Siamo schiavi delle nostre abitudini.
Ognuno si comporta secondo certi modelli.
Non esistono azioni che non siano reazioni.
Ogni comportamento umano può essere rituale.
Il mio comportamento influenza quelli altrui.
Cambiare me stesso o cambiare qualcosa fuori di me?
Il problema con la gente non è ciò che fa, ma ciò che non fa.
Il mio comportamento è influenzato da quello degli altri, e viceversa.
Le disfunzioni del comportamento umano possono avere cause fisiologiche o logiche.
Per capire il comportamento esterno di un essere vivente bisogna conoscere quello interno.
Il modo in cui gli altri si comportano con te dipende dal modo in cui ti comporti con loro.
Conviene osservare, analizzare e interpretare le logiche del comportamento sociale degli umani.
La stupidità non è una spiegazione, dato che anche il comportamento di uno stupido segue delle logiche.
Il comportamento di un essere vivente è determinato dal suo software, dal suo hardware, e dagli input che riceve.
È evidente che il comportamento degli altri verso di me dipende
anche dal mio comportamento verso di loro.
Noi facciamo ciò che facciamo per ottenere un piacere (fisico o mentale) o per evitare un dolore (fisico o mentale).
Noi facciamo ciò che facciamo, per piacere o per paura, e un piacere può essere causato dalla diminuzione di una paura.
Il mio comportamento passato e presente è uno dei principali fattori che determinano il comportamento altrui verso di me.
Tutto ciò che la gente fa, lo fa per bisogno, per piacere o per paura. Questo è il senso di ogni comportamento umano.
La coscienza serve a sospendere gli automatismi veloci e semplici del comportamento sostituendoli con automatismi lenti e complessi.
Di ogni espressione e manifestazione umana, culturale, artistica, ecc. dovremmo chiederci: quali persone unisce? Quali persone divide?
Il mondo cambia (in peggio) perché la gente non cambia il suo modo di pensare e di comportarsi.
Non ha senso parlare di "essere" senza fare riferimento al comportamento. Infatti l'essere di un ente si "deduce" dal suo comportamento.
Ad ogni comportamento attribuiamo un certo significato, anche se il soggetto del comportamento non intende con esso significare alcunché.
I meccanismi biologici del piacere e del dolore guidano il nostro comportamento in quanto determinano ciò che ci attrae e ciò che ci repelle.
Facciamo ciò che facciamo perché proviamo (o ci aspettiamo) un piacere nel farlo o perché proviamo (o ci aspettiamo) un dolore nel non farlo.
Fantasia è tutto ciò che esiste solo nella mente di una o più persone. Tuttavia una fantasia può causare comportamenti reali, non fantastici.
Il comportamento umano è determinato da due motivazioni fondamentali: soddisfare i propri bisogni biologici, e ottenere vantaggi e meriti sociali.
Il comportamento di ogni organismo, compreso quello umano, è determinato dal suo hardware, dal suo software e dall'ambiente con cui esso interagisce.
Ciò che più desidero capire è il senso (cioè la logica) di ogni comportamento umano, anche di quelli che mi sembrano più insensati, più terribili, più repellenti.
Ogni cosa che facciamo serve a soddisfare uno o più bisogni. Dovremmo perciò chiederci: quali bisogni stiamo cercando di soddisfare facendo ciò che stiamo facendo?
Il desiderio di ottenere e mantenere il successo influenza i pensieri, i sentimenti e i comportamenti delle persone. Tuttavia ognuno ha la sua personale idea di cosa sia il successo.
Certi comportamenti sono valutati come leciti in certi contesti, e come illeciti in altri contesti. Insomma, il contesto è più importante del comportamento, in quanto ne definisce il valore.
Gli umani sono pronti a consacrare e a imitare modelli di comportamento compatibili con le proprie capacità intellettuali, la propria visione del mondo, la propria morale, e i propri interessi.
Ogni comportamento socialmente rilevante si può spiegare in termini di bisogno di condivisione e di gestione delle condivisioni e delle non condivisioni, materiali e simboliche con altre persone.
Una delle principali chiavi di comprensione del comportamento umano è costituita dai modelli socioculturali, che ogni individuo è obbligato ad apprendere, a scegliere, e a usare nelle interazioni sociali.
Gli esseri umani imitano comportamenti altrui senza comprenderne il significato. Se lo comprendessero, non si tratterebbe di imitazione. Imitano perché l'imitazione viene premiata e la non imitazione punita.
Non è facile distinguere il naturale dal culturale nel comportamento umano. Infatti possiamo considerare la cultura una seconda natura, senza la quale forse la specie umana si sarebbe già estinta.
Qualunque comportamento di qualunque essere umano è soggetto ai giudizi e alle reazioni (favorevoli o sfavorevoli) da parte degli altri. Di questo fatto si occupano e si preoccupano le nostre menti consce e inconsce.
Tutto ciò che facciamo, lo facciamo per ottenere certi risultati, anche se non siamo consapevoli dei risultati che cerchiamo di ottenere. Perciò non sappiamo quanto essi siano realistici, utili, gradevoli o sgradevoli.
Per modificare un comportamento occorre sapere cosa lo determina, ovvero i meccanismi, i programmi e i dati di autogoverno del soggetto, e agire su di essi per modificarli in modo da ottenere il comportamento desiderato.
Gli altri mi giudicano e mi trattano non solo per come mi comporto verso di loro, ma anche per come mi comporto verso me stesso. Infatti il modo in cui mi comporto verso me stesso può essere più o meno vantaggioso per loro.
