La festa è una condivisione comandata.
Una festa è un rituale di condivisione di simboli.
Le feste sono dimostrazioni ed esami di apppartenenza sociale.
Un funerale serve a riunire i superstiti, a ricucire il tessuto sociale strappato dal decesso.
Il Natale è una promessa di felicità, di fraternità, di comunità, di pace, di regali. A parte i regali ai bambini, normalmente la promessa non viene mantenuta e dal giorno dopo tutto torna come prima.
A parer mio, la festa del Natale è una bella illusione collettiva in cui ci vogliamo tutti bene e apparteniamo tutti alla stessa comunità. Finita la festa, finita anche la benevolenza e la comune appartenenza.
Cari amici, non offendetevi se non vi auguro buon Natale o buone feste, il fatto è che sono allergico alle tradizioni senza senso. Vi auguro invece tanta salute e saggezza per tutti i vostri giorni futuri, senza alcuna sincronizzazione o relazione con date, feste o tradizioni particolari. Un affettuoso abbraccio a tutti!
Io che sono allergico a tutte le feste, in occasione della festa della donna mi chiedo e vi chiedo: perché non c'è anche una festa dell'uomo? Significa che le donne valgono più degli uomini? O che noi uomini dobbiamo sentirci in colpa per tutto il male che abbiamo fatto alle donne? Una specie di peccato originale degli uomini verso le donne?
Una festa, oltre che costituire un rito di comune appartenenza ad una certa comunità, è un'occasione programmata che permette ad una grande quantità di persone di incontrarsi tutte insieme, simultaneamente. Da questo tipo di incontro di gruppo possono scaturire nuovi rapporti sociali, nuove amicizie e nuove relazioni amorose, possibilità che rende le feste generalmente gradite e desiderabili.
Le feste sono anche gare, dove si compete per mostrare le proprie abilità nel parlare, nel danzare, nel vestire, nel suonare, nel cantare ecc. e dove si possono mettere in mostra i propri corpi, i propri abiti, i propri gioielli, le proprie ricchezze, i lussi che ci si può permettere, i propri gusti, la propria cultura, la propria conoscenza delle tradizioni della comunità e la propria conformità ad esse.
Chiedo scusa a tutte le donne che conosco (in primis a mia moglie e mia figlia) per non aver fatto loro auguri né regali in occasione della festa della donna. Questo non significa che non abbia per loro una grande considerazione e gratitudine, al contrario. Il problema è dovuto ad un disturbo mentale di cui sono affetto, non ancora repertoriato nel DSM (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali). Si tratta di una allergia verso tutte le feste "comandate".
Per me oggi è un giorno come tutti gli altri, tranne per il fatto che miliardi di persone si dicono "buona Pasqua" senza altro motivo apparente che il dovere e/o piacere di rispettare una tradizione e di confermare al tempo stesso un legame sociale o affettivo. Siccome io non credo che questa tradizione sia una cosa buona o utile, anche per le sue origini e il suo simbolismo religioso che io critico, non vi dico buona Pasqua, ma che vi voglio bene, e non solo oggi, ma tutti i giorni. Con affetto, Bruno.
Le feste sono anche esami. Attraverso l'impegno e il dispendio con cui una persona celebra una festa, viene misurata pubblicamente la sua appartenenza alla corrispondente comunità e la sua posizione di potere e prestigio all'interno di essa. Maggiore l'impegno, maggiore l'intregrazione; maggiore il dispendio, maggiore il prestigio. Chi non partecipa alla festa si esclude dalla rispettiva comunità, chi non lo fa con un dispendio adeguato dimostra di avere poco potere o prestigio al suo interno o di essere avaro, e quindi socialmente non attraente.
Capisco il desiderio (e il piacere) di alcuni di noi di scambiare gli auguri festivi, capisco che essi riflettono un bisogno di comunione, di appartenenza, di amicizia, e che sono una sincera dimostrazione di affetto. In tal senso io li ricambio, perché anche io ho bisogno della vostra amicizia, e di appartenere a qualcosa di più grande di me, e che amo. Quindi auguro a tutti voi che questo nuovo anno sia per voi, e per noi tutti, migliore di quello appena terminato.
Tuttavia penso sia utile guardare al capodanno anche in senso critico, come faceva Antonio Gramsci.
https://www.internazionale.it/notizie/2014/12/31/odio-il-capodanno-firmato-antonio-gramsci
A mio avviso, qualunque pretesto, anche se insensato, è buono per fare qualcosa insieme ad altri, per rinforzare i propri legami con gli altri. L'uomo ha bisogno di riti sociali (meglio se sincronizzati) per confermare la sua appartenenza ad una comunità, per non sentirsi escluso.
