La paura rende obbedienti.
Piaceri e paure rendono stupidi.
La verità ci giudica. Per questo la temiamo.
Certe persone temono il caso, altre lo amano.
La paura è un importante strumento di dominio.
Più conosco la natura umana, più la gente mi fa paura.
La paura è una malattia mentale quando è troppa o troppo poca.
Le paure più insidiose sono quelle di cui non siamo consapevoli.
Certe persone starebbero bene se non avessero paura di star male.
Chi vuole differenziarsi è mal visto da chi teme di essere diverso.
Quando si ha paura della solitudine qualunque compagnia è accettabile.
L'immaginazione non ha limiti tranne quelli imposti dalle nostre paure.
Certe persone, quando vengono contraddette, diventano aggressive o depressive.
Per stare tranquilli non bisogna preoccuparsi. Vogliamo davvero stare tranquilli?
La paura di cambiare implica la paura della creatività, che viene perciò repressa.
Tra le varie paure ci sono anche la paura di aver paura e la paura di aver coraggio.
La morte fa paura perché comporta la perdita di ogni appartenenza e di ogni possesso.
Il disprezzo è la giustificazione dell'odio, ma l'odio è la vera causa del disprezzo.
Una paura può essere vinta solo da una paura più grande o da un incentivo più potente.
Amiamo tutto ciò che avalla le nostre menzogne e odiamo tutto ciò che minaccia di svelarle.
Molti matrimoni sopravvivono solo per la paura, di uno o entrambi i coniugi, di restare soli.
Ogni umano teme la perdita delle proprie appartenenze.
Il mondo è così falso anche perché molti hanno paura di dire la verità, e persino di conoscerla.
Il senso del dovere consiste nella paura delle conseguenze del non fare il proprio dovere.
Chi conosce solo la propria schiavitù, fisica e/o mentale, teme la libertà in quanto sconosciuta.
Ci sono persone che hanno paura di chi, con le sue idee, le mette di fronte alle loro responsabilità.
La paura (conscia o inconscia) di essere esclusi dalle proprie comunità di appartenenza rende stupidi.
Se non avessimo bisogno e paura gli uni degli altri non saremmo possessivi, né vili, né violenti, né falsi.
Ognuno (persino Dio) vorrebbe essere amato e temuto da ogni altro, ma amore e timore si escludono a vicenda.
Raramente una persona rivela alle altre ciò che di male pensa e sente verso di loro, per paura di ritorsioni.
L'interesse, la volontà, il desiderio, il bisogno, la paura, orientano e deformano la percezione della realtà.
La verità spaventa chi è stato ingannato sin dalla nascita e da allora propaga gli inganni su cui si è formato.
1) Paura della paura
2) Paura del coraggio
3) Coraggio della paura
4) Coraggio del coraggio
I nostri pensieri vanno dove non hanno paura di soffrire. Per questo la loro visione della realtà è così limitata.
Immaginare può richiedere coraggio. A volte abbiamo paura di immaginare cose contrarie a ciò che ci è stato insegnato.
Noi facciamo ciò che facciamo, per piacere o per paura, e un piacere può essere causato dalla diminuzione di una paura.
Tutto ciò che la gente fa, lo fa per bisogno, per piacere o per paura. Questo è il senso di ogni comportamento umano.
Ognuno detesta e teme tutto ciò che può rendere evidenti le proprie incapacità, le proprie immoralità e le proprie stupidità.
L'idea che la mente prenda decisioni all'insaputa della coscienza e le metta in atto involontariamente, è per molti insopportabile.
Se l'uomo è libero, è anche libero di rinunciare alla propria libertà per soddisfare i propri bisogni o per sedare le proprie paure.
La cultura si fonda soprattutto sul linguaggio, sulla capacità di astrazione, sul bisogno di compagnia e sulla paura della solitudine.
Ciò che non ci ha paura ci fa sorridere, o ridere. Il sorriso è una manifestazione di fiducia, il riso una manifestazione di superiorità.
Un testo che parla seriamente del bene e del male fa paura a tutti, perché, leggendolo, ognuno potrebbe trovarsi nella categoria dei malvagi.
Può una persona capace di libero arbitrio e di autogoverno interagire con una che ne è incapace senza che questa ne sia spaventata o turbata?
Per molti è meglio una cattiva compagnia che una totale solitudine. Per questo per molti è meglio sbagliare insieme che avere ragione da soli.
Ci sono cose che abbiamo paura di ricordare e che per questo dimentichiamo. Questa paura limita la nostra intelligenza e la nostra affettività.
Le paure ci limitano, specialmente quelle inconscie, specialmente la paura della vergogna, del giudizio, della sofferenza, e della stessa paura.
Il senso di colpa è la paura inconscia di essere esclusi dalla propria comunità interiore a causa di un comportamento non rispettoso delle sue regole.
L'umorismo fa leva sulle nostre paure consce e inconsce, e gioca con l'ambiguità e la rapida variazione di certi contesti (minaccia sì, minaccia no).
Se riuscissimo anche solo per qualche minuto a inibire ogni reazione emotiva repulsiva (disprezzo, disgusto, paura ecc.) vedremmo e capiremo molto di più.
Abbiamo paura di capire ciò che ci fa paura, perché per capire qualcosa dobbiamo avvicinarci ad essa, ma abbiamo paura di avvicinarci a ciò che ci fa paura.
Chi disprezza gli altri vive nel continuo timore (conscio o inconscio) di una vendetta da parte dei disprezzati, essendo il disprezzo difficile da nascondere.
Solo il caso non ha senso. Tutto il resto ne ha, anche quando non lo capiamo. Tuttavia potrebbe essere un senso spaventoso per chi spera in uno di tipo religioso.
L'attrazione o la repulsione verso un certo oggetto (cosa o persona) è in realtà il desiderio o la paura di interagire e di entrare in relazione con quell'oggetto.
La vita di un essere umano procede inseguendo il bisogno di riconoscimenti positivi e fuggendo la paura di riconoscimenti negativi.
Una delle paure più diffuse è quella di diventare irrilevanti, ovvero inutili alla società, e che le proprie opinioni e i propri sentimenti non contino nulla per gli altri.
Abbiamo paura di essere liberi di comportarci in modo asociale e di subirne le conseguenze. Il significato della parola "asociale" dipende dalla nostra formazione e cultura.
Siamo servi dei nostri desideri e delle nostre paure. Tuttavia senza di essi e senza di esse saremmo morti. Perciò abbiamo paura di non avere, e desideriamo avere, gli uni e le altre.
Per paura della guerra, del disordine e della solitudine l'uomo è pronto a rinunciare alla libertà di pensare e di giudicare in modi diversi da quelli della comunità a cui appartiene.
Abbiamo tutti, chi più, chi meno, bisogno e paura degli altri. In alcuni prevale generalmente il bisogno, in altri la paura. In una stessa persona a volte prevale il bisogno, altre volte la paura.
Quanto più una persona è libera e quanto meno la conosciamo, tanto più ci fa paura, come tutto ciò che è sconosciuto e perciò imprevedibile, perché è una potenziale minaccia per la nostra sicurezza.
Avere uno o più padroni o circostanze che impongono di fare o pensare certe cose può calmare l'angoscia di non sapere cosa fare o pensare e la paura di essere vittime e responsabili di decisioni sbagliate.
Ogni umano teme di essere maltrattato, ingannato, asservito, sfruttato, oppresso, soppresso, escluso, ignorato da altri. Questi timori sono causa di stress, sofferenze, malattie e disturbi mentali e fisici.
Dicono che Piero Angela abbia aspettato con grande serenità la morte che stava per sopravvenire. Come lo spiegano coloro che ritengono normale e universale, per un essere umano, aver paura e angoscia della morte?
L'uomo ha bisogno e paura del prossimo e su questa ambivalenza (troppo spesso ignorata o sottovalutata) si basa la civiltà con le sue istituzioni, restrizioni, competizioni, falsità, autoinganni e mistificazioni.
Una paura è un forte desiderio di evitare un dolore. In tal senso la paura può essere definita come "desiderio negativo", che compete con altri desideri, positivi o negativi, per decidere l'azione o l'inazione del soggetto.
Chi disprezza la razionalità terme che essa metta a nudo le sue irrazionalità, stupidità e cattiverie. Infatti la razionalità è anche uno strumento di giudizio, e ognuno di noi teme (più o meno) di essere giudicato male.
