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Riflessioni di Bruno Cancellieri su

Identità

104 articoli tratti dal blog "Il mondo visto da me"

Indice delle monografie | Indice degli articoli per anno

Scrittura e identità sociale

Scrivo, dunque sono.

Identità e illusione

L'identità è un'illusione.

Essere e imitare

Dimmi chi imiti e ti dirò chi sei.

Identità e scelte

Dimmi cosa scegli e ti dirò chi sei.

Essere e fare

Ognuno è ciò che fa, e fa ciò che è.

Comportamento e appartenenze

Ogni gesto denota certe appartenenze.

Essere e appartenere

Essere significa appartenere e possedere.

Finito e infinito

Siamo creature finite di un mondo infinito.

Chi appartiene a cosa

Io appartengo alle cose che mi appartengono.

Crisi di identità

Le crisi di identità sono crisi di appartenenza.

Preferenze e identità sociale

Dimmi di cosa ti piace parlare e ti dirò chi sei.

La tua strada

Cerca la tua strada, e se non la trovi, costruiscila.

Chi sono?

Io sono ciò che penso, ciò che sento e ciò che voglio.

Appartenenza e identità

Se ciò a cui appartengo va in rovina, anche io sono rovinato.

Condivisione e identità

Dimmi cosa condividi e cosa non condividi, e ti dirò chi sei.

Fare ed essere

Ogni cosa che facciamo e che non facciamo ci qualifica socialmente.

Chi sono?

Chi sono? Un esemplare della specie umana, e rifiuto ogni altra etichetta.

Geni e identità

Siamo il miscuglio casuale di geni da cui la nostra storia ha avuto inizio.

Le nostre maschere

Noi siamo le maschere che indossiamo. Senza una maschera non siamo nessuno, non esistiamo.

Identità e automatismi

Un umano è i suoi automatismi. Per cambiare personalità occorre cambiare i propri automatismi.

Sull'assoluta relatività dell'essere

L'essere, in senso identitario, è sempre relativo. Infatti nessuno è la stessa cosa per tutti.

Identità interattive

Noi siamo i modi in cui interagiamo col nostro ambiente sociale, naturale e mediatico.

Il costo delle gioie

Chi sono? Una vita tra tante che cerca di evitare il dolore e di godere di gioie non troppo costose.

Fascino dell'attore

Gli attori ci affascinano e ci sembrano divini perché sono capaci di cambiare identità volontariamente.

Identità e pensieri

I nostri pensieri sono influenzati da ciò che siamo, e ciò che siamo è influenzato dai nostri pensieri.

Fare ed essere

Ogni cosa che facciamoci ci qualifica come appartenenti alla categoria di persone che fanno quella cosa.

Il problema della differenza

Essere diversi dagli altri può costituire un pregio o un difetto, ma è certamente un problema e un peso.

Perché siamo ciò che siamo?

Ognuno è quello che è, in parte per necessità e in parte per caso (sia in senso genetico che culturale).

Conoscere se stessi?

Conoscere se stessi? Impossibile se non si conoscono anche gli altri, se non si conosce l'uomo in generale.

Siamo ciò che facciamo

Tutto ciò che facciamo e diciamo, non facciamo e non diciamo, parla di noi e ci qualifica agli occhi altrui.

Comportamento e identità sociale

Ogni cosa che un umano fa può servire a confermare, affermare, negare o rinnegare una certa identità sociale.

Normalità dell'incoerenza

Forse la vera autenticità consiste nel riconoscere e accettare l'incoerenza e l'ambiguità delle nostre identità.

Variabilità dell'identità umana

Nessuno è uguale a se stesso per più di un istante. Tuttavia ognuno ha certe somiglianze con le persone che è stato.

Il rischio di presentarmi agli altri

Presentarmi agli altri è pericoloso perché qualunque cosa io dica può non piacere a qualcuno ed essere usata contro di me.

Il personaggio che recitiamo

Ogni giorno recitiamo il personaggio che il nostro codice genetico, le nostre esperienze e la società hanno scelto per noi.

Essere un altro

A volte vorrei essere un altro, ma la persona che vorrei essere non è mai esistita. In realtà vorrei essere tutti e nessuno.

Sull'immagine sociale di ogni individuo

Ognuno cerca di dare agli altri una certa immagine di sé e delle proprie intenzioni, che corrisponde più o meno alla verità.

Bisogno di identità

L'uomo è sempre impegnato ad affermare e confermare la propria identità sociale, sia mentre interagisce con altri, sia quando è solo.

Essere vs. voler essere

Chi nega di essere ciò che è inganna e/o si inganna. Infatti molti non sanno distinguere tra ciò che sono e ciò che vorrebbero essere.

Cambiare carattere a volontà?

È una fortuna che non possiamo cambiare carattere facilmente e a volontà. Se ciò fosse possibile, rischieremmo di diventare dei mostri.

Sulla permanenza dell'io

«Io adesso» è lo stesso di «io ieri», e lo stesso di «io domani»? O siamo oggetti diversi accomunati da una certa memoria e da certe caratteristiche fisiche?

Scegliere la propria identità

Se io fossi in grado di scegliere liberamente, consciamente, razionalmente, volontariamente la mia identità sociale, quale mi converrebbe scegliere?

Perché ci piace ciò che ci piace

Dobbiamo imparare a distinguere ciò che ci piace per le sue qualità intrinseche da ciò che ci piace perché contribuisce a darci una identità sociale desiderabile.

Bisogno di riconoscimento

Ognuno ha bisogno di essere riconosciuto come appartenente a certe comunità, classi o categorie, e come posizionato ad un certo livello di certe gerarchie sociali.

Come vogliamo essere

Noi vogliamo inconsciamente essere come ci vogliono le persone da cui la nostra vita dipende, cioè quelle di cui abbiamo bisogno (materialmente o come guide o modelli) per vivere.

Voglio essere riconosciuto per ciò che sono

Voglio essere riconosciuto per ciò che sono. Se sono un genio, mi si dica che sono un genio, se sono un verme, mi si dica che sono un verme, se sono mediocre, mi si dica che sono mediocre.

Come conoscere se stessi

Conoscere se stessi è soprattutto confrontarsi con gli altri, capire in cosa siamo uguali e in cosa diversi. Senza riferirsi agli altri la conoscenza di se stessi non ha senso ed è inutile.

Personalità = prevedibilità

Personalità = identità psichica = prevedibilità del comportamento e del non-comportamento = copione mentale = difesa immunitaria dell'identità psichica contro ogni cambiamento strutturale.

Essere un altro

Immaginare di essere un'altra persona è un esercizio difficile, pericoloso e sorprendente. Richiede coraggio, libertà e cultura. Potrebbe cambiare la vita di chi lo fa in modi imprevedibili.

Qualificazione sociale

Tutto ciò che facciamo e non facciamo, diciamo e non diciamo, pensiamo e non pensiamo, conosciamo e non conosciamo, sentiamo e non sentiamo, desideriamo e non desideriamo, ci qualifica socialmente.

Il tipo umano che vogliamo essere

Ogni essere umano vorrebbe essere un certo tipo di persona perché inconsciamente crede che essere quel tipo gli permetterà di fare parte di una comunità a lui favorevole, e il non esserlo glielo impedirà.

Identità relative

Non ha senso chiedersi: Chi sono? Cosa sono? Mentre ha senso chiedersi: Chi/cosa sono io per gli altri? E più precisamente: Chi/cosa sono io per X? Per Y? Per Z? Ecc. E poi: Chi/cosa sono gli altri per me?

Identità esteriore vs. interiore

Immaginiamo che tutti gli esseri umani abbiano le stesse sembianze esterne, fossero tutti vestiti e acconciati negli stesso modo, e abbiano lo stesso nome: "persona". Come ci riconosceremmo? Come ci distingueremmo?

Lo shopping come rito e indentificatore sociale

L'acquisto o la consumazione di certi beni e servizi caratteristici di una certa cultura possono costituire riti di appartenenza e identificatori sociali. Per questo essi possono risultare particolarmente attraenti.

Essere «sé stessi» e la cooperazione

Nessuno può essere «sé stesso» indipendentemente da altri, dato che quel «sé stesso» deve essere accettabile almeno in parte da coloro con i quali si ha bisogno di cooperare, altrimenti la cooperazione è impossibile.

Mercato di identità

La società è un mercato di identità, dove ognuno sceglie l'identità, ovvero il ruolo, da assumere come si sceglie un vestito o una maschera da indossare. E ogni identità comporta un prezzo da pagare in divieti e doveri.

Identità variabile

Ho fatto cose che oggi non farei, ho detto cose che oggi non direi, ho pensato cose che oggi non penserei, farò cose che oggi non farei, dirò cose che oggi non direi, penserò cose che oggi non penserei. La mia identità è cambiata e continuerà a cambiare.

