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Riflessioni di Bruno Cancellieri su

Dialogo

24 articoli tratti dal blog "Il mondo visto da me"

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Pensare come dialogo

Pensare è come parlare con una persona immaginaria.

Conflitto e dialogo

In caso di conflitto non basta voler dialogare, bisogna saperlo fare.

Sui fini del dialogare

Dialogare serve anche a stabilire, confermare o cambiare relazioni, appartenente e status.

Perché si discute

Si discute per condivdere idee già condivise o per difendere o combattere idee non condivise.

Sul dialogo costruttivo

Un dialogo costruttivo consiste in domande e risposte, non in un alternarsi di tesi o di opinioni contrapposte o non correlate.

Il sale del dialogo

Domande brevi non retoriche e risposte brevi pertinenti sono il sale di un dialogo, ovvero il nutrimento di una interazione costruttiva.

Pensare è come vedere un film

Pensare è come vedere un film in cui avvengono dialoghi, conversazioni, interazioni, con vari attori, conosciuti e sconosciuti, tra cui se stessi. Le persone più creative tendono a immaginare  film sempre diversi.

Dialogo sorridente

Sorridere, ridere o scherzare mentre si dialoga con qualcuno serve a rassicurare l'altro che non siamo sospettosi o ostili verso di lui, che siamo rilassati e non stiamo cercando di attaccarlo o di difenderci da lui.

Dialogare mediante solo domande e risposte

Io suppongo che se in un dialogo fossero consentite solo domande e risposte, e vietate affermazioni che non siano risposte pertinenti a domande dell'interlocutore, il dialogo sarebbe altamente produttivo, sia qualitativamente che quantitativamente.

Sul dialogo costruttivo

Secondo me un dialogo costruttivo consiste in brevi domande e brevi risposte, con alternanza del ruolo di interrogante e di rispondente dopo un certo numero, non troppo grande, di domande e risposte. Altrimenti non lo chiamerei dialogo, ma comizio, lezione o spot pubblicitario.

Dialogo tra un inconscio e la sua coscienza

Inconscio: se non soddisfi i miei bisogni ti faccio soffrire.

Coscienza: dimmi quali sono i tuoi bisogni e cercherò di soddisfarli.

Inconscio: ho bisogno sempre delle stesse cose: appartenenza, interazione, libertà, salute, bellezza, conoscenza, potenza.

Tattiche diversive

Nel dialogo tra due individui, quando il discorso diventa svantaggioso per uno dei due, lo svantaggiato sente il bisogno di interromperlo, di sminuirlo, di cambiarlo, di deviarlo dall'obiettivo che si proponeva, o di cambiare il significato delle parole usate, e trova ogni possibile giustificazione razionale per la sua tattica diversiva.

Dibattiti vs. dialoghi

Non mi interessano i dibattiti, ovvero le discussioni per dimostrare di avere ragione e che l'interlocutore ha torto. Mi interessano invece i dialoghi, ovvero le discussioni costruttive, dove ci sono molti punti interrogativi e nessun punto esclamativo; dove l'obiettivo è la comprensione reciproca, non l'accordo completo tra due persone, ma almeno l'accordo su certi presupposti.

Dialogo tra credenti e non credenti?

Credo che il dialogo tra un credente e un non credente sia nel migliore dei casi inutile ed innocuo, nel peggiore dei casi letale. Più che di dialogo (tra sordi) c'è bisogno di reciproca tolleranza. Non intendo il dialogo in generale tra credenti non credenti, che ci deve essere, ma il dialogo specifico su temi religiosi, teologici, ovvero sulla filosofia, psicologia e psicopatologia della religione.

A che serve conversare

Ci sono persone per cui conversare serve solo a confermare la loro appartenenza a certi contesti sociali, e ad ottenere riconoscimenti e rassicurazioni in tal senso. Esse sono incapaci di condurre un dialogo creativo o costruttivo in senso filosofico.

In altre parole la maggior parte della gente ha bisogno di conversare solo per essere rassicurata nelle proprie appartenenze e dignità sociali.

Sulle discussioni creative

In base alle mie esperienze, alla fine di ogni discussione dialettica (dove vengono confrontate una tesi e un'antitesi) ognuno rimane della sua idea. Solo alla fine di una discussione basata su domande, in cui uno dei due o entrambi cercano di conoscere cose che non conoscono, cercano insegnanti, è possibile un travaso di conoscenze, o la formazione di una conoscenza, o idea, nuova per entrambi.

