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Riflessioni di Bruno Cancellieri su

Arroganza

76 articoli tratti dal blog "Il mondo visto da me"

Indice delle monografie | Indice degli articoli per anno

Arroganza e sincerità

La sincerità è arrogante.

Il piacere dell'umiltà

L'umiltà piace molto a chi ha poco di cui vantarsi.

Arroganza della filosofia

I filosofi pensano di saperla più lunga dei non filosofi.

Saggezza e umiltà

Il vero saggio non è umile, non si sopravvaluta, ma nemmeno si sottovaluta.

Arroganza dell'umiltà

Se l'umiltà fosse una virtù, ostentare umiltà sarebbe un atto di arroganza.

Lo status dei diversi

La gente considera i diversi come malati, inferiori o arroganti, mai superiori.

Arroganza della conoscenza

Arrogante: chi crede di sapere tutto ciò che è importante sapere per vivere bene.

Sull'esaltazione dell'umiltà

Per effetto dell'esaltazione dell'umiltà, c'è chi si vanta della propria stupidità.

Sulla cosiddetta saccenza

Chi esprime idee originali che sfidano il senso comune passa spesso per saccente, presuntuoso, arrogante.

Quelli che non si fanno domande

Chi non si fa domande presume di sapere tutto ciò che è importante sapere, o che non vi siano risposte alle domande inevase.

Perché l'umiltà è considerata una virtù

L'umiltà è considerata una virtù perché ognuno è preoccupato del suo rango sociale e si rilassa quando gli altri si abbassano.

Presunzione e arroganza della filosofia

La filosofia è una disciplina presuntuosa e arrogante per definizione. Se non lo fosse non avrebbe nulla da dire di diverso dal senso comune.

Confronti tra persone e presunzione

Chi si ritiene superiore a tutti in tutto è semplicemente uno psicopatico. Giusto e sano è invece ritenersi superiore a qualcuno in qualcosa.

Utilità della presunzione

Chiunque presuma di saperla più lunga di qualche altro è presuntuoso, e senza tale presunzione non ci sarebbe progresso civile né tecnologico.

Sull'arroganza

Arrogante è chi si considera perfetto, cioè non migliorabile, non chi si considera più capace di un altro per il raggiungimento di un certo fine.

La patente di arrogante

Come il menagramo di Pirandello che chiese la patente di iettatore, così io chiedo la patente di arrogante, essendo stufo di essere considerato arrogante a sproposito.

Sull'arroganza

L'arroganza è un'invenzione di chi è incapace di concepire idee originali.

C'è arroganza e una certa ipocrisia anche nel dire "so di non sapere".

Arroganza e fallacia

L'arroganza (reale o presunta) di una persona non costituisce prova della sua fallacia. Infatti tutti i filosofi innovativi erano arroganti in quanto pensavano di saperla più lunga dei loro predecessori.

Arroganza dell'ignoranza

Molti sono convinti che le cose che essi non vedono non esistano, e pensano che quelli che le vedono siano allucinati. Pensano anche che ciò che essi non capiscono sia sbagliato. Arroganza dell'ignoranza.

Arroganza dei filosofi

I filosofi sono tutti arroganti per definizione, perché pretendono di conoscere il vero, il buono e il bello meglio dei non filosofi e di quei filosofi che la pensano diversamente da loro. Ciononostante, aspiro ad essere un filosofo.

Dal futuro al passato

Mi sento come uno vissuto in un lontano futuro, trasferito nel 2023 mediante una macchina del tempo. Tutti, con rare eccezioni, mi sembrano tanto presuntuosi, convinti di sapere tutto ciò che è importante sapere per vivere nel modo migliore possibile.

Siamo tutti sostituibili

Orgoglio e superbia sono dovuti soprattutto ad una sopravvalutazione del proprio talento, della propria intelligenza e della propria importanza. E' bene ricordarci che siamo tutti sostituibili (e saremo immancabilmente sostituiti) nel breve o medio termine.

Arroganza dei libri sacri

A mio avviso, i libri sacri di ogni religione sono arroganti in quanto hanno la presunzione di onniscienza e di verità certa. Fortunatamente la maggior parte dei loro credenti non li prende alla lettera, non è sicura di averli capiti e non li legge interamente.

Invidia e gelosia

L'invidia è la paura della superiorità altrui. La gelosia è la paura della libertà altrui. Invidia e gelosia sono i peccati più banali e comuni, anche se se i meno confessati e i più mistificati. L'invidia è mascherata dal giudizio morale, la gelosia dal cosiddetto amore.

Sull'arroganza

Chi accusa qualcuno di arroganza è arrogante in quanto si arroga il diritto di giudicare l'altro arrogante e di sentirsi migliore di esso. In realtà siamo tutti arroganti nella misura in cui giudichiamo gli altri; tuttavia questa arroganza è indispensabile per il progresso morale e civile.

Sulla presunzione di sapienza

Tutti ammettono senza problemi che vi siano persone più sapienti di loro in campi specialistici del sapere, ma pochissimi ammettono che vi siano persone più sapienti di loro nella conoscenza generale, elementare, non accademica e non specifica, della vita, della natura umana e della società.

Sugli appelli per la pace

Certi appelli per la pace sono presuntuosi oltre che ingenui. Pretendono di avere la soluzione per evitare i conflitti, quella di non confliggere, di non prendere posizione. Come dire: basta volerla, la pace. Soluzione ignorante, stupida, fasulla, semplicista, arrogante, perché non tiene conto della natura umana, non conosce la natura umana.

L'arroganza dei più saggi vista dai meno saggi

Chi cerca di conoscere e di capire il mondo, la società e l'uomo più e meglio degli altri, e vi riesce, non è visto di buon'occhio da coloro che non hanno le stesse ambizioni, in quanto si sentono da lui giudicati e superati.

Perciò, pur di non ammettere la propria inferiorità, i meno saggi evitano o boicottano i più saggi, e li considerano arroganti.

Nascondere le proprie superiorità

Per non mettere in difficoltà il nostro interlocutore ed evitare di essere considerati arroganti, conviene nascondere le parti migliori di noi stessi, le nostre conoscenze, i nostri giudizi, le nostre opinioni, i nostri principi morali, le nostre differenze, le nostre abilità, le nostre superiorità e mostrare di noi solo ciò che l'altro può tollerare ed è in grado di apprezzare.

Arroganza del sapere

Al "so di non sapere" socratico preferisco un più realistico e smaliziato, meno ingenuo e meno ipocrita "so di essere arrogante". Il problema non è l'arroganza, ma ignorare di essere arroganti o credersi umili. Perché ognuno di noi sa di sapere qualcosa di più e meglio di qualcun altro e, in tal senso, è arrogante. Di conseguenza, ogni insegnamento o consiglio è un atto di arroganza.

Presunzione di comprensione

Quanta superbia e quanta stoltezza vi è nel voler capire tutto, e ancor più nel credere di aver capito tutto. Io ho capito che non possiamo capire tutto, ma solo certe cose, importanti, ma sempre incomplete e insufficienti. In particolare, non credo che possiamo capire l'essenza delle cose, ma solo alcune relazioni e interazioni tra le cose, cioè solo alcune relazioni di causa-effetto.

Peccato di presunzione

Uno dei peccati meno tollerati è quello di presunzione, ovvero presumere di conoscere la verità meglio del prossimo o di essere moralmente o intellettualmente più dotati di esso. La punizione consiste nell'antipatia. Perciò chi non vuole rendersi antipatico deve evitare di essere migliore del prossimo e, nel caso per disavventura già lo fosse, cancellare ogni traccia della propria superiorità.

Benvenute le opposizioni

Sarei preoccupato se nessuno rifiutasse o criticasse ciò che dico. Potrebbe significare che sono incomprensibile, che dico delle banalità o che ciò che dico è talmente ovvio, inutile, stupido, astruso o assurdo che non merita di essere preso in considerazione né discusso. Siccome cerco di concepire idee contrarie o al di fuori del senso comune, una certa opposizione o accusa di arroganza è per me segno di riuscita.

Sull'arroganza

L'arroganza non è indice di ignoranza, così come l'umiltà non è indice di sapienza. Sono altri i fattori che derminano la sapienza o l'ignoranza di una persona. Altrimenti sarebbe troppo facile. Basterebbe mostrarsi umili per passare per sapienti. Spesso, chi non ha argomenti razionali contro una tesi assertiva di un interlocutore, accusa questo di arroganza come prova di falsità. Ma così dimostra solo la propria ignoranza.

Sulla stupidità

Tema scottante quello della stupidità, politicamente scorretto. Quanti sono gli stupidi (cioè qualli al di sotto di un certo grado "normale" di stupidità) in circolazione? Chi sono? (I nomi, i nomi!). Sono anche vicini a noi? E chi di noi non fa e non dice stupidità ogni tanto? Chi può parlare di stupidità senza essere accusato di razzismo o di arroganza? E per favore, evitiamo di dire: "Chi può giudicare la stupidità di una persona?"

Competizione e arroganza

A proposito della mistificazione e dissimulazione della competizione, mi sono chiesto perché l’arroganza è generalmente vituperata, se non odiata, e l’umiltà lodata. Ebbene credo che il motivo sia che l’arrogante non nasconde che si ritiene superiore al suo interlocutore, il quale reagisce con rabbia e odio perché non sopporta l’idea di essere inferiore (cioè meno competitivo) dell’altro, e che la sua inferiorità sia dichiarata pubblicamente.

Sull'arroganza delle coscienze

Molte coscienze sono arroganti nel senso che sopravvalutano il loro potere, la propria indipendenza e la propria sovranità rispetto alle logiche della natura, e ignorano i propri limiti.

Una coscienza saggia sa di non essere sovrana rispetto alle esigenze del corpo e dell’inconscio a cui appartiene.

Infatti la coscienza esiste per servire, e se comanda dovrebbe farlo per servire gli interessi del corpo e dell'inconscio a cui appartiene.

Superiorità e antipatia

Il motivo per cui chi mostra le proprie inferiorità ci è simpatico e chi non nasconde le proprie superiorità ci è antipatico, è che la superiorità degli altri ci inquieta, così come la loro inferiorità ci rassicura.

Vedi anche:
The charm of vulnerability
How to talk about yourself

Sul cosiddetto dialogo interreligioso

Il dialogo interreligioso è una finzione perché le religioni, per definizione, non possono mettere in discussione se stesse, e anche quando tollerano le altre religioni o l'ateismo, lo fanno con un senso di superiorità, in quanto si credono depositarie dell'unica vera verità. Non ho mai sentito un prete (di qualunque religione) dubitare della verità delle sacre scritture della sua confessione. Le religioni sono arroganti per definizione, altrimenti non sarebbero religioni.

Discorsi che non mi garbano

La maggior parte delle cose che sento dire (al di fuori delle notizie scientifiche ed economiche) è inutile, falsa, tendenziosa, illusoria, infondata, infalsificabile, fuorviante, incompleta, insufficiente o nociva, ma può favorire la socializzazione, l'autostima e la popolarità di chi parla. Tuttavia non conviene che io lo faccia notare ogni volta. Otterrei solo di passare per arrogante e di rendermi antipatico. Perciò il più delle volte mi limito ad ascoltare ed evito di commentare.

Le ragioni degli arroganti

La questione che pongo è se un arrogante possa dire qualcosa di sensato e utile, e avere ragione in un dibattito, oppure, supposto che sia realmente arrogante, qualsiasi cosa possa dire sia da scartare a priori. Non sarà che quando non si hanno argomenti per contestare la tesi di una persona molto assertiva la si rimprovera di essere arrogante senza nemmeno curarsi di capire e discutere le sue idee? In altre parole, che le idee di un "arrogante" siano da molti considerate sbagliate per definizione e a priori?

La congiura dei mediocri

"Non ci si faccia illusioni: in tutti i tempi, su tutto il globo terrestre e in tutte le circostanze, è esistita una congiura, ordita dalla natura stessa, di tutte le teste mediocri, dappoco e ottuse contro lo spirito e l'intelligenza. Contro lo spirito e l'intelligenza esse sono, tutte insieme, compagne fedeli e numerose. O si è forse così ingenui da credere che esse, invece, aspettino la superiorità per riconoscerla, venerarla e proclamarla tale, sì da vedere poi se stesse ridotte a nulla?" (Arthur Schopenhauer)

L'antipatia per gli arroganti

Quelli che vengono ritenuti arroganti e presuntuosi non fanno male a nessuno perché la loro presunta superiorità non viene riconosciuta e perciò non vengono creduti né seguiti. E allora perché i cosiddetti arroganti e presuntuosi, i non "umili", danno tanto fastidio a chi li ritiene tali? La mia risposta è che essi mettono in evidenza le inferiorità di chi li ritiene tali, cosa che li imbarazza. Chi ha una sufficiente e ben fondata autostima non è infastidito dagli arroganti, anzi ne è divertito perché non li considera rivali.

Sull'arroganza della filosofia

Per me qualsiasi filosofia che non tenga conto della psicologia è zoppa e orba. Perché il pensiero del filosofo è sempre inconsciamente condizionato dal suo assetto psichico, ovvero dalla sua particolare, unica, mappa cognitivo-emotiva. Molti sono convinti della supremazia e indipendenza logico-razionale della filosofia rispetto ad ogni altra disciplina o scienza. Anche per me la filosofia si pone al livello più alto del pensiero, ma essa deve tener conto dell'irrazionale che la anima e dubitare di tutto, a cominciare da se stessa. Una filosofia arrogante, ovvero incapace di autocritica, è inefficace, anzi, può fare molti danni all'individuo e alla società.

