L'empatia dipende anche dalla simpatia.
Si può essere felici sapendo che altri soffrono?
L'empatia è un accordo di sentimenti (buoni o cattivi).
Noi tendiamo ad odiare le persone odiate da chi ci è simpatico.
L'empatia è inversamente proporzionale alla distanza fisica, temporale, culturale e intellettuale.
Purtroppo (o per fortuna) l'empatia è un sentimento (e una processo psichico) non universale, ma più o meno selettivo.
Nella misura in cui siamo empatici ciò che piace agli altri piace anche noi e ciò che fa male agli altri fa male anche noi.
Noi tendiamo a condividere i sentimenti di amore e di odio delle persone che amiamo, e a non condividere quelli delle persone che odiamo.
Non si può avere empatia verso tutti gli altri esseri viventi, ma solo verso alcuni di essi, quelli più vicini nello spazio e nel tempo, e quelli più rappresentativi.
Chiedersi continuamente, spontaneamente, per ogni essere umano reale o immaginario (compresi noi stessi), quali siano i suoi bisogni, il loro stato di soddisfazione e cosa possiamo fare per contribuire a soddisfarli.
L'empatia consiste in una imitazione o copiatura. Infatti un essere vivente può riprodurre in sé, cioè copiare, i sentimenti e i pensieri di un altro. Su questa imitazione si basano l'apprendimento, la comunicazione e la cultura.
Un proverbio dice che "il medico pietoso fa la piaga puzzolente". Lo stesso si potrebbe dire del filosofo e dello scienziato in cerca della verità, perché questa non ha nulla a che vedere con la pietà, né con la bontà, né con la bellezza.
I nostri neuroni specchio agiscono anche mentre assistiamo a spettacoli sportivi o teatrali, al cinema e perfino quando leggiamo romanzi o vediamo la pubblicità di un prodotto. Lo spettatore si immedesima nel personaggio osservato e prova sentimenti simili.
Immaginate che sia stato inventato un congegno per connettersi a distanza con la mente di qualsiasi persona e leggere i suoi pensieri, i suoi sentimenti, le sue volontà e i suoi ricordi. Che uso ne fareste? Come cambierebbero i vostri rapporti con gli altri e la vostra visione del mondo?
"Chi non è con me è contro di me." (Matteo 12,30). Difficile trovare un'affermazione più dannosa per le menti degli esseri umani e per la pacifica convivenza tra persone di vedute diverse.
Questa logica è causa di schizofrenia, guerre, e dell'inibizione dell'empatia nei confronti di coloro che hanno una mentalità diversa dalla propria.
Uno strumento animato per allenarsi ad intuire quello che gli altri pensano e sentono e a confrontarsi con tali percezioni. Per saperne di più e creare delle liste di pensieri e foto personalizzate per pazienti particolari o per voi stessi, non esitate a contattarmi.
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Io posso, in una certa misura, aiutare altre persone a soddisfare i propri bisogni.
Voglio farlo? Perché Chi aiutare? Chi non aiutare?
Come fare?
Prima di tutto devo comprendere i bisogni altrui. Per riuscirci ho due mezzi: l'empatia (che può sbagliare o essere carente) e la psicologia (che può anch'essa sbagliare). In entrambi i casi è necessaria l'osservazione degli altri, l'attenzione agli altri.
Per noi europei l'importante è che i profughi non muoiano alle nostre frontiere o nei nostri paesi. Nessun problema se muoiono in casa loro o altrove.
Siamo tutti bravi a piangere i morti vicini e a protestare indignati contro l'incapacità dei governi nel gestire l'immigrazione clandestina, ma quanti di noi sono disposti a rinunciare ad una parte di stipendio per aiutare quei disperati in casa loro, ospitarli o finanziare una guerra contro i loro carnefici?
Vari esperimenti scientifici hanno dimostrato che terapie dei più diversi indirizzi danno risultati molto simili almeno per disturbi come la depressione o l'ansia sociale. Quindi sembrerebbe che quello che funziona in una psicoterapia non sia la particolare tecnica, ma soprattutto l'empatia del terapeuta, il suo incoraggiamento ad analizzarsi, mettersi in discussione e cambiare, il fatto di poter parlare con qualcuno dei propri problemi intimi e l'effetto placebo di chi confida che quel terapeuta e quella tecnica lo aiuteranno.
Una delle cose che distinguono l'uomo dagli altri animali è la capacità di immedesimarsi nell'altro, ovvero di percepire, immaginare, presumere, "copiare" i pensieri, sentimenti, bisogni, desideri e le intenzioni altrui, ovvero di capire l'altro mettendosi nei suoi panni, nelle sue scarpe, nel suo corpo, nelle sue emozioni, nella sua logica e perciò di prevedere le sue reazioni cognitive ed emotive a ciò che potrebbe accadere. Questa capacità è presente in forma rudimentale anche in altri animali, ma nell'uomo è molto sviluppata e potrebbe svilupparsi ulteriormente mediante una educazione appropriata.
Oggi l'ego è molto bistrattato e svalutato. Invece è una cosa buona, indispensabile per vivere degnamente; basta usarlo con giudizio, intelligenza, passione, saggezza, comprensione, empatia. Senza ego siamo passivi e schiavi dei sentimenti. Un ego malato (e sono quasi tutti malati nella nostra civiltà) va curato, non messo a tacere. Ego non è una parolaccia, è l'io cosciente che media tra le esigenze della società e quelle della propria natura individuale. Le meditazioni che tendono a reprimere l'ego sono pericolose e ci allontanano dalla realtà. L'ego va migliorato, non annullato. Non confondiamo l'ego col narcisismo.
I sentimenti sono contagiosi. Il mezzo del contagio è l'empatia, meccanismo che permette il rispecchiamento, o riproduzione, di sentimenti da un individuo all'altro. Purtroppo i sentimenti oggetto di empatia sono sia quelli benevoli che quelli malevoli, sia quelli gioiosi che quelli tristi. Attraverso l'empatia si possono infatti trasmettere il coraggio, ma anche la paura, l'amore ma anche l'odio, l'amicizia ma anche l'inimicizia, l'ammirazione ma anche il disprezzo, l'attrazione ma anche la repulsione, l'entusiasmo ma anche la depressione, la fiducia ma anche il sospetto. Perciò l'empatia va maneggiata con cura e in certi casi conviene inibirla, se possibile.
Mi capita, a volte, di essere accusato da qualcuno, di non ascoltare quello che gli altri mi dicono, di non prendere in considerazione il punto di vista altrui, o di non avere empatia in generale.
In realtà il mio accusatore si riferisce al fatto che non sono d'accordo con le sue idee, insinuando che ciò avvenga sempre e con tutti.
A tale persona non viene in mente che io possa averla ascoltata attentamente, aver preso attentamente in considerazione il suo punto di vista, aver compresi i suoi sentimenti, ma che, alla fine, io abbia ritenuto infondate o false le sue affermazioni per una serie di motivi che non mi chiede di esporre, né è intenzionato a conoscere e a discutere.