In altre parole, il senso di un rito è il rito stesso. Ogni altra spiegazione è pretestuosa, arbitraria e inutile.
Chi partecipa a un rito, nella maggior parte dei casi, non si cura della sua genealogia o del suo significato, o lo ignora.
Il rito ha i suoi effetti socialmente rassicuranti anche in coloro che ne ignorano la genealogia. Questo vale sia per i riti religiosi che per quelli civili, sia per quelli seri che per quelli allegri o burleschi, come la festa di Halloween o il carnevale.
A mio avviso, le feste hanno funzioni sociali importanti, forse indispensabili, altrimenti non sarebbero così diffuse ancora oggi in tutte le culture. Secondo me le feste si festeggiano per piacere e per paura.
Si festeggiano per piacere perché danno gioia (anche se non sempre e non a tutti), come tutte le attività che favoriscono le interazioni sociali e confermano l'appartenenza ad una propria comunità. In altre parole, soddisfano i bisogni di appartenenza e di interazione sociale.
Si festeggiano per paura, perché il non festeggiarle potrebbe essere interpretato come un volontario allontanamento dalla comunità di appartenenza e un evitamento delle relative interazioni sociali, e pertanto essere disapprovato dagli altri, col rischio di venire emarginati in quanto "diversi".
Questo è secondo me il vero senso delle feste, non quello dichiarato, che è un pretesto, a volte insignificante o insensato, per socializzare. Mi pare infatti che l'uomo (tranne poche eccezioni) non riesca a socializzare al di fuori di regole comunitarie, come feste e altri usi e costumi tradizionali.
Noi umani abbiamo bisogno di feste, intese come riti sociali, ovvero come manifestazioni e conferme di appartenenze e identità comuni, ovvero di una unione.
Affinché una festa sia possibile e raggiunga il suo scopo, è necessario che i partecipanti abbiano certe cose in comune, che si sentano simili e uniti in certi aspetti. Come, ad esempio, il rispetto di certe tradizioni.
Al giorno d'oggi, in cui quasi tutte le tradizioni e tutti i valori sembrano volgere al termine, abbiamo bisogno di nuove feste, ovvero di nuovi valori, nuove appartenenze e nuove identità.
Se io dovessi scegliere il valore a cui dedicare una nuova festa, questo sarebbe la ragione, ovvero la razionalità.
Tuttavia molti temono la razionalità, perché essa dipende dall'intelligenza logica, e questa è distribuita in modo diseguale in ogni popolazione, determinando delle gerarchie intellettuali, e quindi delle disuguaglianze.
Di conseguenza, una festa della ragione può interessare solo le persone più intelligenti, e non le masse, la cui intelligenza è per definizione "mediocre" Infatti le persone mediocri non sono disposte ad ammettere la propria inferiorità intellettuale rispetto a qulle persone più intelligenti.
[Antonio Gramsci, 1 gennaio 1916, "Avanti!", edizione torinese, rubrica "Sotto la Mole"]
Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.
Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.
Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna.
E sono diventati così invadenti e così fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.
Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore.
Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.
Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno più nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati.
Trovo ingenui, e sostanzialmente inutili, molti interventi in occasione della ricorrenza dell’8 marzo, giornata internazionale della donna. Si va dal lamentare le ingiustizie subite da molte donne, al riconoscimento dell’importanza e della bontà delle donne in generale, all’augurio di “buona festa della donna”, che non è altro che una manifestazione di rispetto nei confronti delle persone di genere femminile puramente rituale e, in tal senso, comandata e non spontanea.
Non vi è dubbio che anche in paesi industrialmente sviluppati come il nostro, statisticamente, le donne siano svantaggiate rispetto agli uomini, sia in termini economici, sia in quanto oggetto di violenza da parte dei partner di sesso maschile (dico “statisticamente”, dato che ciò non riguarda tutte le donne, ma solo una parte di esse peraltro non quantificabile).
Celebrare la festa della donna significa dunque chiedere un maggiore rispetto e una maggiore giustizia per le donne che ne hanno bisogno.
A chi è rivolta tale richiesta? Anche a me? Che io sia tra i destinatari della richiesta mi disturberebbe, dato che non ritengo di aver mai trattato una donna peggio di come ho trattato un uomo approfittando del suo genere.
