Impariamo anche senza volerlo.
Chi educa l'educatore dell'educatore?
Ognuno sceglie i maestri adatti a sé.
Per imparare una cosa bisogna farne uso.
A volte è più utile disimparare che imparare.
Una lingua s'impara interagendo mediante essa.
La filosofia dovrebbe consistere in rieducazione.
Non si impara guidando, ma seguendo. Specialmente la musica.
Ognuno sceglie i maestri più adatti alla propria intelligenza.
Il piacere e il dolore sono i nostri principali maestri di vita.
Ciò che ricordiamo è il prodotto di processi che abbiamo dimenticato.
Per vivere in modo soddisfacente bisogna disimparare una quantità di cose.
Il bambino scopre il mondo senza aspettarsi nulla. Per questo è così ricettivo.
Quando impariamo consciamente qualcosa, non sappiamo che uso ne farà l'inconscio.
Al contrario degli scienziati, i filosofi non dovrebbero insegnare, ma suggerire.
Ogni cosa che impariamo interagisce con quelle già imparate, dando luogo ad un reciproco adattamento.
Oggetto di ogni apprendimento sono certi rapporti, ovvero certe interazioni e relazioni, tra certe cose.
Imparare a interagire con gli altri è come imparare il pianoforte. Ci vuole tanta pratica e tanto tempo.
Molti rifiutano l'idea che qualcuno possa insegnare loro qualcosa di utile sulla vita in generale e su se stessi.
Secondo me, per imparare a vivere, una vita non basta. Ce ne vorrebbe almeno una seconda col ricordo della prima.
I non-accademici che non danno importanza ai titoli accademici sono oggetto di disprezzo da parte di molti accademici.
Gli allievi brillanti superano i loro maestri, quelli mediocri non osano mettere in dubbio gli insegnamenti che ricevono.
Quando nasce un bambino i genitori desiderano che le sue volontà si accordino con le loro e reprimono quelle in disaccordo.
Attraverso la parola un essere umano può essere formato e trasformato, specialmente per quanto riguarda le sue interazioni sociali.
Apprendere significa estendere o modificare le proprie risposte cognitive, emotive, motivazionali e/o psicomotorie agli stimoli esterni e/o interni.
Ogni allievo che può scegliere i suoi maestri ha i maestri che si merita. Ogni maestro che può scegliere i suoi allievi ha gli allievi che si merita.
La scuola ci dovrebbe insegnare ad apprendere in autonomia, cioè non solo a copiare il sapere, e a capire cosa sia utile apprendere e cosa non lo sia.
La scuola dovrebbe insegnarci non solo ciò che è vero, ma anche ciò che è falso sebbene molti ci credano, e ciò che non è verificabile né falsificabile.
Perché l'uomo desidera conoscere e imparare? È un bisogno fine a se stesso o è strumentale per soddisfare altri bisogni? Propendo per la seconda ipotesi.
La plasticità cerebrale (cioè la capacità di apprendere) è massima nei bambini e diminuisce con l'età. Per questo chi resta bambino più a lungo impara più cose.
Tutto ciò che impariamo (nel bene e nel male) lo impariamo da altri. Perciò è importante saper scegliere con spirito critico i propri maestri e i propri modelli.
Gli insegnamenti più importanti riguardano il riconoscimento degli insegnamenti errati e di quelli che mirano solo a sottometterci a qualche autorità.
Lo studio dei maestri dovrebbe essere finalizzato al loro superamento o completamento, perché nessun maestro è sufficiente per imparare a vivere nel proprio tempo.
Come possiamo insegnare agli altri a fare cose che non siamo capaci di fare noi stessi? Come possiamo insegnare agli altri ad essere felici se non lo siamo noi stessi?
Se vogliamo continuare a crescere mentalmente, non dobbiamo mai smettere di chiederci il perché di tutto ciò che avviene, e non dobbiamo mai contentarci delle risposte.
Ci sono persone che, ad un certo punto della loro vita, perdono la capacità di imparare cose nuove, e da allora restano difensivamente ancorate a ciò che hanno già appreso.
In un certo senso, un bambino è come un robot programmabile. Il fatto che abbia emozioni e sentimenti rende la programmazione più semplice ed efficace anche per i non esperti.
Nessuno è totalmente originale. Ognuno di noi imita (consciamente o inconsciamente) dei modelli di pensiero e di comportamento appresi per imitazione interagendo con gli altri.
A differenza degli altri animali, l'uomo non può sopravvivere senza maestri di vita. Infatti, la qualità della sua vita dipende molto dalla qualità dei maestri da cui viene istruito.
"Essere se stessi" non significa nulla. Siamo sempre noi stessi, anche quando imitiamo gli altri, perché è impossibile non imitare, perché sin da bambini apprendiamo e ci formiamo per imitazione.
Più una persona cresce moralmente e intellettualmente, più aumenta la sua differenza rispetto a coloro che non crescono nella stessa misura. Per questo molti, che desiderano soprattutto essere normali, rinunciano a crescere.
Apprendere ad interagire in un certo modo con gli altri non significa soltanto apprendere come agire e come non agire, e come reagire a certi input. Significa anche apprendere che certe situazioni sono fonti di piacere o di dolore.
L'apprendimento è involontario e incontrollabile. Volontariamente possiamo solo agire sulle condizioni che favoriscono l'apprendimento stesso, ovvero scegliere opportunamente gli stimoli da cui farsi impressionare e le prove da fare.
