare questa escalation di odio (che Gregory Bateson chiama “schismogenesi”) sarebbe quello di non avere opinioni, oppure di non lasciarle trasparire, cosa che però ha ovvie controindicazioni sia per il benessere individuale che per quello sociale.

Accuse reciproche e competizione morale

Tra i conflitti interpersonali, sono frequenti situazioni in cui due persone (o due gruppi) si accusano reciprocamente di comportamento moralmente scorretto o ingiusto, ovvero di ingiustizia o di immoralità.

La dinamica è tipicamente la seguente: una persona A accusa una persona B di immoralità. B si considera innocente e accusa A di ingiustizia per averlo accusato ingiustamente. A reagisce aggravando l’accusa di immoralità per il fatto che B non riconosce la sua colpa (non riconoscere la propria colpa costituisce un’ulteriore colpa dal punto di vista dell’accusatore). B reagisce all’aggravamento dell’accusa contro di lui aggravando a sua volta l’accusa di ingiustizia verso A, dando luogo ad un’escalation che può raggiungere livelli drammatici o tragici, a volte irreparabili.

Un’accusa di immoralità ha conseguenze gravi in quanto implica generalmente la condanna ad una punizione, che può essere più o meno fisicamente violenta. Una punizione non fisicamente violenta consiste tipicamente nel distanziamento dell’accusatore rispetto al condannato (con interruzione o limitazione della comunicazione), o nell’emarginazione sociale del condannato, che, in assenza di riparazioni, espiazioni o perdono, potrebbe causare la rovina sociale dell’accusato. In tal caso possiamo parlare di violenza psicologica o sociale.

Possiamo chiamare “competizione morale” una situazione caratterizzata da accuse reciproche di immoralità, nel senso che ogni parte cerca di dimostrare, insieme con la propria innocenza, la propria superiorità morale o mentale rispetto all’interlocutore.

Un caso particolare di competizione morale riguarda il disprezzo interpersonale. È il caso in cui una persona A accusa una persona B di averla disprezzata. Tale accusa può essere provata da fatti evidenti, oppure basata solo su sospetti o presupposti non dimostrabili. Nel secondo caso è normale che B neghi di aver disprezzato A. Ma questo non basta a rassicurare A, che aggrava la sua accusa verso B accusandolo di falsità o di insensibilità. Conseguentemente, B proclama la sua innocenza in modo ancora più deciso, continuando a negare di aver disprezzato A e accusando a sua volta A di ingiustizia, oltre che di incapacità di valutazione della realtà, ovvero di una disfunzione mentale, giudizio che ovviamente A considera ingiusto e perciò immorale e inaccettabile.

Insomma, lamentarsi senza prove di essere oggetto di disprezzo da parte dell’interlocutore dà luogo generalmente ad una situazione di disprezzo reciproco esplicito con gravi ripercussioni sulla cooperazione, che, di conseguenza, può diventare impossibile.

Le persone che senza prove si sentono disprezzate da altri sono spesso persone che hanno scarsa autostima, vale a dire che inconsciamente disprezzano se stesse, proiettando su altri il disprezzo che credono inconsciamente di meritare. È l’effetto di una nevrosi da cui si può guarire solo attraverso una presa di coscienza di tale dinamica inconscia, e una psicoterapia.

Guerra e pace

(Mio intervento al caffè filosofico del 12/5/2022 sul tema "Guerra e Pace")

Nella sua introduzione, Anna Caterina ci suggerisce due punti di vista per affrontare il tema di questa sera.

Il primo riguarda il modo in cui stiamo vivendo questa guerra, nella quale siamo coinvolti anche se ad una distanza che per ora è abbastanza grande da non imporci prese di posizione e scelte drammatiche.

Il secondo punto di vista riguarda il nostro atteggiamento generale verso i conflitti, ovvero come affrontiamo le contrarietà e i conflitti della vita, specialmente quelle sociali.

Riguardo al primo punto io provo sgomento per il persistere, in Russia, di una mentalità miserabile, in cui coesistono una dittatura sanguinaria, che non esita a uccidere i suoi oppositori, la negazione della libertà di espressione, un consenso di massa favorevole alla dittatura stessa nonostante le sue malefatte (o proprio grazie alle sue malefatte), una fierezza nazionale fondata su una narrazione storica delirante di tipo imperiale e imperialista, una religiosità popolare gravemente corrotta e collusa col potere politico. D’altra parte sono sgomento per le giustificazioni dell’operato di Putin da parte di politici e intellettuali italiani, e non solo italiani. Tutte queste cose insieme mi demoralizzano in quanto evidenziano lo stato miserabile dell’umanità (nonostante tremila anni di cosiddetta civiltà) e la lunga e difficile strada che dobbiamo ancora percorrere per uscire dallo stato bestiale e psicopatico in cui ancora ci troviamo. A tal proposito ricordo l’aforisma di Nietzsche che dice: "Nei singoli la follia è una rarità: ma nei gruppi, nei partiti, nei popoli, nelle epoche è la regola.”

Riguardo al secondo punto, il mio atteggiamento generale verso i conflitti è combattivo, ma incline alla negoziazione. Non sono il tipo che combatte solo per principio, né combatto quando ho poche probabilità di vincere. Inoltre cerco di capire le ragioni dell’avversario, anche per poter negoziare un compromesso realistico ed efficace.

Per me la conflittualità umana è inevitabile in quanto effetto della competizione, la quale è scritta nei nostri geni, come pure il bisogno di cooperazione. Non possiamo eliminare la competizione, possiamo solo gestirla con intelligenza e lungimiranza. Infatti la cooperazione tra individui implica da una parte la selezione delle persone con cui cooperare e quelle con cui non cooperare, e dall’altra la selezione dei modi, ovvero delle regole, con cui cooperare. A tale proposito noi competiamo per ottenere la cooperazione delle persone più interessanti e attraenti rifiutando le altre, e competiamo per imporre alle persone con cui intendiamo cooperare le regole della cooperazione stessa, secondo i nostri gusti e interessi, che possono essere diversi da quelli altrui.

La pace, dunque, per me non è altro che un compromesso intelligente e informato tra interessi e gusti divergenti, compromesso che richiede un elevato grado di intelligenza, di istruzione e di conoscenza della natura umana.

Elogio delle contraddizioni

Quasi tutti temiamo le contraddizioni. Infatti, quando critichiamo qualcuno, cerchiamo e mettiamo in evidenza le sue contraddizioni (anche quando non ci sono o sono solo apparenti), mentre cerchiamo di dimostrare che nei nostri ragionamenti non ve ne sono. Infatti crediamo che una contraddizione in un pensiero sia indice di errore, di stupidità o di follia del pensatore.

Aristotele, col suo principio di non contraddizione, anche detto del "terzo escluso", ha trasformato il timore della contraddizione in una solida teoria filosofica e ne ha fatto un fondamento della cosiddetta verità.