Cosa farei, e cosa non farei, se fossi l'ultimo umano rimasto sulla terra, e avessi tutto ciò che mi occorre per sopravvivere? Probabilmente non farei la maggior parte delle cose che faccio, e farei tante cose che non faccio.
Il bisogno di socializzare, e il piacere connesso con la sua soddisfazione, possono spiegare la maggior parte dei comportamenti umani, meglio delle spiegazioni fornite dagli interessati, che sono per lo più false e/o inconsistenti.
Il comportamento di un essere vivente dipende dal comportamento dei propri organi, dai loro bisogni e dalla loro percezione della realtà esterna e di quella interna. L'io cosciente è uno di tali organi ed è (o dovrebbe essere) al servizio di tutti gli altri.
Metacomportamento è il comportamento che consiste nel riflettere e nell’interrogarsi sul proprio comportamento (specialmente nei confronti degli altri umani), e nel cercare modi per migliorarlo nel senso di una maggiore soddisfazione dei bisogni propri e altrui.
Tutto cià che un umano fa, pensa e dice è raramente creativo. Infatti consiste quasi sempre nella riproduzione, più o meno precisa, di qualche modello comportamentale e cognitivo appreso da altri o sviluppato in un lontano passato a partire dalle proprie esperienze.
Ognuno vuole essere normale, e a tale scopo cerca di capire cos'è normale per gli altri, i suoi altri, cioè quelli da cui dipende. Infatti solo gli altri, con la frequenza del loro comportamento, possono stabilire cosa sia normale e cosa strano. Nessun individuo da solo ha tale autorità.
Tra le cose che gli umani chiedono e offrono l'uno all'altro c'è la disposizione ad assumere certi ruoli sociali predefiniti, e a comportarsi conformemente a certi modelli di comportamento predefiniti.
Tali richieste e offerte comportano sempre restrizioni della libertà individuale.
Un meccanismo automatico, involontario e inconscio sceglie momento per momento cosa dobbiamo pensare, come dobbiamo agire, e come dobbiamo reagire a ciò che ci succede. Tuttavia il nostro io cosciente si illude di essere stato lui a scegliere il nostro comportamento, e di averlo fatto per certe giuste ragioni.
Un essere umano si comporta in un certo modo perché si aspetta di ricavarne un piacere o un vantaggio, oppure perché ha paura di ottenere un dolore o uno svantaggio non comportandosi in quel modo.
Lo stesso vale per i non-comportamenti, cioè per le motivazioni ad evitare di comportarsi in certi modi.
Per «inconscio» intendo un processo mentale nascosto che dirige il comportamento automatico e la coscienza attraverso i sentimenti e le emozioni secondo certe strategie (che la coscienza non conosce) di soddisfazione dei bisogni. Strategie diverse da persona a persona, che dipendono dalla costituzione genetica e dalle esperienze.
Ogni cosa che facciamo o che esprimiamo in ambito sociale serve anche, o soltanto, a indurre negli altri (e nell’Altro generalizzato che è dentro il nostro sé) una certa immagine desiderabile di noi stessi in quanto appartenenti a certe comunità, a certe categorie e a certi livelli gerarchici.
Il verbo essere è illusorio e fuorviante. Infatti nessuna
cosa o persona “è” qualcosa o qualcuno. L'identità di una persona o di una cosa è data dal suo comportamento particolare e dalle sue particolari relazioni e interazioni con altre cose e/o con altre persone.
Tra teoria e pratica, quando si parla di comportamento umano, la differenza è enorme. Infatti, in tale campo, qualsiasi teoria non è che una semplificazione cognitiva razionale e lineare di un particolare aspetto del comportamento, mentre nella pratica questo è il risultato della combinazione di miliardi di processi involontari, simultanei, concorrenti, automatici e inconsci.
La vita è essenzialmente un fatto riproduttivo. Infatti si può dire che è vitale ciò che si riproduce, non solo in senso genetico, ma anche in senso culturale. Intendo il caso in cui le idee o il comportamento di un individuo vengono appresi (ovvero riprodotti) da un'altro. Attraverso questa riproduzione culturale il comportamento di un individuo influenza la vita di un altro.
Il comportamento umano può essere, per certi aspetti, soggetto a critiche in senso etico, estetico e logico. Infatti ognuno sceglie, consciamente o inconsciamente, chi, se, e cosa criticare degli altri e di se stesso, e a chi, e in quale misura esprimere le proprie critiche, sapendo che le sue critiche possono a loro volta essere criticate, e così anche la propria persona, per le critiche che esprime.
L'uomo, a differenza degli altri animali, non ha istinti che possano guidare il suo comportamento in modo affidabile. Perciò l'uomo ha bisogno di essere guidato da altri esseri umani.
Guidare il comportamento umano (proprio o altrui), è difficile e pericoloso. E' così che l'uomo, per non rischiare di sbagliare, tende a obbedire ad un capo e/o a seguire una guida.
Ognuno di noi, senza accorgersene, segue certi modelli di pensiero e di comportamento appresi attraverso le esperienze sociali.
In altre parole, siamo tutti programmati a pensare e a comportarci in certi modi che abbiamo appreso, per imitazione, da altre persone.
Anche l'indagine, la critica e il cambiamento dei modelli di pensiero e di comportamento avvengono secondo certi modelli appresi.
I comportamenti degli esseri umani e di molti altri esseri viventi si influenzano reciprocamente in una certa misura.
Dunque il mio comportamento influenza, in una certa misura, il comportamento di coloro che interagiscono con me, e di conseguenza, le interazioni tra me e gli altri.
È perciò importante conoscere i modi in cui, e i mezzi con cui, possiamo influenzare i comportamenti altrui.
