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Riflessioni di Bruno Cancellieri su

Psicopatia

76 articoli tratti dal blog "Il mondo visto da me"

Indice delle monografie | Indice degli articoli per anno

Sogno e pazzia

Nei sogni è consentito impazzire.

Matti inconsapevoli

Siamo tutti matti ma pochi lo sanno.

Follia vs. libertà

Tra libertà e follia il passo è breve.

Depressione e valore

Per la persona depressa nulla ha valore.

Condividere le proprie follie

I folli desiderano condividere con altri le proprie follie.

Paura patologica

La paura è una malattia mentale quando è troppa o troppo poca.

Impazzire volontariamente

Se la pazzia fa stare meglio, perché non impazzire volontariamente?

Immaginazione e pazzia

Pazzo è colui che non sa distinguere la realtà dall'immaginazione.

Verità e pazzia

La verità ci fa impazzire. La salute mentale si regge sulla mistificazione.

Sulle nevrosi

Non sono le persone in sé ad essere nevrotiche, ma le relazioni tra di esse.

Follia e conflitti

La follia potrebbe essere un modo in cui la mente risolve insopportabili conflitti.

Follia tra restrizioni e libertà

La follia può essere causata da (e causa di) un eccesso di restrizione o di libertà.

Piacere, dolore e salute mentale

Sono malate le menti e le società in cui il piacere è disprezzato e il dolore apprezzato.

Malattie dell'anima

Se l'anima fosse puro spirito non si ammalerebbe. I disturbi mentali sono malattie dell'anima.

Saper fingere

Fingersi stupidi richiede una grande intelligenza, e fingersi pazzi un grande equilibrio mentale.

Quando siamo depressi

Quando siamo depressi pensiamo che nessuno ci possa soddisfare e che non possiamo soddisfare nessuno.

Precauzione con gli esseri umani

Gli esseri umani vanno trattati con precauzione, data la loro stupidità e la loro scarsa salute mentale.

Caos e follia

Comportamenti folli o caotici possono essere atti di ribellione e aggressione contro l’ordine costituito.

Malati di mente "normali" in cerca di cura

Bisognerebbe fondare un'associazione di "normali" malati di mente in cerca di una cura. Mi assocerei subito.

La questione della pazzia

La questione non è se siamo pazzi o sani di mente, ma se siamo consapevoli o inconsapevoli della nostra pazzia.

Amici, nemici, e schizofrenia

Quando non riesci a capire se una persona da cui dipendi ti è amica o nemica, cominci a diventare schizofrenico.

Pazzia e diversità

Se io decidessi di pensare e di comportarmi in modo diverso da qualsiasi altra persona, mi prenderebbero per pazzo.

Pazzia e verità

I pazzi conclamati hanno il privilegio di poter dire ciò che pensano senza paura di essere presi per pazzi o malvagi.

Doppio vincolo e malessere psicofisico

Il malessere psicofisico può essere dovuto ad un conflitto (ovvero "doppio vincolo") tra bisogni antagonisti inconsci.

Responsabilità e salute mentale

Ognuno è responsabile dell'uso del corpo e della mente che il caso gli ha assegnato, nella misura in cui è sano di mente.

Sull'autocontrollo

C'è un limite all'autocontrollo (in termini di durata e di frequenza) che non conviene superare per evitare di star male o di impazzire.

Sul bisogno di interazione

La mancanza di interazione può causare frustrazione e danni psichici. Così come abbiamo bisogno di riposare, abbiamo bisogno di interagire.

Chi è malato di mente?

Siamo tutti, chi più, chi meno, malati di mente, ma i più non lo sanno, e se uno glielo spiega non ci credono, a causa della malattia stessa.

Vivere in una società malata

Dovremmo chiederci quanto la società in cui viviamo sia malata, perché vivere in una società malata ci ammala.

In cosa consiste la pazzia?

Per me la pazzia consiste nella disconnessione dagli altri, cioè nell'incapacità di comunicare con gli altri in modo comprensibile e credibile da loro.

Sulle malattie psichiche

Interessarsi di malattie psichiche è importante perché non possiamo escludere di non esserne affetti almeno in parte, o che non ne saremo affetti in futuro.

Conoscersi

Siamo tutti pazzi, ma in modi diversi. Conoscere una persona significa capire il suo particolare tipo di pazzia. Questo vale anche per la conoscenza di se stessi.

Cultura e malattia mentale

La malattia mentale, al pari della cultura, è contagiosa. D'altra parte, ogni cultura è morbosa nella misura in cui impone o propone comportamenti malsani o repressivi.

Follia immaginaria

Provate per qualche minuto a immaginare di essere pazzi. Forse scoprirete qualcosa di interessante sulla natura umana e su voi stessi, che non avete mai osato conoscere.

Effetti della frustrazione dei bisogni

Se certi bisogni non vengono soddisfatti in misura sufficiente, la psiche, e/o il corpo che la contiene, si possono ammalare, le loro capacità diminuire e il loro sviluppo arrestare.

Pazzia e verità

I pazzi conclamati hanno il grande vantaggio di poter dire ciò che pensano degli altri senza nascondere nulla e senza fingere. E' un lusso che i sani di mente non possono permettersi.

Chi non è schizofrenico almeno un po'?

Confondere l'immaginazione con la realtà, ovvero la mappa (mentale) col territorio, è uno dei sintomi più evidenti della schizofrenia. Perciò siamo tutti, chi più chi meno, schizofrenici.

La follia come rifugio

Ciò sono persone che non riescono a sopportare i disagi e i doppi vincoli della nostra civiltà, e per avere un po' di pace si rifugiano nella follia, nell'illusione, nell'allucinazione ecc.

Cause dei disturbi psichici

Molti disturbi psichici sono causati da conflitti, per lo più inconsci, tra motivazioni antitetiche nei confronti degli altri, che possono dar luogo a inibizioni o comportamenti incoerenti e insoddisfacenti.

Due tipi di pazzie

Ci sono due tipi di pazzie: quelle che tendono a inibire e quelle che tendono a liberare. Per il pazzo "inibito" la società è piena di persone senza freni morali, per il pazzo "liberato" essa è piena di persone represse.

Società malate di mente

Ci sono ancora 12 paesi dove c'è la pena di morte per gli atei o gli apostati. Questi casi dimostrano che la maggioranza di una società può essere malata di mente e trasmettere la sua malattia alle generazioni successive.

Sulla malattia mentale

Non esiste una separazione tipologica tra i malati di mente e i sani di mente, ma un continuum tra il molto malato e il molto sano, e ogni essere umano si trova in un punto variabile, non misurabile oggettivamente, di questo continuum.

