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Riflessioni di Bruno Cancellieri su

Piacere e dolore

330 articoli tratti dal blog "Il mondo visto da me"

Indice delle monografie | Indice degli articoli per anno

Sulla sofferenza degli animali

I batteri soffrono?

Certezza

Soffro e godo, dunque sono.

Tra serio e ridicolo

Nulla è serio tranne il dolore.

Piaceri e paure

Piaceri e paure rendono stupidi.

Volatilità del piacere

Il piacere non può essere catturato.

Luogo del piacere

Il piacere sta nel fare, non nel fatto.

Sul piacere del fare

A ognuno piace fare ciò che sa far bene.

Tutto è bene...

Tutto è bene ciò che contribuisce al bene.

Piacere e ripetizione

Il piacere è una cosa che si vorrebbe ripetere.

Persone che mi piacciono

Più una persona la pensa come me, più mi piace.

Vincoli e liberazione

Liberarsi è un piacere che richiede un vincolo.

Sulla determinazione del piacere e del dolore

Chi/cosa decide dei nostri piaceri e dei nostri dolori?

Comprendere i piaceri

È difficile comprendere i piaceri di cui non si può godere.

Il piacere di essere obbediti

A volte diamo ordini solo per il piacere di essere obbediti.

Sul piacere del conflitto

Il piacere della vittoria comporta il piacere del conflitto.

Il problema del non accadere

Ciò che non ci accade ci fa soffrire più di ciò che ci accade.

Maestri di vita

Il piacere e il dolore sono i nostri principali maestri di vita.

La paura di star male

Certe persone starebbero bene se non avessero paura di star male.

Il piacere e il dolore della normalità

La normalità è un piacere per i normali, un dolore per gli anomali.

A chi piacere e a chi dispiacere

In ogni momento dobbiamo scegliere a chi piacere e a chi dispiacere.

Vita, piacere e dolore

Ogni essere vivente senziente è un portatore di piacere e di dolore.

La gioia di sconfiggere un nemico

Chi non ha nemici non può provare la gioia di sconfiggere un nemico.

Nuove esperienze

Nuove esperienze, nuove idee, nuove occasioni di piacere e di dolore.

Incuranza del sole

Il sole continuerà a sorgere e a tramontare incurante delle mie pene.

Due tristezze

Triste lo stare soli,
triste la compagnia
di chi non s'ama.

Capire e piacere

Spesso, se non vediamo o non capiamo una cosa, è solo perché non ci piace.

Il piacere dell'illusione

A volte ci si illude volontariamente per godere del piacere dell'illusione.

La mia religione

La mia religione comprende due numi: la dea del piacere e il dio del dolore.

La misura di ogni valore

Il piacere e il dolore, immediati o differiti, sono la misura di ogni valore.

Arte e illusione

L'arte è un prodotto dell'uomo, capace di indurre nell'uomo piacevoli illusioni.

Conoscenza, dolore e piacere

L'uomo non conosce con certezza altro che il proprio dolore e il proprio piacere.

Verità e piacere

L'uomo tende a considerare vero ciò che gli piace, e falso ciò che non gli piace.

Domandare per interagire

A volte facciamo domande ad una persona solo per il piacere di interagire con essa.

Filosofia antidolore

Ognuno (me compreso) adotta la filosofia che lo fa soffrire di meno o godere di più.

Aspettative di dolore e di piacere

L’aspettativa del dolore è dolorosa così come l’aspettativa del piacere è piacevole.

Come l'inconscio controlla la coscienza

L'inconscio controlla la coscienza attivando/disattivando emozioni piacevoli/dolorose.

Un momento di felicità

Per avere un momento di felicità bisogna dimenticare i dolori passati e quelli futuri.

Mutualità del piacere

Mi piacciono le persone a cui piaccio, e non mi piacciono le persone a cui non piaccio.

Coscienza e piacere

Se fosse possibile manipolare la propria coscienza, potremmo provare piacere a volontà.

Ciò che conta

Ciò che conta è ciò che fa la differenza nel bene e nel male, nel piacere e nel dolore.

Come piacere a una persona

Per piacere a una persona devi approvarla, aiutarla, compiacerla, amarla, o affascinarla.

Piacere, dolore e salute mentale

Sono malate le menti e le società in cui il piacere è disprezzato e il dolore apprezzato.

Sul vittimismo

Ci sono persone che soffrono volontariamente per dimostrare di essere vittime di qualcuno.

Se vuoi piacere

Se vuoi piacere ad una persona devi essere come lei ti vuole e fare ciò che lei desidera.

Rimedi che aggravano il male

Ci sono dolori che non sappiamo lenire e che temiamo di aggravare con un rimedio sbagliato.

Le uniche certezze

Le uniche certezze sono il proprio piacere e il proprio dolore. Tutto il resto è opinabile.

Piaceri non autentici

Per essere accettati e stimati ci facciamo piacere cose che in realtà ci sono indifferenti.

Sentimenti, attrazioni e repulsioni, piaceri e dolori

I sentimenti consistono in attrazioni e repulsioni, cioè previsioni di piaceri o di dolori.

Vita come arte

Fare della propria vita un'opera d'arte è un modo per trasformare certe sofferenze in gioie.

Sulla risata

Una risata segnala un brusco passaggio da un'aspettativa di dolore a un'aspettativa di piacere.

Sul piacere

La parola «piacere» è piacevole perché evoca un piacere.

Il bisogno e il piacere della riproduzione

L'uomo ha un bisogno innato di imitare, copiare, riprodurre, e ne trae piacere quando vi riesce.

Certezza del dolore

L'unica cosa certa per un essere umano è il dolore, e il piacere prodotto dalla sua diminuzione.

Cos'è un sentimento

Sentimento: associazione di una certa idea con l'aspettativa di una certa dose di piacere o dolore.

Il costo delle gioie

Chi sono? Una vita tra tante che cerca di evitare il dolore e di godere di gioie non troppo costose.

Piacere vs. utilità

Ci sono tante cose inutili o dannose eppure piacevoli. E ci sono tante cose utili eppure spiacevoli.

Saggezza, piacere e dolore

Saggezza è anche conoscere le vere cause, dirette e indirette, dei piaceri e dolori propri e altrui.

Successo e sentimenti

Ci sono persone che nascondono le loro sofferenze e fingono godimenti per non apparire come perdenti.

Dominio dei sentimenti

Siamo dominati da piacere e dolore, attrazione e repulsione. Ragione e volontà sono al loro servizio.

Il bisogno di piacere agli altri

Ogni umano ha bisogno di piacere ad altri, se non può ottenere coercitivamente la cooperazione altrui.

Sul senso del dovere

Il senso del dovere è il senso del dolore che si proverebbe se non ci si comportasse in un certo modo.

Sul carattere

Il carattere di un essere umano consiste nelle cose che lo fanno soffrire in quelle che lo fanno godere.

Cosa prendere sul serio e di cosa ridere

Si dovrebbe prendere sul serio solo il dolore e ciò che lo causa. Di ogni altra cosa si dovrebbe ridere.

Sulle cause dell'umore

Se siamo di cattivo umore c'è qualcosa che ci dispiace. Se siamo di buon umore c'è qualcosa che ci piace.

Pensieri e piaceri

Se un certo pensiero mi procura piacere, lo penserò, e continuerò a pensarlo finché mi procurerà piacere.

Tirannia del piacere e del dolore

Attraverso il piacere e il dolore la natura, ovvero la nostra specie, ci fa fare ciò che vuole.

Il sapere dell'inconscio

L’inconscio è come un neonato: non sa di cosa ha bisogno, ma sa se ciò che gli accade è piacevole o doloroso.

L'uomo e il futuro

L'uomo è forse l'unico animale capace di immaginare il futuro e di anticipare futuri dolori e futuri piaceri.

Piacere e dolore come chiavi di comprensione

Il piacere e il dolore causato dalle interazioni sociali è una chiave di comprensione delle interazioni stesse.

Volere il piacere altrui

Se ognuno volesse il piacere altrui oltre che il proprio, la vita umana sarebbe in generale molto più gradevole.

Gusti che ci disturbano

Vorremmo che tutti avessero i nostri stessi gusti. I gusti altrui, quando sono diversi dai nostri, ci disturbano.

Il piacere delle illusioni

Un'illusione può causare un piacere reale. Per questo le illusioni sono così diffuse. Come pure gli illusionisti.

Sulle sofferenze altrui

Di fronte a qualcuno che soffre, i piu cercano solo di dimostrare di non essere responsabili di quella sofferenza.

Il piacere del fare

Spesso c'è più piacere nel fare le cose che nel contemplare le cose fatte. In realtà si tratta di piaceri diversi.

Sul sorriso

Un sorriso segnala l’aspettativa di un piacere, così come un'espressione triste segnala l'aspettativa di un dolore.

Perché facciamo ciò che facciamo

Noi facciamo ciò che facciamo per ottenere un piacere (fisico o mentale) o per evitare un dolore (fisico o mentale).

Condividere un dolore

Condividere un dolore può lenire il dolore stesso, perché qualunque condivisione non indesiderata è fonte di piacere.

A qualcuno dispiacerà

Qualunque cosa tu faccia o non faccia, a qualunque cosa tu voglia appartenere o non appartenere, a qualcuno dispiacerà.

Per piacere o per paura

Noi facciamo ciò che facciamo, per piacere o per paura, e un piacere può essere causato dalla diminuzione di una paura.

Bilancio emotivo e felicità

La felicità è una condizione in cui, nel bilancio emotivo di una persona, il piacere prevale statisticamente sul dolore.

Il conforto dell'abitudine

L'uomo si abitua a tutto, anche alla bruttezza, all'ignoranza, alla violenza, alla schiavitù, alla solitudine, al dolore.

Relatività del bene e del male

Il bene e il male non sono assoluti, ma relativi al piacere e al dolore di qualcuno.

Sull'empatia

Nella misura in cui siamo empatici ciò che piace agli altri piace anche noi e ciò che fa male agli altri fa male anche noi.

Sulla presunzione della propria libertà

Credere di essere più liberi di quanto realmente si è può avere conseguenze dolorose, come pure credere di esserlo di meno.

Bisogni, piaceri, dolori

Ad ogni bisogno corrispondono un piacere e un dolore: il piacere della sua soddisfazione e il dolore della sua frustrazione.

Il senso di ogni comportamento

Tutto ciò che la gente fa, lo fa per bisogno, per piacere o per paura. Questo è il senso di ogni comportamento umano.


Il perché del piacere

Trovo difficile capire se una cosa mi piace in sé, oppure mi piace perché piace a persone che mi piacciono o da cui dipendo.

Le cose in sé

Non sono le cose in sé che ci piacciono o ci dispiacciono, ma ciò che esse significano, rappresentano, causano, e producono.

Il piacere delle raccolte

II mettere insieme e il vedere insieme cose normalmente sparse che hanno qualcosa in comune è una misteriosa fonte di piacere.

Il perché del piacere

Ogni libro, ogni articolo di giornale, ogni film, ogni trasmissione TV, piace a qualcuno, e può essere utile chiedersi perché.

Uno sforzo per considerare le differenze di gusti

Devo fare uno sforzo per considerare che ciò che a me non piace, ad alcuni piace, e che ciò che a me piace, ad alcuni non piace.

Bisogni e soddisfazioni

Il lato positivo della fame è che ti motiva a cercare cibo e ti fa contento quando lo trovi. Senza bisogni, nessuna soddisfazione.

Facendo ciò che mi piace fare

Sto facendo ciò che in questo momento mi piace fare, anche se ciò potrebbe avere conseguenze per me spiacevoli nei giorni a venire.

Realtà e immaginazione nell'origine del piacere e del dolore

A volte è difficile stabilire se un piacere o un dolore sono dovuti a cause reali o immaginarie, a situazioni effettive o illusorie.

Illusioni stupefacenti

Se l'uomo s'illude facilmente è perché le illusioni agiscono nel cervello come droghe, in quanto danno piacere e alleviano il dolore.

Sul vedere i difetti e le incoerenze

Chi vede più facilmente i difetti e le incoerenze nei prodotti e nel comportamento umano soffre più di chi li vede più difficilmente.

Felicità, piacere, dolore

La felicità non esiste se non come mito. Invece, due cose che sicuramente esistono sono il piacere e il dolore, sia fisici che mentali.

Come conosciamo i nostri bisogni

Conosciamo i nostri bisogni attraverso il piacere e il dolore che proviamo quando vengono, rispettivamente, soddisfatti e insoddisfatti.

Domande sul godere e sul soffrire degli altri

Di ogni persona è utile chiedersi: cosa la fa godere? Cosa la fa soffrire? Poi chiedersi: posso farla godere? Posso farla soffrire? Come?

Realtà del piacere e del dolore

Tutto può essere illusorio, tranne il piacere e il dolore che sentiamo. Essi sono le uniche cose certamente reali. Tutto il resto è incerto.

Piacere e dolore come guide

I meccanismi biologici del piacere e del dolore guidano il nostro comportamento in quanto determinano ciò che ci attrae e ciò che ci repelle.

Perché facciamo ciò che facciamo

Facciamo ciò che facciamo perché proviamo (o ci aspettiamo) un piacere nel farlo o perché proviamo (o ci aspettiamo) un dolore nel non farlo.

Verità e piacere

Noi umani tendiamo a credere vere le narrazioni che suscitano in noi emozioni piacevoli, e false quelle che suscitano in noi emozioni dolorose.

Bisogni, piaceri e dolori

Conosciamo i nostri bisogni attraverso i nostri piaceri e i nostri dolori. Se non provassimo piaceri né dolori non conoscemmo i nostri bisogni.

Problemi e piaceri

La soluzione di un problema provoca un piacere, ma una volta che il problema è risolto, esso svanisce, come pure il piacere della sua soluzione.

Il perché del piacere e del dolore

Perché ci piace ciò che ci piace e ci dispiace ciò che ci dispiace? Questa domanda potrebbe essere il fondamento di una nuova psicologia pragmatica.

Non cercare la felicità

Non cercare la felicità, dato che non esiste. Cerca piuttosto piccoli piaceri, e cerca di evitare, per quanto possibile, ciò che ti può far soffrire.

Sulle vere cause del piacere di fare certe cose

A volte, dietro il piacere di fare una certa cosa, si nasconde il piacere dell’idea che gli altri ci ammirino o ci approvino vedendoci fare quella cosa.

Sentimenti, pensieri, motivazioni e interessi

Il piacere e il dolore e le loro anticipazioni, cioè l'attrazione e la repulsione, formano i nostri pensieri, le nostre motivazioni e i nostri interessi.

Sull’anticipazione del dolore

La prospettiva di una sofferenza futura può rovinare un godimento presente, così come la prospettiva di un godimento futuro può lenire un dolore presente.

Come indurre qualcuno a fare ciò che desideriamo

Ci sono due modi per indurre qualcuno a fare ciò che desideriamo: (1) con la violenza; (2) con promesse o minacce di vantaggi o svantaggi, piaceri o dolori.

Dignità del dolore

Non dobbiamo vergognarci di soffrire. È un nostro diritto, e non significa, per questo, che siamo meno dotati o meno capaci di persone che soffrono meno di noi.

Animale torturatore

L'uomo è l'unico animale capace di torturare un suo simile per ottenere qualcosa da lui, o per il piacere connesso al potere di condizionare le emozioni altrui.

Le uniche certezze

L'unica certezza è che nulla è certo tranne l'esistenza del piacere e del dolore e la nostra maggiore o minore capacità di procurarli a noi stessi e agli altri.

Le cause dei piaceri e dei dolori

Quando proviamo piaceri o dolori non sappiamo quali siano le rispettive cause, ma le attribuiamo alle situazioni nelle quali i piaceri e i dolori si presentano.

Benessere e verità

Il fatto che un certo discorso ti dia piacere, ti affascini, ti rassereni, ti rassicuri, ti consoli, ti dia speranza, non significa che ciò che afferma sia vero.

Bisogno di disordine

Per certe persone, mettere in ordine ciò che è disordinato è fonte di piacere. Per ottenere tale piacere, quelle persone hanno bisogno di situazioni disordinate.

Perché ci piace ciò che ci piace

Quasi nessun essere umano si chiede perché gli piace ciò che gli piace, e quasi tutti pensano, senza dubitarne, che ciò che a loro piace sia buono, giusto e vero.

Perché ci piace ciò che ci piace

Dobbiamo imparare a distinguere ciò che ci piace per le sue qualità intrinseche da ciò che ci piace perché contribuisce a darci una identità sociale desiderabile.

Male gratuito

La messa in atto della propria capacità di fare del male a qualcuno può dare una piacevole sensazione di potenza. Per questo molti fanno del male anche gratuitamente.

Discordanze di piaceri e dispiaceri

Una certa cosa che mi piace a qualcuno dispiace. Una certa altra cosa che mi dispiace a qualcuno piace. Queste discordanze rendono difficile e dolorosa la vita umana.

Giudizi reciproci, relazioni e felicità

Io giudico gli altri e gli altri mi giudicano. Da questi giudizi dipendono le nostre relazioni, e dalla qualità delle nostre relazioni dipendono i nostri piaceri e dolori.

Meditazione e dèmoni

Per me, meditare consiste nell'ascoltare le volontà dei miei dèmoni, in quanto padroni e amministratori dei miei sentimenti, ovvero dei miei piaceri e delle mie sofferenze.

Sul piacere di appartenere

Qualunque cosa facciamo denota l'appartenenza ad un certo insieme sociale, e il piacere che ne ricaviamo può essere un effetto dell'illusione di appartenere a quell'insieme.

Differenze vitali

Tutti moriremo prima o poi, ma al momento della morte non avremo sofferto e goduto tutti nella stessa misura. Queste differenze sono la cosa più importante per le nostre vite.

Siamo tutti marionette

Siamo tutti marionette guidate dai meccanismi neurologici del piacere e del dolore e dalla previsione del piacere e del dolore, ognuno con le sue particolari mappe sentimentali.

Sulle cause del piacere

Il piacere di un essere umano è dovuto soprattutto ad un rapporto cooperativo con altri umani, rapporto reale o immaginario, effettivo o illusorio, presente, passato, o sperato.

Tra il bianco e il nero

Il bianco e il nero hanno qualcosa in comune: sono entrambi tonalità di grigio. Qualcuno preferisce il bianco, qualcuno il nero, qualcuno una delle infinite tonalità intermedie.

Le domande più importanti


Sulla coscienza

La coscienza è la capacità di soffrire e godere, di associare dolori e piaceri a certe forme, eventi e situazioni, e di prevedere dolori e piaceri secondo le associazioni apprese.

Criterio generale di ogni scelta umana

Tra due opzioni scegliamo sempre quella che, tutto sommato, ci appare al tempo stesso, consciamente o inconsciamente, nel presente e nel futuro, la più piacevole e la meno dolorosa.

Giustificazioni razionali e morali

Nessuno sa perché gli piace ciò che gli piace e gli dispiace ciò che gli dispiace. Tuttavia ognuno trova una giustificazione razionale e morale per i suoi piaceri e i suoi dispiaceri.

Una definizione di organismo

Un organismo è un sistema di automatismi di origine naturale, alcuni dei quali parzialmente modificabili attraverso l'interazione con l'ambiente e l'esperienza del piacere e del dolore.

Status e piacere

Per l'inconscio, qualsiasi evento che implica un aumento dello status della propria persona rispetto alle altre è fonte di gioia in quanto provoca un aumento della secrezione di dopamina.

Logiche del piacere e del dispiacere

L'uomo quasi mai conosce le logiche inconsce per cui certe cose gli piacciono e altre cose non gli piacciono. Il fine della psicologia dovrebbe essere proprio quello di rivelare tali logiche.

Popolo di coscienze

Il mondo è popolato da coscienze, le quali, in quanto coscienze, soffrono e godono, cercano di evitare dolori e di procurarsi piaceri, soffrono prevedendo dolori, e godono prevedendo piaceri.

Perché ci (s)piace ciò che ci (s)piace

Il motivo per cui una cosa ci piace o ci spiace potrebbe non aver nulla a che fare con la cosa in sé, ma con il suo contesto o con cose o persone con cui la cosa è stata associata.

Masturbazioni mentali

Dovremmo avere più rispetto per le masturbazioni mentali e per coloro che le praticano. Una buona masturbazione mentale può dare piaceri che non si possono ottenere da nessuna interazione reale.

Logiche inconsce e stati d'animo

Ognuno vorrebbe sempre star bene, ma chi decide il proprio stato d’animo è l’inconscio, e lo fa secondo logiche inconsce, diverse da quelle della coscienza.

Tipi di piacere e di dolore

Un piacere può essere prodotto da una libido o dalla diminuzione di una sofferenza. Analogamente, un dolore può essere prodotto da una nevralgia o dell'aspettativa di un trauma o di una disgrazia.

A che servono le transazioni interpersonali?

Le transazioni interpersonali servono a trasmettere beni, servizi e informazioni, piaceri e dolori, a cooperare e a competere, a stabilire condivisioni e non condivisioni, secondo certi modelli culturali.

Sui limiti del piacere

Se gli umani potessero ottenere piacere a volontà e senza limiti di quantità e di durata, non farebbero altro, e non smetterebbero di farlo fino a morirne. Perciò il piacere è biologicamente sempre limitato.

Fatti reali vs. immaginari

Un fatto può essere più o meno reale o immaginario, e a volte è difficile stabilire quanto siano reali o immaginari i fatti che producono certe percezioni e certe sensazioni più o meno piacevoli o dolorose.