Questionario per conoscere e capire qualsiasi persona (compresi noi stessi):
Bisogni, paure, frustrazioni, piaceri, dolori, richieste, offerte, averi, appartenenze, relazioni, storia, esperienze, segreti, successi, insuccessi, realizzazioni, disgrazie, sfortune, conoscenze, idee, opinioni, giudizi, pregiudizi, empatia, sentimenti, risentimenti, corpo, geni, bellezza esteriore, bellezza interiore, carattere, temperamento, intelligenza, creatività, abilità, handicap, potenza, disagi, problemi, tensioni, malattie, nevrosi, colpe, responsabilità, errori, inganni, illusioni, ambizioni, desideri, progetti, interessi, valori, strategie, abitudini, ossessioni, gabbie mentali, dipendenze, libertà ecc.
L’empatia è il rispecchiamento, o la “copia” dei sentimenti dell’osservato nell’osservatore. Quando parliamo di empatia pensiamo normalmente a sentimenti di dolore, tristezza, disagio, oppure gioia o amore per cui l’empatia sarebbe una sorta di compassione o congratulazione, e quindi una cosa sempre buona.
Ma che succede quando vengono “copiati” sentimenti non sani, né giusti, né morali, né politicamente corretti? Ebbene, io credo che l’empatia riguardi anch’essi, e che possa farci copiare ansie e paure ingiustificate, invidie, gelosie, risentimento, odio, disprezzo, sadismo e via dicendo.
Va anche detto che l’empatia, che è una forma di sensibilità, è più o meno intensa da persona a persona per cui ci sono persone che, per empatia, arrivano a soffrire come la persona osservata o anche di più, tanto da non avere la lucidità necessaria per esserle di aiuto.
Per avere buoni rapporti con gli altri bisogna evitare di farli sentire inferiori, giudicati, criticati, non preferiti, indesiderati. Bisogna evitare di mostrarsi migliori, più sapienti, più intelligenti. Bisogna evitare di dare loro consigli non richiesti o non desiderati. Bisogna evitare di dire cose che mettono in discussione o contraddicono le loro idee e la loro visione del mondo. Bisogna evitare di scoprire i loro autoinganni e le loro illusioni. Bisogna evitare di dire loro cose che non sono in grado di capire. Bisogna farli sentire buoni, giusti e ragionevoli. Bisogna far loro credere che siamo d’accordo con le loro idee e che comprendiamo e approviamo i loro comportamenti, i loro gusti, i loro sentimenti, le loro paure, i loro desideri e le loro motivazioni. Bisogna far loro credere che ci sono simpatici e che ci piace interagire e condividere cose con loro.
Per questo è difficile, mediamente, avere buoni rapporti con gli altri.
“Per quanto [l’uomo] possa esser supposto egoista, vi sono evidentemente alcuni principi nella sua natura che lo inducono a interessarsi alla sorte altrui e gli rendono necessaria l’altrui felicità, sebbene egli non ne ricavi alcunché, eccetto il piacere di constatarla [perché] attraverso l’immaginazione poniamo noi stessi nella sua situazione (…) e diventiamo in qualche misura la stessa persona e così ci formiamo un’idea delle sue sensazioni e anche sentiamo, anche se in misura minore, qualcosa di non dissimile da quello che sente lui”.
[...]
“Non riusciamo mai ad esaminare i nostri sentimenti e motivazioni, non riusciamo mai a formulare nessun giudizio su di essi, se non ci spostiamo dalla nostra posizione naturale e ci sforziamo di osservarli da una certa distanza. Ma non possiamo fare questo se non sforzandoci di osservarli con gli occhi degli altri, o così come si suppone che gli altri li osserverebbero”.
[da "Teoria dei Sentimenti Morali"]
Il mondo è pieno di persone che soffrono per vari motivi, tra cui per il fatto che vivono in condizioni miserabili in senso materiale. Probabilmente quelle che soffrono di più vivono molto lontano da noi, e non le vediamo se non in qualche documentario.
Al mondo ci sono anche molte persone che vivono una vita piacevole e non soffrono quasi mai.
L’empatia (sia quella del dolore che quella del piacere) è inversamente proporzionale alla distanza tra chi prova un’emozione e chi la riflette empaticamente.
È così che, per evitare di soffrire empaticamente, ci allontaniamo o manteniamo le distanze da coloro che soffrono.
Se mi trovo in una situazione in cui c’è uno che soffre e uno che gode, potrò avere empatia per entrambi o solo per uno dei due? Per quale dei due avrò (più) empatia? A quale dei due cercherò di avvicinarmi? Da quale dei due cercherò di allontanarmi? Con quale dei due vorrei avere un’appartenenza comune?
Forse la risposta a queste domande è diversa da persona a persona.
Il lato oscuro dell’empatia è la tendenza ad imitare i sentimenti di attrazione e di repulsione delle persone nei confronti delle quali si prova empatia.
In altre parole, tendiamo ad imitare i desideri delle persone per cui proviamo empatia, cioè ad amare ciò che esse amano, a odiare ciò che esse odiano, ad apprezzare ciò che esse apprezzano, a disprezzare ciò che esse disprezzano, e questo vale sia per i sentimenti verso le cose che verso terze persone.
A causa di questa tendenza, l’empatia può essere molto dannosa, in quanto può costituire un efficace mezzo di propagazione di sentimenti negativi, come l’odio o il disprezzo verso certe categorie di persone.
In tal senso, a mio avviso il razzismo è conseguenza dell’empatia, come pure il “desiderio mimetico” teorizzato da René Girard.
Infatti ritengo che il fenomeno dell'imitazione non sia solo volontario, ma ancor più spesso involontario. Intendo dire che tendiamo naturalmente, istintivamente, a copiare i comportamenti e i sentimenti dei nostri simili, e più precisamente, di coloro che consideriamo nostri simili.
Il concetto di empatia (
https://it.wikipedia.org/wiki/Empatia) viene normalmente usato con una connotazione positiva. Infatti, quando si pensa all’empatia si fa di solito riferimento alla percezione e al rispecchiamento di sentimenti altrui come la gioia e la sofferenza. Ma che succede quando la persona che ci sta di fronte prova sentimenti di odio o di disprezzo verso una certa cosa, una certa persona o una certa categoria di persone?
Se l’empatia è involontaria ed è dovuta ai “neuroni specchio”, credo che essa si applichi a qualunque sentimento, quindi anche a quelli “politicamente scorretti”. Perciò credo che, a causa dell’empatia, anche l’odio e il disprezzo manifestato da una persona A possono essere rispecchiati in una persona B che osserva A, a meno che B non odi o disprezzi A, nel qual caso l’empatia sarebbe automaticamente inibita (infatti, in tal caso, sarebbe inibita anche un’empatia per sentimenti “politicamente corretti”).
A tale proposito, io credo che ci sia una sinergia tra il fenomeno (o meccanismo) dell’empatia e quello del cosiddetto “equilibrio cognitivo” (che io preferisco chiamare “equilibrio affettivo”), teorizzato da Fritz Heider nel 1958 (
https://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_dell'equilibrio_cognitivo). Intendo dire che i sentimenti positivi o negativi suscitati dalla necessità di stabilire un equilibrio affettivo (in uno schema triangolare) possono essere innescati o facilitati dell’empatia.
Per esempio, se tra A e B esiste un rapporto di reciproca stima o affetto, e A manifesta odio o disprezzo per una cosa o persona C, è probabile che B provi anche odio o disprezzo per C, sia per empatia, sia per neutralizzare una dolorosa situazione di squilibrio affettivo.
