I classici non sono mai fuori moda.
La cultura è contagiosa, nel bene e nel male.
Ogni nuova cultura richiede nuovi tipi di estetica.
Chi non vede l'inganno insito in ogni cultura è ingannato.
L'uomo riproduce e si riproduce, con variazioni accidentali.
Oltre che agli autori di buoni testi, i meriti vanno a chi li diffonde.
La cultura non dovrebbe dominare la natura, specialmente quella umana, ma servirla.
I programmi della televisione sono oggi causa ed effetto della mentalità popolare.
Le culture sono come monete. Hanno valore solo nei gruppi in cui vengono scambiate.
La condivisione dei gusti è quasi sempre il risultato di un condizionamento culturale.
Una guerra civile tra i cultori della cultura e i cultori dell'ignoranza mi sembra inevitabile.
Ogni cultura contiene norme che servono a conservarla, cioè a impedire che possa essere cambiata.
Vorrei aver letto tutti i libri del mondo, per capire cosa c'è nella mente di persone di ogni tipo.
La varietà delle culture è dovuta a imitazioni mal riuscite, deviazioni e miscugli di culture precedenti.
Ogni espressione culturale caratterizza una certa comunità di idee e di gusti, e la distingue dalle altre.
Presentarsi agli altri implica manifestare la propria adesione o non adesione a certi modelli di comportamento.
Ogni cultura è un miscuglio di verità e falsità. Il nostro compito è quello di distinguere le prime dalle seconde.
Per certe persone l'erudizione non ha altra funzione che quella di status symbol e di distintivo di appartenenza ad un certo ceto.
Se dalla Bibbia prendiamo solo ciò che ci conviene ne viene fuori un ottimo libro. Lo stesso vale per quasi tutti i libri del mondo.
Di ogni espressione e manifestazione umana, culturale, artistica, ecc. dovremmo chiederci: quali persone unisce? Quali persone divide?
La cultura si fonda soprattutto sul linguaggio, sulla capacità di astrazione, sul bisogno di compagnia e sulla paura della solitudine.
Ogni forma o espressione culturale è un invito all'imitazione, alla conformazione, alla condivisione, all'interazione secondo certe logiche.
Se non vogliamo essere complici di una cultura assurda dobbiamo rifiutarci di comprendere l'incomprensibile e di dare un senso all'insensato.
La cosa fondamentale che due umani devono condividere per poter cooperare è una certa cultura, il cui linguaggio è la componente più importante.
Leggere un libro è un po' come stare in compagnia del suo autore e dei suoi personaggi. È infatti anche un rimedio contro la solitudine e l'isolamento.
Siamo passati dalla selezione naturale a quella culturale. Credo che la seconda sia molto più pericolosa della prima, perché la nostra cultura è malata.
Vorrei che tutte le persone di buona volontà e di buona mente si uniscano e si organizzino culturalmente e politicamente per fare la storia, piuttosto che subirla.
Lo studio dei maestri dovrebbe essere finalizzato al loro superamento o completamento, perché nessun maestro è sufficiente per imparare a vivere nel proprio tempo.
La cultura è una collezione di strumenti con i quali qualcuno ha cercato (o cerca) di farci credere, non credere, fare, non fare, sentire, non sentire, certe cose.
Chiedi a una persona come affronterebbe un certo problema o conflitto e dalla risposta ti farai un'idea della sua intelligenza, della sua cultura e della sua moralità.
La cultura è una rete di memi interconnessi. Seguendo un percorso in tale rete si possono fare incontri più o meno prevedibili o imprevedibili, più o meno entusiasmanti o noiosi.
A parer mio, per filosofare sono necessari una sufficiente quantità di tempo libero da impegni, dolori, stress e preoccupazioni, e un sufficiente grado di cultura e di intelligenza.
Tutte le espressioni culturali (come ad esempio gli articoli dei giornali o le pagine del web) costruiscono proposte di condivisione di cognizioni utilizzabili come mezzi di socializzazione.
Il Natale è una promessa di felicità, di fraternità, di comunità, di pace, di regali. A parte i regali ai bambini, normalmente la promessa non viene mantenuta e dal giorno dopo tutto torna come prima.
Una delle principali chiavi di comprensione del comportamento umano è costituita dai modelli socioculturali, che ogni individuo è obbligato ad apprendere, a scegliere, e a usare nelle interazioni sociali.