In realtà, a mio parere, un pensiero che non ammette contraddizioni è falso, in quanto deforma e semplifica la realtà rappresentandola in modo riduttivo, e perciò illusorio. Infatti il principio di non contraddizione non si applica alla realtà in sé, ma al linguaggio che la descrive, il quale è sempre riduttivo se afferma qualcosa in modo assoluto, cioè senza specificare i limiti e le condizioni di validità dell'affermazione stessa.

Prendiamo ad esempio una moneta. Una persona X dice che quella moneta reca l’immagine di una certa persona A, mentre una persona Y dice che quella moneta reca l’immagine di una certa persona B diversa da A. Una persona Z dice che se X ha ragione, Y ha necessariamente torto, e viceversa. Ebbene, Z è in errore perché X e Y potrebbero avere entrambe ragione, cioè aver detto entrambe la verità, pur essendo le loro affermazioni contraddittorie. Infatti la moneta, essendo dotata di due facce, potrebbe recare in una faccia l’immagine di A e nell’altra l’immagine di B.

Qualsiasi affermazione dipende da certe presupposti (cioè condizioni, contesti, situazioni, assiomi ecc.). Questi possono essere di vario tipo: semantici, culturali, temporali, spaziali, quantitativi, statistici, visuali, strutturali ecc.  Ne consegue che un’affermazione può essere contraddetta da una opposta se esse sono basate su presupposti diversi o indefiniti, cioè se partono da punti di vista diversi.

Infatti, pensieri e affermazioni non possono abbracciare e descrivere l’intera realtà (in ogni spazio, in ogni tempo, in ogni contesto ecc.), ma solo una piccola parte di essa. Tuttavia normalmente non ci preoccupiamo di definire i limiti dell’ambito dei nostri pensieri, e sarebbe comunque difficile, anche volendo, definire tali limiti. In altre parole, dietro ogni testo (cioè dietro ogni affermazione) c’è un contesto che raramente viene definito, né esplicitamente né implicitamente.

Insomma, le contraddizioni all'interno di un discorso o nel confronto tra due discorsi sono normali e sane, mentre l’assenza di contraddizioni è a mio avviso indice della fallacia e/o dell'incompletezza di qualunque affermazione che non sia corredata da complementi di informazione circostanziali, condizionali, relativi o limitativi.

Per quanto ne so, il primo autore che ha messo in discussione il principio aristotelico di non contraddizione è stato Alfred Korzybski, con la sua “semantica generale” e la sua “logica non-aristotelica”. Purtroppo il pensiero di Korzybski non ha ottenuto i riconoscimenti e la diffusione che merita, forse perché mette in discussione le fondamenta epistemologiche della cultura accademica, in quanto basata sulla logica aristotelica.

Così, ancora oggi, noi umani litighiamo contraddicendo e/o accusando l'un l'altro di contraddizioni, senza accorgerci del fatto che la nostra paura delle contraddizioni ci induce in errore.

A mio parere, i filosofi più illuminati sono quelli che amano, coltivano e cercano le contraddizioni in ogni discorso, in quanto indizi di verità e di completezza.

Valutazioni reciproche (positive e negative)

Ognuno, consciamente o inconsciamente, valuta ogni altro e si sente valutato da ogni altro secondo certe gerarchie (intelletto, etica, estetica, politica, forza fisica, competenza in certe funzioni, conoscenza in certi campi, abilità in certe attività ecc.).

Ogni valutazione reciproca discordante tra due persone può dar luogo ad un conflitto interpersonale per cui ciascuno cerca di indurre l’altro a modificare le valutazioni di se stesso e dell'altro, in modo da renderle coerenti con le proprie.

Chi si sente sottovalutato da un altro, tende automaticamente a pensare che sia l'altro a sopravvalutarsi (dato che il primo presume di essere stato valutato dal secondo in modo improprio).

Se uno si sente sottovalutato dall’altro, e/o ritiene che l’altro si sopravvaluti, cercherà di dimostrargli che ha torto, che è in errore, che ha fatto qualcosa di sbagliato (vale a dire, in altre parole, che vale meno di quanto pensi).

I tentativi di correzione al ribasso della presunta sopravvalutazione vengono solitamente percepiti, da chi li subisce, come umiliazioni, e chi si sente umiliato reagisce solitamente cercando a sua volta di umiliare l'umiliante. Tale dinamica costituisce un circolo vizioso, con un’escalation potenzialmente illimitata.

Se il conflitto si dimostra insanabile e non intervengono fattori di moderazione o di inibizione, ne consegue un’ostilità tra i contendenti che può sfociare nel disprezzo reciproco, nell’offesa, nella violenza e nell’allontanamento unilaterale o bilaterale.

Allo scopo di evitare simili spiacevoli esiti, molti si astengono dal valutare gli altri e dall’autovalutazione, e considerano il giudizio e la critica deleteri, al punto da giudicare male chi giudica, per il solo fatto che esprime giudizi senza avere particolari titoli pubblici per farlo.

Questa fuga dalla valutazione, dal giudizio, dalla critica, nuoce al progresso civile e morale, in quanto ci può essere progresso civile e morale solo criticando i pensieri e i comportamenti erronei propri e altrui.

Pertanto, in caso di divergenze di opinioni con qualcuno, dovremmo cercare di criticare solo le idee che riteniamo errate e non la persona che le esprime, e non dovremmo sentirci svalutati come persone (a meno che l’altro non sia esplicito in tal senso).

L’astensione dalla valutazione “ad personam” è tuttavia alquanto difficile allorché si cerca di analizzare i motivi per cui l’interlocutore pensa, o si comporta, in modo erroneo, dal momento che tali motivi sono spesso psicologici, più che logici, vale a dire che investono la personalità (e quindi la persona) del soggetto.

Infatti un ragionamento può comportare lacune e salti logici (spesso associati a paure e/o a repulsioni) dovuti a particolari strutture cognitive ed emotive dell’inconscio, di cui il soggetto è raramente consapevole.

Dovremmo allora limitarci a dire che certe idee o certi comportamenti del nostro interlocutore sono a nostro avviso erronei, senza avanzare ipotesi o spiegazioni “psicologiche” circa i motivi degli errori.

Così facendo eviteremo tanti conflitti, ma non contribuiremmo a far luce sulle cause psicologiche dei mali della società.

Sui conflitti

Un conflitto è il contrasto attivo e violento tra due motivazioni incompatibili. Due motivazioni sono incompatibili quando la realizzazione dell’una comporta la negazione della realizzazione dell’altra. 

Le due motivazioni incompatibili possono risiedere in due individui (o gruppi) diversi, oppure in uno stesso individuo. Dal punto di vista di una persona, nel primo caso parliamo di conflitto esterno, nel secondo di conflitto interno.

