Riconoscere i propri limiti è il primo passo per superarli.
Siamo schiavi e padroni allo stesso tempo. Cerchiamo dunque di essere buoni schiavi e buoni padroni.
Governare un popolo è più difficile che governare se stessi, e l'uomo è incapace di governare se stesso.
In ogni momento decidiamo involontariamente quanto farci dirigere dalla coscienza e quanto dall'inconscio.
Ogni tanto bisogna buttare via le chiavi che non aprono nessuna porta per impedire loro di fare confusione.
C'è un limite all'autocontrollo (in termini di durata e di frequenza) che non conviene superare per evitare di star male o di impazzire.
Può una persona capace di libero arbitrio e di autogoverno interagire con una che ne è incapace senza che questa ne sia spaventata o turbata?
Occorre liberarsi dai padroni che ci sono stati imposti da bambini, per scegliere liberamente e consapevolmente nuovi padroni a cui affidare la nostra anima.
L'uomo non ha un'anima unica, ma almeno quattro, e un ministero per ciascuna di esse: cooperazione, competizione, imitazione, selezione. Ovviamente sono anime mortali.
Siamo tutti marionette guidate dai meccanismi neurologici del piacere e del dolore e dalla previsione del piacere e del dolore, ognuno con le sue particolari mappe sentimentali.
A scuola tutti dovrebbero imparare a programmare un computer e farlo comunicare con altri computer. Questo favorirebbe l'autogoverno e la comunicazione razionale tra esseri umani.
Il controllo delle proprie emozioni è l'obiettivo più ambizioso per un essere umano. Per raggiungerlo ci vuole molto tempo e molto lavoro. I più, muoiono prima di averlo raggiunto.
Siamo governati da algoritmi interni ed esterni che conosciamo poco e male e di cui siamo per lo più inconsapevoli. Di conseguenza quasi nessuno cerca di capirli e migliorarli.
La spontaneità, intesa come comportamento libero, è una illusione. Quando siamo spontanei siamo in realtà guidati da programmi inconsci e involontari, ovvero dalle nostre abitudini mentali.
L'autogoverno di una persona comporta il rinunciare (temporaneamente o definitivamente) alla soddisfazione di certi bisogni o desideri, per consentire la soddisfazione di bisogni e desideri più importanti.
Io sono due: Brunello e Brunone, il bambino e il genitore, ma paradossalmente il secondo è generato dal primo per fargli da servo, guardia e tutore. Due in uno. Da quando l'ho capito non mi sento più solo, né inutile.
Io ho due padroni, quasi sempre in lotta tra di loro: il mio bisogno di appartenenza sociale e il mio bisogno di libertà. Quando si affrontano io mi fermo e aspetto che si mettano d'accordo o che uno dei due venga messo a tacere.
Per gestire il proprio inconscio conviene andare per tentativi: provare a cambiare qualcosa a caso nel proprio comportamento e vedere l'effetto che fa. Se l'effetto è buono, allora continuare, se è cattivo, provare qualcos'altro.
L'Uomo ha bisogno di servi e padroni, e della libertà di scegliere gli uni e gli altri. Servo è tutto ciò che ci può servire, padrone tutto ciò che ci può guidare e deresponsabilizzare: materie, oggetti, persone, idee, bisogni, passioni, religioni.
Ho sfidato il mio super-io e adesso mi aspetto le sue subdole, ostili e morbose reazioni "per il mio bene" cioè per proteggermi dal rischio di essere espulso dalla comunità. Ma sarò vigile e saprò scoprire e respingere ogni suo tentativo di boicottare la mia libertà.
Non possiamo sempre agire. Ogni tanto dobbiamo anche subire. D’altra parte, anche mentre agiamo subiamo in certi ambiti. È importante saper subire in modo intelligente. Subire in modo intelligente significa sapere quando è opportuno continuare a subire e quando interrompere la sottomissione.
Un essere umano non può essere sempre attivo (nel senso di autogovernarsi) ma ha bisogno di alternare momenti di attività con momenti di passività, nel senso di lasciarsi guidare da agenti o fonti di stimolazione esterni, come uno spettacolo, un capo, un insegnante, un film, un libro ecc. Inoltre ha bisogno di riposare quando è stanco.
Nelle riflessioni e nelle discussioni mi pare che manchi generalmente una cosa per me fondamentale: la consapevolezza del fatto che i nostri pensieri non sono volontari, ma pilotati da meccanismi inconsci. Ci si illude di avere un controllo sulle parole da pensare o da dire e sulle immagini mentali da immaginare, ma questa è un'illusione.
Se smetto di cercare comincio a trovare, se smetto di comandare comincio a dominare, se smetto di lottare comincio a vincere, se smetto di pensare comincio a vedere, se smetto di parlare comincio ad ascoltare, se smetto di possedere comincio a liberarmi, se smetto di chiedere comincio a dare, se rinuncio a capire comincio a capire, se rinuncio a cambiare comincio a cambiare.
Spontaneità è la qualità di un’azione o espressione compiuta senza premeditazione o costrizione, guidata da impulsi interni o da una naturalezza sincera.
La spontaneità non è buona o cattiva in sé. Infatti il suo valore dipende dal valore dell’azione compiuta spontaneamente. Spontaneamente si può agire in senso buono o cattivo. Lo stesso vale per l’agire predeterminato.
Un essere umano deve farsi guidare da qualcosa o qualcuno: dalla "sua" ragione, dai suoi sentimenti, da altre persone, da un computer, da una musica ecc.. Guidarsi da sé è impossibile, anzi, non ha senso, perché o la guida è casuale, o segue gli ordini di qualcosa o qualcuno al proprio interno o all'esterno. Si tratta dunque di stabilire quale sia, momento per momento, la guida migliore.
Non è un ossimoro, significa la capacità di autogovernarsi e controllarsi in modo tale da liberare cose dentro di sé che sono bloccate, impedite, rimosse, mal collegate. È un'autodisciplina che tende a rilasciare anziché a fissare. Perché per liberarsi non basta lasciarsi andare. Lasciandosi andare si finisce per continuare le proprie abitudini. Per cambiare abitudini, per liberarsi dalle proprie abitudini, ci vuole un'apposita disciplina.
