L'evoluzione delle specie non è finalistica, ma casuale.
Creatività ed evoluzione dipendono da errori di riproduzione.
Nell'evoluzione dalla bestia all'Uomo c'è chi vorrebbe andare avanti, chi vorrebbe fermarsi e chi vorrebbe tornare indietro.
Se l'evoluzione ha reso l'uomo sensibile alla bellezza forse essa comporta un vantaggio adattivo per la nostra specie.
E' meglio non essere più intelligenti del necessario. L'intelligenza non deve essere fine a se stessa, ma aiutarci a soddisfare i nostri bisogni.
La gallina è un esempio di come l'evoluzione (con o senza l'intervento umano) possa comportare una perdita di abilità (in tal caso quella di volare).
L'evoluzione è il prodotto di una combinazione di competizione e selezione. Non è possibile un'evoluzione senza competizione e/o selezione, naturale o artificiale.
A cosa serve il dolore? A educare. È il modo in cui la natura, ovvero lo spirito della specie, costringe i propri funzionari a fare il loro dovere (scritto nei propri geni) punendoli quando non lo fanno.
L'altruismo di un essere umano è utile alla sua specie e allo stesso individuo. Infatti se l'uomo smettesse di essere altruista (almeno in una certa misura) la specie umana si estinguerebbe dopo grandi sofferenze per i singoli individui.
Siamo tutti figli e servi dello stesso padrone: la logica della specie. Col piacere e col dolore ci usa per riprodursi e, finito il nostro gioco più o meno creativo e più o meno felice, di noi non resta che qualche idea per qualcun altro.
Dato che siamo geneticamente uguali ai nostri antenati di 20000 anni fa, si può affermare che i nostri bisogni innati siano gli stessi dell'uomo di allora, e che tutti gli altri bisogni dell'uomo odierno siano indotti dalla cultura in cui vive.
Riguardo alla “volontà”, per non cadere nell'errore prospettico antropocentrico dobbiamo pensare alla natura com’era prima dell'avvento dell'uomo, e ancora prima dell'avvento dei mammiferi, cioè quando è nata la prima forma di vita sulla Terra. Dov'era allora la volontà? Per me già esisteva e consisteva nel bisogno del gene, di riprodursi.
Una cosa si qualifica come perfetta se segue certi principi o certe regole senza eccezioni. Imperfetta se ammette alcune eccezioni. Ci sono persone che cercano la perfezione e non si accontano di cose imperfette. Io credo che questa attitudine non sia sana. La natura è imperfetta, ed è grazie ad imperfezioni che evolve. Lo stesso vale per la società e per l'individuo.
Suppongo che la mente serva a stabilire in quale misura una certa cosa (oggetto, persona, azione, idea, evento, opzione, luogo, posizione ecc.) possa soddisfare o frustrare i bisogni del corpo a cui appartiene, e ad imparare ad accrescere e a migliorare tale capacità. Infatti, ritengo che la mente sia un organo del corpo sviluppatosi nel corso dell'evoluzione per favorire e facilitare la salute e la riproduzione del corpo stesso.
Vorrei essere l'araldo di una nuova filosofia/religione agnostica, logica, antropologica, psicologica, ecologica, cibernetica, sistemica, etica, sentimentale, umanista, genetica, evolutiva, eclettica, olistica, relazionale, comunitaria, transdisciplinare, ispirata al pensiero di Gregory Bateson, Edgar Morin, Yuval Harari ed altri scienziati-filosofi che hanno proposto nuovi paradigmi di comprensione della natura in generale e di quella umana in particolare.
La mia modesta opinione: qualche miliardo di anni fa, quando è nata la prima forma di vita sulla terra, qual'era il fine di quegli esseri monocellulari? Secondo me solo quello di riprodursi, con varie strategie di riproduzione e trasformazione (questo è il senso dell'evoluzionismo darwiniano). Quando è nata la specie homo sapiens, il fine non è cambiato. Altri fini si sono aggiunti, ma come mezzi per raggiungere meglio il fine primario. Ogni fine è un mezzo per raggiungere un fine di ordine superiore.
La credenza nella reincarnazione è, a mio parere, incompatibile con l'evoluzionismo, per il quale la vita è iniziata con un unico organismo molto semplice che si è riprodotto e moltiplicato diventando sempre più complesso. La reincarnazione, invece, per quanto ne so, non ammette che una singola vita possa reincarnarsi in più d'una, e suppone che il numero totale di esseri viventi resti costante nel tempo. La reincarnazione non spiega nemmeno come si sia formata la vita in un mondo che ne era privo, alcuni miliardi di anni fa.