Non dobbiamo mai escludere la possibilità che una certa persona (qualunque persona, anche quelle che ci amano) ci inganni. Perché molti ingannano inconsciamente e involontariamente se stessi e gli altri. Perché siamo tutti ingannati e ingannatori.
I maestri, dopo essere stati seguiti, sono fatti per essere superati, ovvero completati. Nessun maestro, nessun insegnamento è sufficiente. Ognuno deve cercare il necessario complemento adatto a sé presso altri maestri e/o con la propria intuizione.
La scuola insegna soprattutto ad obbedire, a conformarsi, a pensare secondo schemi stabiliti dalle autorità politiche, religiose, culturali e (per chi può accedere alle università) accademiche. Essa infatti premia la conformità e punisce la difformità.
Io vi insegno che quasi nessun essere umano accetta e tollera che qualcun altro gli insegni a vivere e a pensare in modo più adatto alla soddisfazione dei bisogni propri e altrui, se tale insegnamento mette in discussione la propria visione del mondo e di se stessi.
L'inconscio non "nasce" ma è innato. Alla nascita contiene solo automatismi biologici, poi con le esperienze si riempie di automatismi sociali. Si forma quindi attraverso un apprendimento, per lo più inconsapevole. Si può modificare, ma è molto più difficile disapprendere che apprendere.
L'educazione può essere più o meno chiusa o aperta. Quella chiusa tende a istruire l'allievo su un certo sistema o modus vivendi per poterlo usare dopo essersi adattati a esso. Quella aperta tende a dare all'allievo degli strumenti per inventare nuovi sistemi e nuovi modi vivendi dopo aver esaminato criticamente quelli attuali.
La psicoterapia è come imparare a suonare correttamente, leggendo le note, uno strumento musicale dopo averlo per anni suonato male ad orecchio. Si comincia con la teoria, la lettura delle note, e poi ci vogliono tante ripetizioni, tante prove, finché non si disimparano le vecchie cattive abitudini e il suonar bene non diventa automatico.
Molto spesso si discute non per conoscere o apprendere, ma per celebrare un piacevole e rassicurante rito di appartenenza sociale. In tal caso le domande sono quasi del tutto assenti (mentre abbondano le risposte a domande che nessuno si cura di fare, illudendosi di conoscere già le risposte). Insomma, tanti punti esclamativi e pochi interrogativi.
Una persona ha imparato una lingua straniera quando non si chiede più quale sia il significato delle singole parole e frasi che ode, perché tale significato prende forma automaticamente e senza sforzo nella sua mente. Vale a dire quando la comprensione del linguaggio diventa un processo passivo piuttosto che attivo, involontario piuttosto che volontario.
Gli animali nutrono e proteggono i loro piccoli senza chiedere nulla in cambio, e mostrano loro, con l'esempio, come difendersi e come procurarsi il cibo. Gli umani, invece, oltre a proteggere e a nutrire i loro piccoli, insegnano loro (con le buone o con le cattive maniere) ad obbedire ai genitori, a conformarsi ai loro costumi e a credere alle loro narrazioni.
Ogni individuo, gruppo o organizzazione di esseri umani, ogni medium (libro, giornale, canale TV o radio, sito web ecc.) è portatore e diffusore di una ideologia che afferma cosa sia più importante, buono, sano, giusto, vero, utile, bello, potente, vincente, efficiente, comodo, piacevole, pericoloso, schifoso, perdente ecc. e in tal senso educa la sua audience.
La vita è essenzialmente un fatto riproduttivo. Infatti si può dire che è vitale ciò che si riproduce, non solo in senso genetico, ma anche in senso culturale. Intendo il caso in cui le idee o il comportamento di un individuo vengono appresi (ovvero riprodotti) da un'altro. Attraverso questa riproduzione culturale il comportamento di un individuo influenza la vita di un altro.
Non facciamo altro che reagire in modi programmati a situazioni che riconosciamo. Sia le situazioni che riconosciamo, sia i modi in cui reagiamo possono essere più o meno complessi e variabili a seguito di apprendimenti. I processi di apprendimento sono a loro volta automatici e variabili in quanto possiamo apprendere ad apprendere. Insomma, siamo automi variabili e possiamo cambiare.
Tutti gli esseri viventi dimostrano straordinarie competenze senza consapevolezza né comprensione di ciò che stanno facendo, né dei relativi fini. In altre parole, fanno inconsapevolmente le cose "giuste" per sopravvivere e riprodursi. L'uomo non è da meno, in quanto imita gli altri senza esserne consapevole e senza sapere perché. Tuttavia la sua imitazione può rivelarsi controproducente e portarlo alla rovina.
I bambini si possono educare, gli adulti no.
In realtà si possono educare gli adulti che desiderano essere educati, che cercano maestri portatori di idee nuove rispetto a quelle già acquisite. Mi pare che adulti di questo tipo in giro ce ne siano ben pochi. Infatti quasi tutti gli adulti cercano leader e pseudomaestri che confermano le loro idee e giustificano, deresponsabilizzano o elogiano i loro comportamenti.
Immaginate di essere nati nel laboratorio di uno scienziato criminale che sin dalla nascita vi ha tenuti chiusi in un recinto impedendo a chiunque di parlarvi e assicurandovi solo il nutrimento, la cura dalle malattie e la protezione dal freddo e dal caldo eccessivi.