La miseria dell'umanità è dovuta principalmente alla comune paura inconscia di cambiare.
La paura di cambiare viene trasmessa per empatia.
Cosa impedisce ad una persona di cambiare religione, filosofia, mentalità, opinioni, etica, preferenze, gusti, comunità, stile di vita, amori, amici ecc. per altri più adatti a soddisfare i propri bisogni primari? La paura di cambiare. Questa paura ha origini interne ed esterne. Quella interna è dovuta alla difesa immunitaria della psiche, che si protegge contro qualsiasi tentativo di modificarne la struttura; quella esterna al fatto che chi cambia rispetto alle norme della comunità di appartenenza viene "normalmente" emarginato.
L'empatia rende difficile fare cose che fanno paura agli altri, anche quando si tratta solo della paura di cambiare. Così, a anche a causa dell'empatia, per non spaventare gli altri, per non essere emarginati, per paura della paura, si rinuncia a cambiare.
La persona creativa ha voglia di cambiare e si sente sola quando è circondata da persone che hanno paura di farlo.
Chi non ha paura di cambiare sceglie la migliore filosofia e cerca di migliorarla, non accetta acriticamente la filosofia dominante nella comunità a cui appartiene.
Quasi tutti hanno paura di cambiare e chi non ce l'ha viene visto dai più come una minaccia, ostacolato, scoraggiato, osteggiato.
Chi non ha paura di cambiare ha difficoltà a capire chi ce l'ha e viceversa.
Chi non ha paura di cambiare tende a disprezzare chi c'è l'ha, e viceversa.
Vedi anche La paura di cambiare, La paura inconscia della realtà.
Chi desidera cambiare se stesso? Perché uno dovrebbe voler cambiare e in cosa? Cambiare il proprio corpo? La propria mente? Il corpo si può cambiare, entro certi limiti molto ristretti, attraverso una dieta, una ginnastica, uno stile di vita particolare. E la mente? Cosa possiamo cambiare nella nostra mente? Aumentare le nostre capacità? Imparare qualcosa? Certo questo è possibile e normalmente utile.
Ma c'è un'altra cosa che potrebbe essere molto utile cambiare: la nostra "mappa cognitivo-emotiva", cioè le particolari associazioni tra idee ed emozioni, che si sono formate in noi nel corso delle nostre esperienze sin dalla nascita. Queste associazioni sono più o meno diverse da persona a persona e in certi casi possiamo dire che sono sconvenienti, malate, sbagliate al fine di una vita soddisfacente.
Per migliorare la propria mappa cognitivo-emotiva occorre prima di tutto riconoscere le associazioni "sbagliate", cosa molto difficile senza l'aiuto di uno psicoterapeuta. Ammesso che ci si riesca, ancor più difficile è modificare le associazioni stesse, cioè associare un'emozione positiva ad un'idea a cui era associata un'emozione negativa o nessuna emozione, oppure associare un'emozione negativa, o nessuna emozione, ad un'idea a cui era associata un'emozione positiva. Anche per attuare questa "rimappatura" delle associazioni emotive sbagliate l'intervento di uno psicoterapeuta può essere indispensabile.
E' l'empatia tra paziente e terapeuta che può, poco a poco, modificare la mappa cognitivo-emotiva del paziente. Infatti, in qualche modo, durante la psicoterapia, il paziente si fa influenzare, per empatia, dalla mappa cognitivo-emotiva del terapeuta, ammesso che essa sia più sana della propria.
Vedi anche Teoria della mappa cognitivo-emotiva, Struttura e funzionamento della psiche. Valenze emotive e libero arbitrio.
Quando due persone si incontrano, succedono tante cose, a livello conscio e ancor più inconscio, che determinano un certo tipo di interazione e la sua durata.
- Algoritmi inconsci classificano l'interlocutore (in amico, nemico o cosa da usare) secondo la mappa cognitivo-emotiva di ciascuno, e danno luogo ad aspettative e a supposizioni di aspettative altrui;
- bisogni, desideri e sentimenti si attivano e vengono alimentati o frustrati in base a tali aspettative;
- si determinano inibizioni e opzioni di comportamento;
- si delineano interessi comuni, interessi diversi e conflitti di interesse, si esaminano possibilità di cooperazione;
- si attivano attrazioni e repulsioni in base a percezioni estetiche e cognitive;
- si fanno calcoli economici, energetici e politici di una eventuale interazione (costi e benefici);
- si valuta la salute mentale dell'altro, le sue potenzialità e incapacità, le sue differenze rispetto alla gente comune e a se stessi;
- si constatano affinità e incompatibilità;
- ci si misura con l'altro per stabilire chi è più competitivo;
- si valutano i rischi di una interazione rispetto ai rapporti con altre persone;
- si considerano diritti, doveri, obblighi, divieti e gradi di libertà e creatività applicabili ad una eventuale interazione;
- si attivano curiosità, domande, spinte narcisiste e slanci di generosità, empatia, apatia, voglia di aiutare o di combattere, si determinano comprensioni e incomprensioni, approvazioni e disapprovazioni, un senso di comune appartenenza o di estraneità;
- si interpretano le motivazioni e intenzioni altrui;
- si immaginano scenari di possibili interazioni, ecc., e, tutto ciò considerato, si decide quali passi fare, il livello di intimità fisica accettabile da ciascuno, se e quanto avvicinarsi o allontanarsi, dare, prendere, difendersi, offendere, offrire, proporre, cosa dire e cosa non dire, cosa mostrare e cosa nascondere, cosa fingere, come manipolare l'altro a proprio vantaggio;
- si cercano temi di conversazione appropriati accettabili da ambo le parti;
- si stabiliscono i possibili ruoli e livelli gerarchici reciproci;
- si decidono i rituali da eseguire;
- nascono speranze, si consumano delusioni, si sviluppano paure ed entusiasmi, ansia e fiducia, eccitazione e noia.
