Dimmi chi imiti e ti dirò chi sei.
L'imitazione è una forma di condivisione.
Ogni umano ha qualcosa in comune con ogni altro.
Società = cooperazione + competizione + imitazione + selezione.
Ognuno crea le sue mappe della realtà, a volte copiando mappe altrui.
Non possiamo fare a meno di imitare, ma possiamo scegliere chi imitare.
Imitare o non imitare? Chi imitare? Chi non imitare? Questo è il problema.
L'uomo è sempre occupato ad imitare qualcun altro, ma non vuole ammetterlo.
Più le persone sono conformiste, più sono legate alle tradizioni o alle mode.
L’imitazione è una forma di condivisione, ovvero la condivisione di una forma.
La cooperazione tra umani si basa sulla condivisione di modelli di comportamento.
L'uomo desidera una comune appartenenza rispetto agli altri, e per questo tende ad imitarli.
L'uomo ha un bisogno innato di imitare, copiare, riprodurre, e ne trae piacere quando vi riesce.
La contagiosità dello sbadiglio potrebbe essere spiegata mediante la teoria dei neuroni specchio.
Le persone più imitate sono quelle più visibili, cioè quelle viste dal maggior numero di persone.
C'è un'infinità di cose che non faremmo mai se non sapessimo che persone che noi rispettiamo le fanno.
Essendo l'uomo un animale fondamentalmente imitatore dei propri simili, egli imita sia il bene che il male.
Siamo tutti influencer. Ciò che cambia è la quantità e la qualità delle persone che riusciamo a influenzare.
La vita biologica è basata sulla riproduzione, la vita sociale sull'imitazione, che è una sorta di riproduzione.
Ognuno sente il bisogno di imitare certi modelli di comportamento, e quanto meglio ci riesce, tanto più è felice.
Cominciamo con l'imitare gli altri, finiamo con l'imitare noi stessi avendo dimenticato coloro che abbiamo copiato.
La televisione non fa altro che presentarci continuamente modelli di comportamento da imitare e altri da non imitare.
L'appartenenza sociale è basata sulla imitazione e riproduzione di certe forme caratteristiche di una certa comunità.
Apprendere una conoscenza che non sia il risultato di una propria esperienza originale consiste nel copiare certe idee.
La quantità attrae più della qualità. Infatti, i modelli di comportamento più imitati sono quelli più diffusi, non i più nobili.
Ogni forma o espressione culturale è un invito all'imitazione, alla conformazione, alla condivisione, all'interazione secondo certe logiche.
L'intensità del bisogno di imitare un certo modello di comportamento è proporzionale alla quantità di imitatori del modello stesso percepita dal soggetto.
Ogni umano ha due bisogni innati in perenne conflitto: essere uguali gli altri, ed essere diversi dagli altri. In alcuni vince il primo, in altri il secondo.
Tutto ciò che impariamo (nel bene e nel male) lo impariamo da altri. Perciò è importante saper scegliere con spirito critico i propri maestri e i propri modelli.
L'uomo non ha un'anima unica, ma almeno quattro, e un ministero per ciascuna di esse: cooperazione, competizione, imitazione, selezione. Ovviamente sono anime mortali.
Tra i motivi per cui l'imitazione dei comportamenti altrui è così pervasiva nell'Uomo, c'è il fatto che essa viene solitamente premiata, sin dalla nascita dell'individuo.
Ogni vita umana costituisce, tra altre cose, anche un modello di comportamento sociale che altri possono imitare almeno in parte, se lo trovano congeniale, utile o necessario.
Noi vogliamo inconsciamente essere come ci vogliono le persone da cui la nostra vita dipende, cioè quelle di cui abbiamo bisogno (materialmente o come guide o modelli) per vivere.
Gli esseri umani tendono ad imitare tutto ciò che vedono gli altri fare, e più sono quelli che fanno la stessa cosa, più forte è la motivazione ad imitarli. Per questo la TV è molto pericolosa.
"Essere se stessi" non significa nulla. Siamo sempre noi stessi, anche quando imitiamo gli altri, perché è impossibile non imitare, perché sin da bambini apprendiamo e ci formiamo per imitazione.
La vita è un continuo processo di riproduzione, cioè di copia, sia in senso genetico che interattivo. Infatti la mente non fa che riprodurre modelli di comportamento appresi, con piccole variazioni.
Il piacere di essere alla moda è legato alla paura di non esserlo. Infatti essere alla moda costituisce un bisogno, perché il non esserlo potrebbe essere causa (reale o percepita) di emarginazione sociale.