Le interazioni tra esseri umani non sono casuali, ma seguono certe logiche che risiedono nelle rispettive menti. Tali logiche, che evolvono con le esperienze e con l'apprendimento del soggetto, coinvolgono e riguardano le sue cognizioni, i suoi sentimenti e le sue motivazioni. La psicologia dovrebbe occuparsi principalmente di decifrare queste logiche nell'uomo in generale, in gruppi e tipi di persone, e in individui particolari.
Il comportamento di ogni essere vivente è determinato dal suo software, dal suo hardware, e dagli input che riceve. Il software consiste nelle informazioni costituite dal codice genetico, dai ricordi e dai sentimenti (se la specie ne è dotata), l’hardware consiste nei sistemi di cellule di cui l’organismo è costituito, gli input consistono nelle informazioni sensoriali veicolate ed elaborate dal sistema nervoso a partire dagli organi di senso.
Ogni essere umano segue (imita, riproduce) dei modelli. Modelli di pensiero, di comportamento, di interazione, di partecipazione, di integrazione sociale. Comportamenti, azioni, gesti che non seguano un modello sono possibili, ma molto rari e difficili da attuare in quanto richiedono uno sforzo di volontà e di autocontrollo in tal senso. D'altra parte, l'apprendimento umano è basato sull'imitazione di modelli e tutto ciò che abbiamo appreso è parte di modelli.
A mio avviso, il comportamento di un essere vivente segue un andamento probabilistico: il prossimo atto è quello con la maggiore probabilità di verificarsi in base alla situazione, alle esperienze pregresse e agli atti precedenti del soggetto. Questa probabilità dipende da connessioni neuronali che si modificano e si aggiornano automaticamente e in modo inconscio. Lo stesso principio si applica al pensiero, che può essere considerato una forma di comportamento interno.
Ognuno recita inconsapevolmente un copione. Il mio è quello di uno studioso di copioni.
I copioni di due individui possono essere più o meno simili e compatibili.
Un copione può essere più o meno rigido e con spazi di improvvisazione, libertà e creatività più o meno ampi, cioè, con una maggiore o minore capacità di evolvere e cambiare.
Per andare d'accordo e cooperare, due individui dovrebbero recitare solo le parti compatibili dei rispettivi copioni.
Le nostre azioni comportano dei risultati, i quali consistono in cambiamenti più o meno grandi e più o meno permanenti o temporanei, in noi stessi, negli altri e/o nell'ambiente.
Di tali cambiamenti siamo più o meno consapevoli.
Le nostre azioni possono anche comportare certi cambiamenti che mirano ad evitarne certi altri, oppure a ripristinare una situazione precedente.
In altre parole, la paura di certi cambiamenti può indurci a cambiare qualcosa.
Gli esseri umani sono più o meno prevedibili nel loro comportamento, e ancor più nel loro non-comportamento.
La prevedibilità delle persone e delle cose annoia le persone imprevedibili e tranquillizza quelle prevedibili.
L'imprevedibilità delle persone e delle cose inquieta le persone prevedibili e attrae quelle imprevedibili.
La prevedibilità è associata ad una scarsa capacità di cambiamento di abitudini, opinioni, punti di vista, desideri, paure e obiettivi. Prevedibilità e creatività sono inversamente proporzionali.
Il comportamento di un essere umano segue logiche diverse da quelle che esso presume di conoscere e che dichiara a se stesso e agli altri.
Dobbiamo perciò distinguere le logiche presunte da quelle reali, che sono normalmente nascoste, negate, rimosse, anche perché contraddicono quelle presunte, e sono censurate dall’inconscio in quanto considerate immorali e/o politicamente sconvenienti.
Compito della psicologia e della filosofia dovrebbe essere quello di decifrare, analizzare e interpretare le logiche reali nascoste del comportamento umano.
Penso, dunque sono. Ciò che sono dipende da ciò che penso e da come lo penso.
Faccio, dunque sono. Ciò che sono dipende da ciò che faccio e da come lo faccio.
Sento, dunque sono. Ciò che sono dipende da ciò che sento e da come lo sento.
Appartengo, dunque sono. Ciò che sono dipende da ciò a cui appartengo e da come vi appartengo.
Possiedo, dunque sono. Ciò che sono dipende da ciò che possiedo e da come lo possiedo.
Pensare, fare, sentire, appartenere, possedere sono processi interdipendenti e costituiscono l'essere.
Il comportamento di un essere umano ricalca, ovvero imita, certi modelli che costituiscono i ruoli caratteristici di certi tipi di comunità. In altre parole, ogni individuo vive come il personaggio di un dramma di cui interpreta il copione, ovvero come il giocatore di un gioco di società, gioco di cui conosce e rispetta le regole.
Infatti non siamo liberi di essere né di fare ciò che vogliamo, ma il nostro comportamento deve conformarsi a certi modelli condivisi (ovvero "in comune") con altri membri della comunità a cui desideriamo o abbiamo bisogno di appartenere.
Qualche settimana fa ho avuto una specie di illuminazione o rivelazione: ho capito che il concetto di valore, unito sistematicamente a quello di valutazione, possono costituire una chiave di comprensione di gran parte dei comportamenti umani sociali e interpersonali, altrimenti inspiegabili. In particolare ho scoperto un'importante relazione tra il valore che un individuo dà alle cose e alle persone e il valore che gli altri gli conferiscono e conferiscono a se stessi in quanto persone. Inoltre il concetto di valore personale è essenziale nella competizione e nella costituzione delle gerarchie sociali.