Credo che ciò sia dovuto ad una combinazione di diversi possibili fattori individuali e sociali, come i seguenti:
- siamo tutti diversi (per predisposizioni ed esperienze) ma non vediamo né capiamo abbastanza le diversità umane
- viviamo in una società che scoraggia l'analisi delle differenze umane, come se fosse un'attività pericolosa, e cerca di farci credere che siamo più uguali di quanto non siamo veramente
- ognuno tende a giustificare il proprio comportamento, anche quando questo causa danni o sofferenze ad altri
- viviamo in una cultura che non favorisce la conoscenza della natura umana da un punto di vista antropologico, psicologico e sociologico, per cui capiamo poco noi stessi e ancora meno gli altri
- viviamo in una società in cui il livello generale di empatia è in continua diminuzione, col risultato che abbiamo sempre più difficoltà a intuire i sentimenti e i pensieri altrui
- uno vorrebbe dall'altro più di quanto è disposto a dargli
- ognuno vorrebbe comandare sull'altro o che si faccia quello che più gli aggrada anche se ciò non corrisponde alle preferenze altrui
- ognuno crede di dare più di quanto riceve e i conti non tornano mai
- ognuno è in qualche misura selettivo e discriminante e non trova facilmente persone che gli piacciano e a cui piaccia, e difficilmente si contenta delle persone che trova
- ognuno vede bene i difetti altrui ma non i propri
- ognuno tende ad usare il prossimo per soddisfare i propri bisogni ma non si preoccupa abbastanza di conoscere e soddisfare quelli altrui
- viviamo in una società malata dove essere normali significa essere malati, ma abbiamo paura di non essere normali perché temiamo di essere emarginati
- molte persone non si rendono conto di essere noiose e insignificanti, e non fanno nulla per migliorare e rendersi più interessanti
- alcuni, avendo da bambini avuto cattive esperienze con gli altri (compresi i genitori) si aspettano dal prossimo più dispiaceri che piaceri
- alcuni sono tanto vulnerabili e suscettibili che si sentono offesi facilmente anche quando il proprio interlocutore non dice né fa alcunché di offensivo
- la maggior parte delle persone è concentrata su se stessa, si mostra e si racconta continuamente ed usa gli altri come gratificazione o soddisfazione per ogni sorta di bisogno
- raramente c'è compatibilità tra quello che vorremmo dagli altri e quello che gli altri sono capaci di, e disposti a, darci
- molti, a causa di una certa educazione, cercano persone ideali anziché reali
- alcuni vengono scartati perché considerati "fuori mercato", cioè non al passo con i tempi, non alla moda, non abbastanza belli, chic, sani, "in", insomma, non abbastanza "normali"
- alcuni vengono scartati perché considerati non abbastanza ricchi o senza un lavoro ben retribuito e sicuro
- alcuni vengono scartati perché considerati troppo anziani o troppo bisognosi di assistenza o aiuto, o troppo giovani o immaturi
- alcuni vengono scartati perché considerati non abbastanza intelligenti, colti, brillanti, raffinati, creativi, liberi, intraprendenti, coraggiosi, attivi, vivaci, coscienziosi, maturi, onesti
- alcuni vengono scartati perché considerati troppo introversi o estroversi, superficiali o profondi, seri o allegri, di destra o di sinistra, razionali o irrazionali, duri o sentimentali, religiosi o atei, dominanti o sottomessi
- alcuni vengono scartati perché considerati non abbastanza sottomessi alla propria autorità o ai propri desideri o non abbastanza rispettosi delle proprie idee, convinzioni e credenze
- alcuni non hanno tempo né energia per stabilire o coltivare relazioni interpersonali a causa di stress da sovraccarico di lavoro o condizioni di vista difficili
- alcuni non hanno le idee chiare sul tipo di persona che desiderano o sanno cosa non vogliono ma non cosa vogliono
A mio avviso si parla troppo spesso (e a sproposito) dell’empatia come di qualcosa di assolutamente buono e desiderabile, qualcosa che molti auspicano che aumenti il più possibile in generale, come se da essa dipendesse la pace nel mondo, ovvero la comprensione e la cooperazione tra le persone.
Il vocabolario Treccani definisce l’empatia come “la capacità di comprendere lo stato d’animo e la situazione emotiva di un’altra persona, in modo immediato, prevalentemente senza ricorso alla comunicazione verbale”.
Per molti, tuttavia, empatia significa qualcosa di più, e cioè una condivisione di sentimenti, ovvero un rispecchiamento emotivo nel senso che se A è empatico rispetto a B, A tende a provare gli stessi sentimenti o le stesse emozioni di B. In effetti, quando tra due persone esiste un legame affettivo molto forte, come ad esempio tra una mamma e il suo bambino, una sofferenza di questo causa immediatamente e automaticamente una sofferenza nella mamma, e lo stesso vale per una gioia.
D’altra parte ogni umano desidera che il maggior numero possibile di altri provino i suoi stessi sentimenti, e soffre quando non riceve sufficienti dimostrazioni di empatia. Di quali sentimenti stiamo parlando? Di tutti, ovvero di attrazioni e repulsioni, paure e desideri, associati a certi oggetti, persone o idee.
L’accordo col prossimo, sia sul piano cognitivo che su quello emotivo è in effetti qualcosa di molto desiderabile in quanto necessario all’indispensabile cooperazione con gli altri.
Tuttavia non dobbiamo credere che l’empatia, intesa come rispecchiamento emotivo, sia sempre utile e piacevole. Infatti non lo è in due casi molto frequenti.
Il primo caso è quello in cui viene rispecchiata un’emozione dolorosa. In tal caso il dolore di una persona viene trasmesso alla persona empatica, la quale viene praticamente “contagiata” dal dolore. Questo contagio potrebbe alleviare il dolore della persona contagiante, ma costituisce comunque un danno per il contagiato, non solo perché questo prova un dolore, ma anche perché spesso il dolore rende meno lucidi, meno intelligenti, meno creativi e meno produttivi, quindi anche meno capaci di aiutare il sofferente a trovare una soluzione che allevi le sue sofferenze. Basta pensare a i danni che può fare un medico troppo empatico verso un paziente molto sofferente che sta curando.
Il secondo caso è quello in cui il sentimento rispecchiato è morboso, antisociale o immorale, come l’odio ingiustificato o ingiusto. Basti pensare all’empatia di cui Adolf Hitler godeva da parte della maggior parte del popolo tedesco durante la sua attività politica. La storia sarebbe stata meno tragica se il popolo tedesco fosse stato meno empatico verso Hitler e verso i filonazisti. L’empatia è un fattore di conformismo, nel bene e nel male, e in certi casi può costituire un ostacolo al progresso civile.
Per concludere, è importante distinguere l’empatia come interpretazione dei sentimenti altrui (senza necessariamente condividerli) dalla condivisione, o rispecchiamento, dei sentimenti interpretati.
Nel primo significato l’empatia è molto utile, e raccomandabile, come mezzo di conoscenza del prossimo, della natura umana e delle situazioni sociali in cui ci si trova, per cui possiamo gestire le situazioni stesse con il “tatto” opportuno.
Nel secondo significato l’empatia potrebbe essere dannosa in quanto invalidante o in quanto fattore di imitazione del comportamento altrui anche quando esso è deprecabile.
In ogni caso occorre considerare che l’empatia è un meccanismo automatico e involontario. Pertanto se ci rendiamo conto che stiamo involontariamente entrando in risonanza con i sentimenti di una persona, è bene chiederci se quei sentimenti sono sani o malsani, e se rispecchiarli non comporti un danno per noi o per la stessa persona che ci ha “contagiato” emotivamente.
La vita è fatta essenzialmente di automatismi, cioè di risposte predefinite a stimoli provenienti dall'esterno o dall'interno dell'organismo. Questo è vero anche per gli esseri umani.
Questa verità è per noi umani difficile da accettare e, per non impazzire o morire di angoscia, preferiamo pensare che la nostra vita dipenda almeno in parte dalla nostra volontà e coscienza. Tuttavia, ammesso che il libero arbitrio esista, esso consiste nella possibilità di modificare parzialmente i nostri automatismi, non di disattivarli. L'eventuale disattivazione non può essere che momentanea.
In che misura possiamo cambiare i nostri automatismi? Vogliamo cambiarli? Perché e come dovremmo cambiarli? È pericoloso farlo? Abbiamo il diritto di cambiarli? Abbiamo il dovere di farlo? Come reagirebbero gli altri ai nostri cambiamenti? È umano o disumano cambiare i propri automatismi?
