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Riflessioni di Bruno Cancellieri su

Bias cognitivo

44 articoli tratti dal blog "Il mondo visto da me"

Indice delle monografie | Indice degli articoli per anno

Visione selettiva

Ognuno vede solo ciò che gli conviene.

Sulla negazione del bias cognitivo

La negazione del bias è un prodotto, e una conferma, del bias stesso.

Sulle fonti d'informazione

Ognuno preferisce le fonti d'informazione che confermano le proprie opinioni.

Chi è immune dai bias cognitivi?

L'illusione di essere immuni da bias cognitivi è un segno evidente della loro presenza.

Il bias cognitivo in sintesi

Ognuno vede solo ciò che conferma le proprie opinioni, e considera irrilevante tutto il resto.

Fare bella figura

Ognuno adotta la visione del mondo più conveniente, ovvero quella in cui fa la più bella figura.

Negazionismo naturale

L'uomo tende a negare l'esistenza, la bontà o la verità di ciò che non riesce a ottenere o a capire.

Ammirazione e giustificazione

Quando si ammira un autore si trova sempre il modo di giustificare e di valorizzare ciò che ha scritto.

Giudicare l'incomprensibile

Ci sono persone che credono che tutto ciò che non riescono a capire sia irrilevante, stupido o mostruoso.

Bias confermativo

Se prendiamo in considerazione solo ciò che conferma le nostre idee possiamo dimostrare tutto e il contrario di tutto.

Bias cognitivo

Ci sono individui che ignorano, sminuiscono o disprezzano qualunque idea o persona che contrasti con la propria formazione.

Ostacoli logici

La logica di un essere umano è un percorso ad ostacoli: ci sono assiomi, postulati e cognizioni che non possono essere messi in discussione.

Verità e piacere

Noi umani tendiamo a credere vere le narrazioni che suscitano in noi emozioni piacevoli, e false quelle che suscitano in noi emozioni dolorose.

Il pericolo delle mezze verità

Le mezze verità sono più pericolose delle falsità totali, perché una verità parziale può facilmente nascondere falsità e lacune.

Una mezza verità è una mezza falsità.

Opinioni vs. realtà

Ognuno vede solo gli elementi della realtà che confermano le proprie opinioni, le quali sono sempre più semplici della realtà stessa. L'errore sta nel credere completa una visione incompleta.

Punti di vista

Ognuno ha ragione dal suo punto di vista, ma i punti di vista sono diversamente ampi. Infatti ognuno vede solo ciò che conferma le sue opinioni e che non mette in discussione la propria intelligenza.

Quando gli stolti cominciano a parlare

Diceva Molière: "uno stolto che non dice verbo non si distingue da un savio che tace". Quando lo stolto comincia a parlare mette in mostra il suo livello di intelligenza, le sue lacune mentali e i suoi bias cognitivi.

Il sacro non si discute

Se uno parte dall'assioma che la religione sia una cosa buona, troverà sempre argomenti per dimostrarlo. Basta non prendere in considerazione gli argomenti contrari. D'altra parte il sacro non si discute, altrimenti lo si dissacra.

I 12 “bias cognitivi” che ci impediscono di essere razionali

https://lospiritodeltempo.wordpress.com/2013/01/15/i-12-bias-cognitivi-che-ci-impediscono-di-essere-razionali/

Interpretazioni "inclinate" (biased)

Chi parte dall'assioma che un certo autore sia saggio, "interpreta" qualsiasi cosa quell'autore dice in un senso "buono e giusto", anche se si tratta di sciocchezze, falsità, assurdità o illusioni. Lo stesso avviene con le sacre scritture delle varie religioni.

Referendum e cognizione della realtà

Non vi dico come voterò al referendum. Vi dico solo che sono disgustato dalla faziosità di tantissime persone che vedono solo vantaggi da una parte e svantaggi dall'altra. Fenomeno che dimostra quanto sia difettoso il cervello umano nella cognizione della realtà.

Ipse dixit

Vi è mai capitato di leggere una citazione senza conoscerne l'autore e di trovarla banale e di nessun interesse, e poi, dopo aver scoperto che l'autore è una persona importante e da voi stimata, rileggette la citazione e la trovate interessante? A me è capitato diverse volte.

Falsità affermative vs falsità riduttive

Ci sono due tipi di falsità: (1) quelle che affermano l'esistenza di qualcosa che non esiste o l'inesistenza di qualcosa che esiste, e (2) quelle che prendono in considerazione una parte della realtà affermando che sia la sola rilevante, ignorando o nascondendo altre parti che la contraddicono.

Come nasce una guerra

Non appena A sospetta che B sia suo nemico, A diventa nemico di B, e perde ogni obiettività nel giudicarlo. Da quel momento A si arma contro B e il suo bias cognitivo trova in B ogni possibile colpa per dimostrare l'inimicizia di B verso A e giustificare quella di A verso B. Questo atteggiamento è reciproco, e dà luogo ad uno scambio di calunnie e di colpi bassi.

Pregiudizi e interpretazioni

Se partiamo dal pregiudizio che una certa persona sia buona, siamo inclini ad interpretare tutto ciò che essa dice in senso benigno e, viceversa, se pensiamo che una persona sia cattiva, tendiamo ad interpretare in senso maligno tutto ciò che essa dice. E' ciò che avviene, per esempio, nelle religioni, dove si parte dal pregiudizio che le sacre scritture siano buone e vere.

Il rischio di capire più degli altri

Capire cose sulla natura umana che altri non capiscono è un fatto drammatico e pericoloso perché la maggior parte degli umani, piuttosto che ammettere un loro limite di comprensione o di intelligenza (cosa per molti devastante e insopportabile), cercheranno di dimostrare che chi pretende di capire ciò che loro non capiscono, o di vedere ciò che essi non vedono, sia vittima di illusioni, errori o disturbi mentali.

