Doppio vincolo: se mi credi sei uno sciocco. Se non mi credi ti punisco.
La mente è un campo di battaglia (con morti e feriti) nella guerra tra motivazioni contrastanti.
Il malessere psicofisico può essere dovuto ad un conflitto (ovvero "doppio vincolo") tra bisogni antagonisti inconsci.
Per risolvere i quotidiani doppi vincoli della nostra civiltà, molti ricorrono all'autoinibizione (inconscia) della propria capacità critica.
La continua ricerca della saggezza può nascondere il bisogno di una superiorità morale e intellettuale che gli altri percepiscono con fastidio.
L'umorismo ha a che fare con il doppio vincolo. L'effetto umoristico si ha quando un doppio vincolo si risolve improvvisamente nel senso più gradevole per l'osservatore.
Ciò sono persone che non riescono a sopportare i disagi e i doppi vincoli della nostra civiltà, e per avere un po' di pace si rifugiano nella follia, nell'illusione, nell'allucinazione ecc.
Doppio vincolo: se critico negativamente gli altri sono soggetto alla loro vendetta, se non li critico sono loro complice e divento perciò condannabile. Ognuna delle due opzioni è penalizzante.
Sentirsi soli e non poterlo dire per non venire isolati e peggiorare la situazione. Viviamo in una società schizofrenica che premia chi è già premiato e punisce chi è già punito, che ci costringe a far finta di essere sani e autosufficienti.
Ci hanno insegnato a non mentire ma poi abbiamo imparato che dire ciò che pensiamo è sconveniente. Molti sono incapaci di gestire questa contraddizione e per questo evitano di pensare, oppure non fanno altro che infastidire gli altri svelando i loro inganni.
L'io cosciente e l'inconscio competono per dirigere l'attenzione e il pensiero del soggetto dove questi processi provocano meno dolore e più piacere. Il guaio è che l'io cosciente e l'inconscio hanno spesso idee diverse circa le fonti del dolore e del piacere.
Se fai x sarai felice.
Se fai y sarai infelice.
Se non fai j sarai felice.
Se non fai k sarai infelice.
A volte x, y, j e k sono la stessa cosa e in tali casi si determina ciò che Gregory Bateson chiamava "doppio vincolo", ovvero un fattore della schizofrenia.
Contraddizioni, incongruenze, delusioni, illusioni, inganni, doppi vincoli e indecisioni ci rendono infelici. Per evitare il dolore che sentiremmo affrontando tali contrasti, le nostre menti perdono la capacità critica, il senso della misura e il senso della realtà, fino a rendere invisibili i contrasti stessi.
Tra le tante idee concepite da Gregory Bateson, la teoria del "doppio vincolo" o "doppio legame" ha avuto una notevole diffusione, soprattutto in ambito psichiatrico e psicologico. Infatti, si tratta di una condizione relazionale considerata un possibile fattore dell'insorgenza di disturbi e disagi mentali (tra cui la schizofrenia), da solo o in concomitanza con altri fattori (psicodinamici o fisiologici).
La saggezza consiste nella comprensione, accettazione e gestione delle contraddizioni, delle ambivalenze, dei paradossi, dei conflitti, dei doppi vincoli, degli inganni, delle illusioni ecc. di cui è fatta la vita umana.
In altre parole, la saggezza consiste nel sapere che ogni cosa può essere diversa e perfino opposta rispetto a come appare, e che ogni valore può nascondere e comportare un disvalore.
Ogni umano è soggetto ad un “doppio vincolo”: da una parte il dovere di essere sinceri, dall’altra quello di non denunciare le menzogne collettive della comunità di appartenenza. Infatti, se lo facesse, gli altri lo punirebbero fino ad escluderlo dalla comunità stessa. La soluzione di questo doppio vincolo (per evitare stress emotivo e schizofrenia) consiste nel non vedere le menzogne altrui né le proprie, ovvero nel non considerarle menzogne.