L'Altro generalizzato, teorizzato per la prima volta da Gerge Herbert Mead, è un agente mentale inconscio che regola il nostro comportamento in funzione di ciò che esso assume, anzi riassume, siano i pensieri, i sentimenti, le motivazioni e le intenzioni degli altri, in generale e in particolare verso il soggetto. Per "gli altri" s'intendono tutte le persone di cui il soggetto ha fatto esperienza nella vita, ovvero con cui ha interagito, considerate globalmente come un'unica persona interiorizzata che ci valuta, ci critica e ci giudica continuamente, e che reagisce in certi modi al nostro comportamento.
A mio parere, il comportamento degli esseri viventi capaci di provare piacere e dolore è determinato dalla loro ricerca del piacere e dalla loro paura (ovvero dal loro evitamento) del dolore. Tuttavia non tutti gli individui traggono piacere o dolore dalle stesse fonti (forme, oggetti, situazioni, interazioni, ecc.) o nella stessa misura. La psicologia dovrebbe perciò cercare di rispondere a domande come le seguenti: quali sono le possibili fonti di piacere o di dolore per un essere umano? Come si spiegano le differenze qualitative e quantitative di tali fonti da un individuo all’altro?
A mio parere, quello che manca oggi (come è mancato in passato) per un progresso civile più rapido non è la capacità di rilevare e analizzare i problemi e gli errori dei politici e degli elettori, ma quella di proporre dei cambiamenti di comportamento tali che i cittadini (in quanto singoli individui) siano motivati ad attuarli per primi, cioè senza attendere che diventino comportamenti "normali" a cui adeguarsi. Infatti le masse da sempre subiscono la storia e mai la determinano. Chi fa la storia sono le imprese di pochi individui coraggiosi e innovatori, i progressi scientifici e tecnologici, le leggi del mercato, le catastrofi naturali, gli sconvolgimenti politici e, soprattutto, il caso.
Nei prossimi giorni incontrerò un certo numero di persone, alcune da me conosciute, altre a me sconosciute. Come mi comporterò con loro? Mi lascerò guidare dai miei automatismi mentali inconsci o eserciterò un controllo volontario? Cosa offrirò e chiederò a loro? Come mi presenterò a loro? Cosa nasconderò a loro? Cosa proporrò a loro? A quali giochi giocherò con loro? Con quali regole? In quali ruoli? Con quali restrizioni?
È evidente che il comportamento degli altri verso di me dipende
anche dal mio comportamento verso di loro.
Metacomportamento è il comportamento che consiste nel riflettere e nell'interrogarsi sul proprio comportamento (specialmente nei confronti degli altri umani), e nel cercare modi per migliorarlo nel senso di una maggiore soddisfazione dei bisogni propri e altrui.
Il comportamento umano è determinato da vari fattori. Tra i più i più importanti ci sono le abitudini e i freni inibitori.
Questo avviene anche mentre scrivo questi pensieri, i quali sono infatti influenzati dalle mie abitudini e dai miei freni inibitori.
Affinché il comportamento di un soggetto sia creativo e non ripetitivo, esso deve pertanto resistere all'azione condizionante delle proprie abitudini e dei propri freni inibitori, vale a dire che esso deve fare qualcosa di diverso dal proprio solito o da esso considerato immorale. In altre parole, qualcosa di insolito o diversamente morale.
Per far questo occorre mette in discussione la validità delle proprie abitudini e dei propri principi morali.
In questo modo sarà possibile trasformare il comportamento ripetitivo in comportamento creativo.
Per concludere, cerchiamo di essere creativi comportandoci in modo insolito e moderatamente spregiudicato!
Ogni comportamento (pensiero, sentimento, emozione, desiderio, volontà, ricerca, movimento, automatismo, espressione ecc.) è copiativo nel senso che copia (segue, esegue, riproduce, imita, interpreta, rappresenta, realizza, trasmette, tramanda, registra, riprende, ricorda ecc.) determinati modelli (schemi, logiche, programmi, procedure, ordini, norme ecc.) consci o inconsci.
La memoria di un essere vivente contiene essenzialmente sequenze di modelli di vari tipo e di vario livello, che servono per riconoscere situazioni e per copiare (nel senso di eseguire) i modelli stessi dando vita a determinati comportamenti interni ed esterni.
Un modello consiste in una struttura di pattern interconnessi in un certo modo. Ogni modello ha un significato, che consiste in uno o più ordini cognitivi, emotivi e/o motivi da eseguire in determinate situazioni riconoscibili. Possiamo pertanto definire la mente come una macchina copiatrice.
L'uomo è un computer? Dipende da cosa s'intende per "computer". Se s'intende un calcolatore elettronico di tecnologia attuale, allora ovviamente né l'uomo né qualsiasi altro essere vivente può essere equiparato ad un computer.
Ma se per computer s'intende un sistema cibernetico, indipendentemente dal suo grado di complessità e dai materiali di cui è composto, allora possiamo dire (con von Foerster, Gregory Bateson, Daniel Dennet e altri), che ogni essere vivente sia (anche) un computer, ovvero un sistema cibernetico, anzi, un sistema di sistemi, dato che anche la cellula è un sistema. Un sistema cibernetico è sostanzialmente un elaboratore di informazioni che governa il suo comportamento in base ai risultati delle elaborazioni stesse. L'uomo ha anche la coscienza, i sentimenti e la volontà, che restano un mistero, ma questo non vuol dire che non sia comunque (anche) un sistema di sistemi cibernetici. Né si può escludere che la parte cibernetica influenzi la coscienza, i sentimenti e la volontà.
Ogni individuo agisce e interagisce con altri secondo modelli di comportamento formatisi nella sua mente in seguito ad apprendimento, per lo più per imitazione di modelli altrui. Tali modelli sono più o meno diversi da persona a persona.