Renzi e la dissonanza cognitiva

Il caso Renzi è un ottimo esempio per spiegare il fenomeno della dissonanza cognitiva. Per molti molti italiani che lo considerano malvagio, l'idea che Renzi possa fare qualcosa di buono per l'Italia e che ci riesca acquistandone dei meriti, determina nelle loro menti una situazione di stress psicologico tale che, per risolverla, le loro menti negano a priori la bontà del suo operato oppure cercano in esso, e immancabilmente trovano, motivazioni e ricadute malvagie.

Il bias cognitivo in politica

Ogni proposta politica ha vantaggi e svantaggi a breve, medio e lungo termine. Vantaggi per alcuni e svantaggi per altri, vantaggi per tutti e svantaggi per tutti. Vantaggi a breve termine e svantaggi a lungo termine o viceversa. Tuttavia tutti i partiti politici, e i loro seguaci, nei loro discorsi, vedono e prendono in considerazione solo i vantaggi della propria proposta politica e gli svantaggi di quelle dei loro avversari. Rispetto a questo fenomeno tutti i partiti sono uguali.

Le discussioni sul referendum sono un test psicologico

Il buono delle discussioni su questo referendum è che in queste occasioni, dove bisognerebbe usare la razionalità, le persone mettono a nudo il loro livello di intelligenza, le loro conoscenze e ignoranze, e i loro bias cognitivi. E' così che persone di cui si aveva una certa stima appaiono sotto una luce nuova che fa mutare il giudizio, e persone di cui non si sapeva molto acquistano una connotazione positiva o negativa. Questo referendum vale più di tanti testi di psicologia. E' esso stesso una specie di test psicologico.

Evasione delle domande imbarazzanti

Nel dialogo tra due umani può succedere che il primo faccia al secondo una domanda la cui risposta rivelerebbe intenzioni inconfessabili e/o fallacie logiche da parte del secondo. In tal caso avviene normalmente che questo eviti di rispondere con qualsiasi pretesto o risponda in modo evasivo o non pertinente, anche a fronte di insistenze, da parte del primo, di ottenere una risposta puntuale e attinente alla domanda. Questo comportamento difensivo dell'interrogato rientra nei fenomeni psicologici del bias cognitivo e dell'attenzione selettiva.

La convinzione di avere ragione

La maggior parte delle persone ragionano in modo sbagliato (per esempio nelle questioni politiche, religiose, etiche ecc.) perché non hanno la capacità di capirlo, e anche se qualcuno spiega loro perché sbagliano, restano convinte di avere ragione. Questa è la norma, con poche eccezioni.

Ciò è dovuto al fenomeno del bias cognitivo e della resistenza della psiche al cambiamento. Da ciò derivano conflitti, guerre, incomunicabilità e la difficoltà di collaborare per la soddisfazione dei bisogni e di convivere pacificamente.

Che succede quando leggiamo

Quando leggiamo un articolo di un giornale, acquisiamo un pezzo di software che va ad aggiungersi a quello che già possediamo. In realtà non si tratta di una semplice aggiunta, perché il software preesistente esamina e valuta il nuovo frammento e "decide" se accoglierlo tutto, in parte o per niente e in quale zona, ovvero contesto, della sua struttura inserirlo, dopo averlo adattato, semplificato, tradotto, interpretato, completato, modificato, distorto in modo "conveniente", ovvero "congeniale", secondo i propri bias cognitivi e le proprie risposte emotive.

Piacevole/doloroso vs. giusto/ingiusto

Molte persone sono incapaci di distinguere il piacevole dal giusto e il doloroso dall'ingiusto e ritengono sistematicamente giuste le cose per loro piacevoli e ingiuste quelle per loro dolorose. Questa comune identificazione di qualità tra loro diverse, e un generale disinteresse per un esame razionale dei concetti di giustizia ed etica, sono tra le cause principali dello stato miserabile dell'umanità, perché la rendono incapace di costruire una società giusta. L'umanità potrà migliorare nella misura in cui l'uomo riterrà doloroso ciò che è ingiusto, e piacevole ciò che è giusto, ma una tale attitudine, oggi rivoluzionaria, è ancora molto rara.

Sulle differenze di opinione

Mi è passata la voglia di discutere nel merito del referendum costituzionale, mi sembra un dialogo tra sordi dove ognuno vede solo gli argomenti che vanno a favore della sua scelta o assegna loro il peso maggiore e considera trascurabili gli argomenti opposti. Quello che non finisce di meravigliarmi, anche se ormai è una cosa a cui sono abituato, è il fatto che persone di elevata cultura, istruzione e intelligenza abbiano opinioni così diverse su un tema chiaramente definito, come la riforma costituzionale. Questo fatto, secondo me, la dice lunga sulla nostra ignoranza sulla natura umana e mi induce ad un amaro pessimismo sul futuro dell'umanità.

Dilemma dialettico

Quando leggo un post assurdo e pericoloso in un social network sono assalito da un dilemma: ignorarlo o commentare dicendo che si tratta di pericolose assurdità? Il problema è che nel socondo caso l'autore del post mi invita, anzi mi sfida, a confutare logicamente, con argomentazioni razionali, il contenuto del post. Tuttavia so che le mie confutazioni razioni non servirebbero a nulla (se non ad ottenere insulti) dato il bias cognitivo dell'autore del post, che difenderà a spada tratta il suo pensiero senza prendere in considerazione le mie argomentazioni, come mi è capitato centinaia di volte.