In natura i conflitti sono molto diffusi e spesso indispensabili per la conservazione e l’evoluzione della vita. Infatti ogni vita si nutre di altre vite, cioè distrugge altre vite per sostenere la propria.

Nella società umana i conflitti sono regolati (cioè proibiti, limitati, attenuati, nascosti o dissimulati) dalla morale, il cui scopo è quello di favorire e difendere la cooperazione e l’ordine contro la distruttività sociale dei conflitti.

Il concetto di conflitto è legato a quello di competizione, nel senso che un conflitto è una competizione in azione, ovvero un prodotto, o una conseguenza di una competizione tra due motivazioni, o progetti di vita, non compatibili.

I conflitti tra esseri umani riguardano sia il possesso o l’uso di beni materiali (mobili, immobili, spazi, denaro), sia i rapporti cooperativi tra le persone. Infatti, paradossalmente, si compete per poter cooperare meglio, e si coopera per competere meglio.

Possiamo chiamare “conflitti economici” quelli che riguardano i beni materiali, e “conflitti relazionali” o “conflitti sociali” quelli che riguardano i rapporti tra persone.

È possibile una convivenza umana non conflittuale? Suppongo di no, per il semplice fatto che ogni essere umano ha bisogni e desideri involontari e contrastanti, non controllabili in misura sufficiente.

Nel caso dei conflitti economici, questi non ci sarebbero se tutti potessero condividere gli stessi beni, ma in realtà il possesso di un certo bene da parte di una persona implica spesso il non possesso dello stesso bene da parte di altre persone, e il conflitto nasce quando due persone desiderano uno stesso bene non condivisibile.

Lo stesso vale nei conflitti relazionali, allorché due persone vorrebbero avere una relazione, di tipo erotico od economico, esclusiva con una terza persona.

I conflitti relazionali riguardano anche lo status, ovvero la distribuzione del potere o dell’autorità all’interno di una relazione di coppia, di un gruppo o di una comunità. Infatti, per natura, ogni persona cerca di avere lo status più alto a cui può aspirare in base alle sue capacità fisiche o mentali. D'altra parte, a nessuno piace essere comandato da qualcuno ritenuto più debole o meno intelligente di se stesso, o rinunciare ai propri desideri per soddisfare quelli dell’altro, quanto i desideri stessi sono divergenti o contrastanti.

Come ho scritto sopra, la morale tende a reprimere i conflitti, ma quasi sempre li rimuove solo in senso psicoanalitico, ovvero non effettivo, col risultato che le persone confliggono in modo nascosto o dissimulato, negando di farlo, e trovando “scuse” non conflittuali per giustificare il loro comportamento conflittuale.

Se vogliamo regolare i conflitti in modo realistico, intelligente e produttivo, dobbiamo prendere coscienza della loro esistenza e ammettere di non esserne esenti. Solo allora potremo trovare i migliori compromessi che ci permettono di convivere con altri umani nonostante l’inevitabile competizione e gli inevitabili conflitti.

Introduzione al caffè filosofico del 10/3/2020 sul tema "Pacifismo"

Il vocabolario Treccani definisce il pacifismo come segue:

“Dottrina, o tendenza, che rifiuta e condanna il ricorso alla guerra e a ogni tipo di scontro armato o di aggressione come mezzi per risolvere le controversie internazionali, e vuole dimostrare la necessità del mantenimento o ristabilimento della pace tra i popoli, da raggiungere solo attraverso trattative o arbitrati.”

Nell’articolo dell’Enciclopedia Treccani sul pacifismo si legge tra le altre cose:

“Nel complesso, il pacifismo degli ultimi decenni è ispirato sia a ragioni di tipo etico-religioso (il rifiuto della guerra in linea di principio), sia a ragioni di tipo politico, che vedono nella guerra interessi di tipo economico legati al capitalismo.”


Nell’articolo di Wikipedia sul pacifismo leggiamo, tra le altre cose:

Il termine si riferisce a un ampio spettro di posizioni, che vanno dalla specifica condanna della guerra a un approccio totalmente nonviolento alla vita.


In definitiva, il pacifismo può avere basi etiche (la convinzione che la guerra sia moralmente sbagliata) oppure pragmatiche (la convinzione che la guerra non sia mai efficace).


Il pacifismo si esprime in un ampio ventaglio di posizioni, da quelle più moderate a quelle più estremiste. Esistono difatti specifiche concezioni di pacifismo fondate essenzialmente su credenze religiose (e quindi su basi fondamentalmente etiche), oppure su ideologie politiche (con combinazioni variabili di etica e pragmatismo).


Pacifista è il sostenitore della pace "senza se e senza ma", anche quando l'azione bellica sia giustificata per il suo carattere "preventivo".


Su tutte le altre forme di violenza [oltre le guerre tra stati o tra popoli] bisognerebbe soffermarsi caso per caso, con il rischio di generalizzare e dunque di banalizzare il concetto. In questo senso, è bene evitare di effettuare un qualsivoglia parallelo tra le situazioni di guerra e i conflitti interpersonali.


In un testo taoista, è scritto: “Ecco che son l'armi: strumenti del malvagio, non strumenti del saggio, il quale li adopra solo se non può farne a meno.


Fine delle citazioni dall’articolo di Wikipedia.

Alla luce di quanto sopra, a mio avviso occorre distinguere due tipi di pacifismo, che chiamerei il primo “assoluto” e il secondo “relativo”.

Il pacifismo assoluto si oppone alla guerra in ogni caso, cioè non solo si oppone alla preparazione e alla messa in atto di operazioni belliche nei confronti di altri paesi per qualsiasi motivo, ma si oppone anche a legittime operazioni belliche difensive. La risposta del pacifismo assoluto alle azioni belliche di uno stato aggressore, è infatti una resistenza non violenta, anche nel caso in cui l’aggressore porta avanti la sua azione distruttiva e criminale finché non ottiene ciò che desidera, ovvero la sottomissione completa della popolazione aggredita.

Il pacifismo relativo, invece, pur opponendosi alla guerra come mezzo per risolvere conflitti tra stati, ammette l’uso della violenza a scopo difensivo quando non vi sono realisticamente possibilità non cruente di evitare la sottomissione all’aggressore.

Il pacifismo assoluto è concettualmente piuttosto semplice in quanto non prevede eccezioni alla regola della non violenza (per cui è preferibile lasciarsi sottomettere piuttosto che rispondere aggressivamente).

Il pacifismo relativo è invece complesso e difficile da applicare perché richiede una valutazione (solitamente soggettiva e ipotetica) delle intenzioni dell’aggressore, ovvero dei suoi obiettivi, e del modo in cui reagirebbe alle varie forme di resistenza, di difesa e di reazione in generale.