Ogni evento culturale è un pretesto per interagire. Perché abbiamo bisogno di interagire, ma non abbiamo il coraggio di farlo al di fuori di un contesto culturale che ne definisca forme, norme e limiti.
Non è facile distinguere il naturale dal culturale nel comportamento umano. Infatti possiamo considerare la cultura una seconda natura, senza la quale forse la specie umana si sarebbe già estinta.
Non sarò mai una persona importante, ma di una cosa mi vanto: che non mi faccio ingannare facilmente da alcuna cultura. Infatti ogni cultura è ingannevole in quanto dissimula le vere motivazioni dell'agire umano.
Nell'attuale panorama culturale dilagano le analisi ma scarseggiano le sintesi e le proposte di azione. La cultura sembra essersi ridotta ad un'occasione per socializzare e per dimostrare di saperla più lunga di altri.
Visti i gravi problemi che ancora affliggono l'umanità dopo millenni di varie culture, dovremmo ripensare radicalmente il concetto di cultura, cominciando col chiederci perché e come parliamo, e perché e come scriviamo.
Fino ad oggi le culture di massa hanno assecondato la natura violenta dell'uomo, perfino attraverso le religioni. Se vogliamo che la nostra specie sopravviva dobbiamo cambiare le culture di massa in senso filosofico e non violento.
L'uomo è l'unico essere vivente che non ha con gli altri rapporti immediati. I suoi rapporti sono infatti sempre mediati dalla sua particolare cultura, attraverso la quale esso assegna ad ogni cosa, persona e atto significati e valori.
Il fatto che non esistono premi Nobel per la filosofia e per la psicologia la dice lunga sullo scarso credito che hanno tali discipline nella cultura attuale, meno credito che per la letteratura, per la quale il premo Nobel invece esiste.
Ogni cultura comprende un certo numero di subculture, e permette una certa libertà di scegliere a quale subcultura appartenere. Chi sceglie di non appartiene ad alcuna subcultura si ritrova solo e rischia di impazzire o di morire prematuramente.
L'uomo è un animale competitivo (oltre che cooperativo). Compete non solo in prima persona, ma anche come fazioso sostenitore di altri competitori, come si vede chiaramente negli sport, in politica, nelle religioni e nelle varie forme culturali.
Quasi ogni testo che tratta di cose umane ammira o giustifica certe categorie di persone a svantaggio di certe altre e può perciò contare sul supporto e l'ammirazione degli ammirati e dei giustificati e sull'avversione o il disinteresse degli altri
Ci sono due tipi di cultura: una conservatrice e una progressista. La prima tende alla ripetizione dei comportamenti, la seconda al loro cambiamento. Quando si dice che una persona è colta bisognerebbe specificare a quale tipo di cultura ci si riferisce.
La natura è sempre vera, libera e violenta. La cultura è generalmente falsa, costrittiva e protettiva. Tuttavia una parte della cultura, quella cosiddetta progressista, combatte il resto di essa per renderla meno falsa, più libera e più realmente protettiva.
Una essere umano è capace sia di pulire che di sporcare, non solo ambienti fisici, ma anche ambienti culturali. La sporcizia fisica è oggettiva, quella culturale soggettiva. Infatti, nelle questioni culturali, ciò che per alcuni è pulito, per altri è sporco.
Ogni cultura è piena di narrazioni a cui vengono dati significati spesso totalmente arbitrari, infondati, variabili e volatili, la cui condivisione è tuttavia fattore di coesione sociale, indipendentemente dal loro reale significato o dall'assenza di significato.
La ricerca della verità assoluta (cioè non relativa) è pericolosa, perché presuppone che essa sia uguale per tutti, che nessuno abbia il diritto di negarla o rifiutarla, e che chi la nega è intellettualmente inferiore. È la base di ogni dittatura politica e culturale.
Alcuni hanno rapporti sessuali non tanto per il piacere intrinseco o per generare prole, quanto per certi significati e riconoscimenti che vengono attribuiti alle attività sessuali nella propria cultura, specialmente in termini di potere, status, conformità, appartenenza, amore ecc.
Certe idee, certe forme culturali, sono buone non in se stesse, ma nella misura in cui ci aiutano a migliorare i nostri rapporti con gli altri, cioè nella misura in cui possono costituire un ponte e uno strumento per comunicare e interagire efficacemente e costruttivamente con gli altri.