Come vedreste il mondo? Quali sarebbero i vostri pensieri? In cosa consisterebbero la vostra coscienza, le vostre conoscenze, i vostri gusti, la vostra morale?
Ogni essere umano segue (imita, riproduce) dei modelli. Modelli di pensiero, di comportamento, di interazione, di partecipazione, di integrazione sociale. Comportamenti, azioni, gesti che non seguano un modello sono possibili, ma molto rari e difficili da attuare in quanto richiedono uno sforzo di volontà e di autocontrollo in tal senso. D'altra parte, l'apprendimento umano è basato sull'imitazione di modelli e tutto ciò che abbiamo appreso è parte di modelli.
Dimostrare (a se stessi e/o agli altri) di essere capaci di riprodurre qualcosa è fonte di piacere, tanto più intenso quanto più complessa è la cosa riprodotta. Evidentemente l'uomo ha un istinto, e un bisogno, di riproduzione. La riproduzione implica l'imitazione, attraverso la quale l'uomo impara e riproduce la cultura, ovvero i modelli socioculturali, che sono modelli di interazione sociale. Si può dunque affermare che l'uomo ha un istinto, e un bisogno, di imitazione, senza il quale non potrebbe apprendere alcunché di culturale.
Certi umani adulti tendono a riprodurre la relazione felice avuta con i genitori, con persone sostitutive dei genitori stessi, persone carismatiche in cui essi credono ciecamente, e da cui desiderano essere guidati e/o protetti.
In altre parole, certi umani restano bambini per tutta la vita per quanto riguarda le relazioni con le autorità morali ed intellettuali che meglio corrispondono all'educazione ricevuta durante l'infanzia.
A mio avviso questo imprinting morale e intellettuale avviene in ogni umano (me compreso), anche se in misura diversa da persona a persona.
Secondo l’educazione ricevuta, ognuno si aspetta (consciamente o inconsciamente) certe ricompense sociali materiali o immateriali, cioè certi premi o certi castighi, per certi comportamenti.
Quando il premio atteso non arriva, ci si sente vittime di un’ingiustizia, cioè in credito non corrisposto. Quando la punizione non arriva, ci si sente autori di un’ingiustizia, cioè in colpa da pagare.
In tale ottica, il compito e il fine della psicoterapia, come pure della psicologia, è anche quello di analizzare la validità delle ricompense sociali positive e negative associate a certi comportamenti nella mente (conscia e soprattutto inconscia) del soggetto, ed eventualmente di correggere tali associazioni, in senso qualitativo e quantitativo.
Ogni essere vivente (compreso l'uomo) è portatore di automatismi, anzi, è portato dai propri automatismi.
Questi governano le proprie facoltà e attività sensitive, percettive, cognitive, emotive e motivazionali consentite dal proprio codice genetico.
Tuttavia l'uomo è parzialmente in grado (chi più, chi meno e in una certa misura) di conoscere e modificare alcuni dei propri automatismi.
Alcuni automatismi sono congeniti, altri appresi. Più precisamente, ogni automatismo può essere in parte congenito e in parte appreso.
Infatti, sebbene i meccanismi di apprendimento di base siano congeniti, ovvero scritti nel codice genetico, l'uomo è in grado (chi più, chi meno, e in una certa misura) di apprendere ad apprendere.
Non basta che certe verità importanti per la nostra felicità siano capite dal nostro io cosciente. Finché anche il nostro inconscio non le avrà capite, continueremo a comportarci come se non le avessimo capite, e a soffrire del conflitto tro io e inconscio.
Ciò è dovuto al fatto che il comportamento è per lo più automatico, involontario e pilotato dall'inconscio, e al fatto che l'apprendimento da parte dell'inconscio è molto più lento di quello da parte dell'io.
Può anche succedere che il nostro inconscio capisca certe verità prima del nostro io cosciente. Anche in questo caso soffriremo del conflitto tra l'io e l'inconscio. Tuttavia l'adeguamento dell'io all'inconscio è più facile e veloce dell'adattamento dell'inconscio all'io, purché l'io abbia rispetto per l'inconscio e ne conosca, in generale, i meccanismi e le logiche.
Una certa persona, un cartello pubblicitario, un film, un libro, un articolo di giornale, una pagina web, mi narrano certe cose. Quali sono gli scopi di tali narrazioni? Sono comprensibili? A chi sono rivolte? Anche a me? Mi riguardano? Sono chiare? Cosa c'è di vero? Cosa c'è di falso? Cosa dicono esplicitamente e cosa implicitamente? Qual è il loro contesto? Di quali relazioni e interazioni parlano? Mi possono essere utili? Cosa mi inducono a fare o non fare? A cosa vogliono farmi credere o non credere? Mi conviene ascoltarle/leggerle o ignorarle? Mi conviene approvarle, correggerle, smentirle o condannarle? Mi conviene esporre narrazioni alternative? Mi conviene impararle? Mi conviene ripeterle ad altri? Mi conviene seguirle / eseguirle / condividerle? Mi conviene crederci? Che mi può accadere se ci credo? Che mi può accadere se non ci credo? ...
Il comportamento di un essere vivente è dettato dalle sue abituali modalità di interazione.
Ogni essere vivente interagisce abitualmente con il resto del mondo secondo regole di interazione (cioè preferenze, tendenze, criteri di scelta, logiche, algoritmi) che lo caratterizzano.
Tali regole sono il risultato di apprendimenti (attraverso le proprie esperienze) sulla base di predisposizioni innate.