A tal proposito, volendo considerare il pacifismo su un piano pragmatico e concreto, vi suggerisco di riflettere sul ruolo che esso ha avuto poco prima e durante la seconda guerra mondiale, come pure durante la guerra attualmente in corso tra la Russia e l’Ucraina. In altre parole, mi chiedo, e vi chiedo, come sarebbero andate le cose se il pacifismo assoluto avesse prevalso prima e durante la seconda guerra mondiale, e cosa potrebbe succedere se prevalesse oggi  per quanto riguarda la guerra russo-ucraina.

Inoltre mi piacerebbe avere una vostra opinione sugli scopi e sull'efficacia delle manifestazioni pacifiste che avvengono anche in questi giorni in varie città del mondo e a cui partecipano migliaia di persone. In particolare mi piacerebbe capire a chi sono rivolte tali manifestazioni e quali effetti sperano realisticamente di ottenere dalle parti in causa.

Infine, considerando un conflitto tra due stati, in cui uno appare come aggressore ingiustificato e l'altro come vittima incapace di difendersi adeguatamente, gradirei sapere quando, secondo voi, uno stato terzo ha il dovere morale di intervenire a difesa di quello soccombente.

A voi la parola.

Competizioni e conflitti palesi e nascosti

(Introduzione al caffè filosofico del 8/9/2022)

Il tema che oggi affrontiamo presenta, a mio avviso, tre problematiche principali.

La prima riguarda la natura della competizione tra esseri umani, e in particolare la sua ragion d’essere, i danni e i benefici che essa produce, e la questione se essa sia evitabile o regolabile.

La seconda riguarda la relazione tra competizione e morale, ovvero se, in quali casi e in quale misura la competizione debba essere considerata immorale.

La terza problematica, che è conseguenza delle prime due, riguarda il fatto che la competizione avviene spesso in modo nascosto, dissimulato o rimosso (in senso psicoanalitico), sia per aumentarne l’efficacia, sia perché non si vuole apparire come immorali né agli occhi altrui, né a quelli propri.

Per “conflitto” intendo l’effetto di una competizione, cioè la messa in campo di forze, armi, strumenti e  risorse, e l’attuazione di tattiche ei strategie da parte di una persona o di un gruppo, allo scopo di prevalere rispetto ad un’altra persona o gruppo per il possesso esclusivo di certe risorse o il raggiungimento di certe posizioni gerarchiche o di prestigio. Direi quindi che un conflitto è una competizione attiva, cioè in azione, e che dietro ogni conflitto c’è una competizione, ovvero l’intenzione di prevalere in uno o più contesti. D’altra parte una competizione che non ha ancora dato luogo a conflitti conclamati può essere definita come conflitto “in potenza”.

Suppongo che la competizione tra esseri umani sia innata, ovvero scritta nel nostro codice genetico, e che corrisponda ad un bisogno o istinto specifico. Infatti mi sembra plausibile che essa abbia un valore in senso evoluzionistico, nel senso che prevalgono e si riproducono più facilmente e con i migliori partner sessuali, gli individui più competitivi, che sono anche quelli più sani, più forti e più intelligenti. Tuttavia anche il bisogno di cooperazione è innato e indispensabile per la conservazione della specie, per cui ci deve essere un equilibrio tra bisogno di cooperazione e bisogno di competizione.

La relazione tra competizione e morale è molto stretta. Infatti l’obiettivo della morale è soprattutto quello di eliminare o ridurre la competizione e i conflitti che ne conseguono. La logica di una morale consiste nel promettere benefici (immediati e/o dopo la morte) in cambio di una rinuncia a competere o a confliggere. Il beneficio immediato più evidente è quello di favorire la cooperazione sociale (di cui abbiamo un assoluto bisogno), ottenere la pace (evitando così  i danni e lo stress dei conflitti) e ottenere l’approvazione e i favori da parte delle autorità (politiche, religose, intellettuali, familiari, comunitarie) a tutti i livelli di aggregazione sociale.

Dobbiamo tuttavia osservare che in molti casi è la stessa morale (religiosa o patriottica) a chiedere all’individuo, o ad imporgli, di partecipare ad un conflitto.

L’effetto della morale sulla competizione, come su altre tendenze umane ritenute immorali, non è tanto quello di ridurre i comportamenti immorali, ma quello di dissimularli. Intendo dire che la mente umana tende a rimuovere nell’inconscio le immoralità del soggetto, e a “giustificarle” cioè a rendere leciti i propri comportamenti secondo logiche accomodanti ed elastiche, e a dare pesi diversi alle immoralità proprie e altrui.

Subito dopo l’essere accettati in una comunità, abbiamo bisogno di conquistare in essa la posizione gerarchica (formale o informale, esplicita o implicita) più alta che ci sia possibile raggiungere in funzione delle nostre risorse e capacità, e di difenderla nella competizione con gli altri.

Tuttavia difficilmente una persona ammette che ha fatto ciò che ha fatto per aumentare il proprio status sociale o per evitare una sua diminuzione, ma questa, come spiega bene Will Storr nel suo libro “The Status Game”, è una delle motivazioni più comuni del comportamento umano in ogni contesto sociale (perfino nei caffè filosofici!).

Per concludere, io penso che dovremmo prendere coscienza del nostro istinto di competizione e accettarlo,  per controllarlo meglio, ovvero per evitare che dia luogo a comportamenti inutili o controproducenti. Negare di essere competitivi e di essere sempre impegnati nel “gioco dello status” costituisce un inganno e un autoinganno che non ci aiuta a mantenere la competizione e i conflitti entro limiti sostenibili per noi stessi e per gli altri.

(Vedi anche Interdipendenza, cooperazione, competizione, violenza, autorità)

 

Sulla valutazione (e svalutazione) delle persone

A mio parere, ogni essere umano è soggetto e oggetto di valutazione in quanto valuta altri (anche se molti non lo ammettono) ed è valutato da altri.

 La valutazione può essere più o meno complessa e riguardare vari aspetti di una persona, tra i quali l’intelligenza, la saggezza, la competenza in certi ambiti, le conoscenze, la moralità, la bellezza, la sensibilità, la cooperatività, la leadership, la tenacia, la “simpatia”, ecc. 

I criteri di valutazione (e di autovalutazione) possono essere diversissimi, e non intendo parlarne in questo scritto. Qui mi interessa invece discutere della comunicazione e della percezione della valutazione, cioè di come una persona possa esprimere (volontariamente o involontariamente) una valutazione “ad personam”, e di come possa percepire o supporre la valutazione di cui è oggetto da parte di altre persone.

Il mio interesse per questo tema è dovuto al fatto che ho avuto e continuo ad avere problemi relazionali a tale riguardo, e ne ho sofferto non poco, sia come valutatore che come valutato.

A mio parere si tratta di un tema molto scivoloso, di cui la maggior parte della gente preferisce non parlare, perché comporta il grosso rischio, per chi ne parla, di passare per arrogante (una valutazione tra le più negative nei rapporti sociali) per il solo fatto di parlarne. Tuttavia, il fatto che non si parli quasi mai di questo tema, non è dovuto ad una scarsa importanza, ma, al contrario, alla sua enorme importanza per ogni essere umano. Infatti noi umani siamo assolutamente interdipendenti e non possiamo sopravvivere né soddisfare i nostri bisogni e desideri senza la cooperazione da parte di altri, cooperazione che è condizionata ad una valutazione sufficientemente positiva nei nostri confronti.