Gli automatismi sono utili alla conservazione della vita e hanno dimostrato la loro efficacia nel passato di ognuno. Essi si sono formati in modo automatico e cambiano in modo automatico, cioè spontaneamente. Cambiarli in modo volontario non solo è difficile, ma comporta il rischio che i nuovi automatismi siano meno efficaci dei precedenti per la conservazione della vita. È quindi sano aver paura di cambiare, perché cambiare, imparare, significa alterare i propri automatismi senza alcuna garanzia di migliorare il proprio stato e col rischio di peggiorarlo, data l'estrema complessità del comportamento umano e della vita sociale.
Ogni comportamento è sostanzialmente automatico, specialmente quando è tipico, caratteristico, ripetitivo. Lo stile di una persona è dovuto essenzialmente ad automatismi. Cioè a regole, algoritmi che impongono certi risultati in funzione di certi input. Un Picasso si riconosce da un Klee perché le loro opere sono state prodotte da due diversi stili, cioè automatismi. Ogni essere umano ha i suoi automatismi unici. Gli automatismi possono cambiare nel corso della vita, ma restano automatismi. Senza automatismi la vita non potrebbe continuare. Il DNA è parte fondamentale di molti automatismi. Tutto l'universo è il risultato di automatismi. Le leggi della fisica sono definizioni di automatismi. Due più due fa "automaticamente" quattro. Due corpi si attraggono "automaticamente" per effetto della legge di gravitazione universale. Se certi elementi o organismi sono messi insieme, si produrrà automaticamente un certo risultato teoricamentte prevedibile.
Perfino il pensiero è automatico.
Io sono automatico, come lo sono tutti gli altri umani, e gli animali e i vegetali, i minerali gli oggetti e le macchine. Come i computer. Tutte le cose del mondo sono automatiche. Cambiano solo le leggi che li regolano.
Siamo tutti fatti di hardware (hw) e software (sw). I sw dei diversi individui interagiscono automaticamente in vari modi, più o meno cooperativi, normativi e violenti. I risultati dell'interazione tra i sw di due individui qualsiasi dipendono dalle caratteristiche dei sw stessi, cioè dai rispettivi algoritmi.
Il sw di una persona può anche interagire con cose non viventi, naturali e artificiali (per esempio opere d'arte, spettacoli o risorse di vario tipo), tuttavia l'interazione non è mai avulsa dall'interazione passata, presente o futura con il sw di altri esseri umani, in quanto questi potranno giudicare quell'interazione e agire in funzione di quel giudizio.
L'interazione tra due sw umani è molto complessa perché comprende regole che riguardano anche l'interazione stessa e quella con altre persone o cose. Per esempio, l'interazione tra me e x può influenzare quella tra me e y.
Quando due persone interagiscono, in realtà sono i loro sw che interagiscono (automaticamente), secondo i rispettivi algoritmi.
La grande differenza tra il mio sw e quelli altrui è che nel mio c'è la consapevolezza del sw stesso e dei suoi automatismi, ma questa è del tutto assente nella maggior parte degli altri sw. Per questo motivo, se voglio interagire con gli altri, devo nascondere questa mia particolarità, che non sarebbe compresa e creerebbe turbamento o ostilità.
La mia consapevolezza del sw tende ad inibire i miei neuroni specchio e di conseguenza tende a limitare la mia empatia verso le persone meno consapevoli della propria natura, e questo mi crea problemi nelle interazioni con gli altri.
Le notizie che i giornali ci danno ogni giorno sul flusso e le sofferenze dei rifugiati che arrivano in Europa da paesi in guerra o in condizioni di difficile sopravvivenza, e le reazioni del pubblico espresse nei social network, mi fanno riflettere sulle motivazioni del comportamento della gente comune e delle autorità su questo tema. e su come il problema dovrebbe essere affrontato, cioè in modo pragmatico piuttosto che emotivo.
Le reazioni del pubblico variano in uno spettro agli estremi del quale troviamo da una parte quelli che gridano allo scandalo e si indignano per l'assenza di umanità o empatia da parte di chi non fa abbastanza per accogliere i migranti in condizioni di sicurezza, igiene e confort. Dall'altra quelli che non vogliono avere migranti nei loro comuni e si indignano perché le autorità spendono soldi per sostenere i migranti con vitto, alloggio e cure mediche mentre tanti connazionali non hanno una casa né un lavoro. Al centro dello spettro troviamo gli indifferenti, che pensano che la questione non li riguardi o che il problema non sia rilevante.
Per quanto riguarda i pubblici poteri e i partiti politici, questi sono quasi paralizzati nel timore di scontentare il loro elettorato con una politica troppo favorevole o troppo ostile nei confronti degli immigrati. A livello di Unione Europea prevale la confusione e l'inazione, per gli stessi motivi.
Per quanto mi riguarda, io credo che il problema sia dovuto al fatto che l'empatia ha dei confini geografici. Infatti sappiamo da tanti anni che un terzo della popolazione del pianeta è sottoalimentata e che ogni giorno migliaia di persone, in tutto il mondo, muoiono a causa della fame e delle guerre, ma finché queste persone sventurate soffrono e muoio a casa loro, la cosa non ci turba più di tanto.
Tuttavia, appena quei disperati varcano i confini dell'Europa, essi entrano immediatamente nella nostra zona mentale affettiva, sia in termini di empatia (soprattutto per le persone di sinistra) sia di paura (soprattutto per quelle di destra).
A ciò si aggiunge il fatto che, più e meglio i rifugiati vengono accolti, più aumenta (in modo esponenziale) il loro flusso, e maggiore è la spesa per accoglierli, e peggiori le conseguenze dal punto di vista dell'integrazione e della concorrenza lavorativa. Infatti, paradossalmente, l'aumento continuo del flusso di rifugiati è dovuto proprio al miglioramento della loro accoglienza da parte di governi e organizzazioni umanitarie, così come l'aumento della popolazione mondiale è anche dovuto ad un miglioramento della medicina, la quale, se guarisce le persone, non è però in grado di sfamarle o di trovare loro un lavoro. E così il numero di affamati e disoccupati su scala planetaria non diminuisce.
Occorre anche dire che non più di un secolo fa, quasi tutti i paesi europei, senza obiezioni da parte della propria popolazione né delle rispettive comunità religiose, si sono sentite in diritto di occupare, colonizzare e sfruttare altri paesi senza chiedere il loro permesso. Infatti alcuni dicono che quello che oggi sta succedendo con i migranti sia una "vendetta della storia".
Detto questo, cosa propongo?
Prima di tutto una diffusione e discussione delle considerazioni che ho esposto qui sopra, affinché la gente si renda conto che il problema è molto più complicato di come lo vede e che, a volte, "il medico pietoso fa la piaga puzzolente".
Secondo, che coloro che sono per l'accoglienza dei rifugiati paghino una speciale tassa per finanziare le strutture di accoglienza. Così come avviene in Germania dove chi si dichiara appartenente ad una particolare chiesa paga tasse speciali che gli altri non pagano, e che servono a sostenere le chiese stesse.
Terzo, che l'Unione Europea adotti una comune legge per stabilire quote e criteri di ammissione e distribuzione dei rifugiati e un compenso per i comuni che li accolgono (finanziato dalle tasse dei pro-accoglienza).