Dialogo tra sordi

Il problema è un altro. È tutta un'altra storia. Tu non vuoi capire, non vuoi vedere come stanno veramente le cose. Tu non mi ascolti e questo mi fa male. Non hai capito nulla. La vera questione, la verità è un'altra. Quello che hai detto non ha nulla a che vedere con la realtà. La realtà è assolutamente diversa. Tu non sei credibile. Devi fidarti di quello che dico, io ho esperienza di queste cose. Tu invece non ne sai nulla. Tu non puoi capire.

Sul cosiddetto dialogo interreligioso

Il dialogo interreligioso è una finzione perché le religioni, per definizione, non possono mettere in discussione se stesse, e anche quando tollerano le altre religioni o l'ateismo, lo fanno con un senso di superiorità, in quanto si credono depositarie dell'unica vera verità. Non ho mai sentito un prete (di qualunque religione) dubitare della verità delle sacre scritture della sua confessione. Le religioni sono arroganti per definizione, altrimenti non sarebbero religioni.

Coscienza e interazioni sociali

Secondo George Herbert Mead, la psiche si forma e costituisce attraverso le interazioni sociali e allo scopo di gestirle al meglio. In altre parole, nella psiche non c'è nulla che non sia relazionale ovvero sociale. Da ciò si deduce che se la coscienza, o "io cosciente", è solo la punta dell'iceberg della psiche, anche essa è relazionale e quindi non siamo mai "mentalmente" soli, ovvero siamo continuamente in dialogo con l'Altro generalizzato (termine coniato dallo stesso Mead) che è in noi.

Dialogo e interviste

Un dialogo tra due persone A e B, per essere costruttivo, dovrebbe consistere in uno scambio di interviste. Intendo dire: per un po' A intervista B, poi B intervista A, e così via, scambiando periodicamente i ruoli di intervistatore e di intervistato.

L'intervistatore dovrebbe limitarsi a fare domande all'intervistato, senza contrariarlo. Può evocare idee (proprie o altrui) diverse o opposte a quelle dell'intervistato, ma senza prendere posizione, solo come spunto per ulteriori domande.

Dialogo intelligente

Per imparare a dialogare in modo intelligente, è necessario un interlocutore difficile, qualcuno che non sappia dialogare in modo intelligente.

È troppo facile dialogare in modo intelligente con persone che sono abituate a dialogare in modo intelligente.

Il dialogo intelligente si basa sullo scambio di brevi domande e brevi risposte. È così che Socrate dialogava.

L'intelligenza si esprime più nelle domande che nelle risposte. Domande non retoriche, ovviamente.

Evasione delle domande imbarazzanti

Nel dialogo tra due umani può succedere che il primo faccia al secondo una domanda la cui risposta rivelerebbe intenzioni inconfessabili e/o fallacie logiche da parte del secondo. In tal caso avviene normalmente che questo eviti di rispondere con qualsiasi pretesto o risponda in modo evasivo o non pertinente, anche a fronte di insistenze, da parte del primo, di ottenere una risposta puntuale e attinente alla domanda. Questo comportamento difensivo dell'interrogato rientra nei fenomeni psicologici del bias cognitivo e dell'attenzione selettiva.

Sull’importanza della coesione sociale

Una società poco coesa è debole e fragile.

La coesione sociale richiede una certa condivisione di ideali, di valori, e di interessi.

Una società in cui manca la motivazione ad accordarsi su un certo numero di principi fondamentali non è coesa, ed è destinata a dissolversi o ad essere superata da società più coese.

La difesa contro il comunismo è stato un importante fattore di coesione delle società liberali fino agli anni ‘80. La dissoluzione dell’impero sovietico ha diminuito notevolmente la coesione di tali società.

Cosa ci unisce oggi? Una sterile idea di libertà che ognuno interpreta e realizza a modo suo, e che perciò non favorisce la cooperazione.

La grande libertà di cui la nostra generazione e le successive  hanno goduto ci ha viziati e indeboliti.

I nostri social network rispecchiano la mancanza di coesione della nostra civiltà: tante affermazioni inconcludenti, impermeabili ai discorsi altrui, e nessuna motivazione ad accordarsi su qualche principio fondamentale.

Sulla valutazione (e svalutazione) delle persone

A mio parere, ogni essere umano è soggetto e oggetto di valutazione in quanto valuta altri (anche se molti non lo ammettono) ed è valutato da altri.

 La valutazione può essere più o meno complessa e riguardare vari aspetti di una persona, tra i quali l’intelligenza, la saggezza, la competenza in certi ambiti, le conoscenze, la moralità, la bellezza, la sensibilità, la cooperatività, la leadership, la tenacia, la “simpatia”, ecc. 