Nelle interazioni tra due persone si pone il problema della compatibilità tra i loro modelli di comportamento. Questi, infatti possono essere più o meno sinergici, compatibili o incompatibili.
Due modelli sono sinergici quando l’esercizio dell’uno facilita o pentenzia l’esercizio dell’altro, cioè quando ciascuno aiuta l’altro a raggiungere i suoi scopi.
Due modelli sono incompatibili quando l’esercizio dell’uno ostacola o impedisce l’esercizio dell’altro, cioè quando almeno uno dei due si oppone al raggiungimento degli scopi dell’altro.
Due modelli sono compatibili quando non si ostacolano reciprocamente, senza tuttavia aiutarsi l’un altro.
Chiediamoci dunque in quale misura i nostri modelli di comportamento siano sinergici, compatibili o incompatibili con quelli degli altri.
La maggior parte della gente non sa (e preferisce non sapere) perché fa ciò che fa, ovvero i motivi e le logiche del proprio comportamento impressi nel proprio inconscio.
Infatti, se chiedi a qualcuno perché fa ciò che fa, è molto probabile che risponda: perché è giusto, perché è necessario, perché mi piace, o perché sento il dovere di farlo.
Quei pochi che conoscono i veri motivi per cui fanno ciò che fanno hanno grandi difficoltà a condividere con gli altri tale conoscenza.
Infatti la gente pensa che il comportamento spontaneo, intuitivo, sentimentale, e apparentemente disinteressato abbia maggior valore del comportamento razionalmente determinato, ovvero "calcolato".
Inoltre, i motivi del comportamento possono essere moralmente discutibili, per cui i più preferiscono non conoscerli. Tale ignoranza è un modo per evitare di assumersi la responsabilità del proprio comportamento, ovvero per evitare di essere giudicati e di giudicare.
Insomma, l'ignoranza dei motivi profondi del comportamento proprio e altrui è un modo ingenuo per evitare costrizioni e conflitti a sfondo morale.
Ogni umano, nei confronti di ogni altro, ha richieste e offerte consapevoli e inconsapevoli, che determinano le sue interazioni attuali e potenziali con gli altri.
Ognuno, consciamente o inconsciamente, chiede e/o offre qualcosa agli altri, cose materiali o immateriali, tra cui certi beni, certi servizi, certi ruoli, certi rapporti, certi legami, certe idee, certe informazioni, certe condivisioni, certe appartenenze, la conformità a certi modelli di comportamento, il rispetto di certi valori e di certe regole, ecc.
La psicologia dovrebbe occuparsi soprattutto delle richieste e offerte inconsce, proprio perché, essendo inconsce, sono difficili da comprendere sia per il soggetto che per le persone a cui sono rivolte, nonostante il fatto che esse determinano i comportamenti delle persone implicate.
Penso che questa idea potrebbe costituire il fondamento di una nuova branca della psicologia, essenzialmente pragmatica, che potrebbe spiegare molti comportamenti umani (quasi tutti) altrimenti difficili da spiegare, e costituire anche il fondamento di una nuova metodologia psicoterapeutica ad integrazione di quelle esistenti.
Qualunque cosa facciamo (al di fuori di ciò che è necessario per soddisfare le nostre esigenze fisiologiche) ha un effetto sociale effettivo o potenziale, nel senso che può favorire o sfavorire certi nostri rapporti sociali, oppure può favorire certi rapporti sociali a svantaggio di altri.
Infatti ogni comportamento umano non fisiologico, come, ad esempio, la partecipazione ad attività di gruppo, la celebrazione di riti o rituali, l'incontro con un'altra persona o l'apprendimento di competenze, costituisce un comportamento sociale, in quanto serve a stabilire, mantenere, migliorare o interrompere rapporti sociali, nel breve, medio o lungo termine.
Questo è vero anche per attività solitarie come l'ascolto di musica da soli. Infatti, la musica è un medium sociale, in quanto definisce l'appartenenza ad una comunità che apprezza un certo tipo di musica, e può evocare ricordi piacevoli di socializzazione.
D'altra parte un essere umano non è mai mentalmente solo, dato che gli altri sono sempre nella sua mente, anche quando non sono fisicamente vicini. L'Altro generalizzato (teorizzato da George H. mead) è sempre attivo, ci influenza e ci prepara agli incontri fisici con altre persone.
Un pensiero è costituito da uno o più oggetti mentali combinati in un certo modo.
Un oggetto mentale può essere costituito da una parola, da un'immagine, o da una combinazione di parole e/o di immagini.
Quando pensiamo, "vediamo" mentalmente sequenze di oggetti mentali combinati in certi modi.
Ogni oggetto mentale è connesso con altri oggetti mentali e con emozioni (piacere, dolore, paura, attrazione, repulsione, eccitazione, noia ecc.).
Una connessione tra due oggetti mentali si può chiamare "associazione cognitiva", quella tra un oggetto mentale e un'emozione si può chiamare "associazione emotiva".
Un pensiero può essere una ripetizione, o copia, di un pensiero già pensato dal soggetto o da altri, oppure può essere un pensiero originale, mai pensato prima.
I pensieri sono causa ed effetto di processi mentali legati alle percezioni e ai comportamenti del soggetto. Infatti, nuovi comportamenti possono dar luogo a nuovi pensieri, e nuovi pensieri possono dar luogo a nuovi comportamenti.
Affindché un comportamento possa cambiare, è necessario che cambino i pensieri che lo influenzano.
Per avere pensieri nuovi è necessario comportarsi in nuovi modi, come, ad esempio, vedere o fare cose nuove, ovvero interagire con persone o cose nuove, o interagire in modo nuovo con persone o cose già frequentate.