Se potessimo controllare volontariamente le nostre reazioni emotive e i nostri sentimenti (nel senso di attivare o inibire a volontà i nostri sentimenti e le nostre emozioni) conquisteremmo il mondo, ma diventeremmo disumani. Tuttavia, suppongo che un minimo autocontrollo emotivo sia possibile per qualcuno, per brevi lassi di tempo. Potrebbe essere molto utile a scopo psicoterapeutico e di automiglioramento in quanto potrebbe farci vedere le cose, le persone, il bene e il male in modo diverso, più reale, più acuto e più profondo, non filtrato né manipolato dai sentimenti e dalle emozioni.
Il linguaggio e la scrittura sono potentissimi strumenti di governo e di autogoverno, cioè di controllo e di autocontrollo. Essi permettono infatti di rievocare idee, ricordi, promesse e minacce, attrazioni e repulsioni, anticipazioni di piaceri e dolori, con dei segni.
Mediante tali mezzi l'uomo può fare grandi cose nel bene e nel male, cioè grande bene e grande male, molto bene e molto male, mentre gli altri animali sono molto limitati in tal senso. Per esempio, gli animali non umani non possono scatenare guerre tra popolazioni; infatti le loro guerre sono normalmente solo contro singoli individui (della loro o di altre specie).
Posso esercitare l'autogoverno solo quando sono solo. Infatti, in compagnia di una persona sono inconsciamente, in gran parte, diretto da essa. In compagnia seguo passivamente i miei automatismi mentali determinati dalla mia mappa cognitivo-emotiva. In essa sono registrate le reazioni emotive che devo avere a tutto ciò che il mio interlocutore può dire o fare. Ma soprattutto tendo inconsciamente a mantenere verso il mio interlocutore l'immagine che di me gli ho già dato, il modo in cui mi sono presentato ad esso e nel quale mi riconosce. Non posso, non riesco ad essere diverso da quella immagine. In quel momento mi è impossibile cambiare. In compagnia sono come mi vogliono gli altri.
Un metodo per esercitare l'autocontrollo al fine della maggiore felicità possibile, potrebbe consistere nella procedura seguente:
- aspettare che il corpo esprima (attraverso sentimenti, emozioni e pulsioni) i suoi bisogni e desideri;
- valutare razionalmente se tali bisogni e desideri sono compatibili con le esigenze di una vita biologica e sociale sana, ovvero caratterizzata da un sufficiente grado di salute, di cooperazione e di competitività;
- In caso di compatibilità, usare l'intelletto e le risorse materiali disponibili per cercare di soddisfare tali bisogni e desideri;
- in caso di incompatibilità, opporsi alla loro soddisfazione.
L’incostanza, da molti considerata un difetto, è la virtù delle persone creative e di coloro che danno più credito alle richieste dell’inconscio che a quelle della ragione cosciente. Infatti solo l’inconscio sa quando è sano cominciare a fare una certa cosa e quando smettere di farla per riposare, o per incominciarne una diversa.
L’autogoverno consapevole prolungato è pericoloso perché la coscienza ha una conoscenza infinitamente piccola, e spesso falsa, del mondo e dei meccanismi biologici e logici del proprio corpo.
Perciò, dopo un breve esercizio di autogoverno, è bene fermarsi ad osservare i suoi effetti nel corpo, nella mente inconscia e nei rapporti con gli altri.
Esercitare l'autogoverno, ovvero il libero arbitrio, significa scegliere tra le opzioni che ci si presentano e di cui siamo consapevoli (con chi / cosa / come / quando interagire, a cosa pensare, cosa guardare, cosa ascoltare, dove andare, cosa fare ecc.), considerando il loro probabile effetto rispetto ad almeno le seguenti entità:
- I bisogni, i piaceri e i dolori nostri e altrui
- I pensieri e la mappa cognitivo-emotiva nostri e altrui
- Gli obiettivi e le strategie per realizzarli nostri e altrui
- Le interazioni che possiamo o dobbiamo avere con persone e cose e le percezioni che ne derivano (in noi e negli altri), le quali possono avere effetti sulle altre entità sopra elencate
Medeo è il dio Me, il dio che è dentro di me, la natura incarnata in me. È il mio me, cioè la mia persona considerata senza il mio io cosciente. È la parte inconscia della mia persona. Il mio io cosciente è il suo servo e tutore, che ascolta ed esegue la sua volontà, soddisfa i suoi bisogni, lo protegge dai pericoli e lo aiuta a risolvere problemi.
Ogni essere umano ha il suo Medeo.
Io, cioè il mio io cosciente, prego Medeo di dirmi cosa devo e non devo fare, pensare e non pensare, dire e non dire, cercare e non cercare. Io mi pongo in adorazione e contemplazione davanti a Medeo, cerco di entrare in comunicazione con Lui per capire le sue volontà e compierle.
Io sono pentito e chiedo perdono a Medeo per tutte le volte che ho agito contro la sua volontà, e prometto di dedicare la mia vita al raggiungimento dei suoi fini.
Medeo sarà il dio del terzo millennio, su di Lui si fonderà la religione di cui l'umanità ha bisogno, il Medeismo.
Il Medeismo sarà una religione razionale, basata sulle scoperte scientifiche, soprattutto su quelle psicologiche e neurobiologiche, su tutto il patrimonio delle scienze umane e sociali e sulla cultura in generale. Sarà la base di un nuovo umanesimo e di un'etica razionale e negoziata.
Vedi anche Manuale di autogoverno.
In ogni momento noi scegliamo cosa fare e non fare, cosa pensare e non pensare, dove rivolgere la nostra attenzione e dove non rivolgerla. Lo facciamo spontaneamente, cosciamente o inconsciamente, senza seguire un metodo particolare. Mi chiedo se non sia possibile definire un metodo per prendere decisioni e fare scelte in modo più efficace, più utile, ovvero più soddisfacente rispetto ai nostri bisogni e fini innati e acquisiti.