Gli esseri umani imitano comportamenti altrui senza comprenderne il significato. Se lo comprendessero, non si tratterebbe di imitazione. Imitano perché l'imitazione viene premiata e la non imitazione punita.
Gli esseri umani si imitano a vicenda involontariamente, automaticamente e inconsapevolmente. Questo è generalmente utile (infatti è una caratteristica genetica) ma può essere disastroso in una società malata.
Ogni cosa che facciamo viene giudicata dagli altri e da noi stessi. Siccome i giudizi possono essere contrastanti, molti preferiscono fare solo cose che anche gli altri fanno, e farle insieme agli altri, o allo stesso tempo.
L'empatia consiste in una imitazione o copiatura. Infatti un essere vivente può riprodurre in sé, cioè copiare, i sentimenti e i pensieri di un altro. Su questa imitazione si basano l'apprendimento, la comunicazione e la cultura.
Se qualcuno ricompensasse delle persone solo per imitare gesti di sua invenzione privi di qualunque significato, dopo un certo numero di giorni molte di quelle persone sentirebbero il bisogno e il piacere di imitare altri gesti, e alcuni vi troverebbero dei significati interessanti.
Le pressioni sociali a cui siamo sottoposti possono indurci a simulare (anche a noi stessi) bisogni non nostri, ma osservati negli altri e ritenuti giusti o necessari dalla comunità di appartenenza. Sono ciò che chiamiamo "bisogni indotti". Chi può dire di non avere bisogni indotti?
Il concetto di «tipo» equivale a quello di «modello». Infatti certi tipi si riconoscono in base a certi modelli, e viceversa. Ciò è dovuto al fatto che i tipi, come i modelli, sono caratterizzati da certi aspetti formali e/o funzionali. Infine, i tipi, come i modelli, si prestano ad imitazioni.
Condividere, che implica copiare, imitare, conformarsi, costituisce un bisogno umano di origine genetica, e un piacere quando tale bisogno è soddisfatto. Qualsiasi cosa può essere oggetto di condivisione, e quindi causa di piacere, anche le cose più stupide e insensate. anche i comportamenti più assurdi.
Suppongo che, così come abbiamo un bisogno e un istinto di imitazione, così abbiamo una capacità innata di capire quanto il nostro interlocutore sia simile o diverso rispetto a noi nei pensieri e nei sentimenti, e di reagire di conseguenza, automaticamente, involontariamente, in modo amichevole od ostile.
L’uomo tende naturalmente a conformare il suo pensiero e il suo comportamento a quelli delle persone con cui interagisce più spesso e in età più giovane. Questa tendenza, sebbene indispensabile per la conservazione della specie umana, è pericolosa quando le persone con cui si interagisce sono mentalmente insane.
Abbiano bisogno di Influencer che fungano da modelli etici e intellettuali per il progresso civile. Gli influencer attuali sono solo modelli di mode esteriori, che non richiedono alcun impegno, né materiale, né mentale, né verso gli altri, né verso se stessi. Servono solo a ridurre la paura di sentirsi diversi, anormali.
La televisione e Internet ci offrono modelli di comportamento e di pensiero da imitare. Per ogni modello dovremmo chiederci se è buono per noi, cioè se ci aiuta ad essere più felici, ed evitare di imitarlo se la risposta è negativa. Soprattutto dovremmo resistere alla tentazione di imitare un modello solo perché ci sembra molto popolare.
A mio parere, l'uomo ha un bisogno genetico di imitare gli altri, e quando non ci riesce abbastanza è preso da ansia o panico. Quando invece ci riesce bene, e gli altri glielo confermano, è felice. In alcuni uomini, però, a causa di una mutazione genetica, il bisogno di imitare è molto attenuato. Si tratta dei rivoluzionari della cultura.
I conformisti sono tali sia per un bisogno innato di imitazione, comune a tutti gli esseri umani, sia perché la conformità rispetto ai modelli sociali della comunità di appartenenza viene premiata, e la non conformità punita, esplicitamente o implicitamente. Di conseguenza, sentirsi conformi è causa di piacere, e sentirsi non conformi causa di dolore.
L'uomo è un animale credente. E' capace di credere in qualsiasi cosa. Guardate in quante cose diverse l'uomo ha creduto nelle varie epoche e nei vari paesi. Le più assurde, le più improbabili, le più pericolose, le più violente, le più strane, le più ingenue, le più stupide. Per il solo fatto che ci credevano molti altri. Specialmente in materia di religione. Ancora oggi.