Siamo perciò quasi tutti preoccupati e ipersensibili al modo in cui gli altri ci valutano esplicitamente e implicitamente, e siccome è raro che tra persone si esprimano valutazioni esplicite, ognuno a suo modo legge “tra le righe” dei discorsi altrui la propria valutazione, con il rischio di grossi errori di interpretazione.

Percepire (o supporre) di essere svalutati o invalidati da qualcuno può dar luogo a reazioni ostili che possono andare dall’aggressione verbale al rifiuto di continuare il dialogo.

E’ infatti relativamente facile sentirsi svalutati o invalidati, e perciò offendersi. E’ spesso sufficiente una diversità di vedute su un certo argomento che chiama in causa le proprie capacità intellettuali, le proprie conoscenze o le proprie attitudini in fatto di morale.

Immaginiamo un dialogo tra due persone A e B, ognuna delle quali espone una sua idea su un certo tema. A esprime assertivamente la propria visione sul tema e afferma esplicitamente o implicitamente di non ritenere valida la diversa visione di B sullo stesso tema. B si sente ingiustamente svalutato da A come persona pensante, intelligente e colta, e reagisce come uno che ha subito un’ingiustizia, cioè in modo aggressivo o vittimista. Infatti, molto spesso B, invece di difendere le proprie vedute e criticare quelle di A mediante fredde argomentazioni logiche, interrompe il dialogo accusando A di essere arrogante, presuntuoso, chiuso (nel senso di disinteressato) alle opinioni diverse dalle proprie, irrispettoso o perfino offensivo.

Avviene dunque spesso che una diversità di vedute su un certo tema esterno alle persone dialoganti venga percepita come una valutazione negativa ad personam. In altre parole, il messaggio “non sono d’accordo con questa tua idea su questo tema, non la ritengo utile, ritengo la mia idea più utile”, viene tradotto (consciamente o inconsciamente) in “non sono d’accordo con la tua persona, non ti ritengo utile, io sono più utile di te”, messaggio che per l’inconscio equivale all’esclusione dalla società, e quindi ad una condanna a morte. Questo, a mio avviso, spiega il calore e l’ostilità della reazione di chi si sente svalutato.

Insomma, per molte persone il fatto che l’interlocutore non prenda in considerazione le proprie proprie idee viene considerato come un attacco alla propria autostima, un attacco che grida vendetta. 

Cosa si può fare per risolvere o alleviare questo problema così distruttivo?

Molti lo risolvono evitando di discutere, evitando di esprimere le proprie opinioni quando sono diverse da quelle prevalenti nella propria comunità, astenendosi dal giudicare e dal criticare gli altri, o perfino fingendo di trovare interessanti le idee altrui, anche quando le ritengono ovvie, banali o insufficienti.

Io invece credo che, per il bene e il progresso della società, ognuno dovrebbe evitare di sentirsi criticato personalmente quando ad essere criticate o trascurate sono soltanto le sue opinioni, e dovrebbe evitare di svalutare in quanto arroganti e offensivi coloro che ritengono di avere idee più produttive delle proprie.

In fondo, ognuno pensa di saperla più lunga di coloro che la pensano diversamente. Ma in questo non c’è nulla di male.

Competizione e conflitto

Competizione e conflitto non sono la stessa cosa, ma il secondo può essere una conseguenza della prima. Infatti, sebbene ci possa essere una competizione senza conflitto (che in tal caso viene solitamente chiamata "leale competizione") accade spesso che una competizione, specialmente se nascosta o dissimulata, dia luogo ad un conflitto.

In un conflitto, l'obiettivo di ciascun contendente è prevalere in un contrasto dimostrando non tanto la propria superiorità in termini di capacità e di valore, quanto la malvagità, il disvalore  o il demerito dell'avversario. In un conflitto si tende infatti a dimostrare che l'avversario è così “cattivo” o in errore da meritare una punizione e/o una degradazione, formale o informale, in qualche gerarchia (politica, intellettuale, morale, estetica, economica ecc.), e/o la perdita di qualche diritto.

In un conflitto, solitamente il bias cognitivo di ogni contendente dipinge l'avversario nei toni più sfavorevoli, manipolando ai propri fini la narrazione del comportamento altrui.

In un conflitto, si fa solitamente un "processo" arbitrario ai pensieri e alle intenzioni inespresse dell'avversario, interpretando nel modo ad esso più sfavorevole (eticamente e intellettualmente) le sue parole e il suo comportamento.

In un conflitto, si cerca prima di tutto di giustificare il conflitto stesso attribuendone la causa, cioè la colpa, all'avversario, con argomenti scelti ad hoc, nascondendo o dissimulando i veri motivi del conflitto, che sono solitamente competitivi, ovvero il desiderio di prevalere sull'altro in qualche gerarchia o in qualche interesse.

Mentre una competizione leale può essere costruttiva, un conflitto è quasi sempre distruttivo in quanto tende a sopprimere o a diminuire la vitalità, la potenza, la reputazione e/o il successo dell'avversario. Infatti spesso il conflitto è una conseguenza dell'invidia e/o della gelosia.

Un particolare tipo di conflitto può nascere in caso di divergenza di opinioni su un certo tema. Infatti, se una persona A considera sbagliata una certa opinione o convinzione del suo interlocutore B, questo potrebbe interpretare l’espressione di un disaccordo da parte di A come una critica rivolta alla persona di B, cioè al suo modo di ragionare, alle sue capacità cognitive, alla sua intelligenza. In tal caso B prende la critica espressa da A come un’offesa personale, ovvero come una mancanza di rispetto, un insulto, una umiliazione, e reagire di conseguenza.

Succede allora tipicamente che la reazione di B non consiste in un’argomentazione logica tesa a confutare la critica espressa da A nei confronti dell'opinione di B, ma in un’accusa, rivolta ad A, di essere arrogante e irrispettoso. In altre parole, A viene accusato di non considerare B degno di ascolto, di non rispettare B, di non fare alcuno sforzo per capire il suo punto di vista, e di ritenersi superiore a B ignorando verità che per B sono evidenti e indiscutibili, e che smentiscono o contraddicono l'opinione di A.

A quel punto A non ha alcuna arma per difendere la sua posizione, dal momento che il conflitto si è spostato dal piano razionale dialettico (caratterizzato da una tesi e da un’antitesi) a quello del giudizio morale e/o intellettuale personale, ovvero del “processo alle intenzioni”. Infatti, a nulla valgono le assicurazioni di A sul fatto che egli non intende affermare una sua presunta superiorità rispetto a B, né criticare il carattere o l'intelligenza di B, ma solo proporre un’argomentazione o una logica alternativa rispetto a quella di B, e che A ritiene logicamente più corretta, più completa e/o più rispondente alla realtà dei fatti.