Cerco allora, in questo documento, di definire un metodo per la presa di decisioni efficace che chiamo "meditazione decisionale" perché basato sulla guida dell'attenzione su un certo numero di oggetti mentali e materiali predefiniti opportunamente scelti, cioè sulla loro contemplazione come avviene nelle varie tecniche di meditazione.
Oggetti mentali e materiali da contemplare (in ordine casuale):
- la mia salute oggi e in futuro
- le comunità a cui appartengo
- i miei poteri
- il mio eros
- le bellezze che mi circondano
- il fatto che prima o poi morirò
- la mia cultura
- le persone importanti della mia vita
- le mie paure
- il mio coraggio
- le cose che mi piacciono
- i miei dolori
- i miei problemi
- i miei impegni
- le mie responsabilità
- la mia reputazione
- le cose che potrei fare
- [...]
- quello che ora è meglio che io faccia
A mio parere, il libero arbitrio si può esercitare solo mediante un'autosorveglianza delle proprie risposte cognitivo-emotive agli stimoli interni ed esterni. In particolare, esso dovrebbe consistere solo nella decisione di approvare o disapprovare le risposte stesse, e non nella decisione di come rispondere agli stimoli.
In altre parole, il libero arbitrio dovrebbe limitarsi a decidere se dare o non dare seguito alle risposte automatiche, ovvero se permettere o non permettere che ad esse seguano le azioni volontarie suggerite o sollecitate dalle risposte stesse.
Sarebbe infatti molto pericoloso se avessimo la capacità di stabilire volontariamente, ovvero razionalmente, quali debbano essere le nostre risposte cognitivo-emotive, perché è difficile sapere quali siano le risposte giuste per la nostra vita (ovvero per la soddisfazione dei nostri bisogni primari) e per la conservazione della nostra specie.
La decisione di non dar seguito ad una risposta automatica, se ripetuta con costanza e coerenza, può condurre ad un indebolimento della risposta stessa e alla sua possibile sostituzione con una risposta alternativa concorrente. In tal modo è possibile risolvere conflitti interiori e "curare" la propria psiche.
A mio parere, quanto ho descritto potrebbe costituire la base di una psicoterapia efficace.
Possiamo volontariamente alterare il nostro tono emozionale, ovvero il nostro umore, per esempio per neutralizzare la tristezza, indurre l’allegria, neutralizzare la paura e l’ansia, indurre la serenità ecc.?
Penso proprio di no, e mi domando, nel caso in cui un giorno venisse inventato un farmaco che induce lo stato d’animo desiderato, se il suo uso non avrebbe effetti collaterali, per esempio causare dipendenze come le droghe? In effetti una tale farmaco sarebbe una droga a tutti gli effetti e altererebbe meccanismi biologici che si sono sviluppati nel corso dell’evoluzione per il nostro bene, anche se a volte ci causano emozioni sgradevoli e dolorose.
Io suppongo infatti che il piacere e il dolore, e i vari stati emotivi che li rivestono, siano il modo in cui il nostro inconscio o il nostro corpo ci segnalano qualcosa, ci inducono a fare qualcosa, a cambiare qualcosa, o a cercare qualcosa, per la nostra salute fisica e mentale, per la nostra sopravvivenza e per la soddisfazione dei nostri bisogni primari.
A mio parere, alterare tali meccanismi naturali mediante una droga o un farmaco potrebbe mettere a rischio la nostra sopravvivenza e rendere più difficile la soddisfazione dei nostri bisogni.
Questi meccanismi controllano e dirigono il nostro comportamento. Saremmo noi capaci, con la nostra coscienza, razionalità e volontà, di controllarci e dirigerci (auto-determinarci) meglio di quanto facciano il nostro corpo e il nostro inconscio? Ne dubito. Forse è meglio lasciar fare alla natura.
Premessa: ciò che segue non descrive quello che normalmente avviene nella mente umana (infatti avviene normalmente tutt'altro), ma ciò che io considero salutare e auspicabile, ovvero un ideale di saggezza.
L'io (inteso come io cosciente) non è il padrone della vita della persona (intesa come l'insieme di corpo e mente o psiche) ma il suo servitore e aiutante. Esso non può e non deve decidere liberamente cosa fare della "sua" persona o cosa farle fare, ma le sue decisioni devono essere prese per il bene e l'interesse di essa, ovvero per soddisfare i suoi bisogni e le sue richieste, che sono espressione della sua natura.
L'io deve mettersi al servizio della persona che lo ospita. La persona comunica con il suo io e gli segnala i suoi bisogni e le sue richieste attraverso i sentimenti e le emozioni (che includono piacere, dolore, desideri, paure, attrazioni, repulsioni, amore, odio ecc.). Perciò l'io deve essere sempre in ascolto di questi e fare il possibile per soddisfarli, così come deve cercare di soddisfare gli enti esterni da cui dipende la vita la della sua persona, ovvero le altre persone e l'ambiente naturale.
L'io può e deve anche comandare se stesso e gli altri, ma deve farlo soltanto per obbedire alla sua natura interna e a quella esterna, che sono inseparabili ed in continua interazione, così come lo stesso io è in continua interazione con il resto della mente, della psiche e della persona, che sono inseparabili.
La conoscenza e la ragione debbono aiutare l'io a stabilire priorità e scegliere, momento per momento, a chi obbedire, chi servire, chi ascoltare, chi seguire, chi ignorare, a chi ribellarsi e chi combattere per il bene della persona e delle persone e cose da cui essa dipende.
Un essere umano è composto da un io e un me. Il me è costituito da automatismi (animati da bisogni e volontà inconsci), mentre l'io è la sede dell'attenzione, della coscienza e della volontà cosciente. L'io può osservare il me ed esercitare su di esso la sua volontà, la quale è però limitata all'inibizione e attivazione di automatismi e alla direzione volontaria dell'attenzione.