Ci sono persone che hanno una tale paura (conscia o inconscia) dei conflitti, che non solo cercano di evitarli, cioè essere coinvolte in un conflitto, ma in certe situazioni nemmeno li vedono nonostante i segni evidenti della loro presenza.
La principale fonte di stress per un umano del nostro tempo è costituita da ciò che gli altri pensano di lui, ovvero dalla preoccupazione (conscia e/o inconscia) che nessuno degli altri lo rispetti, lo apprezzi, e desideri cooperare con lui.
Il senso del dovere è una mistificazione. Infatti le cose le facciamo perché dal farle ci aspettiamo un piacere o perché dal non farle ci aspettiamo un dolore.
Se è vero che l'uomo è un animale sociale, esso ha una profonda paura (conscia o inconscia) di essere escluso dalla società. Infatti gran parte del suo comportamento è motivato dalla ricerca della sicurezza contro il rischio dell'esclusione sociale.
La paura delle turbolenze in aereo è un esempio di conflitto tra la ragione, che stabilisce che non c'è motivo di aver paura, e il sentimento, che ignora la ragione stabilendo uno stato di disagio, ansia e agitazione che la ragione non riesce ad evitare.
Tra le varie paure che affliggono gli esseri umani c'è quella di non odiare ciò che gli altri odiano. Infatti si può essere giudicati e condannati anche per la propria mancanza di odio verso certe persone o certe cose che la maggioranza della gente odia.
Cambiare mentalità non è come cambiare abito, casa, amici, lavoro ecc. Cambiare mentalità equivale a morire e a rinascere diversi. L'Uomo ha paura di cambiare perché ha paura di morire e, rinascendo, di non riconoscersi e di non essere riconosciuto dagli altri.
Momento per momento, un certo numero di cose nel mio corpo e nella mia mente inconscia decidono il mio stato d'animo, il mio umore, il mio grado di felicità, i miei sentimenti, i miei desideri, le mie paure, i miei pensieri, le mie illusioni, le mie decisioni ecc.
Amore e timore si confondono nel sacro: l'amore per ciò che allontana la paura.
Il sacro è come il genitore che ama e premia i figli che lo amano e gli obbediscono, e odia e punisce in modi terribili quelli che non lo amano e non gli obbediscono.
Siamo tutti più o meno condizionati dalla paura conscia o inconscia che le nostre falsità, colpe, viltà, meschinità, brutture, sconfitte, asocialità e paure vengano scoperte, e che gli altri si accorgano che l'immagine sociale che mostriamo di noi stessi non è autentica.
La gente fa ciò che le piace fare o che ha paura di non fare, e non fa ciò non le piace fare o che ha paura di fare. Perché alla gente piace ciò che le piace? Perché non le piace ciò che non le piace? Perché ha paura di ciò di cui ha paura? La psicologia cerca di rispondere a queste domande.
La gente odia chi si sopravvaluta, perché la sopravvalutazione altrui implica la propria sottovalutazione, e nessuno tollera di essere sottovalutato. Perciò, se A pensa che B si sopravvaluti, A si sente in diritto, o perfino in dovere, di esprimere una valutazione al ribasso nei confronti di B.
La timidezza consiste in una imbarazzante indecisione circa il ruolo da assumere in certe situazioni con certe persone più o meno conosciute, accompagnata dalla paura di non essere all'altezza del possibile ruolo o che gli altri non siano disposti ad accettarlo, decretando l'incapacità sociale del soggetto.
L'inconscio è il meccanismo biologico/logico automatico che decide quali sentimenti, emozioni e pulsioni dobbiamo provare e a cosa dobbiamo pensare. In altre parole, l'inconscio è ciò che decide, momento per momento, di cosa dobbiamo essere consapevoli, cosa dobbiamo desiderare, cosa amare, cosa odiare e cosa temere.
Ci sono individui che, a causa di certe situazioni passate, odiano e/o temono profondamente gli altri in generale, e accettano di interagire con qualcuno solo in caso di bisogno e a condizione che l’altro si sottometta alla sua autorità, ovvero assuma un atteggiamento umile, servile o ossequioso nei propri confronti.
La paura (conscia o inconscia, giustificata o ingiustificata) della punizione costituisce una delle motivazioni più forti di un essere umano. Infatti spesso a causa di tale paura un umano fa ciò che fa e non fa ciò che non fa. La temuta punizione può venire da Dio e/o da altri umani, e consiste generalmente nell’inferno e/o nell’esclusione sociale.
La paura e il ribrezzo (che è un derivato della paura) ci rassicurano perché ci confinano in spazi familiari e ci scoraggiano dal vivere avventure (pratiche o intellettuali) potenzialmente pericolose.
Infatti non c'è nulla di più rischioso che la libertà, e sfidare la paura richiede una certa dose di follia e di incoscienza.
Quando si ha paura di comportarsi in un certo modo diverso dal solito, bisognerebbe distinguere tra la paura degli altri e la paura di se stessi, laddove la seconda è prodotta, dalla prima durante gli anni della formazione. Inoltre, entrambe le paure si fossilizzano a causa di una generica paura del cambiamento delle proprie strutture mentali.
Il piacere può essere attivato dalla diminuzione di una sofferenza, di una paura o di un'ansia. Per esempio, il conformismo e la sottomissione (in ambito sociale o religioso) sono causati dalla paura dell'isolamento sociale o della punizione divina, e sono causa di piacere quando riescono ad alleviare tali paure e ad infondere sicurezza in tali ambiti.
Siccome l'imprevedibilità nel comportamento umano inquieta la maggior parte della gente, ognuno di noi cerca di essere (o almeno di sembrare) prevedibile, conformandosi ai modelli di comportamento accettabili dal gruppo di appartenenza. Infatti, chi inquieta gli altri rischia l'isolamento e l'emarginazione. E' così che si diventa conformisti: per paura di far paura.
L'introverso giudica negativamente (in senso morale e intellettuale) la maggior parte della gente e, a causa del suo profondo senso di giustizia, si sente inconsciamente in colpa per questo suo atteggiamento. Pertanto si aspetta di essere punito dalle persone che sono oggetto del suo giudizio negativo. Di conseguenza teme gli altri e non ha pace. Questa dinamica mentale è normalmnete inconscia.
Il lato tragico della vita umana è che ognuno ha bisogno di qualcuno, ma nessuno ha necessariamente bisogno di alcuna persona particolare, perché siamo tutti sostituibili. Perciò ognuno di noi vive col timore (conscio o inconscio) di essere sostituito.
Un certo sollievo a tale timore può venire dal poter sostituire qualcuno con cui si è in relazione, nel caso in cui si sia desiderati da più persone.
L'intelligenza di una persona disturba i meno intelligenti perché li fa sentire tali. Lo stesso vale per altre virtù o capacità, come la generosità, la conoscenza, il coraggio, l'eleganza, la laboriosità, la responsabilità, la razionalità ecc. Il contrario vale per molti difetti o incapacità. Infatti, ad esempio, la stupidità di una persona piace ai meno stupidi perché che li fa sentire tali. Questa è anche una chiave dell''umorismo.
Tra le varie cose di cui un essere umano può aver paura c'è la paura stessa. Quando si ha paura di una certa cosa si tende ad evitarla sia nel comportamento che nel pensiero; quando si ha paura della paura si finisce per non rendersi conto di aver paura e per vivere evitando tutto ciò che potrebbe risvegliarla. Si cade così nella trappola della negazione della paura, che in realtà è solo una una rimozione della stessa, cioè non riconoscerla pur subendone gli effetti inibitori.
Quando si parla di morale, tutti hanno paura, consciamente o inconsciamente, di essere qualificati come immorali, o meno morali di altri. Per questo pochi amano parlare di morale.
Le chiese abramitiche si ostinano a sostenere che la Bibbia è parola di Dio, e che Dio ci ama. Basta leggere quel libro per capire che si tratta di un inganno. Ma, sorprendentemente, molti restano ingannati, probabilmente a causa della paura di pensare cose in contrasto col pensiero maggioritario. Uno degli effetti delle religioni di massa è quello di inibire la capacità critica delle persone, di renderle cieche alle incongruenze e alle assurdità, di indurle a chiamare bene il male, giusto l'ingiusto, razionale l'irrazionale, logico l'illogico, utile l'inutile e il dannoso.