Quando un conflitto dialettico si trasforma in uno ad personam, vale a dire in uno scontro in cui non si criticano più le idee dell’interlocutore, ma il suo carattere e le sue intenzioni polemiche, il conflitto è generalmente insanabile e può dar luogo a un'escalation che porta solitamente alla rottura, in malo modo, della relazione tra i contentendi.

Infatti, un conflitto termina solitamente quando almeno uno dei contendenti viene sconfitto irrimediabilmente e accetta la sconfitta, o quando uno dei due decide di rompere la relazione interpersonale abbandonando al tempo stesso la contesa dialettica.

Dato che nella nostra civiltà i conflitti sono generalmente deprecati, si dà solitamente molta importanza allo stabilire chi sia l'iniziatore, ovvero la causa, di un conflitto in cui si è coinvolti, e ovviamente ciascuno dei contendenti tende a dimostrare che la responsabilità morale del conflitto ricade sull'avversario.

Ci sono casi relativamente semplici in cui il conflitto è evidentemente iniziato da uno dei due avversari, per cui è facile individuare quale parte sia l'aggressore, e quale l'aggredito. Tuttavia la situazione da cui scaturisce il conflitto può essere talmente complessa che entrambe le parti possono essere considerate aggressori e vittime allo stesso tempo.

Inoltre avviene spesso che uno o entrambi i contendenti in un conflitto siano inconsapevoli delle proprie reali motivazioni e dei propri "attacchi", e credano sinceramente di essere vittime di un'aggressione o di un’offesa. In tal caso ognuno si sente autorizzato a reagire per “legittima difesa” e in una misura a suo parere proporzionale all’offesa ricevuta. Ma la misura dell’offesa è sempre soggettiva e ognuno tende a sovravvalutare le presunte offese ricevute e a sottovalutare quelle emesse, che non vengono nemmeno considerate offese, ma giuste reazioni difensive e contributi all'affermazione della verità. Il risultato è una escalation del conflitto (un processo che Gregory Bateson chiama “schismogenesi”) in cui ad ogni transazione offensiva segue una reazione ancora più offensiva, fino a causare una rottura, più o meno violenta, della relazione tra le parti.

A conclusione di questo lungo discorso, penso sia opportuno porsi domande come le seguenti: perché gli esseri umani competono? perché la competizione umana è spesso sleale? perché per molti la competizione è immorale? In un altro articolo cercherò di rispondere a queste domande.

Il desiderio di vantaggio: radici psicologiche, antropologiche e politiche del conflitto umano

(Questo articolo è stato prodotto da ChatGPT come sviluppo di un mio breve articolo, dopo vari passaggi in cui ho chiesto  all'IA di approfondire certi aspetti con un certo approccio. Il prompt inziale da cui è iniziata la produzione di ChatPGT è riportato in fondo all'articolo)




Abstract

Il conflitto interpersonale è spesso letto come un disguido comunicativo o una divergenza occasionale di interessi. In realtà, esso affonda le sue radici in una dinamica più profonda e strutturale: la ricerca, consapevole o implicita, di un vantaggio. Questo saggio esplora come il concetto di vantaggio—nelle sue declinazioni psicologiche, simboliche e materiali—sia al centro dei rapporti sociali e alla base dei conflitti, intrecciandosi con desideri individuali, strutture culturali e dispositivi di potere. Attraverso lenti filosofiche, psicoanalitiche, antropologiche e politiche, si mostra come questa tensione sia ineliminabile ma, se compresa, possa essere trasformata in un’occasione di maturazione relazionale.

Introduzione

Ogni relazione umana si fonda, in ultima analisi, su un equilibrio instabile tra cooperazione e competizione. Se da un lato gli individui aspirano a vivere in società giuste e solidali, dall’altro ciascuno cerca di ottenere una qualche forma di vantaggio: economico, simbolico, emotivo, relazionale. Questo desiderio non è patologico, ma strutturale. È il motore che muove le interazioni, orienta le ambizioni e, inevitabilmente, genera tensioni.

Il conflitto interpersonale non va dunque interpretato come una deviazione accidentale dal vivere comune, bensì come espressione di una tensione permanente: ogni soggetto cerca di modellare il mondo—e le relazioni—secondo una configurazione che gli sia favorevole. Questo saggio intende indagare il ruolo del vantaggio nei conflitti umani, mostrando come esso sia una categoria trasversale che unisce l’individuale e il collettivo, l’inconscio e il politico.

Psicologia del vantaggio: desiderio, controllo, riconoscimento

Fin dall’infanzia, il soggetto sviluppa una relazione ambivalente con l’altro: egli è contemporaneamente fonte di cura e ostacolo, oggetto d’amore e di rivalità. Secondo Freud, il principio di piacere spinge l’individuo a cercare gratificazione immediata, mentre il principio di realtà impone mediazioni, rinunce, compromessi. Il bambino, per sopravvivere e affermarsi, impara a “negoziare” il proprio vantaggio all’interno di sistemi simbolici (famiglia, scuola, amicizie) che gli impongono limiti e ruoli.

Jung, da parte sua, sottolinea come la parte “ombra” della personalità—quella non riconosciuta o accettata—tenda a manifestarsi nella relazione con gli altri. Quando il vantaggio desiderato non è ottenuto, può emergere frustrazione, invidia, aggressività. Il conflitto, allora, diventa una modalità attraverso cui il soggetto tenta di riequilibrare una percezione di svantaggio, reale o immaginato.

Anche il bisogno di riconoscimento, ben illustrato da Hegel nella dialettica servo-padrone, è una forma di vantaggio simbolico: essere visti, ascoltati, rispettati. La sua assenza può generare conflitti profondi, spesso più intensi di quelli generati da disparità materiali.

Antropologia del vantaggio: status, ruoli, risorse

Tutte le culture umane, anche le più egalitarie, hanno elaborato sistemi per regolare l’accesso ai beni, al prestigio e al potere. L’antropologia strutturale ha mostrato come la parentela, i miti e i riti siano strumenti per distribuire vantaggi e svantaggi in modo codificato e simbolico. Bourdieu, con la sua teoria dei capitali (economico, culturale, simbolico, sociale), ha evidenziato come le differenze tra individui non siano solo materiali, ma anche disposizionali: l’“habitus” di una persona determina quali vantaggi essa consideri legittimi e desiderabili.

La contesa per il vantaggio attraversa tutte le società: chi ottiene cosa, chi decide, chi parla per primo, chi viene creduto, chi viene invitato. Anche nelle società che si dichiarano orizzontali, il vantaggio prende forme più sottili: influenza, carisma, accesso all’informazione. Come osservava Arendt, anche le forme più partecipative di organizzazione sono esposte alla formazione spontanea di élite.