In questa mia riflessione parlo di “situazione” nel senso di un contesto sensoriale caratterizzato da un particolare complesso di aspetti e fattori naturali e/o socioculturali che impongono (in quanto stimoli a cui rispondiamo automaticamente) certi comportamenti, con certi obblighi e certi margini di libertà.
Noi umani possiamo trovarci in un una certa “situazione” involontariamente o volontariamente, per dovere o per piacere. Infatti, quando non ci troviamo in alcuna situazione particolare, possiamo soffrire per mancanza di stimoli, ovvero per noia.
Per questo a volte sentiamo il bisogno di “entrare” in una situazione di un certo tipo. In tal senso la libertà intesa come libertà dai vincoli che qualsiasi situazione comporta, può essere indesiderabile.
Seguono alcuni esempi di “situazioni”:
- evento sociale
- evento sportivo
- spettacolo
- ufficio o negozio
- scuola
- gioco
- produzione artistica o letteraria
- studio medico, clinica, ospedale
- giardino
- mostra, museo
- ballo
- discussione politica
- conversazione
- produzione tecnica o tecnologica
- creazione, invenzione, soluzione di problemi
- combattimento, conflitto, guerra
Io penso che, per progredire in senso civile e morale, sia inutile cercare di riprodurre situazioni esemplari del passato, perché è impossibile ricostruire tutte le condizioni che in passato hanno dato luogo a comportamenti positivi. Possiamo forse prendere qualcosa di buono dal passato, ma dobbiamo aggiungervi qualcosa di nuovo per adattarlo all'attualità. Compito degli intellettuali è perciò, a mio avviso, escogitare nuove idee e nuove soluzioni in tal senso.
Penso inoltre che dovremmo tutti sentirci corresponsabili della situazione attuale a causa delle nostre azioni e, soprattutto, delle nostre inazioni. Infatti, secondo me, non basta comportarsi onestamente e razionalmente. Intendo dire che se vogliamo che la società cambi in meglio, se non vogliamo subire la storia, ma dirigerla, dobbiamo fare qualcosa di nuovo e agire razionalmente nel senso dei cambiamenti che auspichiamo.
In altre parole, credo che un cambiamento volontario sia possibile solo attraverso nuovi comportamenti.
Pertanto penso che non dovremmo limitarci a studiare gli autori del passato, ma ognuno di noi dovrebbe agire come “talent scout” della cultura contemporanea, nel senso di scoprire e pubblicizzare gli intellettuali che ci sembrano pragmaticamente più efficaci per realizzare i cambiamenti che auspichiamo.
In poche parole, gli umani fanno ciò che loro piace ed evitano di fare ciò che loro dispiace. Detto così, il comportamento umano si potrebbe spiegare molto semplicemente, se non fosse che ci sono una serie di problemi che lo rendono complicato e difficile da spiegare.
Una prima serie di problemi è relativa al fatto che una stessa cosa può piacere e dispiacere allo stesso tempo, o in tempi diversi, alla stessa persona, il che può dare luogo a conflitti interiori e difficoltà di decisione che sono di per sé spiacevoli.
Una seconda serie di problemi è relativa al fatto che ciò che piace ad una persona può dispiacere ad un’altra, il che può dare luogo a conflitti interpersonali e difficoltà di cooperazione che sono di per sé spiacevoli.
Una terza serie di problemi è relativa al fatto che ogni comunità o cultura definisce ciò che “dovrebbe” o “deve” piacere, e ciò che dovrebbe o deve dispiacere ai propri membri. Si tratta di ingiunzioni che possono non corrispondere a ciò che realmente piace o dispiace ad essi. Tali ingiunzioni possono indurre coloro che desiderano fare parte di una certa comunità o cultura ad assumere i gusti caratteristici della stessa, anche se essi contrastano con i propri gusti autentici, dando luogo a conflitti tra individuo e società.
Riassumendo, il comportamento umano è complicato dalla presenza di tre tipi di conflitti:
- Conflitti interiori
- Conflitti interpersonali
- Conflitti culturali
Si tratta di conflitti per lo più non risolvibili. Tuttavia analizzarli e tenerli a mente può aiutarci a gestirli in modo più intelligente e produttivo in termini di soddisfazione dei bisogni propri e altrui.
A mio parere, il comportamento di qualsiasi essere vivente è programmato, anche se non siamo in grado di leggere e tanto meno di scrivere intelligentemente, consciamente e con precisione tali programmi. In tal senso, l’apprendimento di qualunque processo di comportamento implica la programmazione di parti della mente che lo regolano, sopra il substrato di programmazione di base costituito dal codice genetico.
Per comportamento non intendo soltanto le azioni esteriori di un essere vivente, ma anche tutto ciò che avviene al suo interno, e che può interagire con ciò che avviene all’interfaccia del corpo con l’esterno. Intendo quindi, per quanto riguarda l’uomo, anche l’attività pensante e la coscienza, nei suoi aspetti cognitivi, emotivi e motivazionali, tra cui i meccanismi della volontà e della scelta, i quali non sono casuali, ma seguono le "logiche" di certi programmi. Infatti un programma può essere definito come una serie di passi logici condizionati di comportamento che tendono al raggiungimento di uno o più scopi.
La psicologia dovrebbe occuparsi di ricercare le forme e le modalità della programmazione della mente umana al fine di migliorarne i programmi rispetto alla soddisfazione dei bisogni dei soggetti in cui essi operano.
I programmi mentali sono scritti presumibilmente nei neuroni con le loro interconnessioni, ma non sappiamo ancora dove né come, e a tale riguardo possiamo solo fare illazioni, supposizioni e ipotesi approssimative e grossolane più o meno efficaci rispetto al fine suddetto.