La mente reagisce non soltanto a certi stimoli ma anche all'assenza degli stessi. Infatti, come insegna Gregory Bateson, l'assenza di una certa informazione costituisce una particolare informazione. Tale "informazione su un'assenza" può dare luogo ad una certa risposta cognitivo-emotivo-motiva ad essa associata. Perciò, ad esempio, se un bisogno, anche se dormiente, non viene soddisfatto entro un certo periodo di tempo, l'organismo può entrare (automaticamente, involontariamente, inconsciamente) in uno stato di sofferenza, agitazione, angoscia, paura, disperazione, malattia ecc.
Siamo marionette mosse dai nostri piaceri e dai nostri dolori, ma neghiamo questa verità perché accettarla ci procurerebbe un dolore terribile.
Allo stesso tempo crediamo nel libero arbitrio perché tale pensiero ci dà piacere o ci consola.
In altre parole, siamo dominati dalla paura del dolore e dalla speranza del piacere (piaceri e dolori fisici e mentali).
Infatti, gli stessi pensieri possono essere causa di piacere e/o di dolore, e tendiamo automaticamente e involontariamente a pensare ciò che più ci fa piacere e che meno ci addolora.
L'ansia parassita è la sensazione di una minaccia incombente che si concretizzerà se non facciamo qualcosa per evitarla, ma non sappiamo cosa potrebbe accadere, e tanto meno cosa dovremmo fare per evitare che accada, e non ci sono motivi razionali che giustifichino tale stato d'animo. L'ansia parassita consuma le nostre energie psicofisiche, cattura la nostra attenzione e ci toglie tempo prezioso per attività piacevoli e produttive. Per combattere questo tipo di ansia è utile chiedersi quali siano le cose peggiori che ci possano capitare, e quasi sempre la risposta sarà: nulla di cui preoccuparsi.
La paura di essere omosessuali può rendere omofobi. Questa paura è dovuta al fatto che in tutti gli esseri umani c'è una componente omosessuale più o meno grande. In alcune culture ed epoche storiche, questa paura non c'era o era debole, anche perché il paganesimo, per esempio, non era omofobo come il cristianesimo o l'islamismo.
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Non possiamo esercitare liberamente e impunemente il libero arbitrio perché la psiche, che teme di essere cambiata, è sua nemica e si difende da esso con l'angoscia e il panico.
Potremmo infatti finire per aver paura di qualcosa di incontrollabile che agisce dentro di noi e che potrebbe comportarsi in modo pericoloso per la nostra persona, fino a causarne la follia o la morte per suicidio o incidente.
Essere i primi a pensare una cosa completamente nuova e al di fuori del lecito può essere angosciante. Potremmo credere di non essere più umani. Ma se qualcuno quella cosa la pensa e la dice prima di noi, ciò ci rassicura.
L'IA fa paura in diversa misura da persona a persona. Alcuni ne sono angosciati, altri non non ne hanno affatto paura e la considerano un comodo e potente strumento di crescita e di soluzione di problemi.
Molti articoli e discussioni sulla IA mirano solo a giustificare la paura o la non paura nei suoi confronti da parte di chi ne parla, e a stabilire se è sano e ragionevole averne o non averne paura.
Così finiamo per giudicare le persone in base alla paura o non paura che hanno nei confronti della IA.
Infatti temere una cosa innocua è da sciocchi, così come non temere una cosa pericolosa, e nessuno vuole far parte della categoria degli sciocchi.
Un sentimento paradossale e molto insidioso è, a mio parere, la paura di non aver paura. Infatti, la mia creatività, la mia produttività e la mia soddisfazione sono al massimo quando mi "dimentico" di aver paura di ciò che normalmente mi fa paura, a cominciare dalla paura di non aver paura. Perché siamo stati educati ad avere certe paure, siamo stati premiati quando quelle paure hanno attecchito nel nostro inconscio e castigati quando siamo stati "sfacciati", ovvero quando abbiamo dimostrato di non aver paura del giudizio altrui. Lo stato "estatico" di assenza della paura non dura però a lungo, e quando essa torna è aggravata dal ricordo (con senso di colpa) dei momenti in cui l'abbiamo dimenticata.
Chiediamoci perché discutiamo del caso, della libertà, della scelta, del libero arbitrio e del determinismo. Perché questi temi ci stanno a cuore? Perché ne va della nostra responsabilità morale. Questo è il vero problema: in quale misura siamo moralmente responsabili del nostro comportamento, cioè delle nostre scelte? La risposta a tale domanda condiziona le nostre opinioni sul caso, sulla libertà, sulla scelta, sul libero arbitrio e sul determinismo. Sono opinioni "affettive", in quanto influenzate dalla paura di sentirci responsabili delle nostre meschinità o di scoprire che nemmeno i peggiori criminali sono moralmente responsabili di ciò che sono e di ciò che fanno. Queste scoperte potrebbero sconvolgere la nostra visione del mondo e di noi stessi.
La scorsa notte ho sognato che mi ero iscritto, in locale pubblico, per fare una presentazione, di circa quattro ore, sulla natura umana. Più si avvicinava l'ora d'inizio, più ero pentito di aver preso quell'impegno. Avevo paura di non farcela, ma soprattutto dell'ostilità del pubblico che non avrebbe gradito sentirsi dire come è fatto, come funziona, i suoi difetti, i suoi errori, le sue illusioni, le sue menzogne, i suoi inganni e autoinganni, le sue mistificazioni, le sue nevrosi, le sue paure, i suoi bisogni, la sua stupidità, la sua viltà, i suoi limiti, le sue miserie, le sue colpe, i suoi doveri. Mi sono svegliato sollevato e contento che fosse solo un sogno, ma preoccupato per la mia latente tentazione di raccontare agli altri la mia visione della natura umana.
L'homo sapiens, come tutti sanno, ha capacità cognitive che gli altri animali non hanno. Questo fatto comporta ovviamente molti vantaggi, ma anche lo svantaggio di prevedere la sofferenza e la morte, e di averne paura, quindi di soffrirne per "anticipazione".
La religioni hanno fatto leva su tali paure mediante promesse e minacce capaci di alleviarle o aumentarle. A chi si sottomette alle divinità e ai loro rappresentanti le religioni promettono la (futura) liberazione dalla sofferenza e dalla morte, mentre a chi non si sottomette promettono l'inferno. Grazie a queste promesse e minacce le religioni hanno prosperato e continuano a prosperare, finché qualcuno ci crederà.
Gli altri animali hanno il vantaggio di non essere indottrinabili e quindi di non poter apprendere la paura dell'inferno.
Se la maggior parte degli esseri umani trovasse piacere nella lettura di testi di divulgazione scientifica sulla natura umana, il mondo sarebbe molto più civile, giusto e pacifico. Invece l'uomo, tranne poche eccezioni, non sente il bisogno di conoscere il proprio funzionamento, anzi, ha una paura inconscia di apprenderlo, o si illude di saperne abbastanza, per averlo imparato dai genitori, a scuola o al catechismo.
La paura della conoscenza è radicata nelle religioni, che hanno sempre cercato di avere il monopolio del sapere, della saggezza e della morale. Infatti Adamo ed Eva furono cacciati dal paradiso e severamente puniti, insieme coi loro discendenti, per aver desiderato e mangiato il frutto dell'albero della conoscenza. Proprio in questo consiste il peccato originale, che ancora oggi è causa di sensi di colpa e della paura inconscia di sapere come funzioniamo, anche per le responsabilità morali che tale conoscenza comporterebbe.
Siamo servi dei nostri desideri e delle nostre paure. Tuttavia senza di essi e senza di esse saremmo morti. Perciò abbiamo paura di non avere, e desideriamo avere, gli uni e le altre. Ma possiamo anche avere paura dei nostri desideri e/o delle nostre paure.
Desideri e paure sono involontari, ma possono essere stimolati e provocati mediante certe attività inventate a tale scopo, come la pornografia, gli sport estremi, l'agonismo. certi spettacoli e certe forme d'arte.
Ogni desiderio comporta la paura di non realizzarlo, così come ogni paura comporta il desiderio di scampare ad essa.
La vita è un miscuglio improvvisato, un gioco, una tragicommedia di desideri e di paure. Anche l'umorismo fa leva sui nostri desideri e sulle nostre paure, spesso inconfessabili.
Infatti l'effetto umoristico si produce quando una sottile paura si trasforma improvvisamente (per un cambio di contesto) nella soddisfazione di un sottile desiderio. Quanto più i desideri e le paure di cui si nutre una battuta umoristica sono immorali e nascosti, tanto più essa è raffinata ed efficace.