Vi sono due tipi di automatismi
- Automatismi ad attivazione involontaria (ovvero automatismi autoattivanti o involontari)
- Automatismi ad attivazione volontaria (ovvero automatismi volontari)
La volontà cosciente può inibire sia gli automatismi volontari che quelli involontari, e può attivare solo quelli volontari.
La volontà cosciente può decidere dove rivolgere l'attenzione. A seconda di dove l'attenzione è rivolta, si attivano o inibiscono certi automatismi involontari.
La coscienza, guidata dall'attenzione, fluisce in modo seriale, come i fotogrammi di un film, mentre gli automatismi operano simultaneamente e in modo concorrente.
Durante l'interazione con un altro essere, l'attenzione si sposta, ognuno può influenzare l'attenzione dell'altro.
L'attenzione può essere catturata e diretta sia da elementi esterni che interni, questi ultimi sono automatismi o la volontà cosciente.
Attraverso il controllo dell'attenzione è possibile cambiare lo stato di coscienza di un individuo e perfino riprogrammare i suoi automatismi, cioè realizzare una psicoterapia. Perché ciò avvenga è necessario un certo metodo e un tempo sufficiente.
Cosa governa e dirige la mia attenzione e in quale direzione? Quanto sono capace di controllare la mia attenzione e di dirigerla dove decido consciamente e volontariamente?
L'uomo è probabilmente l'unico animale capace di vivere vite immaginarie, ovvero di pensare vite passate mai avvenute o future più o meno realizzabili. Questa capacità è al tempo stesso una fortuna e una disgrazia. Una fortuna perché una vita immaginaria felice può compensarne una reale infelice, o, se realistica, costituire un modello per un miglioramento individuale o sociale; una disgrazia quando si confonde l'immaginazione con la realtà, ovvero non si vive in accordo con la realtà, si chiedono, cercano e vogliono fare cose impossibili, e ci si perde in progetti irrealizzabili.
C'è un'enorme differenza tra quello che avviene nella vita reale e ciò che può avvenire in quella immaginaria ovvero nel pensiero. Nella prima, dominata dalla necessità e dal caso, non possiamo controllare le reazioni altrui al nostro comportamento né le nostre reazioni automatiche al comportamento altrui, mentre nella seconda, dominata dalla nostra volontà, tale controllo è possibile ed è ciò che rende questa così interessante. Nella vita immaginaria, infatti, avviene solo ciò che vogliamo, desideriamo, ci aspettiamo o riteniamo giusto o plausibile che avvenga.
Non dobbiamo dunque dimenticare questo scarto tra come la realtà è e come vorremmo o ci aspettiamo che sia, e il rischio di fare scelte corrette nella vita immaginaria e sbagliate in quella reale.
Tuttavia non possiamo sfuggire alla realtà che in ogni momento ci vede intrappolati tra il ricordo di un passato e l'aspettativa di un futuro costruiti dalla nostra immaginazione.
Ricordiamoci inoltre che l'immaginazione, ovvero la capacità di immaginare e di confondere l'immaginazione con la realtà, è essa stessa una realtà che dobbiamo tenere in considerazione nel nostro comportamento con gli altri, nel senso che per avere buoni rapporti con loro siamo costretti a rispettare le loro immaginazioni come se fossero realtà, se essi sono convinti che lo siano.
Infatti, ricordare continuamente agli altri che la loro visione del mondo è più immaginaria che reale, può dar luogo a reazioni tali da nuocere ai nostri rapporti con loro.
Non ha senso scegliere se essere schiavi o padroni come se si trattasse di condizioni mutuamente esclusive, perché siamo inevitabilmente sia schiavi che padroni di forze a noi esterne e interne.
Per "essere padrone" intendo essere capace di autogovernarsi, di volere e scegliere liberamente come comportarsi nei confronti di se stessi e degli altri. Per "essere schiavo" intendo la necessità di sottostare alle leggi della natura e agli impulsi interni, ovvero di soddisfare bisogni che non abbiamo scelto di avere.
Le proporzioni tra l'agire come schiavi e l'agire come padroni sono variabili momento per momento in modo poco controllabile e poco prevedibile.
La nostra libertà è comunque molto limitata e consiste essenzialmente nel "giocare" col caso per sfuggire alla programmazione del comportamento. Questo può avvenire pensando, facendo e vedendo cose parzialmente casuali. Infatti, prendere una decisione seguendo una
logica predefinita in cui non c'è una componente casuale, è un atto di obbedienza nei confronti della logica stessa, ovvero di un'abitudine. La differenza tra agire come schiavo o come padrone dipende da come viene scelta la logica a cui sottomettersi e il rigore con cui si obbedisce ed essa, ovvero se la scelta è libera, consapevole e revocabile oppure impulsiva e/o inconscia.
Si tratta quindi di scegliere quanta casualità introdurre in un processo altrimenti causale, ovvero quanto si vuole essere creativi. Infatti la creatività è basata sul caso, ovvero sulla capacità di riconoscere l'utilità di particolari combinazioni di cose o idee modificate casualmente.
Concludendo, siamo sempre schiavi e padroni simultaneamente nel senso che in noi convivono agenti mentali "schiavi" e agenti mentali "padroni" ovvero "giocatori". I primi prevalgono sempre, ma lasciamo un certo spazio ai secondi, la cui estensione varia di momento in momento. Questo spazio consiste nel farsi, ogni tanto, guidare dal caso piuttosto che dalle abitudini. Infatti essere padroni significa scegliere liberamente da chi o cosa farsi guidare. Questo si ottiene chiedendo consiglio al caso su cosa fare per poi decidere se accettare o rifiutare il consiglio stesso.
Siamo quasi tutti abituati a farci istruire e stimolare dagli altri, ad ascoltare ciò che trasmette la radio, a vedere ciò che trasmette la TV, a comprare ciò che la pubblicità ci invita a comprare, illudendoci di scegliere tali esperienze. Tuttavia la nostra scelta è limitata a poche opzioni stabilite da altri: possiamo infatti scegliere la stazione radio o il canale TV su cui sintonizzarci, un particolare prodotto fra i tanti pubblicizzati, il giornale o la rivista da leggere tra quelli a cui abbiamo accesso, il social network da frequentare tra quelli che conosciamo ecc.