Sul disturbo causato da chi cerca di migliorare la società

Una cosa che trovo interessante, quando racconto a qualcuno che io cerco soluzioni per migliorare la società, è la premura con cui il mio interlocutore mi dice che ciò è impossibile, senza nemmeno chiedermi in che direzione sto cercando, e cerca di scoraggiarmi, come se le mia ricerca fosse pericolosa, disdicevole, arrogante, velleitaria o totalmente inutile. Io credo che essa sia fastidiosa per coloro non la praticano, tanto che sentono il bisogno di giustificare (da un punto di vista etico) la loro rinuncia a tale ideale e di dimostrare che chi cerca il miglioramento della società non è migliore di chi non lo cerca.
Ognuno adotta i principi morali che lo assolvono.

Sul sentirsi superiori

Non c'è niente di male a sentirsi superiori a qualcun altro in certe aree di conoscenza o di capacità, se tale opinione è realistica, fondata e provata. L'errore sta nel sentirsi superiori a tutti, o in tutte le aree. Per molti, il sentirsi superiori (anche detto arroganza) è un tabù, un'infamia, un peccato e una colpa sempre e comunque, al punto che essi si sentono ugualmente superiori a certi altri, ma inconsciamente, inconsapevolmente, e si rifiutano di riconoscerlo. Il motivo per cui tanti hanno paura del giudizio di superiorità / inferiorità (propria e altrui), secondo me, è la paura inconscia che tutti abbiamo di essere giudicati inferiori e perciò emarginati dalla comunità o relegati in ruoli più svantaggiosi.

Presunzione di arroganza e offesa percepita

Le persone sono "costituzionalmente" più o meno sensibili e attente a non ferire il prossimo, cosa che le differenzia in più o meno "buone" o "cattive". Tuttavia, il ferimento, o l'offesa, che uno percepisce può non essere intenzionale, nel senso che uno può dire qualcosa all'interlocutore non per offenderlo o sminuirlo, ma per "aprirgli gli occhi", cioè per mostrargli qualcosa di reale che quello non vede, mentre il ricevente percepisce il messaggio solo come un'offesa o una umiliazione. In altre parole, un gesto di "generosità intellettuale" può essere frainteso come manifestazione di arroganza e di sopraffazione. Per tale motivo, chi più sa dovrebbe evitare, se possibile, di svelare la sua maggiore sapienza a coloro che non gli chiedono di farlo.

Comprensione e senso di superiorità

Paradossalmente, per essere comprensivi e non sprezzanti nei confronti di una persona che si comporta in modo immorale o stupido bisogna sentirsi superiori ad essa.

Infatti, se io penso di essere più intelligente, più colto, di avere una maggiore conoscenza della natura umana, di me stesso e della società, di avere un maggior senso di responsabilità, di avere una maggiore capacità di capire le cause e le conseguenze del mio comportamento, allora posso "comprendere" che quella persona commetta errori morali e intellettuali che io non commetterei.

Se invece penso che quella persona sia dotata quanto me o più di me in tutte quelle cose che ho detto sopra, come posso tollerare che si comporti in un modo che io ritengo immorale o stupido?

La fine dei maestri e della saggezza

Il concetto di maestro è oggi obsoleto, anzi, politicamente scorretto. Se oggi uno rivela di voler essere un maestro, è immediatamente considerato un arrogante, un presuntuoso, un ciarlatano, uno che cerca di dominare o ingannare gli altri, o un povero illuso. Infatti oggi quasi nessuno cerca maestri o vuole diventare un maestro, ad eccezione dei ciarlatani, delle loro vittime e di qualche isolato nostalgico o visionario. Conseguenza di questa tendenza è l'obsolescenza anche del concetto di saggezza. Infatti io credo che la saggezza consista nel cercare e scegliere maestri (più di uno), integrarli, usarli, superarli e diventare maestri di se stessi applicando le conoscenze acquisite, senza escludere, in tale processo, di diventare provvisoriamente maestri per qualcun altro.

Il rischio della virtù

La parola "virtù" è per molti obsoleta, specialmente per quanto riguarda l'etica e l'intelletto. Le persone che cercano di essere più virtuose sono sempre meno e viste con fastidio o sospetto dai più. Cercare di essere virtuosi viene spesso percepito come cercare morbosamente di superare gli altri, mentre il vero virtuoso cerca di superare solo sé stesso. Non è colpa sua se, cercando di superare se stesso, supera involontariamente qualcun altro, ma ciò non gli viene perdonato dalle persone superate. Pochi pensano che il perseguimento delle virtù possa essere un bisogno sano e una fonte di piacere. Perciò al virtuoso conviene nascondere le proprie virtù a coloro che non le sopportano. In questo modo ridurrà il rischio di essere considerato presuntuoso, arrogante, saccente, narcisista, represso, nevrotico, rigido, giudicante, troppo severo ed esigente con sé stesso e gli altri, ecc.


La calunnia verso chi parla di progresso umano

Spesso chi parla di miglioramento individuale e collettivo passa per un illuso, utopista, presuntuoso, arrogante, giudicante, accusatorio, superbo, noioso, pedante, narcisista, saccente, disturbatore ecc.

Gli vengono tipicamente attribuite intenzioni "naziste" come se, potendolo, sterminerebbe quelli che volano troppo basso dal punto di vista intellettuale o etico o li ridurrebbe in schiavitù.

È la normale reazione di chi non tollera l'idea di essere "meno" di qualcun altro in questi due campi. Come se l'essere "meno" intellettualmente o eticamente significasse non essere degni di appartenere alla comunità, che è ciò che fa più paura inconsciamente.

Ma è assurdo pensare che intellettualmente e moralmente tutti gli esseri umani siano allo stesso livello e che non si debba cercare di salire al livello più alto possibile, ciascuno secondo le proprie capacità, non necessariamente a scopo competitivo, ma di auto-realizzazione.

Disaccordo e aggressività

In caso di disaccordo tra due persone avviene spesso che esso venga visto come una colpa e che di essa venga accusato l'altro. Infatti, ognuno pensa di aver ragione, altrimenti il disaccordo non ci sarebbe, quindi ognuno pensa che se l'altro non ammette di aver torto è perché (1) non vuole pur sapendo di sbagliare, quindi è in mala fede; oppure perché (2) non è abbastanza intelligente da capire che sbaglia ma crede di saperla più lunga del suo interlocutore, quindi può essere "giustamente" qualificato come arrogante. In tale situazione, in cui ognuno ritiene l’altro arrogante o in mala fede, è facile che si scateni una certa aggressività da una o da ambo le parti.

In termini di bias cognitivo, se il disaccordo è colpa di qualcuno, ognuno dei contendenti cerca di dimostrare che la colpa è dell'altro, altrimenti sarebbe la propria, cosa esclusa a priori per ovvi motivi di difesa della propria reputazione.

In conclusione, l’unico modo per evitare una guerra in caso di disaccordo è quello di non esprimere il disaccordo stesso.

Discussioni pericolose


  • Nel suo diario o in un gruppo Facebook, ma anche in una conversazione a voce, A espone un pensiero di qualsiasi tipo (etico, politico, religioso, filosofico, psicologico, sociologico, scientifico, economico...)

  • B commenta scrivendo che il pensiero di A è falso o non valido, aggiungendo argomentazioni che lo contraddicono.

  • A difende la validità del suo pensiero con argomentazioni che contraddicono quelle di B.

  • B accusa A di non voler accettare la realtà dei fatti, di non essere capace di autocritica e di non voler riconoscere i propri errori malgrado ogni evidenza.

  • A accusa B di non voler prendere in considerazione le proprie argomentazioni per partito preso, di non volerle capire o di non essere in grado di capirle.

  • B si dichiara offeso dall'atteggiamento di A e lo accusa di arroganza, ignoranza e mancanza di rispetto.

  • A si dichiara offeso dall'atteggiamento di B e lo accusa di arroganza, ignoranza e mancanza di rispetto.



  • È la guerra.


Sulle condizioni dell'amore e della stima

Da bambino ho imparato che l'amore dei miei genitori era condizionato alla mia obbedienza, alla mia diligenza e alla mia bravura. Questo apprendimento ha forgiato il mio carattere, teso ad una continua coltivazione e crescita delle mie qualità intellettuali e morali.

Da grande sto ancora tristemente imparando che l'amore e la stima altrui non dipendono dalla mia obbedienza, né dalla mia diligenza, né dalla mia bravura, ma solo dalla mia capacità di, e dalla mia disponibilità a, soddisfare i loro bisogni e i loro desideri, che sono spesso infantili, miopi, sciocchi, gelosi, invidiosi, possessivi, avidi, grossolani, vili, pigri, stolti e malvagi.

In tal senso le mie qualità intellettuali e morali si rivelano spesso controproducenti in quanto fraintese e considerate dimostrazioni di presunzione, arroganza, prevaricazione e chiusura.

Di conseguenza sto imparando, a fatica e a forza di sconfitte, che mi conviene nascondere le parti migliori di me.

Arroganza della conoscenza e arroganza dell'ignoranza

Ci sono due tipi di arroganza: quella dell'erudito e quella dell'ignorante. Entrambi presumono di sapere ciò che è importante sapere per vivere bene e onestamente, entrambi pensano che un certo sapere dell'altro sia sbagliato, insufficiente o inutile.

Ovviamente non tutte le conoscenze si equivalgono, ovvero alcune valgono (cioè sono vere) più di altre, anche se la valutazione è quasi sempre soggettiva e arbitraria. Tuttavia chi afferma direttamente o indirettamente, esplicitamente o implicitamente che una certa propria conoscenza vale più di quella di un altro, è normalmente tacciato di arroganza ed è oggetto di disprezzo da parte di coloro che non ammettono che la propria conoscenza valga di meno.

Il portatore di una certa conoscenza è dunque normalmente considerato arrogante da chi non la riconosce come tale o non la condivide. D'altra parte, accusare qualcuno di arroganza è molto facile perché l'accusa non si basa quasi mai su fatti ma su un atteggiamento di presunta generale superiorità attribuito senza prove dall'accusatore all'accusato.

Pertanto, si può dire che accusare qualcuno di arroganza senza prove oggettive sia di per sé un atto di arroganza.

Il tabù delle gerarchie e della competizione

Il tema della gerarchia in un sistema sociale è spesso censurato e mistificato. Si cerca infatti spesso di nascondere il fatto che esiste una concorrenza più o meno violenta per ottenere e mantenere le posizioni gerarchiche più elevate, cioè per avere più potere, più possedimenti, più autorità, più prestigio, più onore, più stima, più gloria.

Coloro che occupano le posizioni più elevate, e quindi le classi e le persone dominanti in ogni campo, tendono infatti a giustificare in vari modi le loro stesse posizioni privilegiate e non vedono di buon occhio, e osteggiano coloro che le mettono in discussione, le contestano o le sfidano.

Spesso, inoltre, ci sono alleanze tra il potere politico e quello religioso per legittimare e giustificare reciprocamente i poteri stessi, al punto che la contestazione del potere politico può essere considerata un peccato religioso, e la contestazione del potere religioso un reato civile o politico.

Tutta la vita sociale, la cultura e perfino la scienza sono tanto impregnate di lotta per il predominio gerarchico quanto impegnate a nascondere e a negare la lotta stessa e i loro conflitti di interesse.

Risultato è che l'umiltà e la modestia sono considerate virtù e la presunzione e l'arroganza difetti. Tutto ciò serve solo a scoraggiare la competizione, a vantaggio di chi dalla competizione avrebbe da perdere.

Passare per arrogante

Sono abituato a passare per arrogante quando esprimo le mie idee.

Questo avviene forse perché arrogante lo sono veramente oppure perché, normalmente, non uso frasi dubitative come "ho l'impressione che ... ma non ne sono certo" oppure, "potrebbe forse essere che ....", e perché mi piace lo stile aforistico, alla Nietzsche e alla Wilde, secco, sintetico, ossimorico, quindi tutt'altro che esaustivo né dubitativo. E forse anche perché le idee che esprimo sono spesso inusuali e provocatorie.

Così, fatalmente, vengo spesso preso per uno troppo sicuro di sé e saccente. La cosa mi preoccupa più o meno a seconda della stima e dell'affetto che ho per la persona che mi giudica.

Che ci crediate o no, io non sono sicuro di nulla e non mi fido di nessuno, tanto meno di me stesso e delle mie idee. Sono incline ad un ironico sospetto sistematico verso tutto e tutti, me compreso (capisco che possa essere irritante), sono un cacciatore di mistificazioni, e questa attitudine me l'ha insegnata la psicoanalisi.

Ciò non toglie che penso con la mia testa, ho idee prese in prestito da altri e altre prodotte da me, spesso in termini di ipotesi non dimostrabili ma plausibili, e mi piace esprimerle e discuterle con chi è disposto a farlo, non per convincere qualcuno che ho ragione e che "ce l'ho più lungo" in termini di cervello, ma perché considero la discussione (se fatta con un sincero desiderio di capire l'interlocutore) un arricchimento reciproco.

Purtroppo molti, di fronte a questo mio invito, preferiscono liquidarmi come presuntuoso e tirarsi indietro senza discutere, come se non valesse la pena di perdere tempo a interloquire con uno come me, molto sicuri, loro sì, del proprio giudizio.

Alla ricerca dei saggi più saggi

Da quando ero bambino cerco la saggezza e spero di incontrare persone più sagge di me. Ne ho incontrate virtualmente molte come autori di libri, articoli giornalistici, post in Internet ecc. ma pochissime di persona.

So che chiunque, leggendo queste righe, potrà pensare che sono presuntuoso, arrogante e quindi tutt'altro che saggio, e forse è anche vero. Ci tengo però a precisare che per "saggio" io intendo uno che cerca di diffondere esplicitamente la saggezza, non di nasconderla o usarla solo per sé. Infatti le persone che parlano di saggezza, se si escludono i preti e i ciarlatani, sono rarissime. In altre parole, io non credo di essere più saggio della maggior parte della gente, credo piuttosto che la maggior parte della gente non ama parlare di saggezza, come se si trattasse di un argomento pericoloso, socialmente e politicamente scorretto.