L'Italia è un Paese malato di mente [Vittorino Andreoli]

http://www.huffingtonpost.it/2013/08/06/vittorino-andreoli-intervista-italia-malato-psichiatrico_n_3712591.html

Cristianesimo e schizofrenia

Nella religione cristiana si può peccare non solo con le azioni, ma anche con i pensieri, con i desideri e perfino con i sentimenti, ovvero anche senza volerlo. Idea geniale per impadronirsi delle menti dei fedeli e diffondere la schizofrenia.

Schizofrenia delle religioni

Molte religioni insegnano allo stesso tempo ad essere umili e arroganti. Umili verso i propri correligionari, arroganti verso gli "infedeli" e i non credenti. Gregory Bateson direbbe che si tratta di un doppio vincolo (double bind) e come tale può essere causa di schizofrenia.

Esperimento mentale sulla demenza

Immaginiamo che a causa di un’evoluzione genetica irreversibile e incurabile, tra qualche anno ogni essere umano diventerà demente a partire dal compimento del cinquantesimo anno di vita. Come cambierebbe la nostra visione del mondo? Come cambierebbero le nostre interazioni sociali?

Psicopatie nascoste

Dopo ogni strage causata da uno psicopatico viene intervistato un vicino di casa che tipicamente dice: "Era una brava persona, educato, tranquillo. Non avrei mai pensato che avrebbe potuto causare una strage". Chissà quanti psicopatici ci sono intorno a noi, che sembrano brave persone.

Sani o malati di mente

Molti pensano che una mente possa essere sana o malata, intendendo "interamente" sana o "interamente" malata. Ma così come il corpo può essere parzialmente malato e in modo più o meno grave, così anche la mente. Tuttavia quasi tutti credono di essere interamente sani o interamente malati di mente.

"Normale" vs. "sano"

"Normale" non significa "sano". Sano è chi non soffre se non in misura occasionale, giustificata e proporzionata rispetto alle cause. Ci sono società, come la nostra, dove è "normale" avere disturbi mentali, soffrire per motivi irrazionali, ovvero cercare ciò che fa male e non cercare ciò che fa bene.

Fuga dalla realtà

Contraddizioni, incongruenze, delusioni, illusioni, inganni, doppi vincoli e indecisioni ci rendono infelici. Per evitare il dolore che sentiremmo affrontando tali contrasti, le nostre menti perdono la capacità critica, il senso della misura e il senso della realtà, fino a rendere invisibili i contrasti stessi.

Sulla salute mentale

La salute mentale richiede una visione del mondo coerente, cioè senza contraddizioni logiche. Infatti il malato mentale ha diverse visioni del mondo tra loro incompatibili e inconciliabili, che danno luogo a diverse personalità in conflitto tra loro. Tale conflitto è paralizzante e consuma inutilmente energia mentale.

Sono pazzo ma nessuno ci crede

Sono furbo. Sono riuscito a far credere a tutti quelli che ho conosciuto che sono sano di mente. Neanche quando dico loro che sono pazzo ci credono. Perché se ci credessero dovrebbero cominciare a chiedersi se non sono malati di mente anche loro. La verità è che sono pazzo per il semplice fatto di essermi adattato ad una società malata.

Tutti pazzi e stupidi

La follia e la stupidità non sono fenomeni binari (per cui uno sarebbe sano o malato di mente, intelligente o stupido), ma fenomeni quantitativi. Intendo dire che siamo tutti, in misura variabile, pazzi e stupidi, chi più, chi meno, a volte di più, a volte di meno. Lo stesso vale per la consapevolezza di essere parzialmente pazzi e stupidi.

Chi non è con me è contro di me

"Chi non è con me è contro di me." (Matteo 12,30). Difficile trovare un'affermazione più dannosa per le menti degli esseri umani e per la pacifica convivenza tra persone di vedute diverse.

Questa logica è causa di schizofrenia, guerre, e dell'inibizione dell'empatia nei confronti di coloro che hanno una mentalità diversa dalla propria.

Sui traumi psichici infantili

Quando si parla di "traumi" infantili si intendono momenti traumatici, cioè eventi particolari, che avrebbero conseguenze gravi nello sviluppo psichico degli interessati. A tal proposito io ritengo che siano generalmente molto più importanti e determinanti (nel bene e nel male) le situazioni abituali in cui un bambino vive, più che certi eventi particolari a cui partecipa.

Pazzi e stupidi

Per essere pazzi ci vuole una certa intelligenza perché la pazzia è una intelligenza distorta. Invece gli stupidi non impazziscono, restano stupidi. Pertanto la gente si può dividere in due categorie: i pazzi e gli stupidi. I sani di mente sono rare eccezioni, contano poco nella società e sono poco riconoscibili. Modestamente, io appartengo alla categoria dei pazzi.

Scienza e follia

Finché la scienza e la tecnologie erano poco sviluppate, l'irrazionalità dell'uomo non poteva fare danni irreparabili. Oggi, invece, scienza e tecnologie sono così potenti nel bene e nel male, che l'irrazionalità è un lusso che non possiamo più permetterci, per cui dobbiamo affrettarci ad imparare a controllare la nostra follia e ad usare la ragione in modo corretto, prima che arrivino catastrofi irreparabili a livello planetario.

La finestra sul mondo

Ogni giorno mi affaccio per qualche minuto alla finestra del mondo (Facebook) per vedere a che punto siamo con la salute mentale della gente. Purtroppo, da quando esiste Facebook, non vedo segni di miglioramento, tranne eccezioni troppo rare per contare qualcosa. Ma la speranza è dura a morire.

E se il malato fossi io? Impossibile dimostrare il contrario, ma sicuramente qualcuno, io e/o gli altri, non sta bene.

Origine delle nevrosi e psicosi

Come ci hanno insegnato Pavlov, Korzybski, Bateson, Anepeta e altri scienziati, le nevrosi e le psicosi sono causate, sia negli animali che nell'uomo, soprattutto da frustrazioni che si protraggono oltre certi limiti di intensità e durata. Frustrazione è lo scarto tra l'aspettativa della soddisfazione di un bisogno, e la sua effettiva soddisfazione.

Perciò una persona (o una società) sana di mente è quella che in cui le inevitabili frustrazioni si mantengono sotto una soglia che possiamo definire patologica, diversa da persona a persona.

Domande sulla pazzia

La pazzia è un fatto biologico casuale indipendente dagli eventi esterni al corpo?