Siamo tutti sostituibili

Orgoglio e superbia sono dovuti soprattutto ad una sopravvalutazione del proprio talento, della propria intelligenza e della propria importanza. E' bene ricordarci che siamo tutti sostituibili (e saremo immancabilmente sostituiti) nel breve o medio termine.

La vita che ci è stata data

Chi nasce serpente deve vivere come un serpente, chi nasce lumaca, come una lumaca, chi nasce aquila, come un'aquila. Non possiamo vivere che come il nostro patrimonio genetico ci obbliga a vivere, nei limiti da esso imposti e con le libertà da esso concesse.

Esaurimento delle appartenenze

Ogni appartenenza ha un prezzo e una scadenza. Un'appartenenza va continuamente rinnovata mediante la partecipazione a rituali collettivi e solitari, particolari abbigliamenti, arredamenti, pratiche, frequentazioni di luoghi, spettacoli e argomenti di conversazione.

Essere e pensare

I nostri pensieri dipendono da ciò che siamo e ciò che siamo dipende dai nostri pensieri. In altre parole, i nostri pensieri sono causa e conseguenza di ciò che siamo.

Lo stesso si può dire del rapporto tra essere e sentire, e tra essere e volere.

Come gli altri esigono

Per poter interagire con qualcuno non è possibile essere qualsiasi cosa, avere qualsiasi identità e natura, essere se stessi liberamente, ma è indispensabile avere una identità, ovvero un insieme di caratteristiche, compatibile con le aspettative e le esigenze dell'altro.

Voler essere ciò che si è

Quando uno arriva a dire "voglio essere ciò che sono", significa che ha raggiunto il massimo del suo processo di individuazione, di autorealizzazione, di autoguarigione. Se uno non può dirlo, allora dovrebbe dire chi, cosa, che tipo di persona vuole essere e operare per diventarlo.

Chi stabilisce chi siamo?

L'identità sociale di un individuo è stabilita non da esso stesso ma dalle persone con cui interagisce. Perciò, un individuo insoddisfatto dell'identità che gli viene attribuita dalle persone che frequenta, farebbe bene a frequentare persone diverse, che possano attribuirgli identità più soddisfacenti.

Equazioni e comportamento

Il verbo essere è uno strumento scritto nel nostro DNA, infatti lo troviamo in ogni lingua umana. Grazie ad esso possiamo consciamente o inconsciamente costruire delle identità (o equazioni), dotarle di significati, riconoscerle e comportarci di conseguenza, anche se spesso si tratta di equazioni erronee.

Ecologia di identità

Sulla Terra ci sono quasi otto miliardi di esseri umani, ognuno con la sua identità che consiste nel suo corpo (inclusa la mente) e nella sua storia. Quando vediamo una persona, chiediamoci quale sia la sua identità, quanto sia simile e quanto diversa dalla nostra, cosa potremmo fare insieme, come potremmo interagire.

Identità e interazione

L'identità che un umano assume e quella che egli attribuisce ad un certo altro, insieme con l'identità che il secondo assume e quella che il secondo attribuisce al primo, determinano le regole e le modalità dell'eventuale interazione tra i due.

In altre parole, le interazioni tra umani dipendono dalle loro identità reali e presunte.

Vita singola vs. vita multipla

La maggior parte delle persone vivono una vita singola, nel senso che si presentano agli altri sempre nello stesso modo, indipendentemente dal carattere di coloro che incontrano.

Altri vivono una vita multipla, nel senso che si presentano agli altri in modo variabile, in quanto nascondono quegli aspetti della propria vita che potrebbero turbare le persone che incontrano.

Sulle filosofie dell'essere

Io non so cosa significhi "essere" e non riesco a digerire le "filosofie dell'essere". Per me l'essere è e resta un mistero, e, come per tutti i misteri, ritengo inutile parlarne (Wittgenstein docet). Se lo potessimo definire non sarebbe più un mistero, ma nessuna definizione dell'essere mi convince, mi sembrano tutte tautologie. Preferisco parlare di "identità sociale" come concetto psicologico e sociologico.

Il non senso di essere se stessi

"Essere se stessi" è un non senso perché noi siamo comunque il risultato delle nostre interazioni sociali, quindi siamo sempre, in un certo senso, "gli altri", ovvero quelli che ci hanno formato, cioè l'altro generalizzato (termine coniato da George H. Mead). Non ha quindi senso cercare il proprio "vero sé", mentre ha senso scegliere le persone con cui interagire in modo che siano adatte ai proprio temperamento genetico.

Identità e possedimenti

La grande importanza che gli umani, per identificare una persona, hanno sempre dato ai suoi possedimenti (sin da quando esiste la proprietà privata) è testimoniata dal fatto che i nomi dei nobili venissero comunemente trasformati in quelli dei loro possedimenti, preceduti dalla particella "di", "de", "von" ecc. (a seconda della lingua), spesso anche senza. Per esempio, Camillo Benso, conte di Cavour, è più spesso chiamato semplicemente Cavour.

A che servono i rapporti umani

Ogni rapporto umano, che implica relazioni e soprattutto interazioni, è un fenomeno ecologico (per dirla con Bateson) in cui ognuno "serve" all'altro o "serve" l'altro (in modo transitivo e/o intransitivo, diretto e/o indiretto). Per "servire" qualcuno intendo soddisfare un bisogno, desiderio o motivazione di quello, sia di tipo materiale che immateriale, fisico o mentale, inclusa l'affermazione o conferma di una certa identità sociale desiderata.

Il bisogno di conservazione di ogni essere vivente

Ogni essere vivente ha bisogno di continuare ad essere ciò che è, cioè di rimanere sé stesso, di non cambiare identità. Ogni volontà è la manifestazione di un bisogno e la volontà principale di ogni essere vivente, e il suo bisogno principale, sono quelli di conservare ed esercitare la propria identità. Perché cambiare identità, cioè personalità, natura, significa morire come un certo essere, e rinascere come un altro e di questo l'inconscio ha paura.

Parole contro di voi

Tutto quello che dite o scrivete può essere usato contro di voi, per esempio, per classificarvi come mediocri, stupidi, ingenui, utopisti, razzisti, cattivi, ignoranti, arroganti, presuntuosi, pignoli, perfezionisti, aggressivi, offensivi, freddi, senza sentimenti, senza empatia, megalomani, opportunisti, bugiardi, incapaci, perdenti, di cattivo gusto ecc. Fate perciò attenzione a ciò che dite e scrivete, e soprattutto alle personalità di chi vi ascolta e vi legge.

Comportamento e identità sociale

Ogni cosa che facciamo o ipotizziamo di fare è oggetto non solo di autocensura inconscia, ma è anche usata come criterio di appartenenza e identità sociale. In altre parole, i nostri gesti, le nostre scelte, ci qualificano, ci caratterizzano, ci conferiscono una identità, esprimono nostre appartenenze. Comprare un certo oggetto, usarlo, servirsi di qualcosa, assistere ad un certo evento, abbigliarsi in un certo modo, costituiscono anche affermazioni di identità sociali.

Interazione come negoziazione

L'interazione umana consiste in una negoziazione esplicita o implicita, conscia o inconscia, di identità ed esigenze.



Identità come metamodello

L'uomo ha un bisogno innato di imitare, di copiare, di diventare, di essere, modelli di comportamento e di pensiero forniti da altri.

L'identità personale e sociale di un essere umano consiste infatti in un metamodello, più o meno originale, che si forma inconsciamente attraverso l'osservazione delle azioni e delle espressioni verbali altrui, mettendo insieme selettivamente aspetti salienti dei comportamenti e delle parole di diverse persone di cui il soggetto ha fatto esperienza.

Il caso e i geni

Immaginate che, al momento del vostro concepimento, in cui la metà dei geni di vostro padre si sono mescolati con la metà dei geni di vostra madre, il caso avesse scelto in modo diverso quelli che dovevano partecipare al nuovo essere: non pensate che la vostra vita sarebbe stata e sarà molto diversa, come può essere diversa la vita di due gemelli eterozigoti? Ecco, immaginate dunque di non essere voi stessi, ma un vostro gemello eterozigote, di sesso uguale o diverso, con cui non siete d'accordo su tutto.

Identità e interazioni

L'identità di un essere umano, la sua natura o personalità, è definibile nel modo in cui esso interagisce col mondo esterno e con gli altri umani in particolare. Ne consegue che ogni essere umano non ha una sola identità, ma una per ogni altro essere umano, perché il modo in cui una persona interagisce varia a seconda della persona con cui interagisce. In altre parole, l'identità di A dal punto di vista di B è diversa dall'identità di A dal punto di vista di C, perché A interagisce con B in modo diverso da come interagisce con C.