Ci sono molte persone che detestano o ignorano la psicologia. Il motivo di tale posizione lo rivela la stessa psicologia: è la paura di analizzare e mettere in discussione il proprio comportamento, in quanto le analisi e le discussioni psicologiche potrebbero svelare gli aspetti irrazionali e immorali della propria mente.
In altre parole, suppongo che coloro che detestano o ignorano la psicologia temano inconsciamente che essa faccia emergere la propria stupidità e la propria malvagità, ovvero la propria inferiorità intellettuale o morale rispetto ad altri.
Tuttavia ci sono tante diverse psicologie, e quei pochi che se ne interessano scelgono prevalentemente quelle meno pericolose nel senso sopra indicato.
Inoltre ci sono persone che si occupano di psicologia non solo per amore della conoscenza, ma anche per fare emergere le proprie presunte superiorità intellettuali e morali. Non posso escludere che io appartenga anche a questa categoria di persone.
Una delle paure inconsce più diffuse nelle culture dove esiste una certa libertà di opinione è quella di aver torto. Perché sin da piccoli siamo stati programmati a credere che chi ha ragione vale e ha il diritto di comandare, mentre chi ha torto non vale e ha il dovere di obbedire.
In altre parole, per l'inconscio, una persona vale nella misura in cui ha ragione, e siccome la prospettiva di una svalutazione della propria persona è terrificante, ognuno si batte per dimostrare di aver ragione, ovvero che chi non è d'accordo con le proprie opinioni ha torto.
Per l'inconscio, aver torto significa la "morte civile", ovvero essere condannati all'emarginazione sociale o ad occupare i ranghi più bassi della gerarchia sociale, a non avere nemmeno diritto di parola, essendo questa implicitamente "sbagliata" per il fatto di aver avuto torto.
L'equazione "torto = svalutazione" è diffusissima e causa di sofferenze e disturbi mentali, dal bias cognitivo fino alla schizofrenia, dato che l'uomo è disposto (inconsciamente) perfino ad alterare la realtà pur di credere e dimostrare di non aver torto.
Il pensiero, inteso come attività del pensare, pur avendo infiniti gradi di libertà, è confinato entro schemi precostituiti diversi da persona a persona.
Ciò che impedisce al pensiero di valicare tali limiti è la paura inconscia dell'indipendenza del pensiero stesso.
Noi abbiamo paura di pensare in modo indipendente perché abbiamo inconsciamente paura di impazzire, di diventare disumani, di non essere riconosciuti degni di appartenere alla società, di non essere "normali" secondo i criteri dell'Altro generalizzato (come definito da George H. Mead). Si tratta quindi di paure direttamente legate al bisogno, geneticamente determinato, di appartenenza e integrazione sociale.
Inoltre, non solo abbiamo paura dell'indipendenza del nostro pensiero, ma anche di quella del pensiero altrui, perché essa potrebbe dar luogo a comportamenti per noi incomprensibili, imprevedibili, incontrollabili, asociali, pericolosi e competitivi fuori dalle regole comunemente accettate.
Per questi motivi passiamo gran parte della vita a limitare il nostro pensiero e a criticare e perseguitare il pensiero altrui quando sconfina dai nostri schemi precostituiti.
La paura di cambiare cresce quanto più le possibilità e le occasioni di riuscirvi aumentano.
Cambiare fa paura (consciamente e/o inconsciamente) perché è un tuffo nell'ignoto e richiede una ristrutturazione della propria mente, giacché è lì che avviene il vero cambiamento.
D'altra parte la mente, come gli organi del corpo fisico, ha un meccanismo di difesa immunitaria contro elementi estranei che tentano di inserirsi in essa e modificarla.
Tutti noi cambiamo, chi più chi meno, ma involontariamente e molto lentamente. Sono le nuove esperienze che ci cambiano. Cambiare volontariamente e rapidamente è rischioso e innaturale. Infatti l'io cosciente non ha la capacità di ristrutturare l'inconscio, e i veri cambiamenti riguardano quest'ultimo, ovvero i suoi automatismi cognitivi ed emotivi.
Per produrre volontariamente un cambiamento in noi stessi non possiamo fare altro che esporci a nuove esperienze, ma è impossibile prevedere se il cambiamento prodotto da una nuova esperienza sarà per noi vantaggioso o svantaggioso, se ci renderà più o meno felici.
Dobbiamo quindi comprendere e rispettare chi ha paura di cambiare. Cambiare volontariamente richiede un coraggio e delle capacità che non tutti hanno.
Quando una persona X interagisce con una persona Y, ognuno di essi porta con sé il suo vissuto, dalla nascita a un attimo prima dell'attimo presente. Quel vissuto, non soltanto è suscettibile di essere ricordato e narrato all'altro, ma influenza l'atteggiamento verso quest'ultimo.
Per esempio, se X, prima di incontrare Y ha pensato ad esso in termini spregiativi, durante l'incontro rischia che quel disprezzo emerga seppure in modo indiretto, implicito o inconscio; ovvero non potrà interagire tranquillamente con Y come se non lo avesse mai disprezzato.
Infatti, il passato disprezzo, se non compensato da una apprezzamento uguale o maggiore intervenuto successivamente, influenzerà l'interazione, come minimo dando luogo ad una tensione ovvero una preoccupazione, precauzione o timore che esso emerga inavvertitamente e involontariamente.
Lo stesso vale per eventuali attività considerate disdicevoli o vergognose (anche indipendentemente dai rapporti con l'altro), e che perciò è opportuno mantenere segrete.
Per questo, affinché X possa avere un'interazione rilassata con Y, occorre che X non abbia fatto di recente alcuna azione che Y potrebbe considerare riprovevole e che X abbia pensato ad Y in modo positivo o neutro, ovvero senza giudizi negativi.
A mio parere, il libero arbitrio (se esiste) è soggetto ad autocensura in senso psicoanalitico. Intendo parlare di un libero arbitrio veramente libero, cioè non soggetto alle pressioni dei sentimenti e delle emozioni.
Suppongo che ciò sia dovuto al fatto che un essere umano capace di fare scelte e prendere decisioni in modo totalmente indipendente dai propri sentimenti e dalle proprie emozioni è considerato “disumano” dalla maggior parte della gente, ed è pertanto destinato ad essere emarginato da qualsiasi comunità, cosa che per l'inconscio equivale alla morte fisica.
Sigmund Freud ci ha insegnato il meccanismo dell’autocensura, per cui il super-io boicotta le intenzioni del soggetto che infrangono i principi morali inculcati nella sua psiche, e in particolare quelli che inibiscono la libera espressione della sua sessualità e i comportamenti “politicamente scorretti”.
A mio avviso, anche l’esercizio del “vero” libero arbitrio rientra nei comportamenti socialmente inaccettabili ed è pertanto oggetto di autocensura. I sintomi dell’attività di questo meccanismo possono essere ansia, angoscia, paure, inibizioni, paralisi più o meno estese, amnesie, attacchi di panico, depressione, sensi di colpa, senso di incapacità, auto-punizioni, ricerca del fallimento nei propri progetti ecc.
Trovo paradossale, per non dire assurdo, che parliamo così poco (e quel poco in modo così confuso) delle cose più importanti per noi esseri umani, cioè delle nostre motivazioni (bisogni, desideri, pulsioni ecc.) e del piacere e del dolore connessi con la loro soddisfazione e insoddisfazione, come se fossero temi su cui sappiamo già abbastanza e su cui non si può scoprire nulla di interessante oltre quanto già sappiamo (o crediamo di sapere).
La mia tesi (o ipotesi) è che ci sia una diffusa paura inconscia di analizzare tali aspetti fondamentali della natura umana, e questa paura è a mio avviso dovuta alla paura (anch’essa inconscia) di essere mal giudicati qualora emergessero le vere motivazioni che determinano il proprio comportamento.
Mi sembra evidente che l’uomo, almeno nella nostra cultura, non sia motivato a conoscere le proprie motivazioni né la loro causa, e questo fatto dovrebbe preoccuparci oltre che sorprenderci, per il semplice fatto che il comportamento di un essere umano, nel bene e nel male, è determinato in primo luogo dalle proprie motivazioni, e non è possibile migliorare la società se non si migliorano le motivazioni (per quanto siano modificabili) e se non si gestiscono in modo da soddisfarle il più possibile nel rispetto dei diritti umani, della giustizia, dell’etica e della salute.