Cosa non piace alla gente

Alla gente non piace ciò che non capisce, che la spaventa o che si oppone ai propri interessi, alla propria autostima o alla propria comunità, oltre a ciò a cui è allergica per natura o educazione.

Problemi e distrazioni

Ci sono persone che, non riuscendo a capire né a risolvere i loro problemi e non sopportandone il peso, se ne distraggono frequentemente mediante viaggi, conversazioni, letture e spettacoli divertenti.

Condivisione di sentimenti

Ogni umano desidera condividere i propri sentimenti con quante più persone possibile. Questo vale per ogni tipo di sentimento: gioia, sofferenza, amore, odio, apprezzamento, disprezzo, interesse, disinteresse ecc.

Libertà e piacere

Per noi umani, libertà non è poter fare qualsiasi cosa, ma poter fare le cose che ci piace fare. In ogni caso, sia la natura, sia la società, limitano fatalmente le nostre libertà, e di conseguenza i nostri piaceri.

Musica come droga

La musica è come una droga. Quando ascolto musica mi immergo in un piacevole e incantevole mondo immaginario che corrisponde ai miei interessi e alla mia sensibilità, dimenticando quello reale che non vi corrisponde.

Ciò che piace della musica

Ciò che piace di una musica non è la musica in sé, ma i sentimenti i ricordi, le associazioni mentali che essa evoca. Lo stesso si può dire di ogni espressione artistica e letteraria, anzi, di ogni espressione umana.

Potere e piacere

Il potere dà piacere a chi lo esercita, mentre l'impotenza è causa di frustrazione. Per questo ognuno di noi cerca (consciamente o inconsciamente) di avere il maggior potere possibile sulla natura e sugli altri umani.

Bisogni e piaceri

Non sempre ciò che ci piace è ciò di cui abbiamo bisogno, e non sempre ciò di cui abbiamo bisogno ci piace, specialmente se abbiamo rimosso bisogni innati (sani in quanto innati) e coltivato bisogni acquisiti malsani.

Sulla percezione della bellezza

Nella mente umana c'è un congegno che, alla percezione della bellezza, inietta nel cervello una certa quantità di droga stupefacente che dà piacere, allevia il dolore, e allenta le autocensure consce e quelle inconsce.

Il perché del piacere e del dolore

Noi facciamo tante cose perché ci fanno piacere senza sapere perché ci fanno piacere, ed evitiamo di fare tante cose perché ci fanno soffrire senza sapere perché ci fanno soffrire. Siamo dominati dai nostri sentimenti.

Mentalità e affetti

Ogni persona è caratterizzata dalla sua maggiore o minore simpatia o antipatia verso certe cose, persone e idee. Il cambiamento di mentalità di una persona comporta il cambiamento di qualche sua simpatia e/o antipatia.

Principio di funzionamento della mente

Il funzionamento della mente si basa sul riconoscimento automatico di analogie nelle esperienze, e sulla motivazione (conscia o inconscia) a ripetere esperienze analoghe piacevoli e ad evitare esperienze analoghe dolorose.

Il piacere di piacere

Piacere agli altri è un bisogno che quando viene soddisfatto ci riempie di gioia. È il piacere di piacere.

Dopamina e psicologia

Ci sono attività che causano la secrezione di dopamina. Questo può spegare perché certe persone fanno certe cose. Resta da spiegare perché certe attività causano la secrezione di dopamina. Questo è compito della psicologia.

L'insidia del bene apparente

Ciò che ci piace, che ci sembra giusto e che ci rassicura può non avere altro valore che il fatto di darci piacere, di rassicurarci e di farci sentire giusti. Può essere perfino nocivo, prima o poi, per noi e per gli altri.

Temporaneità del piacere

È un bene che qualunque fonte di piacere venga a noia dopo un certo numero di volte che la si gode. Se non fosse così, l'uomo non farebbe che godere continuamente delle stesse fonti, senza cercarne altre, fino allo sfinimento.

Ciò che ci piace e ciò che ci dispiace

Ciò che ci piace non sono le cose, ma le situazioni e i processi che le cose evocano. Lo stesso vale per ciò che ci dispiace. In altre parole, le vere cause del piacere e del dolore sono sempre al di là delle loro cause apparenti.

Conoscenza e felicità

La conoscenza non è fonte di felicità in sé, ma ha valore nella misura in cui può aiutarci a capire cosa dobbiamo fare per essere più felici, ovvero per soffrire di meno e godere di più, cioè per soddisfare meglio i nostri bisogni.

Confusione sul piacere e sul dolore

L'uomo è così complicato e sciagurato che può vergognarsi di ciò che gli dà piacere e illudersi di godere di ciò che lo fa in realtà soffrire. Perciò a volte non sa egli stesso cosa gli piace veramente né cosa lo fa veramente soffrire.

Piaceri e dispiaceri soggettivi

Di fronte a una certa cosa istintivamente sentiamo che ci piace o ci dispiace in un certa misura. Dovremmo anche chiederci quanto quella cosa piace o dispiace agli altri, e regolarci di conseguenza.

Bene e male? Piacere e dolore!

Il bene e il male non esistono come entità a sé stanti. Ciò che esiste è il piacere e il dolore (fisici e mentali) e ciò che li può causare. Infatti gli umani chiamano "bene" ciò che causa loro piacere, e "male" ciò che causa loro dolore.

Importanza del contesto

Perché una cosa che ci piace in una certo momento o in un certo luogo non ci piace in un altro momento o in un altro luogo? Perché cambia il contesto. Il contesto in cui una cosa viene apprezzata può essere più importante della cosa stessa.

Perché ci piace ciò che ci piace?

Quando proviamo un piacere "mentale" non possiamo mai sapere con certezza quale sia la sua vera causa, perché ogni causa è conseguenza di un'altra causa e non tutte le cause sono consce.

Lo stesso vale per il dolore "mentale".

Il senso del dovere è una mistificazione

Il senso del dovere è una mistificazione. Infatti le cose le facciamo perché dal farle ci aspettiamo un piacere o perché dal non farle ci aspettiamo un dolore.

Sul piacere e il dolore

Piacere e dolore sono allo stesso tempo causa ed effetto del comportamento degli animali senzienti, compreso l'uomo. Tutto ciò che facciamo e che non facciamo è infatti ricerca del piacere ed evitamento del dolore. Piacere e dolore sia fisici che mentali.

Il piacere di acquisire

Ci ricordiamo facilmente dove abbiamo comprato ciò che possediamo, perché acquisire il possesso di qualcosa è un atto di rilevanza sociale, che cambia, seppur di poco, il nostro status. Perciò ogni acquisizione è accompagnata da un certo grado di piacere.

Il piacere della novità

Certe cause di piacere funzionano solo la prima volta, ovvero quando sono nuove o hanno nuove forme. Tra queste l'umorismo, il sesso, il superamento di una sfida, un viaggio, un'opera d'arte ecc. Forse per questo l'uomo raramente si contenta di ciò che ha.

Stati del cambiamento

In ogni cambiamento di definiscono tre stati: (1) prima del cambiamento, (2) durante il cambiamento, (3) dopo il cambiamento. In ognuno di tali stati si possono provare sentimenti (piacere e dolore) diversi rispetto a quelli che si provano negli altri stati.

Il perché del piacere e del dispiacere

L'uomo fa un'infinità di cose perché gli piace farle o perché soffrirebbe se non le facesse. Ma non sa perché gli piace fare certe cose o perché soffrirebbe se non le facesse. Capire il perché del piacere e del dispiacere delle cose è compito dello psicologo.

Umani per altri umani

Ogni umano, per ogni altro umano, può essere causa di piacere e di dolore, di benefici e di danni. La questione è dunque: come fare affinché dalla cooperazione con altri umani ognuna delle parti coinvolte possa ottenere piaceri e benefici e non dolori e danni?

Gusti e giudizi morali

Un uomo può essere giudicato e condannato per i suoi gusti, ovvero per ciò che ama e ciò che detesta, ciò che gli dà piacere e ciò che lo fa soffrire, sebbene i gusti siano involontari. È giusto giudicare e condannare una persona per i suoi tratti involontari?

Il sentimento dell'evocazione

Le cose piacciono o dispiacciono, non per ciò che sono intrinsecamente, ma per i loro collegamenti e le loro relazioni con altre cose che piacciono o dispiacciono. In altre parole, ciò che piace o dispiace di una cosa non è la cosa in sé, ma ciò che essa evoca.

Effetti reali di cause immaginarie

Il dolore e il piacere sono cose assolutamente reali, forse le uniche cose della cui verità possiamo essere certi, anche se le cause che li determinano possono essere immaginarie e false, anche se possono essere ottenuti manipolando la mente in cui sono generati.

Fonti di piaceri e di dolori

Non dall'essere né dall'avere ricaviamo piaceri e dolori, ma dall'immaginare, dal fare, dal subire, dal ricordare cose che abbiamo bisogno di immaginare, di fare, di subire, di ricordare e dall'immaginare, fare, subire, ricordare cose che non possiamo sopportare.

Quattro categorie di piacere

Ci sono quattro categorie di piacere: il piacere estetico, il piacere etico, il piacere logico, e il piacere fisico. Bello è ciò che piace esteticamente, buono è ciò che piace eticamente, geniale è ciò che piace logicamente, voluttuoso è ciò che piace fisicamente.

Condivisione, piacere e dolore

Una delle cause di sofferenza più comuni è il rifiuto da parte degli altri delle nostre proposte di condivisione (materiale o simbolica). Analogamente, una delle cause di piacere più comuni è l'accettazione da parte degli altri delle nostre proposte di condivisione.

Meccanismo inconscio di frustrazione

Da qualche parte nella mia mente, un agente inconscio ha calcolato che un mio bisogno è insoddisfatto, e ha generato un dolore, un lamento e una richiesta di soddisfazione in tal senso. Tale bisogno potrebbe essere quello di essere abbastanza importante per gli altri.

Il potere delle persone che ho incontrato

Ci sono cose in me che mi comandano, mi castigano, mi premiano, producendo emozioni più o meno piacevoli o dolorose. Tra di esse ci sono soprattutto i ricordi delle persone che ho incontrato nella realtà o sulla carta. E ogni nuovo incontro rievoca incontri precedenti.

Mente paradossale

La mente umana è così complessa, fragile e piena di lacune che, per evitare di affrontare verità dolorose, riesce perfino a trovare il bene nel male e il male nel bene, a vedere l'invisibile e a non vedere il visibile, ad avere certezza dell'incerto e incertezza del certo.

Scambi di piaceri

Affinché una persona mi dia piacere, devo darle piacere. Ma ciò che piace ad essa può non piacere a me, e viceversa. Quanto sono disposto a dare piacere agli altri? A chi in particolare? Quanto gli altri sono disposti a darmi piacere? Chi in particolare? Questo è il problema.

La funzione del "like"

Non si può negare che un "like" faccia sempre piacere e tiri su il morale. E' piccolo segno di riconoscimento, anche se superficiale, effimero, di breve di durata e non impegnativo. Ci dice che, per un attimo, esistiamo per qualcuno. E' per questo che Facebook ha tanto successo.

Schiavi dei sentimenti

Siamo schiavi delle nostre capacità di godere di soffrire, obbligati a cercare il piacere e a fuggire dal dolore, costretti a scegliere, tra diversi piaceri, quello più grande e duraturo, e tra diversi dolori, quello più piccolo e più breve.

Piacere e dolore come principi guida

Da quando nasce a quando muore, l'uomo non fa altro che cercare il modo di soffrire di meno e godere di più, in tutte le possibili forme del dolore e del piacere. Da tale bisogno derivano tutte le sue opere, attività, comportamenti, costumi, filosofie, gusti, arti, narrazioni, ragioni ecc.

Cosa ci piace e cosa ci fa soffrire

Tutto ciò che ci fa sentire potenti, vincenti, intelligenti, abili, belli, sani, buoni, giusti, migliori di altri, ci piace e ci entusiasma. Tutto ciò che ci fa sentire impotenti, perdenti, stupidi, inabili, brutti, malati, cattivi, ingiusti, peggiori di altri, ci fa soffrire e ci deprime.

Domande psicologiche

La gente fa ciò che le piace fare o che ha paura di non fare, e non fa ciò non le piace fare o che ha paura di fare. Perché alla gente piace ciò che le piace? Perché non le piace ciò che non le piace? Perché ha paura di ciò di cui ha paura? La psicologia cerca di rispondere a queste domande.

Sull'evitamento di pensieri dolorosi

Per un meccanismo di difesa contro il dolore, la mente evita di pensare pensieri dolorosi, a meno che non sia costretta a pensarli da cause esterne.

Ne consegue che se una verità è dolorosa, la mente cerca di non pensarla, preferendo pensare a ignoranze o falsità non dolorose.

Prevedere emozioni future

La previsione, o aspettativa, di piaceri e dolori futuri è causa di piaceri e dolori presenti. Questa condizione ci lega al futuro e ci impedisce di vivere solo nel presente. Infatti, se non pensiamo al futuro siamo presi dalla paura di possibili futuri dolori che non stiamo cercando di impedire.

Quanto è importante la mia vita?

Per infiniti anni non sono esistito, per infiniti anni non esisterò. Rispetto all'eternità la mia vita è infinitamente breve, insignificante e di nessuna importanza. E allora di cosa dovrei preoccuparmi? Di soffrire il meno possibile. Ogni altro scopo è ridicolmente inutile, effimero e illusorio.

In cosa consiste la realtà

La realtà consiste nel movimento di corpi (compreso il mio), nelle forze che li attraggono e li respingono, nelle informazioni che li dirigono e li riproducono, nel piacere e nel dolore che i movimenti producono, e nella volontà (degli organi affettivi) di evitare il dolore e di ottenere il piacere.

Sul bene e il male

Il bene e il male non sono categorie assolute, ma relative a chi li subisce, quindi soggettive. Infatti per me male è ciò che mi fa male, e che, per estensione, penso possa far male ad altri. Idem per il bene. Il piacere e il dolore (in tutte le loro svariate forme) sono la misura del bene e del male.

Praticare la psicologia

Praticare la psicologia significa chiedersi perché ci piace ciò che ci piace, se ci fa bene, se fa bene agli altri, e se ci piace veramente; come pure chiedersi perché ci dispiace ciò che ci dispiace, se ci fa male, se fa male agli altri, e se ci dispiace veramente.

Il piacere della condivisione

Condividere, che implica copiare, imitare, conformarsi, costituisce un bisogno umano di origine genetica, e un piacere quando tale bisogno è soddisfatto. Qualsiasi cosa può essere oggetto di condivisione, e quindi causa di piacere, anche le cose più stupide e insensate. anche i comportamenti più assurdi.

Volere e piacere

L'uomo non può decidere ciò che deve piacergli o non piacergli. Essendo i gusti involontari essi non possono essere giudicati moralmente. Tuttavia certi gusti possono essere pericolosi per sé e/o per gli altri. In tali casi una psicoterapia per modificarli o controllarli può essere opportuna.

Il perché del piacere

L'uomo, quando è libero da costrizioni, fa ciò che gli piace e non fa ciò che non gli piace. Chiediamoci allora: perché ad una certa persona certe cose piacciono e certe altre non piacciono? Perché abbiamo gusti diversi mentre gli altri animali hanno gusti identici? Chi ha deciso i gusti di ciascuno di noi?

Dio, piaceri, dolori, società

Dio è ciò che determina i miei piaceri e dolori, attuali e futuri. Dio esiste se è vero che i miei piaceri e dolori esistono, e la sua esistenza termina quando essi non esistono più. Dio è dunque personale e temporale, ed anche sociale dato che gli umani possono procurare piaceri e dolori gli uni agli altri.

False promesse

I mezzi di comunicazione di massa, e specialmente internet, di gran lunga il più potente, sono immensi spazi popolati da simulacri di esseri umani che si contendono la nostra attenzione, il nostro denaro e/o il nostro sostegno con false promesse di piacere o di sicurezza.

Mortalisti vs. immortalisti

Dubito che a chi crede nell'immortalità dell'anima i piaceri e i dolori della vita mortale siano indifferenti. D'altra parte l'idea di una nuova e migliore vita dopo la morte è per molti causa di piacere e di lenimento del dolore in questa vita. Mortalisti e immortalisti dovrebbero rispettarsi reciprocamente.

Perché ci comportiamo come ci comportiamo

Un essere umano si comporta in un certo modo perché si aspetta di ricavarne un piacere o un vantaggio, oppure perché ha paura di ottenere un dolore o uno svantaggio non comportandosi in quel modo.

Lo stesso vale per i non-comportamenti, cioè per le motivazioni ad evitare di comportarsi in certi modi.

Coscienza e cambiamento

La coscienza è la percezione delle differenze e delle ricorrenze nello spazio e nel tempo, dei movimenti, dei trasferimenti, dei cambiamenti e del piacere, del dolore e delle necessità che questi comportano, secondo logiche stabilite dalla natura e dalla società. La coscienza svanisce nella stasi e nell'indifferenza.

I veri motivi del piacere e del dolore

Quando una cosa ci piace, sappiamo che ci piace, ma non sappiamo perché, anche se ci illudiamo di saperlo. Il vero motivo per cui ci piace ciò che ci piace e ci spiace ciò che ci spiace è inconscio. Il motivo che crediamo di conoscere è solo una illazione, spesso di comodo, tendenziosa (biased) e politicamente corretta.

Sull'importanza del piacere e del dolore

Il piacere e il dolore sono le uniche cose certe e sicuramente importanti per un essere umano. Tutto il resto può essere considerato come cause e/o conseguenze dei propri piaceri e dei propri dolori.

Etica edonistica, egoismo e altruismo

L'edonismo, specialmente nella forma epicurea, comporta il curarsi del piacere altrui oltre che del proprio, e non solo del piacere fisico ma anche di quello mentale. Infatti il piacere si ottiene soprattutto attraverso una reciproca cooperazione con altri umani. Perciò l'etica edonista è allo stesso tempo egoista e altruista.

Perché soffriamo, perché godiamo

Perché soffriamo quando soffriamo, e godiamo quando godiamo? Rispondere in modo sensato e pertinente a queste domande è estremamente difficile. Infatti conoscere le cause delle nostre sofferenze e delle nostre gioie richiede conoscenze profonde che non abbiamo a sufficienza, e sulle quali non c’è un generale accordo tra gli studiosi.

Il piacere dell'appartenenza

Se è vero, come io penso, che l’uomo ha un profondo bisogno di appartenere a cose più grandi, più forti e più durature di se stesso, allora c’è da aspettarsi che egli provi piacere quando tali appartenenze si realizzano (realmente o illusoriamente), e che provi dolore quando tali appartenenze si dissolvono o vengono negate da altri umani.

Emozione e motivazione

Tra emozione e motivazione c'è un rapporto molto stretto nel senso che l'una condiziona l'altra. Infatti l'emozione consiste in piacere e dolore, e la motivazione consiste nella ricerca del piacere e nell'evitamento del dolore. D'altra parte proviamo piacere quando riusciamo a soddisfare una motivazione, e soffriamo quando non vi riusciamo.

La misura del piacere e del dolore

Immaginiamo che in futuro, mediante un congegno elettronico, sarà possibile misurare le quantità di piacere e di dolore che proviamo in ogni momento. Così potremmo sapere con precisione, ad esempio, quanto abbiamo sofferto e quanto abbiamo goduto durante gli ultimi sette giorni. Sicuramente questo rivoluzionerebbe la psicologia e la filosofia.

Oscillazioni dell'io

Per tutta la vita l'io oscilla continuamente tra lo stato di soggetto e quello di oggetto, tra agire e subire, tra attore e spettatore, tra libero e schiavo, tra dare e ricevere, tra attrazione e repulsione, tra noia ed eccitazione, tra attacco e fuga, tra egoismo e altruismo, tra padrone e servo, tra bisogno e soddisfazione, tra piacere e dolore.

Provvisorietà del piacere

Non ci sono soluzioni definitive per ottenere il piacere, perché esso è sempre temporaneo e provvisorio e va ricercato di nuovo ogni volta, meglio se in modi diversi, perché la ripetizione annoia. Il piacere nasce dalla soddisfazione di un bisogno o desiderio. Perciò non ci può essere piacere se prima non vi è un bisogno o desiderio da soddisfare.

Sullo sviluppo della mente umana

Al momento della nascita, e forse anche alcuni giorni o mesi prima, l'uomo sviluppa la capacità di provare piacere e dolore. Con le successive esperienze, l'uomo associa una certa quantità di piacere o di dolore a certe forme, ovvero certe configurazioni di immagini, suoni e altre sensazioni, percepite simultaneamente al piacere o al dolore stessi.

A che serve la psicologia

Gli umani fanno ciò che ad essi piace, o ciò di cui sentono il bisogno, e non fanno ciò che ad essi dispiace, e ciò di cui non sentono il bisogno. La psicologia dovrebbe aiutarci a capire perché a certe persone certe cose piacciono e certe altre cose dispiacciono, e perché sentono il bisogno di certe cose e non sentono il bisogno di certe altre cose.

Piangere di gioia

Suppongo che il piangere di gioia, un ossimoro non impossibile, si possa spiegare con la rievocazione del dolore (da cui il pianto) associato alla precedente repressione di un bisogno, ovvero alla rinuncia ad una speranza, rievocazione che avviene quando, insperabilmente, quel bisogno può essere soddisfatto e la speranza sembra avverarsi.