Quanto più evoluta è una specie biologica, tanto più importanti, complessi e lunghi sono i processi di apprendimento che determinano le particolari regole di interazione di ciascun individuo della specie stessa.
Per interagire produttivamente con un certo essere vivente occorre pertanto conoscere e rispettare le sue regole di interazione (innate e apprese).
Ci sono due modi di imparare: passivo e attivo.
Nel modo passivo riceviamo informazioni che una fonte sceglie di inviarci, e ne traiamo inferenze e conclusioni.
Nel modo attivo poniamo domande alla fonte delle informazioni e consideriamo le risposte che riceviamo, per costruire le nostre inferenze, e trarre le nostre conclusioni.
Nel modo passivo è più facile che la nostra mente venga manipolata da quella della fonte delle informazioni, secondo i suoi interessi.
Nel modo attivo apprendiamo soprattutto ciò che ci interessa apprendere, e non perdiamo tempo ad apprendere cose per noi inutili, che ci confondono o ci ingannano.
La società è in uno stato miserabile soprattutto a causa dell'ignoranza della maggior parte dei suoi membri, che non riescono ad adattarsi ai cambiamenti che li riguardano.
Siamo tutti ignoranti, chi più chi meno, specialmente quelli che credono di non esserlo. Se non riconosciamo questa realtà e non cerchiamo di porvi rimedio continueremo a fare discorsi inutili e a subire il futuro, restando incapaci di determinarlo.
Socrate diceva "so di non sapere", ma non credo che lo pensasse realmente. Noi dovremmo partire dal sincero riconoscimento della nostra fondamentale ignoranza, malgrado tutto quello che ci viene insegnato dalle università.
Ciò che abbiamo imparato dai canali ufficiali serve più che altro a conservare lo status quo e a competere, non a migliorare la società e le relazioni umane.
La vita in generale, e in particolare quella umana, è continuamente segnata e sostenuta da retroazioni (in inglese "feed-back").
Infatti il comportamento di ogni individuo, come quello di ogni suo organo, è influenzato dalle risposte (al comportamento stesso) da parte degli altri individui o organi con cui interagisce.
In altre parole, noi impariamo a comportarci in un certo modo sulla base delle risposte che abbiamo ottenuto al nostro precedente comportamento.
Il problema è che, una volta appreso un certo comportamento, questo cambia difficilmente, sia perché la plasticità mentale diminuisce con l'età, sia perché il comportamento tende a ripetere se stesso piuttosto che a procedere per nuovi tentativi.
Succede anche che, in caso di risposte nuove a vecchi comportamenti, la mente non sia in grado di accorgersi che le risposte sono cambiate, e continui a interpretarle in base ai suoi pregiudizi.
Io credo che l'apprendimento e la valutazione critica di qualsiasi testo letterario, scientifico, tecnico, filosofico, politico, economico, commerciale o giornalistico sarebbero facilitati da una trattazione strutturata come segue:
- SINOSSI: riassunto delle principali tesi, affermazioni e raccomandazioni espresse dal testo.
- CONTESTO: quadro di riferimento, assunzioni e conoscenze preliminari indispensabili per la comprensione del testo.
- PREGI: indicazione degli elementi più efficaci, convincenti e verificabili espressi nel testo.
- DIFETTI: indicazione degli elementi meno efficaci, meno convincenti e meno verificabili espressi nel testo.
- BENEFICI: indicazione dei benefici (e dei relativi beneficiari) che potrebbero scaturire dall'adozione o applicazione di quanto espresso nel testo.
- INCONVENIENTI: indicazione degli inconvenienti (e delle relative vittime) che potrebbero scaturire dall'adozione o applicazione di quanto espresso nel testo.
Perché leggiamo certi libri o giornali o articoli dal web? Ci possono essere tanti diversi motivi tra i quali ipotizzo i seguenti:
- per distrarci
- per trovare risposte alle nostre domande
- per conformarci ai costumi della nostra comunità
- per poterne discutere con altri
- per trovare conferme delle proprie idee
- per stimolare l'immaginazione
- per vivere una vita immaginaria
- per imparare qualcosa
- per crescere
- per cambiare la nostra mentalità
- per il piacere di osservare la vita intima, vera o finta, degli altri
- per curiosità
- per informarci sulla situazione sociale, ambientale, economica, culturale
- per informarci su cosa offre il mercato
- per sapere come la pensano gli altri
- per sapere chi vince e chi perde
- per migliorare la nostra conoscenza della lingua
- per ricevere consigli e istruzioni su come vivere
- ecc.
A mio parere, noi umani siamo interdipendenti non solo economicamente, ma anche e soprattutto psicologicamente. Perché altri umani ci hanno insegnato a pensare, a comunicare, a ragionare, a sragionare, a mentire, il bene, il male, il bello, il brutto, il vero, il falso, i diritti, i doveri, gli obblighi, i divieti, il giusto, l'ingiusto ecc.
"Naturalmente" (cioè come prescritto nella e dalla nostra natura biologica), anche ognuno di noi insegna qualcosa agli altri, specialmente ai più giovani, ai più deboli, ai più bisognosi, ai più sprovveduti, ai più sciocchi e ai più malleabili.
Con il crescere dell'età è sempre più difficile apprendere e ancora di più disapprendere.