Disaccordo e aggressività

In caso di disaccordo tra due persone avviene spesso che esso venga visto come una colpa e che di essa venga accusato l'altro. Infatti, ognuno pensa di aver ragione, altrimenti il disaccordo non ci sarebbe, quindi ognuno pensa che se l'altro non ammette di aver torto è perché (1) non vuole pur sapendo di sbagliare, quindi è in mala fede; oppure perché (2) non è abbastanza intelligente da capire che sbaglia ma crede di saperla più lunga del suo interlocutore, quindi può essere "giustamente" qualificato come arrogante. In tale situazione, in cui ognuno ritiene l’altro arrogante o in mala fede, è facile che si scateni una certa aggressività da una o da ambo le parti.

In termini di bias cognitivo, se il disaccordo è colpa di qualcuno, ognuno dei contendenti cerca di dimostrare che la colpa è dell'altro, altrimenti sarebbe la propria, cosa esclusa a priori per ovvi motivi di difesa della propria reputazione.

In conclusione, l’unico modo per evitare una guerra in caso di disaccordo è quello di non esprimere il disaccordo stesso.

La morbosa paura inconscia di aver torto

Una delle paure inconsce più diffuse nelle culture dove esiste una certa libertà di opinione è quella di aver torto. Perché sin da piccoli siamo stati programmati a credere che chi ha ragione vale e ha il diritto di comandare, mentre chi ha torto non vale e ha il dovere di obbedire.

In altre parole, per l'inconscio, una persona vale nella misura in cui ha ragione, e siccome la prospettiva di una svalutazione della propria persona è terrificante, ognuno si batte per dimostrare di aver ragione, ovvero che chi non è d'accordo con le proprie opinioni ha torto.

Per l'inconscio, aver torto significa la "morte civile", ovvero essere condannati all'emarginazione sociale o ad occupare i ranghi più bassi della gerarchia sociale, a non avere nemmeno diritto di parola, essendo questa implicitamente "sbagliata" per il fatto di aver avuto torto.

L'equazione "torto = svalutazione" è diffusissima e causa di sofferenze e disturbi mentali, dal bias cognitivo fino alla schizofrenia, dato che l'uomo è disposto (inconsciamente) perfino ad alterare la realtà pur di credere e dimostrare di non aver torto.

Sonno, sintesi, memoria, mappa del mondo, bias cognitivi

Suppongo che, durante il sonno, nel cervello venga fatta una sintesi delle esperienze del giorno passato, che viene memorizzata nella memoria a lungo termine. I dettagli vengono poi cancellati dalla memoria a breve termine. Senza tale processo saremmo persi in un mare di dettagli inutili e ingombranti.

Suppongo che il modo in cui viene fatta tale sintesi dipenda dalle capacità di astrazione del soggetto, ovvero dalle sue sintesi precedenti (ovvero l'ultima versione della sua mappa del mondo e del suo vocabolario) e dai suoi meccanismi di autodifesa e protezione contro il dolore. Infatti ricordiamo soprattutto o soltanto ciò che ci conviene ricordare (così come nella veglia notiamo ciò che ci conviene notare), e lo colleghiamo ai ricordi precedenti nel modo che più ci conviene. I criteri di convenienza, come i meccanismi di difesa, sono inconsci.

Si potrebbe dire che, mentre dormiamo, qualche agente mentale inconscio aggiorni la nostra autobiografia, che, come ogni biografia, è una sintesi dei fatti salienti delle esperienze di una persona, selezionati e interpretati in modo soggettivo, finalizzato e influenzato da bias cognitivi.

Per migliorare questo ricorrente processo inconscio di sintesi che
avviene a nostra insaputa nel nostro cervello, sarebbe utile migliorare,
ovvero esaminare consapevolmente, correggere e arricchire, la nostra mappa del mondo.

In caso di disaccordo tra due persone

A mio parere, nel caso in cui tra due persone A e B, B si trova in disaccordo nei confronti di qualcosa che A ha affermato, il disaccordo può essere dovuto ad una o più cause come le seguenti:

  1. A ha detto cose che non corrispondono alla realtà (nella maggior parte dei casi).

  2. B non ha "capito", o ha "frainteso" ciò che A ha detto, o lo ha capito solo in parte. Ciò è dovuto al fatto che B non ha sufficienti esperienze o conoscenze (dirette o indirette) della problematica di cui A ha parlato.

  3. B ha capito bene ciò che A ha detto, ma ritiene che ciò che A ha detto non corrisponda alla realtà in generale.

  4. B ha capito bene ciò che A ha detto, ma ritiene che ciò che A ha detto non corrisponda alle proprie esperienze personali.

  5. B è "disturbato" (consapevolmente o inconsapevolmente) da ciò che A ha detto, nel senso che, se ciò che A ha detto fosse vero, questo contraddirebbe la visione del mondo di B, e quindi la sua "autorevolezza". Quindi è "funzionale" per l'autostima di B, contraddire le affermazioni di A. (A mio parere questa dinamica è tipicamente inconscia e credo che nessuno ne sia esente, nemmeno io).

Per concludere, credo sia importante che colui che si trova in disaccordo con un'affermazione altrui chiarisca esplicitamente se il disaccordo si riferisce solo alle proprie esperienze personali, oppure vale per l’intera umanità.

A mio avviso, questa precisazione renderebbe meno grave e più accettabile il disaccordo per entrambi i contendenti.

La fede e i suoi benefici

La fede è uno stato mentale in cui si è convinti che qualcuno o qualcosa (idea, comportamento, pratica, formula, procedura, disciplina, regola, metodo, credenza, tradizione, filosofia, religione, ecc.) ci procurerà un bene. È un'aspettativa di bene e, come tale, procura piacere. Vale a dire che anche la fede in qualcosa di assurdo può farci sentir bene (c'è una differenza tra sentirsi bene e star bene). La fede è dunque, per definizione, un placebo, che in latino significa letteralmente, appunto, "piacerò".