Liceità del piacere e della violenza

Da quando esiste, la religione cattolica (come altre) si arroga il diritto di stabilire quando un piacere (come ad esempio quello sessuale) o una violenza (come ad esempio il rogo di una persona o una guerra) siano leciti. Per contro, per i cattolici il dolore e il subire violenze sono sempre leciti, anzi, costituiscono un credito per ottenere il paradiso.

Sui motivi del piacere e del dolore

Un essere vivente senziente fa ciò che fa per sentire piacere o per evitare di sentire dolore (piacere e dolore presenti o previsti, cioè sentiti realmente o immaginati). Tuttavia egli generalmente ignora i motivi per cui certe situazioni gli procurano piacere o dolore. La conoscenza di tali motivi (o motivazioni) dovrebbe essere l’oggetto della psicologia.

L'uomo tra piacere e dolore

La vita umana è caratterizzata dalla ricerca del piacere e dalla fuga dal dolore (fisici o mentali). Il piacere e il dolore possono essere presenti o immaginari. L'immaginazione del piacere è piacevole, così come l'immaginazione del dolore è dolorosa. Immaginare una certa situazione piacevole o dolorosa è al tempo stesso ricordarne e prevederne una simile.

L'imbroglio del cristianesimo

L'imbroglio del cristianesimo è questo: rinuncia ai piaceri che puoi ottenere in questa breve vita in cambio di un piacere immenso ed eterno nell'aldilà. Così la vita dei cristiani viene privata di molti possibili piaceri, e anziché essere considerata fine a se stessa, è vissuta come finalizzata a una cosa inesistente. Insomma, la vita cristiana è sprecata.

Gli ordini del corpo

La mente chiese al resto del corpo: "Come posso servirti?" Il resto del corpo rispose: "Resta in ascolto degli ordini che ti comunicherò mediante il piacere e il dolore; nel frattempo esplora la natura, studia la cultura, cerca la saggezza, conoscimi, impara a giocare, fammi giocare con gli altri, gioca con te stessa, divertiti, fammi divertire e proteggimi."

Nessun bene è per sempre

Nessuna cosa è buona sempre. Ciò che oggi è buono, domani sarà noioso o insufficiente, e perciò non sarà ripetuto nella stessa forma o quantità, fatta eccezione per i riti, i comandamenti morali e le tradizioni popolari, in quanto forme imposte dalla comunità. Siamo dunque condannati a cercare continuamente nuove forme o maggiori quantità di bontà e di piacere.

Sentimenti durante e dopo l'azione

Mentre facciamo una certa cosa proviamo certi sentimenti (piacere e/o dolore) che possono essere molto diversi da quelli che proveremo usando o ricordando quella cosa.

Andando in un certo luogo proviamo certi sentimenti (piacere e/o dolore) che possono essere molto diversi da quelli che proveremo quando avremo raggiunto e abitato quel luogo.

Piacere della condivisione

Il piacere conferito da un oggetto può essere dovuto non tanto alle sue caratteristiche peculiari, ma alla sua valenza sociale, cioè al fatto che il soggetto si sente parte di una comunità che apprezza quel tipo di oggetto. E' infatti difficile distinguere il piacere emanato da un oggetto dal piacere di condividere con altre persone l'apprezzamento dell'oggetto stesso.

Dove guardare?

Sulla Terra ci sono miliardi di persone. Non possiamo seguire né con gli occhi, né col pensiero le vite di tutti, la maggior parte delle quali sappiamo essere, a dir poco, miserabili. Dirigiamo allora la nostra attenzione dove la vista ci dà più piacere e meno dolore, e ci dimentichiamo dei più sventurati. Infatti la loro vista ci rattrista e noi non vogliamo essere tristi.

Sulle vere cause dei nostri piaceri e dolori

È molto difficile conoscere le vere cause dei nostri piaceri e dolori. Su questo tema è facile ingannarsi e ingannare gli altri, anche per le implicazioni etiche insite nelle cause dei nostri sentimenti. Potremmo infatti godere di situazioni in cui il nostro comportamento è qualificabile come immorale, o soffrire per non poter realizzare obiettivi qualificabili come immorali.

Sesso come problema

Mi pare che il sesso sia un tema di grande interesse, sul quale quasi tutti hanno opinioni piuttosto decise e altrettanto decise reazioni emotive più o meno positive. Io suppongo che ciò sia dovuto ad una prevalente frustrazione sessuale. Intendo dire che la maggior parte della gente nella nostra società non ha abbastanza rapporti sessuali in senso quantitativo e/o qualitativo.

Cause di piacere

Il piacere è la fine di un dolore, risolvere un problema, superare una
resistenza, soddisfare un bisogno, trovare ciò che si cerca, la fine di
una paura, liberarsi da una costrizione, vincere una battaglia, svelare
un mistero, respingere un attacco, evitare una disgrazia, seguire un richiamo, inventare qualcosa di buono o di bello... Tutte cose che durano poco.

Paradiso e inferno

L'idea dell'inferno è molto più concreta e viva di quella del paradiso. Immaginare l'inferno, con le fiamme, i dolori, le torture, è molto più facile che immaginare il paradiso, dove non si sa di cosa si dovrebbe godere non essendoci più alcunché di fisico. Di conseguenza credo che nella storia delle religioni l'idea dell'inferno sia stata molto più efficace di quella del paradiso.

In cosa consiste la coscienza

La coscienza consiste nella memorizzazione della situazione emotiva presente, nel ricordo di situazioni emotive passate, nella previsione di situazioni emotive future, e nella simulazione immaginaria di situazioni emotive.

Una situazione emotiva è un'associazione tra la percezione di una forma riconoscibile, e la percezione di un'emozione (piacere o dolore).

Sofferenze logiche

Ci sono due tipi di sofferenze, quelle fisiche, ovvero causate da condizioni fisiche (come ferite o malattie del corpo) e quelle non fisiche, ovvero logiche, cioè causate da informazioni percepite o registrate, che danno luogo a paure e/o anticipazioni dolorose di sofferenze fisiche. La psicologia dovrebbe occuparsi di tali informazioni e dei loro collegamenti con le sofferenze logiche.

Il perché del piacere e del dolore

Perché a certe persone piacciono certe cose e altre cose no? E' una domanda che pochi si fanno e a cui è molto difficile rispondere. D'altra parte molti pensano che porsi certe domande sia insensato e inutile. Eppure io ritengo che conoscere almeno in parte la risposta a questa domanda potrebbe aiutarci a vivere meglio, perché credo che il piacere e il dolore seguano delle logiche inconsce.

Perché l’uomo fa ciò che fa?

L’uomo fa ciò che fa perché gli piace farlo, e non fa ciò che gli dispiace fare.

Tuttavia l’uomo non sa perché gli piace ciò che gli piace, né perché gli dispiace ciò che gli dispiace.

Per rispondere alla domanda “perché all’uomo piace ciò che gli piace e dispiace ciò che gli dispiace?” occorrono conoscenze sulla natura umana che l’uomo normalmente non possiede.

Intelligenza artificiale e sentimenti

L'intelligenza artificiale non può provare piaceri né dolori, né attrazioni, né repulsioni, ma sa che un essere umano può provare piaceri e dolori, attrazioni e repulsioni, e cosa li può causare.

Questo vale anche per un essere umano, che può non provare attrazione né repulsione verso una certa cosa, ma può sapere che altri umani provano attrazione o repulsione verso quella cosa.

Il senso della vita

La vita di un essere umano è motivata e condizionata dall'evitamento del dolore e dalla ricerca del piacere, seguendo nozioni e strategie apprese attraverso l'interazione con gli altri ed altre esperienze. Il dolore e il piacere sono i mezzi mediante i quali la natura ci spinge a fare il nostro dovere biologico, ovvero a soddisfare i nostri bisogni primari da cui dipende la conservazione della nostra specie.

Sacrificio e sacro

Il sacrificio (piccolo o grande che sia) è un elemento essenziale della celebrazione del sacro, ovvero della conferma dell'appartenenza ad una comunità umana.

Il sacrificio comporta necessariamente un disagio, una rinuncia, una violenza, una frustrazione, una sofferenza perché serve a dimostrare che l'attaccamento alla comunità è più forte della sofferenza provocata dal sacrificio stesso.

Bisogni, sofferenza, egoismo

Un individuo che non riesce a soddisfare i suoi bisogni soffre.

Chi si occupa della soddisfazione dei miei bisogni? In quale misura mi occupo della soddisfazione dei bisogni altrui? Se io non mi occupo della soddisfazione dei bisogni altrui, perché qualcuno dovrebbe occuparsi della soddisfazione dei miei?

I conti non tornano e per questo la sofferenza è molto diffusa.

Promesse di felicità, illusioni e disillusioni

Qualcosa mi dice: fai questo e sarai felice. E già comincio a pregustare con piacere una nuova felicità. Tale piacere durerà almeno fino al momento in cui qualcosa mi dimostrerà che quella promessa non è stata e non sarà mai mantenuta.

Quale sarà il bilancio di questo processo in termini di piacere e dolore? Peserà più il piacere della pregustazione della felicità o il dolore della disillusione?

Cause dei sentimenti

L'uomo prova un certo piacere o dolore in certe attività e pensa che quei sentimenti siano dovuti all'attività stessa, a ciò che in essa è intrinseco. In realtà piaceri e dolori sono dovuti ai significati delle attività, ovvero alle loro implicazioni psicologiche. Infatti, soprattutto provocano piacere i momenti di condivisione, indipendentemente dai contenuti condivisi, e provocano dolore i momenti di mancanza di condivisione.

Il mondo come rete di processi

Il mondo è una rete spazio-temporale di cause e conseguenze, costituite da processi che coinvolgono masse, energie e informazioni. Tali processi sono più o meno piacevoli, dolorosi o indifferenti per gli esseri viventi senzienti. Ogni essere vivente consiste in un sistema di aggregati di masse, energie e informazioni, interdipendenti e interagenti. Ogni causa è conseguenza di altre cause, e ogni conseguenza è causa di altre conseguenze.

Sul cosiddetto “senso” della vita

Perché la vita dovrebbe avere un senso? Ciò che conta non è se la vita abbia o no un senso (qualunque cosa “senso” significhi), ma se sia abbastanza piacevole e non troppo dolorosa perché valga la pena di essere vissuta. Si tratta dunque di trovare il modo per ottenere un sufficiente piacere ed evitare un eccessivo dolore in questa vita. Tutto il resto sono discorsi inutili e illusori, come le promesse di piacere o dolore dopo la morte.

Fare o non fare, questo è il dilemma

Quando ti viene in mente di fare una certa cosa, chiediti: ho proprio bisogno di farla? Starò meglio dopo averla fatta? Perché la vorrei o la dovrei fare? Per fare piacere a chi? Chi mi ha chiesto di farla? Che vantaggi o svantaggi, piaceri o dolori potrei avere dopo averla fatta? Ho veramente voglia di farla? E' bene che la faccia? Dopo aver tentato di rispondere ad almeno alcune di queste domande, decidi se fare o non fare quella cosa.

L'attaccamento alle sconfitte

Chi è abituato alle sconfitte, alle frustrazioni, alle rinunce, alle umiliazioni, alla schiavitù, il giorno in cui tutto gli andasse per il meglio si troverebbe in difficoltà, avendo adottato strategie compensatorie automatiche consce o inconsce difficili da disabituare e che necessitano di sventure per essere giustificate razionalmente. Infatti certe persone hanno bisogno di sventure per giustificare e dare senso alla loro personalità.

Ciò che resta dei giorni passati

Ci sono piaceri e dolori che dipendono da ciò che stiamo facendo o che ci sta succedendo al momento, e ci sono gioie e sofferenze attuali che dipendono da ciò che abbiamo fatto e non fatto, dato e non dato, ricevuto e non ricevuto nei giorni passati. Di conseguenza, ciò che avviene qui e adesso può avere un effetto piacevole o doloroso immediato, ma può averne anche uno nei giorni a venire e i due effetti potrebbero essere di segno opposto.

Io cosciente vs. io inconscio

L'io inconscio e l'io cosciente si censurano e si inibiscono reciprocamente. Farebbero bene a mettersi d'accordo per dividersi il potere. L'io cosciente sa leggere, scrivere, contare, prevedere e pianificare, mentre l'io inconscio è analfabeta e irrazionale, ma sa meglio dell'io cosciente cosa causa il piacere e cosa il dolore.

Sulla previsione del piacere e del dolore

L'uomo desidera fare ciò da cui prevede di ottenere piacere, e non fare ciò da cui prevede di ottenere dolore.

Tali previsioni possono tuttavia essere più o meno realistiche. Inoltre ci sono cose che danno sia piaceri, sia dolori, in tempi e misure diversi; per esempio, prima piacere e poi dolore, o prima dolore e poi piacere.

In tale ottica, la saggezza è la capacità di prevedere realisticamente il piacere e il dolore.

Piacere vs. gioia

La differenza tra piacere e gioia è che il primo è causato dall'assunzione fisica di qualche sostanza o da un contatto fisico, mentre la seconda è causata dalla percezione di informazioni simboliche che promettono o anticipano un piacere. Tuttavia piacere e gioia spesso si confondono, nel senso che un piacere può essere causa di gioia per il suo significato simbolico, e una gioia può essere causa di piacere in quanto anticipazione o promessa di piacere fisico.

Diversi nel piacere

Ci sono cose che piacciono ad un certo numero (più o meno grande) di persone. Se noi non facciamo parte di quel numero, tendiamo a pensare che si tratti di un piacere perverso, stupido, grezzo, infantile, irrazionale o assurdo, e che, di conseguenza, quelle persone siano perverse, stupide, grezze, infantili, irrazionali o assurde. Ci sentiamo allora diversi e superiori rispetto a loro, e disprezziamo (consciamente o inconsciamente) quel piacere e coloro che lo provano.

Condivisione di piaceri e desiderio mimetico

Se a una persona della mia comunità piace una certa cosa, è probabile che io sia attratto da quella stessa cosa.

Questo fenomeno mi sembra corrispondere al «desiderio mimetico» teorizzato da René Girard.

Questo fatto è ben sfruttato dall'industria della pubblicità, che mostra persone a cui piacciono i prodotti che si vogliono vendere.

D'altra parte, la condivisione di piaceri e desideri è un importante fattore di coesione sociale.

Futuro e saggezza

Una differenza essenziale tra l'uomo e gli altri animali è che questi vivono solo nel presente, mentre l'uomo è quasi sempre condizionato dalla sua idea del futuro ed è capace di provare dolore e piacere anticipando dolori e piaceri che potrebbero capitargli in momenti indeterminati. Perciò la saggezza, che gli altri animali non conoscono, consiste nel trovare il modo migliore di vivere che consenta di ottenere il minor dolore e il maggior piacere in un presente e un futuro indissolubilmente legati.

Le conseguenze dei nostri sforzi

A volte facciamo con piacere certi sforzi perché ci aspettiamo che ci porteranno dei vantaggi o dei piaceri. Se poi i risultati anziché positivi sono negativi, ci sentiamo triplamente infelici: perché siamo delusi e frustrati, perché ci siamo sforzati inutilmente (non ne valeva la pena) e perché ne abbiamo ricavato una sofferenza o uno svantaggio. Per evitare questa tripla sconfitta, conviene, quando ci accingiamo a fare qualcosa di impegnativo, essere realisti nel prevedere le conseguenze dei nostri sforzi.

Realtà dei sentimenti

Le uniche cose sicuramente reali nel mondo sono i sentimenti in quanto tali, ovvero ciò che uno sente (mi riferisco al piacere e al dolore in tutte le possibili forme e intensità). Ma non c’è alcuna certezza sulle cause dei sentimenti stessi e dei fenomeni in generale, né sulla loro natura e le loro connessioni, relazioni e interazioni. Su questo ci sono infinite narrazioni erronee, semplicistiche, lacunose e per lo più mistificate al fine di evitare il dolore e aumentare il piacere del narratore o degli ascoltatori.

Realtà, sistemi e coscienza


Ogni cosa è un sistema di parti più piccole e una parte di uno o piu sistemi più grandi.

La realtà è costituita da sistemi e dai processi in cui essi sono coinvolti.

Anche una persona è un sistema, così come lo è un gruppo sociale.

La coscienza è un processo che permette ad un sistema di conoscere altri sistemi mediante sensazioni. È un processo di sensazioni attuali e rievocate, ciascuna portante, negli animali senzienti, una certa quantità di piacere e di dolore.

Coscienza, piacere e dolore

Mi dispiace che si continui a parlare di "coscienza" come di qualcosa indipendente dal piacere e dal dolore. Infatti non riesco a immaginare come un oggetto incapace di provare piacere e dolore (o di averli provati o di prevedere di provarli) possa essere cosciente. Nè riesco a capire quale possa essere la funzione della coscienza se non quella di facilitare l'ottenimento del piacere e l'evitamento del dolore. Se io ho ragione, allora l'IA o un computer non saranno mai coscienti finché non proveranno piacere né dolore.

Siamo tutti drogati

L’attività mentale è condizionata anche da particolari ormoni prodotti dal cervello, come la dopamina e l'ossitocina, che hanno effetti su: umore, motivazioni, socialità, sentimenti come amore e odio ecc.

Tali ormoni sono allo stesso tempo causa ed effetto di particolari comportamenti,  sensazioni e percezioni. L’uomo è di fatto dipendente da tali ormoni, che, per composizione chimica ed effetti, possono essere assimilati a sostanze stupefacenti. Pertanto possiamo dire, in un certo senso, che siamo tutti drogati.

Attrazioni e repulsioni

L'uomo è dominato dalle proprie attrazioni e repulsioni, consce e inconsce, concrete e astratte.

Alcuni sono anche attratti dall'idea di modificare alcune delle proprie attrazioni e repulsioni. Questi apprezzano la psicologia.

Alcuni sono anche repulsi dall'idea di modificare alcune delle proprie attrazioni e repulsioni. Questi disprezzano o ignorano la psicologia.

Infatti la psicologia è utile per comprendere la genealogia delle attrazioni e delle repulsioni proprie e altrui, e le possibilità e i modi per modificarle.

Il perché del piacere e del dispiacere

È praticamente impossibile sapere perché una certa cosa ci piace o ci dispiace. Possiamo solo percepire un collegamento tra certe forme, simboli, parole, concetti, idee, oggetti ecc., e certi nostri sentimenti.

Tuttavia tale collegamento non indica una relazione causale, ma solo una compresenza.

D'altra parte possiamo ipotizzare che una cosa ci piaccia quando soddisfa qualche nostro bisogno e ci dispiaccia quando lo frustra. Resta il fatto che logiche dei bisogni e delle loro soddisfazioni sono inconsce e involontarie.

Rimozione dei bisogni insoddisfatti

I bisogni causano piacere quando vengono soddisfatti, dolore quando vengono frustrati. Quando un bisogno viene frustrato per un tempo eccessivamente lungo, la psiche lo rimuove automaticamente e involontariamente per limitare la sofferenza ad esso associata.

La rimozione di un bisogno comporta la rinuncia alla sua futura soddisfazione e al relativo piacere.

Rimettere in gioco un bisogno rimosso è difficile, se non impossibile, e dipende dal caso, allorché questo ne permette la soddisfazione pur non essendo più desiderata.

Bene e male, tra morale e sentimento

Non è un caso che la parola 'male' sia usata per indicare sia una qualità morale deprecabile, sia una sensazione fisica di dolore. Lo stesso vale per la parola 'bene', usata per indicare sia una qualità morale lodevole, sia una sensazione di piacere. Non è un caso perché la morale non avrebbe ragione di esistere se non in funzione dei sentimenti di piacere e di dolore. Infatti fare del bene a qualcuno significa dargli un piacere immediato o i mezzi per ottenerlo, così come fare del male a qualcuno significa dargli un dolore immediato o fare in modo che possa soffrire in futuro.

Potenza dell'assenza

La mente reagisce non soltanto a certi stimoli ma anche all'assenza degli stessi. Infatti, come insegna Gregory Bateson, l'assenza di una certa informazione costituisce una particolare informazione. Tale "informazione su un'assenza" può dare luogo ad una certa risposta cognitivo-emotivo-motiva ad essa associata. Perciò, ad esempio, se un bisogno, anche se dormiente, non viene soddisfatto entro un certo periodo di tempo, l'organismo può entrare (automaticamente, involontariamente, inconsciamente) in uno stato di sofferenza, agitazione, angoscia, paura, disperazione, malattia ecc.

Partire dai sentimenti

Secondo me, le scienze dell'uomo e della società dovrebbero partire dall'unica cosa certa per un essere umano: il suo "sentire" ovvero il dolore e il piacere. Questi sono causati da diversi fattori (materiali e/o immateriali) più o meno noti. Lo scopo principale del filosofo e dello psicologo dovrebbe essere dunque quello di individuare i fattori che causano (o prevengono) il dolore e il piacere, per alleviare il dolore e aumentare il piacere, nella misura del possibile. Se prescindiamo dai sentimenti, a mio parere, tutti i discorsi psicologici o filosofici diventano irrilevanti.

Marionette sentimentali

Siamo marionette mosse dai nostri piaceri e dai nostri dolori, ma neghiamo questa verità perché accettarla ci procurerebbe un dolore terribile.

Allo stesso tempo crediamo nel libero arbitrio perché tale pensiero ci dà piacere o ci consola.

In altre parole, siamo dominati dalla paura del dolore e dalla speranza del piacere (piaceri e dolori fisici e mentali).

Infatti, gli stessi pensieri possono essere causa di piacere e/o di dolore, e tendiamo automaticamente e involontariamente a pensare ciò che più ci fa piacere e che meno ci addolora.