Secondo me, la maggior parte della gente (me compreso) è dominata e limitata da un insieme di dolorose paure inconsce tra cui quelle di essere abbandonati, rifiutati, esclusi, ignorati, isolati, ingannati, traditi, emarginati, umiliati, derisi, giudicati, criticati, confutati, accusati, puniti, declassati, di perdere potere, di sbagliare, impazzire, morire, liberarsi, ribellarsi, cambiare mentalità, morale, abitudini, comunità, atteggiamento, di essere responsabili, colpevoli, di ragionare, soffrire, della realtà e, soprattutto, di aver paura.
Credo inoltre che molti aspetti del comportamento e del modo di pensare della gente possano essere interpretati come evitamento di qualunque situazione, idea o ipotesi di comportamento suscettibile di risvegliare una o più di tali paure.
Se quanto ho supposto è vero, allora credo che l'unico modo per superare i limiti e le sofferenze derivanti da tali paure sia quello di prenderne coscienza, di guardarle in faccia e sfidarle sopportando la paura di farlo.
Vedi anche La paura inconscia della realtà, Paure paradossali degli esseri umani - La paura di ragionare.
Io suppongo che l’uomo abbia, universalmente, bisogno di partecipare a riti sociali (formali o informali, espliciti o impliciti). A tale bisogno ho dato il nome di «bisogno rituale».
Un rito sociale è qualsiasi attività a cui partecipano almeno due persone, in modo preferibilmente sincronizzato, in forme tradizionali o convenzionali.
In altre parole, un rito sociale consiste nel fare le stesse cose e nello stesso modo, e possibilmente allo stesso tempo, con altre persone. Infatti non importa tanto ciò che si fa, quanto il fatto di farlo insieme e in una certa forma, ovvero la comune riconoscibilità e la condivisione di ciò che si fa.
Insomma, ciò che conta è la partecipazione ad un’attività comune.
Il «bisogno rituale» può essere soddisfatto, per esempio, dal partecipare ad una funzione religiosa, a una partita di calcio (come spettatore o come giocatore), a un party, a un ballo, a una maratona, a un concerto (come ascoltatore o come musicista), a un gioco, a un viaggio organizzato, alla visione di una trasmissione televisiva (meglio se in diretta), a una conversazione, a un convegno, a un seminario, a un corteo, ecc.
La partecipazione ad un rito sociale ci rassicura in quanto ci fa sentire di far parte di una comunità.
Senza tale rassicurazione saremmo angosciati, da cui il bisogno rituale come antidoto della paura dell’isolamento sociale e fonte di piacere.
Piacere che scaturisce dalla soddisfazione del bisogno di appartenenza sociale.
Sull'effetto placebo vi propongo una parziale e ipotetica spiegazione di tipo fisiologico.
Una malattia fisica in un essere umano produce due tipi di danni: uno fisico (dovuto alla malattia stessa) e uno mentale, nel senso che l'essere umano (a differenza degli altri animali) quando si ammala è normalmente cosciente della malattia e questa consapevolezza può comportare la paura di non guarire, o di un aggravamento della malattia stessa.
A differenza delle paure negli animali, che sono normalmente di breve durata e si risolvono in un attacco o una fuga, nell'uomo le paure possono essere molto durature in quanto basate sulla previsione cosciente o inconscia di sciagure future, specialmente se non chiaramente definite.
Come tutti sanno, una paura, ansia, angoscia o panico causati da una "informazione" (infatti la previsione di una sciagura è una sorta di informazione cognitiva) può avere effetti fisici, come, ad esempio, l'innalzamento della pressione arteriosa, della frequenza cardiaca e di chissà quali altri fenomeni fisologici, e comportare un deperimento corporale, un consumo di energie e di sostanze nutritive e immunitarie che, oltre a causare stanchezza fisica e mentale, possono indebolire o inibire le difese immunitarie e i mezzi di autoguarigione di cui il corpo dispone.
Se ciò è vero, un placebo percepito come una reale medicina con buone probabilità di guarire da una certa malattia, ha sicuramente un effetto rassicurante, rasserenante, e quindi può ridurre o eliminare la paura di non guarire, paura che, per i motivi suddetti, può ostacolare o impedire la guarigione. Di conseguenza un placebo può davvero avere un effetto terapeutico "fisico" per nulla misterioso pur non avendo alcun principio attivo chimico.
Penso che nell'uomo ci siano tre paure fondamentali dalle quali derivano tutte le altre, e che danno origine alla maggior parte dei sentimenti, i quali sono legati alla percezione e alla diminuzione delle paure stesse:
- la paura di morire (essere aggrediti, feriti, mutilati, ammalarsi, non avere di che nutrirsi, ripararsi, proteggersi o difendersi, non essere autosufficienti ecc.)
- la paura dell'isolamento sociale (essere abbandonati, non essere amati, essere puniti, rifiutati, emarginati ecc.)
- la paura di sbagliare (fare cose e comportarsi in modi che aumentano il rischio di morire e dell'isolamento sociale, fare cose proibite, non essere in grado di affrontare le difficoltà e i problemi che si presentano, perdere la ragione, essere o apparire stupidi, essere disapprovati)
In assenza di esse forse i sentimenti non esisterebbero.
Queste tre paure sottintendono rispettivamente tre bisogni primari:
- il bisogno di sopravvivenza fisica
- il bisogno di integrazione sociale
- il bisogno di potere sulla natura e la società
Le tre paure fondamentali, così come i tre bisogni primari ad esse associati, sono gerarchicamente interdipendenti in quanto:
- l'isolamento sociale può condurre alla morte
- lo sbagliare e la perdita di potere possono condurre all'isolamento sociale
L'uomo è motivato consciamente o inconsciamente a fare tutto il possibile per diminuire i rischi di morte, isolamento sociale e perdita di potere, a ridurre le relative paure e a provare i sentimenti di benessere e piacere che scaturiscono dalla loro diminuzione.
La vita è conservativa in quanto si mantiene grazie ad un istinto di conservazione (consapevole o inconsapevole), che consiste nella difesa della propria struttura contro tutto ciò che può cambiarla. Infatti i cambiamenti, cioè l’evoluzione, di una specie biologica avvengono solo a causa di errori di riproduzione genetica.
In altre parole, possiamo assumere che in ogni forma di vita esista un bisogno elementare, vitale, di conservazione senza il quale nessuna vita potrebbe continuare ad esistere o a riprodursi.
Ciò che la specie ha bisogno di conservare è la sua struttura fondamentale, mentre sono consentiti, e perfino favoriti, cambiamenti di dettaglio, come il colore degli occhi e della pelle, l’altezza, il peso, il temperamento, l’indole ecc. che nella riproduzione sessuata sono causati dall’incrocio dei geni provenienti al 50% da ciascuno dei genitori, purché compatibili.
Il rifuto di corpi estranei da parte del corpo è evidente nelle reazioni di rigetto che si verificano a seguito di trapianti d'organo e nei processi immunologici.
L’organismo di un essere vivente è regolato a tutti i livelli da meccanismi omeostatici, che servono a ripristinare lo stato normale ottimale, cioè il più sano, se alterato da eventi interni o esterni, o da squilibri energetici o chimici.
Io suppongo che anche nella mente esistano meccanismi omeostatici che si oppongono a ogni processo che potrebbero cambiare la struttura portante della mente stessa, sia nella sua parte conscia che in quella inconscia.
Questo bisogno/istinto di conservazione spiegherebbe la paura dell’estraneità, della diversità, dell’ignoto, del cambiamento strutturale della propria visione del mondo. Si tratta di paure presenti geneticamente in ogni individuo e di conseguenza in ogni cultura, anche se in misura diversa da persona a persona.
La miseria dell'umanità è dovuta principalmente alla comune paura inconscia di cambiare.
La paura di cambiare viene trasmessa per empatia.
Cosa impedisce ad una persona di cambiare religione, filosofia, mentalità, opinioni, etica, preferenze, gusti, comunità, stile di vita, amori, amici ecc. per altri più adatti a soddisfare i propri bisogni primari? La paura di cambiare. Questa paura ha origini interne ed esterne. Quella interna è dovuta alla difesa immunitaria della psiche, che si protegge contro qualsiasi tentativo di modificarne la struttura; quella esterna al fatto che chi cambia rispetto alle norme della comunità di appartenenza viene "normalmente" emarginato.
L'empatia rende difficile fare cose che fanno paura agli altri, anche quando si tratta solo della paura di cambiare. Così, a anche a causa dell'empatia, per non spaventare gli altri, per non essere emarginati, per paura della paura, si rinuncia a cambiare.