Con questo non voglio dire che aver fede sia credere in cose necessariamente assurde o false; infatti si può aver fede anche in cose vere e realmente benefiche. La differenza tra aver fede in un beneficio e prevederlo razionalmente è che nel primo caso la previsione (che possiamo definire fideistica) è emotiva, non razionale mentre nel secondo caso è razionalmente fondata. Ovviamente le due previsioni possono coesistere, tuttavia c'è sempre il rischio che una previsione fideistica possa influenzare una previsione razionale, per effetto del bias cognitivo.

Non bisogna tuttavia considerare la fede qualcosa da evitare in tutti i casi; infatti, se accompagnata da una coerente e non manipolata previsione razionale, la fede, agendo a livello emotivo, produce entusiasmo, piacere, motivazione, forza, tenacia, resistenza, sicurezza, carisma senza i quali è difficile portare avanti qualsiasi progetto di cambiamento, o la vita stessa.

Affidiamoci dunque alle persone e alle idee in cui crediamo razionalmente e godiamo dei benefici della fede stessa, anche se le nostre previsioni razionali non possono essere sicure al 100%.

Verità, opinioni, conflitti e bias cognitivo

Esprimere apertamente una opinione su un tema può facilmente dar luogo a conflitti, a livello personale, con coloro che su quel tema hanno una opinione diversa, ovvero che ritengono quella opinione falsa, inaccettabile o disturbante. Questo avviene specialmente con opinioni che hanno a che fare con il comportamento umano e, in particolare, con l'etica, i costumi sociali, le religioni, le filosofie e la politica.

Tendiamo infatti a trovare simpatici coloro che condividono le nostre idee, e antipatici quelli che non le condividono, e quando una persona ci è antipatica tendiamo a giustificare tale antipatia con colpe o difetti di carattere che attribuiamo ad essa e che sono più o meno fondati e affetti da bias cognitivo. Se poi esprimiamo apertamente tali attribuzioni agli interessati, scateniamo facilmente conflitti personali che possono auto-alimentarsi in un circolo vizioso fino a causare, nei casi più gravi, rotture di rapporti personali, calunnie e violenze verbali o fisiche.

Perché avviene tutto ciò?

Suppongo che ciò avvenga perché è in gioco lo status sociale delle persone coinvolte, le quali inconsciamente competono per il potere di deliberare chi ha ragione e chi torto, chi deve comandare e chi ubbidire, chi deve essere incluso e chi escluso dalla comunità, la distribuzione delle ricchezze, dei ruoli, dei privilegi e i diritti e doveri di ciascuno.

Infatti, di fronte ad una opinione altrui ci chiediamo: se fosse vera che figura ci farei? La mia immagine ne sarebbe avvantaggiata o svantaggiata? Risulterei lodevole o reprensibile? Innocente o colpevole? Apparirei giusto o sbagliato? Buono o cattivo? Autorevole o non autorevole? Degno o indegno? Capace o incapace? Se la risposta è a noi sfavorevole, cercheremo di dimostrare che quell'opinione è sbagliata e, viceversa, se la risposta è a noi favorevole sosterremo e condivideremo quell'opinione.

Per concludere, ogni volta che esprimiamo un'opinione sul bene e il male in qualsiasi aspetto del comportamento umano, rischiamo di scatenare un conflitto con le persone che risulteranno esplicitamente o implicitamente sfavorite da quell'opinione, e di essere da loro attaccati personalmente come reazione di difesa.

Il mistero, il sacro e la dottrina nelle religioni

Mistero significa non conoscenza, mentre le religioni hanno la presunzione di sapere perfettamente come stanno le cose laddove la scienza non arriva, anzi, spesso in contrasto con essa, e lo insegnano a bambini che non hanno capacità critica e forse non l'acquisiranno mai proprio a causa dell'insegnamento religioso e delle paure ad esso connesse. Infatti le religioni prosperano sul mistero (cioè sull'ignoranza) e temono la conoscenza e il progresso scientifico.

Il sacro significa sottomissione assoluta ad un ente esterno dotato di superpoteri, cosa che le religioni cercano di inculcare e spesso ci riescono. Il risultato è una deresponsabilizzazione morale dell'individuo che non deve cercare di definire il bene e male, ma prende per buono quello stabilito e rivelato dall'Ente stesso.

Le religioni sono una invenzione dell'uomo, infatti gli animali non le hanno. Se l'ente esterno dotato di superpoteri esistesse veramente, ce lo farebbe sapere senza misteri né indovinelli, e senza ricorrere ad intermediari.

La mia visione del mondo è che siamo parte del tutto e a nostra volta siamo costituiti da tante parti e ogni cosa è interdipendente e in relazione sistemica con tutto il resto, secondo le leggi della natura, di cui sappiamo poco, ma con quel poco dobbiamo fare i conti.

Le religioni riempiono le aree non coperte dalla scienza con le idee più disparate, e si offendono se qualcuno non le rispetta.

Le religioni sono un fenomeno psichico e sociale complesso importantissimo per i suoi possibili effetti politici, sociali e comportamentali, e come tale va studiato.

Parlare di religioni richiede cautela più che rispetto, perché le persone sottomesse ad una particolare religione possono offendersi se qualcuno ne contesta la verità o legittimità.

Le religioni cercano di propagarsi, di costituire una comunità e di influenzare in tal modo il comportamento altrui. Per questo vanno sempre viste con sospetto.