I disagi e i disturbi mentali possono essere causati da "doppi vincoli", cioè da due pulsioni opposte rispetto ad uno stesso oggetto, una che spinge per acquisirlo (o avvicinarsi ad esso) e una che spinge per rigettarlo (o allontanarsene). Gli oggetti in questione possono essere materiali o relazionali. Per esempio, una persona può provare allo stesso tempo bisogno e rigetto di obbedire, comandare, di servire, di dominare, di seguire, di guidare, di imitare, di differenziarsi ecc.
Il doppio vincolo può causare immobilismo e frustrazione, cose che alla lunga fanno ammalare la mente e il corpo.
Conformarsi a certi modelli culturali (ovvero imitare certi "modi" di pensare e di agire che abbiamo "appreso" interagendo con gli altri) comporta ricompense sociali positive e negative. Infatti, se mi conformo al modello x, alcuni saranno contenti, altri scontenti, alcuni mi premieranno, altri mi puniranno, alcuni mi ameranno di più, altri di meno. Lo stesso vale se non mi conformo al modello x.
Questo è un doppio vincolo: abbiamo bisogno e paura di conformarci, perché ogni forma ha i suoi amici e i suoi nemici. Ma non possiamo fare a meno di conformarci a qualche modello culturale, pena l'isolamento.
Pertanto tendiamo a conformarci ai modelli che i nostri algoritmi cognitivi, emotivi e motivazionali consci e inconsci reputano più "familiari", più "convenienti", più "adatti" a noi, ovvero a quelli che comportano per noi i maggiori vantaggi e i minori inconvenienti, le maggiori soddisfazioni e le minori frustrazioni, il maggior piacere e il minor dolore.
L'uomo non può essere totalmente libero perché ha bisogno della cooperazione degli altri e questa è condizionata al suo comportamento verso di loro. Possiamo perciò affermare che l'uomo è vincolato (o legato) agli altri. Non a tutti, ma a certi altri.
Ognuno di noi, infatti, non solo non è libero di sciogliere tutti i suoi vincoli (o legami) ma nemmeno di vincolarsi (o legarsi) con qualsiasi altro, ma solo con certi altri.
Ne consegue che ogni persona è caratterizzata da vincoli obbligati (o necessari), vincoli vietati (o improbabili) e "doppi vincoli", cioè vincoli antagonisti, ovvero obbligati e vietati allo stesso tempo. Alcuni vincoli possono tuttavia essere temporanei o facilmente scioglibili.
I termini "vincolo" e "legame" sono sinonimi, anche se il primo è generalmente usato in senso negativo (come qualcosa di indesiderabile), il secondo in senso positivo (come qualcosa di desiderabile). In entrambi i casi si tratta comunque di limitazioni della libertà, involontarie nel primo caso, volontarie nel secondo.
In sintesi, possiamo dire che siamo solo parzialmente liberi sia di svincolarci sia di legarci.
L'uomo, come molte altre specie biologiche, è un animale competitivo (in senso intraspecifico), oltre che cooperativo.
Tuttavia la cultura occidentale, specialmente dopo l'affermazione del cristianesimo, tende a qualificare la competizione come immorale, col risultato che essa viene normalmente praticata in modi dissimulati e mistificati.
Infatti, gran parte dei comportamenti umani è motivata dalla competizione rispetto a gerarchie politiche, economiche, sociali, erotiche, intellettuali, razionali, scientifiche, accademiche, artistiche, mediatiche, religiose, sportive, biologiche, morali, estetiche ecc.
Tuttavia questa naturale competizione è, per il motivo suddetto, normalmente negata consapevolmente e ipocritamente, e/o rimossa inconsciamente (in senso psicoanalitico).
Tali negazioni e rimozioni possono dare luogo a disturbi mentali a causa del doppio vincolo tra, da una parte, la naturale (e auto-premiante) motivazione a competere, e, dall'altra parte, la gerarchia morale che loda (e a volte premia) chi meglio riesce a nascondere e a dissimulare la motivazione stessa (deprecando, e a volte punendo chi non vi riesce).