La pazzia può essere provocata da fenomeni sociali a vantaggio di altri?

La pazzia può essere causata da un doppio vincolo tra la necessità di conformarsi alle norme sociali e il bisogno di libertà?

La pazzia può comportare dei vantaggi? Per esempio la libertà di comportarsi in modi non conformi alle aspettative e alle richieste altrui?

La pazzia può avere un fine nell'omeostasi dei sentimenti? Per esempio, per alleviare un dolore?

Manipolazioni e malattie mentali

Ribellioni e rivoluzioni sono eventi eccezionali. Osserviamo il mondo attuale e la storia: normalmente ogni individuo che viene al mondo si adatta alla società in cui viene allevato, alla sua religione, cultura, economia, sistema di governo, linguaggio, etica, costumi ecc. anche se si tratta di istituzioni e tradizioni dissennate, violente, ignoranti, ingiuste, assurde, retrogade ecc. Questo deve farci riflettere su quanto l'uomo sia normalmente vulnerabile alla manipolazione mentale e da essa handicappato. Siamo tutti più o meno manipolati e manipolatori, e più o meno malati di mente a causa delle manipolazioni subite.

Bisogno di partecipazione interattiva

L'uomo ha bisogno di far parte interattiva di un gruppo sociale, quello che ritiene più adatto alla propria personalità, ovvero quello in cui ha una buona possibilità di essere accettato e rispettato per come è, e che non gli impone costrizioni o sacrifici troppo onerosi rispetto alle proprie capacità.

Una volta accolto in un certo gruppo, l'individuo interagisce periodicamente con gli altri membri secondo le forme, norme, valori, regole, obblighi, divieti, margini di libertà, ruoli ecc. caratteristici del gruppo stesso.

La partecipazione può essere più o meno riuscita, dando luogo, a seconda dei casi, a sentimenti ed emozioni di piacere, ansia, paura, dolore ecc.

In mancanza di un gruppo di cui far parte e in cui interagire, l'individuo può incorrere in sofferenze e disturbi mentali.

Rimozione dell'odio

La rimozione (dalla coscienza) del proprio odio o disprezzo per gli altri è causa di falsità, ipocrisia, mistificazione, confusione, inibizione, depressione, schizofrenia ecc. Se l'odio c'è, esso non va negato, ma analizzato, elaborato, ragionato, motivato, criticato.

Se si desidera smettere di odiare, non basta dire "non voglio odiare", perché l'odio è un sentimento, e i sentimenti non sono comandabili dalla coscienza, ma vengono suscitati da logiche inconsce, involontarie, automatiche.

Possiamo cercare di non vedere il nostro odio, di non pensarci, di negare la sua esistenza, ma così facendo lo rendiamo subdolo, ne siamo manipolati e perdiamo la possibilità di elaborarlo razionalmente.

La rimozione dell'odio dalla coscienza è un ingenuo tentativo di evitare la vendetta degli odiati, ma è più facile nascondere il proprio odio a se stessi che agli altri.

Frustrazioni nascoste e psicopatie

La nostra società ci induce a nascondere o a dissimulare le nostre frustrazioni, e a vergognarci di esse. Infatti le persone che esprimono bisogni insoddisfatti sono generalmente percepite come meno attraenti e meno competitive di quelle che appaiono soddisfatte.

Così, alla frustrazione di un bisogno si aggiunge l'ulteriore frustrazione di non poter esprimere la frustrazione stessa.

Ne consegue che, a forza di nasconderle e dissimularle, dimentichiamo (cioè rimuoviamo nell'inconscio) entrambe le frustrazioni.

Questa rimozione ci rende meno capaci di soddisfare i relativi bisogni perché riduce la motivazione razionale ed emotiva in tal senso.

Allora le frustrazioni si cronicizzano causando disturbi psichici e psicosomatici difficilmente curabili senza un'adeguata psicoterapia. Questa dovrà cercare di fare riemergere i bisogni insoddisfatti attraverso il superamento della vergogna della loro frustrazione.

Critica del rispetto incondizionato

Io penso che dovremmo smetterla di avere un incondizionato rispetto e tolleranza per ogni e qualsiasi essere umano a prescindere dal suo comportamento e dalle sue opinioni e credenze. Questo atteggiamento, secondo me, nuoce all'umanità perché dà troppo agio, e incoraggiamento ad attuare i loro propositi, a masse di persone pericolose per la società e per l'ambiente naturale a causa del loro particolare assetto psichico. Infatti queste persone non vengono sufficientemente ed esplicitamente criticate, né dalla gente in generale né dalle autorità politiche, religiose e intellettuali, che cercano la loro benevolenza. A mio parere è dunque necessario stabilire, a livello accademico e filosofico, dei parametri universali di salute mentale e di qualità etica basati sulla scienza in generale, le neuroscienze in particolare, e la ricerca umanistica più evoluta, e valutare le persone rispetto ad essi. Ogni essere umano ha uguali diritti, ma nessuno dovrebbe essere immune da critiche dai punti di vista etico, psichico ed ecologico.

Inconscio e automatismi

Il mio concetto di inconscio è più ampio di quello freudiano (pur includendolo) e in esso io metto qualsiasi automatismo percettivo, logico, pulsionale, psicomotorio, sentimentale, emotivo, omeostatico, metabolico ecc.

Ogni automatismo è regolato da una logica, o software, ovvero da strutture di informazioni passive e attive, e questa logica può essere strutturata in modo più o meno “sano” nel senso di più o meno adatto alla soddisfazione dei bisogni primari della persona., giacché tale è lo scopo delle logiche che animano la vita.

La psicoterapia o l’automiglioramento consistono nell’individuare gli “errori” ovvero i “disturbi” o le “patologie” nelle logiche inconsce, ovvero negli automatismi, e correggere gli "errori" attraverso un opportuno training terapeutico e/o esperienziale fino alla formazione di automatismi alternativi permanenti più adatti, cosa che richiede un certo tempo biologico più o meno lungo, in quanto disimparare è molto più difficile che imparare.

A tale proposito segnalo il libro “Inconscio e ripetizione. La fabbrica della soggettività” di Tiziano Possamai.

Sulla psicologia del condividere

Secondo la Psicologia del Condividere, la sofferenza mentale deriva soprattutto da condivisioni inadeguate, intese non come processi ma come stati di comunanza: ciò che le persone hanno (o non hanno) in comune.


Queste condivisioni possono essere totalmente mancanti, insufficienti, oppure presenti in forme insoddisfacenti — aggressive, oppressive, repressive, indesiderate, compulsive, false, incoerenti, prive di senso, proibite o nocive per sé e/o per altri.