Quarto, che le persone che non hanno i requisiti per restare in Europa vengano immediatamente arrestate e riportate forzatamente nei paesi di provenienza, anche contro la loro volontà, senza possibilità di appello all'autorità giudiziaria, a cura di uno speciale corpo di polizia paneuropeo.
Altrimenti prepariamoci a una immigrazione di massa e incontrollata, con conseguenze disumane sia per i migranti (ma sempre meglio che morire di stenti a casa loro) che per le popolazioni autoctone.
Io suppongo che nel nostro cervello ci sia una mappa del piacere e del dolore, delle cognizioni e delle relazioni logiche, che io chiamo "mappa cognitivo-emotiva", che si è sviluppata nel corso della nostra vita per effetto delle interazioni avute con altri umani e con l'ambiente, le quali ci hanno procurato una certa quantità di piacere o dolore.
In questa mappa sono configurati elementi come persone, oggetti, luoghi, ricordi, immagini, idee, concetti, simboli, segnali, nomi, situazioni, opinioni, metodi, attività, principi filosofici, cognizioni, problemi, conflitti, norme, soluzioni, decisioni, obiettivi, strategie ecc.
Ogni elemento presente nella mappa ha una carica emotiva di piacere o dolore; costituisce, cioè, una promessa, anticipazione, aspettativa o minaccia di piacere o di dolore.
Gli elementi della mappa sono interconnessi da relazioni logiche (oltre che fisiche a livello neurale) di causa-effetto, analogia o appartenenza. La struttura della mappa è a forma di rete non gerarchica, come il worldwide web di Internet, in cui ogni elemento è potenzialmente collegato con qualunque altro.
Il piacere e il dolore sono direttamente collegati al grado di soddisfazione dei bisogni del soggetto, nel senso che la soddisfazione di questi è accompagnata da piacere, e l'insoddisfazione da dolore. Così come esistono bisogni primari (cioè innati), secondari o indotti, anche i piaceri e i dolori possono essere distinti in primari, secondari e indotti.
Ognuno vive, si comporta e si orienta consciamente o inconsciamente utilizzando la propria mappa cognitivo-emotiva, cercando di ottenere il massimo piacere e il minimo dolore, il che corrisponde alla massima soddisfazione dei propri bisogni.
L'anticipazione, o aspettativa, del piacere è essa stessa piacevole, così come dolorosa è l'anticipazione o aspettativa del dolore.
Emozioni come l'attrazione e la paura sono direttamente collegate all'anticipazione del piacere e del dolore.
Piacere e dolore sono determinanti nel giudizio estetico. infatti, la bellezza è piacevole in quanto costituisce una promessa o anticipazione di piacere, così come la bruttezza è spiacevole in quando costituisce una promessa o anticipazione di dolore.
Piacere e dolore sono determinanti anche nell'umorismo, che è basato sull'ambiguità della carica emotiva di una certa situazione, che si risolve in un brusco passaggio da una percezione preoccupante, cioè potenzialmente dolorosa, ad una totalmente rassicurante e quindi piacevole, della situazione stessa.
Grazie all'empatia, ognuno è più o meno capace di intuire la mappa cognitivo-emotiva delle persone con cui è in contatto e di comportarsi in modo da rispettare o soddisfare in una certa misura anche i bisogni altrui. Questo è importante ai fini della convivenza, della cooperazione e della solidarietà.
L'evocazione (cioè il pensiero, il ricordo o l'immaginazione) di un elemento di una mappa può procurare un'anticipazione del piacere o dolore ad essa associato. Possiamo in tal caso parlare di emozione, piacere e dolore "evocati". Dato che il piacere e il dolore evocati sono comunque emozioni reali, la psiche tende inconsciamente a rievocare gli elementi piacevoli della mappa e ad evitare, dimenticare o disattendere (cioè non "attenzionare") quelli dolorosi.
Alcune zone di una mappa cognitivo-emotiva possono essere stabilmente nascoste, cioè "rimosse" dalla coscienza, se hanno una carica emotiva dolorosa oltre un certo limite e/o sono cognitivamente dissonanti, incoerenti, conflittuali o incompatibili rispetto al resto della mappa.
Possiamo dire che la mappa cognitivo-emotiva di una persona nevrotica sia "sbagliata" in quanto non funzionale alla soddisfazione dei suoi bisogni primari (anche se potrebbe soddisfare quelli secondari o indotti) e che dovrebbe essere corretta per consentire la guarigione dalla nevrosi stessa.
Per correggere la mappa può essere utile una psicoterapia accompagnata da nuove interazioni sociali reali (eventualmente precedute da interazioni preparatorie virtuali) atte a modificare le cariche emotive degli elementi della mappa. La correzione consiste nell'associare piacere ad un elemento a cui era associato dolore, o viceversa, oppure aumentare o diminuire la quantità di piacere o dolore associata ad un elemento, oppure associare piacere o dolore ad un elemento emotivamente neutro, o aggiungere alla mappa nuovi elementi dotati di una certa carica emotiva.
Per "nuove interazioni sociali" intendo interazioni con persone sia nuove sia abituali, purché effettuate con modalità nuove, cioè con intenzioni, cariche emotive, valutazioni e giudizi diversi da quelli abituali.
Per concludere, possiamo considerare le interazioni tra esseri umani come interazioni tra le rispettive mappe emotive, che possono essere più o meno diverse a seconda del temperamento, dell'educazione e delle esperienze avute. Sono proprio tali mappe emotive che determinano il reciproco comportamento, specialmente per quanto riguarda la reciproca accettazione, approvazione, disapprovazione, attrazione, repulsione e la formazione di gruppi di appartenenza (vedi figura).
Vedi anche Struttura e funzionamento della psiche. Valenze emotive e libero arbitrio, La bellezza, la bruttezza, il bene, il male, Cambiare la propria mappa cognitivo-emotiva, I continenti del mondo emotivo.
Il vangelo cristiano giunto fino a noi (inteso come il Nuovo Testamento della Bibbia) è, a mio avviso, incompatibile con la modernità. La sua “buona novella” (questa è l’etimologia di "vangelo") non è più buona, ammesso che lo sia mai stata.
Per affrontare le sfide del nostro tempo e per evitare il rischio di una catastrofica estinzione della nostra specie a causa dello sfruttamento incontrollato e dell’inquinamento del pianeta, abbiamo bisogno di sostituire il vangelo cristiano con un nuovo testo adatto alla nostra epoca. Dovrebbe essere un libro di 200-300 pagine che delinei le cose più importanti per il nostro benessere psico-fisico individuale e per la convivenza civile pacifica, risultanti dalle scoperte scientifiche e dalle riflessioni umanistiche più recenti.
Abbiamo bisogno di questo nuovo vangelo per condividere su scala mondiale (tra miliardi di persone) le nozioni essenziali utili per una sana interazione tra esseri umani, e per ridurre le cause che la ostacolano, tra cui la competizione sfrenata, il conformismo acritico e la mancanza di empatia verso i meno fortunati.
A mio avviso il vangelo cristiano ha vari difetti che lo rendono anacronistico e impraticabile, tra cui i seguenti.