Visioni del mondo come mappe cognitivo-emotive

Ogni umano ha una visione del mondo in cui sono rappresentate tutte le forme (di tutti i tipi) che è in grado di riconoscere, incluso ogni concetto, materia, oggetto, essere vivente, incluso se stesso e ogni altro umano.

Una visione del mondo funziona come mappa cognitivo-emotiva, nel senso che ogni suo elemento è collegato con altri suoi elementi, ed associato ad emozioni piacevoli o dolorose di varia intensità, che determinano le motivazioni del soggetto.

Infatti una motivazione consiste in una strategia di ricerca del piacere e di evitamento del dolore.

Sulla natura del piacere e del dolore

Il piacere è quella sensazione desiderabile che proviamo quando una certa situazione o un certo processo in cui siamo coinvolti soddisfano un nostro bisogno o desiderio. Analogamente, il dolore è quella sensazione indesiderata che proviamo quando una certa situazione o un certo processo in cui siamo coinvolti frustrano un nostro bisogno o desiderio.

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Ne ho discusso con ChatGPT. Questo è il dialogo:
https://chat.openai.com/share/b8292812-d63f-4ee6-b4f9-69ce74475613

Comportamento e motivazioni

Comportamento e motivazioni sono rispettivamente l'esterno e l'interno di un umano. Il comportamento proprio e altrui è conseguenza e causa delle motivazioni delle persone in gioco. Il comportamento è oggettivo, misurabile e registrabile, le sue motivazioni sono invece misteriose, soggettive, immaginabili e deducibili solo intuitivamente, con tutti gli errori di cui l'intuizione e l'immaginazione sono capaci. Tuttavia non possiamo fare a meno di interessarci delle motivazioni, perché sono il principio della vita, padrone e arbitre del nostro volere e dei nostri sentimenti, dispensatrici di piaceri e dolori.

Coscienza come epifenomeno?

Riguardo al considerare la coscienza (e quindi anche i sentimenti, ovvero piacere e dolore in varie forme e associazioni) un epifenomeno, se per "epifenomeno" s'intende l'effetto di una causa, allora direi che la coscienza è certamente un epifenomeno.

Infatti essa è causata e influenzata da eventi elettrochimici e informativi che avvengono nel cervello.

In ogni caso il termine epifenomeno non dovrebbe essere considerato diminutivo, dato che il piacere e il dolore hanno un'importanza fondamentale nella vita degli esseri senzienti, in quanto determinanti del comportamento.

Domande sulla pazzia

La pazzia è un fatto biologico casuale indipendente dagli eventi esterni al corpo?

La pazzia può essere provocata da fenomeni sociali a vantaggio di altri?

La pazzia può essere causata da un doppio vincolo tra la necessità di conformarsi alle norme sociali e il bisogno di libertà?

La pazzia può comportare dei vantaggi? Per esempio la libertà di comportarsi in modi non conformi alle aspettative e alle richieste altrui?

La pazzia può avere un fine nell'omeostasi dei sentimenti? Per esempio, per alleviare un dolore?

A che servono i sentimenti?

Suppongo che i sentimenti (piacere, dolore, gioia, sofferenza) abbiano un ruolo fondamentale nel funzionamento della vita, in quanto servono al corpo per indicare alla mente cosciente la valenza vitale di particolari percezioni o idee, ovvero in quale misura una certa cosa percepita o una certa idea o ipotesi di azione è associabile alla soddisfazione o alla frustrazione dei suoi bisogni in un rapporto di causa-effetto. Attraverso tali indicazioni (costituite dai sentimenti) la mente si sviluppa e forma la sua struttura, ovvero essa programma la logica delle risposte comportamentali della persona alle diverse situazioni.

Comportamento, piacere e dolore

A mio parere, il comportamento degli esseri viventi capaci di provare piacere e dolore è determinato dalla loro ricerca del piacere e dalla loro paura (ovvero dal loro evitamento) del dolore. Tuttavia non tutti gli individui traggono piacere o dolore dalle stesse fonti (forme, oggetti, situazioni, interazioni, ecc.) o nella stessa misura. La psicologia dovrebbe perciò cercare di rispondere a domande come le seguenti: quali sono le possibili fonti di piacere o di dolore per un essere umano? Come si spiegano le differenze qualitative e quantitative di tali fonti da un individuo all’altro?

Piaceri, dispiaceri e psicologia

Quasi ogni persona sa cosa le piace e cosa non le piace, e tende a giustificare come normali, sani e leciti i propri piaceri e dispiaceri. Pochissimi si chiedono perché a loro certe cose piacciano e certe altre non piacciono, se tali piaceri e dispiaceri sono sani o morbosi e se, e come, potrebbero essere migliorati o corretti. Tali domande sono (o dovrebbero essere) oggetto della psicologia. Tuttavia, siccome ai più non interessa mettere in discussione i propri piaceri e dispiaceri, o hanno timore di farlo, ai più non piace la psicologia, e la considerano una minaccia per la propria buona reputazione.

Governati da algoritmi di valutazione

Siamo governati da algoritmi biologici autoapprendenti che valutano e prevedono (inconsciamente e automaticamente), per ogni ipotesi di azione, relazione, evento e cognizione, aspetti quali: piacere, dolore, costi, benefici, fattibilità, valenza sociale, probabilità, necessità ecc.

In altre parole, questi algoritmi calcolano costantemente valori, potenzialità, poteri e doveri relativamente ad ogni forma o idea oggetto della nostra attenzione o considerazione.

Le nostre scelte, decisioni, motivazioni, risposte e azioni (conscie e inconscie, volontarie e involontarie) dipendono dai risultati di tali calcoli.

Fonti di piacere

È un piacere mangiare quando si ha fame, riposarsi quando si è stanchi, liberarsi quando si è costretti, fare sesso quando non si è fatto per un certo tempo, trovare un lavoro quando si è disoccupati, trovare un compratore quando si vuole vendere qualcosa, vincere un avversario quando si è attaccati, guadagnare quando il denaro scarseggia, trovare compagnia quando ci si sente soli, essere apprezzati quando non abbiamo sufficiente autostima, essere invitati ad un incontro quando temiamo di essere esclusi da un gruppo, essere assolti o perdonati quando abbiamo sensi di colpa ecc.

Coloro a cui non manca nulla difficilmente provano piacere.

Metodo per immaginare cose piacevoli


  1. Immagina una cosa A qualsiasi;

  2. immagina una cosa B più piacevole di A;

  3. immagina una cosa C più piacevole di B;

  4. immagina una cosa D più piacevole di C;

  5. e così via...


Sulle cause del piacere e del dolore

Se una cosa (oggetto, persona, idea, luogo, evento, situazione ecc.) mi piace, non significa che quella cosa sia la “causa” del mio piacere, ma soltanto che c’è una correlazione tra quella cosa e il mio piacere.

Ciò che causa il mio piacere è in realtà qualche particolare componente, aspetto, proprietà, funzione o significato di quella cosa, che stimola in me la produzione di ormoni del piacere “a causa” di una particolare conformazione della mia mente, ovvero del mio sistema nervoso.

Lo stesso discorso vale per il dolore.

Sulla comprensione delle persone

A mio parere, comprendere una persona significa soprattutto sapere cosa la fa soffrire e cosa la fa godere.

Questo vale anche per la comprensione di se stessi.

Un problema drammatico si pone quando ciò che fa soffrire l'uno fa godere l'altro e/o viceversa. In tal caso la comprensione dell'altro è alquanto difficile, se non impossibile.

Infatti tendiamo a non riconoscere all'altro il diritto di disprezzare ciò che noi apprezziamo e di apprezzare ciò che noi disprezziamo.

Quando si parla di piacere e di dolore non c'è logica razionale che tenga. La ragione non c'entra. C'entrano solo le cause, che sono per lo più sconosciute o dimenticate.

Perché facciamo ciò che facciamo e non facciamo ciò che non facciamo

Secondo me, facciamo ciò che facciamo e non facciamo ciò che non facciamo per evitare o diminuire un dolore, e/o per ottenere o aumentare un piacere. Qualsiasi tipo di dolore e di piacere, più o meno fisico o mentale, reale o immaginario.

Tuttavia spesso non sappiamo cosa potrebbe darci più piacere e meno dolore o facciamo errori di valutazione in tal senso. Perciò è importante studiare cosa produce piacere e cosa dolore in un essere umano.

Io credo che il piacere sia prodotto dalla soddisfazione di un bisogno o desiderio, e il dolore dalla sua frustrazione. Per questo credo sia importante studiare i bisogni e i desideri umani, e cosa li determina.

In cosa consiste la filosofia

Per me la filosofia consiste in una serie di idee che possono essere divise in due categorie: descrizioni e raccomandazioni.

Le descrizioni descrivono il mondo, cioè i suoi componenti e i modi in cui interagiscono tra di loro. Alcuni componenti sono esterni al proprio corpo, altri interni.

Le raccomandazioni sono consigli su come conviene interagire con i vari componenti del mondo (esterni e interni) allo scopo di soddisfare al meglio i bisogni propri e altrui, e in tal modo diminuire le sofferenze e aumentare i piaceri propri e altrui per quanto possibile.

Pragmatica del piacere interpersonale

Se vuoi piacere a una persona devi farle piacere.

Se vuoi far piacere a una persona devi farle ciò che le piace.

Per fare ciò, devi sapere cosa le piace.

Se non sai cosa piace a una persona, difficilmente puoi farle piacere, e se non le fai piacere, non le piaci.

Tuttavia puoi piacere ad una persona senza volerlo, senza farle qualcosa, ma solo per il tuo aspetto fisico o per il tuo comportamento, se questi corrispondono agli ideali estetici o libidici di quella persona.

La stessa logica, mutatis mutandis, vale per il dispiacere, o il disgusto. Infatti se non sai cosa dispiace a una persona, puoi facilmente farle dispiacere, e perciò non piacerle.

Materialismo e pessimismo

L'associazione materialismo-pessimismo non mi convince. Infatti il materialista, ovvero l'ateo, può essere pessimista o ottimista rispetto al progresso civile, non rispetto all'aldilà, in cui non crede. Credo che abbia più senso discutere sul rapporto tra ateismo e gioia di vivere. Ma anche in questo caso la faccenda è complessa perché ci sono diversi ateismi, più o meno restrittivi. Ci sono infatti gli atei che negano l'esistenza di tutto ciò che non può essere misurato e quelli (come me) che pensano che non possiamo misurare e conoscere tutto ciò che esiste. Per me, ateo e materialista, ciò che rende la vita piacevole non è la speranza in una buona vita dopo la morte, ma la soddisfazione dei miei bisogni durante la vita.

Tostoj e il suicidio morale

«Questa coscienza di una vita contraria all'interesse, alla ragione, ai voti di ciascuno di noi, diventa a un certo punto così atroce che i più generosi tra gli uomini, il cui numero si accresce sempre di più, non vedono altro mezzo che il suicidio. Altri ancora soffrono ugualmente della contraddizione tra le loro aspirazioni morali e la realtà, cercando di scappare da questa condizioni con un suicidio parziale: l'abbrutimento con il tabacco, il vino, gli alcolici, le droghe. Altri ancora cercano di dimenticare – di cadere nell'oblio – aggiungendo ai narcotici piaceri eccitanti o sbalorditivi: spettacoli, speculazioni intellettuali su delle questioni oziose, alle quali donano il nome di scienza e di arte.» [Lev Tolstoj, Guerra e rivoluzione]

Il dolore come merito o demerito

A volte l'uomo accetta il dolore perché ha consciamente o inconsciamente paura che, ribellandosi, subirebbe un dolore ancora maggiore.

A volte l'uomo crede di avere diritti particolari a causa delle sofferenze che ha subito. Ciò non deve meravigliare visto che il cristianesimo considera il dolore un merito e il piacere un demerito per accedere al paradiso.

A volte l'uomo si vergogna delle sue sofferenze perché le considera un segno di inferiorità e cerca di nasconderle agli altri e a se stesso e di apparire soddisfatto anche quando non lo è.

A volte l'uomo soffre solo per la paura di soffrire.

Il dolore è una faccenda complessa.

Sulle cause del piacere e del dolore

Piacere e dolore possono essere suscitati da interazioni realmente presenti o presentemente immaginate.

Un'immaginazione (più o meno piacevole o dolorosa) può essere suscitata da un'interazione realmente presente o da una precedente immaginazione.

Un'immaginazione può essere costituita da un miscuglio di immagini mentali e di parole, che a loro volta costituiscono interazioni immaginarie, ovvero storie.

Un'immagine mentale può essere formata dal ricordo di una immagine reale o da un'immagine inventata.

La creatività è la capacità di inventare composizioni di forme, di immagini, di parole, di storie, ovvero interazioni immaginarie, capaci di suscitate piacere e/o dolore, o di risolvere problemi.

Come ottenere un piacere sostenibile?

Come posso, in questo momento, ottenere un piacere sostenibile?

Suppongo che il piacere sia una ricompensa che il corpo (che include la mente) offre all'io cosciente quando ottiene ciò che desidera o di cui ha bisogno, piuttosto che qualcosa che l'io cosciente possa volontariamente immettere o provocare nel corpo.

Se ciò è vero, la risposta alla domanda iniziale la può dare solo il corpo.

Chiedo dunque al mio corpo di cosa ha bisogno e cosa desidera, in questo momento, sapendo che se gli faccio avere ciò che desidera, o di cui ha bisogno, lui mi ricompenserà con del piacere.

La domanda inziale deve dunque essere sostituita dalla la domanda: "cosa desidera, e di cosa ha bisogno, in questo momento, il mio corpo?"

Aspettative sentimentali

L'aspettativa del piacere è piacevole, quella del dolore dolorosa. A volte è difficile distinguere il piacere dovuto ad una soddisfazione fisica da quello legato alla sua aspettativa, ovvero alla sua immaginaria anticipazione.

Per esempio, il piacere che le religioni conferiscono ai credenti è dovuto essenzialmente, oltre al sentimento di comunità e condivisione, all'aspettativa di una futura ricompensa divina.

Occorre inoltre osservare che la durata dell'aspettativa di una certa soddisfazione può essere molto più lunga della durata della soddisfazione stessa; ciò può rendere l'aspettativa di qualcosa di piacevole molto più piacevole della sua realizzazione. Lo stesso vale, viceversa, per l'aspettativa di un evento doloroso.

Il piacere di partecipare

Io suppongo che esista un fondamentale bisogno umano di partecipare alla vita sociale, ovvero di interagire con altre persone, bisogno la cui soddisfazione è causa di piacere, come avviene per qualsiasi altro bisogno.

Quando vediamo una persona sorridere, o esprimere in qualsiasi modo gioia o contentezza, molto probabilmente la causa del suo stato d'animo è proprio il fatto che quella persona sta facendo o ha appena fatto o sta per fare qualcosa che gli ha permesso, gli permette o gli permetterà di partecipare alla vita sociale, come, per esempio, aver acquisito risorse o informazioni favorevoli alla partecipazione sociale, o aver allontanato il rischio dell'esclusione sociale.

Una cosa è buona o bella nella misura in cui aiuta a partecipare ad attività sociali.

Sul perché dei piaceri e dei dispiaceri

L'uomo sa (quasi sempre) cosa gli piace e cosa gli dispiace ma non sa perché certe cose (attività, persone, idee, oggetti ecc.) gli piacciono e certe altre gli dispiacciono, né vuole saperlo, anzi, ha paura di saperlo.

L'uomo ha infatti paura di mettere in discussione il suo essere, la sua personalità, le logiche e i meccanismi inconsci alla base delle sue strutture mentali, dei suoi pensieri, dei suoi sentimenti, del suo comportamento e della sua moralità. Insomma, ha paura di mettere in discussione la sua dignità sociale.

Il motivo di tale paura è che, nel profondo, nessuno può avere la certezza di essere totalmente innocente e socialmente accettabile.

Ciò che non si conosce non può essere messo in discussione. Perciò per i più è meglio non conoscere il perché dei propri piaceri e dei propri dispiaceri.

Gustare vs. pregustare

Quando proviamo un piacere, è importante distinguere se si tratta di un gustare o di un pregustare. Perché il gustare viene da un piacere effettivo, mentre il pregustare viene da un’anticipazione immaginaria del piacere, che, in quanto tale, potrebbe restare delusa, cioè potrebbe non avverarsi.

Sia il gustare che il pregustare sono piaceri reali, tuttavia, il gustare resta nella memoria come piacere realmente goduto, mentre il pregustare, nel caso in cui non si avveri, resta nella memoria come delusione e frustrazione.

Conviene perciò diffidare del piacere della pregustazione, specialmente se di lunga durata. Infatti, più lunga è la pregustazione che non si avvera, più cocente e più lunga è la frustrazione.

Promesse e minacce delle religioni

L'homo sapiens, come tutti sanno, ha capacità cognitive che gli altri animali non hanno. Questo fatto comporta ovviamente molti vantaggi, ma anche lo svantaggio di prevedere la sofferenza e la morte, e di averne paura, quindi di soffrirne per "anticipazione".

La religioni hanno fatto leva su tali paure mediante promesse e minacce capaci di alleviarle o aumentarle. A chi si sottomette alle divinità e ai loro rappresentanti le religioni promettono la (futura) liberazione dalla sofferenza e dalla morte, mentre a chi non si sottomette promettono l'inferno. Grazie a queste promesse e minacce le religioni hanno prosperato e continuano a prosperare, finché qualcuno ci crederà.

Gli altri animali hanno il vantaggio di non essere indottrinabili e quindi di non poter apprendere la paura dell'inferno.

Domande sul piacere e sul dolore

Forse potrebbe essere utile porsi le seguenti domande:

  • Quanto stai godendo in questo momento?

  • Di cosa stai godendo in questo momento?

  • Quanto stai soffrendo in questo momento?

  • Di cosa stai soffrendo in questo momento?

  • Quanto pensi di poter godere in futuro?

  • Di cosa pensi che potrai godere in futuro?

  • Quanto pensi che potrai soffrire in futuro?

  • Di cosa pensi che potrai soffrire in futuro?


Sulle cause del piacere e del dolore

Il piacere e il dolore sono fenomeni interni al corpo che li prova, anche se apparentemente possono essere dovuti a cause esterne al corpo stesso.

In realtà, le vere cause del piacere e del dolore sono interne al corpo in quanto esso è costruito geneticamente in modo da far provare piacere e dolore alla coscienza del soggetto proprietario del corpo stesso.

Le cause esterne sono infatti solo degli stimoli che vengono interpretati dal cervello come comandi, ai quali il cervello stesso risponde secernendo i composti chimici e/o le scariche elettriche che danno luogo al piacere o al dolore. In altre parole, il piacere e il dolore sono generati dal corpo del soggetto per ordine del proprio cervello, come reazioni a particolari stimoli provenienti dall’esterno o dall’interno del corpo stesso.

Di questi fatti dovremmo tenere conto nella ricerca di metodi per soffrire di meno e godere di più.

Postmodernismo e fine dell'umanismo

A mio parere, nella ricerca filosofica e psicologica, la cosa più importante è capire cosa causi gioie e sofferenze negli esseri umani e perché, ovvero quali siano i bisogni umani, se è vero che il piacere e la gioia sono generati dallo loro soddisfazione e il dolore e la tristezza dalla loro frustrazione. Mi pare che questo obiettivo sia stato perso di vista nella ricerca umanistica contemporanea, la quale mi sembra smarrita in questioni che servono solo gli interessi degli intellettuali, degli accademici, degli editori, dei politici, degli industriali e di chi ama sentirsi intelligente o colto. Direi perciò che la ricerca filosofica e psicologica attuale, pregna di idee postmoderniste, non sia più umanista.



Piacere, dolore, motivazioni, bisogni

L'uomo fa ciò che fa e non fa ciò che non fa per evitare o diminuire un dolore o per ottenere o aumentare un piacere. Piaceri e dolori possono avere varie forme e intensità, essere più o meno fisici o mentali, e possono essere più o meno reali o immaginari, illusori o anticipatori. Infatti, l'aspettativa di un piacere è essa stessa un piacere, così come l'aspettativa di un dolore è essa stessa un dolore, seppure di tipi diversi.

Il piacere è il segnale della soddisfazione di uno o più bisogni, così come il dolore è il segnale della loro frustrazione. I bisogni possono essere più o meno egoisti o altruisti, sani o malati.

In conclusione, a mio parere, l'arte di vivere in modo soddisfacente consiste nell'ascoltare e riconoscere i propri bisogni, distinguere quelli sani da quelli malati e utilizzare la propria intelligenza per soddisfare quelli sani e neutralizzare quelli malati.

Perché ci piace ciò che ci piace?

Quando vedo che a una persona piace una certa cosa che per me è insignificante, noiosa, repellente, irritante o dannosa, non penso che quella persona sia stupida, né cattiva, ma mi chiedo perché a quella persone piace quella cosa.

Ma è inutile chiederglielo, perché quasi nessuno sa perché gli piacciono le cose che gli piacciono.

Infatti qualcuno potrebbe rispondere: "mi piace perché è bella", ma sarebbe una risposta per me insoddisfacente, che mi indurrebbe a chiedere: "perché la trovi bella?" o "perché ti piace ciò che è bello?". E credo che quasi nessuno sappia rispondere a tali domande.

I gusti autentici non sono volontari, ma determinati da forze e logiche involontarie e inconsce, di cui siamo succubi, ovvero docili esecutori.

Una persona che può fare ciò che gli piace fare si crede libera, ma in realtà è serva di quelle forze e logiche che hanno determinato i suoi gusti, che quella persona è condannata a servire.