Mentre gli animali di una stessa specie hanno la stessa visione del mondo (e di conseguenza gli stessi valori e interessi) gli esseri umani (dotati di capacità di astrazione simbolica e influenzati dalle diverse culture e subculture di appartenenza) hanno visioni del mondo, valori e interessi molto diversi, come se fossero animali appartenenti a specie diverse.
Ogni cultura è fatta da umani per altri umani, per informare, formare, organizzare, regolare, limitare, sottomettere, comandare, manipolare, sfruttare, ingannare altri umani. Le culture si differenziano per i gradi di libertà che permettono agli umani e per la quantità e la qualità dei loro inganni e delle loro violenze verso chi non rispetta le regole da esse stabilite.
Ogni libro è un essere umano (o più di uno) che ci narra i suoi pensieri, le sue esperienze, le sue immaginazioni. Così come ci sono umani buoni e cattivi, sinceri e falsi, saggi e stolti, sapienti e ignoranti, complessi e semplici, intelligenti e stupidi, eleganti e volgari, così i libri. La compagnia di un libro ben scelto può essere più soddisfacente di quella di un umano in carne ed ossa.
Le differenze umane si possono dividere in due categorie: quelle di origine genetica e quelle di origine culturale. Le prime sono per lo più impossibili da eliminare o da ridurre, le seconde sono, almento in teoria, eliminabili, riducibili o incrementabili. L'importante, in tutti i casi, è riconoscere tali differenze. Chi non vede le differenze e chi non ne sa stabilire le origini, non può giudicare saggiamente i comportamenti umani.
Suppongo che la cultura accademica, per quanto riguarda le scienze umane e sociali e specialmente la filosofia e la psicologia, sia raramente rivoluzionaria o progressista, perché è obbligata a fare gli interessi della classe che la finanzia, cioè della classe dominante, la quale non vuole essere sostituita da una classe con idee più avanzate o radicali che potrebbero cambiare l'ordine sociale, la distribuzione delle ricchezze e i privilegi caratteristici dello status quo.
La cultura è quella cosa a cui l'uomo si conforma per poter interagire con gli altri.
La cultura è la causa prima di ogni situazione sociale, e quindi è la causa dei mali di ogni società. Ciò è dovuto all'istinto che ci spinge a imitare il comportamento altrui più appariscente e più approvato.
Per migliorare una società è perciò necessario migliorare la sua cultura, ma questo è difficile a causa della tendenza di ogni umano a conformarsi alla cultura che frequenta, piuttosto che cercare di cambiarla.
Dimostrare (a se stessi e/o agli altri) di essere capaci di riprodurre qualcosa è fonte di piacere, tanto più intenso quanto più complessa è la cosa riprodotta. Evidentemente l'uomo ha un istinto, e un bisogno, di riproduzione. La riproduzione implica l'imitazione, attraverso la quale l'uomo impara e riproduce la cultura, ovvero i modelli socioculturali, che sono modelli di interazione sociale. Si può dunque affermare che l'uomo ha un istinto, e un bisogno, di imitazione, senza il quale non potrebbe apprendere alcunché di culturale.
La cultura è piena di autori che insegnano falsità e sciocchezze facendo leva sull'ignoranza inconsapevole dei propri lettori. Questi falsi maestri hanno successo grazie al fatto che i lettori, a causa della loro ignoranza, li sopravvalutano. Fanno discorsi che non disturbano nessuno e non richiedono molta intelligenza per essere capiti, ma richiedono più intelligenza per vedere che si tratta di idee inutili, inconsistenti o nocive. Si tratta di ciarlatani che dicono anche cose sensate (come specchietti per le allodole) su uno sfondo di ciarlatanerie. Non faccio nomi per non offendere nessuno.
Un autodidatta (come lo sono io) passa spesso per arrogante non solo perché il suo sapere non è certificato da un'autorità accademica pubblicamente riconosciuta, ma soprattutto perché, essendo libero di leggere e studiare quello che vuole, non essendo costretto ad imparare ciò che la scuola gli impone di imparare, può essere più critico nei confronti dello status quo culturale, e più creativo nel combinare liberamente saperi provenienti da diverse scuole e discipline. Cosa che disturba gli scolari ortodossi, abituati a restare confinati nel recinto ideologico della loro scuola di specializzazione.