Rinunciare alla competizione significa scegliere di vivere come eremiti o come servi. Io credo che la competizione non debba essere eliminata, ma demimistificata, svelata, regolata, limitata, arbitrata, gestita con intelligenza ed empatia, insieme con la cooperazione, la selezione (che implica una certa competizione) e l'imitazione, le quattro motivazioni sociali fondamentali.
La vita è essenzialmente un fatto riproduttivo. Infatti si può dire che è vitale ciò che si riproduce, non solo in senso genetico, ma anche in senso culturale. Intendo il caso in cui le idee o il comportamento di un individuo vengono appresi (ovvero riprodotti) da un'altro. Attraverso questa riproduzione culturale il comportamento di un individuo influenza la vita di un altro.
Quando ero giovane, parole come tipologia, problematica e metodologia erano di uso raro e specialistico. Oggi quasi tutti le usano come sinonimi di tipo, problema e metodo. Suppongo che pochi conoscano le rispettive differenze di significato e che si sia trattato di un fenomeno imitativo a partire da qualcuno che usava certi termini piuttosto che altri per farsi credere più erudito.
Non solo ci sentiamo spinti ad imitare gli altri (e spesso siamo indecisi sui modelli da scegliere), ma percepiamo gli altri sempre come somiglianti a certi "modelli di umanità". Infatti ci sentiamo a disagio se non riusciamo a capire quali sono i modelli che gli altri imitano, ovvero a quali gruppi sociali e tipi psicologici gli altri appartengono. Siamo prigionieri degli stereotipi della nostra cultura.
L’uomo è valutato e giudicato dai propri simili anche in merito ai propri bisogni e ai propri desideri. Per questo è indotto ad “aggiustare” i propri bisogni e i propri desideri secondo le aspettative e le esigenze altrui, finendo per non sapere se i suoi bisogni e i suoi desideri sono autentici, innati, originali, oppure finti, copiati, artificiali, costruiti per compiacere gli altri e fare “bella figura”.
Tutti gli esseri viventi dimostrano straordinarie competenze senza consapevolezza né comprensione di ciò che stanno facendo, né dei relativi fini. In altre parole, fanno inconsapevolmente le cose "giuste" per sopravvivere e riprodursi. L'uomo non è da meno, in quanto imita gli altri senza esserne consapevole e senza sapere perché. Tuttavia la sua imitazione può rivelarsi controproducente e portarlo alla rovina.
Ognuno di noi, senza accorgersene, segue certi modelli di pensiero e di comportamento appresi attraverso le esperienze sociali.
In altre parole, siamo tutti programmati a pensare e a comportarci in certi modi che abbiamo appreso, per imitazione, da altre persone.
Anche l'indagine, la critica e il cambiamento dei modelli di pensiero e di comportamento avvengono secondo certi modelli appresi.
Giudicare implica prendere posizione a favore o a sfavore di certe idee e delle persone che le diffondono. Purtroppo La maggior parte della gente giudica e prende posizione, non giudica e non prende posizione, semplicemente adottando i giudizi e le posizioni, i non giudizi e le non prese di posizione, della maggioranza delle persone della cui cooperazione ha bisogno. Le conseguenze di questo fenomeno sono sotto gli occhi di tutti.
Ogni umano ha bisogno di cooperare con altri umani, ma è disposto a farlo solo con certi tipi di persone e in certi modi adatti alla propria personalità, alle proprie esigenze, e ai propri gusti. Perciò la cooperazione è a volte difficile, se non impossibile. Questa difficoltà può causare solitudine, incomprensione, frustrazione, sofferenza, rassegnazione, umiliazione, infelicità, tanto più, quanto più si è diversi dai tipi umani più comuni.
Le tradizioni sono esercizi e gare di imitazione. L'imitazione (cioè la riproduzione) di forme sociali è un valore "dimostrativo". Infatti, chi meglio imita le forme sociali della comunità di appartenenza dimostra una maggiore integrazione sociale e quindi una maggiore forza e resilienza. Anche le mode, in quanto forme sociali, costituiscono un terreno di competizione nella gara a chi è più "sociale", ovvero più conforme alle caratteristiche della comunità.
Ogni essere umano segue (imita, riproduce) dei modelli. Modelli di pensiero, di comportamento, di interazione, di partecipazione, di integrazione sociale. Comportamenti, azioni, gesti che non seguano un modello sono possibili, ma molto rari e difficili da attuare in quanto richiedono uno sforzo di volontà e di autocontrollo in tal senso. D'altra parte, l'apprendimento umano è basato sull'imitazione di modelli e tutto ciò che abbiamo appreso è parte di modelli.