Malgrado i problemi di accettazione sociale e antipatia che la mia ricerca comporta (in quanto fa facilmente apparire arrogante chi la pratica), sento il dovere (e il piacere) di continuare a cercare la saggezza nella forma di "saggi" intesi come scritti di carattere umanistico (filosofico, psicologico, sociologico, storico, letterario, artistico ecc.) e scientifico, e di contribuire a diffonderne la conoscenza con tutti i mezzi a mia disposizione, sia a voce (soprattutto nei dialoghi con i miei familiari e amici), sia pubblicando, in siti web miei o altrui, consigli di lettura e recensioni di scritti che ritengo particolarmente saggi, cioè veritieri, utili, efficaci e profondi.

Se molti facessero qualcosa di simile a quanto ho detto, la società diventerebbe più saggia sia perché stimolerebbe la ricerca della saggezza, sia perché sarebbe più facile, per chiunque, trovarla.

Critica dell'umiltà e del non criticare

La maggior parte della gente considera l'umiltà un valore, e trova simpatiche le persone umili.

La persona umile è quella che non critica e non giudica nessuno in quanto non si sente all'altezza di farlo.

Il motivo principale per cui l'umiltà è così popolare e simpatica è che l'Uomo comune non tollera di essere giudicato e criticato, né direttamente né indirettamente e si sente a proprio agio con le persone umili (cioè non troppo elevate né intellettualmente né eticamente) perché non si aspetta di essere da loro criticato.

Al contrario, con le persone che hanno grandi conoscenze culturali e scientifiche ed un comportamento irreprensibile, l'Uomo comune si sente a disagio perché teme, inconsciamente, di essere giudicato da loro anche quando non esprimono esplicitamente alcuna critica.

Essere criticati fa inconsciamente paura perché viene visto, nella profondità della psiche, come un rischio di esclusione dalla comunità di appartenenza, oppure  come una richiesta di cambiamento della personalità, laddove la psiche tende a mantenere la propria struttura e a resistere a qualsiasi cambiamento, anche migliorativo.

Per tali motivi è molto diffusa sia la paura di essere giudicati, sia quella di giudicare (per non essere giudicati arroganti e non diventare antipatici), con il risultato che l'Uomo comune giudica e critica solo le persone che non appartengono alla propria comunità.

Tale sindrome costituisce un freno al miglioramento della società in quanto l'assenza di critiche fa venir meno l'incentivo a migliorare il proprio comportamento, e scoraggia il cambiamento perché cambiando comportamento si rischia di essere criticati, mentre, se il proprio comportamento non viene generalmente criticato, è più prudente continuare a fare quello che già si sfa facendo.

Per uscire da questa impasse e contribuire al miglioramento della società occorre avere il coraggio di criticare apertamente anche le persone a noi vicine quando si comportano in modo scorretto.

Rischi dell'autostima - Valore personale e arroganza

Si fa presto a parlare di “autostima”, senza rendersi conto che tale concetto implica valutazioni consce o inconsce che possono avere gravi implicazioni sociali e perfino causare disturbi psichici.

Infatti, la stima e l'autostima (che è una specie particolare di stima) sono sempre relative, anzi, comparative. Perché si stima sempre in relazione a una scala di valori, e più precisamente stimare qualcosa o una persona equivale ad assegnare ad essa un certo grado in una scala che va da un valore più basso ad uno più alto.

Inoltre, quando l’oggetto della stima è una persona, la stima si riferisce normalmente ad un valore medio tra quelli attribuiti ai membri del gruppo o della comunità a cui si appartiene. Pertanto chi si autostima assegna a se stesso un valore uguale a quello medio oppure più alto o più basso. ed allo stesso modo egli stima anche gli altri membri della società. Di conseguenza, autostimarsi equivale a porsi ad un grado superiore, uguale o inferiore rispetto a ciascun'altra persona.

Tale "confronto" avviene tuttavia per lo più inconsciamente, dal momento che la società in cui viviamo considera politicamente scorretto fare confronti di valore tra persone, tanto più se si misura il proprio valore rispetto a quello altrui.

Il risultato è uno stress psichico dovuto al conflitto tra il bisogno di "valere" almeno quanto la media degli altri, e il divieto “culturale” di confrontare apertamente il proprio valore con quello altrui.

Infatti, nel caso in cui uno si stimi superiore al valore medio della comunità di appartenenza, ne deriva che egli stima la maggior parte degli altri come inferiori a se stesso. Ciò è considerato, nella nostra società, peccato di arroganza e viene normalmente punito in vari modi, fino all’emarginazione o all’isolamento sociale.

L'autostima può pertanto generare sensi di colpa e indurre a comportamenti limitanti come, ad esempio, rinunciare ad eccellere, fallire in  qualche progetto o commettere errori che ci riportino ad un grado inferiore nella scala dei valori personali. Tutto ciò al fine di riguadagnare la benevolenza degli altri e di cancellare l'accusa o il sospetto di arroganza.

Prepararsi all’incontro con gli altri e ai loro giudizi

Ogni umano è soggetto al giudizio altrui, dato che ogni umano giudica ogni altro umano. Tale giudizio è dovuto al fatto che noi umani siamo interdipendenti e dobbiamo scegliere con chi interagire e come interagire, e tale scelta è funzione di come giudichiamo gli altri.

Infatti il modo in cui giudichiamo una certa persona consiste nella risposta alla domanda:  che probabilità ci sono che se io interagissi con quella persona ne otterei dei benefici (materiali o spirituali)?

Ciò premesso, ogni volta che incontriamo qualcuno o che ci esponiamo pubblicamente, ci sottoponiamo al giudizio di chi ci vede. È naturale che desideriamo ottenere un giudizio favorevole, e perciò facciamo tutto il possibile a tale scopo (purché il prezzo da pagare non sia troppo alto).

Perciò, anche quando siamo soli, ci prepariamo all’incontro con gli altri, e al giudizio che gli altri avranno nei nostri confronti. In tal senso non siamo mai soli, data la presenza virtuale, nella nostra mente, di coloro che incontreremo e che ci giudicheranno.

Prepararci all’incontro con gli altri, e al loro giudizio implica decidere come presentarci a loro, cioè quale immagine desideriamo che abbiano di noi. La nostra cosiddetta “identità sociale” è appunto l’immagine e il conseguente giudizio che gli umani hanno l’uno di ogni altro, e di se stessi.

Prepararsi all’incontro con gli altri implica stabilire cosa mostrare, cosa nascondere, cosa fingere della nostra persona e della nostra storia, per ottenere un giudizio il più possibile favorevole.

Questa determinazione può essere difficile e dolorosa, specialmente per coloro che considerano la sincerità una virtù e soffrono quando non possono essere sinceri.

Dovremmo allora chiederci: se io mi mostrassi esattamente come sono, senza nascondere né simulare alcunché (del mio passato, del mio presente e delle mie intenzioni per il futuro), come mi giudicherebbero gli altri?

Io, per esempio, credo che il giudizio sarebbe sfavorevole, in quanto sarei accusato di arroganza e presunzione. Questa previsione non mi dà pace.

Perché detesto il Festival di Sanremo

Sono triste quando tanti gioiscono di qualcosa che a me non piace e che trovo di un livello culturale decisamente basso. Per me è una gioia condividere con altri cose che mi piacciono (sia esteticamente che eticamente), è invece una tristezza non poter condividere ciò che piace agli altri e non a me. L'essere umano (me compreso, ovviamente) ha bisogno di appartenere, condividere e partecipare socialmente (gli spettacoli pubblici servono soprattutto a questo), di conformarsi alle forme di una comunità, ma a volte le differenze di gusti, cultura e sensibilità lo impediscono frustrando tale bisogno, da cui la tristezza, facendo preferire la solitudine ad una partecipazione dissonante.

Di solito non vedo il festival, ma, data la sua enorme popolarità, mi incuriosisce anche da un punto di vista psicosociologico. Infatti lo ritengo lo specchio della cultura media degli italiani. Così anche quest'anno l'ho visto per circa 20 minuti. Ho acceso la TV poco prima che Crozza imitasse il senatore Razzi, sfoggiando un umorismo basato quasi esclusivamente sul turpiloquio (volgare per definizione) e a corto di idee. Infatti il turpiloquio, alla maggioranza degli italiani piace sempre e quando non si trova niente di interessante da dire, un po' di parolacce tolgono dall'imbarazzo. Ho sentito anche qualche brutta canzone, minestre riscaldate sia musicalmente che testualmente, per un pubblico poco incline alla classe, all'inventiva e alla rottura di schemi collaudati. Mi è bastato per capire che il festival non era affatto migliorato rispetto al passato, ho spento la TV e mi sono messo a leggere un libro.

So che dicendo queste cose mi rendo antipatico e arrogante a coloro che amano il festival e non ci trovano nulla da ridire, ma avevo bisogno di sfogare il mio disappunto e condividere questi miei sentimenti con altre persone di gusti simili ai miei, per sentirmi meno solo.

Più di cinquant'anni fa Umberto Eco scrisse un articolo, divenuto famoso, intitolato "Fenomenologia di Mike Bongiorno" che invito chi non l'avesse ancora fatto, a leggere. Il senso di quell'articolo si applica perfettamente, secondo me, anche ai conduttori del festival di Sanremo, e ai personaggi che orbitano intorno ad esso.

Per concludere, per me il Festival rappresenta il culto e la dittatura della mediocrità ai massimi livelli.

Il mio autocensore e la valenza sociale di ogni cosa

Qualunque cosa io faccia o pensi di fare (consciamente o inconsciamente), è sottoposta ad un'autocensura da parte di un mio meccanismo inconscio, che io chiamo "autocensore" e che ha il compito di stabilirne la valenza sociale, cioè in quale misura tale cosa contribuisca alla mia integrazione o emarginazione sociale. In altre parole, quanto sia utile o nociva al mio successo sociale.

Questo autocensore (che corrisponde in parte al super-io freudiano) esprime il suo giudizio di approvazione o disapprovazione suscitando in me sentimenti gradevoli e sgradevoli come gioia, autocompiacimento, sollievo, benessere, pienezza, appagamento ecc. oppure sensi di colpa, vergogna, ansia, angoscia, paura, panico ecc. Mediante tali strumenti, come fossero carote e bastoni, mi costringe a comportarmi in modi e forme a cui esso associa la più alta valenza sociale rispetto alla comunità (reale o interiorizzata) da cui la mia vita dipende maggiormente.

Anche mentre scrivo questa mia riflessione, il mio autocensore misura continuamente la valenza sociale di ciò che penso e scrivo, incoraggiandomi o scoraggiandomi a proseguire, mediante l'attivazione di sentimenti positivi o negativi. Infatti, in questo preciso istante provo un sentimento conflittuale. Da una parte mi sento incoraggiato a proseguire nella riflessione e scrittura, nella speranza che ciò che scrivo sarà apprezzato da chi lo legge, come un dono, un aiuto per una migliore conoscenza di sé stessi e degli altri; dall'altra mi sento scoraggiato a farlo, nel timore che un certo numero di persone mi giudicheranno arrogante e presuntuoso per questo mio parlare di cose che la maggior parte delle persone ignorano, di cui non si interessano, e che non riguardano la mia professione. Cose se volessi dimostrare di essere superiore agli altri o di poter fare un mestiere per cui non sono qualificato e di farlo meglio degli specialisti titolati.

Non posso disattivare il mio autocensore senza ricorrere a farmaci, droghe o esercizi di meditazione o autocontrollo specifici. Tuttavia ho la libertà di obbedirgli o disobbedirgli, pur sapendo che, in caso di disobbedienza o ribellione, mi punirà inviandomi sentimenti sgradevoli e/o dolorosi.

Il mio autocensore limita la mia libertà e creatività, ma mi protegge dal rischio di diventare asociale. Sarebbe dunque un errore liberarmene, ammesso che possa riuscirvi. E' un padre-padrone con cui dovrò sempre fare i conti.

Io penso che ogni essere umano abbia un autocensore come l'ho io, ma non tutti ne sono consapevoli.

La paura del confronto

Una delle cose che più disturbano un essere umano è il confronto, in termini etici o intellettuali, rispetto a un altro, o alla media degli altri membri della comunità di appartenenza.

L'ipotesi di essere peggiore di un altro, a livello inconscio, è terrificante perché implica il rischio di essere, a causa di ciò, esclusi dalla comunità o relegati ad un rango inferiore. Per proteggere la psiche da tale inquietante eventualità, un meccanismo di difesa inconscio provvede ad evitare ogni occasione di confronto in termini etici e intellettuali, a non percepire le differenze di valore tra esseri umani (comprese le proprie inferiorità ma, paradossalmente, anche superiorità), e a considerare inopportuno, sconveniente, deprecabile, temerario, vizioso, asociale lo stesso atto del confrontare, col risultato che, se uno osa accennare o alludere direttamente o indirettamente al fatto che esistono persone migliori di altre, anche senza fare nomi, viene tacciato di presunzione e arroganza, e suscita antipatia. Al tempo stesso l'umiltà, intesa come astensione dal giudizio comparativo, viene da molti considerata la somma virtù.

Infatti mi aspetto che una buona parte delle persone che leggeranno questa mia riflessione ne saranno disturbate e penseranno che sono presuntuoso e arrogante, e che mi ritengo superiore a loro, cosa infondata dal momento che non so nemmeno chi mi leggerà. Tuttavia alcune di queste persone interpreteranno questo mio scritto come il tentativo di dimostrare che sono migliore di loro, e mi condanneranno per questo, che sentiranno come un insulto personale.

Vi chiederete allora perché, sapendo che così mi rendo antipatico a molti, ogni tanto scrivo cose in cui esplicitamente o implicitamente parlo di valori umani in senso comparativo, specialmente della necessità di migliorare il proprio comportamento a livello individuale e colletttivo. La risposta è: perché lo sento non solo come un diritto, ma come un dovere morale, in quanto penso che il progresso civile dipende dalla diffusione del giudizio di valore etico e intellettuale sul comportamento umano. Infatti, se nessuno osa giudicare, se criticare è tabù, viene a mancare la motivazione a migliorare, anzi, si arriva all'assurdo di aver paura di migliorare per evitare il rischio di essere accusati di arroganza, e di voler essere superiori agli altri.