L'uomo ha bisogno di regole culturali (ovvero discipline, norme, confini, legami, costrizioni, leggi, riti, mode, costumi, valori, credenze, morali ecc.), senza le quali si perderebbe, essendo i suoi istinti genetici troppo deboli per garantire la sua sopravvivenza sia come individuo che come specie ed essendo incapace di governarsi liberamente senza provocare gravi danni a se stesso, agli altri e all'ambiente. Il progresso sociale consiste nel sostituire regole culturali malate e insoddisfacenti con altre più sane e soddisfacenti rispetto ai bisogni umani. Perciò occorre prima di tutto conoscere tali bisogni, uno dei quali è il bisogno di regole di cui sopra.
Ogni opera culturale (letteraria, teatrale, cinematografica, artistica ecc.) attribuisce implicitamente valori positivi o negativi a certi personaggi o categorie di persone, in modo più o mento drastico, raffinato, sfumato o ambiguo.
Tale attribuzione di valori e disvalori è ciò che inconsciamente più intereressa il visitatore (lettore, spettatore) dell'opera, il quale, mediante essa, può valutare se stesso in base alla somiglianza del proprio carattere con quello dei diversi personaggi, e in base alla propria appartenenza alle categorie a cui i diversi personaggi appartengono.
In altre parole, il lettore/spettatore cerca se stesso e la propria valutazione nell'opera visitata.
Le interazioni «socializzanti», cioè quelle che servono solo a socializzare e non hanno altri scopi o utilità, sono basate sulla rappresentazione di modelli di comportamnento considerati socialmente validi.
In pratica, ogni persona socializzante dice qualcosa di socialmente valido secondo certi modelli caratteristici di una cultura comune alle persone coinvolte nella socializzazione.
In questo tipo di interazione coloro che rifiutano di conformarsi ai modelli culturali prevalenti si trovano in difficoltà in quanto non hanno nulla di «socievole» da dire.
Infatti ogni cosa dicibile per socializzare non può essere altro che la rappresentazione di certi modelli culturali.
Gli esseri umani fanno una infinità di cose che non farebbero mai se non vedessero tanti altri farle. Io chiamo tali cose "rituali". Mi riferisco a comportamenti ripetitivi che non hanno alcun senso in sé, ma che lo acquistano per il solo fatto che sono praticati da altre persone. Infatti, quando vediamo qualcuno comportarsi in un certo modo ripetitivo, non possiamo restare indifferenti e finiamo per decidere di rispettare ed imitare tale comportamento come qualificativo dell'appartenenza ad una certa comunità a cui desideriamo appartenere, oppure disprezzarlo in quanto qualificativo di una comunità della quale non vogliamo far parte, anche se tendiamo a nascondere tale disprezzo in quanto politicamente scorretto.
La cultura è cominciata quando l'uomo è divenuto capace di fingere i suoi sentimenti e le sue intenzioni. Infatti l'uomo può fingere qualsiasi cosa, come, per esempio, l'amore verso Dio e l'obbedienza alla sua volontà, o l'amore per il prossimo o per la patria. D'altra parte la finzione può essere involontaria e ingannare lo stesso soggetto.
L'uomo è capace di ingannare gli altri e se stesso, e lo fa normalmente, consciamente o inconsciamente, se l'inganno gli porta benefici o lenisce le sue sofferenze.
E quel che è peggio, la mente (conscia o inconscia) difende l'inganno e l'autoinganno con la retorica e, se questa non basta, con la violenza verbale o fisica, contro tutto ciò e tutti coloro che possono svelarli.
Le relazioni umane (e la cultura che le descrive e le regola) sono generalmente mistificate nel senso che i veri motivi del comportamento sociale di ognuno sono normalmente ignorati, nascosti o camuffati.
Lo scopo della mistificazione è quello di non rivelare la violenza e l’egoismo che caratterizzano in misura più o meno grande quasi tutte le interazioni sociali. Un altro scopo è quello di accusare di violenza ed egoismo qualche capro espiatorio.
Siamo infatti tutti più o meno violenti ed egoisti per natura, ma siccome l’umanità non può sopravvivere senza che vi siano freni e disincentivi alla violenza e all'egoismo, ognuno cerca di dimostrare di non essere né violento né egoista. A tale scopo indossiamo maschere culturali che ci assolvono attribuendo le cattive intenzioni a nemici comuni.