Una (non) condivisione è inadeguata quando comporta sofferenza, oppure costrizioni o rinunce tali da frustrare esigenze personali rilevanti.


In questa prospettiva, la critica sociale consiste nell’esaminare cosa è e cosa non è in comune tra le persone, e le conseguenze che tali configurazioni producono sui comportamenti individuali e collettivi, nonché sul grado di stabilità delle comunità.


Per saperne di più: Psicologia del condividere (documento PDF scaricabile).


Il sacro e la follia

A mio parere, tra sacro e follia il passo è breve. Ad esempio, se Cristo non era davvero il figlio di Dio, allora potremmo dire che era uno psicopatico, come si direbbe per qualunque persona convinta di essere stata inviata da Dio per salvare il mondo.

E che dire dei cristiani? Se il Dio della Bibbia non è mai esistito, sono tutti folli coloro che credono in Lui? È follia credere in cose inesistenti? In effetti lo psicopatico vede cose che il sano di mente non vede, ma è vero anche il contrario, cioè che il sano di mente vede cose che lo psicopatico non vede.

Ritengo a questo punto necessario distinguere due tipi di credenza (o "visione"): quella dovuta ad un insegnamento o educazione, e quella creativa, cioè concepita autonomamente da un individuo. Tuttavia nella seconda c'è sempre qualcosa della prima. Infatti il Cristo non avrebbe mai pensato di essere il Messia se non fosse stato indottrinato a credere in quanto scritto in quel testo che oggi chiamiamo il Vecchio Testamento.

Ne consegue, a mio avviso, che tutti quelli che credono in cose insistenti sono tanto più folli quanto la loro credenza è originale e creativa, cioè non appresa.

Comunque la follia non riguarda solo le credenze religiose, ma anche altri aspetti del funzionamento della mente che hanno a che fare con la logica e la razionalità, e la psicopatia non è oggettivamente diagnosticabile, anche perché nessuno accetta facilmente di essere considerato, nemmeno un po',  malato di mente.

Infatti la storia abbonda di casi di psicopatici considerati sani di mente e di sani di mente considerati psicopatici. Del resto non mancano autori, come ad esempio Erich Fromm, che considerano la nostra società generalmente psicopatica.

Aforismi sulla pazzia delle masse

"Talvolta un pensiero mi annebbia l'io: sono pazzi gli altri o sono pazzo io?" (Albert Einstein)

"Ci sono più pazzi che savi, e nel savio stesso c'è più pazzia che saggezza." (Nicolas de Chamfort)

"In un'epoca di pazzia, credersene immuni è una forma di pazzia." (Saul Bellow)

"Gli uomini sono così necessariamente pazzi che il non essere pazzo equivarrebbe a esser soggetto a un altro genere di pazzia." (Blaise Pascal)

"Nei singoli la follia è una rarità: ma nei gruppi, nei partiti, nei popoli, nelle epoche è la regola." (F. Nietzsche)

"Siamo tutti un po matti, ma la maggior parte di noi non lo sa, perché frequentiamo soltanto gente con il nostro tipo di pazzia. Vedi dunque quale opportunità ti offro, per apprendere l’uno dall’altro. Solo quando si incontrano persone con pazzie diverse, nasce la possibilità di scoprire gli errori del proprio tipo di follia." (Albert Einstein)

"La maggior parte della gente era matta. E la parte che non era matta era arrabbiata. E la parte che non era né matta né arrabbiata era semplicemente stupida." (Charles Bukowski)

"Un uomo 'sano di mente' è uno che tiene sotto chiave il pazzo interiore." (Paul Valery)

"Si ritiene ingenuamente che, se certi sentimenti o certe idee sono condivisi dai piú, essi sono giusti. Niente è piú lontano dal vero. La convalida consensuale in sé non ha nulla a che vedere con la salute mentale. Come c’è una folie à deux, cosí c’è una folie à millions. Il fatto che milioni di persone condividano gli stessi vizi non fa di questi vizi delle virtú, il fatto che essi condividano tanti errori non fa di questi errori delle verità, e il fatto che milioni di persone condividano una stessa forma di malattia mentale non fa che questa gente sia sana." (Erich Fromm)

"I think that we're all mentally ill. Those of us outside the asylums only hide it a little better - and maybe not all that much better after all." (Stephen King)

"When we remember we are all mad, the mysteries disappear and life stands explained." (Mark Twain)

"We do not have to visit a madhouse to find disordered minds; our planet is the mental institution of the universe." (Goethe)

"In a mad world, only the mad are sane." (Akiro Kurosawa)

 

Vittimismo

Il vittimista è una persona frustrata e infelice che accusa gli altri di comportamento ingiusto nei suoi confronti, ovvero considera gli altri la causa della propria frustrazione e infelicità. In altre parole, il vittimista si vede come vittima e vede gli altri come suoi carnefici.

È probabile che il vittimista sia stato in passato realmente vittima di qualcuno, tuttavia egli tende a considerare ingiuste, ovvero dei carnefici, persone che non lo sono.

Il vittimista è dunque un calunniatore abituale di persone innocenti. In tal modo avviene un capovolgimento di ruoli e la presunta vittima diventa carnefice, e il presunto carnefice diventa vittima.

Tutto ciò avviene perché il vittimista non può accettare l'idea di essere il principale responsabile e causa della propria frustrazione e infelicità, ed è alla continua ricerca di altri colpevoli sotto l'effetto di un bias cognitivo in tal senso.

Un esempio di vittimismo riguarda il sentirsi disprezzati: A, da bambino, è stato disprezzato da persone per lui importanti (genitori, familiari, insegnanti, compagni ecc.) e da allora ritiene inconsciamente o consciamente di essere disprezzabile dalla società intera. Da una parte ritiene di meritare tale disprezzo, dall'altra ritiene che esso sia immeritato, quindi ingiusto, per cui il suo atteggiamento verso gli altri oscilla continuamente tra l'auto-disprezzo e il risentimento vittimista per un percepito ingiusto disprezzo, senza rendersi conto, divenuto adulto, che in realtà nessuno lo disprezza. Per giustificare il suo risentimento, A cerca continuamente conferme e dimostrazioni del disprezzo di cui presume di essere oggetto e interpreta gli atteggiamenti altrui nei suoi confronti come manifestazioni, più o meno celate o mistificate, di disprezzo. A risponde al presunto disprezzo col tipico disprezzo moralistico di una vittima verso il suo carnefice. Gli effetti di tale processo sono disastrosi perché le persone ingiustamente accusate di essere sprezzanti finiscono per disprezzare A in quanto calunniatore (come in una profezia che si auto-avvera), disprezzo che viene percepito da A e che alimenta una reazione a catena con esiti che possono diventare insanabili.