Per quanto mi riguarda, io non cerco di essere superiore agli altri, ma a me stesso. Tuttavia, a chi cerca di migliorare se stesso capita involontariamentte, strada facendo, di superare qualcun altro. E adesso lapidatemi.

Il valore di un essere umano (per una meritocrazia etica)

Quando si parla di valori umani si parla normalmente di cose che hanno valore per un essere umano, ma quasi mai del valore di una persona per le altre. Secondo me ciò è dovuto ad una paura inconscia, presente in ognuno di noi, di essere giudicati e misurati in termini di valore (o utilità)  per la comunità di appartenenza; cioè la paura inconscia di non superare l'esame di dignità sociale e di essere respinti dalla comunità interiorizzata.

Che un essere umano abbia un valore più o meno grande per il prossimo è innegabile se il suo valore/disvalore consiste nella misura della sua utilità/nocività per gli altri, cioè del bene/male che esso fa agli altri. Tuttavia tale definizione ci turba perché contraddice la diffusa opinione che il valore di un essere umano sia assoluto, a priori e a prescindere dal suo effettivo comportamento, e che ogni essere umano meriti rispetto per solo il fatto di essere umano, e non per meriti particolari.

L'egualitarismo politico, nato per garantire a tutti l'uguaglianza dei diritti, è stato quasi ovunque accompagnato da un egualitarismo morale che ha annullato la meritocrazia etica affermando che tutti hanno pari dignità morale, col risultato di rendere l'etica inutile e impraticabile. Così come l'ideologia comunista ha rovinato l'economia dei paesi del socialismo reale, una specie di comunismo morale ha interrotto la corsa verso il miglioramento morale dell'umanità. Infatti, se siamo tutti moralmente uguali, perché cercare di migliorare? Qualsiasi tentativo di migliorare se stessi verrebbe interpretato dagli altri come tentativo di diventare migliore di essi, cioè superiori, e verrebbe quindi condannato come manifestazione di arroganza o tentativo di sopraffazione.

Io credo che per riattivare la corsa verso il miglioramento etico dell'umanità dovremmo abbattere il comunismo morale e affermare che gli esseri umani sono tutti moralmente diversi e riconoscere e onorare la superiorità etica di chi più e meglio contribuisce al bene comune, a tutti i livelli (microsociale e macrosociale).

Uno dei principi fondamentali di una meritocrazia etica dovrebbe essere che il comportamento morale non può limitarsi ad evitare di commettere atti nocivi verso gli altri, ma deve includere iniziative, sforzi e azioni costruttive tese a migliorare il benessere altrui.

A questo punto quasi tutti obietteranno: ma come è possibile misurare
oggettivamente il valore di una persona? Chi può farlo?  Chi può garantire che la
valutazione sia giusta e che non vi siano abusi? La risposta è semplice: una valutazione oggettiva è impossibile e io non prefiguro che le valutazioni morali possano essere oggetto di leggi e di trattamenti politici. La meritocrazia etica che immagino è un fatto puramente culturale. Ognuno dovrebbe sviluppare i propri criteri di valutazione e giudicare con la sua testa sulla base della propria formazione umanista, indispensabile per evitare errori grossolani di valutazione. E ognuno dovrebbe esprimere i propri giudizi morali sugli altri così come si esprimono giudizi su artisti e letterati.

In che misura l'umiltà influisce sull'efficacia?

(Mio intervento al Caffè Filosofico online di Lione l'8/3/2022 sul tema «In che misura l'umiltà incide sull'efficienza?»)

Il dizionario Larousse definisce l'umiltà come "Il sentimento, lo stato d'animo di qualcuno che è consapevole delle proprie inadeguatezze e debolezze ed è incline a sminuire i propri meriti". Lo stesso dizionario definisce l'aggettivo "umile", tra gli altri, come segue

  1. Uno che è consapevole dei propri limiti e delle proprie debolezze, e che lo dimostra con un atteggiamento volutamente modesto e schivo.

  2. Uno che mostra un grande rispetto per gli altri, o che è esageratamente autosufficiente, servile di fronte agli altri.

  3. Chi è semplice, modesto, senza pretese o senza importanza nel carattere.

Queste definizioni, a mio parere, non rendono giustizia del fatto che il concetto di umiltà è centrale nella competizione tra esseri umani. Infatti umiltà implica sempre una certa inferiorità.

A mio avviso, l’umiltà è la coscienza del proprio «status» nei confronti di una o più altre persone. In tal senso è un concetto sempre relativo e relazionale. Infatti non ha senso parlare di umiltà in senso assoluto. Una persona è umile, se lo è, sempre verso qualcun altro. Si tratta della percezione comparativa di una certa posizione in una delle tante possibili gerarchie sociali, come: moralità, intelligenza, potenza fisica, potenza politica, potenza economica, potenza sessuale, bellezza, conoscenza, competenza professionale, capacità artistica, astuzia, ecc.

Per quanto riguarda la gerarchia morale e quella intellettuale, la persona “umile” non giudica e non critica le persone di fronte alle quali si sente umile, ovvero “inferiore”.

Il contrario dell’umiltà è l’arroganza. Infatti chi giudica e critica facilmente è spesso considerato arrogante, perché il giudicante o criticante si pone per definizione in una posizione morale o intellettuale più alta rispetto al giudicato o criticato.

Secondo me, l’umiltà non è una virtù, ma una trappola, un’invenzione delle religioni per meglio consolidare il loro potere, per far tacere lo spirito critico dei fedeli. E’ anche una convenzione sociale, una questione di tatto, che serve a farsi ben volere.

Ovviamente è necessario giudicare, criticare, valutare con saggezza e ponderazione, cioè senza sovrastimare né sottostimare né gli altri né se stessi. e non c’è nulla di male nel sentirsi superiori a certe altre persone in certi campi, anche perché non si può escludere che ciò sia possibile. Ma sforzarsi di essere umili perché si considera l’umiltà una virtù è  mio avviso una sciocchezza nociva, perché deprime lo spirito critico, che è il motore del progresso civile.

Dittatura della mediocrità

Se A è e superiore a B, allora B è inferiore ad A. Ma questa idea non piace a B, specialmente se si tratta di una inferiorità intellettuale e/o morale, e (a meno che A non sia così bravo da nascondere le sue doti) B farà di tutto per trovare dei difetti in A per negare o ridimensionare la sua superiorità, e, non trovandoli, dirà che A è arrogante e presuntuoso, e che la sua superiorità è relativa e soggettiva, che nessuno ha il diritto di valutare il livello di qualità morale e intellettuale di nessuno, e che in realtà siamo tutti uguali.

Le persone moralmente e intellettualmente superiori sono dunque costrette, se non vogliono rendersi antipatiche e attirarsi l’ostilità dei mediocri, a nascondere le loro doti migliori.

Questo provoca danni sia a livello individuale che sociale. A livello individuale viene danneggiata la mente delle persone migliori, che, per essere accettate dagli altri sono costrette a nascondere le loro doti, in molti casi anche a se stesse, come se fossero cose di cui vergognarsi. Si arriva così al paradosso che il senso di inferiorità e la timidezza colpiscono soprattutto le persone iperdotate. A livello sociale viene danneggiata la società perché, dato che il progresso civile è prodotto dai contributi delle persone migliori, scoraggiare il riconoscimento delle superiorità ostacola il progresso stesso.

Questo problema non si pone nel confronto di qualità fisiche, in particolare della bellezza e delle capacità atletiche e sportive. Al contrario, le persone esteticamente ed atleticamente superiori sono oggetto di un vero e proprio culto.

Il concetto di eccellenza è dunque un tabù solo per quanto riguarda l’intelletto (inteso come capacità di concepire nuove idee utili alla società) e la morale. Perché? Credo che ciò sia soprattutto la conseguenza dell’educazione religiosa che, da una parte, riserva al clero il diritto di valutare la moralità e la sapienza delle persone, e, dall’altra, applica criteri di valutazione per cui il massimo della moralità coincide con l’estremo sacrificio personale (caratteristico dei santi martiri) e il massimo della sapienza coincide con la teologia.

I mass media, pilotati dai poteri politici, economici e religiosi, ostacolano ulteriormente la coltivazione e il riconoscimento dell’eccellenza morale e intellettuale nel tentativo di inibire l’esercizio del senso critico, pericoloso per quei poteri, in quanto si basano sull’obbedienza acritica e la manipolazione dei cittadini - consumatori - fedeli.

Viviamo dunque in una dittatura della mediocrità, che in politica si incarna nella demagogia. Questa approfitta del fatto che in democrazia il voto di uno stupido o di un irresponsabile vale quanto quello di una persone superiore, per cui è la quantità, e non la qualità degli elettori, a determinare i governi.

Per concludere, per avere successo nella società occorre rendere omaggio alla mediocrità e nascondere le proprie doti intellettuali e morali, o, meglio, non averne affatto. È il trionfo della modestia coercitiva usata dai mediocri (ormai al potere) come arma contro l’espressione dell’eccellenza nei campi in cui più si distingue l’uomo dalla bestia.

Chi ha paura dell'arroganza?

Molto spesso, chi accusa una certa persona di arroganza lo fa perché si sente infastidito, disturbato da essa. E quando uno si sente disturbato da una persona, tende a spiegare il turbamento, o l'irritazione, con un difetto dell'altro, anziché proprio.

Consideriamo le intolleranze alimentari. Ci sono persone che sono intolleranti ai pomodori. Queste persone non direbbero mai che i pomodori sono cattivi o che abbiano dei problemi, ma che esse stesse hanno un problema o difetto relativamente ai pomodori.

Invece, quando l'intolleranza ha come oggetto una persona, difficilmente chi che ne è affetto pensa di avere in sé stesso un problema o difetto come causa dell'intolleranza stessa, ma è spesso convinto che il problema o difetto si trovi nella persona che col suo comportamento ha scatenato la reazione di intolleranza.

Molto spesso, quando non troviamo un motivo oggettivo per qualificare negativa mente una persona che ci irrita o ci disturba, l'accusiamo di arroganza, perché l'arroganza spesso disturba e irrita.

Chiediamoci perché.

Dal vocabolario Treccani apprendiamo che l'arroganza è "insolenza e asprezza di modi di chi, presumendo troppo di sé, vuol far sentire la sua superiorità". Questo mi induce a pensare che l'arroganza ci disturba perché tenta di dimostrare la nostra inferiorità, in altre parole ci umilia, e nessuno tollera di essere considerato inferiore o di essere umiliato.

A questo punto vorrei fare una serie di considerazioni logicamente concatenate.

La prima è che l'idea o ipotesi di essere inferiori a qualcun altro ci turba, anzi, direi che ci spaventa, probabilmente perché associata al rischio incoscio di essere emarginati o esclusi dalla comunità a causa della nostra inferiorità o inadeguatezza.

La seconda è che tendiamo a non riconoscere la superiorità altrui proprio perché, logicamenete, se una persona è superiore a noi, noi siamo inferiori ad essa.

La terza è che la psiche tende a rimuovere dalla consapevolezza e a spostare nell'incoscio le considerazioni suddette, per evitare al soggetto la sofferenza e angoscia di sentirsi inferiore o inadeguato e quindi a rischio di esclusione dalla comunità di appartenenza.

La quarta è che, sebbene la ragione della nostra irritazione o del nostro turbamento sia inconscia, l'irritazione e il turbamento stessi sono ben consci e quindi debbono essere in qualche modo giustificati senza mettere in discussione la propria adeguatezza e senza ammettere che abbiamo paura di scoprire di essere inferiori o insufficienti.

La quinta ed ultima è che, in conseguenza di quanto sopra, la psiche cercherà di dimostrare che la causa dell'irritazione è soltanto nell'altro che l'ha provocata e, non trovando nulla di oggettivamente criticabile nel comportamento altrui, ricorre all'accusa di arroganza, anche quando questa è oggettivamente infondata.

Morale: per evitare di essere considerati arroganti, meglio evitare di dire cose troppo intelligenti o che gli altri non sappiano già.





Hybris comunitaria

La paura dell'Hybris (vedi, sotto, alcune definizioni del termine) mi sembra molto diffusa nell'inconscio della maggior parte della gente. L'effetto di tale paura è quello di inibire in se stessi la ricerca di una saggezza superiore a quella comune (ovvero a quella della comunità di appartenenza), e di giudicare come arrogante, presuntuoso, superbo, tracotante, stolto ecc. colui che tenta di superare il senso comune in cerca di una verità più vera e ampia di quella normalmente conosciuta dagli altri, e di elevarsi moralmente e/o intellettualmente al di sopra degli standard comunitari.

In tal senso, la Hybris costituisce una minaccia (così percepita consciamente o inconsciamente) per la conservazione e la coesione della comunità di appartenenza e, in quanto tale, viene combattuta con l'antipatia, l'emarginazione, l'ostilità e, in casi estremi, con punizioni corporali o la pena di morte.