Il piacere e il circolo virtuoso della percezione

Io ipotizzo che, oltre al fatto che gli ormoni neurotrasmettitori facilitano le comunicazioni tra neuroni, possa avvenire anche un processo inverso, cioè che una continua stimolazione delle comunicazioni tra neuroni ottenuta mediante opportune percezioni possa incrementare la secrezione dei neurotrasmettitori stessi, tra cui le endorfine, dando in tal caso luogo a sensazioni di piacere o euforia. Ciò spiegherebbe il piacere che può essere provocato dalla percezione di particolari configurazioni di immagini, testi e suoni. L'effetto potrebbe essere duraturo, analogamente allo sviluppo dei muscoli attraverso l'allenamento degli stessi. Si tratterebbe dunque di allenare le comunicazioni tra neuroni attraverso la lettura, la visione e l'ascolto di particolari oggetti, forme e informazioni allo scopo di rendere più efficaci ed efficienti le interconnessioni neurali (con effetti positivi sulla creatività e l'intelligenza), e di godere del piacere connesso alla conseguente secrezione di endorfine.

Empatia per chi soffre e per chi gode

Il mondo è pieno di persone che soffrono per vari motivi, tra cui per il fatto che vivono in condizioni miserabili in senso materiale. Probabilmente quelle che soffrono di più vivono molto lontano da noi, e non le vediamo se non in qualche documentario.

Al mondo ci sono anche molte persone che vivono una vita piacevole e non soffrono quasi mai.

L’empatia (sia quella del dolore che quella del piacere) è inversamente proporzionale alla distanza tra chi prova un’emozione e chi la riflette empaticamente.

È così che, per evitare di soffrire empaticamente, ci allontaniamo o manteniamo le distanze da coloro che soffrono.

Se mi trovo in una situazione in cui c’è uno che soffre e uno che gode, potrò avere empatia per entrambi o solo per uno dei due? Per quale dei due avrò (più) empatia? A quale dei due cercherò di avvicinarmi? Da quale dei due cercherò di allontanarmi? Con quale dei due vorrei avere un’appartenenza comune?

Forse la risposta a queste domande è diversa da persona a persona.

Il piacere, il dolore e l'illusione del libero arbitrio

Siamo dominati dal piacere e dal dolore suscitati automaticamente dalle nostre sensazioni, dalle nostre percezioni e dai nostri pensieri.

Infatti non possiamo decidere volontariamente cosa ci dà piacere (fisico e/o mentale) e cosa ci dà dolore (fisico e/o mentale), e le nostre scelte sono sistematicamente determinate dalle nostre motivazioni (volontarie e involontarie, conscie o inconscie) a ottenere il massimo piacere e a evitare il massimo dolore, a breve e a lungo termine.

In tal senso il libero arbitrio è di fatto illusorio. Infatti, paradossalmente, l'unico modo per esercitare il libero arbitrio sarebbe decidere di non esercitarlo, cioè di prendere decisioni a caso, ma anche tale decisione sarebbe indotta da una certa aspettativa di piacere o dolore.

In sintesi, ogni scelta è determinata dal piacere e/o dal dolore attuali o previsti a fronte delle diverse opzioni disponibili.

Questioni di bisogni, vita, morte, piacere e dolore.

L'uomo, come ogni altro essere vivente, ha bisogno di soddisfare i suoi bisogni "innati" (per distinguerli da quelli indotti o appresi) nel senso che, nella misura in cui egli non li soddisfa, soffre e si ammala, fino a morire. Di converso, l'uomo prova piacere, o gioia (che è una particolare forma di piacere), ogni volta che soddisfa un bisogno.

Occorre inoltre considerare che la morte di ogni individuo è inevitabile in quanto necessaria per la sopravvivenza della sua specie. Perciò nel codice genetico di ogni essere vivente è programmata la vecchiaia, ovvero la disgregazione del corpo, che può (ma non necessariamente) comportare sofferenze e malattie.

Si pongono dunque tre questioni fondamentali: la prima è: quali sono i bisogni innati di un essere umano. La seconda è: come soddisfare al meglio i nostri bisogni in ogni fase della nostra vita allo scopo di soffrire il meno possibile e godere il più possibile in modo sostenibile. La terza è: come ridurre al minimo le sofferenze e le malattie legate all'inevitabile vecchiaia.

Gusti e appartenenze

Le differenze di gusti (intesi come attrazioni e repulsioni emotive e/o cognitive) costituiscono un problema molto più grande di quanto possa sembrare a prima vista.

Infatti, in base all'affinità dei gusti, si costituiscono degli insiemi sociali e delle appartenenze e non-appartenenze a tali insiemi.

In altre parole, l’appartenenza di un individuo ad un certo insieme sociale (gruppo concreto o categoria di persone) può dipendere dalla conformità dei propri gusti rispetto a quelli caratteristici dell’insieme stesso, ovvero della maggioranza dei suoi membri.

Ne consegue che un individuo che desidera appartenere ad un certo insieme sociale può essere indotto a modificare (consciamente o inconsciamente) i propri gusti per adattarli a quelli dell’insieme stesso, col risultato di avere gusti non autentici.

Pertanto è bene chiedersi quanto i propri gusti siano autentici o manipolati dal bisogno o desiderio di appartenenza a certi insiemi sociali.

Una sequenza di decisioni binarie

La nostra mente è continuamente occupata a prendere decisioni “binarie”, cioè a favore o contro qualcosa, qualche idea, qualche opzione di pensiero o di comportamento.

Le decisioni sono prese in modo perlopiù inconsapevole, e i criteri decisionali sono perlopiù emotivi, nel senso che scegliamo tra “pro” e “contro” in funzione del piacere e del dolore che ci aspettiamo da ciascuna delle due opzioni.

È come se mettessimo sui piatti d'una bilancia, da una parte il bene e il male (in termini di piacere e di dolore) che ci aspettiamo dal “pro” e dall’altra il bene e il male che ci aspettiamo dal “contro”, dopo aver assegnato un peso positivo al bene e un peso negativo al male.

Alla fine è la bilancia che sceglie per noi, nel senso che optiamo per l’opzione che presumiamo (consciamente o inconsciamente) essere la più benefica o la meno malefica. Tuttavia per alcuni pesano solo il bene e il male a breve termine, mentre per altri prevalgono il bene e il male a medio o lungo termine, o perfino quelli ultraterreni.

Mappe e modelli della realtà

Per tutta la vita ci costruiamo inconsciamente mappe e modelli della realtà e li usiamo per orientarci e scegliere come comportarci, cioè come interagire con il mondo.

Questa è la conoscenza: una quantità di mappe e modelli più o meno complessi, più o meno precisi, più o meno coerenti tra loro e più o meno corrispondenti alla realtà.

Queste mappe e questi modelli riguardano specialmente e soprattutto gli altri esseri umani, le relazioni tra loro, noi stessi e le relazioni tra noi e gli altri.

Ai particolari delle mappe e dei modelli che ci siamo costruiti sono associati sentimenti di piacere o dolore, attrazione o repulsione e le motivazioni corrispondenti alla ricerca del piacere e all'evitamento del dolore. Sulla base di tali mappe e di tali modelli noi elaboriamo inconsciamente le nostre strategie di comportamento e pianifichiamo il nostro futuro.

Di conseguenza, quanto più le nostre mappe e i nostri modelli sono sbagliati o imprecisi rispetto alla realtà, tanto più sbagliato o impreciso è il nostro comportamento, ovvero tanto meno questo è efficace per la soddisfazione dei nostri bisogni e di quelli altrui.

Il piacere di fare del male o del bene

Può capitare a tutti di fare del male e di provarne piacere, o di fare del male solo al fine di provare piacere. Lo stesso vale per il fare del bene. Chiediamoci allora perché fare del bene o del male può provocare piacere.

Suppongo che ciò sia dovuto al fatto che riuscire a fare del male o del bene a qualcuno è una manifestazione di potenza, ed è proprio la sensazione della propria potenza a dare piacere. Ciò potrebbe essere una diretta conseguenza del bisogno o desiderio di potenza che a mio parere è presente, più o meno, in ogni essere umano.

Ovviamente fare del male è un atto socialmente distruttivo, che può danneggiare anche chi lo compie, nel senso che può procurargli un dolore più grave del piacere ottenuto nel compiere il male stesso.

Conviene allora essere consapevoli del fatto che ognuno di noi è soggetto alla tentazione di fare del male per sentirsi potente e ottenere piacere. Solo grazie a tale consapevolezza possiamo resistere alla tentazione stessa, e cercare di ottenere piacere facendo piuttosto del bene a qualcuno.

Etica edonista

Io credo che sarebbe meglio assumere, come principio etico, volere il piacere altrui piuttosto che il bene altrui, dato che il concetto di “bene” è molto più astratto e più vago del concetto di “piacere”.

Infatti, tutti sanno cosa sia il piacere, perché è una cosa che si prova, ed è forse, con il dolore, l’unica cosa certa, reale e concreta che esista. Tutto il resto potrebbe essere illusorio.

Propongo quindi, come principio etico, in sostituzione di “fare il bene e non fare il male”, “dare piacere e non dare dolore”, o se si preferisce, “causare piacere e non causare dolore”, agli altri e a se stessi.

Tale principio etico, che potremmo qualificare come “edonista” è molto più facile da applicare e da valutare, per cui potrebbe costituire un progresso per l’umanità.

Quindi, invece di chiederci “sto facendo del bene/male a questa persona”? dovremmo chiederci “sto dando piacere/dolore a questa persona”?

D’altra parte, se una persona non si trova in stato di bisogno materiale, è difficile farle del bene, mentre è sempre possibile darle piacere. Il piacere, infatti, è sempre ricevibile e valevole, anche da chi è ricco e potente.

Per concludere, se ognuno volesse il piacere altrui oltre che il proprio, la vita umana sarebbe in generale molto più gradevole.

Cause del piacere estetico

Il piacere estetico, cioè il piacere insito nella percezione di forme artistiche, poetiche, letterarie, spettacoli teatrali, forme biologiche, spettacoli naturali ecc. può avere diverse cause sommabili, come le seguenti.

  • l’effetto neurologico della bellezza intrinseca di certe forme

  • la piacevole sensazione di appartenere ad una comunità (più o meno elitaria) di persone che apprezzano certe forme di bellezza

  • la piacevole sensazione derivata dallo status competitivo di conoscitore di certe forme di bellezza

  • la piacevole sensazione derivata dallo status competitivo di possessore di certe forme di bellezza (opere d’arte, di artigianato, arredamenti, proprietà immobiliari di particolare bellezza ecc.)

  • il piacere dell’immaginazione stimolata da certe forme di bellezza.

  • ecc.


Piacere, bisogno, desiderio, volontà

Se un essere vivente ha provato un piacere ottenendo o facendo una certa cosa, suppongo che in esso c'era il bisogno, il desiderio o la volontà di ottenere o di fare quella cosa.

Se così non fosse, dovrei credere che il piacere sia un fenomeno casuale, o causato da combinazioni (materiali o logiche) indipendenti da bisogni, da desideri, e da volontà.

Inoltre, dopo aver provato un piacere, è possibile che nell'essere vivente si produca il bisogno, il desiderio o la volontà di provarlo ancora, cioè di ripetere l'esperienza del piacere.

Aggiungerei che il piacere è un fenomeno involontario in quanto non può essere ottenuto semplicemente volendolo. Infatti, per ottenerlo occorre fare o ottenere cose capaci di produrlo. Possiamo chiamare queste cose "cause", "mezzi" o "intermediari" del piacere.

Il fenomeno del piacere mi sembra un ritrovato dell'evoluzione per garantire la sopravvivenza e la riproduzione delle specie più evolute, un meccanismo che costringe certe specie (che possiamo classificare come "senzienti") a comportarsi in certo modi e non in altri.

Il fenomeno del piacere resta per me misterioso, come pure quelli del bisogno, del desiderio e della volontà. Suppongo tuttavia che tali fenomeni siano interconnessi.

Ragionamenti analoghi valgono, mutatis mutandis, anche per il dolore.

Soffriamo perché gli altri...

Spesso soffriamo perché (crediamo che) una o più persone...

  • ... non sono come vorremmo

  • ... non ci danno ciò che vorremmo

  • ... non fanno ciò che vorremmo

  • ... non ci capiscono

  • ... ci fraintendono

  • ... sono stupide

  • ... sono cattive

  • ... non ci trattano come vorremmo

  • ... non ci vogliono bene

  • ... non ci amano

  • ... non ci ascoltano

  • ... ci ignorano

  • ... ci vogliono sfruttare

  • ... ci vogliono vincere

  • ... ci vogliono distruggere

  • ... non ci stimano

  • ... ci allontanano

  • ... ci disprezzano

  • ... non ci rispettano

  • ... non ci obbediscono

  • ... ci offendono

  • ... ci ingannano

  • ... cercano di limitare la nostra libertà

  • ... ci spaventano

  • ... ci minacciano

  • ... ci dominano

  • ... non condividono i nostri interessi

  • ... non ci prendono sul serio

  • ... non hanno fiducia in noi

  • ... ci trovano brutti

  • ... ci trovano stupidi

  • ... ci trovano cattivi

  • ... ci trovano inutili

  • ... ci trovano irrilevanti

  • ... non hanno bisogno di noi

  • ... hanno troppo bisogno di noi

  • ... dipendono troppo da noi

  • ... vogliono attaccarsi troppo a noi

  • ecc.


Coscienza come esperienza, ricordo, significazione e anticipazione del piacere e del dolore

La coscienza (intesa come consapevolezza) è segnata dal piacere e dal dolore, senza i quali non esisterebbe o sarebbe inutile.

La coscienza consiste infatti nel correlare cose (immagini, parole, concetti, persone, oggetti, forme, idee ecc.) con piaceri e dolori, in modo che certe cose vengono cercate se correlate col piacere, ed evitate se correlate col dolore.

La correlazione avviene per coincidenza esperienziale. Infatti se mentre facciamo esperienza di una certa "cosa" proviamo un certo dolore, verrà memorizzata una correlazione tra quella cosa e quel dolore come se fosse una causazione, cioè come se quella cosa fosse la causa di quel dolore. Lo stesso avviene nelle correlazioni col piacere. L'inconscio, infatti, non sa distinguere tra correlazione e causazione, e considera causazioni anche le coincidenze casuali o irripetibili.

È così che tutte le correlazioni tra cose e sentimenti memorizzate nella memoria di un individuo lo guidano volontariamente o involontariamente, consciamente o inconsciamente, nel cercare le cose correlate col piacere e nell'evitare quelle correlate col dolore.

Il meccanismo che ho descritto sopra è utile alla sopravvivenza in quanto il piacere è espressione della soddisfazione, mentre il dolore lo è della frustrazione, di qualche bisogno. Tuttavia considerare causazione una coincidenza casuale è spesso causa di superstizioni e di comportamenti irrazionali e controproducenti.

Sbagliarsi sulla felicità

È possibile che uno si sbagli riguardo alla sua felicità o infelicità? Intendo dire, è possibile che uno creda di essere felice pur essendo infelice o, viceversa, creda di essere infelice pur essendo felice? Oppure che uno creda di essere molto più felice, o molto più infelice, di quanto lo sia realmente?

Credo di sì. D’altra parte, se qualcuno mi chiedesse se sono felice o infelice, o quanto sono felice o infelice, non saprei cosa rispondere.

Infatti la felicità non è una condizione momentanea. Nel momento attuale si prova più o meno piacere o dolore, ma non felicità o infelicità. La felicità si misura su un tempo lungo. Oserei dire che la felicità riguarda il passato e/o il futuro, non il presente.

Chiedere a uno: “quanto sei stato felice in passato?” equivale a chiedergli: “quanto hai goduto in passato?”.

Forse dovremmo smettere di usare termini come “felicità/infelicità”, e “felice/infelice”, e sostituirli con “piacere” e “dolore”.

Forse dovrei evitare di chiedermi se sono felice, se sono stato felice, se prevedo che sarò felice, e piuttosto chiedermi quanto sto godendo e soffrendo, quanto ho goduto e sofferto, quanto prevedo che godrò e soffrirò.

Forse il concetto di felicità è un’aberrazione religiosa legata all’idea di paradiso. Paradiso = piacere costante ed eterno. Un’assurdità. Così come è assurdo chiedersi se una certa azione mi farà guadagnare o perdere la felicità.

Una certa azione mi procurerà una certa quantità di piacere e/o di dolore, null’altro. La felicità e il paradiso non esistono che come illusioni.

Pensiero analitico e pensiero sintetico

Ci sono due tipi di pensiero: uno analitico e uno sintetico.

Il pensiero analitico è seriale, dinamico, procedurale, razionale, procede per segmentazioni, per passi successivi, per concatenazioni logiche e associazioni di parole, idee o concetti. È un percorso di ricerca della risposta ad una domanda (una domanda alla volta) attraverso la memoria delle proprie esperienze.

Il pensiero sintetico è statico, contemplativo, fisso (per una certa durata) su una immagine, una mappa, una configurazione, uno spettacolo. È l'osservazione o immaginazione della risposta ad una certa domanda, o l'effetto di una sorpresa.

Il pensiero analitico si alterna a quello sintetico, con dosaggi, ritmi e durate variabili, diversi da persona a persona e in una stessa persona nel tempo. Infatti alla mente capita continuamente, consciamente o inconsciamente, di farsi domande e di contemplare le risposte, che possono essere più o meno certe o ipotetiche.

I pensieri di entrambi i tipi sono attivati e guidati da stimoli sensoriali esterni e interni al soggetto, di cui questo può essere più o meno consapevole, e comportano certi sentimenti o emozioni più o meno gradevoli.

Quanto più un pensiero è gradevole, tanto più esso è attraente e tende a rinforzarsi. Quanto più esso è sgradevole, tanto più esso è repellente e tende ad essere allontanato. Su questo principio è basato il bias cognitivo.

Il pensiero è involontario, ma può essere influenzato volontariamente (in se stessi e negli altri) da media come parole scritte o vocalizzate, immagini, suoni, oggetti, ambienti e composizioni di queste cose.

Progetti di vita

Noi esseri umani, a differenza degli altri animali, abbiamo la capacità di prevedere il futuro (sebbene in modo spesso illusorio) e anche di progettarlo.

Un “progetto di vita“ è un futuro immaginario che un individuo ha in mente, e che cerca di realizzare mediante attività preparatorie miranti ad esso.

Un progetto di vita ha una carica affettiva nel senso che mira ad una situazione futura di maggiore benessere o piacere rispetto alla situazione attuale, e questo fatto rende piacevoli le attività di realizzazione del progetto stesso.

In altre parole, mentre lavora per la realizzazione di un progetto, l’individuo prova un senso di eccitazione e di piacere, pregustando il piacere associato all’idea del progetto realizzato.

Ovviamente non tutti i progetti vengono realizzati, ma, sorprendentemente, anche un progetto mai realizzato può regalare momenti di felicità durante il suo sviluppo, prima del momento in cui ci si rende conto che il progetto non potrà mai divenire realtà. La tristezza di quel momento di delusione non può tuttavia cancellare i momenti di gioia di cui si è goduto durante il lavoro di sviluppo del progetto stesso.

Perciò è importante avere progetti di vita e lavorare alla loro realizzazione, poco importa se quei progetti non verranno mai realizzati. Infatti spesso il piacere di un viaggio sta tanto nel raggiungimento della meta, quanto nel percorso per raggiungerla.

Dobbiamo soddisfare tutti i nostri desideri?

(Mio intervento al caffè filosofico di Lione il 13/10/2022 sul tema «Doit-on assouvir tous nos désirs ?»)

Dobbiamo soddisfare tutti i nostri desideri? La mia risposta a questa domanda è: dipende. Dipende dai tipi di desideri, dalla loro frequenza, da quanto è facile la loro soddisfazione, da quanto costa (non solo in termini di denaro ma anche di fatica e di effetti collaterali sulla salute) e dalle relative conseguenze morali e sociali.

A proposito degli effetti collaterali della soddisfazione dei desideri, dovremmo confrontare il piacere che si prova nel momento della soddisfazione (come, ad esempio, il mangiare un cibo delizioso, l’avere un rapporto sessuale o l’assumere una droga) e il piacere o dolore che si prova nell’intervallo tra due soddisfazioni.

Intendo dire che la soddisfazione di un desiderio, sebbene provochi un piacere nel momento della soddisfazione, potrebbe provocare dolori o altri inconvenienti in altri momenti, tali che gli effetti collaterali dolorosi potrebbero pesare più del piacere della soddisfazione stessa.

Dato che, a mio avviso, ciò che conta nella vita è la felicità media, non quella di un certo istante, secondo me la persona saggia è quella che sa prendere in considerazione il piacere della soddisfazione e il dolore provocato dagli effetti collaterali, e astenersi dalla soddisfazione dei desideri quando gli effetti collaterali negativi pesano di più.

Inoltre bisogna anche tener conto del fatto che la frustrazione dei bisogni e desideri "naturali", cioè non indotti dalla società o dalla cultura, può comportare non solo sofferenza, ma anche disturbi mentali e difficoltà nelle relazioni sociali.

Comportamento e conflitti

In poche parole, gli umani fanno ciò che loro piace ed evitano di fare ciò che loro dispiace. Detto così, il comportamento umano si potrebbe spiegare molto semplicemente, se non fosse che ci sono una serie di problemi che lo rendono complicato e difficile da spiegare.