Ogni giorno che ho la fortuna di vivere consiste in un gioco, anzi in diversi giochi simultanei. Con la morte, che prima o poi avrà la meglio e porrà fine a tutto ciò che mi riguarda, con le malattie sempre in agguato, con le persone in cerca di approvazione, riconoscimenti, compagnia e amore, con gli invidiosi che cercano di emergere criticando gli altri, con i media che cercano di ingannarci e venderci cose di cui non abbiamo bisogno o nocive, con i mistificatori e ciarlatani che vogliono farci credere cose assurde, con quelli che si sopravvalutano, con quelli che vorrebbero comandare ma non sono nemmeno capaci di obbedire, con quelli che hanno rinunciato alla libertà per paura della guerra o della solitudine, con gli illusi che si ostinano a difendere le loro illusioni, con i criminali e gli sfruttatori sempre pronti a sfruttare il prossimo, con il patrimonio culturale pieno di tesori nascosti, con la musica che mi incanta, con il mio corpo che cerco di mantenere in forma, con la mia mente che cerco di tenere sveglia, chiara e soddisfatta, con i miei limiti che cerco di conoscere e superare (se possibile e ne vale la pena), con il caso, da cui discende ogni innovazione etc.
Siamo tutti schiavi di paradigmi culturali che definiscono le possibili forme (logiche, etiche ed estetiche) dei nostri pensieri e comportamenti, nel senso che nel pensare e nel fare non siamo capaci di usare forme che non siano previste nei paradigmi applicabili, o abbiamo consciamente o inconsciamente paura di farlo.
I paradigmi culturali non sono immutabili ma cambiano molto lentamente, quasi impercettibilmente e solo in circostanze favorevoli, come le rivoluzioni religiose, politiche, economiche e tecnologiche.
Le tradizioni popolari sono un esempio di paradigmi culturali in quanto definiscono le forme che i membri di una comunità debbono celebrare, ovvero ripetere, rappresentare, presenziare, non solo per poter confermare la loro appartenenza alla comunità, ma anche per interagire con gli altri membri di essa, nel senso che che non sono permesse interazioni libere e immediate, ma solo mediate, ovvero regolate, dalle forme, norme, valori e ruoli caratteristici della comunità in quanto costitutivi del suo paradigma culturale. Tali forme includono costumi, feste, cibi, performance, giochi, gare, arredi, addobbi, cerimonie, maniere, etichette, gusti, dialetti, titoli onorifici ecc.
Quando due o più persone che si conoscono conversano sorridendo, e ogni tanto ridono sonoramente, di cosa parlano? Perché sorridono? Perché ridono?
Suppongo che tutti i discorsi conviviali vertano inconsapevolmente intorno al concetto di “normalità” culturale. Infatti sentirsi normali fa piacere, e considerare con ambivalenze, dubbi, e sorprese la normalità di qualcuno può avere effetti umoristici.
Confermare reciprocamente la propria normalità è rassicurante, come pure il confermare quali siano i criteri della normalità da applicare in un certo contesto sociale.
I più loquaci tra i presenti raccontano qualche fatto che è capitato loro, o che hanno saputo da qualcun altro, e il loro racconto è cosparso di esami di normalità, cioè di considerazioni sulla normalità o meno di certi comportamenti di qualche personaggio, o di se stessi.
Insomma, suppongo che una normale conversazione conviviale consista in discorsi sulla normalità, ovvero in resoconti di avvenimenti, e analisi di normalità dei comportamenti dei personaggi coinvolti.
Se questo è vero, il valore che sottende le conversazioni amicali è dunque la normalità, declinata secondo gli schemi e i codici comportamentali di una certa cultura.
Un eccesso di libertà è distruttivo. Il liberismo incontrollato, il laicismo, il relativismo etico, il pensiero debole, il postmodernismo, hanno ampliato oltremisura le libertà individuali causando confusione, smarrimento, angoscia, solitudine e crisi economiche, politiche e sociali. Le masse sono infatti incapaci di usare in modo intelligente, costruttivo, sano e innocuo le libertà che hanno ereditato senza aver fatto nulla per ottenerle.
Se non vogliamo che la nostra specie si estingua o subisca catastrofi a livello planetario, e se vogliamo ridurre le sofferenze causate dalla disgregazione sociale, dobbiamo democraticamente accordarci su come limitare le nostre libertà in diversi ambiti: etico, sociale, politico, economico, culturale ecc.
Ciò non significa che chi non rispetta tale accordo debba essere sanzionato giuridicamente, né che la libertà di pensiero debba essere soppressa. Significa piuttosto che ognuno dovrebbe avere la possibilità di attingere ad una conoscenza e una saggezza condivisa da una maggioranza di persone a livello planetario e non locale.