Una volta effettuata la nostra limitata scelta, subiamo quella di chi gestisce la stazione radio o il canale TV, il giornale, la rivista, il social network ecc, che è molto più ampia e significativa della nostra, con il risultato che saranno altri, a loro scelta, a “scrivere” nella nostra mente, ovvero a programmarla, a determinare l’esperienza che faremo.
L’uomo ha tuttavia (se lo vuole) la facoltà di scegliere a quali stimoli ed esperienze sottoporsi, cioè cosa vedere, cosa ascoltare, cosa leggere ecc. indipendentemente dalle offerte in tal senso che riceve dai mass media.
Si tratta di stabilire cosa si vuole “ricevere” e di andarlo a cercare attivamente, cosa oggi facilitata dai motori di ricerca di Internet. Attualmente è possibile “trovare” (e accedere spesso gratuitamente a) un’infinità di materiale multimediale, cioè testi, immagini, audio, video, podcast di trasmissioni radio e TV già andate in onda, per la propria istruzione e/o il proprio divertimento, selezionabili per titolo, autore, argomento, data, lingua ecc.
Nonostante le innumerevoli opzioni offerte dalla telematica, molti preferiscono che siano altri (pubblicitari, editori, redattori, algoritmi) a scegliere le esperienze mediatiche che faranno. Questo è un effetto del conformismo, che scoraggia le persone a fare cose che altri non fanno, e li spinge a seguire il “main stream” per restare “al corrente” di ciò che succede nella società.
Prendiamo ad esempio l’apprendimento scolastico. E’ la scuola che sceglie ciò che dobbiamo imparare; noi possiamo solo scegliere il tipo di scuola e in certi casi l’insegnante. Diverso è il caso dell’autodidatta, che sceglie non solo la materia di suo interesse, ma anche i testi, o le parti di esso, da leggere o studiare, secondo inclinazioni, gusti e motivazioni personali.
Io credo che se vogliamo imparare ad autogovernarci e a vivere secondo i nostri bisogni e desideri prima che quelli altrui, dovremmo abituarci a scegliere da chi e cosa farci istruire e stimolare, anziché far scegliere a persone o ad algoritmi che nemmeno ci conoscono e che seguono i loro interessi, non necessariamente coincidenti con i nostri.
Il comportamento umano è il risultato dell'effetto di una grande quantità di motivazioni simultanee. Una di esse è la volontà, la quale non può avere il controllo totale del comportamento, ma solo di una piccola parte di esso. Infatti il comportamento è, nel suo insieme, quasi completamente involontario, automatico e inconscio, e se la volontà assumesse il controllo totale di esso, avremmo praticamente una paralisi della persona, poiché con la volontà possiamo eseguire solo azioni molto semplici, lente e una alla volta, mentre il normale comportamento si basa sulla simultaneità di molteplici azioni automatiche, veloci, inconsce e involontarie.
La volontà funziona in modo molto semplice emettendo comandi inibitori come: resta immobile, non rispondere, non agire; oppure: premi il bottone X, scappa, esegui la procedura Y, dopodiché la pressione del bottone, la fuga o l'esecuzione della procedura avvengono in modo automatico. In altre parole, la volontà si esprime come comando di inibizione o di esecuzione di un'attività o processo determinato, senza intervenire nel processo stesso, che resta automatico, cioè predefinito.
In altre parole, la volontà può solo scegliere tra l'inibizione e vari automatismi, ma non può cambiare gli automatismi nel breve periodo. Possiamo infatti ipotizzare l'esistenza di una volontà che intende modificare un automatismo in un certo modo, ma la sua riuscita non può essere immediata perchè la modifica di un automatismo richiede tempi biologici (che possono essere molto lunghi), addestramento ed esercizio, oltre ad idee chiare su quale automatismo si vuole cambiare e come cambiarlo.
La sensazione che abbiamo di governare il nostro comportamento momento per momento in modo cosciente e razionale è un'illusione in quanto le nostre stesse scelte e la loro attuazione sono continuamente determinate da automatismi che possono essere molto complessi e sofisticati, e che rendono prevedibile il nostro comportamento. Tali automatismi dipendono dal nostro carattere, il quale dipende dal nostro temperamento genetico, dalle nostre risorse interne ed esterne e dalle nostre precedenti esperienze.
Vedi anche
I limiti della volontà,
Io, me, attenzione, coscienza, volontà e automatismi - Autogoverno dell'attenzione,
Il gioco della volontà: agire e subire,
Perché voglio ciò che voglio? Volontà e bisogno,
Automatismi!
Mi piace immaginare di avere un oracolo personale immaginario, a cui porre, specialmente nei momenti di esitazione, dubbio o noia, domande di qualsiasi tipo come, ad esempio, le seguenti:
- Qual è la cosa migliore che potrei fare in questo momento?
- Cosa (non) dovrei smettere di fare?
- Cosa (non) vale la pena di fare?
- Cosa (non) mi va di fare?
- Cosa (non) posso sperare?
- Cosa (non) posso cambiare in me e nel resto del mondo?
- Chi/cosa (non) vorrei cambiare?
- Cosa (non) dovrei cambiare?
- Cosa (non) dovrei conservare?
- Cosa (non) sono capace di fare?
- Di chi/cosa (non) ho bisogno?
- Ho bisogno di ....? (oggetto, persona, idea, ecc.)
- Cosa potrebbe farmi felice, almeno per qualche minuto?
- Di cosa ho (non) paura?
- Di chi (non) mi posso fidare?
- Cosa non riesco a sopportare?
- Chi (non) ha bisogno di me?
- Chi (non) si interessa a me?
- Chi (non) mi vuole bene?
- A chi (non) voglio bene?
- A chi (non) ho voluto bene?
- Chi sono i miei rivali o nemici?
- Chi vorrei superare o vincere?