Politica del vantaggio: ideologia, potere, gerarchia

Il vantaggio è anche al cuore della dimensione politica. Ogni sistema normativo è una negoziazione tra gruppi che cercano di mantenere o conquistare posizioni vantaggiose. Marx lo espresse chiaramente: le idee dominanti sono l’espressione degli interessi della classe dominante. Ma anche nei contesti democratici, apparentemente improntati all’uguaglianza, il gioco del vantaggio è onnipresente: nelle campagne elettorali, nelle trattative sindacali, nelle guerre culturali.

Foucault ha spostato l’attenzione dal potere come possesso al potere come relazione: il vantaggio, in questa prospettiva, non è un bene accumulabile, ma un effetto dinamico di pratiche, linguaggi e istituzioni. Chi controlla il discorso, chi stabilisce cosa è vero, giusto, desiderabile, esercita un vantaggio strutturale sugli altri.

Persino le utopie—anarchiche, comunitarie, spirituali—che cercano di abolire il vantaggio, finiscono per riprodurlo sotto altre forme: il più “puro”, il più coerente, il più generoso diventa, suo malgrado, il più influente. Il vantaggio è, in questo senso, un dato antropologico primario.

Conclusione

Il desiderio di vantaggio è parte costitutiva della natura umana. Esso può assumere forme distruttive—accaparramento, manipolazione, dominio—ma può anche essere motore di crescita, innovazione, impegno. I conflitti interpersonali nascono quando i desideri di vantaggio si scontrano senza riconoscimento reciproco, senza mediazione, senza ascolto.

Comprendere questa dinamica ci consente di uscire da una visione moralistica o ingenua del conflitto. Non si tratta di eliminare il vantaggio, ma di renderlo visibile, negoziabile, legittimo solo se non compromette la dignità e il riconoscimento dell’altro. Forse, come suggeriva Emmanuel Lévinas, l’inizio di ogni etica consiste nel vedere l’altro non come strumento, né come ostacolo, ma come fine.

Se vogliamo convivere in modo più giusto, non dobbiamo illuderci di cancellare il conflitto, ma imparare a governarlo. E questo inizia con una domanda radicale: quale vantaggio sto cercando? E a quale prezzo?



Prompt iniziale di Bruno Cancellieri a ChtGPT


Migliora e sviluppa il seguente testo:


Sui conflitti interpersonali

In un mondo ideale, l'uomo dovrebbe adattare la società ai bisogni propri e altrui.

Tuttavia questo adattamento è reso difficile dal bisogno di ciascuno di controllare gli altri, e di non essere controllato dagli altri.

Infatti ognuno ha una sua società ideale in cui ha un ruolo vantaggioso, e cerca di imporre agli altri il suo ideale di società. 

Gli ideali di società sono in astratto molto simili, ma vengono istanziati in modo diverso in quanto al ruolo, alla posizione gerarchica e hai possedimenti che ciascuno vorrebbe avere nell'ideale stesso.

Alcuni hanno proposto di eliminare ogni gerarchia, ma anche se ciò fosse possibile, rimarrebbe il problema della divisione del lavoro, dei ruoli, e della distribuzione dei beni, che comportano inevitabilmente delle differenze a vantaggio di qualcuno.

La ricerca del vantaggio sugli altri e la madre di ogni conflitto.

La chiesa ortodossa russa sulla guerra contro l'Ucraina

Per la Chiesa Ortodossa russa l'aggressione dell'Ucraina è una giusta e santa guerra contro la cultura occidentale, rappresentata dalle parate gay.

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«Discorso patriarcale sulla Settimana Santa dopo la Divina Liturgia nella Chiesa di Cristo Salvatore

Comunicato stampa 6 marzo 2022 13:31

Il 6 marzo 2022, la domenica di mezza estate, la festa dell'Epifania (domenica del perdono), Sua Santità il Patriarca Kirill di Mosca e di tutte le Russie ha celebrato la Divina Liturgia nella Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca. Alla fine del servizio il Primate della Chiesa ortodossa russa ha pronunciato un sermone.

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

A tutti voi, cari Signori, Padri, Fratelli e Sorelle, mi congratulo di cuore per questa domenica, la domenica del perdono, l'ultima domenica prima dell'inizio della Quadragesima, la Grande Quaresima!

Molti devoti si riferiscono alla Quaresima come alla primavera spirituale. Essa coincide con la sorgente della vita fisica e allo stesso tempo è considerata dalla coscienza della Chiesa come una sorgente spirituale. E cos'è la primavera? La primavera è la rinascita della vita, il rinnovamento, la nuova forza. Sappiamo che è in primavera che la potente linfa scoppia a dieci, venti, cento piedi di altezza, portando la vita all'albero. È davvero un sorprendente miracolo di Dio, un miracolo della vita. La primavera è la rinascita della vita, un certo grande simbolo della vita. Ed è per questo che non è assolutamente casuale che la principale festa di primavera sia la Pasqua del Signore, che è anche un segno, un pegno, un simbolo di vita eterna. E noi crediamo che sia così, e questo significa che la fede cristiana, che condividiamo con voi, è la fede che afferma la vita, che è contro la morte, contro la distruzione, che afferma la necessità di seguire le leggi di Dio per vivere, per non perire in questo mondo e nel prossimo. Ma sappiamo che questa primavera è oscurata da gravi eventi legati al deterioramento della situazione politica nel Donbas, quasi l'inizio delle ostilità. Vorrei dire qualcosa su questo argomento.

Per otto anni ci sono stati tentativi di distruggere ciò che esiste nel Donbas. E nel Donbas, c'è un rifiuto, un rifiuto fondamentale dei cosiddetti valori che vengono offerti oggi da coloro che rivendicano il potere mondiale. Oggi c'è una prova di fedeltà a questo potere, una sorta di lasciapassare per quel mondo "felice", un mondo di consumo eccessivo, un mondo di apparente "libertà". Sai cos'è questo test? La prova è molto semplice e allo stesso tempo terrificante: si tratta di una sfilata dell'orgoglio gay. La richiesta di molti di organizzare una sfilata dell'orgoglio gay è una prova di fedeltà a quel mondo molto potente; e sappiamo che se le persone o i paesi rifiutano queste richieste, non fanno parte di quel mondo, ne diventano alieni.

Ma sappiamo cos'è questo peccato, che viene promosso attraverso le cosiddette marce della dignità. È un peccato che è condannato dalla Parola di Dio - sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento. E Dio, nel condannare il peccato, non condanna il peccatore. Lo chiama solo al pentimento, ma in nessun modo fa del peccato uno standard di vita, una variazione del comportamento umano - rispettata e tollerata - attraverso l'uomo peccatore e il suo comportamento.