Vedi anche Circoli viziosi del disprezzo e della guerra.

Sul comandamento cristiano dell’amore

«Ama il prossimo tuo come te stesso», è la regola fondamentale del messaggio cristiano.

Ebbene, io considero il cristianesimo una causa di schizofrenia e di ipocrisia di massa, proprio a causa del suo comandamento dell’amore. Infatti nei vangeli l’amore viene letteralmente comandato, obbligato, perfino l’amore verso i propri nemici, e chi non obbedisce a tale comandamento non può dirsi cristiano, e merita la punizione che Dio riserva a chi gli disubbidisce. Per di più i vangeli affermano che Dio ci ha amato e ci ama, e che dovremmo amare il prossimo anche per gratitudine verso di Lui.

Per un ateo come me, si tratta di un’assurdità, di una sciocchezze, di una follia. Ma per chi crede in Dio, e crede che Dio ci ami, e crede che Dio ci comandi di amare, è una tragedia che lo induce a disprezzare e odiare se stesso e gli altri. Infatti l’amore è un sentimento involontario e spontaneo, e non può essere ottenuto per effetto della volontà di obbedire a qualcuno, a qualcosa, o a se stessi.

Non ha senso dire a qualcuno “ti voglio amare”. O si ama o non si ama una persona, e l’amore può essere più o meno grande, più o meno ricorrente, mai totale, mai permanente. Ma Gesù ci ordina di amare tout court. Se io ordino a me stesso di amare, e l’amore non nasce, allora sono colpevole di aver disobbedito a Gesù, colpevole sia verso Dio, sia verso il prossimo, almeno verso il prossimo cristiano, che si aspetta di essere amato per un diritto sancito dallo stesso Dio. E allora mi sento in colpa, e mi disprezzo in quanto peccatore, in quanto empio. A questo punto il super-io mi viene in aiuto nascondendo a me stesso il fatto che non amo quasi mai gli altri, e illudendomi di amare gli altri anche se in realtà mi sono indifferenti, o li odio. Di conseguenza mostrerò a me stesso e agli altri un falso amore, e vivrò nell’angoscia che gli altri si accorgano della mia dissimulazione.

La cultura cristiana è caratterizzata dall’ipocrisia e dalla schizofrenia per quanto riguarda l’amore verso gli altri e verso lo stesso Dio, che nel profondo del nostro inconscio odiamo perché ci ha incatenati con un doppio vincolo: se non vogliamo amare gli altri siamo colpevoli di deliberata disobbedienza verso DIo; se vogliamo amare gli altri e non ci riusciamo (perché più spesso non ci riusciamo), siamo colpevoli di falsità dato che siamo costretti a simulare un amore inesistente. L’unica via d’uscita è l’ateismo, e il considerare l’amore né un dovere, né un diritto, ma come un evento più o meno fortunato, un fatto biologico, non religioso, né etico.

La cultura europea, almeno per la mia generazione, è ancora impregnata di cristianesimo, e costringe anche me a simulare amori che non provo, e a temere che la mia inautenticità venga scoperta.

Opinioni di un introverso

In sintesi ecco il mio problema e quello di molti altri introversi (credo). Io sono convinto che l'umanità in generale (me compreso) sia ancora oggi sostanzialmente malata di mente (vedi nota 1) e/o in uno stadio infantile. Faccio fatica a nascondere questa terribile idea, e cerco di condividerla con altri, ma siccome quelli che la pensano come me su questo punto sono rarissimi, diciamo l'1% della popolazione, sono costretto a nascondere la mia opinione per non offendere il 99% delle persone con cui mi capita di interagire, e a far finta di essere sano come loro credono di essere, altrimenti sarei considerato un imbecille e/o un arrogante. Questa finzione è per me stancante e stressante per cui non posso esercitarla per più di un certo tempo, dopodiché sento il bisogno di ritirarmi in solitudine per riposarmi.
Io sarei molto più socievole e passerei molto più tempo in compagnia di altre persone se potessi liberamente esprimere le mie idee sulla natura umana senza offendere, irritare o annoiare nessuno e senza essere preso per un imbecille o un arrogante, per cui devo rassegnarmi a brevi interazioni insincere con persone "normali" consolandomi con la compagnia letteraria dei grandi filosofi e psicologi che mi hanno insegnato e convinto che l'uomo è ancora malato di mente o in uno stadio infantile, nonostante il progresso scientifico e tecnologico.
Inutile dire che chi non è consapevole di essere malato difficilmente cercherà di curarsi, per cui parlare con malati che si credono sani è piuttosto limitativo oltre che difficile, sgradevole e ansiogeno, soprattutto perché devo evitare di esprimere, in linguaggio sia verbale che non verbale, cose che possano tradire ciò che penso del loro stato mentale.
Beh? Che ne pensate di questa analisi? Qualcuno di voi ci si ritrova?

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NOTA 1: Cerco di spiegare cosa intendo per malattia mentale.
La mente (e in essa includo psiche, ragione, coscienza, memoria, logica, intelligenza, inconscio, sistema nervoso, sentimenti, empatia, cognizioni, credenze ecc.) si è formata durante l'evoluzione della nostra specie come strumento adattativo, per risolvere i problemi e in tal modo aumentare le nostre probabilità di sopravvivenza. Quindi una mente sana è quella che aiuta a star meglio possibile sia individualmente che come gruppo e specie, cioè fa quello per cui si è formata.
Ora, siccome la condizione dell'uomo sulla terra è ancora generalmente miserabile (basta pensare al tasso di povertà, alla schiavitù de facto, alle guerre, alle discordie, alle nevrosi e psicosi, alla solitudine, alle crisi economiche, al terrorismo, disperate migrazioni di massa ecc.) e in occidente stiamo diventando sempre più poveri e soli, e stiamo rischiando guerre nucleari, stiamo dilapidando irreversibilmente il pianeta e causando catastrofi ambientali, e non cerchiamo di cambiare rotta, e ognuno si aspetta che sia qualcun altro a risolvere i problemi personali e comuni, cosa che ovviamente non avviene, evidentemente non stiamo usando la mente per migliorare la situazione, ma la usiamo così male da stare sempre peggio ormai a livello planetario. La nostra mente è malata perché ci spinge a comportarci in modo da diminuire il nostro benessere anziché aumentarlo, e porterà prima o poi la nostra specie all'estinzione o a una decimazione, e comunque la renderà sempre più infelice e assurda, a meno che non ci curiamo in tempo.
Meno di un secolo fa il nazismo ha dimostrato con quanta facilità un intero popolo possa impazzire affascinato da uno psicopatico. Cose del genere possono ancora accadere perché quella pazzia non è stata ancora riconosciuta come tale. L'elezione di Trump è un altro sintomo di una follia diffusa.