La persona creativa ha voglia di cambiare e si sente sola quando è circondata da persone che hanno paura di farlo.
Chi non ha paura di cambiare sceglie la migliore filosofia e cerca di migliorarla, non accetta acriticamente la filosofia dominante nella comunità a cui appartiene.
Quasi tutti hanno paura di cambiare e chi non ce l'ha viene visto dai più come una minaccia, ostacolato, scoraggiato, osteggiato.
Chi non ha paura di cambiare ha difficoltà a capire chi ce l'ha e viceversa.
Chi non ha paura di cambiare tende a disprezzare chi c'è l'ha, e viceversa.
Vedi anche La paura di cambiare, La paura inconscia della realtà.
Mi pare che in italiano e nelle altre lingue europee più diffuse manchi una parola che esprima il contrario del concetto di “bisogno”.
A tal proposito, consideriamo la frase “X ha bisogno di Y” dove Y è qualcosa senza la quale X non può sopravvivere o non può soddisfare altri bisogni. Immaginiamo ora una cosa Z che nuoce a X nel senso che è letale per X o impedisce a X di soddisfare altri bisogni. Per esprimere tale condizione vorrei usare una frase come “X ha ppp di Z” dove “ppp” è il contrario di “bisogno”. Quale termine possiamo mettere al posto di “ppp”?
Ne ho discusso con ChatGPT a cui ho proposto il termine “rigetto” come contrario di “bisogno” con la stessa funzione grammaticale, per cui il contrario di “X ha bisogno di Y” sarebbe “X ha rigetto di Y”, e il contrario di “X necessita Y” sarebbe “X rigetta Y”.
ChatGPT è d’accordo sul fatto che, sebbene il termine “rigetto” usato come contrario di bisogno non sia affatto convenzionale, esso risponde bene allo scopo di esprimere il contrario di “bisogno” con la stessa funzione grammaticale, avendo escluso in tal senso termini come “avversione”, “ripudio”, “repulsione” in quanto tali termini esprimono emozioni o sentimenti piuttosto che condizioni biologiche.
Pertanto, il termine “rigetto” (di qualcosa) potrebbe essere usato col significato di “necessità di evitare” (qualcosa). In forma di verbo, potremmo analogamente usare il termine “rigettare” come contrario di “necessitare”, ovvero di “avere bisogno di…”.
L’espressione “rigettare” (qualcosa) potrebbe essere confusa con “aver paura” (di qualcosa) o “temere” (qualcosa). Tuttavia uno può rigettare qualcosa senza temerla, così come può aver temere qualcosa senza averne rigetto in senso biologico.
Per concludere, “rigetto” e “rigettare” sono termini termini che possono esprimere rispettivamente il contrario di “bisogno”e di “necessitare” senza alcuna connotazione emotiva o di consapevolezza, cioè con una connotazione puramente biologica,
Il motivo più diffuso di preoccupazione, di angoscia e di stress mentale per noi umani è costituito dall'atteggiamento degli altri nei nostri confronti. Infatti, essendo interdipendenti, è per noi indispensabile (questione di vita o di morte) che gli altri abbiano verso di noi un atteggiamento sufficientemente cooperativo e non troppo ostile o aggressivo. Di conseguenza il nostro comportamento conscio e inconscio, volontario e involontario, è costantemente diretto a tale fine.
Per tale motivo, in ogni momento, abbiamo bisogno di conoscere la nostra “situazione sociale”, ovvero quali siano i livelli di cooperazione e di ostilità degli altri nei nostri confronti, allo scopo di adeguare il nostro comportamento per migliorare tali livelli, o per evitare che peggiorino.
In tal senso la nostra “intelligence” conscia e inconscia si pone domande come le seguenti: cosa pensano gli altri di me? Come mi giudicano? Quanto io sono attraente per loro? Quanto io sono per loro repellente? Quanto io sono importante per loro? Quanto mi temono? Quanto mi stimano? Quale status mi attribuiscono? Quali appartenenze mi attribuiscono? Come mi classificano? Quanto mi approvano? Quanto mi disapprovano? Quanto desiderano interagire con me? Quanto desiderano cooperare con me? Quanto desiderano il mio bene? Quanto desiderano la mia rovina? Quanto mi amano? Quanto mi odiano? Quanto sono sinceri e quanto falsi con me? In che modo i loro progetti mi possono danneggiare o favorire? In cosa siamo in competizione? Che potere hanno su di me? Che potere ho su di loro? Ecc. ecc.
Tutte queste domande sono per lo più inconsce, tuttavia sappiamo che l'inconscio suscita emozioni e sentimenti che determinano il nostro comportamento sia quando siamo soli che quando siamo in presenza degli altri.
Suppongo inoltre che i neuroni specchio abbiano un ruolo importante nel rispondere inconsciamente a tali domande.
Per quanto sopra, abbiamo tutto l’interesse di rendere consce le nostre preoccupazioni inconsce. Solo così possiamo trasformare un’angoscia di origine sconosciuta in un esame consapevole della nostra situazione sociale, ed elaborare razionalmente la nostra strategia sociale tenendo conto dei nostri bisogni e di quelli altrui.
Vedi anche Domande sui rapporti interpersonali.
A mio parere, l'umorismo, il ridere, il sorridere, sono manifestazioni (esclusivamente umane) di sentimenti e atteggiamenti sociali. Infatti non c'è ilarità nella solitudine, ma solo in compagnia (reale o immaginaria).
Si assume un'espressione ilare per effetto di certe percezioni sociali e per mostrare intenzioni favorevoli nei confronti degli altri. Ciò che causa ed esprime ilarità è al tempo stesso un bisogno sociale attivo (un misto di desideri e paure) e la sua soddisfazione non esaustiva (e più o meno chiara) in termini di ottenimento dell’oggetto del desiderio e di rassicurazione contro la paura.
Non ci sarebbe ilarità se dagli altri non ci aspettassimo sia il bene che il male, la cooperazione e la competizione. In tal senso l’ilarità esprime un continuo passaggio tra un'aspettativa sfavorevole e un'altra favorevole nella percezione del comportamento altrui.
L'ilarità si può studiare più facilmente nei bambini, specialmente nei neonati. Il bambino ha una paura di fondo, più o meno intensa, di essere abbandonato, trascurato o maltrattato.
L’adulto che vuol fare ridere il neonato deve risvegliare tali paure attraverso una finzione esplicita, rassicurandolo al tempo stesso sul fatto che può contare sulla protezione (e sull'accudimento) da parte sua. E’ importante, quindi, che tra adulto e neonato passi il messaggio “questo è un gioco, uno scherzo, non una cosa reale”.
Si potrebbe dire che l’ilarità sia basata sulla finzione esplicita di un male e sulla vittoria del bene, in una relazione in cui i termini della finzione non sono chiari. In altri termini, si avverte la presenza di una finzione, ma non è chiaro quali parti della narrazione o del comportamento in questione siano vere e quali finte.
Il fatto di non sapere dove sia esattamente la finzione causa spesso una tensione, più o meno intensa, visibile nei tratti del volto, specialmente intorno alla bocca e agli occhi. La tensione si trasforma di colpo in risata quando si capisce ad un tratto dov'era la finzione, e il quadro diventa improvvisamente chiaro e totalmente rassicurante.
Si può anche dire che l'ilarità è caratterizzata dall'aspettativa di una ricompensa sociale, quando non si sa bene come essa si presenterà, per cui c’è una leggera tensione dovuta all’incognita. In altre parole, l’incertezza, unita all’aspettativa di un lieto fine, è un ingrediente fondamentale dell’ilarità.
Per concludere, l'ilarità è, a mio avviso, sempre accompagnata da un piacere, dovuto alla risoluzione di una tensione o di un immaginario timore, e al conseguente piacere della sorpresa.
Quando una persona ha paura, «cosa», esattamente, in quella persona ha paura? Suppongo che non sia l'io, che è cosciente della paura, ma il «me», cioè la parte inconscia e involontaria del corpo, in cui la paura viene generata.
È importante separare logicamente l'io dal me. Infatti, senza tale separazione l'io crede di avere esso stesso paura, di esserne il produttore, o di "essere" la paura stessa, mentre in realtà è solo cosciente che il resto del suo corpo ha generato una paura.
Qui per paura intendo sia la paura legata ad una oggetto noto, sia l'ansia, ovvero una paura di cui non si conosce l'oggetto, né la causa.