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Alcune definizioni di Hybris:

"Nell'antica Grecia, presunzione di forza, di potenza, propria dell'uomo che offende gli dei e ne provoca la vendetta." [Fonte]

"Significa letteralmente "tracotanza", "eccesso", "superbia", “orgoglio” o "prevaricazione"." [Fonte]

"...«insolenza, tracotanza», e nella cultura greca antica è anche personificazione della prevaricazione dell’uomo contro il volere divino: è l’orgoglio che, derivato dalla propria potenza o fortuna, si manifesta con un atteggiamento di ostinata sopravvalutazione delle proprie forze, e come tale viene punito dagli dèi direttamente o attraverso la condanna delle istituzioni terrene (per es., la h. di Prometeo)." [Fonte]

"La parola hybris significa violenza, oltraggio, arroganza: è una parola degli uomini e indica la violazione di un limite, di una misura, di fronte agli dei, agli altri uomini, di fronte alla natura. È la violazione di un kosmos e di una armonia, una assenza di consapevolezza e di responsabilità. È avanzare in equilibrio su un filo fragile con la superbia e la sventatezza che lo possono spezzare. " [Fonte]

"... l’evento-colpa che viene commesso dall’uomo per orgoglio e tracotanza, ma soprattutto per sfidare gli dèi e andare oltre la propria limitatezza, non rimane mai impunito; a tale comportamento seguirà sempre la nèmesis, la vendetta divina, l’ira e lo sdegno della divinità di fronte ai misfatti umani e alla loro logica, l’orgoglio." [Fonte]

"Ma da cosa nasce la Hybris? Una qualsiasi violazione della norma della misura, cioè dei limiti che l’uomo deve incontrare nei suoi rapporti con gli altri uomini, con la divinità o con l’ordine delle cose. Macchiarsi di hybris per i Greci significava non aver agito conformemente alle regole, rendendo necessaria una punizione. Essa viene scatenata dall’Ate, una forma di accecamento che offusca la mente dell’uomo portandolo a commettere azioni superbe e malvagie." [Fonte]

L'accusa di arroganza

Il vocabolario Treccani definisce l'arroganza come "insolenza e asprezza di modi di chi, presumendo troppo di sé, vuol far sentire la sua superiorità". Purtroppo tale termine viene invece spesso usato per qualificare chi esprime idee e opinioni diverse da quelle prevalenti nella comunità di appartenenza, specialmente per quanto riguarda i valori morali e, in minore misura, quelli intellettuali.

Infatti, ad eccezione della condanna della violenza e dello sfruttamento dei più deboli, sembra che la morale popolare, almeno in Italia, preveda ormai una sola colpa: quella di arroganza, intesa come il sentirsi, o il cercare di essere, migliori degli altri, e l'abitudine di giudicare il prossimo.

Questo tipo di moralità comporta una serie di conseguenze logiche e pratiche su cui conviene riflettere.

In base a tale moralità, nessuno avrebbe il diritto di giudicare i difetti morali altrui ad eccezione del grado di arroganza, che invece tutti dovrebbero, giudicare e condannare. L'arroganza sarebbe dunque il "peccato" più grave dopo la violenza e lo sfruttamento, e nessuno dovrebbe, ad esempio, accusare qualcuno di omissione di obbligo morale.

Conseguenza di tale moralità è, inoltre, che i concetti di bene e male, e la stessa etica, sono ormai diventati tabù o politicamente scorretti in quanto considerati come strumenti ed espressioni di arroganza. Infatti, normalmente è sufficiente che uno giudichi il bene e il male negli altri, per essere considerato arrogante. La giustificazione di tale opinione sarebbe che non esiste una definizione oggettiva del bene e del male e, pertanto, chi giudica si "arroga" una competenza completamente soggettiva e infondata. Il pericolo sarebbe dunque quello dell'arbitrarietà del giudizio per cui una persona buona potrebbe essere considerata cattiva e condannata ingiustamente, e viceversa, ragionamento che viene spesso accompagnato dall'evocazione dei capi di concentramento nazisti dove venivano sterminate persone ingiustamente considerate cattive.

La paura di essere considerati arroganti ha come conseguenza la banalizzazione dell'etica, ridotta alla sola condanna della violenza e dello sfruttamento dei più deboli, e ad un'idea di eguaglianza basata sulla stigmatizzazione del confronto etico tra esseri umani, per cui non è concepibile che una persona sia moralmente superiore ad un altra (ad eccezione degli ambiti sopra menzionati). E' perciò comprensibile che le persone che adottano questo modo di vedere temano e disprezzino i cosiddetti arroganti, perché questi si permettono di dare giudizi morali in base ai quali potrebbero essere ritenuti inferiori ad altri.

Il fatto è che, inconsciamente, abbiamo tutti paura di essere considerati peggiori rispetto alla media della comunità a cui apparteniamo, e di essere, per tale motivo, emarginati o esclusi dalla comunità stessa.

D'altra parte, la democrazia, eliminando giustamente le disuguaglianze dei diritti, ha purtroppo eliminato anche le disuguaglianze dei doveri morali (e dei conseguenti meriti). Questa tendenza egualitaristica generalizzata e assoluta ha come conseguenza la deresponsabilizzazione morale degli individui e lo scoraggiamento della ricerca dell'automiglioramento. Infatti, chi cerca di migliorare se stesso finisce immancabilmente per diventare migliore di qualcun altro, cosa che, se desiderata o percepita dall'interessato, viene immediatamente condannata come arroganza.

Per concludere, io sono dell'opinione che, proprio perché non esistono criteri oggettivi di moralità, ognuno dovrebbe cercare di costruire una sua morale personale o adottarne una più o meno condivisa con altre persone, che permetta una convivenza e un'interazione pacifica, costruttiva e soddisfacente con altre persone, basata sul rispetto delle esigenze di tutte le parti in gioco.

Hybris e anti-hybris sociale ed ecologica

La "hybris" (ovvero arroganza, tracotanza, superbia, presunzione, auto-sopravvalutazione ecc.) è un difetto umano che si può manifestare sia nei confronti di altre persone che nei confronti della natura, ovvero dell'ambiente naturale o della divinità. Perciò mi riferisco alla prima come "hybris sociale" e alla seconda come "hybris ecologica".

Per "anti-hybris" intendo il contrasto e la punizione nei confronti delle persone considerate arroganti da parte di altre persone ("anti-hybris sociale") o da parte della natura ("anti-hybris ecologica").

Giudicare se una certa azione o attività umana sia da considerarsi un atto di arroganza (sociale o ecologica), è difficile e si presta a errori dalle tragiche conseguenze. Infatti ho l'impressione che molto spesso non vengono considerati arroganti comportamenti che lo sono, e vengono considerati arroganti comportamenti che non lo sono.

Qual'è il criterio con cui la gente riconosce l'arroganza? Credo che esso consista nella semplice formula: è arrogante chiunque creda di essere più saggio di me o delle persone della mia comunità che io considero autorevoli.

Infatti si può dire che la saggezza (comunque ognuno la intenda) sia il criterio per stabilire l'arroganza, ovvero che arrogante è colui che si ritiene saggio senza esserlo, ovvero sopravvaluta la sua saggezza.

Ma che significa essere saggi? E chi può giudicare la saggezza di una persona o di se stesso?

Credo che la saggezza abbia a che fare con la conoscenza, ma non con la sua quantità di questa, bensì con la sua qualità. Infatti, l'importante è conoscere le cose opportune, quelle che è importante conoscere, quelle che riguardano il nostro benessere e quello delle persone da cui dipendiamo, perché la conoscenza non deve essere fine a se stessa ma al buon vivere, ovvero alla felicità, comunque essa sia definita.

La saggezza ha anche a che fare con l'etica, se si assume che l'uomo non può vivere se non in società e che la vita sociale è possibile solo se i membri di una comunità rispettino un certa etica. In tal senso la saggezza serve a definire le regole etiche della vita sociale e a verificarne il rispetto, non in nome di principi astratti fini a se stessi, ma al fine dell'umana felicità.

La saggezza risponde dunque a domande come: cosa è giusto fare per vivere insieme felicemente? Come è giusto organizzare la società? Come distribuire il potere, i beni, i ruoli e le posizioni gerarchiche? Come giudicare e condannare le persone che non rispettano le regole sociali?

E' dunque evidente che la saggezza abbia importanti conseguenze per ogni membro della società, perché da un certo criterio di saggezza può dipendere il suo status sociale. Infatti, siccome la saggezza esprime giudizi di opportunità e condanne morali, essa è affetta da conflitto di interessi e soggetta a manipolazioni da parte delle persone interessate ai suoi giudizi.

Capiamo allora come il giudizio di arroganza da parte di una certa persona sia direttamente legato alla difesa del proprio criterio di saggezza, che è normalmente quello più favorevole a se stessa. In estrema sintesi, vale dunque la formula: è arrogante chi afferma che i suoi criteri di saggezza siano migliori (ovvero più veri ed efficaci) dei miei. E siccome i criteri di saggezza scaturiscono da una filosofia, è arrogante chi presume che la sua filosofia sia migliore della mia, ovvero chi critica la mia filosofia, che può anche essere assenza di filosofia. Tale formula è normalmente inconscia.

Ogni essere umano ha paura del giudizio altrui perché è dipendente da esso e fa di tutto per evitare di essere mal giudicato, come scegliere le filosofie che lo assolvono e contrastare qualsiasi filosofia contrastante con la propria, fino al punto di abbracciare una filosofia in cui il giudicare è considerato un male, e la saggezza consiste nel non giudicare né se stessi né gli altri.

Quando interagiamo con altre persone, non dobbiamo dunque mai dimenticare che i nostri interlocutori non tollerano di essere da noi giudicati, e se percepiscono un giudizio sfavorevole da parte nostra reagiscono normalmente accusandoci di arroganza.

Il problema (e la paura) della responsabilità

Il concetto di responsabilità è uno dei più problematici per l'umanità. Su di esso si basano l'etica, la politica e le dinamiche interpersonali. Essere responsabili di una situazione significa, infatti, avere avuto o avere ancora il potere e la libera volontà di determinarla nel bene o nel male.

L'Uomo tende ad assegnare ad una o più persone la responsabilità di qualunque cosa accada al mondo ad eccezione dei fenomeni puramente naturali. Molti pensano, infatti, che tutto ciò che accade avvenga per volontà di qualcuno, cioè di un essere umano o gruppo di esseri umani, oppure di Dio o altra entità spirituale.

E' difficile, per molti, ammettere che quasi tutto ciò che avviene nel mondo non è determinato dalla libera volontà umana né da quella divina. Infatti la volontà umana è in gran parte non libera ma deterministica, e quella divina è questione di fede e non è dimostrabile razionalmente. Ne consegue che quasi tutti cercano di dimostrare di non essere responsabili dei mali della società e di avere molti più meriti che demeriti.

Essere considerati responsabili di un male verso una o più persone è pericoloso e spaventoso, perché a ciò è associata l'idea di meritare perciò una punizione da parte del danneggiato o del resto della società, che, nei casi più gravi, potrebbe consistere nell'emarginazione sociale, violenze, pene detentive o perfino nella morte.

Siccome i mali della società sono sotto gli occhi di tutti, è importante avere un alibi per dimostrare di non esserne responsabili o corresponsabili. E allora, specialmente se si pensa che nulla avvenga per colpa di nessuno, è giocoforza che se noi non siamo responsabili del male, qualcun altro debba esserlo. Da qui la tendenza a cercare, non in noi stessi ma negli altri, i responsabili dei mali della società, cioè delle nostre sofferenze e di quelle altrui.

A tale scopo ci sono tantissime tesi, idee, congetture, teorie, e ideologie (politiche, economiche, storiche, religiose, spirituali, scientifiche ecc.) da cui si evince che certe persone non siano responsabili dei mali che affliggono la società, mentre lo siano altre persone. Tali supposizioni, deresponsabilizzanti per i loro proponenti e seguaci, sono sempre state popolari perché rispondono al bisogno di ogni essere umano di avere un alibi rispetto ai mali della società.

Da un punto di vista psicologico, il nostro bias cognitivo ci presenta una visione del mondo parziale e distorta in modo da essere deresponsabilizzanti per noi.

Da un punto di vista psicoanalitico, possiamo supporre che ognuno di noi tenda a rimuovere nell'inconscio ogni "prova" che potrebbe indebolire il nostro alibi rispetto ai mali della società.

La mia opinione è che ogni essere umano libero e capace di intendere e di volere sia, in proporzione alle sue capacità e possibilità, corresponsabile dei mali della società, a meno che non possa dimostrare di battersi efficacemente contro di essi (questo vale anche per la mia persona).

Infatti io credo che la responsabilità morale di un individuo non consiste solo nell'astenersi dal fare cose nocive come rubare, uccidere, mentire, ma include anche l'obbligo di impegnarsi attivamente, produttivamente, per il bene comune e il miglioramento della società.

Secondo me, per migliorare la società è indispensabile che i veri responsabili dei suoi mali ammettano la loro responsabilità o corresponsabilità e cerchino di migliorare il proprio comportamento, oppure che un'adeguato numero di persone combattano efficacemente per costringere i responsabili dei mali a correggersi.

Mi aspetto che gli argomenti che ho esposto in questo articolo siano sgraditi alla maggior parte della gente perché tendono a responsabilizzare ogni essere umano rispetto ai mali della società e a demistificare ogni tesi deresponsabilizzante.

Per questo mi aspetto una secca opposizione difensiva e controffensiva ai miei argomenti da parte dei più, consistente soprattutto in accuse, verso la mia persona, di arroganza, presunzione, ingenuità, ignoranza e mancanza di credenziali accademiche, anziché una pacifica discussione sulla fondatezza o infondatezza razionale delle idee che ho esposto.


Vedi anche Il peccato originale laico e la sua rimozione.

Dalla paura dell'arroganza alla paura del successo

Tra le trappole mentali in cui si può cadere, c'è la paradossale paura del successo. Questo fenomeno consiste in un'auto-limitazione o auto-boicottaggio (involontari e inconsci) che ostacolano la manifestazione di qualità e capacità, da parte del soggetto, che dimostrerebbero una sua certa superiorità in particolari aree di competenza (specialmente di tipo intellettuale o etico) rispetto alle persone con cui esso interagisce abitualmente.

Il motivo dell'auto-limitazione o auto-boicottaggio, in termini psicodinamici, può essere legato alla paura inconscia di essere accusati di arroganza, cioè di voler dimostrare la propria superiorità, tendenza considerata un grave difetto o vizio dalla maggior parte della gente, oltre che motivo di irritazione e antipatia, laddove la modestia e l'umiltà sono considerate virtù.