- Chi sono i miei amici?
- Chi/cosa (non) dovrei cercare?
- Cosa (non) dovrei imparare?
- Cosa (non) potrebbe accadermi?
- Di cosa (non) sono sicuro?
- Di cosa (non) mi vergogno?
- Di cosa (non) mi sento colpevole?
- Quali meriti (non) penso di avere?
- Cosa potrebbe tranquillizzarmi?
- Cosa (non) pensano gli altri di me?
- Cosa (non) penso degli altri?
- Cosa farei bene a (non) nascondere?
- Chi (non) mi può aiutare?
- Chi (non) sto aiutando?
- Chi (non) vorrei incontrare?
- Quanto sono padrone di me stesso?
- Quanto sono sano di mente?
- Cosa (non) mi manca?
- In quale misura ho fatto il mio dovere?
- Quali (non) sono i miei doveri?
- Quali (non) sono i miei impegni?
- A chi (non) sono utile?
- Con chi farei bene a (non) interagire?
- Chi (non) si oppone al mio sviluppo e alla mia libertà?
- Cosa sto aspettando?
- Cosa spero che succeda?
- Sto dimenticando qualcosa di importante?
- Cosa (non) ho paura di ricordare?
- Che pericoli sto correndo? Cosa sto rischiando?
- Che sbagli (non) ho fatto?
- Cosa mi fa soffrire di più?
- Mi sto autocensurando?
- Rischio di fare una brutta figura?
- Quali sono i miei bisogni (in)soddisfatti?
- Chi/cosa mi impedisce di soddisfare i miei bisogni?
- Chi/cosa mi impedisce di ridere, scherzare, giocare?
- Quanto sono sincero con me stesso e con gli altri?
- Quanto e in cosa mi illudo o mi inganno?
- Quanto sono generoso?
- Quanto sono empatico?
- Sto facendo del male a qualcuno?
- Ho fatto del male a qualcuno?
- Qualcuno mi sta facendo del male?
- Qualcuno mi ha fatto del male?
- Qualcuno mi disprezza?
- Disprezzo qualcuno?
- Quali sono i miei conflitti interiori?
- Quali sono i miei conflitti esterni?
- Cosa (non) faccio per il bene comune?
- Cosa (non) faccio per gli altri?
- Cosa (non) sono disposto a fare per gli altri?
- Cosa (non) mi aspetto dagli altri?
- Cosa (non) si aspettano gli altri da me?
- Con chi (non) ho debiti di riconoscenza?
- E' più ciò che ho dato o ciò che ho ricevuto?
- Di cosa (non) posso essere orgoglioso?
- In cosa (non) posso ritenermi fortunato?
- Quali mie reazioni non riesco a controllare?
- Quanto ho paura di morire?
- Quanto sono schiavo del mio passato e delle mie abitudini?
- Di cosa (non) dovrei preoccuparmi?
- Qual è la mia identità sociale?
- Di quali colpe posso essere accusato?
- Quanto ho bisogno di essere approvato e apprezzato?
- Quanto dipendo dal giudizio altrui?
- Quali mie risposte cognitivo-emotive farei bene a cambiare o a neutralizzare?
- Dovrei smettere di farmi domande?
- ...
Premessa sulla costituzione dell'essere umano e della sua mente
Io vedo l'essere umano come un organismo costituito da un complesso sistema di organi viventi (che io chiamo anche
agenti) interconnessi e cooperanti attraverso lo scambio di sostanze chimiche, energie e informazioni. Tali scambi avvengono sia all'interno dell'organismo, sia con il mondo esterno, secondo programmi innati (cioè scritti nel codice genetico di ogni individuo) e acquisiti (come conseguenza delle particolari esperienze vissute da ciascuno). Tali scambi sono indispensabili per la vita e la riproduzione dell'Uomo.
Uno degli agenti più specifici che costituiscono l'Homo Sapiens, il più recente che si è formato durante la sua evoluzione e forse il più complesso, è l'
io cosciente, Esso è al tempo stesso soggetto e oggetto della consapevolezza, delle percezioni, delle emozioni. dei sentimenti, della conoscenza e della volontà.
L'io cosciente corrisponde ad una piccola parte della mente, quella
cosciente. Le altre parti possono essere raggruppate nel concetto di
inconscio.
Autogoverno
L'attività fondamentale ed essenziale dell'io cosciente è l'
autogoverno, cioè il governo, al livello più alto, dell'organismo di cui è parte. L'io cosciente non può esistere autonomamente in quanto la sua vita dipende totalmente da quella dell'organismo che è chiamato a governare. Ci sono infatti buoni motivi per ritenere che esso nasca con l'organismo e muoia con esso. In altre parole, direi che l'io cosciente è stato filogeneticamente prodotto dall'organismo per essere da lui governato ed ha motivo e ragione di esistere solo nella misura in cui riesce a svolgere efficacemente tale funzione. Vale a dire che l'io cosciente è al servizio dell'organismo, e non viceversa, anche se l'io cosciente è in grado di comandare alcune parti dell'organismo a cui appartiene, cioè i muscoli volontari.
Governando se stesso attraverso l'io cosciente, un individuo può, entro certi limiti ed in una certa misura, governare anche gli altri e l'ambiente che lo circonda. Perciò, per poter governare il più efficacemente possibile il mondo esterno (compresi gli altri), occorre saper governare se stessi in modo efficace.