La natura non ama i cambiamenti rapidi di una intera specie, perché potrebbero portare all'estinzione della stessa. La natura, infatti, fa in modo che in una specie solo alcuni rari individui subiscano mutazioni genetiche, come se fossero esperimenti che, se falliscono, non pregiudicano la conservazione della specie stessa, mentre, se hanno successo, possono dar luogo ad una lenta evoluzione positiva. Per un motivo analogo, la natura fa in modo che in una popolazione umana solo una piccola minoranza di persone siano creative e desiderose di cambiare la società, mentre la massa resta conformista e conservatrice.
Geneticamente l'uomo di oggi è praticamente identico a quello di 10000 ani fa. I cambiamenti che ci sono stati nella sua evoluzione sono quasi esclusivamente culturali. L'uomo è diverso dagli altri animali soprattutto perché è il solo a poter usare la cultura. Questa comporta, tra l'altro, il credere in narrazioni inventate e tramandate, cosa che nessun altro animale è capace di fare. Ecco cosa è importante capire quando si confronta l'uomo con gli altri animali. Se l'uomo non usasse la cultura sarebbe una specie di scimmia. Se ad un bambino non insegni nulla, nemmeno a parlare, quello cresce come una bestia, non lo distingui da una bestia.
Secondo me, un fine è una strategia per soddisfare un bisogno. In altre parole, prima viene il bisogno e poi il fine, e il secondo è un mezzo per soddisfare il primo. Il fine si traduce poi in uno o più bisogni di ordine inferiore rispetto al precedente, i quali danno luogo ad altrettanti fini.
Ogni fine costituisce quindi un mezzo per raggiungere uno o più fini di ordine superiore ovvero per soddisfare uno o più bisogni di ordine superiore rispetto a quello associato al fine stesso.
Il bisogno (e il conseguente fine) di ordine più alto, il primo in ordine filogenetico, è il bisogno di riprodursi che hanno i geni di ogni specie.
Per centinaia di migliaia di anni l’homo sapiens ha conosciuto un‘unica lingua, un’unica religione, un’unica filosofia, un unico modo di procurarsi il cibo, un’unica forma di governo e ha pensato in modo semplice. Il progresso tecnico degli ultimi quattromila anni, specialmente negli ultimi quattro secoli, ha reso la società e la vita così complesse che non possiamo più permetterci di pensare in modo semplice. Tuttavia il nostro cervello è rimasto fisicamente quello di migliaia di anni fa, poco adatto a gestire la complessità e vari livelli di astrazione e di metapensiero. Lo stesso vale per le culture e la conoscenza della natura umana che sono ancora molto arretrate rispetto alle attuali possibilità tecniche e alle conoscenze scientifiche di cui disponiamo.
Lo stato e le forme attuali della vita non sono il risultato di un disegno intelligente, ma dell'evoluzione, la quale è basata su mutazioni genetiche casuali e sulla selezione naturale. Se ci fosse stato un "disegnatore intelligente", non ci sarebbe stato bisogno dell'evoluzione: il mondo sarebbe stato creato sin dall'inizio così com'è oggi, né ci sarebbe bisogno di una futura evoluzione delle specie viventi.
Se vogliamo credere in un creatore intelligente, dobbiamo ammettere che la sua intelligenza si sia limitata a disegnare i meccanismi dell'evoluzione, ovvero delle mutazioni casuali.
Sarebbe infatti assurdo pensare, per esempio, che Dio intervenga ogni volta nel mescolamento dei geni che è alla base della riproduzione sessuata, ovvero credere che tale mescolamento non sia casuale.
Qualche milione di anni fa eravamo animali e ci comportavamo come tali senza che qualcuno avesse qualcosa da ridire. Poi, a poco a poco, l'evoluzione ci ha dotati di un'intelligenza sempre più complessa e astratta che si è sostituita in parte agli istinti nel determinare il nostro comportamento.
Tuttavia questa transizione dall'animale all'uomo non è ancora terminata e non tutti si trovano allo stesso stadio evolutivo. Vale a dire che, sebbene siamo tutti in parte animale e in parte uomo, come il centauro, lo siamo in proporzioni diverse da persona a persona e da momento a momento.