- Fa continuamente riferimento al Dio dell’Antico testamento come autorità suprema e assoluta che premia e castiga gli umani in funzione di una cieca sottomissione al suo volere. Questi riferimenti sviliscono l'uomo riducendolo a schiavo di un indiscutibile volere altrui, sono incompatibili con l’ateismo e l’agnosticismo sempre più diffusi, e rendono di conseguenza il testo evangelico non credibile razionalmente.
- Non sostituisce l’Antico testamento (pieno di atrocità e assurdità commesse o volute da Dio), ma lo completa, e in tal senso lo conferma e lo convalida.
- Propone un’etica non realistica, praticabile solo da “santi”, non da persone comuni. Amare il prossimo come se stessi, porgere l’altra guancia in caso di offesa, rinunciare ad ogni ricchezza, ecc. sono precetti fondamentali della dottrina evangelica, che però quasi nessuno dei sedicenti cristiani pratica, determinando una discrepanza incolmabile, strutturale, tra credenza religiosa e comportamento effettivo verso il prossimo, che dà luogo ad un senso di colpa sistematico o ad una cecità alle incoerenze.
- Sminuisce l’importanza della felicità terrena (fino al disprezzo di essa) a favore di quella presunta ultraterrena. Elogia e glorifica i perdenti e i sofferenti promettendo loro una ricompensa dopo la morte. Dice che “gli ultimi saranno i primi”, ma non in questa vita. Una promessa che non vale nulla per chi non crede in una vita dopo la morte, né nell’esistenza di un Dio giudicante.
- Non giustifica la necessità di rispettare il prossimo e di solidarizzare con esso se non per imposizione divina. Infatti, per il Vangelo dovremmo essere altruisti solo perché Dio ce lo chiede, per cui chi non crede in Dio non avrebbe alcun motivo per amare il prossimo. Gli altri, in tal senso, non avrebbero alcun valore in quanto esseri umani (simili ed empatici gli uni verso gli altri), ma solo in quanto creature (e quindi proprietà) di Dio.
- Non tollera chi non accetta il messaggio cristiano o non rispetta la legge divina. Infatti Gesù si adira contro gli empi e dice che “chi non è con me è contro di me”. Una frase tutt'altro che pacifista, che suona come una sfida e una minaccia di punizione nei confronti dei non credenti. Tale atteggiamento polarizza la società dividendola in due schieramenti (credenti contro non credenti) in lotta tra loro senza possibili compromessi né reciproca accettazione. Infatti, in nome del vangelo (in quanto emblema del cristianesimo) sono stati commessi innumerevoli crimini e genocidi ad opera o per ordine delle autorità cristiane.
- Fa leva sui miracoli per convincere i lettori della natura divina di Gesù, rendendo l'intero testo non credibile agli occhi di chi non crede nei miracoli stessi.
- Impone di credere acriticamente alle affermazioni di Gesù presentandole come verità assolute, indiscutibili e sufficienti per piacere a Dio.
- Narra del sacrificio umano volontario (in pratica un suicidio) commesso da Gesù in onore di Dio, per placare la sua ira, non essendo stati sufficienti i sacrifici animali e i riti a lui dedicati per convincerlo a riaprire le porte del Paradiso. Questo fatto, che costituisce il nucleo fondante del cristianesimo, ci mostra Dio come un essere sadico, irascibile e vendicativo. Infatti, secondo la dottrina cristiana, Gesù (l'agnello sacrificale di Dio), nel suo ruolo di “salvatore” e di “redentore”, ci ha salvati dall’ira del Padre e ci ha redenti dal peccato originale che il Padre stesso ha addebitato all'umanità. Si tratta di un peccato commesso ingenuamente da Adamo ed Eva, non di peccati commessi dai loro discendenti. L’idea di un Dio che si compiace di sacrifici (animali e umani), e che punisce in modo sproporzionato (infinito) rispetto alla colpa, è incompatibile con qualsiasi etica.
- Non ha alcun senso dell'umorismo e presenta una visione apocalittica e terrificante del futuro per i non credenti.
- La figura di Cristo costituisce pertanto un modello impossibile da imitare, se non in modo illusorio o schizofrenico.
Nessuno dei difetti sopra elencati deve trovarsi nel nuovo vangelo, i cui requisiti possono essere riassunti come segue.
- Deve proporre principi morali senza fare riferimento ad agenti soprannaturali né esoterici (per questo lo chiamo vangelo ateo e umanista), ma deve basarsi su fatti naturali descritti dalla biologia e dalle scienze umane e sociali. Esempi di principi morali in tal senso si trovano in questo articolo.
- Deve porsi come obiettivo la minore sofferenza e la maggiore gioia possibili per l’intera umanità, in questa vita.
- Deve partire dallo studio dei bisogni umani e delle cause che ne ostacolano la soddisfazione.
- Deve divulgare idee (sulla vita in generale e sulla natura umana in particolare) che tutti possano comprendere, e deve raccomandare comportamenti virtuosi che tutti possano praticare senza eccessive difficoltà. In altre parole, non deve essere elitario, ma popolare, cioè deve essere comprensibile da chiunque possieda un'istruzione media.
- Non deve avere la presunzione di affermare verità assolute, ma la consapevolezza di offrire conoscenze suscettibili di essere migliorate e corrette. A tale scopo, per non assumere un tono troppo grave e arrogante, e per non incutere soggezione, deve includere un giusta dose di ottimismo, di poesia e di umorismo.
- Non deve essere contraddittorio, né arbitrario, né soggettivo. A tale scopo deve essere scritto da una commissione ben coordinata di “evangelisti” laici di larghe vedute.
Invito chi è interessato a contribuire alla redazione (o anche solo alla revisione) del nuovo vangelo, a contattarmi.
La valutazione delle differenze umane è un tema, spinoso, pericoloso, praticamente tabù. Tuttavia è una faccenda estremamente importante da molti punti di vista: psicologico, psicopatologico, psicosociologico, antropologico, politico, giuridico, etico, morale ecc.. Per questo ho deciso di indagarla.
Cominciamo col termine “valutare”. Dato che stiamo parlando di differenze umane, per valutare intendiamo l’attribuire un valore ad un individuo in un certo ambito, in modo comparato rispetto al valore attribuito ad un altro (o al valore medio attribuito ad un insieme di altri), dando per scontato che non tutti gli individui hanno identico valore nell’ambito considerato, altrimenti la valutazione non avrebbe alcun senso né utilità. In generale, “valutare” è sinonimo di “giudicare”, anche se il secondo termine è più usato nelle valutazioni di tipo morale, per cui si può dire che giudicare equivale a valutare moralmente.
Così come due esseri umani, messi l’uno di fronte all’altro, non possono non comunicare (anche il silenzio è un messaggio), analogamente essi non possono fare a meno di valutarsi reciprocamente e di autovalutarsi. Le valutazioni sono normalmente più inconsce che consce. Possiamo riferirci alla valutazione inconscia col termine di “percezione”.
Cerchiamo ora di identificare i possibili ambiti delle valutazioni. E’ difficile perché non esistono ambiti “standard” comunemente riconosciuti e accettati.