Questo accordo dovrebbe essere facilitato dagli intellettuali tenendo conto ecletticamente del patrimonio scientifico ed umanistico di cui disponiamo, senza confini disciplinari.
Quando leggiamo un libro, un articolo di giornale o un post in un social network, ci poniamo inconsciamente domande come le seguenti:
- questo testo mi riguarda / interessa?
- le cose che il testo dice implicano che dovrei cambiare qualcosa nella mia vita?
- questo testo conferma o smentisce le mie idee?
- questo testo costituisce una critica (implicita o esplicita) al mio modo di essere o di comportarmi?
- questo testo mi può aiutare a vivere meglio, a essere più felice?
- questo testo mi può divertire / tranquillizzare / spaventare?
- questo testo favorisce / contrasta i miei interessi?
- mi conviene credere in ciò che questo testo dice?
- cosa (non) mi conviene prendere in considerazione in questo testo?
- l’autore del testo ha i titoli per parlare di ciò di cui parla?
- l’autore del testo ha una buona reputazione?
- c’è qualcosa di buono / di cattivo in questo testo?
- che vantaggi/svantaggi potrei avere condividendo questo testo con con i miei conoscenti?
- la conoscenza di questo testo può agevolare le mie interazioni con gli altri?
- questo testo è utile/pericoloso per la società?
La valutazione del testo dipende dalle risposte a tali domande.
Immaginate un autore che scrive saggi che trattano della vita in generale e di quella umana in particolare, del sistema nervoso, della mente (o psiche), della società, della logica, della fisica, della cibernetica, e che cita economisti, antropologi, filosofi, psicologi, sociologi, poeti, artisti, fisici ecc.
Ebbene, in quale disciplina del sapere tale autore dovrebbe essere classificato? Nella filosofia? Nella psicologia? Nella psicologia sociale? Nell’antropologia? Nella biologia? In nessuna di queste discipline?
Da un punto di vista editoriale ed accademico, un autore di tale genere è svantaggiato proprio perché non è classificabile, o, detto in parole povere, non si sa dove metterlo, e nessuno specialista di una scienza umana e sociale lo considererebbe come un collega che possa insegnargli qualcosa di rilevante per la sua specializzazione.
D’altra parte gli autori generalisti sono sempre stati snobbati dagli studiosi specialisti e dal mondo accademico, con l’eccezione dei grandi classici dei tempi in cui non esistevano specializzazioni del sapere.
Per tale ragione gli autori generalisti (come ad esempio Gregory Bateson ed Edgar Morin) sono rari ed hanno poco successo, col risultato che mentre abbondano le nozioni specialistiche e di dettaglio sulla natura umana, scarseggiano quelle generali. Di conseguenza pochi riescono ad avere una visione d’insieme di cosa sia e di come funzioni un essere umano.
Le interazioni umane non sono libere, ma si svolgono, come nei giochi, secondo regole e forme esplicite e/o implicite, ed entro limitati margini di libertà. Tali regole e forme, che possiamo chiamare “paradigmi di interazione” sono costellazioni di elementi culturali come i seguenti, declinati in modi particolari da cultura a cultura e da persona a persona:
- linguaggi
- valori etici
- valori estetici (gusti)
- filosofie, credenze, religioni
- scopi, obiettivi
- bisogni, motivazioni
- memorie storiche
- conoscenze scolastiche
- esperienze condivise e personali
- abitudini, usi e costumi
- luoghi, ambienti
- sport
- giochi
- spettacoli
- gerarchie, autorità
- riti, feste, tradizioni
- rapporti di lavoro
- rapporti commerciali
- rapporti sessuali
- rapporti familiari
- affiliazioni politiche
- ecc.
Tali elementi debbono essere condivisi almeno in parte tra gli interessati. Un’interazione che non rispetti almeno un paradigma condiviso è bestiale, violenta o insignificante.
I paradigmi di interazione vengono appresi attraverso l'educazione, l'istruzione e la fruizione di opere letterarie e artistiche.
Volendo interagire con qualcuno, può essere dunque utile chiedersi quali siano i suoi paradigmi di interazione e quanto siano compatibili, ovvero simili, rispetto ai nostri.
Ciò che ci resta, dopo aver udito o letto un certo discorso, è il suo “succo”, cioè la sua “morale” ovvero gli effetti della sua applicazione nella nostra vita, nei nostri sentimenti e nei nostri rapporti con gli altri.