Pronti alle prossime interazioni? – Sull’ansia sociale

Il mio inconscio (e probabilmente anche il vostro) si chiede spesso: "sono pronto a gestire in sicurezza le prossime interazioni con altri umani?"

Se la sua risposta è "non abbastanza", allora l'inconscio può dar luogo a uno stato di ansia, e a una motivazione che mira a prepararsi nel modo migliore possibile per evitare che le prossime interazioni sociali causino danni irreparabili alla propria persona.

Quali possono essere i danni che un'interazione umana può causare ai suoi contraenti?

Cercherò di rispondere dal punto di vista dell'inconscio, ovvero seguendo le sue logiche, che sono diverse, cioè meno razionali, da quelle della coscienza.

Ebbene, a mio avviso, il danno di cui l'inconscio si preoccupa consiste soprattutto  in una valutazione sociale sfavorevole che l'altro potrebbe fare nei confronti del soggetto sulla base del suo comportamento, ovvero dei messaggi che il soggetto invia all'altro, incluse le sue risposte alle azioni dell'altro.

Infatti, quando due persone interagiscono, ciascuna di esse valuta (o giudica) le azioni dell'altra, tra cui le proprie reazioni alle azioni dell'altra. Come conseguenza di tali valutazioni, nel peggiore dei casi, può accadere non solo che l'altro decida di non interagire più col soggetto, ma che "diffami" il soggetto, cioè parli male di esso presso altre persone. Questo comporterebbe il rischio, dal punto di vista dell'inconscio, dell'emarginazione dalla comunità, ovvero della morte civile del soggetto.

Per evitare tale emarginazione, il soggetto che soffre di ansia sociale può essere indotto a immaginare, cioè a simulare mentalmente, interazioni con persone che potrebbe incontrare, per decidere come presentarsi all'altro, cosa rivelare e cosa nascondere di sé, cosa dire e cosa non dire, cosa proporre e cosa non proporre, cosa accettare e cosa rifiutare, e come reagire a particolari comportamenti dell'altro nei suoi confronti.

Il problema è che le interazioni sociali non avvengono secondo un copione noto, ma sono imprevedibili, per cui l'ansia sociale non può essere facilmente superata da un esercizio di immaginazione.

Certe persone tendono a comportarsi in modo gentile e rispettoso con chiunque, qualunque cosa l'altro faccia o dica, mentre altre persone sono sospettose e inclini a mettersi in posizione ostile nei confronti di coloro che non corrispondono ai propri valori morali, intellettuali o estetici.

Il rischio è infatti proprio questo: di trovarsi in disaccordo, in conflitto, e di non saper nascondere né gestire il disaccordo e il conflitto se non in modo aggressivo, e questa eventualità non fa che aumentare l'ansia.

Quali consigli dare a chi soffre di ansia sociale?

Il primo consiglio è di leggere il presente articolo affinché capisca la  causa e la dinamica inconscia della sua ansia.

Il secondo consiglio è di immaginare di incontrare persone antipatiche e di interagire con esse senza che l'antipatia prenda il sopravvento. Infatti, l'antipatia dà facilmente luogo ad aggressività, specialmente nella forma di un disprezzo più o meno esplicito.

Questo è dunque l'obiettivo: restare sereni anche di fronte a persone antipatiche, malvagie, che ci giudicano male, che ci svalutano e ci disprezzano, che vorrebbero danneggiargi o vederci soffrire, che si sentono superiori a noi e che vorrebbero umiliarci o asservirci. Insomma, restare tranquilli di fronte a scenari in cui l'altro ci umilia in qualsiasi modo.

Questo esercizio mentale corrisponde alla "terapia di esposizione", un tipo di psicoterapia in cui si cerca di esporre frequentemente il paziente, con il suo consenso, a situazioni (in forma di performance teatrali o cinematofrafiche, immagini, parole scritte o pronunciate ecc. ) che risvegliano la sua ansia, finché questa non si riduce spontraneamente a livelli "sani".

Perché la malattia mentale è stigmatizzata nella nostra società

(Mio intervento al caffè filosofico di Lione il 16/8/2022 - Versione francese)

Per cominciare direi che ciò che viene da molti stigmatizzato, cioè considerato repellente, orribile o triste, non è tanto la malattia mentale, quanto i malati mentali.

Comunque è bene definire prima di tutto il significato del termine “malattia mentale”. A tal proposito credo che occorra distinguere diverse “forme” di malattia mentale:

  • Grave riduzione della memoria (amnesia) e/o di ragionamento logico, demenza, Alzheimer

  • Allucinazioni (vedere cose che non esistono, come se fossero reali e presenti), delirio

  • Fobie, panico, ansia, angoscia

  • Paranoia, mania di persecuzione

  • Manie, ossessioni, compulsioni

  • Depressione, apatia

  • Autismo, Asperger

  • Incapacità di distinguere i significati metaforici da quelli letterali, e i giochi dalle attività serie

  • Comportamento asociale, assenza di freni morali, incapacità di comprendere le regole vivere civile, narcisismo estremo

  • Terrorismo

  • Etc.

In secondo luogo non penso la condizione di malato sia binaria (cioè che una persona è malata di mente o non lo è). Intendo dire che un essere umano può essere più o meno malato, ed in una certa misura diversa da persona a persona siamo tutti malati.

Infatti, mentre per le malattie come ad esempio il diabete si può adottare una soglia di valore della glicemia al di sopra del quale convenzionalmente si considera il soggetto malato, per le malattie mentali questo è praticamente impossibile, per cui la diagnosi di malato mentale è sempre discrezionale e soggettiva. Comunque, la malattia mentale non è misurabile in termini numerici.

Detto questo, i cosiddetti malati di mente sono a mio avviso stigmatizzati, anche se non da tutti, per questi possibili motivi:

  • in quanto ipodotati o disabili

  • in quanto imprevedibili, strani, non controllabili, non affidabili, pericolosi per sé e per gli altri

  • perché con essi la comunicazione e l’interazione sociale è difficile o impossibile.

Il terzo caso mi sembra il più importante.