Credo che questo fenomeno sia simile a quello che Luigi Pirandello ha rappresentato nel suo romanzo "Uno, nessuno e centomila".

Essere, avere, interagire

A mio parere, per essere felici è necessaria, oltre la soddisfazione dei bisogni fisici, l'interazione con un certo numero di persone a noi congeniali. Per questo è necessario "avere" certe risorse materiali, economiche, fisiche, intellettuali ed emotive. A tal fine occorre appartenere a certe comunità, cioè "essere" certe persone, requisito che, a sua volta, implica certe interazioni.

"Interagire" è dunque l'obiettivo finale (ma, anche quello iniziale) di una vita felice. "Avere" ed "essere" sono infatti obiettivi intermedi, cioè mezzi e strumenti, per raggiungere il vero fine, che è, appunto, l'interazione sociale.

Auguriamoci dunque "buone interazioni!".

Come affrontiamo le nuove idee

Quando incontriamo una nuova idea, cerchiamo subito di verificare la sua compatibilità e coerenza con la nostra struttura mentale. In caso di incompatibilità o incoerenza (dissonanza cognitiva), ci sono due possibilità: (1) rigettiamo la nuova idea come falsa, sbagliata, assurda o insignificante; (2) trasformiamo la nostra struttura mentale per renderla compatibile e coerente con la nuova idea. Il secondo caso, che è possibile solo se ci sono dimostrazioni incontrovertibili della validità della nuova idea e/o forti pressioni sociali a suo favore, può essere traumatico, sconvolgente, doloroso a causa del sistema immunitario della psiche, che difende la sua identità contro tutto ciò che potrebbe alterarla e contro ogni causa di sofferenza.

Cosa ci unisce e cosa ci divide, cosa ci assimila e cosa ci differenzia

Per ogni persona che si incontra sarebbe opportuno chiedersi: cosa ci unisce? Cosa ci divide? Cosa ci assimila? Cosa ci differenzia? Rispondere a queste domande è difficile e complesso. Tra le cose che uniscono o dividono, assimilano o differenziano due umani ci possono essere appartenenze, gusti, disgusti, principi morali e filosofici, esperienze, linguaggi, culture, conoscenze, credenze, affinità e diversità di temperamento e di carattere, grado di intelligenza e di sensibilità, idee e alleanze politiche, colpe, meriti, divergenze di vedute su meriti e demeriti altrui, valori e disvalori, criteri di giustizia, preferenze, tradizioni, amici, nemici, parentele, interessi, obiettivi, progetti, passioni, desideri, ruoli, responsabilità, problemi, fortune, sfortune ecc.

Religiosità dei media

Mi trovo in un negozio di giornali e libri. Ogni giornale, rivista, libro, mi pare un oggetto religioso, nel senso che illustra uno stile di vita, forme, norme, valori, gerarchie, una comunità di pensiero e di comportamento. Leggere un certo giornale, rivista o libro, significa confermare la propria appartenenza al sistema sociale da esso rappresentato, e prepararsi ad adeguare il proprio comportamento a quanto in esso contenuto. In altre parole, significa acquisire o confermare una certa identità, un certo modo di essere, e la conoscenza del linguaggio e delle forme per esprimerlo e per interagire con altre persone di simile appartenenza. Hegel diceva che "il giornale è la preghiera del mattino dell'uomo moderno" e nonostante io non ami questo filosofo, credo che in questo caso abbia detto una grande e profonda verità.

Identità pecuniaria

La quantità di denaro che si è posseduto, che si possiede e che si cerca e spera di possedere sono tra i principali costituenti dell'identità, del ruolo e dell'appartenenza sociale di un individuo. Si può dire infatti che la società sia regolata dal possesso di denaro. Il denaro conferisce potere e rispettabilità, e questi a loro volta facilitano l'ottenimento di denaro in un circolo virtuoso, così come la scarsità di denaro dà luogo a scarsità di potere e di rispettabilità in un circolo vizioso.

Spesso l'attaccamento al denaro è oggetto di censura morale e per questo viene relegata nell'inconscio, dove agisce in modo insidioso e dissimulato, sotto copertura. Siamo tutti schiavi del denaro, sia chi lo possiede che chi non lo possiede, poiché dal suo possesso o privazione dipendono la nostra identità e appartenenza sociale ovvero gli elementi fondanti della nostra psiche. Ognuno è (anche) il denaro che possiede.

Sentirsi minacciati dalle idee altrui

Citazione da "Anatomia della distruttività umana" di Erich Fromm.

L'uomo non deve sopravvivere solo fisicamente, ma anche psichicamente. Ha bisogno di conservare un certo equilibrio psichico per non perdere la capacità di funzionare; per l'uomo ogni elemento necessario alla conservazione del suo equilibrio psichico ha la stessa importanza vitale di quel che serve al suo equilibrio fisico. Per prima cosa, l'uomo ha un interesse vitale a conservare il proprio schema di orientamento. Da esso dipendono la sua capacità di agire e, in ultima analisi, il suo senso di identità. Se altri mettono in dubbio il suo schema di orientamento con le loro idee, reagirà a tali idee come a una minaccia vitale. Potrà razionalizzare questa reazione in diversi modi. Dirà che le nuove idee sono intrinsecamente «immorali», «incivili», «pazze» o qualsiasi altro aggettivo possa scegliere per esprimere la sua ripugnanza, ma questo antagonismo in realtà si forma perché «lui» si sente minacciato.

La scelta dell'identità

Credo che il concetto di identità sia una struttura fondamentale della psiche. Infatti, ognuno si sente obbligato (pena l'isolamento sociale) ad assumere una identità tra quelle accettabili dalla comunità a cui desidera appartenere. Ma la scelta di una identità adatta a sé è cosa difficile e complessa, per cui spesso si rimane con una identità incerta o perfino indesiderata, cosa che è fonte di stress e angoscia. In altre parole, non sappiamo bene chi siamo né chi/cosa vogliamo o vorremmo essere. La faccenda si complica perché non c'è solo l'identità che l'individuo sceglie di assumere, ma anche quella che gli altri gli attribuiscono e le due possono essere diverse e perfino conflittuali, tanto che spesso uno assume semplicemente l'identità che gli altri gli attribuiscono rinunciando ad una sua originale, unica. In tutto questo le mode giocano un ruolo importante, fornendo strumenti di identificazione in certi gruppi o categorie sociali, ovvero mezzi per dimostrare di appartenere ad una certa comunità, intesa come gruppo di persone aventi qualcosa in comune.

La difesa immunitaria dell'identità psichica

Io credo che la psiche, così come il corpo fisico, abbia un sistema automatico e inconscio di difesa immunitaria che "normalmente" rigetta ogni elemento estraneo capace di alterarne l'identità.

Così come nel caso dei trapianti di organi, il corpo tende a rigettare il nuovo organo riconosciuto come "estraneo", così la mente umana tende inconsciamente (attraverso il fenomeno della percezione selettiva e altri meccanismi inconsci) a respingere quegli input che vengono interpretati come tentativi di alterazione della propria struttura o identità, indipendentemente dalla qualità benefica o malefica della potenziale alterazione.

Questo spiega la tenace resistenza al cambiamento da parte della grande maggioranza degli esseri umani, e quindi anche la lentezza del progresso civile in quanto esso richiede un cambio di mentalità da parte dei membri della società.

A causa di questo fenomeno, io credo che per migliorare la società non basti fare delle buone analisi delle cause dei problemi umani e delle loro soluzioni, ma occorra trovare il modo di superare le difese immunitarie di ogni identità psichica, che ne impediscono anche i cambiamenti migliorativi.


Feste vecchie e nuove

Noi umani abbiamo bisogno di feste, intese come riti sociali, ovvero come manifestazioni e conferme di appartenenze e identità comuni, ovvero di una unione.

Affinché una festa sia possibile e raggiunga il suo scopo, è necessario che i partecipanti abbiano certe cose in comune, che si sentano simili e uniti in certi aspetti. Come, ad esempio, il rispetto di certe tradizioni.

Al giorno d'oggi, in cui quasi tutte le tradizioni e tutti i valori sembrano volgere al termine, abbiamo bisogno di nuove feste, ovvero di nuovi valori, nuove appartenenze e nuove identità.

Se io dovessi scegliere il valore a cui dedicare una nuova festa, questo sarebbe la ragione, ovvero la razionalità.

Tuttavia molti temono la razionalità, perché essa dipende dall'intelligenza logica, e questa è distribuita in modo diseguale in ogni popolazione, determinando delle gerarchie intellettuali, e quindi delle disuguaglianze.