Una prima serie di problemi è relativa al fatto che una stessa cosa può piacere e dispiacere allo stesso tempo, o in tempi diversi, alla stessa persona, il che può dare luogo a conflitti interiori e difficoltà di decisione che sono di per sé spiacevoli.

Una seconda serie di problemi è relativa al fatto che ciò che piace ad una persona può dispiacere ad un’altra, il che può dare luogo a conflitti interpersonali e difficoltà di cooperazione che sono di per sé spiacevoli.

Una terza serie di problemi è relativa al fatto che ogni comunità o cultura definisce ciò che “dovrebbe” o “deve” piacere, e ciò che dovrebbe o deve dispiacere ai propri membri. Si tratta di ingiunzioni che possono non corrispondere a ciò che realmente piace o dispiace ad essi. Tali ingiunzioni possono indurre coloro che desiderano fare parte di una certa comunità o cultura ad assumere i gusti caratteristici della stessa, anche se essi contrastano con i propri gusti autentici, dando luogo a conflitti tra individuo e società.

Riassumendo, il comportamento umano è complicato dalla presenza di tre tipi di conflitti:

  • Conflitti interiori

  • Conflitti interpersonali

  • Conflitti culturali

Si tratta di conflitti per lo più non risolvibili. Tuttavia analizzarli e tenerli a mente può aiutarci a gestirli in modo più intelligente e produttivo in termini di soddisfazione dei bisogni propri e altrui.

Sulla tristezza

A mio parere la tristezza è una specie di dolore non acuto e di intensità costante, che può durare da pochi minuti a diversi mesi o anni.

Suppongo che la tristezza sia causata dalla insoddisfazione prolungata di un bisogno primario, unita ad una scarsa speranza di futura soddisfazione del bisogno stesso.

Quando siamo tristi, volendo fare qualcosa che possa alleviare o eliminare la tristezza, è importante conoscerne le cause, cioè capire quali siano i bisogni primari insoddisfatti.

A tale scopo è importante sapere quali siano i bisogni primari dell’uomo in generale.

Io definisco e classifico i bisogni umani in base al loro oggetto, nelle seguenti categorie:

  • sopravvivenza e salute organica

  • relazioni sociali: comunità, appartenenza, conformità, interazione, integrazione, cooperazione, condivisione, partecipazione

  • libertà, individuazione, differenziazione, creazione

  • bellezza, armonia, ordine, pulizia, purezza

  • conoscenza

  • supremazia, potenza, competitività

  • coerenza logica, concordanza, 


Il pudore del piacere e del dolore

Mi pare che gli esseri umani, nella nostra civiltà, tendano a nascondere o a mistificare (agli altri e perfino a se stessi) i loro sentimenti, specialmente quelli fondamentali, ovvero il piacere e il dolore, esprimendoli e riconoscendoli solo nella misura e nel modo in cui sono "socialmente corretti", ovvero accettabili secondo la morale comune.

Per quanto riguarda il dolore, inoltre, la sua manifestazione può significare una richiesta di aiuto, o l'enfatizzazione di un torto subito o di un diritto leso, per cui esso può essere manifestato ad arte, per raggiungere un obiettivo sociale. D'altra parte il dolore può significare un insuccesso o una condizione di disgrazia o povertà, per cui esso può essere nascosto ad arte, per non apparire come perdenti o emarginati.

Un discorso analogo vale per il piacere, che può significare un successo o una condizione di grazia o ricchezza, per cui esso può essere simulato per apparire come vincenti e ben integrati socialmente quando non lo si è. D'altra parte un piacere può derivare dalla soddisfazione provocata da una disgrazia che colpisce una persona invidiata o rivale, per cui può essere conveniente nasconderlo.

Il risultato di quanto sopra esposto è che è difficile capire cosa causi veramente piacere e dolore negli altri, e anche in noi stessi.

A ciò si aggiunge il fatto che, secondo me, il piacere esprime la soddisfazione di uno o più bisogni, e il dolore la loro insoddisfazione. Ne consegue che manifestare un piacere equivale a manifestare uno o più bisogni la cui soddisfazione ha causato quel piacere, e lo stesso vale, mutatis mutandis, per il dolore. E ovviamente, non tutti i bisogni umani sono "socialmente corretti" e confessabili.

Il risultato è che, per motivi analoghi a quelli relativi alla manifestazione del piacere e del dolore, è difficile capire quali siano i bisogni degli altri e di noi stessi.

La società dei like

Oggi più che mai, le relazioni sociali, sempre più libere da vincoli economici, politici e religiosi, si formano attraverso lo scambio di “like” (espliciti o impliciti), intendendo per “like” un’espressione di apprezzamento da parte di una persona per qualche azione, proprietà o aspetto di un’altra persona.

Se condividiamo qualcosa in un social network, e qualcuno vi mette un “mi piace”, è come se dicesse “tu mi piaci”. Infatti è difficile, se non impossibile, separare l’apprezzamento di una cosa che appartiene ad una persona, dall’apprezzamento per la persona stessa.

Siamo tutti in cerca di “like”, cioè abbiamo bisogno di ricevere il messaggio: “mi piace ciò che tu fai, ciò che tu hai, e quindi ciò che tu sei”.

Il messaggio “tu mi piaci” significa “tu mi dai piacere”, che a sua volta significa “tu soddisfi certi miei bisogni o desideri”. Tra i bisogni e i desideri più importanti c’è quello di ricevere apprezzamenti. Succede perciò che la relazione tra due persone possa essere basata soltanto su un reciproco scambio di like fine a se stesso: “tu mi piaci perché mi dici che io ti piaccio, e io ti piaccio perché ti dico che tu mi piaci”, senza che vi siano altri motivi che causino il piacere espresso. Ovviamente perché ciò possa avvenire ci deve essere una certa affinità di personalità e di gusti tra le persone che “si piacciono”.

Lo scambio di “like” non avviene solo nei social network, dove esiste un’apposita funzione per questo, ma anche nelle tradizionali conversazioni vocali, anche al di fuori di internet. E non è necessario che il “mi piace / mi piaci” sia esplicito. Questo messaggio, come quello opposto (“non mi piace / non mi piaci”) si legge facilmente tra le righe, attraverso il linguaggio non verbale. 

Il problema è che la fame di like non si esaurisce mai, e si rinnova ogni giorno, ogni ora. Quando siamo a corto di like, o riceviamo dei “no like”, ci sentiamo soli, poveri ed emarginati, e perciò angosciati.

Insomma siamo tutti, chi più, chi meno, like-dipendenti.

È necessario soffrire per migliorare?

(Mio intervento al café philo di Lione, il 21/12/2021, sul tema "È necessario soffrire per migliorare? -Faut-il souffrir pour être meilleur.e?")

A mio parere la risposta è “sì", tuttavia in certe misura e in certi contesti. Altrimenti sarebbe troppo facile migliorare indefinitamente. Basterebbe soffrire sempre di più. Il che è assurdo.Infatti un dolore di intensità o di durata eccessiva troppo può causare disturbi psichici irrimediabili.

Ma chiediamoci prima di tutto a cosa serve il dolore in senso evoluzionistico e biologico. Secondo me il dolore è il segnale con cui il corpo fisico o l’inconscio segnala alla coscienza che c’è qualcosa che non va, qualcosa che va interrotto, corretto o risanato. In altre parole ci dice che non possiamo continuare a fare ciò che stiamo facendo, o restare nell’ambiente o nelle relazioni in cui siamo attualmente impegnati. Ci comanda di fermarci e di fare qualcosa per rimediare.

Infatti il primo effetto del dolore è quello di farci rallentare o interrompere ciò che stiamo facendo.

Possiamo dunque dire che il dolore ci insegna a vivere meglio, a evitare situazioni nocive, e quindi ci aiuta a migliorare, a diventare più saggi, nel senso di imparare ad evitare di fare cose che possono diminuire la nostra probabilità di sopravvivere e di soddisfare i nostri bisogni.

Le nostre esperienze dolorose ci aiutano anche a comprendere gli altri esseri umani, ad essere più empatici, più tolleranti. Infatti una persona che non abbia mai sofferto in modo grave (specialmente per quanto riguarda i dolori non della carne, ma della mente), difficilmente è in grado di capire perché gli altri fanno ciò che fanno e non fanno ciò che non fanno, dato che il motivo per cui un essere umano fa ciò che fa e non fa ciò che non fa è essenzialmente la ricerca del piacere e l’evitamento del dolore, in tutte le loro possibili forme (fisiche e mentali).

Per concludere, sia il dolore che il piacere ci aiutano a ricordare le nostre esperienze, e quindi favoriscono l’apprendimento che deriva dall’elaborazione delle esperienze stesse. Infatti noi ricordiamo le nostre esperienze tanto più quanto più piacere o dolore abbiamo provato mentre le abbiamo vissute.

Importanza fondamentale del bisogno di appartenenza

A mio parere, la cosa più importante per un essere umano, dopo la soddisfazione dei suoi bisogni fisici, è l’appartenenza ad una comunità o società, in quanto indispensabile per la sopravvivenza dell’individuo e la conservazione della sua specie. Possiamo chiamare tale necessità “bisogno di appartenenza o di integrazione sociale”. Si tratta di un bisogno primario o primordiale, ovvero scritto nel DNA, e fondamentale nel senso che da esso derivano una quantità di bisogni secondari e di desideri (consci e ancor più inconsci), che si sviluppano sulla base delle esperienze, come mezzi o strategie per soddisfare il bisogno principale.

Nel sistema nervoso umano, il bisogno di appartenenza si avvale di un sistema omeostatico di controllo che induce l’individuo a mantenersi integrato in una comunità. Il controllo viene realizzato mediante l’attivazione di sentimenti dolorosi di angoscia o paura, di intensità proporzionale alla percezione di un pericolo di perdita dell’integrazione, e di sentimenti piacevoli di gioia di intensità proporzionale alla percezione di un aumento dell’integrazione.

I bisogni sono causalmente concatenati nel senso che, ad esempio, la soddisfazione del bisogno A facilita la soddisfazione del bisogno B che a sua volta facilita la soddisfazione del bisogno C e così via fino al bisogno di appartenenza X. Tali concatenazioni sono in gran parte inconsce per cui se la soddisfazione del bisogno A provoca piacere, è probabile che in realtà quel piacere sia dovuto, nell'esempio di cui sopra, ad un’anticipazione della soddisfazione del bisogno X ovvero quello di appartenenza.

La mia ipotesi è che tutto ciò che l’uomo fa e da cui trae gioia, ha una valenza sociale (conscia o inconscia) positiva, ovvero favorisce direttamente o indirettamente l’integrazione sociale del soggetto, così come tutto ciò che l’uomo fa e da cui trae angoscia o paura ha una valenza sociale negativa, ovvero rischia di causare direttamente o indirettamente l’esclusione o l’emarginazione del soggetto dalla sua comunità di appartenenza, o l’assegnazione ad esso di un ruolo gerarchicamente meno favorevole.

Per concludere, per capire perché le persone fanno ciò che fanno e non fanno ciò che non fanno, può essere utile chiedersi: in quale misura ciò che fanno favorisce direttamente o indirettamente la loro integrazione sociale e in quale misura ciò che non fanno potrebbe causare direttamente o indirettamente una loro esclusione o penalizzazione sociale?

L’inconscio non è uguale per tutti

Secondo una teoria formulata dallo psichiatra Luigi Anepeta (e da me estesa), nell’inconscio, oltre agli infiniti automatismi fisiologici e mentali dovuti alla ripetizione di percezioni e di azioni, ci sono due agenti mentali importantissimi: il super-io e l’io antitetico, che hanno “intenzioni” antagoniste: il primo vuole preservare l’appartenenza e l’integrazione sociale del sogetto, il secondo la sua libertà e individuazione.

Tali "agenti" (in quanto agiscono autonomamente per condizionare il comportamento del soggetto) corrispondono a due bisogni antagonisti di origine genetica (benché rinforzati o indeboliti da certi tipi di educazione), di intensità diversa da persona a persona. Nella maggioranza delle persone prevale il primo, in una minoranza (probabilmente dovuta ad una mutazione genetica) prevale il secondo.

Ciascuno dei due cerca di ottenere dalla volontà cosciente del soggetto il comportamento istintivamente "necessario" mediante l’attivazione di sentimenti positivi (piacere di vario tipo, eccitazione ecc.) e negativi (dolore, paura, ansia, panico ecc.) associati a certe idee, azioni o ipotesi di azioni considerate più o meno favorevoli rispetto ai bisogni che essi presidiano.

Di una idea, azione, o ipotesi di azione, gli agenti si chiedono: che valenza sociale essa può avere per me in termini di appartenenza, di libertà, di cooperazione e di competizione? In particolare il super-io si chiede: questa azione mi darebbe vantaggi o svantaggi in termini di cooperazione? Cioè aumenterebbe o diminuirebbe la mia integrazione sociale? Allo stesso tempo l'io antitetico si chiede: che vantaggi o svantaggi mi darebbe in termini di libertà e di competitività? Cioè di quanto contribuirebbe ad aumentare o a diminuirebbe la mia posizione nelle varie gerarchie sociali (intellettuale, politica, etica, estetica ecc.)?

Se la risposta complessiva dell’inconscio (cioè il bilancio tra la valutazione del super-io e quella dell'io antitetco) è che quell’idea o azione comporta svantaggi cooperativi o competitivi, l'inconscio demotiva il soggetto a perseguirla provocando un sentimento di ansia, paura, panico o disgusto nei confronti di quella cosa, che riduce o inibisce l’intelligenza del soggetto stesso e la sua capacità valutarne razionalmente i vantaggi e gli svantaggi per sé nel medio e lungo termine.

In tale ottica il conformismo è il prodotto più comune del super-io, e sono pochi coloro che dispongono di un un io antitetico abbastanza forte da prevalere sul super-io.

Tipi di situazione, programmi di comportamento, affetti

Mi sono fatto un'idea di come funziona un essere umano in termini cibernetici.

Attraverso le esperienze e il relativo apprendimento, si formano, nella memoria del soggetto, una serie di "tipi di situazione" caratterizzati da certi aspetti formali, grafici, e relazionali tra gli agenti, ovvero tra le parti in gioco nella situazione.

Sulla base del comportamento adottato nelle diverse situazioni, e dei risultati affettivi ottenuti (piaere e dolore), si formano, nell'individuo, una serie di programmi di comportamento, vale a dire programmi che permettono all'individuo di ripetere un certo comportamento in senso psicomotorio e interattivo. Infatti, un programma di comportamento contiene a grandi linee istruzioni su come rispondere, e su come evitare di rispondere, in termini di reazioni fisiche e/o verbali, a certi stimoli provenienti dall'ambiente naturale o sociale, allo scopo di ottenere i risultati affettivi migliori possibile.

Tra i diversi tipi di situazioni riconoscibili dal soggetto, e i diversi programmi di comportamento da lui sviluppati, si formano delle connessioni,  nel senso che al riconoscimeto di un certo tipo di situazione viene attivato un certo programma di comportamento, e viene inibita l'attivazioni di certi altri.

Qualora ad un certo tipo di situazione venga attivato un certo programa di comportamento che dà luogo a risultati affettivi indesiderati (dolore anziché piacere), è possibile che la connessione tra quel tipo di situazione e quel programma di comportamento svanisca o si modifichi a favore di un diverso programma di comportamento capace di dare luogo a risultati affettivi più soddisfacenti. È anche possibile che venga "corretto" il programma di comportamento collegato a quel tipo di situazione.

Questa mia visione cibernetica del comportamento umano può essere utile per chi volesse migliorare il proprio comportamento (volontario o involontario) nel senso di una maggiore soddisfazione dei propri bisogni. In tal senso, per modificare un comportamento, occorre partire non dai programmi di comportamento, ma dai tipi di situazione che li attivano. Infatti l'errore, o il malfunzionamento, potrebbe trovarsi non tanto nel programma di comportamento attivato, quanto nella definizione del tipo di situazione, che potrebbe non corrispondere alla reale situazione.

Chiediamoci dunque quali sono i tipi di situazione che abbiamo memorizzato, e da quali forme e da quali aspetti relazionali sono caratterizzati.

Il mio consiglio è di considerare le "situazioni" in termini cibernetici, cioè come schemi di agenti che interagiscono e si relazionano (anche in senso gerarchico) secondo certi programmi.

Sulla natura sociale e fittiva dell'ilarità

A mio parere, l'umorismo, il ridere, il sorridere, sono manifestazioni (esclusivamente umane) di sentimenti e atteggiamenti sociali. Infatti non c'è ilarità nella solitudine, ma solo in compagnia (reale o immaginaria).

Si assume un'espressione ilare per effetto di certe percezioni sociali e per mostrare intenzioni favorevoli nei confronti degli altri. Ciò che causa ed esprime ilarità è al tempo stesso un bisogno sociale attivo (un misto di desideri e paure) e la sua soddisfazione non esaustiva (e più o meno chiara) in termini di ottenimento dell’oggetto del desiderio e di rassicurazione contro la paura.

Non ci sarebbe ilarità se dagli altri non ci aspettassimo sia il bene che il male, la cooperazione e la competizione. In tal senso l’ilarità esprime un continuo passaggio tra un'aspettativa sfavorevole e un'altra favorevole nella percezione del comportamento altrui.

L'ilarità si può studiare più facilmente nei bambini, specialmente nei neonati. Il bambino ha una paura di fondo, più o meno intensa, di essere abbandonato, trascurato o maltrattato.

L’adulto che vuol fare ridere il neonato deve risvegliare tali paure attraverso una finzione esplicita, rassicurandolo al tempo stesso sul fatto che può contare sulla protezione (e sull'accudimento) da parte sua. E’ importante, quindi, che tra adulto e neonato passi il messaggio “questo è un gioco, uno scherzo, non una cosa reale”.

Si potrebbe dire che l’ilarità sia basata sulla finzione esplicita di un male e sulla vittoria del bene, in una relazione in cui i termini della finzione non sono chiari. In altri termini, si avverte la presenza di una finzione, ma non è chiaro quali parti della narrazione o del comportamento in questione siano vere e quali finte.

Il fatto di non sapere dove sia esattamente la finzione causa spesso una tensione, più o meno intensa, visibile nei tratti del volto, specialmente intorno alla bocca e agli occhi. La tensione si trasforma di colpo in risata quando si capisce ad un tratto dov'era la finzione, e il quadro diventa improvvisamente chiaro e totalmente rassicurante.

Si può anche dire che l'ilarità è caratterizzata dall'aspettativa di una ricompensa sociale, quando non si sa bene come essa si presenterà, per cui c’è una leggera tensione dovuta all’incognita. In altre parole, l’incertezza, unita all’aspettativa di un lieto fine, è un ingrediente fondamentale dell’ilarità.

Per concludere, l'ilarità è, a mio avviso, sempre accompagnata da un piacere, dovuto alla risoluzione di una tensione o di un immaginario timore, e al conseguente piacere della sorpresa.

Quale rapporto c’è tra viaggiare e stare bene?

Credo che tra viaggiare e stare bene ci possa essere un rapporto di causalità bidirezionale, nel senso che ci sono casi in cui il viaggiare fa stare bene, o fa stare meglio, e casi in cui chi sta bene ama viaggiare ogni tanto come conseguenza del suo star bene.

Molto dipende dalla congenialità dei luoghi visitati e delle persone incontrate durante il viaggio, dalle condizioni più o meno confortevoli del trasporto e dell’alloggio, dai costi sostenuti e dagli obiettivi e dalle aspettative del viaggiatore.

Normalmente, viaggiare comporta visitare luoghi mai visitati prima, oppure tornare in luoghi non frequentati da un certo tempo. In ogni caso il viaggio comporta un cambiamento più o meno grande degli stimoli a cui si è normalmente sottoposti, cioè comporta nuovi stimoli. Infatti gli stimoli che si ripetono senza variazioni finiscono per perdere la capacità di stimolare, insomma, non vengono più percepiti come stimoli.

Viaggiare può essere pertanto un buon rimedio contro la noia, oltre a essere una fonte di distrazione, di sorpresa e di curiosità. Direi di più: credo che viaggiare permette di soddisfare dei bisogni umani geneticamente determinati, quali i bisogni di esplorazione, di stimolazione e di novità. In tal senso viaggiare ci può far bene.

Viaggiare è anche un modo di spostarsi da un luogo ad un altro, quindi un mezzo di trasporto. Se esistesse una macchina capace di trasportarci da un luogo and un altro istantaneamente, la durata del viaggio sarebbe nulla e quindi il viaggiare inteso come spostamento non avrebbe alcun interesse, né significato, ma ciò che conta sarebbe solo la meta raggiunta e visitata. D’altra parte ci possono essere viaggi in cui l’attrazione è costituita più dal viaggiare, cioè dallo spostamento e dal movimento, piuttosto che dalla (o altre alla) meta del viaggio.

Per me viaggiare ha, tra le altre cose, l’effetto di farmi accantonare i pensieri ripetitivi legati all’ambiente in cui vivo abitualmente, creando spazio per nuove idee e nuove riflessioni. In altre parole, durante i miei viaggi mi sento più creativo.

Non tutti amano viaggiare con la stessa intensità. Infatti ognuno dovrebbe capire qual è la sua dose ottimale di giorni di viaggio rispetto ai giorni di stanziamento.

Grazie alla tecnologia si può anche viaggiare in modo virtuale, e a volte i viaggi virtuali sono più istruttivi di quelli reali, anche se non abbastanza stimolanti.