René Girard ci dice che l'apprendimento psicologico (ovvero "culturale") avviene per un processo automatico di imitazione caratteristico della nostra specie. Se ciò è vero, come suppongo, probabilmente i neuroni specchio hanno un ruolo fondamentale in tale processo.
La nostra interdipendenza psicologica era già stata osservata e descritta da George H. Mead, da cui abbiamo appreso che la psiche è una costruzione sociale,. In altre parole, essa non potrebbe formarsi né svilupparsi al di fuori di un contesto sociale (reale o immaginario).
L’uomo ha un bisogno innato di interagire simbioticamente con altri esseri viventi e trae piacere da tali interazioni quando queste danno luogo ad una cooperazione.
La tecnica in generale, e l'informatica in particolare, hanno dapprima facilitato le interazioni naturali e reali, ma hanno poi finito per sostituirle (parzialmente o totalmente) con altre artificiali e virtuali.
Infatti oggi l’uomo interagisce sempre più con computer e macchine automatiche e sempre meno con esseri viventi e ambienti naturali.
A mio parere, le interazioni “meccaniche” non solo non soddisfano a sufficienza il bisogno genetico di interazione (causando frustrazioni), ma mettono l’uomo sempre più a rischio di essere controllato e manipolato su vasta scala da algoritmi creati non per il suo bene, ma per quello di altri.
Inoltre l’uomo, mentre impara ad interagire con le macchine, rischia di disimparare ad interagire con i suoi simili in modo “naturale”, ovvero non mediato dalle macchine stesse.
In conclusione, dovremmo vigilare affinché l’uso dell’informatica e delle telecomunicazioni non ci induca a rinunciare alle interazioni naturali, reali e dirette con altri esseri viventi, le sole in grado di farci stare "realmente" bene se scelte e gestite appropriatamente.
Questi sono i comandamenti che Maria Montessori ha destinato a genitori, educatori ed insegnanti.
I bambini imparano da ciò che li circonda.
Se critichi troppo un bambino, imparerà a giudicare gli altri.
Se elogi regolarmente un bambino, imparerà a valorizzare ciò che lo circonda.
Se dimostri ostilità ad un bambino, imparerà a litigare con gli altri.
Se sei corretto con il bambino, imparerà ad essere corretto con gli altri.
Se umili e ridicolizzi un bambino, diventerà una persona timida ed insicura.
Se un bambino cresce sentendosi al sicuro, imparerà a fidarsi degli altri.
Se denigri spesso un bambino, crescerà con un malsano senso di colpa.
Se accetti regolarmente le idee di un bambino, imparerà a sentirsi valorizzato. Se lo incoraggi nelle sue scelte e nelle piccole imprese di ogni giorno, acquisirà sicurezza in se stesso.
Se il bambino vive in un’atmosfera piacevole in cui può sentirsi utile, imparerà a trovare amore e serenità nel mondo.
Non parlare male di tuo figlio, né quando è vicino a te né quando è assente.
Ascolta sempre tuo figlio e rispondi alle sue domande.
Devi essere disponibile ad aiutare tuo figlio se cerca qualcosa ed essere in grado di passare inosservato se riesce a trovarla autonomamente.
Rispetta tuo figlio anche quando ha commesso un errore. Imparerà a correggersi da solo col passare del tempo.
Parla sempre in maniera gentile e costruttiva con tuo figlio, offrigli sempre il tuo lato migliore.
Fonte: www.scuola.store/comandamenti-maria-montessori-per-genitori/
A mio parere, da bambini abbiamo quasi tutti subìto ciò che io chiamo ”imprinting della ricompensa sociale”, ovvero abbiamo appreso quali nostri comportamenti ci fanno ottenere piacere e quali dolore, specialmente per quanto riguarda l'affetto e l'approvazione da parte degli altri (a cominciare dai genitori e dagli educatori).
Per esempio, chi ha subito un’educazione rigida in senso disciplinare, tende a considerare l'obbedienza una fonte di ricompensa sociale. Similmente, chi ha avuto educatori molto esigenti dal punto di vista intellettuale tende a considerare l'intelligenza e le sue manifestazioni come mezzi indispensabili per essere accettati e amati. Lo stesso fenomeno avviene per altri stili educativi che danno importanza, per esempio, alla moralità, al rispetto delle tradizioni, alla religione, allo sport, alla bellezza, al denaro, alla competizione in generale, al risparmio, alla bellezza ecc. per cui si possono creare associazioni permanenti (consce o inconsce) tra tali "valori" e l'aspettativa di una ricompensa sociale.
Ovviamente da adulti è possibile che le ricompense attese non si realizzino, o che i risultati dei propri sforzi siano controproducenti. Ciò può dar luogo ad uno stato di stress e di frustrazione cronica con connessi disagi e disturbi psichici e psicosomatici.
In tal caso può essere utile una psicoterapia mirata alla neutralizzazione degli imprinting disadattivi o non realistici. Durante tale terapia, il paziente dovrebbe imparare, attraverso l’interazione col terapeuta, modi alternativi per ottenere ricompense sociali, e riuscire a disimparare (questa è la parte più difficile) le associazioni "sbagliate".
Da sempre gli umani hanno cercato, spesso con successo, di programmare, manipolare, ingannare e illudere le menti di altri umani, adulti e bambini, a cominciare dai propri figli. Grazie a tale processo le civiltà umane sono evolute e arrivate fino a noi.