Di conseguenza, una festa della ragione può interessare solo le persone più intelligenti, e non le masse, la cui intelligenza è per definizione "mediocre" Infatti le persone mediocri non sono disposte ad ammettere la propria inferiorità intellettuale rispetto a qulle persone più intelligenti.

La mia patria

La mia patria è dove sono cresciuto, dove le cose mi sono familiari, dove so orientarmi, dove abita la mia mente, dove sono riposte le mie emozioni. I luoghi che frequentavo nell'infanzia e nell'adolescenza, le montagne intorno al villaggio dei nonni, il negozio di mio padre dove lavoravo dopo aver fatto i compiti di scuola, il coro che mi faceva sentire parte di un'armonia, il mio studio con alle pareti i simboli delle mie conquiste intellettuali e i ritratti dei miei maestri di vita, la mia famiglia, di cui non potrei più fare a meno, che resta unita malgrado e attraverso piccole e grandi incomprensioni. Queste cose, e altre a cui ora non penso, ma che ci sono, formano il paesaggio della mia patria.

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Heimat ist wo ich aufgewachsen bin, wo mir Dinge bekannt sind, wo ich mich orientieren kann, wo mein Geist wohnt, wo meine Gefühle liegen. Die Orte, die ich in meiner Kindheit und Jugend besuchte; die Berge rund um das Dorf meiner Großeltern; der Laden meines Vaters, in dem ich nach den Hausaufgaben arbeitete; der Chor, der mich wie Teil einer Harmonie fühlen ließ; die Wände meines Büros wo die Symbole meiner intellektuellen Eroberungen und die Porträts meiner Denkmeister hängen; meine Familie, auf die ich nicht mehr verzichten könnte, die trotz und gerade durch kleine und große Missverständnisse vereint bleibt. Diese und andere Dinge, über die ich jetzt nicht nachdenke, die aber da sind, bilden die Landschaft meiner Heimat.

Sull'angoscia dell'ozio

L’idea di oziare per un certo periodo di tempo può essere per qualcuno (me compreso) fonte di angoscia. Perché? È forse il sintomo di una disfunzione o disturbo mentale? Cosa potrebbe succedere ad una persona che ozia per un ora o due? Nulla di male, a meno che egli non abbia qualcosa di urgente, di non dilazionabile, da fare.

Forse l’angoscia dell’ozio è dovuta ad un problema di identità, cioè di appartenenza. Infatti, se è vero che un essere umano è qualificato e valutato in base alle sue azioni, alle sue attività, al suo comportamento, allora l’ozio,  l’inazione, potrebbe essere considerato (consciamente o inconsciamente)  come una perdita di identità, di appartenenza a qualche categoria produttiva o socialmente rispettabile, o, peggio, l’assunzione di appartenenza alla categoria dei “fannulloni” e/o degli asociali. Infatti l’ozio, se non è praticato in compagnia, può essere considerato asociale, mentre se è praticato in compagnia non può essere considerato come ozio, ma come attività sociale.

Bisogna anche distinguere l’ozio dal riposo, dato che il riposo è generalmente meritato, rispettabile, necessario e sano.

Per concludere, invidio coloro che riescono a praticare l’ozio per qualche ora di seguito senza l’angoscia di sentirsi asociali, fannulloni o privi di un’identità rispettabile.

Il problema dell'identità

Ogni umano ha una o più identità che si attribuisce da solo o che gli altri gli attribuiscono. Identità significa essere qualcosa, ovvero appartenere a certe categorie umane, alle quali sono associate proprietà come funzioni, ruoli, valori, gusti, capacità, responsabilità, colpe, meriti, alleanze, inimicizie ecc.

Le identità di una persona sono racchiuse in ciò che si può definire la sua storia. In tal senso si può dire che un individuo sia ciò che è stato, attraverso tutte le sue trasformazioni ed evoluzioni, fino a quelle più recenti, anche se si tratta di proprietà a lui assegnate soggettivamente da se stesso e dagli altri.

È pericoloso non avere identità, così come averne. Infatti, una persona senza identità riconoscibili incute timore, diffidenza e sospetto, e agli occhi del prossimo è presumibilmente ostile, perché se non lo fosse non avrebbe bisogno di nascondere le sue identità.

D'altra parte, avere e mostrare certe identità ha lo svantaggio di esporsi al giudizio e pregiudizio altrui rispetto alle identità stesse, e in particolare al rischio di essere visti come nemici o antagonisti, dal momento che ogni identità è caratterizzata da simpatie e antipatie, amicizie e inimicizie, gusti e disgusti, giudizi, approvazioni, disapprovazioni ecc.

Infine, cambiare identità può essere oggetto di disapprovazione da parte di coloro che ci hanno conosciuto e accettato con una certa identità e vedono il cambiamento come un tradimento.

Che significa "io"?

Quando parliamo o pensiamo, non dovremmo mai dire semplicemente "io" ma "il mio io cosciente" oppure "la mia persona", a seconda che intendiamo, rispettivamente, solo la parte cosciente del nostro corpo, o il corpo intero. Infatti la parola "io" da sola è ambigua perché non si sa a cosa si riferisca, e può generare confusioni e illusioni sui poteri e le responsabilità morali delle persone.

Per "corpo" dovremmo quindi intendere solo la parte inconscia della persona (o individuo). Per chiarezza potremmo chiamarlo "corpo inconscio".

Per facilitare i discorsi, si potrebbe sostituire il termine "io" (inteso come io cosciente) con il neologismo (da me coniato) "ioc". In quanto al corpo inconscio, potremmo chiamarlo "corpoi".

Insomma, ioc + corpoi = individuo (o persona), formula da cui potremmo ricavare la seguente asserzione: "io" sono una persona e come tale sono composto da un "ioc" e da un "corpoi".

L'ioc, una volta compreso che è solo la parte cosciente della persona, dovrebbe chiedersi in ogni momento: di cosa ha bisogno "qui ed ora" il mio corpoi? E di cosa "ioc" ho bisogno per soddisfare i bisogni del mio "corpoi"?





Le ipotesi di cambiamento nella mente inconscia

Nel profondo della psiche si fanno continuamente ipotesi di cambiamento, suggerite dagli avvenimenti e dalle interazioni con l'esterno. Si ipotizzano cambiamenti di comportamento, personalità, politica, ruoli, appartenenze, alleanze, atteggiamenti, aspirazioni, esigenze, strategie, azioni, reazioni ecc..

Ogni ipotesi viene inconsciamente sottoposta ad un giudizio di compatibilità rispetto ai bisogni fondamentali del soggetto specialmente per quanto riguarda i rapporti umani. Così, ognuno si chiede inconsciamente, per ogni cambiamento ipotizzato, quanto esso sia favorevole o sfavorevole rispetto ai propri bisogni fondamentali, e quali rischi comporti rispetto alla loro soddisfazione.

La maggior parte delle ipotesi di cambiamento vengono rigettate in quanto ritenute inconsciamente troppo rischiose per quanto riguarda la qualità dei rapporti umani. Infatti, ogni cambiamento, nella misura in cui modificherebbe l'identità psichica "pubblica" del soggetto, potrebbe perturbare i rapporti sociali stabiliti sulla base dell'identità precedente e invalidare il "contratto sociale" implicitamente convenuto con i diversi interlocutori.

Infatti, ogni volta che cambiamo qualcosa della nostra identità psichica dobbiamo "rifare i conti" e "riscrivere i contratti sociali" con gli altri, bisogna vedere come gli altri reagiscono al nostro cambiamento, quanto lo possono accettare o contrastare, e quali attriti e conflitti esso può generare. E siccome non si può mai essere sicuri di come gli altri reagiranno al nostro cambiamento, cambiare è sempre rischioso.

Per questo cambiare se stessi è così difficile e raro.

Cambiamento sostitutivo vs. estensivo

Mentre negli esseri non viventi (per esempio macchine e computer) il cambiamento può avvenire per sostituzione di parti, in quelli viventi (e nell'uomo in particolare) il cambiamento non può avvenire che per estensione, ampliamento, aggiunta, arricchimento, accumulazione, ovvero per apprendimento e sviluppo di nuove funzioni, opzioni e strumenti, che si aggiungono a quelli precedenti, i quali possono nel tempo andare in disuso ma restano sempre presenti nella "cassetta degli attrezzi", e ancora utilizzabili.

Infatti, la mente (specialmente quella umana) ha un istinto di conservazione che si oppone ad ogni cambiamento strutturale, mentre è predisposta all'apprendimento di nuove funzioni, purché non comportino l'eliminazione della struttura fisica e logica preesistente. Infatti l'identità di un essere umano non può cambiare nel senso di una sostituzione di parti, ma può solo estendersi, arricchirsi, aumentare di complessità.