Un discorso particolare meritano le religioni personali, o religioni fai-da-te, che sono adattamenti e aggiustamenti di comodo di religioni comunitarie, dove vengono omesse le parti più difficili da osservare e quelle meno credibili. Queste religioni sono le più diffuse nei paesi industrializzati e sono particolarmente insidiose perché, con il loro relativismo etico, pur superando la morale religiosa canonica, ostacolano la diffusione di un'etica razionale.

la mente umana è capace di allucinazioni, illusioni e autoinganni, bias cognitivi ecc. E' provato scientificamente. Per non soffrire l'inconscio è capace di inventare una realtà inesistente, e di crederci, così come di non vedere realtà angoscianti. Il fatto che l'uomo abbia bisogno di un Dio che funzioni in un certo modo (bisogno molto diffuso) non vuol dire che quel Dio esista. Alcuni non possono sopportare l'assurdità dell'esistenza cioè la mancanza di senso, e finiscono per credere in una realtà spirituale confortante ma indimostrabile, altri (come gli esistenzialisti, come me) riescono a sopportare tale mancanza e cercano di dare essi stessi un senso alla loro vita senza ricorrere a religioni o correnti spirituali e senza cercare di fare proseliti.

Al di fuori della scienza si può credere in qualsiasi cosa purché non si affermi che sia vera né la si usi per influenzare gli altri a comportarsi in un certo modo. Come direbbe Wittgenstein, di ciò che non si conosce bisognerebbe tacere. Se la spiritualità resta un desiderio, ok, ma se diventa una dottrina no, no, no.

Per me, come per Spinoza, Dio e il mondo sono la stessa cosa e Dio probabilmente non ha nulla di antropomorfico. Mi piace pensare che Dio non ha creato il mondo, ma è il mondo stesso, fatto di spazio, tempo, massa, energia e informazione, tra loro interdipendenti. Che Dio non ha creato l'uomo, ma ogni uomo è una parte di Dio, una sua manifestazione. Quindi per me non ha senso parlare di rapporto tra l'uomo e Dio come se fossero due cose separate. Questa è la mia religione, ma si tratta di un'ipotesi indimostrabile. Il miglior compromesso tra la realtà e il mio desiderio.

Introduzione al caffè filosofico del 3/2/2022 sul tema “Gli inganni della mente”

Come ci dice il vocabolario Treccani, l’inganno consiste in una falsa opinione, un errore di valutazione, o una illusione.

In un inganno possiamo distinguere un emettitore (l’ingannatore), un ricevitore (l’ingannato), e  un messaggio (o informazione) che asserisce una falsità presentandola come verità.

Un inganno può essere consapevole o inconsapevole. È consapevole quando l’emettitore sa che l’informazione comunicata è falsa, è inconsapevole quando l’emettitore crede che l’informazione comunicata sia veritiera pur non essendo tale.

Per definizione, noi crediamo che ciò in cui crediamo sia vero, altrimenti non ci crederemmo. Tuttavia può succedere che crediamo in falsità. Questo tipo di inganno può essere dovuto alla ricezione di una informazione falsa proveniente da una fonte che riteniamo affidabile, oppure da una erronea elaborazione mentale di una nostra esperienza. Nel secondo caso possiamo parlare di “autoinganno”. Il termine “inganni della mente” che costituisce il titolo del caffè filosofico di questa sera, è da intendersi, appunto, come “autoinganno”.

A mio avviso esistono due categorie di autoinganni: quelli non funzionali e quelli funzionali. Gli autoinganni non funzionali non hanno alcuna utilità, e sono dovuti ad errori involontari e  inconsapevoli della mente o del sistema nervoso in generale. Gli autoinganni funzionali servono invece ad un certo scopo inconscio, che può essere quello di ottenere un piacere o di evitare un dolore.

Daniel Goleman, nel suo libro “Menzogna, autoinganno illusione", ci insegna che la nostra attenzione e i nostri pensieri non sono volontari, ma “pilotati” da meccanismi automatici inconsci il cui scopo è la ricerca del piacere e l’evitamento del dolore. Qui per dolore si intendono soprattutto l’angoscia, la paura, e lo stress mentale dovuti a incoerenze, contraddizioni, perdita di autostima, non conformità, emarginazione sociale, ecc. e per piacere s’intendono sensazioni di sicurezza, autostima, conformità, integrazione sociale, coerenza, non contraddizione ecc. In tal senso, l’errore che è alla radice dell’autoinganno consiste in lacune cognitive e salti di logica provocati dai meccanismi di cui sopra, per tutelare il benessere mentale del soggetto.

Gli autoinganni hanno generalmente una rilevanza sociale nel senso che possono essere funzionali al mantenimento di buone relazioni sociali. Infatti se viviamo in un ambiente sociale in cui la maggior parte degli altri credono in certe falsità, condividere le false credenze costituisce un fattore di coesione sociale, come ci spiega Yuval Noah Harari in questa citazione:

“Anche se dobbiamo pagare un prezzo per disattivare le nostre facoltà razionali, i vantaggi di una maggiore coesione sociale sono spesso così grandi che storie inventate normalmente prevalgono sulla verità nella storia dell’umanità. Gli studiosi lo hanno saputo per migliaia di anni, ed è per questo che [...] hanno dovuto scegliere se servire la verità o l’armonia sociale. Dovrebbero mirare a unire le persone facendo in modo che ognuno creda alla stessa falsità, o dovrebbero far conoscere la verità al prezzo della disunione? Socrate scelse la verità e fu condannato a morte. Le più potenti istituzioni sociali della storia (clero cristiano, mandarini confuciani, ideologi comunisti ecc.) hanno fatto prevalere l’unione sulla verità. Per questo erano così potenti.” [Yuval Noah Harari] 

Tratto da https://www.nytimes.com/2019/05/24/opinion/why-fiction-trumps-truth.html

Anche Steven Pinker collega l’autoinganno alle emozioni e ai rapporti sociali, come spiegato nella seguente citazione:

"Trivers, portando alle sue logiche conseguenze la sua teoria delle emozioni, nota che in un mondo pieno di macchine rivelatrici delle falsità la miglior strategia è quella di credere alle proprie menzogne. Non puoi far scoprire le tue intenzioni nascoste se non pensi che siano le tue intenzioni. Secondo questa teoria dell'autoinganno, la mente cosciente nasconde a se stessa la verità per meglio nasconderla agli altri. Ma la verità è utile, e perciò dovrebbe essere registrata da qualche parte nelle mente, ben protetta dalle parti che interagiscono con le altre persone." [Steven Pinker]

Il tema dell’autoinganno mi sta molto a cuore perché lo ritengo fondamentale per comprendere la natura umana e i mali della società. Ad esso ho dedicato un lungo capitolo del mio libro “Psicologia dei bisogni” che vi invito a leggere per un approfondimento del tema stesso (https://psicologiadeibisogni.dardo.eu/autoinganno/).