La convivenza tra l'animale e l'uomo che vivono e agiscono in noi è normalmente conflittuale e lo sarà sempre, finché l'evoluzione non sarà completata, tra qualche milione di anni. Nel frattempo dovremmo cercare di usare l'intelligenza di cui siamo dotati, per gestire il conflitto tra le due nature nel modo migliore, ovvero cercando il miglior compromesso per soddisfare i bisogni di entrambe per quanto possibile.
Gli individui di temperamento più debole e vulnerabile hanno bisogno di maggiori difese, protezioni, precauzioni e informazioni nelle interazioni con l'ambiente e con gli altri. Essi sono perciò spinti dalla loro stessa costituzione fisica a sviluppare maggiormente l'intelligenza, l'ingegno e la sensibilità rispetto a quelli di temperamento più forte e meno vulnerabile.
Non deve perciò sorprendere che persone nate con un temperamento debole, ovvero poco dotate fisicamente, sviluppino un carattere forte, ovvero siano intellettualmente competitive, e viceversa.
Questo fenomeno si è verificato anche nella filogenesi dell'homo sapiens rispetto a quella degli altri animali, e ha reso la nostra specie intellettualmente superiore a dispetto, anzi, in virtù, della nostra inferiorità fisica.
A questo proposito giova ricordare che il temperamento è geneticamente innato e immutabile, mentre il carattere si acquisisce e costruisce come effetto della combinazione di temperamento ed esperienze.
Innanzitutto credo che la coscienza sia una formazione evolutiva (che quindi non sia sempre esistita nella storia del nostro pianeta) e che si sia formata casualmente e senza scopo, come ogni altra formazione evolutiva. Tuttavia, se tale formazione si è tramandata ereditariamente fino a noi, significa che si è dimostrata vantaggiosa per la nostra specie.
La coscienza non ha scopo (inteso come finalità a priori), ma ciò non toglie che abbia una o più funzioni, cioè che sia utile a qualcosa, altrimenti non staremmo qui a parlarne. Credo che la sua funzione principale sia quella di consentire il pensiero razionale, ovvero un metodo o meccanismo per comunicare tra umani e per predire il futuro in certi ambiti. Tale funzione ovviamente è vantaggiosa, tanto che ha permesso all’uomo di dominare ogni altra specie animale quasi completamente, e di “addomesticare”, in generale, la natura. Tuttavia un uso illimitato e sconsiderato della coscienza, unito ai progressi tecnologici che aumentano a dismisura i poteri dell’uomo sulla natura, può rivelarsi letale per la nostra specie. Da qui un invito alla prudenza nell’uso della coscienza, ovvero del pensiero.
In ogni caso la coscienza per me resta un mistero, anche se ne conosciamo alcune relazioni con il resto del corpo e del mondo. In essa, a mio parere, dovremmo includere tre componenti: la capacità cognitiva, quella emotiva/sentimentale, e quella volitiva/motivazionale, tra di loro in stretta relazione e interazione.
Anche per la coscienza vale la regola che non possiamo conoscerla in sé, ma possiamo conoscere molte delle sue relazioni sia interne che esterne. Gregory Bateson docet.
Nella mia visione del mondo ogni fine è un mezzo per raggiungere un fine di ordine superiore. Il fine ultimo (anzi, il primo in ordine logico) è quello insito nella natura umana, cioè la conservazione e riproduzione della specie umana, e più precisamente dei geni umani. Io chiamo questo fine "bisogno primordiale" e corrisponde al bisogno di riprodursi che hanno i geni di tutte le forme di vita e che si esprime attraverso un certo numero di "bisogni primari" o innati tipici di ciascuna specie.
Questo è il fondamento della mia etica, in quanto considero ogni attività umana una strategia o tattica per la soddisfazione dei bisogni primari.
Sia il bene che il male possono costituire strategie per soddisfare tali bisogni e ognuno sceglie o adotta l'uno o l'altro, anzi l'uno E l'altro in diverse dosi e combinazioni.
Ecco perché non ci può essere un'etica assoluta se non quella che si limita a dire che il bene è ciò che porta alla conservazione della specie umana e il male ciò che porta alla sua estinzione.
Ognuno si pone dei fini (ovvero dei mezzi o strategie, o bisogni secondari) per soddisfare i suoi bisogni primari, e la sua etica è relativa ad essi. In altre parole: per uno è bene tutto ciò che favorisce il raggiungimento dei suoi bisogni e male tutto ciò che li ostacola o frustra.