In ogni momento, inconsciamente o consciamente. ognuno classifica ogni altro come amico, nemico o "cosa" (da sfruttare o ignorare), e interpreta le classificazioni degli altri nei suoi confronti secondo le tre categorie suddette. Tali classificazioni sono normalmente variabili e spesso indecise, imprecise, contraddittorie, censurate e mistificate, dando luogo a difficoltà di interazione, comprensione e motivazione, errori di valutazione, frustrazioni, isolamento, vittimismo, sensi di colpa, nevrosi, psicosi, ecc. Infatti, una persona può, agli occhi di un'altra, essere considerata contemporaneamente o successivamente amica, nemica o "cosa".
La censura e la mistificazione (sia verso se stessi che verso gli altri) consistono, per esempio, nel credere o cercare di far credere all'altro (consciamente o inconsciamente) che siamo suoi amici mentre invece stiamo solo cercando di sfruttarlo o di evitarlo. Infatti il terzo legame, che potremmo definire come "reificazione utilitaristica" è normalmente censurato e autocensurato e perciò rimosso.
Questa riflessione mi è stata ispirata dal concetto di "doppio legame" (double bind) teorizzato da Gregory Bateson, ed è, in un certo senso, un'estensione di tale concetto.
Io suppongo che nelle società primitive (o "fredde", come definite da Claude Lévy-Strauss) non esisteva né doppio né triplo legame in quanto un essere umano era considerato da una altro come amico se membro della stessa comunità, altrimenti come nemico e/o cosa da sfruttare, e la classificazione era normalmente invariabile. Per questo, suppongo che le società primitive fossero generalmente immuni da nevrosi o psicosi, che secondo me sono il prezzo da pagare alla creatività, all'evoluzione intellettuale e alla libertà dell'odierno homo sapiens, condizioni che permettono l'individuazione, ovvero la differenziazione dell'individuo, laddove nelle società primitive l'individuo esisteva solo come e in quanto membro di una comunità.
Nell'interazione tra individui, ognuno percepisce (consciamente o inconsciamente) ciascun altro come portatore di una certa rappresentatività sociale, ovvero come esponente di una certa comunità. In altre parole, noi percepiamo un essere umano sempre come appartenente ad una certa comunità (intesa come gruppo o classe di persone che hanno qualcosa in “comune”) nel senso che trattare con esso equivale a trattare con il gruppo sociale che esso rappresenta per il solo fatto di esserne membro.
Questa reciproca percezione “rappresentativa” degli esseri umani conferisce ad ogni individuo un certo status e potere, dato che dietro ognuno c'è idealmente una comunità sua alleata, pronta a difenderlo se viene attaccato e a sostenerlo se lui stesso attacca altri.
Possiamo dunque dire che un essere umano non è mai “funzionalmente” solo, ma è sempre percepito come membro solidale di qualche gruppo sociale. Fanno eccezione le persone considerate come emarginate dalla società o disumane, e in quanto tali non degne di rispetto (a tali persone viene normalmente attribuita la colpa della propria “indegnità”, anche quando si tratta di vittime di sfortuna o ingiustizie).
Le conseguenze di questo fenomeno percettivo nelle interazioni sociali sono duplici. Da una parte ognuno tratta gli altri non come individui unici, ma come “collettività” astratte, con tutti gli effetti collaterali positivi e negativi che possiamo immaginare. Dall’altra, ognuno sente il bisogno di “appartenere” ad una o più collettività (astratte e/o concrete) al fine di essere “rispettato” dagli altri come rappresentante di collettività “qualificate” e non come individuo isolato e in quanto tale indifeso e senza “qualità”.
Questo “bisogno di appartenenza” può tuttavia essere fonte di problemi psichici dal momento che per un individuo può essere difficile riconoscersi in qualche comunità, gruppo o classe sociale. Ciò avviene specialmente se esso è dotato di capacità e/o sensibilità straordinarie ovvero molto diverse da quelle “normali”, “medie” o tipiche riscontrabili nei gruppi sociali a cui appartiene o vorrebbe appartenere.