Il controllo mentale interpersonale viene praticato a vari livelli: individuale, di gruppo e di massa. Esso riguarda una certa conoscenza del cosmo, della natura, della società e della mente, ed è oggetto di ideologie religiose, politiche, commerciali, accademiche e culturali in senso lato.
Le programmazioni, le manipolazioni, gli inganni e le illusioni operate sulle menti altrui (nel bene e nel male) corrispondono a ciò che chiamiamo “insegnamenti”. Infatti, tali attività mirano a “formare” le menti umane (in generale o in certi dettagli), cioè a fare in modo che esse “vedano”, pensino e sentano in certi modi, tali da favorire gli interessi degli “insegnanti”, di loro clienti o collaboratori, della comunità e/o degli “in-segnati”.
Distinguere, negli insegnamenti ricevuti, quali parti giovino o nuocciano a quali persone, e quanto ci sia di fondato, di infondato e di falso, è spesso difficile. Ed è tanto più difficile quanto più l'insegnamento è precoce, dogmatico e autoritario, nel senso che include minacce esplicite o implicite di punizioni (immediate o ultraterrene) per coloro che mettono in dubbio gli insegnamenti ricevuti. D'altra parte, criticare ciò che crede la maggioranza della propria comunità comporta il rischio di essere emarginati dalla comunità stessa.
Compito della psicologia e della filosofia dovrebbe essere soprattutto quello di analizzare in senso critico gli insegnamenti che abbiamo ricevuto e che continuiamo a ricevere, e di proporne di nuovi esclusivamente a favore degli "utenti" e dell'umanità in generale.
Cambiare.
Imparare.
Giocare.
Combinare.
Comporre.
Insieme.
Variare.
Diversificare.
Alternare.
Alterare.
Trasformare.
Riformare.
Aggiungere.
Sostituire.
Mescolare.
Collegare.
Correlare.
Coinvolgere.
Cucinare.
Esplorare.
Unire.
Insegnare.
Provare.
Accostare.
Confrontare.
Affrontare.
Esporre.
Sperimentare.
Comprendere.
Inventare.
Creare.
Nuovo.
Mettere in relazione.
Mettere insieme.
Stare insieme.
Giocare col caso.
Imparare a cambiare.
Cambiare per imparare.
Imparare ad imparare.
Imparare per imparare.
Cambiare per cambiare.
Imparare per insegnare.
Insegnare per imparare.
Insegnare per cambiare.
Insegnare a cambiare.
Farsi cambiare.
Combinare casualmente.
Combinare diversamente.
Combinare insieme.
Capire insieme.
Esplorare insieme.
Cambiare per sopravvivere.
Cambiare per migliorare.
Cambiare per resistere.
Cambiare insieme.
Migliorare insieme.
Giocare insieme.
Giocare per cambiare.
Giocare per imparare.
Giocare per insegnare.
Giocare per capire.
Imparare insieme.
Variare insieme.
Imparare casualmente.
Cambiare casualmente.
Cambiare i pensieri.
Cambiare i giudizi.
Cambiare i punti di vista.
Cambiare per giocare.
Giocare per cambiare.
Pensare diversamente.
Vedere diversamente.
Vedere in modo nuovo.
Coraggio di cambiare.
Siamo quasi tutti abituati a farci istruire e stimolare dagli altri, ad ascoltare ciò che trasmette la radio, a vedere ciò che trasmette la TV, a comprare ciò che la pubblicità ci invita a comprare, illudendoci di scegliere tali esperienze. Tuttavia la nostra scelta è limitata a poche opzioni stabilite da altri: possiamo infatti scegliere la stazione radio o il canale TV su cui sintonizzarci, un particolare prodotto fra i tanti pubblicizzati, il giornale o la rivista da leggere tra quelli a cui abbiamo accesso, il social network da frequentare tra quelli che conosciamo ecc.
Una volta effettuata la nostra limitata scelta, subiamo quella di chi gestisce la stazione radio o il canale TV, il giornale, la rivista, il social network ecc, che è molto più ampia e significativa della nostra, con il risultato che saranno altri, a loro scelta, a “scrivere” nella nostra mente, ovvero a programmarla, a determinare l’esperienza che faremo.
L’uomo ha tuttavia (se lo vuole) la facoltà di scegliere a quali stimoli ed esperienze sottoporsi, cioè cosa vedere, cosa ascoltare, cosa leggere ecc. indipendentemente dalle offerte in tal senso che riceve dai mass media.
Si tratta di stabilire cosa si vuole “ricevere” e di andarlo a cercare attivamente, cosa oggi facilitata dai motori di ricerca di Internet. Attualmente è possibile “trovare” (e accedere spesso gratuitamente a) un’infinità di materiale multimediale, cioè testi, immagini, audio, video, podcast di trasmissioni radio e TV già andate in onda, per la propria istruzione e/o il proprio divertimento, selezionabili per titolo, autore, argomento, data, lingua ecc.
Nonostante le innumerevoli opzioni offerte dalla telematica, molti preferiscono che siano altri (pubblicitari, editori, redattori, algoritmi) a scegliere le esperienze mediatiche che faranno. Questo è un effetto del conformismo, che scoraggia le persone a fare cose che altri non fanno, e li spinge a seguire il “main stream” per restare “al corrente” di ciò che succede nella società.