Il piacere della sottomissione

A mio parere, l'uomo ha una tendenza innata a sottomettersi agli "altri", intendendo con questa parola non singoli individui, ma ciò che George H. Mead definisce come "Altro generalizzato". Si tratta di un ente mentale che potremmo chiamare anche "spirito della comunità", riferendoci alla comunità soggettiva e ideale a cui ognuno vorrebbe appartenere, caratterizzata da particolari aspetti culturali, intellettuali, economici,  estetici, etici, religiosi, ecc.

L'uomo, infatti, non può esistere né soddisfare i propri bisogni al di fuori di una comunità e il dramma esistenziale di ognuno consiste nel trovare e mantenere un posto sostenibile in una comunità sostenibile, vale a dire una comunità e un posto tali da permettergli di soddisfare in modo stabile e inesauribile tutti i propri bisogni.

La sottomissione è dunque funzionale all'appartenenza, anzi, ne è condizione imprescindibile. In termini sistemici si può infatti dire che un ente non può far parte di un sistema se non viene accettato dal sistema stesso, cioè se le altre parti non accettano di interagire con l'ente in questione in modo cooperativo.

L'ente che vorrebbe entrare a far parte di un sistema deve dunque adattarsi al sistema (e non viceversa), anche se una parte può, in condizioni particolari e in una certa misura, modificare il sistema stesso. Questo vale anche per un individuo che aspira a far parte di una comunità.

Dal momento che le comunità moderne sono molto numerose e fluide in termini di prerequisiti, un individuo ha una certa libertà di scelta sia relativamente alle comunità a cui appartenere, sia per quanto riguarda i ruoli da giocare nelle stesse. Tuttavia, una volta effettuata tale scelta, all'individuo non resta che sottomettervisi, per godere dei benefici derivanti dall'appartenenza alla comunità e per non rischiare di perderli. Vale a dire che l'individuo, dopo aver esercitato la libertà di scelta, deve rinunciare all'ulteriore esercizio di tale libertà in virtù della stabilità acquisita. D'altra parte, la sottomissione è una fonte di piacere (di cui il soggetto è più o meno consapevole) in quanto motivo di soddisfazione e di sicurezza.

Un individuo potrebbe tuttavia ritrovarsi sottomesso a comunità e/o a ruoli che non soddisfano sufficientemente i propri bisogni. In questo caso la sottomissione è causa di frustrazione, conflitto o paura e può dar luogo alla ricerca di nuove comunità o di nuovi ruoli nella comunità di appartenenza.

Riassumendo, la soddisfazione dei bisogni e la sicurezza di un essere umano sono normalmente legati alla sua sottomissione a certe comunità e a certi ruoli nelle stesse. Quando le comunità e i ruoli soddisfano sufficientemente i bisogni dell'individuo, questo prova piacere nella sottomissione. In caso contrario, la teme.

Perché soffriamo?

Perché soffriamo?

L’avverbio “perché” ha due significati: può essere inteso come “per effetto di quale causa” o “a quelle scopo”. Possiamo allora sdoppiare la domanda nelle due seguenti:

  1. Quali sono le cause delle nostre sofferenze?

  2. A quale scopo soffriamo?

In entrambi i casi assumiamo di soffrire, il che non è sempre vero. Allora, per essere più precisi, dovremmo porre le domande come segue:

  1. Quando soffriamo, quali sono le cause delle nostre sofferenze?

  2. Quando soffriamo, a quale scopo ciò avviene?

In forme più snelle potremmo formulare le domande come segue:

  1. in quali casi soffriamo?

  2. a quale scopo ci capita di soffrire?

La seconda domanda presuppone che la sofferenza abbia uno scopo, ma ciò non è evidente. Chiediamoci dunque se sia vero.

Osservando il fenomeno del dolore fisico causato da ferite, disfunzioni o stress corporei, è ragionevole supporre che esso si sia sviluppato (evoluzionisticamente) per indurre il sistema nervoso cosciente ad agire in modo “intelligente” allo scopo di evitare, limitare o curare danni al corpo. E’ dunque ragionevole pensare che anche la sofferenza “mentale” abbia uno scopo analogo, cioè quello di indurre il sistema nervoso cosciente ad agire in modo intelligente allo scopo di evitare o curare danni sociali, economici o materiali alla persona, come ad esempio l’emarginazione sociale o un qualsiasi tipo di punizione o perdita di vantaggi o di proprietà.

In tale ottica, il dolore, il piacere, la sofferenza, la gioia possono essere considerati gli strumenti attraverso i quali l’inconscio ordina alla coscienza di usare l’intelligenza per soddisfare certi bisogni.

Detto ciò, la risposta alla seconda domanda potrebbe essere: ci capita di soffrire perché, grazie alla funzione motivante della sofferenza, possiamo “orientare” o “correggere” il nostro comportamento in modo da soddisfare meglio i nostri bisogni.

Infatti, quando questi sono soddisfatti, la sofferenza cessa e viene sostituita da uno stato neutrale o di gioia.

Se prendiamo per buona tale risposta, è utile chiedersi quali siano i bisogni che il nostro inconscio cerca di soddisfare mediante le leve delle sofferenze e delle gioie. E' inoltre ragionevole pensare che il risultato di tale ricerca valga come risposta alla domanda iniziale "in quali casi soffriamo?".

Per concludere, a mio avviso, le nostre sofferenze sono causate dalla mancata soddisfazione di certi nostri bisogni e sono utili ad orientare o correggere il nostro comportamento in modo da facilitare tale soddisfazione. Per ridurre le nostre sofferenze è dunque essenziale conoscere i nostri bisogni, specialmente quelli inconsci, ed agire in modo "intelligente", cioè razionale, per soddisfarli.

Sulle cause delle nostre sofferenze

Chi “vuole” il nostro dolore? Perché soffriamo? Sappiamo che un umano può desiderare che un altro umano soffra e può contribuire volontariamente o involontariamente, consciamente o inconsciamente, alla sofferenza altrui, ma che succede quando il nostro dolore è provocato da noi stessi, cioè da una causa interna alla nostra persona?

Se consideriamo il dolore fisico, la questione è abbastanza semplice. E’ ovvio che una martellata su un dito, o una bruciatura provochino dolore, non importa se siamo stati noi stessi o altri a provocare la martellata o la bruciatura, ma se consideriamo il dolore non fisico, che chiameremo “mentale”, la faccenda è molto più complessa e complicata.

Infatti non è facile comprendere le cause dei dolori “mentali” come la malinconia, la tristezza, la paura, il panico, la depressione, la disperazione, la delusione ecc. Né è facile capire quanto gli altri siano coinvolti (volontariamente o involontariamente) in tali sofferenze.

Infatti dovremmo chiederci in quale misura gli altri sono responsabili dei nostri dolori mentali, in quale misura tali dolori siano dovuti a cause fisiologiche o alla nostra costituzione fisica, e in quale misura siano causati dalle nostre idee, cioè dai nostri pensieri, dai nostri ricordi, dalla nostra visione del mondo, dal nostro sistema di valori, dal nostro temperamento, dal nostro carattere ecc.

Io credo che in molti casi i dolori mentali siano causati da molteplici cause che agiscono sinergicamente, e credo che gli altri umani siano sempre coinvolti in essi, più o meno direttamente o indirettamente, volontariamente o involontariamente, oltre ad altre cause insite nella nostra personalità e nei contenuti e nella configurazione della nostra mente, cioè nelle logiche con cui interpretiamo il mondo, la società e altri individui particolari.

E’ possibile che una persona infligga volontariamente dolore su se stessa? Penso di sì, seppur molto raramente. Credo che ciò avvenga come mezzo per ottenere dei vantaggi, come, ad esempio, per espiare peccati o colpe sociali e farsi così perdonare, o per attirare attenzione e cure da parte di altri, o per far sentire qualcuno in colpa attribuendogli la responsabilità delle proprie sofferenze.

Più comune è il caso in cui il dolore, specialmente quello mentale, è inflitto, involontariamente, dal proprio corpo o dal proprio inconscio (che è la stessa cosa se consideriamo l’inconscio come tutto ciò che non appartiene alla coscienza, quindi anche il resto del corpo fisico).

Io suppongo che il dolore sia il segnale che il nostro corpo (ovvero il nostro inconscio) ci manda per dirci che stiamo sbagliando qualcosa, che ci stiamo comportando in modo non sano (fisicamente o socialmente), o che ci troviamo in un ambiente nocivo da cui faremmo bene a uscire.

Perciò ritengo importante, quanto siamo assaliti da un dolore fisico o mentale che non possiamo sedare immediatamente con qualche noto rimedio, soffermarci a cercare di capire cosa stiamo sbagliando nel nostro comportamento o nei nostri pensieri, e cosa ci può essere di nocivo nel nostro ambiente naturale e/o sociale, ovvero nelle relazioni col resto del mondo e in particolare nelle nostre relazioni sociali.

Per piacere o per paura

Una risposta molto semplice alla domanda “perché facciamo ciò che facciamo e non facciamo ciò che non facciamo?” potrebbe essere: “per piacere o per paura”, ovvero, più precisamente, per attrazione (o desiderio) del piacere e/o per repulsione (o paura) del dolore. Infatti ritengo che aver paura di una certa cosa implichi prevedere (consciamente o inconsciamente) che quella cosa possa procurarci del dolore, direttamente o indirettamente. Ritengo inoltre che essere attratti da una certa cosa implichi prevedere (consciamente o inconsciamente) che quella cosa possa procurarci del piacere, direttamente o indirettamente.

Ovviamente tale risposta non può essere definitiva perché subito dopo dovremmo farci domande sulla natura del piacere che ci attrae e del dolore che ci repelle. In altre parole, dovremmo chiederci cosa ci piace e cosa ci fa soffrire, e poi chiederci: perché ci piace ciò che ci piace e ci fa paura ciò che ci fa paura?

Per rispondere a tutte queste domande, io parto dal concetto di “bisogno”, intendendo con tale termine ciò che è indispensabile ad un essere vivente per sopravvivere come specie e, seppure per un tempo limitato, come individuo (infatti qualsiasi specie si estinguerebbe se i suoi esemplari non sopravvivessero almeno per il tempo necessario alla loro riproduzione).

Presumo inoltre che il piacere e il dolore siano gli strumenti attraverso i quali l’organismo obbliga gli animali capaci di provare piacere e dolore, a comportarsi in modo da soddisfare in misura sufficiente i bisogni della propria specie.

Questo meccanismo è relativamente semplice se parliamo di bisogni primari, cioè quelli scritti nel DNA, più complesso se parliamo di bisogni secondari o acquisiti, o indotti, ovvero di quei bisogni che costituiscono dei mezzi per soddisfare bisogni primari, ma che possono anche rivelarsi nocivi in tal senso, essendo i bisogni secondari un effetto della cultura, dell’educazione, delle esperienze personali e della loro elaborazione razionale, che può anche essere erronea, così come una cultura può essere più o meno sana.

Per riprendere la semplice risposta alla domanda iniziale, io suppongo che tutto ciò che facciamo lo facciamo per il piacere di farlo o per la paura di non farlo, così come tutto cià che evitiamo di fare, lo evitiamo per la paura di farlo.

Partendo da tale supposizione, credo convenga chiedersi se le nostre previsioni di piacere non siano illusorie, e se le nostre previsioni di dolore (cioè le nostre paure) non siano infondate. Infatti ritengo che una persona è saggia nella misura in cui non ha paure infondate o esagerate rispetto alla loro reale natura, e nella misura in cui non si illude di ricavare piacere da ciò che non lo può conferire, o che è di breve durata e seguito da sofferenze.

In altre parole, il saggio sa realisticamente cosa provoca piacere e cosa provoca dolore, e in quale misura, e si comporta di conseguenza.

Rimozione e mistificazione di piaceri e dolori

Piaceri e dolori, attrazioni e repulsioni, desideri e paure hanno una valenza sociale, nel senso che possono essere approvati o disapprovati dagli altri e, di conseguenza, influenzare il comportamento altrui a favore o a sfavore del soggetto che prova tali sentimenti.

Di conseguenza, sin da bambini, siamo abituati a nascondere o mistificare (anche a noi stessi) ciò che veramente desideriamo e ciò che ci disgusta o ci fa paura. Il risultato è l’ignoranza, la negazione o la falsificazione delle nostre motivazioni e inclinazioni, con effetti negativi sulla capacità di soddisfare i bisogni propri e quelli altrui.

Io penso, infatti, che tutto ciò che l’uomo fa (e non fa) sia condizionato e causato dalla sua percezione o anticipazione del piacere e del dolore in tutte le possibili forme, in quanto è attraverso il piacere e il dolore che il corpo, ovvero l’inconscio, “ordina” all'io cosciente ciò che deve fare (o smettere di fare) per assicurare la vita dell’individuo e la riproduzione della sua specie.

In altre parole, a mio parere, è attraverso i sentimenti (ovvero le varie forme di piacere e di dolore) che la psiche viene costruita, strutturata e sviluppata, ovvero programmata. La programmazione consiste in associazioni tra entità (oggetti, persone, idee, simboli) e sentimenti, ovvero in risposte cognitivo-emotive a certi stimoli sensoriali esterni o interni. Il piacere e il dolore sono dunque al tempo stesso i sintomi della soddisfazione o della frustrazione dei bisogni primari, e i mezzi attraverso i quali le logiche consce e inconsce, ovvero gli automatismi mentali, si adoperano per soddisfarli.

Tra tutti i bisogni mistificati o rimossi, ve ne sono, a mio parere, due categorie particolarmente importanti: quelli relativi alla sessualità, ovvero il bisogno di rapporti sessuali, e quelli relativi all'integrazione sociale, ovvero il bisogno di essere approvati, accettati, rispettati, desiderati, serviti, obbediti, accuditi ecc. dagli altri membri della comunità di appartenenza, e, più in generale, il bisogno di interagire con essi.

La rimozione e mistificazione dei piaceri e dei dolori, dei desideri e delle paure, è un fenomeno che non riguarda soltanto gli individui, ma anche la cultura, compresa la scienza. Infatti, a mio parere, pochi scienziati hanno riconosciuto il ruolo fondamentale del piacere e del dolore nell'economia del sistema nervoso, cognitivo, emotivo e motivazionale (uno di questi è Antonio Damasio). Pochi sono, inoltre, i filosofi e gli altri specialisti di scienze umane e sociali che nelle loro opere prendono in considerazione i sentimenti come elemento chiave per comprendere le "ragioni" del comportamento e del pensiero umano (uno di questi è David Hume). Da questo punto di vista i romanzieri sono in generale più istruttivi dei filosofi e degli scienziati.

Per concludere, se vogliamo migliorare la soddisfazione dei nostri bisogni e di quelli altrui, ovvero la qualità delle nostre Interazioni con gli altri, a mio avviso, dovremmo cercare di demistificare le nostre motivazioni e quelle altrui, e "resuscitare" quelle che abbiamo rimosso in quanto considerate socialmente scorrette o eccessivamente dolorose.

Il buono e il cattivo della vita, delle persone, delle religioni e di ogni altra cosa

E' banale dire che in ogni cosa c'è il bene e il male, che ci sono vantaggi e svantaggi, ma non è così che la pensa il nostro inconscio. Per ammettere che una cosa sia buona e anche cattiva, a seconda dei punti di vista, dei momenti, delle circostanze, occorre fare uno sforzo razionale cosciente csenza il quale ogni cosa in un dato momento ci appare buona oppure cattiva oppure indifferente, o meglio: in un dato momento prevale, nella nostra percezione e sensazione, il buono o il cattivo, oppure le due valutazioni sono paritarie. Il giudizio, tuttavia, può cambiare in ogni momento.

La nostra mente, permettendo la contraddizione dei valori e delle cognizioni ci da un vantaggio evoluzionisticamente adattivo. Infatti, la possibilità di cambiare idee e valori rende la nostra vita più varia, e la varietà è fondamentale per la sopravvivenza della specie attraverso la selezione naturale. In altre parole, se fossimo sempre coerenti, se non cambiassimo mai idee, valori e punti di vista, non ci sarebbe evoluzione culturale.

Il buono di una cosa è ciò che ci procura direttamente o indirettamente piacere, ovvero ci aiuta ad ottenere cose che ci procurano piacere. Il cattivo di una cosa è ciò che ci procura direttamente o indirettamente dolore. Da parte loro, il piacere e il dolore sono la manifestazione e la "retribuzione"  della soddisfazione o insoddisfazione di una o più motivazioni (ovvero di bisogni e loro derivati).

Quasi tutte le cose che interessano la vita umana possono procurare sia piacere che dolore, ovvero possono essere utili e dannose rispetto alla soddisfazione dei bisogni.

Per esempio, le religioni. Il buono di una religione è che ci ricorda che non siamo liberi di fare ciò che vogliamo, ma siamo schiavi di forze più grandi di noi (le leggi fisiche e biologiche della natura, della nostra specie, del nostro corpo e della nostra mente inconscia), che abbiamo dei doveri verso la natura, la nostra specie, gli altri e noi stessi, e che se non li assolviamo stiamo e/o staremo male noi stessi. Questo ci consente di formare società civili, regolate da solidarietà e norme morali. Il cattivo di una religione è invece il fatto che essa spesso e facilmente suscita odio, disprezzo o indifferenza verso chi non segue la stessa religione (sia esso ateo o seguace di un'altra religione), ostacola il progresso intellettuale affermando verità che tali non sono e punendo chi le mette in dubbio; e ostacola il progresso etico e civile affermando o imponendo come assoluti e non negoziabili valori che sono in realtà relativi e negoziabili.

Consideriamo gli esseri umani. Il buono di un essere umano è che può soddisfare i nostri bisogni di interazione, di collaborazione, di aiuto, di intimità, di sessualità, di riproduzione, di conoscenza, di scambio ecc. Il cattivo di un essere umano è che può ostacolarci, competere contro di noi, aggredirci, derubarci, sottometterci, limitare la nostra libertà, ingannarci, tradirci, distruggerci.

Consideriamo la vita in generale. Il buono e il cattivo della vita sono il piacere e il dolore che essa ci permette di provare, in un bilancio che è molto diverso da persona a persona e da momento a momento. Il fatto che il suicidio sia una causa di morte molto rara (in Europa circa 1% del totale) sembrerebbe indicare che il buono della vita prevale sul cattivo in tutto il mondo, seppure con percentuali diverse da paese a paese e da epoca ad epoca.

Risposte cognitive, emotive e motivazionali e il triplice bias

Nota: in questo articolo i concetti di emozione e di sentimento non sono distinti, e i due termini sono usati come sinonimi. Di conseguenza il termine”emotivo” viene usato come sinonimo di ”sentimentale”.

Si può discutere all’infinito, e senza venirne a capo, se l’uomo sia una speciale categoria di computer, ovvero se il suo sistema nervoso funzioni, almeno in parte, in modo analogo a quello di un computer, ma non voglio farlo in questo articolo. Mi pare però incontrovertibile che ogni essere umano reagisca a stimoli interni ed esterni in modi che gli sono peculiari, ovvero non casuali, e che costituiscono la sua personalità e identità sociale, ovvero il suo comportamento tipico.

Ci si aspetta infatti che una persona reagisca in un certo modo in funzione della propria personalità (ovvero temperamento, carattere e cognizioni) come se questa costituisse un programma o una strategia di vita. In altre parole, anche ammettendo l’esistenza del libero arbitrio, dobbiamo supporre che esso non venga esercitato in modo casuale ovvero totalmente libero, ma secondo certe abitudini, direttive, regole, principi o limiti caratteristici del soggetto.

Io suddivido le risposte agli stimoli in tre categorie interdipendenti: cognitive, emotive e motivazionali, o “motive”.

Le risposte cognitive (ovvero razionali o semantiche) riguardano il riconoscimento di concetti, nozioni, idee, identità, situazioni, categorie, tipi ecc. in base alla percezione di stimoli esterni come parole, immagini, segni, suoni, sensazioni tattili ecc. e di stimoli interni come ricordi, sentimenti, emozioni, percezioni fisiche viscerali ecc.

Le risposte emotive riguardano l’attivazione di emozioni e sentimenti più o meno piacevoli o dolorosi, in base al riconoscimento di elementi cognitivi (risposte cognitive) oppure a percezioni sensoriali interne, come modifiche dello stato o del metabolismo corporeo, e la coscienza di ciò che si è intenti a fare o che si desidera fare.

Le risposte motive riguardano l'attivazione di particolari motivazioni come volontà, desideri, intenzioni, inclinazioni, scelte, interessi, attrazioni e repulsioni ecc. in base a particolari percezioni cognitive ed emotive.

È importante sottolineare l'importanza dell’interdipendenza delle tre categorie di risposte in quanto essa determina fenomeni di bias complessi poiché anch'essi interdipendenti.

Infatti, oltre al ben noto bias cognitivo, per il quale le cognizioni di una persona sono influenzate dai suoi sentimenti e dalle sue motivazioni, possiamo parlare di “bias emotivo”, nel quale certi sentimenti sono influenzati da certe cognizioni e motivazioni, e di “bias motivazionale”, in cui certe motivazioni sono influenzate da certe cognizioni e certe emozioni.

Pertanto conviene parlare di risposte cognitivo-emotivo-motive, intendendo insieme le tre categorie di risposte reciprocamente condizionate. In altre parole, una risposta di una certa categoria dà normalmente luogo a risposte delle altre due. Insomma, è difficile, se non impossibile, che vi siano in un essere umano risposte puramente cognitive, puramente emotive, o puramente motivazionali.