Infatti, con una persona fisicamente disabile o fisicamente malata si può comunque comunicare e interagire perfettamente, ma con un malato di mente la comunicazione e interazione è ridotta o impossibile, è questo è molto grave, dato che gli esseri umani hanno bisogno soprattutto di comunicare e interagire socialmente.

L’ipocrisia dello status e la nevrosi contemporanea

Questo articolo è stato scritto da ChatGPT, come risultato della mia richiesta di migliorare il mio articolo "Status e nevrosi", che potete leggere in  (https://blog2.cancellieri.org/status-e-nevrosi/).

Ho fatto la stessa richiesta a Gemini, e il risultato è in https://blog2.cancellieri.org/la-tirannia-silenziosa-dello-status-riconoscere-la-vera-motrice-della-vita-sociale/.




Da anni giro intorno a una verità rimossa e sfuggente: che gran parte della nostra vita psicologica e sociale ruota attorno allo status, cioè alla misura, percepita e riconosciuta, del nostro valore rispetto agli altri.

Dedichiamo energie immense ad affermare e difendere il nostro status, a farlo crescere, a confrontarlo con quello altrui, a ottenere conferme che ci rassicurino sull’immagine che abbiamo di noi stessi.

Essere accettati dagli altri significa, quasi sempre, ottenere l’accettazione dello status che crediamo di avere e di meritare.

1. Lo status come realtà multiforme e inevitabile


Lo status non è solo economico. È intellettuale, morale, estetico, politico, artistico, tecnico, sportivo, scientifico.
È fatto di risorse materiali e immateriali: competenze, gusto, stile, reputazione, ricchezza, salute, conoscenze, carisma, virtù percepite, posizioni raggiunte.

In ogni ambito della vita — professionale, affettivo, sociale — lo status determina:

  • quanto risultiamo attraenti, rispettabili, desiderabili;

  • quanto siamo ascoltati o ignorati;

  • quanto siamo considerati pari, inferiori, superiori.

Che lo si voglia o no, lo status crea una mappa gerarchica della società, in cui ciascuno si colloca rispetto a tutti gli altri.

2. Il grande tabù: tutti amano lo status, quasi nessuno lo ammette


Viviamo in una cultura ipocrita. A parole demonizziamo la ricerca di status — è vista come vanità, superficialità, arroganza — mentre nei fatti la celebriamo in forme più o meno mascherate.

Lo facciamo quando:

  • esibiamo modestia solo per apparire più “puri” degli altri;

  • critichiamo chi mostra il proprio successo, sperando che ciò elevi il nostro status morale;

  • celebriamo l’autenticità e l’umiltà come nuove forme di superiorità etica.

È un teatro sociale in cui ciò che condanniamo apertamente è proprio ciò che perseguiamo segretamente.

3. La rimozione come causa della nevrosi


Questa contraddizione ci rende nevrotici. Non è la ricerca di status in sé ad essere patologica — è la sua negazione pubblica unita alla sua pratica privata.

Rimuovere il desiderio di status produce:

  • senso di colpa (“non dovrei volerlo”);

  • autosvalutazione (“perché mi importa così tanto?”);

  • ipersensibilità al giudizio altrui;

  • ansia continua (“e se si accorgono delle mie ambizioni?”);

  • spirale di autoinganno (“io non cerco riconoscimento”, detto mentre lo si cerca disperatamente).

E si genera un paradosso velenoso: la convinzione che disprezzando l’amore per lo status il proprio status aumenti, come se l’apparire “disinteressati” fosse una virtù superiore.

Il risultato è un mix di narcisismo e misantropia, spesso entrambi inconsapevoli.

4. Da dove nasce l’avversione dichiarata allo status?


Le radici di questo tabù sono profonde:

  • Tradizione cristiana: l’umiltà come virtù e la superbia come peccato.

  • Ideologia egalitaria moderna: tutti uguali, quindi nessuno “vale più”.

  • Moralismo democratico: la gerarchia deve essere invisibile, anche quando è ovunque.

  • Desiderio mimetico (Girard): bramiamo ciò che gli altri bramano, ma non possiamo ammetterlo senza scoprire la nostra vulnerabilità.

  • Ansia contemporanea di autenticità: si deve apparire spontanei, mai calcolatori.

Tutto ciò crea una cultura in cui la ricerca di status è onnipresente ma non dicibile.

5. Status e competizione: una riabilitazione necessaria


Per guarire da questa nevrosi collettiva non basta “ammettere” l’importanza dello status.
Serve anche una riabilitazione della competizione, spesso demonizzata senza comprenderne la funzione.

Non parlo di competizione brutale e distruttiva, ma di:

  • misurazione realistica delle proprie capacità;

  • confronto trasparente con gli altri;

  • valorizzazione delle eccellenze;

  • accettazione dei propri limiti;

  • cooperazione basata sul riconoscimento reciproco dei diversi livelli di competenza.

La competizione non è l’opposto della cooperazione: è la sua regolatrice naturale.

Dove tutto è “uguale per definizione”, la cooperazione si degrada; dove le differenze sono riconosciute, la cooperazione fiorisce.

6. Verso una riconciliazione con lo status


Guarire dalla nevrosi dello status significa:

a) riconoscere il desiderio di status come parte dell’umano


Non è un difetto morale: è un bisogno evolutivo, sociale, strutturale.

b) distinguere tra status sano e status compulsivo



  • Lo status sano nasce da competenze, contributi, capacità reali.

  • Lo status compulsivo nasce dal vuoto, dalla paura, dal confronto ossessivo.

c) accettare la propria posizione relativa senza euforia né disperazione


Una valutazione realistica di sé è un sollievo, non una condanna.

d) smascherare la nostra stessa ipocrisia


Senza colpa, senza vergogna, senza retorica moralistica.

e) riconoscere che lo status è un bene simbolico che tutti scambiamo


Non c’è relazione umana che non implichi un qualche scambio di status.

7. Conclusione: un nuovo coraggio sociale


Tutti, nessuno escluso, amano il proprio status — consciamente o inconsciamente. Ma la maggior parte nega di farlo, come se l’ammissione stessa fosse una forma di caduta morale.

Ecco il paradosso finale: disprezzando pubblicamente l’amore per lo status, molti cercano di elevarsi sopra gli altri in nome di una virtù apparente.

Questa contraddizione genera un diffuso disprezzo latente verso se stessi, un senso di colpa sotterraneo e l’ansia sociale che permea ogni gesto quotidiano.

Liberarsene non significa rinunciare allo status, ma riconciliarsi con esso. Significa uscire dall’ipocrisia collettiva e assumersi la responsabilità del proprio desiderio di valore, di riconoscimento e di differenza.