La Psicologia dei bisogni, spiega questo fenomeno facendo riferimento all'agente mentale (anche detto dèmone) denominato "Alfa-io", che presiede ai bisogni di prevalenza, cioè alla tendenza ad occupare la posizione gerarchica più vantaggiosa (sia in termini di prestigio che di potere) consentita dalla comunità di appartenenza e dalle proprie doti e capacità.

Ma l'Alfa-io deve scendere a patti con l'altro dèmone chiamato Super-io, che, invece, presiede ai bisogni di appartenenza e integrazione sociale, il quale impone una censura all'Alfa-io per evitare il rischio che il soggetto venga emarginato o comunque punito dalla comunità a causa della sua "superbia". Per effetto di tale censura, l'Alfa-io è spinto a nascondere la sua eventuale superiorità dietro una maschera di modestia e umiltà più o meno convincenti.

Succede però che l'Alfa-io non rinunci facilmente al bisogno di prevalere, e cerchi di asserire le proprie capacità in modo indiretto, implicito o camuffato, specialmente attraverso lo scambio di opinioni su fatti umani e sociali, con particolare riguardo all'etica, politica, filosofia, psicologia e cultura in generale. In tal caso il soggetto coglierà l'occasione di qualsiasi discussione per mettere in evidenza la sua superiore cultura o moralità, anche, eventualmente, criticando o contraddicendo quelle espresse dai suoi interlocutori, i quali però, intuiranno tale strategia e reagiranno ad essa con irritazione, fastidio, e, in casi estremi, con aggressività verbale e critiche al carattere del soggetto e al suo modo di porsi, accusandolo, appunto, di arroganza, o addirittura di asocialità.

L'arroganza, cioè l'inclinazione al confronto in cui si determina chi è superiore e chi inferiore, chi ha ragione e chi torto, è temuta soprattutto da coloro che temono di risultare perdenti dal confronto stesso, perché lo stato d'inferiorità viene associato (consciamente o ancor più inconsciamente) con il rischio di essere espulsi dalla comunità o condannati ad una posizione gerarchica svantaggiosa. Tutto ciò è analogo a quanto avviene tra i polli, che si combattono finché non si stabilisce e si conviene un chiaro "ordine di beccata", in cui ognuno sa chi può mangiare prima di chi, chi può beccare chi, e chi può essere beccato da chi.

Lo psicologo Alfred Adler (1870–1937), nella sua Psicologia individuale, enfatizza l'importanza dei sentimenti di inferiorità nello sviluppo della personalità e dei disagi mentali, con particolare riguardo ai fenomeni di compensazione, in cui una persona con inferiorità biologica tende normalmente a sviluppare una superiorità culturale (in qualche ambito particolare), per ottenere una posizione di rispetto nella comunità di appartenenza. Aggiungerei che ci sono anche persone ipodotate intellettualmente che cercano di compensare la loro inferiorità sviluppando una superiorità fisica, per esempio, dedicandosi con impegno ad uno sport.

In base a tale ottica, c'è da aspettarsi che siano le persone che hanno sentimenti d'inferiorità congenita quelle che più appaiono come arroganti, in quanto cercano di mostrare una superiorità compensativa.

Ne consegue che una persona può essere affetta da un complesso d'inferiorità e al tempo stesso uno di superiorità che è conseguenza della compensazione già avvenuta o in corso di sviluppo.

Può tuttavia succedere che una persona sia intellettualmente dotata e nettamente superiore ai suoi conoscenti, in modo congenito, cioè non per effetto della compensazione di una inferiorità originale, ma per un dono di natura. Purtroppo, nemmeno questo tipo di persona è immune dall'accusa di arroganza da parte dei meno dotati, i quali sono normalmente animati da invidia e gelosia più o meno consapevole.

In entrambi i casi (superiorità innata o acquisita) si può sviluppare nel soggetto una paura del successo, in quanto dimostrazione di superiorità che lo espone ad accuse di arroganza. Perché quanto più uno cresce e supera se stesso, tanto più, fatalmente, supererà anche gli altri che non sono cresciuti nella stessa misura in un particolare ambito.

A seconda del temperamento del soggetto "superdotato" sono allora possibili diverse carriere:

  • rinuncia al successo mediante auto-limitazione o auto-boicottaggio, in modo da evitare il rischio di essere accusati di arroganza;

  • sfida contro coloro che lo accusano di arroganza e assunzione di un atteggiamento volutamente e consapevolmente "arrogante";

  • assunzione di falsa modestia, cioè negazione, a parole, delle proprie capacità superiori nonostante la loro evidenza.

  • cercare il successo nella mediocrità, esaltandola e onorandola, ed evitando di mettere in campo le loro doti, come tanti personaggi dello spettacolo, che non fanno sentire nessuno dei telespettatori a lui inferiore.


Sulla valutazione delle differenze umane

La valutazione delle differenze umane è un tema, spinoso, pericoloso, praticamente tabù. Tuttavia è una faccenda estremamente importante da molti punti di vista: psicologico, psicopatologico, psicosociologico, antropologico, politico, giuridico, etico, morale ecc.. Per questo ho deciso di indagarla.

Cominciamo col termine “valutare”. Dato che stiamo parlando di differenze umane, per valutare intendiamo l’attribuire un valore ad un individuo in un certo ambito, in modo comparato rispetto al valore attribuito ad un altro (o al valore medio attribuito ad un insieme di altri), dando per scontato che non tutti gli individui hanno identico valore nell’ambito considerato, altrimenti la valutazione non avrebbe alcun senso né utilità. In generale, “valutare” è sinonimo di “giudicare”, anche se il secondo termine è più usato nelle valutazioni di tipo morale, per cui si può dire che giudicare equivale a valutare moralmente.

Così come due esseri umani, messi l’uno di fronte all’altro, non possono non comunicare (anche il silenzio è un messaggio), analogamente essi non possono fare a meno di valutarsi reciprocamente e di autovalutarsi. Le valutazioni sono normalmente più inconsce che consce. Possiamo riferirci alla valutazione inconscia col termine di “percezione”.

Cerchiamo ora di identificare i possibili ambiti delle valutazioni. E’ difficile perché non esistono ambiti “standard” comunemente riconosciuti e accettati.

Gli ambiti più importanti che vengono considerati nella valutazione di un essere umano sono, secondo me, i seguenti:
  • intellettuale (intelligenza, capacità di analisi e sintesi di situazioni e fenomeni complessi, capacità critica, capacità di risolvere problemi, di seguire e capire idee altrui, capacità di comunicare, di concepire nuove idee, di prevedere il futuro, creatività)

  • morale (rispetto per il prossimo e i beni comuni, giustizia, non violenza, generosità, solidarietà, altruismo, lealtà, sincerità, mantenimento degli impegni presi, onestà, legalità ecc.)

  • competitivo (capacità di superare, vincere gli altri, proteggersi e difendersi dagli altri)

  • temperamentale / sentimentale (empatia, introversione, estroversione, passionalità, flemmaticità, erotismo, sensualità, senso dell’umorismo, pavidità, coraggio, allegria, malinconia ecc.)

  • estetico (bellezza, eleganza, attrattività, fascino, bruttezza, ripugnanza)

  • medico (salute fisica e mentale, resistenza alle malattie, robustezza, fragilità, vitalità)

  • pragmatico individuale (capacità di risolvere i propri problemi,, di soddisfare i propri bisogni, di guadagnare denaro)

  • pragmatico sociale (utilità sociale, capacità di risolvere i problemi altrui, di soddisfare i bisogni altrui, di aiutare gli altri, di guidare gli altri nel perseguire con successo interessi comuni)

E’ facile valutare, anche senza misurarla con uno strumento, la statura fisica di un individuo e dire, ad esempio, che A è più alto di B. Ma se parliamo di differenze in ambito intellettuale, morale, psicologico, psicosociologico ecc. le cose si complicano e diventano pericolose al punto tale che la maggior parte della gente preferisce astenersi dal valutare, tranne in casi eclatanti o di particolare coinvolgimento, come quando ci si ritiene vittime di ingiustizie.

La valutazione di un individuo (in un certo ambito) da parte di un altro comporta una serie di problematiche come le seguenti
  • è praticamente impossibile evitare di confrontare (consciamente o inconsciamente) la valutazione dell’altro con la propria autovalutazione, ragion per cui ogni valutazione comporta l’affermazione di una superiorità, inferiorità o uguaglianza del valutatore rispetto al valutato

  • è raro che due persone siano perfettamente uguali in un certo ambito di valutazione, per cui, prendendo a caso due individui, normalmente uno risulterà superiore all’altro nell’ambito considerato in una certa misura (soggettiva o oggettiva)

  • nel caso in cui il valutatore si valuti inferiore rispetto al valutato, si pongono problemi come i seguenti:

    • se la valutazione è coerente (cioè complementare) con quella che il valutato fa di se stesso, si determina un rapporto pacifico in cui la persona inferiore riconosce la superiorità dell’altro (riconoscimento che l’altro accetta) con le conseguenze del caso, come ad esempio l’accettazione di una posizione gerarchica inferiore o di un rapporto allievo verso maestro, da parte della persona che si considera inferiore

    • se invece ognuno si sente inferiore all’altro (caso piuttosto raro) allora si può creare una situazione di stallo in cui ognuno si aspetta che sia l’altro ad assumere un ruolo guida e di maggiore responsabilità nelle attività collaborative, e tenterà di dare all’altro la responsabilità di eventuali di errori o insuccessi

    • nel caso, invece, in cui il valutatore si valuti superiore rispetto al valutato, si pongono problemi come i seguenti:

      • se la valutazione è coerente (cioè complementare) con quella che il valutato fa di se stesso, vale quanto detto sopra nel caso corrispondente.

      • se invece ognuno si sente superiore all’altro (caso piuttosto frequente) allora si può creare una situazione di conflitto in cui ognuno cerca di dimostrare il suo valore non riconosciuto dall’altro e di raggiungere posizioni gerarchiche più alte in virtù della sua presunta superiorità

    Da un punto di vista dinamico, si possono ipotizzare due orientamenti opposti:
    • l’accettazione del proprio valore così come esso viene autovalutato o valutato dagli altri

    • il bisogno o desiderio di migliorare il proprio valore per ottenere vantaggi di vario tipo; parleremo in questo caso di bisogno di compensazione

    Il bisogno di compensare una valutazione ricevuta, o autovalutazione, ritenuta scarsa rispetto alle proprie ambizioni, può interessare sia l’ambito in cui viene determinata la scarsità di valore, sia, nel caso in cui si ritiene impossibile un miglioramento in tale ambito, altri ambiti in cui il miglioramento è relativamente più facile. Per esempio, se io ritengo di non poter aumentare il mio valore nelle discipline sportive perché il mio fisico non me lo consente, potrei dedicarmi alla coltivazione di discipline intellettuali, dove sono più dotato, e lì potrei eccellere sempre di più anche se già mi trovo ad un livello abbastanza alto. Questo fenomeno può spiegare l’accanimento di certe persone nel coltivare certe discipline o a perseguire “missioni” di utilità sociale; in altre parole queste persone spesso si comportano così non per un genuino bisogno di superare se stessi, ma per compensare sentimenti di inferiorità incolmabili in altri ambiti, ed essere, in fin dei conti, più competitivi in senso lato.

    Esprimere valutazioni su aspetti “umani” di persone o categorie di persone, o autovalutazioni, è sempre pericoloso perché chi ascolta le valutazioni non può fare a meno di chiedersi quale sia il proprio valore nell’ambito considerato, anche se la valutazione non lo riguarda direttamente. Intendo dire che, direttamente o indirettamente, ognuno si sente coinvolto nella valutazione di qualsiasi altro essere umano. In altre parole, se A valuta B in un certo modo (positivo o negativo), C non può fare a meno di chiedersi quanto sia simile a B, e se riscontra qualche somiglianza, proietterà su se stesso la valutazione che A ha fatto di B, e reagirà come se A avesse valutato C invece di B. Per questo motivo, volendo essere “politicamente corretti” non si dovrebbe mai giudicare nessuno, né positivamente né negativamente. Infatti anche un giudizio positivo di A verso B potrebbe essere “preso male” da C se questo si sente carente, rispetto a B nell’ambito della valutazione.

    Ma essere “politcamente corretti”, se può essere utile per evitare di offendere qualcuno, non aiuta la società a progredire, anzi, rischia di impoverirla moralmente. Perché la moralità di una società dipende moltissimo dai giudizi morali di cui i suoi membri sono oggetto e/o soggetto, e, in assenza di giudizi morali, verrebbe a mancare una fondamentale motivazione a comportarsi eticamente.

    Parlando di autovalutazioni, non possiamo fare a meno di ricordare che la mente umana è “normalmente” vittima di autoinganni e illusioni, a causa del meccanismo incoscio che cerca di allontanare dalla coscienza tutto ciò che può essere doloroso o sgradevole per il soggetto, come ad esempio una autovalutazione negativa, soprattuto in ambito morale. Questo fa sì che normalmente le persone si sopravvalutino, cosa più evidente nelle personalità narcisistiche.

    D’altra parte certe religioni (tra cui il cristianesimo) tendono a inculcare nei loro adepti un autodisprezzo (come nel caso del mito del peccato originale) e questo può portare a sottovalutazioni ingiustificate quanto dannose, che colpiscono soprattutto le persone più sensibili e ingenue.

    Per concludere, io credo che i rapporti umani migliorerebbero se la valutazione delle differenze umane venisse affrontata in modo aperto, razionale e demistificato, superando la sindrome del “politicamente corretto” e fosse oggetto di metacomunicazione e ricerche scientifiche psicosociologiche.