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Uso della psicologia da parte di non psicologi: rischi ed effetti collaterali

Prima di entrare nell'argomento è utile che io dica alcune cose su di me. Non sono laureato e l'unico mio titolo di studio è un diploma di scuola media superiore con specializzazione in elettronica ed energia nucleare ottenuto col minimo dei voti. Le mie conoscenze di psicologia e di altre scienze umane e sociali (filosofia, sociologia, neuroscienze ecc) sono autodidattiche, frammentarie, parziali e in molti casi ottenute attraverso fonti enciclopediche e citazioni anziché dalla lettura diretta dei vari autori. Ciò nonostante, ho scritto un saggio di psicologia ("Psicologia dei bisogni e della resistenza al cambiamento"), ho inventato un nuovo tipo di psicoterapia ("Psicoterapia sinottica") e, spesso e volentieri, esprimo le mie idee sui fatti umani in generale e su quelli dei miei interlocutori, usando concetti presi dalla letteratura psicologica e umanistica, e, più raramente, miei originali.

Non tutti accettano di buon grado il mio uso della psicologia nelle conversazioni. Infatti, a volte, a causa di ciò che dico, vengo implicitamente o esplicitamente accusato di saccenza, presunzione, arroganza, narcisismo, eccessiva tendenza a giudicare, senso di superiorità e cose simili. In certi casi vengo anche rimproverato, implicitamente o esplicitamente, di fare lo "psicologo abusivo", nel senso di non avere il curriculum di studi né esperienza sufficiente per parlare di psicologia con competenza, e di avere un atteggiamento "professorale" fuori luogo, cioè quello di uno che vorrebbe insegnare qualcosa a chi non la sa, con la segreta motivazione di dimostrare di sapere di più, e di ragionare meglio, del suo interlocutore.

Ottengo reazioni di questo tipo sia da parte di non psicologi che di psicologi. L'insofferenza o antipatia che i miei discorsi a volte suscitano in certe persone mi rattrista e mi spinge a cercare di capire la natura del problema, e a individuare possibili errori da parte mia o dei miei interlocutori.

In tale ricerca non posso fare a meno di usare le mie conoscenze psicologiche. Se non lo facessi, quali strumenti di comprensione mi rimarrebbero? Ascoltare solo le emozioni mie e altrui? Fidarmi acriticamente di chi mi critica, specialmente se si tratta di persone legalmente abilitate ad esercitare la professione di psicologo? Confrontare il numero delle persone che mi stimano con quello di quanti mi considerano arrogante e dar ragione alla maggioranza? Nessuno di questi criteri mi sembra affidabile, quindi cercherò, anche in questo caso, di usare la psicologia.

A questo punto vorrei aprire una parentesi per spiegare come io considero la psicologia e le scienze umane e sociali in generale.

A differenza delle scienze naturali, caratterizzate da una sistematicità e un generale consenso da parte degli scienziati di tutto il mondo, le discipline umane e sociali (filosofia, sociologia, psicologia, antropologia ecc.) sono un caos di opinioni e posizioni settarie, arbitrarie, spesso astruse, che obbligano chi vorrebbe acquisire una sufficiente conoscenza dell'Uomo a districarsi in una confusione di proposte difficili persino da reperire e classificare, oltre che da decifrare, anche a causa della mancanza di un glossario e di teoremi universalmente accettati.

Tale confusione nasconde mistificazioni e conflitti di interessi. Infatti le scienze umane e sociali hanno un impatto nella politica, nella religione, nell'economia, nell'etica,  possono favorire o contrastare autorità politiche, religiose, accademiche e possono essere usate per giudicare da un punto di vista etico e pragmatico il comportamento dei singoli nelle famiglie, nei gruppi, nelle organizzazioni e nelle istituzioni.

Inoltre occorre tener presente che la conoscenza è sempre stata uno strumento di potere e motivo di rispetto verso colui che è riconosciuto come più sapiente. Per questo, criticare un autore e pretendere di avere una teoria migliore della sua, corrisponde ad affermare di avere un'autorevolezza maggiore, di valere di più, e quindi di meritare maggiore credito, riconoscimento, e quindi potere e privilegio, nella società.

Cosa dovrebbe fare allora chi desidera conoscere la natura umana attingendo al patrimonio scientifico e letterario disponibile? Prima di tutto diffidare e sospettare di ogni proposta culturale e intellettuale, non affidarsi mai ad un solo autore o ad una sola scuola di pensiero, e poi praticare il "pick and mix" (cogli e mescola), cioè assaggiare (direttamente o attraverso riassunti, citazioni e commenti) il maggior numero possibile di proposte, rifiutare quelle più astruse e inconcludenti, scegliere le idee che ci sembrano più convincenti e usarle per costruire una propria personale visione del mondo e dell'Uomo. Il tutto con un approccio pragmatico, vale a dire, chiedendosi, di ogni idea, a cosa, chi e perché essa sia utile e, se applicata, quali cambiamenti potrebbe produrre, o impedire, nella propria vita e in quella del prossimo. Questo è ciò che ho sempre cercato di fare.