Io suppongo che tra qualche secolo, se la specie umana non sarà estinta, l'uomo sarà riuscito a leggere e a scrivere con precisione il linguaggio di programmazione della sua mente. Speriamo che userà con saggezza tale capacità.
Il comportamento di un essere umano è guidato automaticamente da «algoritmi comportamentali» registrati nel proprio sistema nervoso, la cui logica è determinata dai propri geni, dalle proprie esperienze e dalle proprie cognizioni.
Un algoritmo comportamentale consiste essenzialmente in una logica, cioè programma comportamentale, del tipo: “se ti trovi in una situazione di tipo X, agisci (o reagisci) nel modo Y.
Consideriamo una persona che desidera modificare il suo comportamento abituale allo scopo di aumentare il proprio benessere o di diminuire il proprio malessere. Chiamiamo questa persona “il migliorando”.
Il migliorando deve trovare o inventare algoritmi (alternativi rispetto a quelli abituali) capaci di guidare meglio il proprio comportamento, cioè di determinare un comportamento più efficace ed efficiente nel senso della soddisfazione dei bisogni propri e altrui.
Dopo aver individuato gli algoritmi migliorativi, il migliorando deve fare in modo che essi vengano memorizzati stabilmente nel proprio sistema nervoso in modo che essi guidino il proprio comportamento in modo automatico per quanto possibile.
Il processo di miglioramento dei propri algoritmi comportamentali, o automiglioramento, richiede la capacità di riconoscere certi tipi di situazioni, la conoscenza teorica del modo di agire appropriato a ciascun tipo di situazione, e la capacità pratica di agire nei modi appropriati.
Tali requisiti sono difficili da soddisfare senza una preparazione psicologica adeguata e senza l’aiuto di uno psicoterapeuta o di altra persona con cui discutere degli algoritmi comportamentali da migliorare e di quelli migliorativi, e con cui “allenarsi” nel praticare questi ultimi.
Volendo riassumere in poche parole il processo di automiglioramento, si tratta di rispondere alle seguenti domande:
- quali esperienze sfortunate e quali cognizioni errate influenzano il mio comportamento rendendolo inappropriato alle situazioni?
- con quali strumenti e con l’aiuto di quali persone posso individuare le esperienze sfortunate e le cognizioni errate?
- quali nuove cognizioni e quali nuove esperienze possono influenzare il mio comportamento rendendolo più appropriato alle situazioni nel senso della soddisfazione dei bisogni miei e altrui?
- con quali strumenti e con l’aiuto di quali persone posso praticare i nuovi algoritmi?
Per saperne di più vi consiglio la lettura del mio libro online “Psicologia dei bisogni”.
Possiamo distinguere due tipi di conoscenza, che chiamerei rispettivamente “formale”, e “funzionale”.
Per
conoscenza formale intendo il riconoscimento di forme, per
conoscenza funzionale intendo la conoscenza delle
funzioni o
algoritmi (in senso matematico, logico o causale) che producono certe forme.
Possiamo definire le
forme come strutture sensibili, sensoriali, o percepibili. Esse includono sia percezioni geometriche e fisiche, sia emozioni o sentimenti.
La
fenomenologia del comportamento umano consiste in una conoscenza formale, a cui non è necessariamente associata una conoscenza funzionale.
In altre parole, la fenomenologia del comportamento non ha come scopo la spiegazione dei motivi per cui un certo comportamento viene prodotto, ma si limita a registrarne le forme esteriori ed eventualmente quelle interiori, ovvero le emozioni e i sentimenti connessi con le forme esteriori stesse.
A tal proposito, oserei dire che la fenomenologia, in quanto corrente filosofica, cerca di scoraggiare qualunque tentativo di spiegazione razionale o funzionale dei fenomeni intesi come percezioni, nel timore che la spiegazione (sempre teorica) limiti o alteri la comprensione empatica (mai teorica).
Direi che la
conoscenza formale è descrittiva, mentre la
conoscenza funzionale è esplicativa del perché certe forme hanno l’aspetto che hanno, e, per quanto riguarda le forme del comportamento umano, perché l’uomo si comporta come si comporta.
In realtà, tra la conoscenza formale e quella funzionale potremmo dire che esiste una conoscenza intermedia che potremmo chiamare conoscenza emotiva, o intelligenza emotiva, che cerca di “spiegare” il comportamento in termini di cause emotive o sentimentali.
In altre parole, l’intelligenza emotiva presume che l’uomo fa ciò che fa perché è spinto a farlo da certe emozioni o sentimenti, ovvero dal fatto che facendolo prova piacere, o prevede di provare piacere, oppure perché facendola evita di provare un dolore, o prevede di smettere di soffrire.
L’intelligenza emotiva non spiega perché nella mente del soggetto certe forme di comportamento evocano o causano piacere (o aspettative di piacere) e certe altre forme evocano o causano dolore (o aspettative di dolore). Lo stesso vale per forme negative di comportamento, ovvero per forme di “non comportamento”, vale a dire comportamenti inibiti o evitati in quanto associati mentalmente con sofferenze.
Una possibile spiegazione generica, e perciò insufficiente, dei motivi per cui certe persone associano certe emozioni a certi comportamenti consiste nell’avvenuta memorizzazione, consapevole o inconsapevole, di esperienze infantili o adolescenziali (ovvero in età in cui lo spirito critico del soggetto non era ancora abbastanza sviluppato) di premiazioni e punizioni, lodi e rimproveri, connesse con certi comportamenti, da parte di caregiver e di persone influenti in generale.