Innanzitutto l'io dovrebbe cercare di capire perché il suo «me» ha paura, e stabilire se i motivi della paura sono giusti o sbagliati, ovvero giustificabili o ingiustificabili, accettabili o inaccettabili.
Una volta capito e valutato i motivi della paura, l'io dovrebbe decidere se venire a patti con essi, cioè gestirli, oppure semplicemente non riconoscerli come giusti o come veri. Infatti si può avere paura di cose inesistenti, ovvero di cose immaginarie o illusorie.
Prendiamo ad esempio la paura di parlare in pubblico, che può essere tanto forte da chiamarsi panico.
Si tratta di una paura molto diffusa e reale, mentre le sue cause sono il più delle volte irreali, immaginarie.
Quale può essere la logica inconscia della paura di parlare in pubblico?
Suppongo che la logica di tale paura sia che, parlando in pubblico, ovvero con persone che non si conoscono e che non ci conoscono già, il pubblico potrebbe farsi un'idea, giusta o sbagliata, di chi siamo veramente e giudicarci di conseguenza.
Insomma, la paura di parlare in pubbico sarebbe in realta la paura di essere scoperti e giudicati male. Infatti, più si espongono aspetti della propria personalità, della propria storia, delle proprie idee, dei propri gusti, dei propria giudizi, dei propria sentimenti, più tali aspetti possono essere valutati e giudicati dagli altri.
Potremmo dunque chiamare tale paura, paura di disgustare.
Chiediamoci allora quanto sia sano aver paura di disgustare gli altri. Direi che tale paura è giustificata dal fatto che noi esseri umani siamo interdipendenti. Tuttavia è una questione di misura. La paura di disgustare gli altri è presente in ogni umano, ma con intensità diverse da persona a persona. È sano avere tale paura in quantità "moderata", non troppa, né troppo poca, altrimenti è patologico.
Comunque, l'io dovrebbe essere consapevole di cosa gli altri si aspettano da noi, di cosa sono pronti ad apprezzare o a disprezzare in noi, e agire di conseguenza, ovvero scegliere cosa mostrare e cosa nascondere di sé, dopo aver scelto con chi interagire e con chi non interagire.
Ogni appartenenza ha le sue regole, cioè i suoi obblighi e divieti formali e sostanziali, che non sono altro che limitazioni della libertà del soggetto. Malgrado ciò, o forse grazie a ciò, l'Uomo non può fare a meno di appartenere a qualcuno o qualcosa, e ha giustamente paura della libertà assoluta perché questa corrisponde al nulla, all'indifferenziato, alla morte.
L'Uomo ha infatti bisogno di una libertà relativa, all'interno di limiti imposti dalle sue appartenenze. Essere significa appartenere. Essere qualcosa o qualcuno significa appartenere alla categoria rappresentata da quella cosa o da quella identità, nella sua particolare definizione, cioè delimitazione formale e sostanziale. Una cosa che non è delimitata non esiste. Per questo la libertà totale, cioè l'assenza di limiti, specialmente in un essere umano, fa paura.
Prendiamo ad esempio lo spazio vuoto intergalattico. Non ne conosciamo i limiti esterni, ma esso ha comunque dei limiti interni, che sono costituiti dalla presenza di corpi e materie celesti. Infatti, dove è presente un corpo celeste, lo spazio non è vuoto ma occupato, e questo rappresenta un suo limite. Se lo spazio fosse completamente e infinitamente vuoto, se non contenesse né corpi celesti né materia in alcun punto, esso non esisterebbe in quanto non sarebbe né visibile né misurabile.
L'essere si definisce dunque dai suoi limiti. Chiedermi "chi sono" equivale a chiedermi quali siano i miei limiti, ovvero i miei obblighi e i miei divieti, ovvero ciò che posso e che non posso fare, pensare, esprimere. L'unico modo per raggiungere la libertà assoluta è morire. Finché siamo in vita siamo limitati non solo dalla nostra costituzione fisica, ma anche da quella psichica, specialmente dal bisogno di appartenenza sociale presente in ogni essere umano come bisogno primario, cioè scritto nel nostro DNA.
Quando percepiamo le altre persone e ci chiediamo chi siano, cioè a quali tipi umani o identità appartengano, in fondo ci chiediamo quali siano le loro regole di funzionamento, ovvero i loro limiti, ciò che da essi ci possiamo e non ci possiamo aspettare. E quando non riusciamo a rispondere a queste domande, quando non riusciamo a intuire i limiti di una persona e quella ci sembra totalmente indefinita, cioè libera, quindi anche priva di freni morali, quella persona ci fa paura e preferiamo evitarla o contribuire a distruggerla.
Per essere integrati nella società dobbiamo quindi mostrare di essere soggetti a delle regole, a obblighi e divieti, di avere dei limiti. Ma dobbiamo mostrarlo anche a noi stessi per non impazzire. Pazzia è infatti non sapere più chi siamo. Se non abbiamo limiti che ci definiscono non siamo niente e nessuno, non esistiamo nemmeno come persone, siamo solo ammassi di cellule senza umanità, siamo dei mostri.
Per concludere, ammesso che il libero arbitrio esista e che siamo in grado, in qualche misura, di esercitarlo, questo non può consistere nell'esercizio della libertà assoluta, ma nello scegliere a quali regole sociali sottometterci, cioè a quale etica ed estetica conformarci, per non impazzire, per non morire.
Una risposta molto semplice alla domanda “perché facciamo ciò che facciamo e non facciamo ciò che non facciamo?” potrebbe essere: “per piacere o per paura”, ovvero, più precisamente, per attrazione (o desiderio) del piacere e/o per repulsione (o paura) del dolore. Infatti ritengo che aver paura di una certa cosa implichi prevedere (consciamente o inconsciamente) che quella cosa possa procurarci del dolore, direttamente o indirettamente. Ritengo inoltre che essere attratti da una certa cosa implichi prevedere (consciamente o inconsciamente) che quella cosa possa procurarci del piacere, direttamente o indirettamente.
Ovviamente tale risposta non può essere definitiva perché subito dopo dovremmo farci domande sulla natura del piacere che ci attrae e del dolore che ci repelle. In altre parole, dovremmo chiederci cosa ci piace e cosa ci fa soffrire, e poi chiederci: perché ci piace ciò che ci piace e ci fa paura ciò che ci fa paura?
Per rispondere a tutte queste domande, io parto dal concetto di “bisogno”, intendendo con tale termine ciò che è indispensabile ad un essere vivente per sopravvivere come specie e, seppure per un tempo limitato, come individuo (infatti qualsiasi specie si estinguerebbe se i suoi esemplari non sopravvivessero almeno per il tempo necessario alla loro riproduzione).
Presumo inoltre che il piacere e il dolore siano gli strumenti attraverso i quali l’organismo obbliga gli animali capaci di provare piacere e dolore, a comportarsi in modo da soddisfare in misura sufficiente i bisogni della propria specie.
Questo meccanismo è relativamente semplice se parliamo di bisogni primari, cioè quelli scritti nel DNA, più complesso se parliamo di bisogni secondari o acquisiti, o indotti, ovvero di quei bisogni che costituiscono dei mezzi per soddisfare bisogni primari, ma che possono anche rivelarsi nocivi in tal senso, essendo i bisogni secondari un effetto della cultura, dell’educazione, delle esperienze personali e della loro elaborazione razionale, che può anche essere erronea, così come una cultura può essere più o meno sana.
Per riprendere la semplice risposta alla domanda iniziale, io suppongo che tutto ciò che facciamo lo facciamo per il piacere di farlo o per la paura di non farlo, così come tutto cià che evitiamo di fare, lo evitiamo per la paura di farlo.
Partendo da tale supposizione, credo convenga chiedersi se le nostre previsioni di piacere non siano illusorie, e se le nostre previsioni di dolore (cioè le nostre paure) non siano infondate. Infatti ritengo che una persona è saggia nella misura in cui non ha paure infondate o esagerate rispetto alla loro reale natura, e nella misura in cui non si illude di ricavare piacere da ciò che non lo può conferire, o che è di breve durata e seguito da sofferenze.
In altre parole, il saggio sa realisticamente cosa provoca piacere e cosa provoca dolore, e in quale misura, e si comporta di conseguenza.
Dopo tanti anni di riflessioni e ricerche, sono arrivato a pensare che uno dei fattori principali che ancora oggi determinano il comportamento umano e le relative inibizioni e limitazioni, sia la paura inconscia della realtà.