Perciò, quando si parla di cambiamento di una persona o di una società non si dovrebbe intendere la sostituzione di una funzione con un'altra, ma la ricerca di nuove possibilità, nuovi strumenti, nuove opzioni di comportamento più adattive, convenienti e soddisfacenti per gli individui, in modo  che essi siano auto-incentivati ad usare i nuovi strumenti anziché i vecchi, senza che questi debbano essere eliminati, anche perché non possono esserlo e restano sempre a disposizione nel caso le nuove opzioni si dimostrino meno efficaci o meno efficienti.

Di conseguenza, non ha senso chiederci in cosa vogliamo cambiare, ma dovremmo piuttosto chiederci quali caratteristiche, funzioni e capacità vogliamo aggiungere a quelle che già possediamo.

Bisogno di autorità

Mi pare che l'uomo abbia un assoluto bisogno di autorità. Il concetto di autorità può implicare posizione gerarchica, potere, responsabilità, dominio, maestria, capacità, arbitrio, indipendenza, comando, istituzione, prestigio, competenza, conoscenza, ma soprattutto implica una superiorità politica, morale, intellettuale o spirituale rispetto a coloro che dispongono di minore autorità, con i privilegi che da tale superiorità derivano.

Io credo che l'uomo abbia un profondo bisogno di stabilire la propria posizione gerarchica rispetto quella di ogni altro. Così, due umani che interagiscono cercano prima di tutto, consciamente o inconsciamente, di stabilire chi dei due abbia maggiore autorità e, in caso di parità, quale sia l'autorità comune a cui essi si sottometteranno, e che stabilirà le regole della loro interazione.

Infatti, le regole di una interazione possono essere stabilite arbitrariamente da uno degli interattori (quello di maggiore autorità relativa) oppure da un arbitro terzo (una persona concreta o astratta) a cui i due accettano di obbedire, come ad esempio una religione o un ideale etico.

Una parte importante dell'identità sociale di un individuo consiste proprio nelle autorità politiche, morali, intellettuali o spirituali che l'individuo riconosce e a cui obbedisce, e/o che cerca di imporre agli altri.

Senza regole, senza direzioni, senza comandi, senza richieste, senza ordini, senza servizi, senza la conformità e l'obbedienza ad una o più autorità, l'interazione cooperativa è impossibile, ed è per questo che l'uomo deve di volta in volta scegliere se imporre all'altro la propria autorità, accettare l'autorità dell'altro o scegliere l'autorità terza comune più adatta a favorire la cooperazione.

Essere, appartenere e i limiti della libertà

Ogni appartenenza ha le sue regole, cioè i suoi obblighi e divieti formali e sostanziali, che non sono altro che limitazioni della libertà del soggetto. Malgrado ciò, o forse grazie a ciò, l'Uomo non può fare a meno di appartenere a qualcuno o qualcosa, e ha giustamente paura della libertà assoluta perché questa corrisponde al nulla, all'indifferenziato, alla morte.

L'Uomo ha infatti bisogno di una libertà relativa, all'interno di limiti imposti dalle sue appartenenze. Essere significa appartenere. Essere qualcosa o qualcuno significa appartenere alla categoria rappresentata da quella cosa o da quella identità, nella sua particolare definizione, cioè delimitazione formale e sostanziale. Una cosa che non è delimitata non esiste. Per questo la libertà totale, cioè l'assenza di limiti, specialmente in un essere umano, fa paura.

Prendiamo ad esempio lo spazio vuoto intergalattico. Non ne conosciamo i limiti esterni, ma esso ha comunque dei limiti interni, che sono costituiti dalla presenza di corpi e materie celesti. Infatti, dove è presente un corpo celeste, lo spazio non è vuoto ma occupato, e questo rappresenta un suo limite. Se lo spazio fosse completamente e infinitamente vuoto, se non contenesse né corpi celesti né materia in alcun punto, esso non esisterebbe in quanto non sarebbe né visibile né misurabile.

L'essere si definisce dunque dai suoi limiti. Chiedermi "chi sono" equivale a chiedermi quali siano i miei limiti, ovvero i miei obblighi e i miei divieti, ovvero ciò che posso e che non posso fare, pensare, esprimere. L'unico modo per raggiungere la libertà assoluta è morire. Finché siamo in vita siamo limitati non solo dalla nostra costituzione fisica, ma anche da quella psichica, specialmente dal bisogno di appartenenza sociale presente in ogni essere umano come bisogno primario, cioè scritto nel nostro DNA.

Quando percepiamo le altre persone e ci chiediamo chi siano, cioè a quali tipi umani o identità appartengano, in fondo ci chiediamo quali siano le loro regole di funzionamento, ovvero i loro limiti, ciò che da essi ci possiamo e non ci possiamo aspettare. E quando non riusciamo a rispondere a queste domande, quando non riusciamo a intuire i limiti di una persona e quella ci sembra totalmente indefinita, cioè libera, quindi anche priva di freni morali, quella persona ci fa paura e preferiamo evitarla o contribuire a distruggerla.

Per essere integrati nella società dobbiamo quindi mostrare di essere soggetti a delle regole, a obblighi e divieti, di avere dei limiti. Ma dobbiamo mostrarlo anche a noi stessi per non impazzire. Pazzia è infatti non sapere più chi siamo. Se non abbiamo limiti che ci definiscono non siamo niente e nessuno, non esistiamo nemmeno come persone, siamo solo ammassi di cellule senza umanità, siamo dei mostri.

Per concludere, ammesso che il libero arbitrio esista e che siamo in grado, in qualche misura, di esercitarlo, questo non può consistere nell'esercizio della libertà assoluta, ma nello scegliere a quali regole sociali sottometterci, cioè a quale etica ed estetica conformarci, per non impazzire, per non morire.

Identità e appartenenza

Quello che comunemente s’intende per “identità”  è l’appartenenza ad un certo insieme, o a più di uno. Infatti letteralmente identità significa essere identici a qualcosa. Escludendo l’auto identità (cioè l’idea che ogni cosa sia uguale a se stessa)  in quanto inutile e insignificante, restano due tipi di identità: l’identità “uno-a-uno” e l’identità “uno-a-molti”.

L’identità “uno-a-uno” è il caso in cui una cosa (oggetto, persona, informazione ecc.) sia identica ad un’altra cosa distinta da sé. Ad esempio se io dico che A = B o che A è identico a B, sto dicendo che A e B, pur essendo separati, sono identici, cioè hanno la stessa composizione, struttura, forma. Due gocce d’acqua sono, ad esempio, “praticamente” identiche, anche se ci potrebbero essere differenze microscopiche.

L’identità “uno-a-molti” significa che una cosa è identica ad una moltitudine (gruppo, insieme) di altre cose, ovvero a ciascun membro di tale moltitudine. Ad esempio potremmo dire che la cosa A appartiene all’insieme B, laddove tutti i membri dell’insieme B hanno qualcosa in comune pur non essendo completamente e perfettamente identici.

L’identità di una cosa, specialmente se la cosa è una persona (in tal caso potremmo dire che la cosa in esame appartiene alla categoria “persone”), è problematica in quanto può essere vera solo in parte. intendo dire che perché l’affermazione “A si identifica con l’insieme B” sia vera, è necessario che tutti i membri dell’insieme B siano tra loro identici e che A sia identico a ciascuno di essi. Tutto ciò è ovviamente quasi mai vero quando si parla di esseri viventi, e di esseri umani in particolari. Siamo infatti tutti diversamente uguali, cioè uguali e diversi allo stesso tempo. Uguali in certi aspetti, diversi in certi altri.

Insomma, sarebbe meglio non usare il termine “identità” se non in contesti matematici o di uguaglianze perfette e di assenza di varietà. In quanto al termine “appartenenza”, che è molto più preciso e significativo del termine “identità”, esso dovrebbe comunque essere usato con cautela, dal momento che gli insiemi a cui riteniamo che una cosa appartenga non sono quasi mai precisamente definiti, e i membri di tali insiemi non sono quasi mai tra loro identici, se non idealmente. D’altra parte il nostro inconscio tende spesso a trascurare, a non vedere le differenze tra le cose e tra le persone, per una esigenza di semplicità.

Il nostro cervello, infatti, aborrisce la complessità e tende a semplificare la realtà per poterla gestire più rapidamente e agevolmente. Dovremmo sempre tener conto di questa nostra tendenza alla generalizzazione, cioè alla indifferenziazione, in quanto costituisce un’aberrazione, distorsione o livellamento della realtà. Infatti, più si generalizza, più si perdono informazioni, ovvero differenze tra le cose.

Gregory Bateson ci ha insegnato che “informazione” è una differenza che fa una differenza. Perciò, più informazioni perdiamo, più occasioni perdiamo di fare differenze, cioè di cambiare la società.