Infatti un discorso può contenere una teoria che possiamo mettere in pratica con vantaggio, oppure raccontare con vantaggio ad altre persone. Può contenere modelli di comportamento o di pensiero che possiamo seguire o imitare con vantaggio. Può contenere informazioni che è utile sapere per ottenere dei vantaggi o per evitare degli svantaggi. Può contenere risposte alle nostre domande e soluzioni ai nostri problemi. Può avvertirci di un pericolo o di un rischio.
Un discorso può darci piacere e/o dolore, pur senza insegnarci alcunché di utile o di vero. Può illuderci, può farci sognare, può stimolare la nostra immaginazione e dirigerla verso rappresentazioni più o meno gradevoli.
Un discorso può anche contenere inganni, ovvero informazioni false e/o fuorvianti, credere alle quali può essere dannoso per noi o per altre persone.
Oppure il discorso può contenere informazioni che non hanno per noi alcuna utilità o valore, e che non ci conferiscono alcun vantaggio né piacere, per cui prenderle in considerazione sarebbe solo una perdita di tempo e una fatica inutile.
Dovremmo dunque chiederci, prima, durante e dopo aver udito o letto un discorso: qual è il suo succo? Quanto è gradevole o sgradevole? Quanto è salubre o nocivo? Cosa può cambiare nella mia vita e nei miei rapporti con gli altri?
La cosa più importante per un essere vivente è l’adattamento al suo ambiente, senza il quale non può sopravvivere né soddisfare i propri bisogni.
Nel caso degli esseri umani, l’adattamento non riguarda solo l’ambiente naturale, ma anche e soprattutto quello sociale, dal momento che nessun umano può sopravvivere né soddisfare i suoi bisogni senza la cooperazione di un certo numero di altri umani.
Possiamo dire dunque che l’uomo “ha bisogno” dell’adattamento tra sé e l’ambiente naturale e sociale in cui vive.
Avendo l’uomo bisogno di adattamento naturale e sociale, è “naturale” che esso provi piacere quando questo adattamento è reale o tende a realizzarsi, e dolore quando questo non è c’è o tende a cessare.
Tuttavia l’adattamento, specialmente quello sociale, per alcuni può avere un costo più o meno sopportabile. Infatti l’adattamento sociale di un individuo implica che questo si manifesti e si comporti in modo accettabile da coloro da cui dipende la propria sopravvivenza e la soddisfazione dei propri bisogni.
Ci sono individui che si adattano agli altri con facilità, altri con difficoltà. Questi ultimi per adattarsi devono fare in certa misura violenza alla propria personalità, cioè devono costringere se stessi ad “essere” come li vogliono gli altri pur essendo diversi, e a nascondere certe loro diversità rispetto a ciò che gli altri si aspettano da loro. Ne consegue che per i primi l’adattamento comporta solo un piacere, mentre per i secondi comporta un dolore che a volte supera il piacere dell’adattamento stesso.
Per concludere, possiamo dire che l'adattamento sociale è per alcuni spontaneo e piacevole, per altri forzato e doloroso.
Il comportamento di un sistema (vivente o non vivente) dipende dalla sua costituzione e dalla sua struttura fisico-logica, cioè dal suo hardware, dal suo software, e dai modi in cui tali dimensioni si compongono, si combinano e interagiscono.
Per hardware intendo la dimensione materiale del sistema, costituita da masse (incluse, negli esseri viventi, sostanze chimiche organiche) ed energie, capaci di combinarsi e di trasformarsi le une nelle altre.
Per software intendo la dimensione immateriale del sistema, costituita da informazioni e logiche, cioè programmi, che possono innescare trasformazioni e movimenti di energie e di masse all'interno e all'esterno del sistema.
Per interazione intendo un cambiamento, cioè una differenza, nell'hardware e/o nel software, nello spazio e nel tempo, come il trasferimento o la trasformazione di masse, energie, composizioni chimiche o informazioni all'interno o all'esterno del sistema.
Il software non può sussistere senza un hardware in cui essere memorizzato e dal quale essere trasmesso ad altri hardware (interni o esterni al sistema).
Il funzionamento di un sistema dipende dalle caratteristiche (qualitative e quantitative) dei suoi componenti e dalla sua resilienza in caso di errori, mancanze, incidenti o mutazioni rispetto a certe norme strutturali. Tali norme definiscono la natura, le funzioni e le modalità di interazione del sistema, ovvero la sua ragion d'essere.