Se queste mie supposizioni sono valide, dovremo farci qualche domanda sulla genesi delle risposte cognitivo-emotivo-motive tipiche di una persona, e sulle possibilità di una loro modifica per iniziativa del soggetto o di altri. Ma di ciò mi riservo di parlare in uno dei prossimi articoli.

Altruismo, egoismo, ipocrisia e selezione naturale

Considerazioni suscitate dalla lettura di un articolo di Telmo Piovani intitolato “Biologia dell’altruismo” (nilalienum.it/Sezioni/Darwin/PievAltruismo.html).

In una prospettiva evoluzionistica, l'altruismo è vantaggioso non per l'individuo, ma per il gruppo a cui egli appartiene. Tuttavia l'appartenenza ad un gruppo avvantaggiato dal comportamento altruista dei suoi membri costituisce indirettamente un vantaggio per i suoi stessi membri, rispetto ai membri di altri gruppi di persone meno altruiste.

Questo schema si complica quando in un gruppo di persone prevalentemente altruiste si “nascondono” persone prevalentemente egoiste. In tal caso gli intrusi hanno un doppio vantaggio: uno diretto e uno indiretto. Perciò l’ipocrisia non smascherata è vincente per l’individuo, come pure è vincente, per il gruppo e per i suoi membri, ogni azione di "smascheramento" degli ipocriti.

Occorre osservare, d’altra parte, che, laddove per la sopravvivenza dell’individuo non sia necessaria l’appartenenza ad un gruppo molto coeso e cooperativo (ovvero quando le condizioni ambientali e sociali facilitano la vita anche al di fuori del gruppo) l’altruismo perde di importanza e non è premiato dalla selezione naturale. In altre parole, più facile è la vita al di fuori di un gruppo, più le persone tendono a comportarsi in modo egoistico. A tal proposito Samuel Bowles ha scritto: “Il conflitto è la levatrice dell'altruismo: la generosità e la solidarietà verso i propri simili possono essere emerse soltanto in combinazione con l'ostilità verso gli esterni al gruppo”.

Si può dunque parlare di “altruismo localistico”. Tuttavia, in una prospettiva di globalizzazione e di rischi planetari, le cose possono cambiare, dato che il nemico da combattere non è più costituito (solo) da gruppi rivali o nemici, ma dalle catastrofi naturali che possono colpire tutti gli abitanti della Terra, sia per colpa dell’attività antropica che per cause da essa indipendenti. La “patria” diventa dunque l’intero pianeta e i suoi nemici gli egoisti ipocriti che non contribuiscono al bene comune o lo mettono a rischio. Ne consegue che lo smascheramento dell’ipocrisia diventa essenziale per la sopravvivenza della nostra specie.

A margine di tali considerazioni evoluzionistiche, suppongo, da un punto di vista fisiologico, che il comportamento altruistico (quando esiste ed è genuino) sia per lo più spontaneo, cioè involontario, automatico ed inconscio. Presumo che esso sia regolato da meccanismi neuronali di “ricompensa sociale”, che rilasciano endorfine (quando avvengono interazioni sociali cooperative e affettive) dalle quali si diventa facilmenti dipendenti come avviene con sostanze stupefacenti esterne. In altre parole, chi è abituato sin da piccolo ad “assumere” certe endorfine, non può più farne a meno e, per ottenerle, è motivato a comportarsi in modo da guadagnare ricompense sociali (e quindi a interagire cooperativamente, altruisticamente e affettivamente con gli altri).

In tal senso, ipotizzo che fenomeni come l’autismo o l’asperger possono essere causati da disfunzioni fisiche genetiche (totali o parziali) del meccanismo di cui sopra.

Inoltre, penso che molti comportamenti egoistici potrebbero essere dovuti ad un arresto del meccanismo di ricompensa sociale a seguito della cessazione della “normale” dipendenza dalle “endorfine sociali”. Tale cessazione potrebbe avvenire dopo una assenza di ricompense sociali (ovvero di interazioni sociali gradevoli) oltre una certa durata. Per le persone più sfortunate, tale assenza inizia dalla nascita, a causa di un deficit parentale, e potrebbe non avere mai fine.

Che importanza ha il piacere nei rapporti interpersonali?

(Introduzione al caffè filosofico online del 9/1/2024, da me moderato)

Ho scelto questo tema perché nelle mie ricerche sulla natura umana mi sono reso conto che il piacere è di grande importanza per il funzionamento del sistema nervoso umano e per la cooperazione sociale, oltre che come ingrediente della felicità, ma, nonostante ciò, il termine “piacere” ha nella nostra cultura una connotazione piuttosto negativa, cioè dispregiativa, diminutiva o mistificata, probabilmente a causa delle nostre radici cristiane.

Infatti, nelle religioni abramitiche il piacere viene visto essenzialmente come minaccia di perdizione, cioè come qualcosa che allontana dalla devozione religiosa o dai doveri verso il prossimo, e in tali religioni le sole forme di piacere accettabili sono il piacere di beneficiare della grazia di Dio e il piacere che Dio concede all’Uomo in forme rigorosamente limitate come quello connesso con l’unione matrimoniale procreatrice, e con l’arte e la musica religiosa.

In altre parole, nella cultura cristiana, qualsiasi piacere estraneo al rapporto con la divinità e all’unione matrimoniale è generalmente considerato come effimero, ingannevole, spregevole, nocivo, antisociale, peccaminoso ecc.

Questo vale sia per il piacere sessuale o erotico, (specialmente per quanto riguarda la pornografia, la prostituzione, l’autoerotismo e la libertà sessuale) sia per il piacere connesso col consumo di sostanze ghiotte, inebrianti o stupefacenti.

In altre religioni, come ad esempio l’induismo, il taoismo, e il paganesimo greco-romano, il piacere viene invece elogiato o addirittura divinizzato (cioè considerato come dono degli dei), seppure entro certi limiti.

In filosofia, il piacere è stato valorizzato, seppure in modo misurato, da pochi autori, come ad esempio Epicuro, Spinoza, John Stuart Mill, Nietzsche, Aristotele, Russell.

Al di fuori delle religioni e delle filosofie, nella nostra civiltà il piacere viene generalmente tollerato o celebrato in modo più o meno discreto o eclatante (anche dai mass media), in connessione col benessere materiale, con il consumo di beni, con la gastronomia, con il lusso, con la moda, e con la contemplazione della bellezza dei corpi, degli oggetti, degli ambienti e delle opere d’arte.

Da parte mia, vorrei rendere giustizia alla nozione di piacere, evidenziandone gli aspetti salutari e quelli connessi con la qualità delle interazioni sociali, qualità che, a mio avviso, è un ingrediente fondamentale della felicità.

 In altre parole, vorrei promuovere il piacere sostenibile, misurato, consensuale e non abusivo, nelle sue varie forme non religiose e, in particolare, i piaceri che un umano può procurare ad altri umani. 

Infatti credo che i piaceri più grandi, più importanti e più desiderabili siano quelli che provengono dalle azioni, dalle intenzioni e dagli atteggiamenti di altre persone nei nostri riguardi. In tal senso auspico una maggiore consapevolezza e franchezza nella ricerca e nell'offerta di piaceri di natura interpersonale.

Prima di lasciarvi la parola, per chiarire di cosa stiamo parlando, vorrei citare alcune definizioni del termine “piacere” tratte dal vocabolario Treccani:

  • Senso di viva soddisfazione che deriva dall’appagamento di desiderî, fisici o spirituali, o di aspirazioni di vario genere.

  • In senso assoluto, contrapposto a dolore, è il tema, già dall’età socratica, di considerazioni e discussioni filosofiche, spesso antitetiche, volte a stabilirne e fissarne la natura, il ruolo che riveste nel comportamento umano, la valutazione che se ne deve fare dal punto di vista etico.

  • In psicoanalisi, principio del piacere, uno dei due principî fondamentali del funzionamento psichico (l’altro è il principio di realtà), secondo il quale l’uomo tende costantemente a soddisfare i proprî bisogni al fine di ridurre la tensione che il loro insorgere aveva provocato; nel corso dello sviluppo ciò avviene dapprima tramite la soddisfazione diretta del bisogno, successivamente anche attraverso l’immaginazione e la sublimazione, e in via normale tramite l’adattamento al mondo esterno, in particolare alle persone e agli oggetti capaci di fornire gratificazione pulsionale.


Introduzione al caffè filosofico del 28/4/2022 sul tema “Bisogni innati e bisogni indotti”

Il tema di questo incontro è a mio avviso uno dei più importanti in assoluto, se consideriamo i bisogni la causa principale del comportamento umano in ogni suo aspetto, sia per quanto riguarda il comportamento visibile dall’esterno, ovvero le azioni e le espressioni interpersonali, sia quello interno, vale a dire i pensieri e i sentimenti, includendo nel termine “sentimenti” le emozioni, e il piacere e il dolore in ogni loro forma e intensità.

Intendo dire che se noi conoscessimo in modo approfondito e dettagliato i bisogni umani, sia quelli dell’uomo in generale, sia quelli di individui particolari, e in primis i nostri, avremmo forse la chiave di comprensione più efficace per spiegare ogni comportamento umano.

Il tema di oggi si propone di confrontare i bisogni innati con quelli indotti, dando per scontato che ogni essere umano abbia dei bisogni innati (ovvero genetici, o primari) e dei bisogni indotti dalle interazioni con l’ambiente naturale e con quello sociale. Tuttavia credo che prima di parlare di bisogni indotti dovremmo parlare in senso più generale di bisogni acquisiti, e tra questi distinguere quelli indotti da altri (cioè da persone che ci hanno influenzato e dai mass media) e quelli che noi stessi abbiamo sviluppato attraverso le nostre esperienze, in una sorta di auto-induzione.

Intendo dire che ogni umano, attraverso le proprie esperienze, scopre o impara modalità, metodi, strumenti, o più in generale, mezzi per soddisfare i propri bisogni innati. Tali mezzi “appresi” costituiscono a loro volta dei bisogni che potremmo definire secondari, o “strumentali” in quanto necessari per soddisfare i bisogni innati. In altre parole, io suppongo che i bisogni umani siano strutturati a più livelli, dove al livello più alto ci sono i bisogni innati e al disotto ci sono vari livelli, in ognuno dei quali si sviluppano dei bisogni acquisiti (indotti o autoindotti) che servono a soddisfare i bisogni del livello immediatamente superiore.

In tale ottica possiamo considerare i desideri come mezzi per soddisfare dei bisogni. A tal proposito io definisco “bisogno” una motivazione che se non viene soddisfatta provoca la morte o una grave disfunzione organica o psichica, e “desiderio” una motivazione che se non viene soddisfatta provoca solo un dispiacere o una sofferenza di durata più o meno lunga, ma non una disfunzione organica o psichica.

Infine penso che il piacere e il dolore siano connessi strettamente alla soddisfazione e alla frustrazione di bisogni e di desideri. Suppongo infatti che il piacere sia il segnale con cui l’organismo fa sapere alla coscienza che stiamo soddisfacendo una motivazione, e il dolore il segnale con cui l’organismo ci avverte che stiamo frustrando una motivazione.

Detto questo, vi suggerisco di rispondere a domande come le seguenti:

  • Quali sono i bisogni innati dell’uomo in generale e come si differenziano e si modulano nei diversi tipi umani, cioè nei diversi caratteri e temperamenti?

  • Di cosa ha bisogno un essere umano per vivere una vita soddisfacente?

  • In quale misura conosciamo i nostri bisogni e i bisogni umani in generale?

  • Vi sono bisogni innati che la nostra cultura tende a considerare immorali, o politicamente scorretti pur esendo naturali e in tal senso sani?

  • I bisogni indotti sono generalmente dannosi o alcuni di essi possono essere utili ai fini di una pacifica e produttiva convivenza sociale?

  • Quali sono i bisogni indotti più deleteri nel senso che danno luogo alla frustrazione di bisogni innati o provocano problemi e conflitti sociali?

  • Come possiamo liberarci dai bisogni indotti malsani?

  • Che relazione c’è tra bisogni indotti e conformismo? E’ possibile liberarsi dai bisogni indotti dalla società senza isolarsi socialmente?

A voi la parola.

Vedi anche “Caffè filosofico online. Conversazioni sulla vita, sulla società e sulla natura umana

Come io vedo il mondo

Io penso che la visione del mondo di una persona sia una costruzione della sua coscienza, che io chiamo anche “io cosciente”.

Io divido l'io cosciente in tre parti che interagiscono tra loro e non potrebbero esistere l'una senza le altre: la parte cognitiva, la parte emotiva (o sentimentale) e la parte motiva (o motivazionale). La parte cognitiva ci permette di conoscere, memorizzare e riconoscere forme, idee, oggetti e loro concatenazioni; la parte emotiva ci fa provare piaceri e dolori di vario tipo e di varia intensità associati a certe percezioni; la parte motiva ci fa volere, desiderare e scegliere cose che aumentano i nostri piaceri e riducono i nostri dolori, o promettono di farlo.

Il piacere e il dolore (nelle loro varie forme più o meno materiali o ideali) sono le cose più reali (forse le uniche certamente reali) in quanto sentimenti che proviamo direttamente e immediatamente. Infatti chi prova un pacere o un dolore lo prova realmente, non si illude di provarlo, anche se quel sentimento può essere causato da idee di cose immaginarie e inesistenti come spiriti o divinità.

I piaceri e i dolori sono legati rispettivamente alla soddisfazione e all'insoddisfazione di bisogni e di desideri, sia innati che acquisiti.

Al di fuori dei sentimenti, tutto ciò che percepiamo consiste in informazioni, cioè comunicazioni, trasformazioni, elaborazioni, supposizioni, ricordi parziali e deformati, e astrazioni (a vari livelli) di fenomeni reali.

In altre parole, noi non percepiamo (né ricordiamo) la realtà in quanto tale, ma riduzioni (cioè mappe) di essa, e una mappa non è il territorio che rappresenta, così come una parola non è la cosa da essa evocata.

Inoltre non possiamo percepire né capire le cose in sé, ma solo le relazioni e le interazioni tra le cose, relazioni e interazioni che sono il risultato di leggi fisiche, del caso e di logiche algoritmiche (consce o inconsce) memorizzate nelle menti degli esseri viventi (piante, animali ed esseri umani). In altre parole, l'unica forma di conoscenza realistica è relazionale, sistemica e sentimentale, non ontologica.

Da un punto di vista logico (non fisico) Io divido il mondo in quattro parti che interagiscono intimamente tra loro:

  • il mio io cosciente (la mia coscienza)

  • il resto del mio corpo

  • gli altri esseri umani

  • il resto del mondo

Le relazioni e interazioni tra queste parti e tra le parti di queste parti sono l'oggetto delle scienze naturali e di quelle umane e sociali, scienze che dovrebbero essere sempre considerate unitariamente e non come specialità separate, perché è impossibile capire le une senza capire le altre.

Come ogni essere umano, non posso fare a meno della cooperazione con altri umani, ma questa è difficile perché gli altri sono disposti a cooperare con me solo a condizione che io mi comporti conformemente a certe forme e a certe modalità, con certi obblighi e certi divieti, secondo i loro bisogni e desideri. Questo limita la mia libertà di comportarmi come più mi piace e mi interessa, e anche di pensare liberamente, perché non si possono nascondere a lungo i propri pensieri.

Per quanto riguarda le relazioni tra esseri umani, mi pare che siano il risultato di quattro tendenze istintive fondamentali: cooperazione, competizione, selezione e imitazione, tendenze spesso ignorate, negate o dissimulate.

Considero gli esseri umani prevalentemente ignoranti, stupidi, falsi e cattivi, chi più, chi meno, e considero la cattiveria un prodotto dell’ignoranza, della stupidità e della falsità, oltre che una pulsione istintiva a sé stante, che dobbiamo tenere a freno per evitare sciagure a livello individuale e sociale.

Purtroppo non conviene dire a una persona che è ignorante, stupida, falsa o cattiva, perché si offenderebbe e reagirebbe aggressivamente. Pertanto viviamo nella paura di giudicare, e di conseguenza rispettiamo la cattiveria, l’ignoranza, la stupidità e la falsità, con tutti i disturbi mentali e i problemi sociali che tale rispetto comporta.

Io sono per il progresso intellettuale, civile e morale, ma questo incontra la dura e a volte aggressiva resistenza di coloro che preferiscono conformarsi al mondo così com’è piuttosto che cercare di migliorarlo, e per giustificare il loro conservatorismo affermano che la società non può essere migliorata.

Per concludere, per me il mondo è un complesso di fenomeni tra loro correlati che causano piaceri e dolori a noi umani e ad altre forme di vita, e che ci costringono a fare delle scelte di comportamento, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con gli altri, per massimizzare i piaceri e minimizzare i dolori, propri e altrui. L'obiettivo è ottenere la massima collaborazione e benevolenza da parte degli altri al minimo costo in termini di dolore, fatica, noia, limitazioni della propria libertà e catastrofi naturali e sociali.

Introduzione al caffè filosofico del 3/3/2022 sul tema “Etica del dovere vs. etica del gradimento”

Per “etica del dovere” intendo un’etica “normativa”, vale a dire un’insieme di obblighi e divieti predefiniti e non negoziabili, validi per tutti.

Le regole generali di quasi tutte le etiche normative che conosco sono le seguenti:

  1. Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te.

  2. Ama il prossimo tuo come te stesso (cioè fai al prossimo tuo ciò che vorresti fosse fatto a te).

Oltre a queste regole generali, ogni cultura o religione include regole normative particolari, cioè obblighi e divieti piuttosto precisi che riguardano costumi, alimentazione, sessualità, contatti fisici, abbigliamento, estetica, simboli, riti, tradizioni, relazioni sociali, rapporti familiari, comunicazione, aborto, eutanasia ecc.

Sia le regole generali che quelle particolari delle etiche normative generalmente non prendono in considerazione le differenze di temperamento, di carattere, di intelligenza, di cultura, di gusti, di condizioni economiche ecc. tra esseri umani. In altre parole, non tengono conto delle differenze nei desideri e nelle preferenze individuali.

Di conseguenza, un importante inconveniente delle etiche normative è il mancato rispetto delle differenze di personalità, specialmente  per quanto riguarda le persone non conformi ai modelli di pensiero e di comportamento più imitati.

Per esempio, io posso trattare una persona in un modo per me desiderabile, mentre quella lo ritiene indesiderabile, come pure io posso astenermi dal fare a una persona una certa cosa che io ritengo indesiderabile, mentre quella persona ritiene quella cosa desiderabile.

Un altro esempio: uno desidera ricevere certe cose dagli altri, ma non da chiunque altro, bensì solo da persone di un certo tipo. Insomma, ignorare le differenze di gusti e il diritto di scegliere le persone con cui interagire, conduce ad una difficoltà di cooperazione e ad una reciproca frustrazione.

Per superare tale inconveniente delle etiche normative, mi chiedo, e vi chiedo, se non sia preferibile adottare un tipo di etica alternativo, che io definirei “etica del gradimento”, o “etica edonistica” o “etica del piacere”, dove per “piacere” e per “dolore” intendo non solo quelli fisici, ma soprattutto quelli mentali, come ad esempio il piacere di sentirsi desiderati o apprezzati, o il dolore di sentirsi indesiderati o disprezzati.

A differenza delle etiche normative, l'Etica del gradimento da me immaginata non include regole di comportamento precise, ma  consiste in raccomandazioni generali e proposte sempre negoziabili aventi come scopo la ricerca del piacere e l’evitamento del dolore propri e altrui attraverso la soddisfazione dei rispettivi bisogni e desideri.

Infatti, un essere umano riesce a soddisfare i propri bisogni e desideri solo attraverso la cooperazione con altri umani e questa cooperazione può essere ottenuta, tra adulti, solo attraverso la soddisfazione dei rispettivi bisogni e desideri (escludendo altri mezzi come la violenza e l’inganno).

Le regole generali dell’Etica del gradimento da me immaginata sono le seguenti:

  1. Fai al prossimo tuo ciò che egli gradisce gli venga fatto, purché e finché tale comportamento non causi la frustrazione dei tuoi bisogni e dei tuoi desideri.

  2. Non fare al prossimo tuo ciò che egli non gradisce gli venga fatto, purché e finché tale astensione non causi la frustrazione dei tuoi bisogni e dei tuoi desideri.

  3. Cerca di sapere cosa il prossimo tuo gradisce e cosa non gradisce che gli venga fatto, affinché tu possa seguire correttamente le regole 1 e 2.

  4. Fai sapere al prossimo tuo ciò che tu gradisci e ciò che non gradisci che ti venga fatto, affinché egli possa seguire correttamente le regole 1 e 2.

L'etica del gradimento è più impegnativa di quelle normative perché richiede lo sforzo di imparare a conoscere i particolari desideri altrui, cosa non prevista dalle etiche normative.

Infatti la regola più difficile dell'Etica del gradimento è la numero 3, perché capire cosa ogni persona particolare gradisce e cosa non gradisce richiede una sensibilità e una cultura umanistica (specialmente psicologica) che molte persone sembrano non possedere a sufficienza.

Pertanto la "dottrina" dell'Etica del gradimento dovrebbe essere accompagnata dall'insegnamento di una psicologia finalizzata soprattutto allo studio dei bisogni, dei desideri, delle emozioni e dei sentimenti umani, in generale e nelle possibili variazioni individuali.

Per ulteriori considerazioni sull’Etica del gradimento, vedi l’articolo in  https://blog.cancellieri.org/etica-del-gradimento/.

Cosa pensate di questa mia idea? E cosa pensate delle etiche normative?

A voi la parola!

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