Appartengo, dunque sono

“Essere” significa “appartenere” ad un certo numero di classi. Classificare significa attribuire una o più classi ad un ente, cioè stabilire che un certo ente appartiene a certe classi. Ogni umano ha la capacità di classificare qualsiasi ente, compresi gli altri e se stesso, e di conoscere o di intuire le classificazioni fatte da altri.

Le classi corrispondono ad aggettivi come: amico,  nemico, utile, inutile, innocuo, nocivo, piacevole, spiacevole, vero, falso, giusto, ingiusto, colpevole, innocente, ricco, povero, ignorante, sapiente, buono, cattivo, bello, brutto ecc.

Una classe può implicarne un'altra. Infatti potremmo dire che una certa persona A è un xlandese, cioè appartiene alla classe degli xlandesi, cioè dei cittadini della xlandia. Potremmo dire che gli xlandesi sono nostri nemici, cioè appartengono alla classe dei nemici, e di conseguenze potremmo dire che la persona A è nostro nemico, cioè appartiene alla classe dei nemici "automaticamente", in quanto appartiene alla classe degli xlandesi.

Le classi rispetto alle quali un ente può essere classificato sono in parte innate e in parte apprese. Nell'esempio precedente la classe dei nemici è innata, quella degli xlandesi appresa.

Se volessi tentare di rispondere alla domanda "chi sono?" dovrei  riformularla come segue: a quali classi appartengo secondo la classificazione fatta da me? e a quali secondo la classificazione fatta dalla persona x? e a quali secondo la classificazione fatta dalla persona y? e cosa via. Potrei anche riformularla più semplicemente dicendo: a quali classi appartengo secondo la classificazione media, o prevalente fatta delle persone che mi conoscono? Oppure: a quali classi appartengo secondo la maggior parte delle persone appartenenti ald una certa classe? E così via.

Ogni classe comporta una serie di aspettative, ovvero di comportamenti abituali, diritti e doveri, obblighi e divieti, privilegi, pregi, difetti  ecc. attribuiti covenzionalmente o soggettivamente ai membri di quella classe.

In effetti, è quasi impossibile interagire con una persona o con qualsiasi altro ente senza averlo prima classificato, ovvero senza avere delle aspettative sul suo comportamento, cioè sul suo modo di agire e di reagire.

Per concludere, le classi innate sono assolute in quanto geneticamente determinate, mente le classi apprese sono relative in quanto culturalmente determinate e variabili con le esperienze personali e collettive. La classificazione invece è sempre appresa.

Occorre quindi diffidare di ogni classificazione e, più in generale, dell'uso del verbo essere al di fuori di classificazioni esplicite o implicite.

In altre parole, non dobbiamo mai dimenticare che ogni volta che usiamo il verbo essere stiamo facendo o evocando delle classificazioni, e che ogni classificazione è culturalmente determinata, soggettiva e/o convenzionale, e più o meno "sana" in senso psicopatologico.

Trapianti (copie) di memorie

Se è vero, come dice Carlo Rovelli, che la nostra identità coincide con la nostra memoria (in tutte le sue forme), la quale è il risultato dell'elaborazione delle nostre esperienze, ne consegue che se vogliamo cambiare mentalità, personalità, visione del mondo e atteggiamento verso la vita e verso gli altri, dobbiamo cambiare la nostra memoria, ovvero le informazioni che essa contiene.

Tale cambiamento, con la tecnologia di cui disponiamo oggi, non può che essere molto limitato. Forse in un futuro più o meno lontano sarà possibile trapiantare da una persona all'altra un intero cervello o parti di cervello, o copiare la memoria di un cervello (intesa come "software") in un altro, ma oggi no. Quello che possiamo invece fare già oggi è copiare parti di memoria da una persona all'altra tramite la comunicazione, attraverso la conversazione, l'insegnamento, la lettura di libri e, in generale, il consumo di informazioni (giornali, internet, cinema, TV, radio, canzoni ecc.).

Quando, per esempio, leggiamo un libro, avviene che una parte della memoria dell'autore del libro viene copiata nella nostra, ovvero aggiunta ad essa. E quando, ad esempio, cerchiamo di indurre una persona a condividere le nostre opinioni, stiamo praticamente cercando di copiare una parte della nostra memoria in quella del nostro interlocutore.

Quando una memoria esterna viene aggiunta alla memoria di un soggetto, possono esserci due esiti.

1) La nuova parte di memoria è compatibile, ovvero coerente, con la memoria preesistente, per cui abbiamo un completamento, ovvero una conferma o rafforzamento della stessa.

2) La nuova parte di memoria è logicamente o emotivamente incoerente, ovvero conflittuale, con la memoria preesistente, per cui si determina una situazione di instabilità psicologica (dissonanza o squilibrio cognitivo-emotivo) ovvero una incertezza riguardo a quale delle due "versioni" di memoria deve essere considerata valida e perciò utilizzabile, specialmente nei rapporti con gli altri. Questo squilibrio può essere più o meno intenso e dare luogo a disturbi psichici più o meno gravi.

Nel secondo caso, può avvenire che la dissonanza cognitivo-emotiva permanga, oppure che si risolva con la graduale rimozione delle parti di memoria dissonanti considerate disfunzionali rispetto alle motivazioni del soggetto. Questo, però, che non significa che vengono rimosse le parti di memoria meno veritiere, anzi, spesso vengono rimosse verità scomode a favore di confortanti falsità.

L'idea che noi "siamo" il contenuto della nostra memoria, può essere molto utile per migliorare la nostra capacità di comprendere il prossimo, in quanto ci può aiutare a sviluppare una capacità di immaginazione e immedesimazione con il punto di vista altrui.

In tal senso, un esercizio molto utile sarebbe quello di immaginare di avere una memoria diversa dalla nostra, di aver fatto esperienze diverse dalle nostre e di guardare il mondo con questa diversa memoria e queste diverse esperienze. E, più in particolare, quando osserviamo qualcuno comportarsi in un certo modo diverso da quello in cui noi ci comporteremmo, proviamo ad immaginare di copiare una parte della memoria di quella persona nel nostro cervello. Allora forse comprenderemo quel comportamento.

Che significa (per me) appartenere?

Qualche giorno fa un mio amico mi ha chiesto: che significa per te “appartenere”?

Siccome secondo me non dovremmo dare alle parole il significato che ci garba, ma quello definito da vocabolari autorevoli, sostituirei la domanda iniziale con quelle seguenti:

  1. che significa “appartenere” nella nostra lingua?

  2. a quali cose ritengo di appartenere?

  3. cosa comportano, secondo me, certe appartenenze?

Alla prima domanda (che significa “appartenere” nella nostra lingua?) risponderei che “appartenere” significa essere parte di qualcosa di più grande, che può essere un gruppo, un’organizzazione, una comunità, o una classe (o categoria) di cose concrete o astratte. (Nel seguito userò i termini classe e categoria come sinonimi.)

Dato il significato che ho esposto, alla seconda domanda (a quali cose ritengo di appartenere?) risponderei che ritengo di appartenere a diversi gruppi, comunità e classi, di cui dirò solo alcuni esempi. Per quanto riguarda le classi: esseri viventi, esseri umani, persone di sesso maschile, persone anziane, persone benestanti, informatici, cittadini italiani, mariti, genitori, persone interessate alle scienze umane e sociali, persone introverse, persone che votano per il centro-sinistra, automobilisti, persone di taglia XL, ecc. Per quanto riguarda organizzazioni e comunità di persone: la mia famiglia di origine, la famiglia che ho formato, l'insieme dei miei amici, le associazioni di cui sono membro, ecc.

Per quanto riguarda la terza domanda (cosa comportano, secondo me, certe appartenenze?) risponderei che l’appartenenza ad una organizzazione o comunità comporta diritti e doveri, soprattutto di solidarietà, di cooperazione, di condivisione, di responsabilità, di funzione ecc. purché si tratti di una comunità o organizzazione non imposta, ma scelta dall’individuo. Altra cosa è l’appartenenza ad una classe o categoria astratta. Questo secondo tipo di appartenenza non comporta né diritti né doveri, ma solo “aspettative” di tipo cognitivo. Intendo dire che se si ritiene che uno appartenga ad una certa classe, ci si aspetta che si comporti come si comportano tipicamente gli appartenenti a quella classe.

Le appartenenze di una persona possono essere più o meno oggettive o soggettive, reali o percepite. Messe insieme, esse  costituiscono l’identità sociale di una persona, con tutta una serie di diritti, doveri e aspettative che vengono assunti e presunti da chi stabilisce le appartenenze stesse.