Se l'umanità accetta che il peccato non è una violazione della legge di Dio, se l'umanità accetta che il peccato è una variazione del comportamento umano, allora la civiltà umana finirà lì. E le parate dell'orgoglio gay hanno lo scopo di dimostrare che il peccato è una variante del comportamento umano. Ecco perché per entrare nel club di quei paesi bisogna fare una parata dell'orgoglio gay. Non per fare una dichiarazione politica "siamo con voi", non per firmare qualche accordo, ma per fare una parata del gay pride. Sappiamo come la gente resiste a queste richieste e come questa resistenza viene soppressa con la forza. Si tratta quindi di imporre con la forza il peccato che è condannato dalla legge di Dio, il che significa imporre con la forza la negazione di Dio e della sua verità alle persone.

Pertanto, ciò che sta accadendo oggi nella sfera delle relazioni internazionali non riguarda solo la politica. Si tratta di qualcos'altro e molto più importante della politica. Si tratta della salvezza umana, di dove l'umanità si troverà alla destra o alla sinistra di Dio Salvatore, che viene nel mondo come giudice e creatore della creazione. Molti oggi, per debolezza, stoltezza, ignoranza, e più spesso perché non vogliono resistere, vanno lì, al lato sinistro. E tutto ciò che ha a che fare con la giustificazione del peccato, condannato dalla Bibbia, è oggi la prova della nostra fedeltà al Signore, della nostra capacità di confessare la fede nel nostro Salvatore.

Tutto ciò che dico ha più di un significato teorico e più di un senso spirituale. Oggi c'è una vera e propria guerra intorno a questo argomento. Chi attacca l'Ucraina oggi, dove otto anni di soppressione e sterminio di persone nel Donbas; otto anni di sofferenza, e il mondo intero è in silenzio - cosa significa? Ma noi sappiamo che i nostri fratelli e le nostre sorelle soffrono veramente; inoltre, possono soffrire per la loro fedeltà alla Chiesa. E così oggi, nella domenica del perdono, io, da una parte, come vostro pastore, invito tutti a perdonare i peccati e le offese, anche dove è molto difficile farlo, dove le persone litigano tra loro. Ma il perdono senza giustizia è resa e debolezza. Il perdono, quindi, deve essere accompagnato dal diritto indispensabile di stare dalla parte della luce, dalla parte della verità di Dio, dalla parte dei comandamenti divini, dalla parte di ciò che ci rivela la luce di Cristo, la sua Parola, il suo Vangelo, le sue più grandi alleanze date al genere umano.

Detto questo, siamo impegnati in una lotta che non ha un significato fisico ma metafisico. So come, purtroppo, il popolo ortodosso, i credenti, scegliendo in questa guerra la via di minor resistenza, non riflettono su tutto ciò su cui stiamo riflettendo oggi, ma seguono obbedientemente la via che viene loro indicata dai poteri. Non condanniamo nessuno, non invitiamo nessuno alla croce, diciamo solo a noi stessi: saremo fedeli alla parola di Dio, saremo fedeli alla sua legge, saremo fedeli alla legge dell'amore e della giustizia, e se vediamo violazioni di questa legge, non sopporteremo mai coloro che distruggono questa legge, cancellando la linea tra santità e peccato, e soprattutto coloro che sostengono il peccato come modello o modello di comportamento umano.

Oggi i nostri fratelli nel Donbass, popolo ortodosso, stanno indubbiamente soffrendo, e noi non possiamo fare a meno di essere con loro - prima di tutto nella preghiera. Dobbiamo pregare che il Signore li aiuti a preservare la loro fede ortodossa e a non soccombere alle tentazioni e ai tentacoli. Allo stesso tempo, dobbiamo pregare che la pace arrivi il più presto possibile, che il sangue dei nostri fratelli e sorelle smetta di essere versato, e che il Signore abbia pietà della terra di Donbas, che da otto anni porta l'impronta dolorosa del peccato e dell'odio umano.

Mentre entriamo nella stagione della Quaresima, cerchiamo di perdonare tutti. Cos'è il perdono? Se chiedi perdono a qualcuno che ha infranto la legge o ha fatto qualcosa di ingiusto e cattivo nei tuoi confronti, non stai giustificando il suo comportamento, ma semplicemente smetti di odiarlo. Non è più il tuo nemico, quindi perdonandolo lo porti al giudizio di Dio. Questo è il vero significato del perdonarsi a vicenda per i nostri peccati ed errori. Perdoniamo, rinunciamo all'odio e alla vendetta, ma non possiamo cancellare le malefatte umane là in cielo; così con il nostro perdono consegniamo i nostri malfattori nelle mani di Dio affinché sia il giudizio che la misericordia di Dio siano fatti su di loro. Che il nostro atteggiamento cristiano verso i peccati, i torti e le offese degli uomini non sia la causa della loro rovina, ma che il giusto giudizio di Dio sia completato su tutti, compresi coloro che si assumono la responsabilità più pesante, allargando l'abisso tra i fratelli, riempiendolo di odio, malizia e morte.

Che il Signore misericordioso esegua il suo giusto giudizio su tutti noi. E per evitare che come risultato di questo giudizio ci troviamo dalla parte sinistra del Salvatore che è venuto nel mondo, dobbiamo pentirci dei nostri peccati. Avvicinarsi alla nostra vita con un'analisi molto profonda e spassionata, chiedersi cosa è bene e cosa è male, e in nessun caso giustificarsi dicendo: "Ho avuto una discussione con questo o quello, perché avevano torto". Questo è un falso argomento, questo è l'approccio sbagliato. Dovresti sempre chiedere davanti a Dio: Signore, cosa ho fatto di male? E se Dio ci aiuta a realizzare la nostra ingiustizia, dovremmo pentirci di questa ingiustizia.

Oggi, nella Domenica del Perdono, dovremmo fare l'impresa dell'abnegazione dai nostri propri peccati e ingiustizie, l'impresa di darci nelle mani di Dio e l'atto più importante - il perdono di coloro che ci hanno offeso.

Che il Signore ci aiuti tutti a passare i giorni della Quadragesima in modo tale da poter entrare degnamente nella gioia della Risurrezione di Cristo. E preghiamo che tutti coloro che stanno combattendo oggi, che stanno spargendo sangue, che stanno soffrendo, entrino anche loro in questa gioia della risurrezione in pace e tranquillità. Che gioia c'è se alcuni sono in pace e altri sono in potere del male e nel dolore delle lotte intestine?

Che il Signore ci aiuti tutti a entrare nel cammino della Santa Quaresima in modo tale, e non altrimenti, che Egli possa salvare le nostre anime e promuovere la moltiplicazione del bene nel nostro mondo peccaminoso e spesso paurosamente sbagliato, affinché la verità di Dio possa regnare e governare e guidare il genere umano. Amen.

Ufficio Stampa del Patriarca di Mosca e di tutte le Russie»

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Fonte: http://www.patriarchia.ru/db/text/5906442.html