Per realtà intendo tutto ciò che esiste oggettivamente e indipendentemente dalla sua percezione da parte di qualcuno. Per esempio, il sole è un elemento oggettivo della realtà, che esiste e funziona in un certo modo anche senza che gli esseri umani lo percepiscano, e anche se non esistessimo. Questo vale per ogni altra cosa materiale (masse, energie, informazioni), tra cui le forme di vita vegetali e animali, comprese quelle umane.
Io penso dunque che esiste un'unica realtà "reale" o oggettiva, e tante realtà percepite, o soggettive, quanti sono gli esseri capaci di percepirla, compresi, in questo momento, circa 7 miliardi di esseri umani.
La percezione (che è sempre soggettiva per definizione) della realtà passata, presente e futura ha un ruolo importantissimo nel comportamento dell'Uomo, e più precisamente nel funzionamento della psiche. La percezione, infatti, oltre a contribuire alle scelte individuali, è suscettibile di produrre emozioni più o meno piacevoli o dolorose, che dipendono dalla "mappa emotiva" di ciascuno di noi
(vedi Teoria della mappa emotiva). Ne consegue che certe realtà e le rispettive percezioni possono farci soffrire o spaventarci, Per inciso, la paura di qualcosa è l'anticipazione o aspettativa di un dolore associato a quella cosa.
Come ormai molti psicologi hanno convenuto, la nostra mente tende inconsciamente e involontariamente a rimuovere e a non percepire (mediante meccanismi di attenzione e memoria selettive) tutto ciò che può farci star male o farci paura. Ne consegue che la percezione che ognuno di noi ha della realtà è una particolare versione della stessa filtrata e manipolata dalle nostre esperienze e dalle nostre mappe emotive, in modo da risparmiarci, per quanto possibile, sofferenze e paure.
La realtà che percepiamo è dunque una versione personale della realtà oggettiva, un suo adattamento, con addizioni e sottrazioni che la rendono sopportabile.
Ovviamente, questo meccanismo di alterazione compassionevole della realtà è esso stesso rimosso dalla coscienza, cioè è negato per non svelare e non rendere in tal modo inefficace la sua funzione, ovvero per non scatenare le sofferenze e le paure da cui quella manipolazione ci protegge. Questo spiega, ad esempio, la forte resistenza dei credenti nelle varie religioni, a qualunque tentativo di dimostrare che le loro credenze sono infondate, Lo stesso vale per molte convinzioni e opinioni non religiose.
Come i filosofi esistenzialisti ci hanno insegnato, la realtà oggettiva è in molti aspetti assurda, miserabile e spaventosa. Sta a noi scegliere di affrontarla con coraggio e accettarla (se non è migliorabile) oppure alterarne la percezione e la descrizione togliendovi qualcosa di reale o aggiungendovi qualcosa di irreale, per renderla sopportabile alla nostra psiche.
Vedi anche Paure paradossali degli esseri umani - La paura di ragionare.
Gli esseri umani hanno più o meno le stesse paure degli altri animali superiori, oltre a un certo numero di paure a cui solo i primi sono soggetti. Alcune paure sono facilmente comprensibili e condivisibili, come quella di essere disapprovati, puniti o emarginati, di perdere il lavoro ecc. Altre sono paradossali, poco comprensibili e spesso inconsce, nascoste o mistificate. Mi riferisco alle paure di cambiare, di esseri liberi e di ragionare (cioè pensare e percepire la realtà nei suoi fatti e nelle sue possibilità).
Sulla paura di cambiare vedi il mio articolo
Paura di cambiare, empatia e dispatia.
Sulla paura di essere liberi vedi il mio articolo
La mia paura che la mia libertà aumenti
Nel seguito tratto della paura di ragionare, e più precisamente della paura di ragionare sui fatti umani e di affrontare la realtà.
La facoltà di ragionare (o pensare o percepire la realtà) permette di fare analisi, sintesi, misure, confronti, previsioni e valutazioni riguardanti realtà, fenomeni ed esperienze di ogni tipo, relativamente al mondo fisico e a quello umano e sociale. Le scienze naturali si occupano di ragionare relativamente alla natura fisica, mentre le scienze umane e sociali, la filosofia e le religioni si occupano di ragionare sulla natura umana.
Ragionare sull'Uomo comporta inevitabilmente un'etica, cioè lo stabilire quale comportamento sia più o meno giusto o sbagliato, utile, inutile o dannoso rispetto a determinati fini sociali e in particolare rispetto al bene della comunità a cui si appartiene, a partire dalla definizione del bene e dei fini stessi.
Il ragionare sull'Uomo comporta di conseguenza una serie di problemi e di inconvenienti, dal momento che gli esiti del ragionare potrebbero determinare che il nostro comportamento è socialmente sconveniente o nocivo e dar luogo ad una nostra condanna ed eventualmente a una nostra punizione da parte degli altri membri della comunità, proprio in "ragione" degli esiti del comune modo di ragionare. Del resto, proprio su questo meccanismo si basa il diritto e la sua applicazione attraverso le leggi dello Stato, oltre alla morale religiosa.
Un modo per sfuggire al pericolo di essere condannati dalla ragione è quello di squalificarla, di abolirla o di annacquarla, di creare in essa delle lacune, dei vuoti utilizzabili per rendere impossibili dei giudizi morali certi e per giustificare comportamenti altrimenti reprensibili.
La ragione è come un poliziotto, davanti al quale non siamo mai rilassati perché non siamo mai sicuri di non aver fatto qualcosa di illegale, di irragionevole, di irrazionale, di stupido. D'altra parte è impossibile non comportarsi, anche e soprattutto, in modo irrazionale, e perciò dovremmo tutti essere tolleranti e comprensivi in tal senso, sia per quanto riguarda il comportamento altrui che il nostro. Come diceva infatti Leopardi, "nessun maggior segno di essere poco filosofo e poco savio, che voler savia e filosofica tutta la vita."
Gli esseri umani si distinguono, tra l'altro, per il loro atteggiamento nei confronti della ragione e del ragionare. Amano e coltivano la ragione coloro che si sentono in armonia con essa, che sanno di comportarsi in modo sufficientemente ragionevole, socialmente corretto, mentre temono e disprezzano la ragione coloro che sanno (consciamente o inconsciamente) di comportarsi in modo eccessivamente irragionevole o socialmente scorretto.
In realtà non esiste una Ragione universalmente accettata, come non esiste una verità unica e assoluta, ma ci sono diverse scuole di pensiero e di modi ragionare, per accontentare i vari modi di comportarsi e i vari sistemi morali. Ognuno infatti sceglie l'etica che lo assolve e combatte le etiche che lo condannano.
Per quanto riguarda le mie esperienze sul tema in oggetto. mi sono reso conto che spesso le persone con cui parlo sono infastidite, disturbate dalla mia razionalità così coerente, lucida, incisiva, inattaccabile e mi rimproverano implicitamente (a volte anche esplicitamente) di essere troppo razionale, di non lasciare spazio alle mie emozioni, di non esprimerle, o di essere del tutto incapace di averne. Ma io che so quanto siano forti e vive le mie emozioni e le mie passioni, penso che quelle critiche siano solo l'espressione di una paura di essere giudicati inadeguati o sbagliati rispetto alle "mie ragioni" o rispetto a qualunque ragione coerente e non lacunosa.
La maggior parte della gente non ama ragionare, evita di farlo per non autocondannarsi, e si sente a disagio quando interagisce con qualcuno che invece ama ragionare. I più preferirebbero parlare in modo poco razionale, soprattutto non critico, non giudicante, non etico e possibilmente apologetico del loro comportamento. Specialmente nella nostra epoca le emozioni sono "in" e la ragione è "out", come se le due cose fossero mutualmente esclusive, il che non è. Infatti, per me la ragione più "vera" è quella che assegna alle emozioni il posto più importante nell'universo umano pur tenendo conto delle conquiste (provvisorie per definizione) delle scienze sia naturali che umane e sociali.
E' importante, per gli amanti della ragione, come me, essere consapevoli di questa diffusa paura di ragionare per non mettere a disagio i nostri interlocutori con ragionamenti troppo coerenti, incisivi, consequenziali, insomma, troppo "razionali". Dovremmo infatti manifestare rispetto per le loro emozioni e le loro lacune razionali, anche quando esse coprono comportamenti socialmente irresponsabili o nocivi.
Vedi anche La paura inconscia della realtà.