I direttori motivazionali e il direttore generale
L'io cosciente, che io chiamo metaforicamente
direttore generale (dell'organismo), non ha altro ruolo, funzione e fine che quello di trovare soluzioni per soddisfare il più possibile le esigenze di cinque
agenti mentali inconsci (vedi nota) che presiedono ai
bisogni primari e secondari (cioè innati e acquisiti) dell'individuo e alle
strategie per la loro soddisfazione. Segue la lista degli agenti, che io chiamo metaforicamente
direttori motivazionali, e delle loro aree di competenza e responsabilità:
- direttore della salute: salute fisica e mentale, alimentazione, evitamento del dolore, protezione, prevenzione, terapia, medicina, ambiente, inquinamento, clima, sopravvivenza, immortalità, spiritualità, DNA, emotività, mappa emotiva, empatia ecc.;
- direttore della comunità: interazioni, appartenenze, integrazione sociale, unioni, associazioni, alleanze, partecipazione, condivisione, famiglia, matrimonio, reputazione, solidarietà. cooperazione, amicizie, inimicizie, conformismo, ritualità, tradizioni, convenzioni, negoziazioni, gerarchie, giochi, puericultura, educazione, religione, etica, responsabilità, colpa, vergogna, onore, disonore, patria, lavoro, pace, guerra contro altre comunità ecc.;
- direttore del potere: libertà, competitività, creatività, immaginazione, conoscenze, abilità, intelligenza, sicurezza, aggressività, difesa, offesa, risorse materiali, economiche e mediali, sorveglianza e controllo degli altri, potere politico ed economico, sfruttamento, asservimento, privacy, status, successo, invidia, gelosia, dominio, possesso, guerra, armi ecc.;
- direttore dell'eros; sessualità, rapporti sessuali, innamoramento, amore erotico, erotismo, libido, intimità, riproduzione, pornografia, prostituzione, *filia ecc.;
- direttore della bellezza: fascino, incanto, ordine, armonia, arte, fotografia, musica, poesia, letteratura, romanzi, abbigliamento, make-up, profumi, arredamento, architettura, pulizia, purezza, estetica, gusto, umorismo, fantasia, chiarezza, semplicità, forma, struttura, affinità, continuità, novità, divertimento ecc..
Nota: questo raggruppamento dei bisogni umani in cinque categorie presiedute da "direttori" non ha un fondamento scientifico, ma costituisce una semplificazione di comodo per facilitare la comprensione dell'attività dell'io cosciente al fine di migliorarla. In realtà credo che il numero di agenti motivazionali sia molto maggiore e che forse essi non siano raggruppati, se non nella rappresentazione mentale che di essi una persona può avere.
Compiti, attività e strumenti del direttore generale
I
direttori motivazionali sono connessi gli uni con gli altri e possono avere tendenze e comportamenti reciprocamente sinergici o conflittuali. Nei casi peggiori di conflitto, un direttore motivazionale può ridimensionarne, neutralizzarne o sopprimerne definitivamente un altro, con conseguenze più o meno gravi per la salute mentale e fisica dell'individuo, se ciò porta alla frustrazione prolungata o alla rimozione (in senso psicoanalitico) di un bisogno primario.
Dato che le esigenze dei
direttori motivazionali sono spesso conflittuali, il compito principale del
direttore generale è quello di risolvere i conflitti mediante compromessi e cercare di conciliare, armonizzare, censurare (quando occorre), promuovere e favorire le diverse esigenze, Tra l'altro egli dovrebbe valutare la relativa importanza, urgenza e validità dei vari bisogni e riconoscere quelli morbosi o superflui per censurarli quando possono nuocere alla soddisfazione di altri bisogni più sani ed importanti.
Per svolgere efficacemente il suo compito, il
direttore generale deve saper ascoltare le esigenze dei
direttori motivazionali, le quali non vengono espresse in modo esplicito ma attraverso emozioni, sentimenti e segnali più o meno intensi, tra cui attrazioni, repulsioni, piaceri, dolori, ansie, paure ecc. Inoltre deve avere una buona conoscenza della natura umana (propria e altrui) e delle situazioni correnti.
Il
direttore generale può sviluppare le necessarie capacità e conoscenze attraverso vari mezzi come: conoscenza delle realtà altrui (esperienze, conoscenze, opinioni, sentimenti, gusti, mappe emotive, geni e memi), informazioni, percezioni, monitoraggio, ascolto, misure, dati oggettivi, statistiche, scienze naturali e sociali, ecologia, storia, logica, analisi, sintesi, studio, riflessione, introspezione, meditazione, pianificazione, organizzazione, amministrazione ecc.
Retribuzione del direttore generale
Il
direttore generale viene premiato o punito in modo proporzionale al successo o insuccesso del suo operato, mediante il piacere e il dolore che verrà generato come conseguenza della soddisfazione o insoddisfazione dei vari bisogni dell'organismo.
Non siamo liberi di pensare a qualsiasi cosa, primo perché possiamo pensare solo a cose che conosciamo (cioè per cui abbiamo parole o immagini), secondo perché il nostro super-io censura i pensieri che ritiene pericolosi per la nostra dignità sociale (e di conseguenza per la nostra salute mentale).
Oggi sono riuscito (per qualche ora) a vincere l'autocensura inconscia che normalmente mi impedisce di affrontare razionalmente un problema (che ho deciso di chiamare "politica delle interazioni") che riguarda il governo volontario e consapevole delle proprie relazioni e interazioni, sia esterne che interne, con particolare riguardo ai rapporti tra esseri umani.
Per relazioni e interazioni esterne intendo quelle tra la mia persona e il mondo esterno (cioè con le altre persone e gli altri esseri viventi e non viventi). Per relazioni e interazioni interne intendo quelle tra il mio io cosciente e il resto del mio corpo, supponendo che l'io cosciente sia "solamente" un organo del corpo.
Il super-io (teorizzato da Sigmund Freud) è, a mio parere, un organo del sistema nervoso umano (evoluzionisticamente piuttosto recente), la cui funzione è importante per la sopravvivenza e il benessere dell'uomo. Infatti, essendo questo capace di agire, oltre che per istinto, secondo logiche cognitive non ereditate biologicamente, ma apprese culturalmente, la qualità e "produttività" del suo comportamento dipendono dalla qualità e produttività delle nozioni che ha imparato, e che potrebbero essere "sbagliate" da un punto di vista "economico", naturalistico ed ecologico.
In tale ottica, il super-io serve soprattutto a proteggerci dal rischio di essere espulsi dalle comunità a cui apparteniamo. Infatti, a causa della nostra interdipendenza, appartenere ad almeno una comunità è indispensabile per la sopravvivenza e il benessere.