I criteri di valutazione (e di autovalutazione) possono essere diversissimi, e non intendo parlarne in questo scritto. Qui mi interessa invece discutere della comunicazione e della percezione della valutazione, cioè di come una persona possa esprimere (volontariamente o involontariamente) una valutazione “ad personam”, e di come possa percepire o supporre la valutazione di cui è oggetto da parte di altre persone.

Il mio interesse per questo tema è dovuto al fatto che ho avuto e continuo ad avere problemi relazionali a tale riguardo, e ne ho sofferto non poco, sia come valutatore che come valutato.

A mio parere si tratta di un tema molto scivoloso, di cui la maggior parte della gente preferisce non parlare, perché comporta il grosso rischio, per chi ne parla, di passare per arrogante (una valutazione tra le più negative nei rapporti sociali) per il solo fatto di parlarne. Tuttavia, il fatto che non si parli quasi mai di questo tema, non è dovuto ad una scarsa importanza, ma, al contrario, alla sua enorme importanza per ogni essere umano. Infatti noi umani siamo assolutamente interdipendenti e non possiamo sopravvivere né soddisfare i nostri bisogni e desideri senza la cooperazione da parte di altri, cooperazione che è condizionata ad una valutazione sufficientemente positiva nei nostri confronti.

Siamo perciò quasi tutti preoccupati e ipersensibili al modo in cui gli altri ci valutano esplicitamente e implicitamente, e siccome è raro che tra persone si esprimano valutazioni esplicite, ognuno a suo modo legge “tra le righe” dei discorsi altrui la propria valutazione, con il rischio di grossi errori di interpretazione.

Percepire (o supporre) di essere svalutati o invalidati da qualcuno può dar luogo a reazioni ostili che possono andare dall’aggressione verbale al rifiuto di continuare il dialogo.

E’ infatti relativamente facile sentirsi svalutati o invalidati, e perciò offendersi. E’ spesso sufficiente una diversità di vedute su un certo argomento che chiama in causa le proprie capacità intellettuali, le proprie conoscenze o le proprie attitudini in fatto di morale.

Immaginiamo un dialogo tra due persone A e B, ognuna delle quali espone una sua idea su un certo tema. A esprime assertivamente la propria visione sul tema e afferma esplicitamente o implicitamente di non ritenere valida la diversa visione di B sullo stesso tema. B si sente ingiustamente svalutato da A come persona pensante, intelligente e colta, e reagisce come uno che ha subito un’ingiustizia, cioè in modo aggressivo o vittimista. Infatti, molto spesso B, invece di difendere le proprie vedute e criticare quelle di A mediante fredde argomentazioni logiche, interrompe il dialogo accusando A di essere arrogante, presuntuoso, chiuso (nel senso di disinteressato) alle opinioni diverse dalle proprie, irrispettoso o perfino offensivo.

Avviene dunque spesso che una diversità di vedute su un certo tema esterno alle persone dialoganti venga percepita come una valutazione negativa ad personam. In altre parole, il messaggio “non sono d’accordo con questa tua idea su questo tema, non la ritengo utile, ritengo la mia idea più utile”, viene tradotto (consciamente o inconsciamente) in “non sono d’accordo con la tua persona, non ti ritengo utile, io sono più utile di te”, messaggio che per l’inconscio equivale all’esclusione dalla società, e quindi ad una condanna a morte. Questo, a mio avviso, spiega il calore e l’ostilità della reazione di chi si sente svalutato.

Insomma, per molte persone il fatto che l’interlocutore non prenda in considerazione le proprie proprie idee viene considerato come un attacco alla propria autostima, un attacco che grida vendetta. 

Cosa si può fare per risolvere o alleviare questo problema così distruttivo?

Molti lo risolvono evitando di discutere, evitando di esprimere le proprie opinioni quando sono diverse da quelle prevalenti nella propria comunità, astenendosi dal giudicare e dal criticare gli altri, o perfino fingendo di trovare interessanti le idee altrui, anche quando le ritengono ovvie, banali o insufficienti.

Io invece credo che, per il bene e il progresso della società, ognuno dovrebbe evitare di sentirsi criticato personalmente quando ad essere criticate o trascurate sono soltanto le sue opinioni, e dovrebbe evitare di svalutare in quanto arroganti e offensivi coloro che ritengono di avere idee più produttive delle proprie.

In fondo, ognuno pensa di saperla più lunga di coloro che la pensano diversamente. Ma in questo non c’è nulla di male.