Chiarito il mio punto di vista sulle scienze umane e sociali, torno all'argomento in oggetto, per esaminare i rischi e gli effetti collaterali dell'uso della psicologia da parte dei "non psicologi".

Prima di tutto vorrei chiarire il significato del termine "psicologo" facendo un parallelo con quello di "filosofo". Infatti, io penso che la filosofia e la psicologia non dovrebbero essere due discipline distinte, ma una unica.

Cos'è un filosofo? Ci sono due categorie di filosofi: quelli che insegnano filosofia (in realtà si dovrebbe dire la storia della filosofia), e quelli che si comportano con filosofia, cioè usano la filosofia (una certa filosofia, perché le filosofie sono tante e in contrasto tra loro) come guida per vivere e interagire col prossimo. Infatti, un professore di filosofia nella sua vita privata potrebbe non seguire alcuna filosofia o vivere contraddicendo la filosofia che insegna e, viceversa, ci sono persone che seguono una filosofia senza insegnarla, o senza nemmeno rendersi conto di vivere secondo una certa filosofia.

Analogamente ci sono due tipi di psicologi: quelli che insegnano psicologia (una certa psicologia, perché le psicologie sono tante e in contrasto tra di loro) o la praticano come psicoterapeuti, e quelli che si comportano con psicologia, cioè la usano come guida per vivere, capire se stessi e gli altri, e interagire col prossimo nel modo più soddisfacente per tutti.

Ebbene, io mi considero uno psicologo del secondo tipo, ma a volte sono percepito come uno che cerca di assumere, indegnamente, il ruolo del "maestro psicologo". D'altra parte penso che in tale percezione ci sia qualcosa di reale nella misura in cui spiegare le proprie idee costituisce una forma di insegnamento nei confronti delle persone a cui quelle idee non vengono in mente a causa delle proprie minori conoscenze. Questo è vero in qualsiasi campo. Infatti, senza accorgercene, tutti noi, ogni tanto, chi più chi meno, assumiamo consciamente o inconsciamente, il ruolo di maestro quando diciamo a qualcuno cose che non sono scontate o che l'altro non conosce.

Come ho detto sopra, la conoscenza è anche potere, e quando si tratta della conoscenza dell'uomo e dei meccanismi dell'interazione umana, il potere può essere molto pervasivo e insidioso, e può avere conseguenze importanti a livello familiare, politico, religioso, etico, accademico ed economico.

Secondo me c'è, nei più, la tendenza a nascondere la propria ignoranza, come se, ammettendola, dovessero accettare un ruolo subordinato nella società, o addirittura l'emarginazione o l'esclusione sociale. Questa tendenza può diventare inconscia al punto da causare la rimozione (in termini psicoanalitici) dell'ignoranza stessa, cosicché uno finisce per credere di sapere tutto quello che occorre per essere rispettato ed accettato dagli altri e per interagire in modo giusto e produttivo. In altre parole, ognuno crede di avere ragione. Chiamerei questo fenomeno "la paura inconscia di avere torto".

La psicologia fa paura a certe persone perché è potenzialmente in grado di spiegare i "veri" motivi del loro comportamento e, come tale, rilevare e rivelare i loro "torti" o errori. Per tale motivo, molte persone vorrebbero che solo lo psicologo a cui si rivolgono quando hanno dei problemi che non riescono a gestire, sia autorizzato a mettere in discussione il loro comportamento e cercarne i motivi, così come i cattolici si confessano solo col prete. Per queste persone, uno che "fa psicologia" al di fuori del setting terapeutico e senza un'abilitazione ufficiale ad esercitare la professione di psicologo o psicoterapeuta, costituisce una minaccia, perché rischia di far venire alla luce motivazioni, torti ed errori inconfessabili, al di fuori di un contesto riservato e protetto dal segreto professionale. Questo, secondo me, spiega l'irritazione di cui io sono oggetto quando uso gli strumenti della psicologia nell'indagare e discutere il comportamento umano. In altre parole, credo che tale irritazione nasconda la paura incoscia di essere giudicati, e condannati ad una posizione sociale di minore prestigio e dignità. Tale paura è inversamente proporzionale all'autostima e alla sicurezza di sé dell'interessato.

In realtà la psicologia non serve a giudicare, ma piuttosto a demistificare, smascherare le vere motivazioni all'origine dei comportamenti di individui e gruppi. E questa funzione demistificatrice  fa paura a chi, consciamente o inconsciamente, ha qualcosa da nascondere.

La psicologia riguarda tutti noi esseri umani, costituisce il libretto di istruzioni dei nostri congegni consci e inconsci, e, in quanto tale, dovrebbe interessare chiunque, non essere confinata nelle aule universitarie, negli studi psicoterapeutici, negli uffici dei consulenti o dei pubblicitari, nei media, o riguardare solo chi è affetto da disturbi e malesseri mentali. Dovrebbe essere oggetto di discussione quando si affronta qualsiasi tema che abbia a che fare con il comportamento dell'Uomo in generale o di persone particolari. Il comportamento umano non può essere compreso razionalmente senza usare chiavi psico-filosofiche e non c'è nessun giustificato motivo per cui la psicologia non dovrebbe essere insegnata nella scuola dell'obbligo e usata comunemente nelle conversazioni e discussioni che riguardano la società e gli individui. Purtroppo, invece, la psicologia è generalmente trascurata, se non ignorata, temuta o disprezzata. Anche nel mondo accademico si osserva una ingiustificabile assenza di interdisciplinarità e cooperazione tra le diverse specializzazioni umanistiche, cosicché, ad esempio, molti filosofi non usano mai concetti psicologici e, viceversa, molti psicologi non usano mai concetti filosofici, come se ogni disciplina bastasse a se stessa. Questo avviene anche tra diverse scuole di psicologia che si ignorano a vicenda, per non parlare di quando si disprezzano esplicitamente. Scuole che operano come sette ideologiche gelose e rivali l'una dell'altra.