L'uomo, in quanto essere vivente, è un sistema composto a sua volta da sistemi di ordine inferiore (cioè organi, a vari livelli fino alla cellula) e interagisce con altri sistemi esterni da cui dipendono la sua vita e il suo benessere.
Credo che questo debba essere il quadro di riferimento scientifico e filosofico da cui partire per comprendere la natura umana in tutte le sue manifestazioni: fisiologiche, psicologiche, culturali, economiche, storiche ecc.. E' un paradigma cibernetico-ecologico, ispirato al pensiero di Gregory Bateson.
Il vocabolario Treccani definisce la “cancel culture” come segue:
“Atteggiamento di colpevolizzazione, di solito espresso tramite i social media, nei confronti di personaggi pubblici o aziende che avrebbero detto o fatto qualche cosa di offensivo o politicamente scorretto e ai quali vengono pertanto tolti sostegno e gradimento.”
Cito alcuni paragrafi dall’articolo di Wikipedia dedicato alla “cancel culture”:
“La locuzione cancel culture (in italiano cultura della cancellazione o cultura del boicottaggio) è usata per indicare una forma moderna di ostracismo nella quale qualcuno diviene oggetto di indignate proteste e di conseguenza estromesso da cerchie sociali o professionali - sia online sui social media, che nel mondo reale, o in entrambi.”
“... la locuzione si è rapidamente estesa a tutti quegli ambiti di revisionismo e moderna iconoclastia che chiedono a vario titolo la rimozione di monumenti, riconoscimenti e toponomastica e in generale all'azione del politicamente corretto.”
“... in Italia la locuzione è utilizzata per lo più come "termine ombrello in cui sono ricadute l'iconoclastia, la censura preventiva degli editori, le polemiche sulle favole", eccetera.”
“La denuncia della cultura della cancellazione viene contrastata da chi giudica il termine stesso come sproporzionato all'effettiva portata dei fenomeni descritti: non si sarebbero in ogni caso registrati casi effettivi di cancellazione di opere, né censure di artisti, intellettuali, autori, che possano essere oggettivamente attribuiti a una presunta “cultura” o fenomeno univoco e riconoscibile come tale.”
Un caso eclatante e molto rappresentativo di “cancel culture” è descritto nell’articolo dal titolo “Rimosso a New York il monumento a Theodore Roosevelt”, in cui si parla della rimozione di una statua di bronzo che si ergeva davanti al Museo di Storia Naturale. Vedi la foto e leggi l’articolo.
Seguono i link ad altri articoli utili per approfondire il tema.
Cosa vuol dire “cancel culture” (Il Post)
Cancel culture, che cos'è davvero la "cultura della cancellazione (La Repubblica)
Segue una lista di parole chiave pertinenti al tema in discussione:
stigmatizzazione, boicottaggio, iconoclastia, ostracismo, politicamente scorretto, revisionismo, libertà d’espressione, conformismo ideologico, standard morali, censura, decontestualizzazione, conformismo, intolleranza.
Per stimolare la discussione vi suggerisco di rispondere a domande come le seguenti:
- Quanto la cancel culture è utile? Quanto è nociva?
- In quali casi nuoce alla stessa cultura?
- Chi sono gli “attivisti” della cancel culture? Chi sono i suoi detrattori? Voi siete tra i primi o tra i secondi?
- Quanto è esteso questo fenomeno?
- È un fenomeno di élite e/o di massa?
- Quanto questo fenomeno è esagerato dai media?
- Si tratta di un vero o falso problema?
- Quanto è efficace la cancel culture e quanto è controproducente, dato che aumenta la notorietà delle persone che essa prende di mira?
- È giusto rendere un film o un libro inaccessibile perché un suo attore protagonista o autore è stato condannato per un crimine?
- Ad esempio, è giusto impedire la circolazione di un libro come “Mein Kampf” di Adolf Hitler?
- In Via del Foro Italico a Roma c’è un obelisco con la scritta “DUX”. Pensate che debba essere rimosso?
- Chi dovrebbe tener conto dei fermenti della cancel culture?
Concludo con una citazione di Rowan Atkinson (Mr. Bean) a proposito della cancel culture:
“È importante essere esposti a un ampio spettro di opinioni, ma quello che abbiamo ora è l’equivalente digitale della folla medievale che si aggirava per le strade in cerca di qualcuno da bruciare”.
A voi la parola.