In altri termini, ogni comportamento che si è dimostrato vantaggioso per ottenere piaceri ed evitare dolori è stato memorizzato come positivo e anticipatorio di piacere, e ogni comportamento che si è dimostrato svantaggioso in tal senso è stato memorizzato come negativo e anticipatorio di dolore. Mi riferisco a piaceri fisici o mentali.
Ovviamente le connessioni tra forme di comportamento ed emozioni sono per lo più inconsce, automatiche e involontarie.
Per concludere, una conoscenza completa ed efficace dei comportamenti umani al fine di orientare il proprio comportamento verso la maggiore felicità possibile (propria e altrui) dovrebbe includere la conoscenza formale, l’intelligenza emotiva, e la conoscenza funzionale del comportamento umano proprio e altrui.
Questo è ciò che intendo quando raccomando l’indagine delle motivazioni del comportamento umano. Motivazioni in senso emotivo e funzionale.
Io penso che la visione del mondo di una persona sia una costruzione della sua coscienza, che io chiamo anche “io cosciente”.
Io divido l'io cosciente in tre parti che interagiscono tra loro e non potrebbero esistere l'una senza le altre: la parte cognitiva, la parte emotiva (o sentimentale) e la parte motiva (o motivazionale). La parte cognitiva ci permette di conoscere, memorizzare e riconoscere forme, idee, oggetti e loro concatenazioni; la parte emotiva ci fa provare piaceri e dolori di vario tipo e di varia intensità associati a certe percezioni; la parte motiva ci fa volere, desiderare e scegliere cose che aumentano i nostri piaceri e riducono i nostri dolori, o promettono di farlo.
Il piacere e il dolore (nelle loro varie forme più o meno materiali o ideali) sono le cose più reali (forse le uniche certamente reali) in quanto sentimenti che proviamo direttamente e immediatamente. Infatti chi prova un pacere o un dolore lo prova realmente, non si illude di provarlo, anche se quel sentimento può essere causato da idee di cose immaginarie e inesistenti come spiriti o divinità.
I piaceri e i dolori sono legati rispettivamente alla soddisfazione e all'insoddisfazione di bisogni e di desideri, sia innati che acquisiti.
Al di fuori dei sentimenti, tutto ciò che percepiamo consiste in informazioni, cioè comunicazioni, trasformazioni, elaborazioni, supposizioni, ricordi parziali e deformati, e astrazioni (a vari livelli) di fenomeni reali.
In altre parole, noi non percepiamo (né ricordiamo) la realtà in quanto tale, ma riduzioni (cioè mappe) di essa, e una mappa non è il territorio che rappresenta, così come una parola non è la cosa da essa evocata.
Inoltre non possiamo percepire né capire le cose in sé, ma solo le relazioni e le interazioni tra le cose, relazioni e interazioni che sono il risultato di leggi fisiche, del caso e di logiche algoritmiche (consce o inconsce) memorizzate nelle menti degli esseri viventi (piante, animali ed esseri umani). In altre parole, l'unica forma di conoscenza realistica è relazionale, sistemica e sentimentale, non ontologica.
Da un punto di vista logico (non fisico) Io divido il mondo in quattro parti che interagiscono intimamente tra loro:
- il mio io cosciente (la mia coscienza)
- il resto del mio corpo
- gli altri esseri umani
- il resto del mondo
Le relazioni e interazioni tra queste parti e tra le parti di queste parti sono l'oggetto delle scienze naturali e di quelle umane e sociali, scienze che dovrebbero essere sempre considerate unitariamente e non come specialità separate, perché è impossibile capire le une senza capire le altre.
Come ogni essere umano, non posso fare a meno della cooperazione con altri umani, ma questa è difficile perché gli altri sono disposti a cooperare con me solo a condizione che io mi comporti conformemente a certe forme e a certe modalità, con certi obblighi e certi divieti, secondo i loro bisogni e desideri. Questo limita la mia libertà di comportarmi come più mi piace e mi interessa, e anche di pensare liberamente, perché non si possono nascondere a lungo i propri pensieri.
Per quanto riguarda le relazioni tra esseri umani, mi pare che siano il risultato di quattro tendenze istintive fondamentali: cooperazione, competizione, selezione e imitazione, tendenze spesso ignorate, negate o dissimulate.
Considero gli esseri umani prevalentemente ignoranti, stupidi, falsi e cattivi, chi più, chi meno, e considero la cattiveria un prodotto dell’ignoranza, della stupidità e della falsità, oltre che una pulsione istintiva a sé stante, che dobbiamo tenere a freno per evitare sciagure a livello individuale e sociale.
Purtroppo non conviene dire a una persona che è ignorante, stupida, falsa o cattiva, perché si offenderebbe e reagirebbe aggressivamente. Pertanto viviamo nella paura di giudicare, e di conseguenza rispettiamo la cattiveria, l’ignoranza, la stupidità e la falsità, con tutti i disturbi mentali e i problemi sociali che tale rispetto comporta.
Io sono per il progresso intellettuale, civile e morale, ma questo incontra la dura e a volte aggressiva resistenza di coloro che preferiscono conformarsi al mondo così com’è piuttosto che cercare di migliorarlo, e per giustificare il loro conservatorismo affermano che la società non può essere migliorata.
Per concludere, per me il mondo è un complesso di fenomeni tra loro correlati che causano piaceri e dolori a noi umani e ad altre forme di vita, e che ci costringono a fare delle scelte di comportamento, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con gli altri, per massimizzare i piaceri e minimizzare i dolori, propri e altrui. L'obiettivo è ottenere la massima collaborazione e benevolenza da parte degli altri al minimo costo in termini di dolore, fatica, noia, limitazioni della propria libertà e catastrofi naturali e sociali.