Temo di non aver risposto alla domanda del mio amico, che si aspettava che io parlassi delle mie “personali” appartenenze, e non voleva sentire una tesi filosofico-sociologico-psicologica sulle appartenenze. Il fatto è che io mi rendo conto sempre di più del fatto che le mie appartenenze, escludendo quelle più ovvie (famiglia, organizzazioni e stato) sono relative, soggettive, arbitrarie e variabili, e io cerco di non farmi condizionare da esse.

Il senso dei riti, delle feste e delle forme tradizionali

Le feste, i riti e le varie forme tradizionali (che nel seguito chiamo semplicemente “riti”) servono ad unire, a confermare delle unioni tra persone, a confermare l’appartenenza a certe unioni, raggruppamenti o categorie di esseri umani e, in ultima analisi, la stessa identità delle persone.

Attraverso la celebrazione di un rito, l’individuo conferma agli altri e/o a se stesso di appartenere al gruppo umano di cui tale rito costituisce una forma caratteristica di riconoscimento e che lo differenzia dagli altri gruppi, cioè dai gruppi che non riconoscono né richiedono tale rito.

La celebrazione di un rito è anche un atto di obbedienza ad un padre (metaforico o metafisico) comune.

Uno dei dieci comandamenti è “ricordati di santificare le feste” perché nel santificare la festa l’individuo conferma la sua sottomissione al dio a cui la festa è dedicata, e la sua fratellanza rispetto alle altre persone che riconoscono lo stesso padre e ad esso si sottomettono.

Il rito è dunque una dichiarazione di unione, di fratellanza, di sottomissione ad un’autorità comunemente accettata.

Chi non celebra il rito dichiara implicitamente di non appartenere al gruppo caratterizzato da tale rito.

La celebrazione di un rito è dunque rassicurante nel senso che rassicura i confratelli e le autorità sulla propria fedeltà al gruppo, allontanando i sospetti di infedeltà e il rischio delle relative ritorsioni.

Dopo la celebrazione del rito ci si sente “a posto con la coscienza” rispetto al gruppo a cui si ha bisogno di appartenere o non si è costretti ad appartenere. Ci si sente come uno che ha “fatto il proprio dovere” ed appartiene perciò a pieno titolo al gruppo.

Si può simultaneamente appartenere a gruppi di vari livelli.

Un primo livello è quello della coppia di coniugi, partner, amici o parenti. In questo caso il rito è costituito da un ricorrente scambio di visite, attenzioni, informazioni, auguri, doni, tenerezze, rapporti sessuali ecc.

Un altro livello è quello della famiglia. In questo caso il rito è costituito dal mangiare insieme e dal fare cose insieme, come viaggiare, visitare mostre e musei, trascorrere insieme vacanze ecc.

Un altro livello è quello del gruppo di amici. In questo caso il rito è costituito dal fare cose insieme, come ballare, mangiare, assistere a spettacoli teatrali, cinematografici, musicali, sportivi, viaggiare, visitare mostre e musei, trascorrere insieme vacanze, drogarsi ecc.

Altri livelli sono costituiti da comunità di vario tipo, nazionalità, razze, professioni, religioni, filosofie, stili di vita, classi sociali, tifoserie sportive ecc.. Ognuno di questi gruppi ha i suoi riti che gli aderenti celebrano, rispettano, onorano come conferme di appartenenza e fedeltà ai gruppi stessi.

Il rito è anche un modo per affermare o confermare un’identità. Una persona ha una certa identità nella misura in cui celebra i riti caratteristici di quella identità.

Chi celebra il rito esige che anche gli altri membri dello stesso gruppo lo facciano, altrimenti non li considera più “congruppali” (commilitoni, camerati, connazionali, correligionari, amici, familiari ecc.).

La celebrazione del rito è necessariamente ricorrente, con una periodicità che varia a seconda del tipo di rito. L’effetto del rito infatti ha una durata limitata e, se non rinnovato, si annulla.

I riti servono a rigenerare l'idea e il senso del noi.

L'arte, l'artigianato, la fotografia, il teatro, il cinema, la letteratura, la musica, contribuiscono ai riti e sono essi stessi dei riti.

I sacrifici comuni, le vittorie comuni, i beni comuni possono anche funzionare da riti.

Sul bisogno di riconoscimento

Il bisogno di riconoscimento è funzionale al bisogno sociale (cioè di appartenenza, integrazione, interazione e cooperazione sociale) il quale è un bisogno primario, cioè geneticamente determinato, e da cui dipende la felicità umana. Senza una qualche forma di riconoscimento non è infatti possibile la vita sociale né il benessere psichico e il piacere che da essa dipende.

Ciò che vogliamo ci sia riconosciuto è la nostra stessa esistenza così come siamo, la nostra umanità, identità, dignità, normalità, conformità ai modelli sociali adottati, le nostre peculiarità, qualità, uno o più ruoli sociali da noi scelti, una certa utilità, bontà, bellezza, eleganza, sex appeal, affidabilità, saggezza, cultura, competitività, importanza, appartenenza a certe comunità o categorie a cui desideriamo appartenere (religiose, etniche, ceti sociali, mode, folclore etc.), doti, virtù, meriti, diritti, privilegi, competenze, capacità, immunità, una certa autorità e le superiorità che riteniamo di avere.

Il rapporto sessuale o amoroso costituisce una forma di riconoscimento molto appagante. L'accettazione del rapporto sessuale o amoroso con noi da parte del nostro partner costituisce infatti un forte ed esplicito segnale di riconoscimento, così come spesso interpretiamo il rifiuto del rapporto come segnale di non riconoscimento delle nostre qualità.

Non solo siamo continuamente in cerca di riconoscimento e temiamo di perderlo, ma tutto ciò che facciamo, pensiamo o desideriamo è continuamente sottoposto a un giudizio censorio inconscio preventivo e corrente per verificarne la valenza sociale, ovvero in quale misura esso può giovare o nuocere al nostro riconoscimento da parte degli altri. A seconda del verdetto, l'azione, il pensiero, il desiderio, vengono incoraggiati o inibiti. In altre parole, le motivazioni umane sono direttamente o indirettamente legate alla speranza di mantenimento o crescita del nostro riconoscimento da parte degli altri.

Ogni "altro" è un rappresentante dell'umanità. Se ci accetta, ci sentiamo accettati dall'umanità e quindi soddisfatti, se non ci accetta, o non lo riconosciamo come umano e non accettiamo il suo giudizio, oppure cadiamo nella tristezza, ansia, angoscia, paura, panico o depressione.

Il bisogno di riconoscimento esiste in ogni essere umano sano. Infatti, chi non lo ha è asociale. Tuttavia tale bisogno può essere patologico quando assume un'intensità eccessiva oppure forme irreali, come il voler essere riconosciuti per ciò che non si è o per più di ciò che si è. Un bisogno di riconoscimento è eccessivo quando, ad esempio, il riconoscimento c'è ma non viene percepito, o viene percepito in misura molto inferiore a quella reale.

La reciprocità è importantissima nel riconoscimento. Infatti, chi non è riconosciuto da una persona difficilmente la riconosce.

Purtroppo, sebbene ognuno abbia un forte bisogno di riconoscimento, spesso non è disposto a dare agli altri il riconoscimento di cui hanno bisogno, che desiderano, cercano o chiedono. In altre parole, in generale, il riconoscimento richiesto è minore di quello offerto.

Concludendo:

1) Abbiamo tutti un bisogno profondo, inconscio, dominante e ineluttabile di essere riconosciuti per ciò che siamo o vogliamo essere.

2) Ognuno ha il potere di soddisfare o frustare, consciamente o inconsciamente, volontariamente o involontariamente, il bisogno di riconoscimento che gli altri hanno.

3) Il riconoscimento è normalmente reciproco o assente. Chi non è sensibile al bisogno di riconoscimento da parte degli altri difficilmente riesce ad ottenere il riconoscimento di cui ha bisogno, e di conseguenza tende ad avere difficoltà nelle relazioni sociali.

4) Per aumentare il livello medio di felicità dell'umanità è necessario che aumenti la disponibilità al riconoscimento altrui da parte delle persone in cui essa è carente, in modo che la domanda e l'offerta di riconoscimento siano equilibrate e si incontrino.

Appartenenze e identità sociali

Il complemento grammaticale del verbo “appartenere” che risponde alla domanda "a che cosa?" è un “insieme”, il quale può essere un sistema o una classe. In altre parole le cose, le persone, gli oggetti, le idee, gli eventi ecc. (che chiamo collettivamente “enti”), appartengono a determinati insiemi, cioè a determinati sistemi e/o classi.