Una parte di responsabilità di questo stato di cose è da addebitare alle autorità religiose, per cui la psicologia costituisce una minaccia, dato che il fenomeno religioso può essere spiegato in termini psicologici tali da minare potenzialmente le basi delle religioni stesse, che invece interpretano il comportamento umano, il benessere e il malessere, in termini teologici.

Anche le autorità politiche sono parzialmente responsabili del poco rispetto di cui gode la psicologia. Questa, infatti, costituisce una minaccia al potere politico, perché esso è basato sulla demagogia e la manipolazione delle masse, che la psicologia è in grado di svelare e demistificare, potendo così minare le basi del consenso politico.

A questo punto, ritengo doveroso fare l'avvocato del diavolo e cercare motivazioni inconfessabili o comunque criticabili nel mio comportamento. E' un esercizio che faccio spesso, da quando ho capito, grazie proprio alla psicologia, che non ci si può fidare delle spiegazioni di nessuno, neanche delle nostre, perché ogni mente tende a filtrare tutto ciò che può mettere in discussione la propria dignità sociale, e altera la realtà in modo da avere un'immagine di sé accettabile e rassicurante.

Ecco dunque la mia ipotesi autocritica. Da bambino avevo un doppio complesso d'inferiorità, in quanto avevo una costituzione fisica debole e delicata, e provenivo da una famiglia di origini umili in cui la cultura, l'estetica e il divertimento non erano considerati importanti, anzi, erano visti con diffidenza, come pericoli rispetto ai valori familiari dominanti che erano il successo nel lavoro e la sicurezza economica. In più, mio padre era piuttosto autoritario e, sebbene non avesse mai letto un libro, credeva di conoscere la vita meglio di tanti intellettuali che parlavano in televisione e non perdeva occasione per vantarsene, usando il suo successo nel commercio come prova. Queste cose mi facevano sentire emarginato rispetto ai miei compagni di scuola e di quartiere, ed erano causa di frustrazione e timidezza.

Come ci insegna la psicologia individuale di Alfred Adler, a fronte di un complesso di inferiorità la psiche tende a sviluppare strategie compensative, cioè a cercare la superiorità in campi dove questa è possibile. Credo di avere un certo talento in diverse attività tra cui l'analisi e la sintesi, la logica, l'argomentazione, la sensibilità rispetto ai temi etici, sociali, filosofici e psicologici, e uno spirito critico capace di rilevare facilmente incoerenze, contraddizioni e lacune nei discorsi altrui e miei. Inoltre, i risultati dei test d'intelligenza a cui mi sono sottoposto hanno generalmente dato risultati lusinghieri. E' lecito, quindi, sospettare (e infatti lo sospetto) che la mia passione per la psicologia e la mia tendenza a esprimere idee e opinioni "intelligenti" e in chiave psicologica, siano nate da un bisogno di compensare inferiorità che inconsciamente ancora sento, e di ottenere una rivincita rispetto a persone che inconsciamente invidio e continuo a percepire con risentimento come miei "emarginatori". Inoltre non escluderei che ci sia ancora in me una rivalità inconscia nei confronti di mio padre, sebbene egli non sia più in vita.

Ammettiamo che questi sospetti circa le "vere" cause del mio "psicologare" siano (ancora) fondati, dovrei forse per questo smettere di interessarmi di psicologia e di usarla per capire me e gli altri? Smettere di criticare le masse, gli individui e certi intellettuali per lo stato miserabile in cui si trova ancora l'umanità? Lasciare che di psicologia si occupino solo i professionisti di questa materia? Autocensurarmi e tacere ogni volta che penso di aver trovato una spiegazione psicologica del comportamento di qualcuno?

Terminata l'arringa dell'avvocato del diavolo e avviandomi a concludere queste mie riflessioni, ritengo che usare spiegazioni psicologiche e/o psicoanalitiche durante una conversazione con persone che temono di essere giudicate o messe in discussione (la maggioranza!) è sempre rischioso, anche quando si parla in termini astratti o si fa riferimento a persone non presenti: questo modo di fare può facilmente generare negli ascoltatori irritazione, sconforto, ansia e, nei casi più gravi, reazioni aggressive scomposte, miranti a invalidare e punire lo "psicologo abusivo" accusandolo di arroganza e altre qualità negative senza alcun fondamento oggettivo o razionale. Infatti in queste situazioni, di solito chi reagisce non entra nel merito delle spiegazioni psicologiche espresse dall'altro (anche perché spesso non è in grado di argomentare contro di esse) ma mira solo a svalutare la persona che le ha espresse, attaccando la sua personalità e facendo un processo tendenzioso alle sue intenzioni, con esiti facilmente prevedibili. Così facendo, queste persone danno una dimostrazione pratica di come funzionano i meccanismi del "bias cognitivo" e dell'attenzione selettiva, di cui si può trovare un'ottima descrizione nel libro di Daniel Goleman "Menzogna, autoinganno, illusione".

Sappia allora, chiunque voglia applicare la psicologia nella sua vita di tutti i giorni per capire se stesso e gli altri, che questa nobile aspirazione ha pericolosi effetti collaterali: l'ostilità e la calunnia da parte di coloro che hanno paura della psicologia o di psicologi che temono sia messa in discussione la propria formazione.

Non sto dicendo che sia meglio astenersi dall'esprimere opinioni personali in termini psicologici specialmente quando si è in compagnia, ma di mettere in conto, prima di farlo, i possibili effetti collaterali sopra descritti, che saranno diversi a seconda dell'intelligenza, del carattere, dell'autostima, delle conoscenze psicologiche e dell'ortodossia intellettuale delle persone coinvolte.