Ne consegue una dialettica perenne e dolorosa tra bisogno di appartenenza e bisogno di individuazione (come ci insegna Luigi Anepeta), capace di dar luogo a disagi e disturbi psichici. Una specie di “doppio vincolo” (come direbbe Gregory Bateson) che, se non risolto o non gestito, potrebbe causare forme più o meno gravi di schizofrenia.
Dedicato a chi si sente solo
Viviamo in una società fondamentalmente falsa per quanto riguarda i bisogni umani e la loro soddisfazione. Infatti, chi "confessa" di avere bisogni diversi da quelli altrui, o di non riuscire a soddisfare i propri bisogni (indipendentemente dalla loro "normalità"), viene considerato "strano" o "anormale" nel primo caso e "perdente" nel secondo, e punito, in entrambi i casi, con il disprezzo e/o l'isolamento, o, nel migliore dei casi, l'indifferenza. Chi vuole, infatti, essere amico di una persona strana o perdente?
Uno dei bisogni più falsificati e mistificati in questa società è il bisogno di compagnia, ovvero di appartenenza, integrazione, interazione, cooperazione, intimità sociale. Infatti, sebbene molti si sentano soli (alcuni perfino quando sono in mezzo agli altri), pochi hanno il coraggio di confessarlo perché ritengono (consciamente o inconsciamente) che sentirsi soli sia la prova dell'insuccesso più grave, della tragedia più spaventosa per un essere umano, quella di non appartenere ad una comunità solidale non solo economicamente, ma soprattutto intellettualmente ed affettivamente.
Essere soli (o sentirsi tali) significa non essere amati da nessuno e/o non amare nessuno, e, nella mentalità più comune, se uno è solo, la colpa è soltanto sua, come se la solitudine fosse voluta o causata da gravi errori commessi verso gli altri. Della propria solitudine ci si sente dunque in colpa, e questo è un motivo in più per nascondere tale condizione.
Questo fenomeno dimostra quanto la società in cui viviamo sia schizofrenica, oltre che falsa, nel senso del "doppio vincolo" (double bind) di Gregory Bateson.
Infatti, in una società sana, chi sente solo lo dichiarerebbe e cercherebbe apertamente un rimedio, ma, in questa, evita di dichiararlo per non venire isolato e peggiorare la situazione. Questa società, infatti, premia chi è già premiato e punisce chi è già punito, e ci costringe a far finta di essere sani e autosufficienti, rendendo ancor più difficile la soddisfazione dei bisogni frustrati. E, quel che è peggio, a forza di ingannare gli altri finiamo per ingannare anche noi stessi, così da recitare ancor meglio la parte e renderla più credibile.
Ce n'è abbastanza per diventare schizofrenici, nevrotici, depressi o soggetti ad ansia o panico. Infatti pare che tutti questi disagi mentali siano in forte aumento nei paesi più sviluppati economicamente.
A mio avviso, l'uomo, subito dopo aver soddisfatto il suo bisogno di appartenenza e integrazione sociale, sente il bisogno di occupare, nella comunità, le posizioni gerarchiche più alte a cui può accedere, nei ruoli e nelle aree di competenza in cui può competere. Il suo scopo è dunque quello di ottenere dagli altri il riconoscimento e l’accettazione, non solo della sua appartenenza (e quindi della sua dignità sociale), ma anche dei suoi ruoli e delle posizioni gerarchiche da lui auspicate negli ambiti di competenza.
Tale bisogno è causa di conflitti permanenti e di attività finalizzate a confermare l'appropriatezza (in senso meritocratico) delle proprie posizioni gerarchiche (presenti o desiderate), laddove gli altri sono sempre pronti a metterle in discussione in caso di defaillance o esitazioni del titolare.