    Umberto Eco - Fenomenologia di Mike Bongiorno

    L'uomo circuìto dai mass media è in fondo, fra tutti i suoi simili, il più rispettato: non gli si chiede mai di diventare che ciò che egli è già. In altre parole gli vengono provocati desideri studiati sulla falsariga delle sue tendenze. Tuttavia, poiché uno dei componenti narcotici a cui ha diritto è l'evasione nel sogno, gli vengono presentati di solito degli ideali tra lui e i quali si possa stabilire una tensione. Per togliergli ogni responsabilità si provvede però a far sì che questi ideali siano di fatto irraggiungibili, in modo che la tensione si risolva in una proiezione e non in una serie di operazioni effettive volte a modificare lo stato delle cose.
    Insomma, gli si chiede di diventare un uomo con il frigorifero e un televisore da 21 pollici, e cioè gli si chiede di rimanere com'è aggiungendo agli oggetti che possiede un frigorifero e un televisore; in compenso gli si propone come ideale Kirk Douglas o Superman. L'ideale del consumatore di mass media è un superuomo che egli non pretenderà mai di diventare, ma che si diletta a impersonare fantasticamente, come si indossa per alcuni minuti davanti a uno specchio un abito altrui, senza neppur pensare di possederlo un giorno.
    La situazione nuova in cui si pone al riguardo la TV è questa: la TV non offre, come ideale in cui immedesimarsi, il superman ma l'everyman. La TV presenta come ideale l'uomo assolutamente medio. A teatro Juliette Greco appare sul palcoscenico e subito crea un mito e fonda un culto: Josephine Baker scatena rituali idolatrici e dà il nome a un'epoca. In TV appare a più riprese il volto magico di Juliette Greco, ma il mito non nasce neppure; l'idolo non è costei, ma l'annunciatrice, e tra le annunciatrici la più amata e famosa sarà proprio quella che rappresenta meglio i caratteri medi: bellezza modesta, sex-appeal limitato, gusto discutibile, una certa casalinga inespressività.
    Ora, nel campo dei fenomeni quantitativi, la media rappresenta appunto un termine di mezzo, e per chi non vi si è ancora uniformato, essa rappresenta un traguardo. Se, secondo la nota boutade, la statistica è quella scienza per cui se giornalmente un uomo mangia due polli e un altro nessuno, quei due uomini hanno mangiato un pollo ciascuno - per l'uomo che non ha mangiato, la meta di un pollo al giorno è qualcosa di positivo cui aspirare. Invece, nel campo dei fenomeni qualitativi, il livellamento alla media corrisponde al livellamento a zero. Un uomo che possieda tutte le virtù morali e intellettuali in grado medio, si trova immediatamente a un livello minimale di evoluzione. La "medietà" aristotelica è equilibrio nell'esercizio delle proprie passioni, retto dalla virtù discernitrice della "prudenza". Mentre nutrire passioni in grado medio e aver una media prudenza significa essere un povero campione di umanità.
    Il caso più vistoso di riduzione del superman all'everyman lo abbiamo in Italia nella figura di Mike Bongiorno e nella storia della sua fortuna. Idolatrato da milioni di persone, quest'uomo deve il suo successo al fatto che in ogni atto e in ogni parola del personaggio cui dà vita davanti alle telecamere traspare una mediocrità assoluta unita (questa è l'unica virtù che egli possiede in grado eccedente) ad un fascino immediato e spontaneo spiegabile col fatto che in lui non si avverte nessuna costruzione o finzione scenica: sembra quasi che egli si venda per quello che è e che quello che è sia tale da non porre in stato di inferiorità nessuno spettatore, neppure il più sprovveduto. Lo spettatore vede glorificato e insignito ufficialmente di autorità nazionale il ritratto dei propri limiti.
    Per capire questo straordinario potere di Mike Bongiorno occorrerà procedere a una analisi dei suoi comportamenti, ad una vera e propria "Fenomenologia di Mike Bongiorno", dove, si intende, con questo nome è indicato non l'uomo, ma il personaggio.
    Mike Bongiorno non è particolarmente bello, atletico, coraggioso, intelligente. Rappresenta, biologicamente parlando, un grado modesto di adattamento all'ambiente. L'amore intrinseco tributatogli dalle teen-agers va attribuito in parte al complesso materno che egli è capace di risvegliare in una giovinetta, in parte alla prospettiva che egli lascia intravedere di un amante ideale, sottomesso e fragile, dolce e cortese.
    Mike Bongiorno non si vergogna di essere ignorante e non prova il bisogno di istruirsi. Entra a contatto con le più vertiginose zone dello scibile e ne esce vergine e intatto, confortando le altrui naturali tendenze all'apatia e alla pigrizia mentale. Pone gran cura nel non impressionare lo spettatore, non solo mostrandosi all'oscuro dei fatti, ma altresì decisamente intenzionato a non apprendere nulla.
    In compenso Mike Bongiorno dimostra sincera e primitiva ammirazione per colui che sa. Di costui pone tuttavia in luce le qualità di applicazione manuale, la memoria, la metodologia ovvia ed elementare: si diventa colti leggendo molti libri e ritenendo quello che dicono. Non lo sfiora minimamente il sospetto di una funzione critica e creativa della cultura. Di essa ha un criterio meramente quantitativo. In tal senso (occorrendo, per essere colto, aver letto per molti anni molti libri) è naturale che l'uomo non predestinato rinunci a ogni tentativo.
    Mike Bongiorno professa una stima e una fiducia illimitata verso l'esperto; un professore è un dotto; rappresenta la cultura autorizzata. È il tecnico del ramo. Gli si demanda la questione, per competenza.
    L'ammirazione per la cultura tuttavia sopraggiunge quando, in base alla cultura, si viene a guadagnar denaro. Allora si scopre che la cultura serve a qualcosa. L'uomo mediocre rifiuta di imparare ma si propone di far studiare il figlio.
    Mike Bongiorno ha una nozione piccolo borghese del denaro e del suo valore ("Pensi, ha guadagnato già centomila lire: è una bella sommetta!").
    Mike Bongiorno anticipa quindi, sul concorrente, le impietose riflessioni che lo spettatore sarà portato a fare: "Chissà come sarà contento di tutti quei soldi, lei che è sempre vissuto con uno stipendio modesto! Ha mai avuto tanti soldi così tra le mani?".
    Mike Bongiorno, come i bambini, conosce le persone per categorie e le appella con comica deferenza (il bambino dice: "Scusi, signora guardia...") usando tuttavia sempre la qualifica più volgare e corrente, spesso dispregiativa: "signor spazzino, signor contadino".
    Mike Bongiorno accetta tutti i miti della società in cui vive: alla signora Balbiano d'Aramengo bacia la mano e dice che lo fa perché si tratta di una contessa (sic).
    Oltre ai miti accetta della società le convenzioni. È paterno e condiscendente con gli umili, deferente con le persone socialmente qualificate.
    Elargendo denaro, è istintivamente portato a pensare, senza esprimerlo chiaramente, più in termini di elemosina che di guadagno. Mostra di credere che, nella dialettica delle classi, l'unico mezzo di ascesa sia rappresentato dalla provvidenza (che può occasionalmente assumere il volto della Televisione).
    Mike Bongiorno parla un basic italian. Il suo discorso realizza il massimo di semplicità. Abolisce i congiuntivi, le proposizioni subordinate, riesce quasi a rendere invisibile la dimensione sintassi. Evita i pronomi, ripetendo sempre per esteso il soggetto, impiega un numero stragrande di punti fermi. Non si avventura mai in incisi o parentesi, non usa espressioni ellittiche, non allude, utilizza solo metafore ormai assorbite dal lessico comune. Il suo linguaggio è rigorosamente referenziale e farebbe la gioia di un neo-positivista. Non è necessario fare alcuno sforzo per capirlo. Qualsiasi spettatore avverte che, all'occasione, egli potrebbe essere più facondo di lui.
    Non accetta l'idea che a una domanda possa esserci più di una risposta. Guarda con sospetto alle varianti. Nabucco e Nabuccodonosor non sono la stessa cosa; egli reagisce di fronte ai dati come un cervello elettronico, perché è fermamente convinto che A è uguale ad A e che tertium non datur. Aristotelico per difetto, la sua pedagogia è di conseguenza conservatrice, paternalistica, immobilistica.
    Mike Bongiorno è privo di senso dell'umorismo. Ride perché è contento della realtà, non perché sia capace di deformare la realtà. Gli sfugge la natura del paradosso; come gli viene proposto, lo ripete con aria divertita e scuote il capo, sottintendendo che l'interlocutore sia simpaticamente anormale; rifiuta di sospettare che dietro il paradosso si nasconda una verità, comunque non lo considera come veicolo autorizzato di opinione.
    Evita la polemica, anche su argomenti leciti. Non manca di informarsi sulle stranezze dello scibile (una nuova corrente di pittura, una disciplina astrusa..."Mi dica un po', si fa tanto parlare oggi di questo futurismo. Ma cos'è di preciso questo futurismo?").Ricevuta la spiegazione non tenta di approfondire la questione, ma lascia avvertire anzi il suo educato dissenso di benpensante. Rispetta comunque l'opinione dell'altro, non per proposito ideologico, ma per disinteresse.
    Di tutte le domande possibili su di un argomento sceglie quella che verrebbe per prima in mente a chiunque e che una metà degli spettatori scarterebbe subito perché troppo banale: "Cosa vuol rappresentare quel quadro?" "Come mai si è scelto un hobby così diverso dal suo lavoro?" "Com'è che viene in mente di occuparsi di filosofia?".
    Porta i clichés alle estreme conseguenze. Una ragazza educata dalle suore è virtuosa, una ragazza con le calze colorate e la coda di cavallo è "bruciata". Chiede alla prima se lei, che è una ragazza così per bene, desidererebbe diventare come l'altra; fattogli notare che la contrapposizione è offensiva, consola la seconda ragazza mettendo in risalto la sua superiorità fisica e umiliando l'educanda. In questo vertiginoso gioco di gaffes non tenta neppure di usare perifrasi: la perifrasi è già una agudeza, e le agudezas appartengono a un ciclo vichiano cui Bongiorno è estraneo. Per lui, lo si è detto, ogni cosa ha un nome e uno solo, l'artificio retorico è una sofisticazione. In fondo la gaffe nasce sempre da un atto di sincerità non mascherata; quando la sincerità è voluta non si ha gaffe ma sfida e provocazione; la gaffe (in cui Bongiorno eccelle, a detta dei critici e del pubblico) nasce proprio quando si è sinceri per sbaglio e per sconsideratezza. Quanto più è mediocre, l'uomo mediocre è maldestro. Mike Bongiorno lo conforta portando la gaffe a dignità di figura retorica, nell'ambito di una etichetta omologata dall'ente trasmittente e dalla nazione in ascolto.
    Mike Bongiorno gioisce sinceramente col vincitore perché onora il successo. Cortesemente disinteressato al perdente, si commuove se questi versa in gravi condizioni e si fa promotore di una gara di beneficenza, finita la quale si manifesta pago e ne convince il pubblico; indi trasvola ad altre cure confortato sull'esistenza del migliore dei mondi possibili. Egli ignora la dimensione tragica della vita.
    Mike Bongiorno convince dunque il pubblico, con un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità. Non provoca complessi di inferiorità pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato, amandolo. Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello. Nessuna religione è mai stata così indulgente coi suoi fedeli. In lui si annulla la tensione tra essere e dover essere. Egli dice ai suoi adorati: voi siete Dio, restate immoti.

    (Umberto Eco, Diario minimo, Mondadori, 1984)

    Uso della psicologia da parte di non psicologi: rischi ed effetti collaterali

    Prima di entrare nell'argomento è utile che io dica alcune cose su di me. Non sono laureato e l'unico mio titolo di studio è un diploma di scuola media superiore con specializzazione in elettronica ed energia nucleare ottenuto col minimo dei voti. Le mie conoscenze di psicologia e di altre scienze umane e sociali (filosofia, sociologia, neuroscienze ecc) sono autodidattiche, frammentarie, parziali e in molti casi ottenute attraverso fonti enciclopediche e citazioni anziché dalla lettura diretta dei vari autori. Ciò nonostante, ho scritto un saggio di psicologia ("Psicologia dei bisogni e della resistenza al cambiamento"), ho inventato un nuovo tipo di psicoterapia ("Psicoterapia sinottica") e, spesso e volentieri, esprimo le mie idee sui fatti umani in generale e su quelli dei miei interlocutori, usando concetti presi dalla letteratura psicologica e umanistica, e, più raramente, miei originali.

    Non tutti accettano di buon grado il mio uso della psicologia nelle conversazioni. Infatti, a volte, a causa di ciò che dico, vengo implicitamente o esplicitamente accusato di saccenza, presunzione, arroganza, narcisismo, eccessiva tendenza a giudicare, senso di superiorità e cose simili. In certi casi vengo anche rimproverato, implicitamente o esplicitamente, di fare lo "psicologo abusivo", nel senso di non avere il curriculum di studi né esperienza sufficiente per parlare di psicologia con competenza, e di avere un atteggiamento "professorale" fuori luogo, cioè quello di uno che vorrebbe insegnare qualcosa a chi non la sa, con la segreta motivazione di dimostrare di sapere di più, e di ragionare meglio, del suo interlocutore.

    Ottengo reazioni di questo tipo sia da parte di non psicologi che di psicologi. L'insofferenza o antipatia che i miei discorsi a volte suscitano in certe persone mi rattrista e mi spinge a cercare di capire la natura del problema, e a individuare possibili errori da parte mia o dei miei interlocutori.

    In tale ricerca non posso fare a meno di usare le mie conoscenze psicologiche. Se non lo facessi, quali strumenti di comprensione mi rimarrebbero? Ascoltare solo le emozioni mie e altrui? Fidarmi acriticamente di chi mi critica, specialmente se si tratta di persone legalmente abilitate ad esercitare la professione di psicologo? Confrontare il numero delle persone che mi stimano con quello di quanti mi considerano arrogante e dar ragione alla maggioranza? Nessuno di questi criteri mi sembra affidabile, quindi cercherò, anche in questo caso, di usare la psicologia.