Penso inoltre di non poter fare alcunché per rimediare alle ingiustizie sofferte da quelle donne che vengono trattate ingiustamente.
Supponiamo che la suddetta richiesta non sia rivolta a persone “innocenti” come me, ma a quegli uomini che trattano le donne più ingiustamente di come trattano gli altri uomini, oppure agli uomini politici che, almeno in teoria, avrebbero i mezzi per ridurre tali ingiustizie, ma non si decidono a farlo o non ritengono che sia necessario farlo.
Consideriamo quegli uomini che trattano le loro mogli come schiave. Dovrei io, ogni 8 marzo, partecipare a manifestazioni che chiedono a gran voce a tali uomini (ovviamente anonimi e sconosciuti) di trattare le loro mogli con più rispetto ed equità?
L’idea di chiedere qualcosa a qualcuno che non so chi sia mi sembra bizzarra e inconcludente.
L’emancipazione femminile, che fortunatamente c’è stata e continua ad esserci, seppur lentamente, è un fenomeno culturale ed economico molto complesso, favorito da molte cause dalle quali escluderei le celebrazioni annuali a favore delle donne. Credo infatti che feste come questa servano solo a dare a chi le celebra un senso di appartenenza e il piacere di fare qualcosa insieme. Insomma, un bel modo per socializzare.
Se la richiesta di cui sopra è rivolta ai politici, vorrei capire cosa chiediamo loro, ovvero quali leggi chiediamo loro di stabilire.
Si può proibire per legge ad un marito di trattare sua moglie come una schiava? Temo di no. L’unica legge che mi sembra sensata per ridurre le ingiustizie a danno delle donne è imporre parità di salario a parità di prestazioni, cosa peraltro difficile se i salari vengono negoziati liberamente tra le parti. E forse esistono già leggi in tal senso, anche se difficilmente se ne può verificare il rispetto.
Per i motivi suddetti, non mi sento motivato a partecipare alle celebrazioni della festa della donna né a fare gli auguri alle donne o affrire loro fiori o altri regali. Infatti, per quanto riguarda i rapporti tra me e mia moglie, il rispetto e l’attenzione che ho per lei glieli dimostro ogni giorno con il mio comportamento, e non c’è bisogno che lo faccia a parole un giorno l’anno.
In ogni caso, io credo che la violenza e l’ingiustizia dell’uomo verso la donna rientri nella più generale violenza e ingiustizia degli umani (di qualsiasi genere) verso altri umani più deboli. Infatti, da quando esiste la nostra specie, i più forti, in ogni classe sociale, hanno dominato, sfruttato e usato violenza nei confronti dei più deboli, cioè dei meno competitivi.
Dovremmo allora celebrare la “festa dei deboli” per chiedere a gran voce ai più forti di rispettare i più deboli? Ecco, credo che la "festa del debole" avrebbe forse più senso che la festa della donna, anche se chiedere agli oppressori di smettere di opprimere gli oppressi non ha mai funzionato.
Sia chiaro, non sto proponendo di abolire la giornata internazionale della donna, ma di celebrarla in modo diverso da come vedo fare, specialmente in Italia. Dovrebbe essere una giornata di riflessione, non una "festa", così come la giornata internazionale della memoria dell'Olocausto non è la festa dell'Olocausto, ma un'occasione per ricordare che non siamo immuni dalla ripetizione di tragedie simili.
A mio avviso questa giornata dovrebbe essere usata per incoraggiare le donne trattate ingiustamente da certi uomini (sia in ambito familiare che in ambito lavorativo) a ribellarsi per quanto possibile, e a organizzarsi in gruppi di solidarietà e di supporto reciproco per meglio comprendere e difendere i propri diritti, che includono la parità di trattamento rispetto agli uomini.
In tal senso, per migliorare la loro situazione, forse sono le stesse donne che dovrebbero cambiare, o comunque farlo prima degli uomini, cioè con coraggio e fermezza prendere l'iniziativa di insegnare ai "loro" uomini (mariti o datori di lavoro) come non comportarsi con loro.
L'esaltazione delle qualità femmili e del ruolo della donna, lo scambio di auguri, gli omaggi floreali, i regali, per quanto possano essere graditi alle donne che li ricevono, a mio parere non contribuiscono alla soluzione del problema, oltre ad essere spesso indicatori di ipocrisia da parte di chi li offre.
In quanto agli uomini, la giornata internazionale della donna sia un invito a fare il proprio esame di coscienza ogni giorno dell'anno, per quanto riguarda la pari dignità tra i due sessi.