Un “sistema” è un insieme concreto (vivente o non vivente) organizzato, cioè costituito da parti (o sottosistemi) che interagiscono al fine di soddisfare i propri bisogni e/o di realizzare le funzioni del sistema stesso. Un sistema può essere meccanico, informatico, biologico, mentale, sociale, ecc. Può essere generato (formato, costruito) casualmente, a seguito di una evoluzione biologica, o “intenzionalmente” da un essere intelligente (come l’homo sapiens o un primate).

Una classe è un insieme cognitivo (cioè un’astrazione) caratterizzato da certe proprietà (ovvero caratteristiche), tali che tutti i membri (ovvero gli oggetti o gli enti) appartenenti a quella certa classe possiedono gli attributi caratteristici della classe stessa.

Non esiste alcunché che non appartenga a uno o più sistemi e/o classi, e la conoscenza umana consiste nello stabilire a quali “cose” (cioè a quali insiemi) gli enti riconoscibili appartengano, in termini di sistemi e/o di classi, e quali siano le proprietà dei sistemi e della classi di appartenenza.

Lo sviluppo della mente di un essere umano consiste nella formazione e accumulazione di classi e di modelli di sistemi nella memoria individuale, in modo da consentire all'individuo il riconoscimento di enti in quanto membri di classi e/o parti di sistemi caratterizzati da certe proprietà e da certe funzioni.

Per “classificazione” intendo l’associazione di un ente con una o più classi. In altre parole, classificare significa affermare che un certo ente è membro di certe classi.

Per “sistematizzazione” intendo l’individuazione di un ente come parte di uno o più sistemi.

Un’appartenenza implica delle aspettative, nel senso che se io penso che un ente X appartenga ad una classe Y o a un sistema Z, mi aspetto che X abbia le caratteristiche tipiche della classe Y o che si comporti (cioè che agisca e reagisca) come parte del sistema Z.

Il riconoscimento di un ente particolare deve quindi essere preceduta dalla definizione delle classi e/o dei sistemi a cui si ritiene che essa appartenga. Tuttavia la formazione delle classi e dei modelli di sistemi avviene attraverso le  esperienze di enti non ancora classificati e non ancora sistematizzati.

Un essere umano classifica e sistematizza se stesso e gli altri, nel senso che stabilisce in modo più o meno temporaneo o persistente, a quali classi e a quali sistemi egli stesso, e gli altri, appartengano.

L’identità sociale, o immagine sociale, di un essere umano consiste nella enumerazione delle classi e dei sistemi (biologici e sociali) predefiniti a cui si ritiene che esso appartenga.

Per un essere umano una classe/sistema è, ad esempio, una comunità culturale o subculturale, un gruppo, un partito politico, una categoria professionale, un movimento intellettuale, un tipo psicologico, un tipo etinico, un tipo fisico ecc.

Le appartenenze di un essere umano sono spesso problematiche in quanto costrittive, nel senso che un’appartenenza comporta una certa persistenza di attributi e di funzioni, che non possono essere cambiati liberamente, pena la perdità di identità sociale, e l’impossibilità di classificare, ovvero di qualificare una persona, e se stessi.

La comunicazione creativa negata

La difficoltà di comunicare in modo creativo da parte di quasi tutti gli esseri umani

Gli esseri umani mi sembrano fortemente limitati nelle loro capacità di comunicazione con persone al di fuori della loro cerchia di familiari, amici, colleghi, clienti e fornitori. Ed anche all'interno di tale cerchia, la comunicazione mi sembra molto limitata sia nei tipi di temi trattati, sia nella profondità del trattamento.

Esistono modi stereotipati di comunicare ai quali pochi riescono a sfuggire, e nella grande maggioranza dei casi la comunicazione obbedisce ad una serie di obblighi, divieti, paure, consuetudini che riguardano le persone con cui si può, non si può, si deve, non si deve, conviene, non conviene parlare e di cosa si può, non si può, si deve, non si deve, conviene, non conviene parlare, con tutte le combinazioni possibili (ad esempio, solo con certe persone si può parlare di certe cose).

Mi chiedo se queste limitazioni della libertà di comunicare siano dovute a scelte volontarie e consapevoli, a imposizioni più o meno esplicite da parte della cultura dominante oppure a forze involontarie più o meno consce. Quale che sia la causa o l'insieme di cause di tali limitazioni, io credo che esse abbiano un ruolo importante nei mali dell'umanità e nel ritardo del progresso civile.

La comunicazione tra due esseri umani ha generalmente uno o più scopi che possono essere di tipo:
  • rituale

  • collaborativo

  • commerciale

  • ludico

  • sessuale

  • violento

  • creativo

La comunicazione rituale serve ad affermare o confermare un'identità, un'appartenenza, una fedeltà, una sottomissione, una devozione, un'obbedienza, un ruolo sociale o una posizione gerarchica o funzionale nell'ambito di un sistema socioculturale comune.

La comunicazione collaborativa serve a coordinare attività produttive.

La comunicazione commerciale serve a coordinare uno scambio di beni, servizi o informazioni.

La comunicazione ludica serve a procurare stimolazione gradevole, piacere, divertimento, ilarità, allenamento fisico e mentale mediante simulazione di situazioni reali.

La comunicazione sessuale serve a stimolare o favorire l'unione sessuale a fini di piacere o di riproduzione.

La comunicazione violenta serve a imporre, attraverso minacce o lesioni, uno stato di sottomissione, sfruttamento, umiliazione, sconfitta o, nei casi estremi, a provocare l'annientamento di una persona o categoria di persone.

La comunicazione creativa serve a stimolare e facilitare, attraverso la conversazione e la discussione, la concezione di nuove idee e soluzioni utili alle persone che interloquiscono o ad altre.

Nel mondo attuale le comunicazioni rituali abbondano soprattutto in ambiti tradizionali, quelle collaborative sono abbastanza diffuse ma generalmente limitate ad ambiti aziendali, quelle commerciali sono molto diffuse (troppo, secondo me), quelle ludiche sono abbastanza diffuse tra i bambini ma poco tra gli adulti, la comunicazione sessuale è molto diffusa in forme più o meno esplicite, la comunicazione violenta è tragicamente diffusissima soprattutto in certe zone del pianeta e delle nostre città, la comunicazione creativa è molto rara.

La comunicazione creativa sembra essere oggetto di inibizione a livello di inconscio individuale e collettivo. Infatti la creatività è politicamente pericolosa perché in grado di minare le gerarchie politiche e religiose criticando le basi del loro potere. La comunicazione creativa è per definizione libera da schemi e condizionamenti, ma la libertà fa paura, come spiegato mirabilmente da E. Fromm in Fuga dalla libertà. La creatività richiede libertà e sviluppa ulteriormente la libertà stessa attraverso la concezione di nuove opzioni, compresa quella di stabilire nuove relazioni sociali al di fuori della propria cerchia. In altre parole, la creatività crea instabilità nelle relazioni sociali. La comunicazione creativa richiede e sviluppa l'intelligenza e questa è pericolosa perché tendenzialmente favorisce un ordinamento politico-sociale in cui le persone più intelligenti e creative potrebbero o dovrebbero occupare le posizioni gerarchiche più elevate, mentre sappiamo che fino ad oggi le cose hanno funzionato diversamente.

Per coltivare la creatività bisogna superare inibizioni inconsce (individuali e collettive) e trovare il coraggio di comportarsi in modo non conforme a quello imposto dalla subcultura di appartenenza, inclusa l'eventualità di rompere le relazioni con le persone a cui si è legati e che perciò cercano di scoraggiare il nostro desiderio di crescita e di libertà intellettuale e sentimentale. In altre parole, la creatività ci aiuta e ci spinge a cambiare, e perciò ad essa si oppongono (consciamente o inconsciamente) tutti quelli che non vorrebbero vederci diversi se non in modi ad essi favorevoli.

Coltivare la creatività è un'opportunità a disposizione di tutti per cambiare in meglio se stessi e il mondo. Fortunati quelli che hanno l'intelligenza e il coraggio di praticarla, anche se essa può comportare un isolamento sociale più o meno grande nei confronti di coloro che temono le sue conseguenze, destabilizzanti l'ordine sociale e mentale a cui sono abituati.

Oggi Internet dà a tutti la possibilità di comunicare con qualunque altra persona al mondo, conosciuta o sconosciuta, senza limiti di distanza e con strumenti di selezione molto sofisticati per facilitare l'incontro tra persone con caratteristiche e/o interessi affini. Ma queste enormi potenzialità vengono sfruttate ancora molto poco per i motivi detti sopra (fatta eccezione per i siti di incontri a sfondo sessuale). Spero che intorno all'obiettivo della comunicazione creativa possano nascere dei social network in grado di migliorare la situazione mediante la condivisione e la promozione di una mentalità aperta, tesa al reciproco arricchimento.