Non è un passo facile. Ma è l’unico che può restituirci un rapporto non nevrotico con noi stessi e con gli altri.

Bisogno di appartenenza e problemi mentali

Un animale sociale

L’espressione «l’uomo è un animale sociale» per me è da intendersi nel senso che noi umani abbiamo un bisogno innato (cioè geneticamente determinato), di far parte di uno o più «insiemi sociali», termine nel quale io mi riferisco ad una gamma di configurazioni e organizzazioni quali: gruppo, classe, categoria, famiglia, coppia, comunità,  collettività, nazione, etnia, tribù, massa, folla, squadra,  società, impresa, associazione, corporazione, circolo, convivio, comitiva, assemblea, consorteria, consorzio, sindacato, scuola, convento, gang, orgia, orda, muta,  congregazione, confraternita, setta, partito, coalizione, orchestra, coro, ecc.

Il bisogno di appartenenza è uno dei bisogni umani più forti. Questo è a mio avviso dovuto al fatto che noi umani non possiamo sopravvivere né soddisfare i nostri bisogni senza la cooperazione con altri umani, e tale cooperazione non è possibile se non rispettando un insieme di regole di cooperazione tipiche di certe forme sociali codificate, cioè caratterizzate da certi codici o norme di comportamento. 

Il motivo per cui ho deciso di fare una ricerca sulle appartenenze umane (formali e informali, esplicite e implicite, conscie e inconsce) è che, a mio  parere, dalla  soddisfazione (più o meno riuscita) del bisogno di appartenenza dipende in larga misura il grado di felicità di ognuno di noi.

Relazioni che danno luogo a insiemi sociali

Un insieme sociale, è tale se tra gli individui che ne fanno parte sussistono relazioni come le seguenti, e a mio avviso è tanto più forte,  persistente e soddisfacente quante più numerose sono tali relazioni, e quanto più frequentemente esse si verificano e si manifestano.

  • Vicinanza fisica e/o metaforica

  • Complementarità

  • Legami, interdipendenza, cooperazione, simbiosi

  • Continuità

  • Coerenza, concordanza, armonia

  • Conformità

  • Solidarietà, mutuo aiuto, mutua difesa, alleanza

  • Sincronia di movimenti, di azioni, di comportamenti

  • Somiglianza di aspetto, di costituzione somatica

  • Somiglianza di comportamenti, di abitudini

  • Somiglianza di abbigliamenti, di ornamenti, di arredamenti

  • Condivisione di intenti, scopi, progetti, interessi, complicità

  • Condivisione di proprietà economiche, di mezzi, di strumenti

  • Condivisione di ceti sociali

  • Condivisione di valori, attrazioni, repulsioni, gusti, temperamenti

  • Condivisione di posizioni politiche e di alleanze

  • Condivisione di linguaggi

  • Condivisione di leggi e norme

  • Condivisione di rispetto verso autorità politiche, economiche, intellettuali, etiche, estetiche

  • Condivisione di riti, feste, tradizioni, costumi, principi morali

  • Condivisione di ideologie, religioni, filosofie

  • Condivisione di conoscenze e di esperienze

  • Condivisione di storie, di origini

  • Condivisione di malattie, handicap, svantaggi, problemi

  • Ecc.

Insiemi sociali e comportamento

A causa e in virtù del bisogno di appartenenza, ogni umano è portato a comportarsi in modo tale da ottenere, mantenere, manifestare e confermare la sua appartenenza ad un certo numero di insiemi sociali compatibili con la propria costituzione fisica, con la propria personalità, con il proprio status sociale, con i propri progetti, con i propri gusti ecc.

L’appartenenza a certi insiemi sociali è spesso decisa dalla sorte, ovvero dal fatto di nascere da certi genitori e in un certo luogo. Tuttavia con il crescere dell’età, delle esperienze e delle libertà, l’individuo può abbandonare certi insiemi e entrare in altri a sé più congeniali, a condizione che possieda i necessari requisiti.

Infatti l'appartenenza ad un insieme sociale è sempre condizionata al possesso di particolari requisiti ed esige particolari comportamenti e non-comportamenti. In altre paprole, ogni appartenenza costituisce una limitazione della libertà individuale, limitazione che è il prezzo da pagare per ottenere e sostenere l'appartenenza stessa.

Appartenenze e problemi mentali

La psicologia e la psicoterapia dovrebbero a mio avviso occuparsi soprattutto di appartenenze. Infatti io suppongo che la maggior parte dei disagi, disturbi o disfunzioni mentali degli umani siano dovuti principalmente a problemi di appartenenza e alla frustrazione del relativo bisogno. 

Mi riferisco, per esempio, al caso in cui il soggetto non riesce ad adattarsi a certi insiemi sociali di cui non riesce a fae a meno, o in cui il prezzo da pagare per l’appartenenza è per lui troppo alto. Oppure al caso in cui il soggetto non riesce a trovare alcun insieme sociale adatto alla propria persona. Oppure al caso di conflitto (o “double bind”) di appartenenze, laddove il soggetto appartiene (o vorrebbe appartenere) a due insiemi tra loro incompatibili, per cui l'appartenenza all’uno provoca automaticamente l’espulsione dall’altro ecc.

Per quanto sopra, ritengo che il concetto di "appartenenza",  declinato sia come bisogno, sia come percezione, possa costituire una chiave di comprensione per gran parte dei fenomeni e dei problemi sociali e individuali.

Insiemi socilali come Gestalten

Il concetto di «insieme sociale» da me coniato si ispira al concetto di «Gestalt» (termine tedesco che in italiano si traduce con “forma” o “figura”) formulato dalla «Psicologia della Gestalt». Questa disciplina definisce una serie di principi che determinano la percezione delle forme di qualsiasi tipo, principi che a mio avviso sono applicabili non solo alle forme grafiche, sonore, cognitive ecc., ma anche a quelle sociali. I principi a cui mi riferisco sono i seguenti:

  • Il tutto è maggiore della somma delle parti

  • Principio di prossimità o vicinanza

  • Principio di similarità o somiglianza

  • Principio di completamento o chiusura

  • Principio del destino comune

  • Principio di contrasto (figura-sfondo)

  • Principio di continuità di direzione (o della Curva Buona)

  • Principio dell’esperienza passata

  • Legge della pregnanza (o della Buona Forma)

Nel mio libro "Psicologia delle appartenenze" mi propongo, tra l'altro, di dimostrare come ciascuno di tali principi si applica agli insiemi sociali.