Credo anche che l'etica (intesa come morale) sia un fatto sociale, cioè che non abbia senso se non nell'interazione con altri esseri, e per questo motivo non può essere che negoziale, cioè risultante di un accordo o compromesso esplicito o implicito tra gli interessati. Se non è negoziale essa è imposta da un gruppo umano su un'altro. Ci sarebbe anche un'etica "ecologica" che riguarda il rapporto tra la specie umana e il resto dell'ambiente, ma di questa possiamo parlare altrove.
In conclusione, io credo sia eticamente doveroso, per il bene dell'umanità (cioè della specie umana) porsi il problema dell'etica e cercare continuamente di migliorarla (cioè renderla più efficace ed efficiente per la soddisfazione dei bisogni umani) negoziandola con gli altri.
Considerazioni suscitate dalla lettura di un articolo di Telmo Piovani intitolato “Biologia dell’altruismo” (nilalienum.it/Sezioni/Darwin/PievAltruismo.html).
In una prospettiva evoluzionistica, l'altruismo è vantaggioso non per l'individuo, ma per il gruppo a cui egli appartiene. Tuttavia l'appartenenza ad un gruppo avvantaggiato dal comportamento altruista dei suoi membri costituisce indirettamente un vantaggio per i suoi stessi membri, rispetto ai membri di altri gruppi di persone meno altruiste.
Questo schema si complica quando in un gruppo di persone prevalentemente altruiste si “nascondono” persone prevalentemente egoiste. In tal caso gli intrusi hanno un doppio vantaggio: uno diretto e uno indiretto. Perciò l’ipocrisia non smascherata è vincente per l’individuo, come pure è vincente, per il gruppo e per i suoi membri, ogni azione di "smascheramento" degli ipocriti.
Occorre osservare, d’altra parte, che, laddove per la sopravvivenza dell’individuo non sia necessaria l’appartenenza ad un gruppo molto coeso e cooperativo (ovvero quando le condizioni ambientali e sociali facilitano la vita anche al di fuori del gruppo) l’altruismo perde di importanza e non è premiato dalla selezione naturale. In altre parole, più facile è la vita al di fuori di un gruppo, più le persone tendono a comportarsi in modo egoistico. A tal proposito Samuel Bowles ha scritto: “Il conflitto è la levatrice dell'altruismo: la generosità e la solidarietà verso i propri simili possono essere emerse soltanto in combinazione con l'ostilità verso gli esterni al gruppo”.
Si può dunque parlare di “altruismo localistico”. Tuttavia, in una prospettiva di globalizzazione e di rischi planetari, le cose possono cambiare, dato che il nemico da combattere non è più costituito (solo) da gruppi rivali o nemici, ma dalle catastrofi naturali che possono colpire tutti gli abitanti della Terra, sia per colpa dell’attività antropica che per cause da essa indipendenti. La “patria” diventa dunque l’intero pianeta e i suoi nemici gli egoisti ipocriti che non contribuiscono al bene comune o lo mettono a rischio. Ne consegue che lo smascheramento dell’ipocrisia diventa essenziale per la sopravvivenza della nostra specie.
A margine di tali considerazioni evoluzionistiche, suppongo, da un punto di vista fisiologico, che il comportamento altruistico (quando esiste ed è genuino) sia per lo più spontaneo, cioè involontario, automatico ed inconscio. Presumo che esso sia regolato da meccanismi neuronali di “ricompensa sociale”, che rilasciano endorfine (quando avvengono interazioni sociali cooperative e affettive) dalle quali si diventa facilmenti dipendenti come avviene con sostanze stupefacenti esterne. In altre parole, chi è abituato sin da piccolo ad “assumere” certe endorfine, non può più farne a meno e, per ottenerle, è motivato a comportarsi in modo da guadagnare ricompense sociali (e quindi a interagire cooperativamente, altruisticamente e affettivamente con gli altri).
In tal senso, ipotizzo che fenomeni come l’autismo o l’asperger possono essere causati da disfunzioni fisiche genetiche (totali o parziali) del meccanismo di cui sopra.
Inoltre, penso che molti comportamenti egoistici potrebbero essere dovuti ad un arresto del meccanismo di ricompensa sociale a seguito della cessazione della “normale” dipendenza dalle “endorfine sociali”. Tale cessazione potrebbe avvenire dopo una assenza di ricompense sociali (ovvero di interazioni sociali gradevoli) oltre una certa durata. Per le persone più sfortunate, tale assenza inizia dalla nascita, a causa di un deficit parentale, e potrebbe non avere mai fine.