Gli ambiti più importanti che vengono considerati nella valutazione di un essere umano sono, secondo me, i seguenti:
- intellettuale (intelligenza, capacità di analisi e sintesi di situazioni e fenomeni complessi, capacità critica, capacità di risolvere problemi, di seguire e capire idee altrui, capacità di comunicare, di concepire nuove idee, di prevedere il futuro, creatività)
- morale (rispetto per il prossimo e i beni comuni, giustizia, non violenza, generosità, solidarietà, altruismo, lealtà, sincerità, mantenimento degli impegni presi, onestà, legalità ecc.)
- competitivo (capacità di superare, vincere gli altri, proteggersi e difendersi dagli altri)
- temperamentale / sentimentale (empatia, introversione, estroversione, passionalità, flemmaticità, erotismo, sensualità, senso dell’umorismo, pavidità, coraggio, allegria, malinconia ecc.)
- estetico (bellezza, eleganza, attrattività, fascino, bruttezza, ripugnanza)
- medico (salute fisica e mentale, resistenza alle malattie, robustezza, fragilità, vitalità)
- pragmatico individuale (capacità di risolvere i propri problemi,, di soddisfare i propri bisogni, di guadagnare denaro)
- pragmatico sociale (utilità sociale, capacità di risolvere i problemi altrui, di soddisfare i bisogni altrui, di aiutare gli altri, di guidare gli altri nel perseguire con successo interessi comuni)
E’ facile valutare, anche senza misurarla con uno strumento, la statura fisica di un individuo e dire, ad esempio, che A è più alto di B. Ma se parliamo di differenze in ambito intellettuale, morale, psicologico, psicosociologico ecc. le cose si complicano e diventano pericolose al punto tale che la maggior parte della gente preferisce astenersi dal valutare, tranne in casi eclatanti o di particolare coinvolgimento, come quando ci si ritiene vittime di ingiustizie.
La valutazione di un individuo (in un certo ambito) da parte di un altro comporta una serie di problematiche come le seguenti
- è praticamente impossibile evitare di confrontare (consciamente o inconsciamente) la valutazione dell’altro con la propria autovalutazione, ragion per cui ogni valutazione comporta l’affermazione di una superiorità, inferiorità o uguaglianza del valutatore rispetto al valutato
- è raro che due persone siano perfettamente uguali in un certo ambito di valutazione, per cui, prendendo a caso due individui, normalmente uno risulterà superiore all’altro nell’ambito considerato in una certa misura (soggettiva o oggettiva)
- nel caso in cui il valutatore si valuti inferiore rispetto al valutato, si pongono problemi come i seguenti:
- se la valutazione è coerente (cioè complementare) con quella che il valutato fa di se stesso, si determina un rapporto pacifico in cui la persona inferiore riconosce la superiorità dell’altro (riconoscimento che l’altro accetta) con le conseguenze del caso, come ad esempio l’accettazione di una posizione gerarchica inferiore o di un rapporto allievo verso maestro, da parte della persona che si considera inferiore
- se invece ognuno si sente inferiore all’altro (caso piuttosto raro) allora si può creare una situazione di stallo in cui ognuno si aspetta che sia l’altro ad assumere un ruolo guida e di maggiore responsabilità nelle attività collaborative, e tenterà di dare all’altro la responsabilità di eventuali di errori o insuccessi
- nel caso, invece, in cui il valutatore si valuti superiore rispetto al valutato, si pongono problemi come i seguenti:
- se la valutazione è coerente (cioè complementare) con quella che il valutato fa di se stesso, vale quanto detto sopra nel caso corrispondente.
- se invece ognuno si sente superiore all’altro (caso piuttosto frequente) allora si può creare una situazione di conflitto in cui ognuno cerca di dimostrare il suo valore non riconosciuto dall’altro e di raggiungere posizioni gerarchiche più alte in virtù della sua presunta superiorità
Da un punto di vista dinamico, si possono ipotizzare due orientamenti opposti:
- l’accettazione del proprio valore così come esso viene autovalutato o valutato dagli altri
- il bisogno o desiderio di migliorare il proprio valore per ottenere vantaggi di vario tipo; parleremo in questo caso di bisogno di compensazione
Il bisogno di compensare una valutazione ricevuta, o autovalutazione, ritenuta scarsa rispetto alle proprie ambizioni, può interessare sia l’ambito in cui viene determinata la scarsità di valore, sia, nel caso in cui si ritiene impossibile un miglioramento in tale ambito, altri ambiti in cui il miglioramento è relativamente più facile. Per esempio, se io ritengo di non poter aumentare il mio valore nelle discipline sportive perché il mio fisico non me lo consente, potrei dedicarmi alla coltivazione di discipline intellettuali, dove sono più dotato, e lì potrei eccellere sempre di più anche se già mi trovo ad un livello abbastanza alto. Questo fenomeno può spiegare l’accanimento di certe persone nel coltivare certe discipline o a perseguire “missioni” di utilità sociale; in altre parole queste persone spesso si comportano così non per un genuino bisogno di superare se stessi, ma per compensare sentimenti di inferiorità incolmabili in altri ambiti, ed essere, in fin dei conti, più competitivi in senso lato.
Esprimere valutazioni su aspetti “umani” di persone o categorie di persone, o autovalutazioni, è sempre pericoloso perché chi ascolta le valutazioni non può fare a meno di chiedersi quale sia il proprio valore nell’ambito considerato, anche se la valutazione non lo riguarda direttamente. Intendo dire che, direttamente o indirettamente, ognuno si sente coinvolto nella valutazione di qualsiasi altro essere umano. In altre parole, se A valuta B in un certo modo (positivo o negativo), C non può fare a meno di chiedersi quanto sia simile a B, e se riscontra qualche somiglianza, proietterà su se stesso la valutazione che A ha fatto di B, e reagirà come se A avesse valutato C invece di B. Per questo motivo, volendo essere “politicamente corretti” non si dovrebbe mai giudicare nessuno, né positivamente né negativamente. Infatti anche un giudizio positivo di A verso B potrebbe essere “preso male” da C se questo si sente carente, rispetto a B nell’ambito della valutazione.
Ma essere “politcamente corretti”, se può essere utile per evitare di offendere qualcuno, non aiuta la società a progredire, anzi, rischia di impoverirla moralmente. Perché la moralità di una società dipende moltissimo dai giudizi morali di cui i suoi membri sono oggetto e/o soggetto, e, in assenza di giudizi morali, verrebbe a mancare una fondamentale motivazione a comportarsi eticamente.
Parlando di autovalutazioni, non possiamo fare a meno di ricordare che la mente umana è “normalmente” vittima di autoinganni e illusioni, a causa del meccanismo incoscio che cerca di allontanare dalla coscienza tutto ciò che può essere doloroso o sgradevole per il soggetto, come ad esempio una autovalutazione negativa, soprattuto in ambito morale. Questo fa sì che normalmente le persone si sopravvalutino, cosa più evidente nelle personalità narcisistiche.
D’altra parte certe religioni (tra cui il cristianesimo) tendono a inculcare nei loro adepti un autodisprezzo (come nel caso del mito del peccato originale) e questo può portare a sottovalutazioni ingiustificate quanto dannose, che colpiscono soprattutto le persone più sensibili e ingenue.
Per concludere, io credo che i rapporti umani migliorerebbero se la valutazione delle differenze umane venisse affrontata in modo aperto, razionale e demistificato, superando la sindrome del “politicamente corretto” e fosse oggetto di metacomunicazione e ricerche scientifiche psicosociologiche.