Questa competizione avviene, a mio parere, in tutte le relazioni sociali tra due o più persone: in famiglia, nelle amicizie, nei rapporti di lavoro, nelle organizzazioni, in politica ecc. e riguarda vari tipi di autorità (intellettuale, morale, economica, accademica, scientifica, politica, artistica, sportiva ecc.) e alcune caratteristiche personali come il coraggio, la forza fisica, la bellezza, la potenza sessuale, l'eleganza, le abilità e conoscenze lavorative ecc. In parole povere, ognuno cerca di dimostrare di “saperla più lunga” o di essere più forte o migliore dell’altro in qualche campo, per occupare le posizioni gerarchiche, e quindi di potere e prestigio, più alte possibili.
La competizione permanente può essere causa di stress, frustrazioni, conflitti distruttivi, ma anche di progresso civile, scientifico, intellettuale e morale. Essa può essere inoltre causa di nevrosi e psicopatologie qualora venga negata o mistificata in quanto “politicamente scorretta”. Mi riferisco, per esempio, a certi insegnamenti religiosi e a certe psicologie, filosofie e pedagogie “buoniste” che considerano la competizione sociale come qualcosa di morboso o innaturale, effetto di un’educazione “errata”. Come possibili conseguenze di tali ideologie, molte persone vivono la propria inevitabile competizione in modo mistificato, ipocrita, attraverso forme nascoste, rimosse, sublimate, in un “doppio vincolo” schizofrenico, tra il bisogno di competere e quello di negare (a se stessi e agli altri) l'esistenza della competizione stessa. Paradossalmente, ad esempio, anche la ricerca della santità è un'attività competitiva, come pure la scrittura di questo articolo.
... Lungi dall'essere riservato a taluni casi patologici, come pensano gli psicologi americani che lo hanno messo in rilievo, il "double bind" [doppio vincolo], il doppio imperativo contraddittorio, o piuttosto il reticolo di imperativi contraddittori in cui gli uomini non cessano di rinchiudersi vicendevolmente, deve apparirci come un fenomeno estremamente banale, il più banale di tutti forse, e il fondamento stesso di tutti i rapporti tra gli uomini.
Gli psicologi ai quali abbiamo fatto allusione hanno perfettamente ragione di pensare che nei casi in cui il bambino è esposto al "double bind", i suoi effetti su di lui saranno particolarmente disastrosi. Qui sono tutti gli adulti, cominciando dal padre e dalla madre, sono tutte le voci della cultura, perlomeno nella nostra società, che ripetono su tutti i toni «imitaci », «imitami», «sono io a possedere il segreto della vita vera, dell'essere autentico...». Più il bambino è attento a quelle seducenti parole, più è pronto e ansioso di seguire i suggerimenti che gli vengono da ogni dove e più disastrose saranno le conseguenze degli scontri che non mancheranno di verificarsi. Il bambino non dispone di nessun punto di riferimento, di nessuna distanza, di nessuna base di giudizio che gli permetterebbe di ricusare l'autorità di quei modelli. Il "no" che essi gli rimandano risuona come una terribile condanna. Su di lui pesa una vera scomunica. Tutto l'orientamento dei suoi desideri, cioè la selezione futura dei modelli, ne sarà colpito. È la sua personalità definitiva ad essere in gioco.
Se il desiderio è libero di fissarsi dove vuole, la sua natura mimetica lo trascinerà quasi sempre nell'"impasse" del "double bind". La libera "mimesis" si getta ciecamente sull'ostacolo di un desiderio concorrente; genera il proprio fallimento e questo, di rimando, rafforzerà la tendenza mimetica. C'è qui un processo che si nutre di se stesso, che va sempre più esasperandosi e semplificandosi. Ogniqualvolta il discepolo crede di trovare l'essere davanti a sé, si sforza di raggiungerlo desiderando quel che l'altro gli indica; e ogni volta incontra la violenza del desiderio che gli sta di fronte. Con sintesi ad un tempo logica e delirante, deve presto convincersi che la violenza stessa è il segno più sicuro dell'essere che sempre lo elude. La violenza e il desiderio sono ormai collegati l'una all'altro. Il soggetto non può subire la prima senza veder risvegliarsi il secondo. [...]
[René Girard, "La violenza e il sacro" - Ed. Adelphi - pagine 206-208]