Prendiamo ad esempio l’apprendimento scolastico. E’ la scuola che sceglie ciò che dobbiamo imparare; noi possiamo solo scegliere il tipo di scuola e in certi casi l’insegnante. Diverso è il caso dell’autodidatta, che sceglie non solo la materia di suo interesse, ma anche i testi, o le parti di esso, da leggere o studiare, secondo inclinazioni, gusti e motivazioni personali.
Io credo che se vogliamo imparare ad autogovernarci e a vivere secondo i nostri bisogni e desideri prima che quelli altrui, dovremmo abituarci a scegliere da chi e cosa farci istruire e stimolare, anziché far scegliere a persone o ad algoritmi che nemmeno ci conoscono e che seguono i loro interessi, non necessariamente coincidenti con i nostri.
La capacità di memorizzare nuove informazioni e il significato cognitivo-emotivo che ad esse viene associato dipendono dai contenuti e dalla struttura delle informazioni precedentemente memorizzate. Infatti quello che percepiamo deve essere analizzato con gli strumenti di cui già disponiamo (ovvero con i contenuti delle memoria già acquisita) e deve trovare posto nell'organizzazione preesistente. Se il posto non viene trovato, l'informazione viene dimenticata.
Infatti, noi siamo in grado di capire e ritenere (ovvero memorizzare) solo informazioni che hanno un "senso" e una collocazione logica certi tipi o categorie di informazioni precedentemente memorizzati.
Tutto ciò sembra ovvio, tuttavia merita una riflessione in quanto ci fa capire i limiti della comunicazione e dell'apprendimento, ovvero che non tutti sono in grado di apprendere (ovvero capire e ricordare) con la stessa facilità quello che viene loro detto o che essi osservano, ascoltano, o leggono, non perché siano diversamente intelligenti o volenterosi, ma semplicemente perché hanno diverse memorie ovvero diverse mappe cognitivo-emotive.
Lo stesso vale per le abilità psicomotorie, artistiche, musicali e intellettuali, come, per esempio, l'apprendimento delle lingue straniere.
L'apprendimento, dunque, deve essere graduale e, soprattutto, adeguato a ciò che la persona ha già appreso; adeguatezza che comporta analogie e somiglianze con, o estensione di, cognizioni che il soggetto ha precedentemente acquisito.
Ne consegue che il miglio metodo di insegnamento è quello personalizzato, che parte dalla constatazione di quanto il soggetto già sa e di come è strutturato il suo sapere.
L'apprendimento può comportare una estensione e/o una trasformazione più o meno radicale della struttura cognitiva preesistente. Nel primo caso esso è più semplice che nel secondo, essendo più facile aggiungere che sostituire parti a conoscenze già acquisite. Infatti non è facile cancellare la memoria umana, ovvero dimenticare cose che si conoscono, come se uno non le avesse mai conosciute, per cui tutto ciò che abbiamo appreso, se da una parte ci facilita nell'apprendere nuove cose, dall'altra ci ostacola nel modificare la struttura ovvero la mappatura cognitivo-emotiva di ciò che abbiamo già appreso.
Quindi, trasformare una struttura cognitivo-affettiva non comporta la sostituzione ma la moltiplicazione dei rami della struttura stessa, dove, dopo l'apprendimento di nuovi contenuti non coerenti con quelli precedenti, ci saranno rami che col tempo diventeranno sempre più desueti e nuovi rami che col tempo diventeranno sempre più abituali. Nel frattempo il soggetto soffrirà di indecisione e confusione tra i vecchi e nuovi rami.
Quando un prete fa una predica, cosa intende ottenere? Qual è lo scopo del suo discorso? Quali sono i suoi obiettivi? Cosa chiede, offre o propone a chi lo ascolta? Cosa spera, desidera o si auspica da chi lo ascolta?
Ebbene, ritengo plausibile che egli desideri indurre gli ascoltatori a credere in certe sue affermazioni o narrazioni e a non credere in certe altre affermazioni o narrazioni di segno contrario. E ritengo anche plausibile che egli desideri indurre gli ascoltatori a comportarsi in certi modi e a non comportarsi in certi altri.
Cosa vorrebbe il prete far credere ai suoi ascoltatori? Ecco alcune ipotesi:
- che ciò che lui dice è vero
- che lui è una persona affidabile, sincera e degna di fiducia
- che lui desidera il bene dei suoi ascoltatori
- che l’istituzione che egli rappresenta è prevalentemente sana, buona e utile
- che ciò che è scritto nei documenti fondamentali della religione che professa è veritiero e utile
- che il suo operato è utile alla società e perciò merita di essere retribuito
- che seguendo le sue istruzioni si otterranno dei vantaggi, dei benefici, dei piaceri, tra cui il paradiso dopo la morte
Quali comportamenti il prete vorrebbe che i suoi ascoltatori adottassero? Ecco alcune ipotesi:
- rispettare lui e l’istituzione che rappresenta, e astenersi dal criticarla
- non mettere in discussione la propria autorità morale e intellettuale
- propagandare i suoi messaggi. fare proselitismo
- formare comunità unite nella sottomissione all’autorità religiosa da lui rappresentata
- essere solidali e caritatevoli verso chi rispetta la sua autorità religiosa
- manifestare la propria sottomissione all’autorità religiosa mediante la partecipazione a riti liturgici
- riconoscere il proprio ruolo di indispensabile intermediario tra l’uomo e Dio
In conclusione, lo scopo del prete è a mio avviso quello di “educare” le menti dei suoi ascoltatori in modo da conferirgli un potere morale e intellettuale su di loro. Il prete ha infatti successo quando il suo ascoltatore crede di aver bisogno della sua guida spirituale allo scopo di piacere a Dio e di essere da Lui accolto dopo la morte e, nel frattempo, allo scopo di far parte della comunità dei credenti.