Più precisamente, il super-io limita il nostro pensiero e il nostro comportamento suscitando sentimenti sgradevoli come lo schifo, la paura, il panico ecc. appena cominciamo (o ci accingiamo) a pensare o a fare cose che, secondo la sua logica (appresa culturalmente), sono rischiose per la nostra appartenenza sociale. In tal mondo siamo "portati" ad evitare ogni pensiero e ogni azione qualificata dal super-io come "asociale" o "indegna".
Il fatto che il super-io agisca non solo sulle nostre azioni, ma anche e ancor prima sui nostri pensieri si spiega in quanto le nostre azioni sono il riflesso immediato di ciò che pensiamo. Grazie a ciò non ci sono fratture temporali tra pensiero e azione. Infatti, se dovessimo prima di ogni atto chiederci se è rischioso per la nostra dignità, il nostro comportamento mancherebbe di spontaneità e sarebbe alquanto rallentato Pensiero e azione sono dunque normalmente simultanei e coerenti, ad eccezione delle attività introspettive, riflessive e contemplative che non comportano azioni esterne, ma solo osservazioni e azioni immaginarie.
In generale, il super-io è fautore di vincoli e nemico della libertà, dato che la vita della comunità dipende dal rispetto di regole (obblighi e divieti) che costituiscono, appunto, limitazioni della libertà individuale.
Il "controllo" del pensiero da parte del super-io ha una doppia funzione. La prima, come già accennato, serve ad evitare che il pensiero dia luogo ad atti "asociali". La seconda serve ad evitare il pericolo che le persone con cui il soggetto interagisce intuiscano i pensieri stessi (forse grazie ai “neuroni specchio”) e possano giudicare la loro valenza sociale, o "moralità" mettendo in tal modo a rischio l'appartenenza del soggetto alla comunità qualora certi pensieri vengano giudicati "asociali".
Questa lunga premessa è necessaria per spiegare il motivo per cui la “politica delle interazioni” (intesa come libero pensiero su come autogovernarsi e interagire con gli altri) è particolarmente presa di mira e censurata dal super-io.
Le interazioni tra esseri umani sono sistemiche e circolari, nel senso che ogni essere umano è un sistema che interagisce con altri esseri umani (sistemi anch'essi) per soddisfare i propri bisogni. Su tale sfondo, ogni transazione da una persona A ad una persona B dà normalmente luogo ad una transazione in senso opposto (da B verso A) detta “feedback”, a cui segue normalmente una ulteriore transazione da A verso B (feedback del feedback) e così via fino a che le parti non decidono di interrompere l’interazione temporaneamente o definitivamente.
Il feedback, cioè il modo in cui una persona A risponde ad una transazione originata verso di lui da una persona B, dipende da un complesso di algoritmi (cioè logiche) presenti nella mente di A.
Inoltre, ogni essere umano è in grado di prevedere (con un certo grado di precisione, probabilità e realismo) come il suo interlocutore risponderà alle varie transazioni possibili, e siccome ogni interazione è finalizzata ad un certo obiettivo, ognuno è in grado di scegliere il tipo di transazione ottimale da inviare all'altro in modo da ottenere una risposta che si avvicini il più possibile a quella desiderata.
La "politica delle interazioni" consiste proprio nell'arte di scegliere come comportarsi (e come non comportarsi) verso una certa persona al fine di ottenere da essa un comportamento desiderato (ed evitare un comportamento indesiderato).
È forse inutile dire che ogni essere umano applica sempre e comunque una certa politica delle interazioni, ma questa può essere più o meno consapevole e più o meno volontaria. Può essere inoltre più o meno libera in quanto basata su cognizioni (apprese) più o meno complesse e più o meno realistiche, e limitata dalle cognizioni stesse.
Si pone dunque un problema di conoscenza (o intuizione), consapevolezza, calcolo e volontarietà che riguarda sia le proprie politiche di interazione, sia quelle dei propri interlocutori, capacità che vengono normalmente censurate dal super-io per i motivi sopra considerati.
Bisogna inoltre tener conto del fatto che ogni persona è più o meno capace di intuire se il suo interlocutore sta esercitando la sua politica di interazione in modo consapevole o inconsapevole, e potrebbe considerare il primo caso “asociale” o comunque inquietante. Infatti la “spontaneità” (ovvero l’agire immediato e diretto, cioè non soggetto a riflessioni o domande) è generalmente considerata una virtù, e, viceversa, l’agire autocontrollato un difetto, qualcosa di "poco umano". Questo comune sentire non fa che rafforzare l'autocensura del super-io nei riguardi di una politica consapevole e razionale delle relazioni e interazioni sociali, a favore di una politica basata unicamente sugli "affetti".
Una politica consapevole delle interazioni può essere molto semplice e molto complessa allo stesso tempo. È semplice se si riduce alla constatazione che ognuno sceglie come comportarsi verso gli altri in base ai propri interessi, per cui alla fine quello che succede è un compromesso tra interessi e tra rapporti di forza. È complessa se si considerano una serie di difficoltà, tra cui:
- l’autocensura inconscia del super-io che ci impedisce di affrontare il problema in modo razionale e consapevole;
- la conoscenza scarsa e fallace degli “interessi” (cioè dei bisogni e dei desideri) delle parti in gioco, dovuta ad una cultura ancora sottosviluppata in tal senso, cioè ad una generale scarsa conoscenza della natura umana;
- le convenzioni sociali che ci impediscono di esprimere e negoziare liberamente i nostri “interessi” costringendoli all'interno di recinti “politicamente corretti”.
Ci sarebbe dunque molto da approfondire, ma per ora mi fermo qui e chiudo il discorso con la seguente considerazione finale.
Le relazioni e le interazioni umane sono regolate da politiche personali per lo più inconsce, irrazionali, mistificate e involontarie; sta a noi decidere se cercare di renderle più consapevoli, razionali, genuine e volontarie nonostante il boicottaggio del super-io e delle convenzioni sociali.