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Ogni mezzo è anche un fine.
A volte il fine coincide con la fine.
La verità non è un fine, ma un mezzo.
L'uomo dà alle cose il senso che gli conviene.
Invece di chiemermi perché vivo, mi chiedo per chi vivo.
A che serve l'Uomo? A che serve la formica? La risposta è la stessa.
In natura il finalismo sembra esistere solo nella mente degli esseri viventi.
Scopo della mente è scegliere i mezzi più appropriati per raggiungere certi fini.
I bisogni indotti sono mezzi diventati fini. I mezzi sono intercambiabili, i fini sono fissi.
Il fine ultimo è la sopravvivenza, e il fine penultimo è avere rapporti sociali utili alla sopravvivenza.
Non esistono valori assoluti. Il valore di una cosa è sempre relativo a qualche fine, ovvero varia a seconda del fine considerato.
A volte noi umani diamo un senso in ciò che non ha senso, non diamo un senso in ciò che ha una senso, e diamo un senso diverso da quello vero a ciò che ha un senso.
Non credo che esistano dei fini, se non nelle menti degli esseri viventi, e credo che il fine ultimo di una mente sia quello di vivere per vivere. In altre parole, la vita è fine a se stessa.
Credo che il fine ultimo di ogni istinto, bisogno, desiderio, motivazione, sia la sopravvivenza, direttamente o indirettamente. Il "fine" della vita è la vita stessa (la vita dell’individuo e/o della specie).
Beati gli animali non umani perché non hanno fini inutili. Il guaio dell'uomo è che confonde fini utili e sani con fini inutili e nocivi, e perde tempo a inseguire fini inutili e nocivi invece di concentrarsi su quelli utili e sani.
Una filosofia dovrebbe prima di tutto stabilire i suoi fini, ovvero i problemi che intende risolvere, le domande a cui intende rispondere, i bisogni che intende soddisfare. Questo permetterebbe alla gente di stabilire in quale misura quella filosofia rientra nei propri interessi.
Lo scopo principale di un essere umano è avere successo nei propri rapporti con gli altri. Infatti la mente umana si osserva, si giudica e si corregge in funzione del proprio successo nei rapporti con gli altri, ovvero della propria capacità di ottenere dagli altri ciò di cui ha bisogno.
A mio parere non esistono valori assoluti dato che i valori dipendono dai fini e questi non sono universali. Infatti ognuno può avere fini più o meno diversi da quelli altrui. Di conseguenza, ognuno ha il diritto di ritenere i propri valori più validi di quelli altrui (rispetto ai propri fini), ma non quello di imporre i propri valori o di sanzionare quelli altrui, a meno che non contravvengano leggi stabilite democraticamente. Riassumendo, dobbiamo considerare innanzitutto i fini, poi i valori come strategie per raggiungere i primi. Perciò prima di discutere di valori occorre discutere di fini. Tuttavia molti non sanno distinguere tra valori e fini.
A volte confondiamo il concetto di funzionalità con quello di finalità, e attribuiamo a certi fenomeni delle finalità che sono invece soltanto delle funzionalità. Prendiamo ad esempio le ruote di un'automobile: non hanno alcuna finalità, ma sono funzionali a permettere l'avanzamento del veicolo con il minimo spreco di energia e il minimo sforzo. La ruota, infatti, non cerca di raggiungere un fine, non sa nemmeno di avere una cera funzione e non ha alcuna intenzione. Il caso o un ingegnere l'hanno messa in una certa posizione tale per cui svolge una funzione utile all'uomo. Anche la vita, come la ruota di un veicolo, funziona meravigliosamente come fenomeno autoriproduttivo, ma non ha alcuna intenzione né finalità in alcun senso.
"[...] Cosicché, se gli uomini hanno filosofato per liberarsi dall’ignoranza, è evidente che ricercarono il conoscere solo al fine di sapere e non per conseguire qualche utilità pratica. E il modo stesso in cui si sono svolti i fatti lo dimostra: quando c’era già pressoché tutto ciò che necessitava alla vita ed anche all’agiatezza ed al benessere, allora si incominciò a ricercare questa forma di conoscenza. É evidente, dunque, che noi non la ricerchiamo per nessun vantaggio che sia estraneo ad essa; e, anzi, è evidente che, come diciamo uomo libero colui che è fine a se stesso e non è asservito ad altri, così questa sola, tra tutte le altre scienze, la diciamo libera: essa sola, infatti, è fine a se stessa. […] " (Aristotele)
A mio avviso nessuna cosa è fine a se stessa, nemmeno la filosofia. Ogni forma di vita, ogni sua manifestazione non casuale (come la filosofia) ha un fine, che è quello della continuazione della specie. A tale fine, la vita sviluppa strategie, e la filosofia è una di esse.
In ogni caso, il fine di qualsiasi cosa può essere nascosto o rimosso in senso psicoanalitico. È illusorio dire che la filosofia è fine a se stessa, che cerca la verità e la conoscenza senza interessi o altri fini, solo perché non si vedono gli obiettivi che essa cerca di raggiungere.
Un occhio permette di vedere. Si tratta di una di una finalità o di una funzione? Sicuramente si tratta di una funzione, ma l’esistenza dell’occhio, la sua formazione nel corso dell’evoluzione delle specie viventi dotate di occhi, è anche il risultato di una finalità?
Una finalità implica un soggetto, cioè un agente che, dotato di una certa finalità, opera allo scopo di raggiungere il fine, ovvero allo scopo di ottenere il risultato desiderato.