Il comportamento di un essere umano, quando non è volontariamente casuale, segue certe logiche consce e/o inconsce. Le logiche di comportamento consistono nella riproduzione (copia, imitazione, ripetizione) di certi modelli di comportamento appresi dal soggetto in qualche fase della sua vita.
I modelli di comportamento costituiscono strategie di soddisfazione dei bisogni, nel senso che attraverso la loro riproduzione, e solo attraverso essa, l'individuo riesce a soddisfare i propri bisogni ottenendo la necessaria cooperazione da parte degli altri.
L’uomo apprende spontaneamente modelli di comportamento, per un bisogno di imitazione geneticamente determinato. Infatti la vita sociale non sarebbe possibile senza l’apprendimento e la riproduzione di modelli.
Un individuo non copia direttamente il comportamento di altri individui, ma lo fa indirettamente e inconsciamente, attraverso modelli che il soggetto costruisce nella propria mente osservando il comportamento altrui.
Da bambini siamo premiati quando riproduciamo i modelli desiderati dai nostri educatori, puniti quando non li riproduciamo o non lo facciamo abbastanza fedelmente. In tal modo apprendiamo una quantità di modelli di comportamento a cui attribuiamo valori che dipendono dalla cultura in cui siamo stati educati.
Ogni essere umano riproduce continuamente (consciamente o inconsciamente) modelli di comportamento che sono al tempo stesso modelli di interazione, di partecipazione, di integrazione sociale e di pensiero.
Comportamenti, azioni, gesti, pensieri che non seguano qualche modello socialmente condiviso sono possibili, ma molto rari e difficili da attuare in quanto richiedono uno sforzo di volontà e di autocontrollo in tal senso. D'altra parte, l'apprendimento umano è basato sull'imitazione di modelli e tutto ciò che abbiamo appreso è parte di modelli.
Ad ogni transazione sociale viene attribuito un significato facendo riferimento a qualche modello condiviso. Quando non si trova un modello corrispondente, la transazione viene percepita come
strana o violenta.
I mass media presentano modelli di comportamento pronti da riprodurre, da imitare, da indossare, con ruoli predefiniti da assumere, che promettono una soddisfacente partecipazione sociale e/o la soddisfazione di bisogni individuali
Siamo talmente dipendenti dai modelli di comportamento, che abbiamo una preoccupazione strutturale a tale riguardo. Viviamo sempre, consciamente o inconsciamente, nel timore che stiamo riproducendo modelli sbagliati, che non stiamo riproducendo abbastanza bene i modelli che abbiamo adottato o che non stiamo riproducendo alcun modello. In altre parole, abbiamo paura di non aver appreso modelli condivisi, o di non averli appresi abbastanza bene, o di non essere capaci di riprodurli abbastanza bene.
Quando il nostro grado di imitazione di un certo modello (cioè la nostra performance quantitativa e qualitativa rispetto alla sua riproduzione) è sotto una certa soglia, si genera in noi un'ansia e una motivazione a migliorare la riproduzione del modello stesso. L'ansia si genera anche quando non sono ben definiti i modelli da imitare. Quando invece abbiamo la sensazione di aver riprodotto abbastanza bene i nostri modelli preferiti, proviamo soddisfazione, gioia e un senso di sicurezza.
Suppongo che nella psiche di ogni essere umano vi sia un sistema omeostatico inconscio che sorveglia in ogni momento il grado (quantitativo e qualitativo) di imitazione dei modelli sociali adottati e innesca sentimenti di piacere o dolore per spingere l’individuo, rispettivamente, a mantenere la riproduzione se buona, e a correggerla se cattiva o carente. Dato che questa omeostasi fa leva sui sentimenti, mi piace chiamarla
omeostasi sentimentale.
L'omeostasi sentimentale sopra descritta (che io chiamo "mimetica") non è l'unico processo che regola il comportamento dell'individuo. Infatti essa è affiancata da un'omeostasi (anch'essa
sentimentale) di livello funzionale più alto, che sorveglia la soddisfazione di tutti i bisogni e che innesca sentimenti piacevoli quando i bisogni vengono soddisfatti, spiacevoli quando sono insoddisfatti. Userò l'aggettivo
motivazionale per distinguere questa omeostasi da quella
mimetica.
L'omeostasi
mimetica può essere più o meno coerente o contrastante rispetto a quella
motivazionale. Ciò dipende dalla misura in cui un certo modello di comportamento è in grado di soddisfare i bisogni del soggetto.
A conclusione di quanto sopra, faccio le seguenti considerazioni.
- Dovremmo cercare di conoscere le caratteristiche generali dei modelli di comportamento nostri e altrui piuttosto che aspetti di dettaglio o particolari degli stessi.
- Dovremmo chiederci in quale misura i modelli di comportamento nostri e altrui soddisfano i bisogni nostri e altrui.
- Un modello di comportamento può essere modificato a livello individuale mediante una psicoterapia o un processo di automiglioramento, a livello sociale mediante una negoziazione esplicita delle modifiche in modo da migliorare la soddisfazione dei bisogni degli interessati.
- Se vogliamo migliorare la società dobbiamo migliorare i modelli di comportamento che regolano le interazioni sociali.