    A questo punto vorrei aprire una parentesi per spiegare come io considero la psicologia e le scienze umane e sociali in generale.

    A differenza delle scienze naturali, caratterizzate da una sistematicità e un generale consenso da parte degli scienziati di tutto il mondo, le discipline umane e sociali (filosofia, sociologia, psicologia, antropologia ecc.) sono un caos di opinioni e posizioni settarie, arbitrarie, spesso astruse, che obbligano chi vorrebbe acquisire una sufficiente conoscenza dell'Uomo a districarsi in una confusione di proposte difficili persino da reperire e classificare, oltre che da decifrare, anche a causa della mancanza di un glossario e di teoremi universalmente accettati.

    Tale confusione nasconde mistificazioni e conflitti di interessi. Infatti le scienze umane e sociali hanno un impatto nella politica, nella religione, nell'economia, nell'etica,  possono favorire o contrastare autorità politiche, religiose, accademiche e possono essere usate per giudicare da un punto di vista etico e pragmatico il comportamento dei singoli nelle famiglie, nei gruppi, nelle organizzazioni e nelle istituzioni.

    Inoltre occorre tener presente che la conoscenza è sempre stata uno strumento di potere e motivo di rispetto verso colui che è riconosciuto come più sapiente. Per questo, criticare un autore e pretendere di avere una teoria migliore della sua, corrisponde ad affermare di avere un'autorevolezza maggiore, di valere di più, e quindi di meritare maggiore credito, riconoscimento, e quindi potere e privilegio, nella società.

    Cosa dovrebbe fare allora chi desidera conoscere la natura umana attingendo al patrimonio scientifico e letterario disponibile? Prima di tutto diffidare e sospettare di ogni proposta culturale e intellettuale, non affidarsi mai ad un solo autore o ad una sola scuola di pensiero, e poi praticare il "pick and mix" (cogli e mescola), cioè assaggiare (direttamente o attraverso riassunti, citazioni e commenti) il maggior numero possibile di proposte, rifiutare quelle più astruse e inconcludenti, scegliere le idee che ci sembrano più convincenti e usarle per costruire una propria personale visione del mondo e dell'Uomo. Il tutto con un approccio pragmatico, vale a dire, chiedendosi, di ogni idea, a cosa, chi e perché essa sia utile e, se applicata, quali cambiamenti potrebbe produrre, o impedire, nella propria vita e in quella del prossimo. Questo è ciò che ho sempre cercato di fare.

    Chiarito il mio punto di vista sulle scienze umane e sociali, torno all'argomento in oggetto, per esaminare i rischi e gli effetti collaterali dell'uso della psicologia da parte dei "non psicologi".

    Prima di tutto vorrei chiarire il significato del termine "psicologo" facendo un parallelo con quello di "filosofo". Infatti, io penso che la filosofia e la psicologia non dovrebbero essere due discipline distinte, ma una unica.

    Cos'è un filosofo? Ci sono due categorie di filosofi: quelli che insegnano filosofia (in realtà si dovrebbe dire la storia della filosofia), e quelli che si comportano con filosofia, cioè usano la filosofia (una certa filosofia, perché le filosofie sono tante e in contrasto tra loro) come guida per vivere e interagire col prossimo. Infatti, un professore di filosofia nella sua vita privata potrebbe non seguire alcuna filosofia o vivere contraddicendo la filosofia che insegna e, viceversa, ci sono persone che seguono una filosofia senza insegnarla, o senza nemmeno rendersi conto di vivere secondo una certa filosofia.

    Analogamente ci sono due tipi di psicologi: quelli che insegnano psicologia (una certa psicologia, perché le psicologie sono tante e in contrasto tra di loro) o la praticano come psicoterapeuti, e quelli che si comportano con psicologia, cioè la usano come guida per vivere, capire se stessi e gli altri, e interagire col prossimo nel modo più soddisfacente per tutti.

    Ebbene, io mi considero uno psicologo del secondo tipo, ma a volte sono percepito come uno che cerca di assumere, indegnamente, il ruolo del "maestro psicologo". D'altra parte penso che in tale percezione ci sia qualcosa di reale nella misura in cui spiegare le proprie idee costituisce una forma di insegnamento nei confronti delle persone a cui quelle idee non vengono in mente a causa delle proprie minori conoscenze. Questo è vero in qualsiasi campo. Infatti, senza accorgercene, tutti noi, ogni tanto, chi più chi meno, assumiamo consciamente o inconsciamente, il ruolo di maestro quando diciamo a qualcuno cose che non sono scontate o che l'altro non conosce.

    Come ho detto sopra, la conoscenza è anche potere, e quando si tratta della conoscenza dell'uomo e dei meccanismi dell'interazione umana, il potere può essere molto pervasivo e insidioso, e può avere conseguenze importanti a livello familiare, politico, religioso, etico, accademico ed economico.

    Secondo me c'è, nei più, la tendenza a nascondere la propria ignoranza, come se, ammettendola, dovessero accettare un ruolo subordinato nella società, o addirittura l'emarginazione o l'esclusione sociale. Questa tendenza può diventare inconscia al punto da causare la rimozione (in termini psicoanalitici) dell'ignoranza stessa, cosicché uno finisce per credere di sapere tutto quello che occorre per essere rispettato ed accettato dagli altri e per interagire in modo giusto e produttivo. In altre parole, ognuno crede di avere ragione. Chiamerei questo fenomeno "la paura inconscia di avere torto".

    La psicologia fa paura a certe persone perché è potenzialmente in grado di spiegare i "veri" motivi del loro comportamento e, come tale, rilevare e rivelare i loro "torti" o errori. Per tale motivo, molte persone vorrebbero che solo lo psicologo a cui si rivolgono quando hanno dei problemi che non riescono a gestire, sia autorizzato a mettere in discussione il loro comportamento e cercarne i motivi, così come i cattolici si confessano solo col prete. Per queste persone, uno che "fa psicologia" al di fuori del setting terapeutico e senza un'abilitazione ufficiale ad esercitare la professione di psicologo o psicoterapeuta, costituisce una minaccia, perché rischia di far venire alla luce motivazioni, torti ed errori inconfessabili, al di fuori di un contesto riservato e protetto dal segreto professionale. Questo, secondo me, spiega l'irritazione di cui io sono oggetto quando uso gli strumenti della psicologia nell'indagare e discutere il comportamento umano. In altre parole, credo che tale irritazione nasconda la paura incoscia di essere giudicati, e condannati ad una posizione sociale di minore prestigio e dignità. Tale paura è inversamente proporzionale all'autostima e alla sicurezza di sé dell'interessato.

    In realtà la psicologia non serve a giudicare, ma piuttosto a demistificare, smascherare le vere motivazioni all'origine dei comportamenti di individui e gruppi. E questa funzione demistificatrice  fa paura a chi, consciamente o inconsciamente, ha qualcosa da nascondere.

    La psicologia riguarda tutti noi esseri umani, costituisce il libretto di istruzioni dei nostri congegni consci e inconsci, e, in quanto tale, dovrebbe interessare chiunque, non essere confinata nelle aule universitarie, negli studi psicoterapeutici, negli uffici dei consulenti o dei pubblicitari, nei media, o riguardare solo chi è affetto da disturbi e malesseri mentali. Dovrebbe essere oggetto di discussione quando si affronta qualsiasi tema che abbia a che fare con il comportamento dell'Uomo in generale o di persone particolari. Il comportamento umano non può essere compreso razionalmente senza usare chiavi psico-filosofiche e non c'è nessun giustificato motivo per cui la psicologia non dovrebbe essere insegnata nella scuola dell'obbligo e usata comunemente nelle conversazioni e discussioni che riguardano la società e gli individui. Purtroppo, invece, la psicologia è generalmente trascurata, se non ignorata, temuta o disprezzata. Anche nel mondo accademico si osserva una ingiustificabile assenza di interdisciplinarità e cooperazione tra le diverse specializzazioni umanistiche, cosicché, ad esempio, molti filosofi non usano mai concetti psicologici e, viceversa, molti psicologi non usano mai concetti filosofici, come se ogni disciplina bastasse a se stessa. Questo avviene anche tra diverse scuole di psicologia che si ignorano a vicenda, per non parlare di quando si disprezzano esplicitamente. Scuole che operano come sette ideologiche gelose e rivali l'una dell'altra.

    Una parte di responsabilità di questo stato di cose è da addebitare alle autorità religiose, per cui la psicologia costituisce una minaccia, dato che il fenomeno religioso può essere spiegato in termini psicologici tali da minare potenzialmente le basi delle religioni stesse, che invece interpretano il comportamento umano, il benessere e il malessere, in termini teologici.

    Anche le autorità politiche sono parzialmente responsabili del poco rispetto di cui gode la psicologia. Questa, infatti, costituisce una minaccia al potere politico, perché esso è basato sulla demagogia e la manipolazione delle masse, che la psicologia è in grado di svelare e demistificare, potendo così minare le basi del consenso politico.

    A questo punto, ritengo doveroso fare l'avvocato del diavolo e cercare motivazioni inconfessabili o comunque criticabili nel mio comportamento. E' un esercizio che faccio spesso, da quando ho capito, grazie proprio alla psicologia, che non ci si può fidare delle spiegazioni di nessuno, neanche delle nostre, perché ogni mente tende a filtrare tutto ciò che può mettere in discussione la propria dignità sociale, e altera la realtà in modo da avere un'immagine di sé accettabile e rassicurante.

    Ecco dunque la mia ipotesi autocritica. Da bambino avevo un doppio complesso d'inferiorità, in quanto avevo una costituzione fisica debole e delicata, e provenivo da una famiglia di origini umili in cui la cultura, l'estetica e il divertimento non erano considerati importanti, anzi, erano visti con diffidenza, come pericoli rispetto ai valori familiari dominanti che erano il successo nel lavoro e la sicurezza economica. In più, mio padre era piuttosto autoritario e, sebbene non avesse mai letto un libro, credeva di conoscere la vita meglio di tanti intellettuali che parlavano in televisione e non perdeva occasione per vantarsene, usando il suo successo nel commercio come prova. Queste cose mi facevano sentire emarginato rispetto ai miei compagni di scuola e di quartiere, ed erano causa di frustrazione e timidezza.

    Come ci insegna la psicologia individuale di Alfred Adler, a fronte di un complesso di inferiorità la psiche tende a sviluppare strategie compensative, cioè a cercare la superiorità in campi dove questa è possibile. Credo di avere un certo talento in diverse attività tra cui l'analisi e la sintesi, la logica, l'argomentazione, la sensibilità rispetto ai temi etici, sociali, filosofici e psicologici, e uno spirito critico capace di rilevare facilmente incoerenze, contraddizioni e lacune nei discorsi altrui e miei. Inoltre, i risultati dei test d'intelligenza a cui mi sono sottoposto hanno generalmente dato risultati lusinghieri. E' lecito, quindi, sospettare (e infatti lo sospetto) che la mia passione per la psicologia e la mia tendenza a esprimere idee e opinioni "intelligenti" e in chiave psicologica, siano nate da un bisogno di compensare inferiorità che inconsciamente ancora sento, e di ottenere una rivincita rispetto a persone che inconsciamente invidio e continuo a percepire con risentimento come miei "emarginatori". Inoltre non escluderei che ci sia ancora in me una rivalità inconscia nei confronti di mio padre, sebbene egli non sia più in vita.

    Ammettiamo che questi sospetti circa le "vere" cause del mio "psicologare" siano (ancora) fondati, dovrei forse per questo smettere di interessarmi di psicologia e di usarla per capire me e gli altri? Smettere di criticare le masse, gli individui e certi intellettuali per lo stato miserabile in cui si trova ancora l'umanità? Lasciare che di psicologia si occupino solo i professionisti di questa materia? Autocensurarmi e tacere ogni volta che penso di aver trovato una spiegazione psicologica del comportamento di qualcuno?

    Terminata l'arringa dell'avvocato del diavolo e avviandomi a concludere queste mie riflessioni, ritengo che usare spiegazioni psicologiche e/o psicoanalitiche durante una conversazione con persone che temono di essere giudicate o messe in discussione (la maggioranza!) è sempre rischioso, anche quando si parla in termini astratti o si fa riferimento a persone non presenti: questo modo di fare può facilmente generare negli ascoltatori irritazione, sconforto, ansia e, nei casi più gravi, reazioni aggressive scomposte, miranti a invalidare e punire lo "psicologo abusivo" accusandolo di arroganza e altre qualità negative senza alcun fondamento oggettivo o razionale. Infatti in queste situazioni, di solito chi reagisce non entra nel merito delle spiegazioni psicologiche espresse dall'altro (anche perché spesso non è in grado di argomentare contro di esse) ma mira solo a svalutare la persona che le ha espresse, attaccando la sua personalità e facendo un processo tendenzioso alle sue intenzioni, con esiti facilmente prevedibili. Così facendo, queste persone danno una dimostrazione pratica di come funzionano i meccanismi del "bias cognitivo" e dell'attenzione selettiva, di cui si può trovare un'ottima descrizione nel libro di Daniel Goleman "Menzogna, autoinganno, illusione".

    Sappia allora, chiunque voglia applicare la psicologia nella sua vita di tutti i giorni per capire se stesso e gli altri, che questa nobile aspirazione ha pericolosi effetti collaterali: l'ostilità e la calunnia da parte di coloro che hanno paura della psicologia o di psicologi che temono sia messa in discussione la propria formazione.

    Non sto dicendo che sia meglio astenersi dall'esprimere opinioni personali in termini psicologici specialmente quando si è in compagnia, ma di mettere in conto, prima di farlo, i possibili effetti collaterali sopra descritti, che saranno diversi a seconda dell'intelligenza, del carattere, dell'autostima, delle conoscenze psicologiche e dell'ortodossia intellettuale delle persone coinvolte.