La finalità implica dunque una volontà o un desiderio, e un agente che vuole o desidera, e che ha i mezzi o gli strumenti per agire in modo da realizzare lo scopo voluto o desiderato.
Torniamo all’occhio. Si è formato per caso o come realizzazione di una finalità? Se fosse vera la seconda ipotesi, dovremmo chiederci chi sia l’agente dotato della finalità che consiste nella capacità di vedere. Mi chiedo se possiamo ipotizzare un corpo che, incapace di vedere, desideri vedere, e che a tale scopo inventi e costruisca l’occhio. Direi che una tale ipotesi, allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, può essere classificata come “pensiero magico”, o “pensiero religioso”, che spesso sono la stessa cosa.
Infatti, a mio parere, solo gli esseri viventi possono essere dotati di finalità, ovvero di fini (come, ad esempio, quello di sopravvivere) e della capacità (più o meno creativa a seconda della complessità della specie) di agire allo scopo di realizzarli.
Se l’occhio non si è formato per caso, dobbiamo pensare che all’interno o all’esterno del corpo di un individuo di una specie vivente non dotata di vista, vi sia stato un agente che abbia disegnato e programmato geneticamente l’occhio, almeno una volta nella storia della natura.
Ognuno può credere a ciò che vuole, purché sia sincero riguardo alla dimostrabilità di ciò in cui crede, e sappia distinguere tra una supposizione non verificabile e una certezza verificabile scientificamente.
Per concludere, io suppongo che la vita abbia avuto origine, e sia evoluta, casualmente, e che uno degli effetti dell’evoluzione sia stata la capacità, a livello di specie, di assumere fini, e, a livello individuale, di operare in modo più o meno creativo e più o meno consapevole per il loro raggiungimento.
Suppongo che tali fini corrispondano a ciò che chiamiamo bisogni, desideri, motivazioni, pulsioni ecc.
Suppongo che i fini possano essere innati (cioè scritti nel DNA) o acquisiti, per effetto di influenze culturali, di esperienze particolari e di un’intelligenza molto sviluppata.
Suppongo inoltre che i fini acquisiti siano mezzi per realizzare quelli innati.
L’espressione «senso della vita» è quanto mai vaga e il suo significato non univoco. Perciò, prima di parlare del senso della vita, ritengo utile esplorare i vari significati che possono essere associati a tale espressione.
In realtà è il termine «senso» che è problematico, anche quando viene usato con altri genitivi, come ad esempio «senso di un discorso», «senso di un comportamento», «senso di un evento», «senso di una legge» ecc.
Il vocabolario Treccani definisce il “senso” in vari modi, tra cui i seguenti:
- la facoltà di ricevere impressioni da stimoli esterni o interni
- l’esercizio della facoltà di sentire, l’attività degli organi di senso
- coscienza, consapevolezza in genere
- uno stato d’animo, una sensazione, un atteggiamento psichico
- la capacità di sentire, in quanto presuppone un discernimento tra il reale e l’irreale, tra il bene e il male, tra il bello e il brutto, tra il conveniente e lo sconveniente ecc.
- il contenuto e il valore significativo di un elemento linguistico (sinonimo di significato)
- orientazione, direzione secondo la quale si effettua un movimento
Alla luce delle definizioni sopra elencate, il termine “senso della vita” credo possa essere inteso come “direzione” o “scopo” e al tempo stesso come “valore”, “significato” e “origine”. Potremmo perciò riunire tutte queste accezioni nella parola: “perché”, e sostituire l’espressione “il senso della vità” con “il perché della vita”, dove col termine “perché” s’intende una causalità e/o una finalità.
Possiamo allora farci domande come le seguenti:
- da cosa ha origine la vita?
- la vita esiste per qualche finalità?
- la vita finisce o non finisce?
- perché ogni vita prima o poi finisce?
- a che, e a chi, serve la vita?
Io credo che noi umani ci poniamo tutte queste domande perché la vita è problematica a causa delle emozioni, che io considero come varie forme e intensità di dolore e/o di piacere, o loro anticipazioni. Perciò aggiungerei questa domanda:
- perché esistono il dolore e il piacere?
Ovviamente le risposte saranno molto diverse a seconda che chi risponde sia credente in una certa religione, oppure ateo o agnostico.
Per i filosofi esistenzialisti, e in particolare per Albert Camus, la vita non ha alcun senso al di fuori di quello puramente biologico, per cui il problema più importante della filosofia è se valga la pena di vivere. Da tale affermazione consegue che chi non decide di suicidarsi deve dare egli stesso un senso alla propria vita, in modo da viverla nel migliore dei modi, ovvero con il minor dolore e il maggior piacere possibile, tenendo conto che siamo animali sociali, per cui per ottenere la cooperazione da parte degli altri occorre cercare di soddifare i bisogni e i desideri altrui, oltre che i nostri.
Per quanto detto sopra, credo che abbia “senso” chiederci:
- come conviene comportarci, e in cosa conviene credere, affinché la nostra vita e quella delle persone per noi importanti sia la più piacevole e la meno dolorosa possibile?
Per concludere, il tema di questa sera contiene l’avverbio “oggi”, il che presuppone che il senso della vita sia stato interpretato, o sentito, in modo diverso nelle diverse epoche, e che il senso che attualmente troviamo in essa, o che noi stessi le diamo, è diverso da quello trovato o dato dai nostri predecessori. Aggiungerei perciò le seguenti domande:
- quali sono le differenze di senso della vita nelle varie epoche e nelle varie culture?
- quali sono i motivi di tali differenze?
A voi la parola!