Un rito consiste in una cerimonia di imitazione, di ripetizione di gesti prestabiliti da parte di un gruppo in cui ognuno recita la parte a lui assegnata. Si tratta di una imitazione collettiva in cui al tempo stesso vengono imitati (cioè riprodotti) gesti del passato e del presente, e gli imitatori vengono a loro volta imitati come in un gioco di specchi che si riflettono all'infinito. Un gioco in cui vince chi fa la migliore imitazione, la più autentica, la più fedele.
L'uomo ha un bisogno innato di imitare, di copiare, di diventare, di essere, modelli di comportamento e di pensiero forniti da altri.
L'identità personale e sociale di un essere umano consiste infatti in un metamodello, più o meno originale, che si forma inconsciamente attraverso l'osservazione delle azioni e delle espressioni verbali altrui, mettendo insieme selettivamente aspetti salienti dei comportamenti e delle parole di diverse persone di cui il soggetto ha fatto esperienza.
Il bisogno di comunità (ovvero di condivisione) dà luogo a diversi desideri, come quelli di stare in compagnia di persone simili a sé, indurre gli altri a diventare come se stessi, e diventare come gli altri. In altre parole, il bisogno di comunità è causa del desiderio di imitare gli altri e/o di essere imitati dagli altri nella visione del mondo, nei comportamenti, nei modi di pensare (e di non pensare), nei sentimenti, nelle motivazioni, nelle capacità (e incapacità) e negli aspetti esteriori.
Dimostrare (a se stessi e/o agli altri) di essere capaci di riprodurre qualcosa è fonte di piacere, tanto più intenso quanto più complessa è la cosa riprodotta. Evidentemente l'uomo ha un istinto, e un bisogno, di riproduzione. La riproduzione implica l'imitazione, attraverso la quale l'uomo impara e riproduce la cultura, ovvero i modelli socioculturali, che sono modelli di interazione sociale. Si può dunque affermare che l'uomo ha un istinto, e un bisogno, di imitazione, senza il quale non potrebbe apprendere alcunché di culturale.
Ci sono persone che, se non fingessero di essere normali, sarebbero sole come cani randagi (a volte mi sento come uno di loro). Il problema è che gli "anormali" lo sono tutti in modi diversi per cui un anormale è "normalmente" incompatibile non solo con i "normali", ma anche con tutti gli altri anormali. Un'amicizia tra anormali è dunque molto improbabile, per cui essi sono condannati alla solitudine a meno che, ogni tanto, non fingano di essere normali o che la loro anormalità sia uguale a quella della persona con cui vogliono avere una relazione.
La vita sociale è regolata da modelli di interazione, di partecipazione e di integrazione, che gli individui assumono per imitazione, e attraverso i quali interagiscono con i loro simili. Ad ogni transazione viene attribuito un significato facendo riferimento a qualche modello sociale. Quando non si trova un modello corrispondente, la transazione viene considerata strana o violenta.
I mass media presentano modelli sociali pronti da imitare, da indossare, con ruoli predefiniti da assumere, che promettono una soddisfacente partecipazione sociale.
Il comportamento di un essere umano ricalca, ovvero imita, certi modelli che costituiscono i ruoli caratteristici di certi tipi di comunità. In altre parole, ogni individuo vive come il personaggio di un dramma di cui interpreta il copione, ovvero come il giocatore di un gioco di società, gioco di cui conosce e rispetta le regole.
Infatti non siamo liberi di essere né di fare ciò che vogliamo, ma il nostro comportamento deve conformarsi a certi modelli condivisi (ovvero "in comune") con altri membri della comunità a cui desideriamo o abbiamo bisogno di appartenere.
L’inconscio consiste in un insieme di strategie di cooperazione sociale, costituite da regole (obblighi e divieti, diritti e doveri), da astuzie (come ottenere la cooperazione altrui al minimo costo in termini di beni, fatiche e frustrazioni), da aspettative (come reagiranno gli altri se mi comporto in un certo modo), da modelli (quali forme imitare per appartenere a certe comunità), da valori (cosa vale per gli altri) e da risorse competitive (come conquistare e mantenere i posti più alti possibile nelle varie gerarchie e come essere preferiti nella selezione sociale).
Generalmente un bambino è amato, protetto e guidato dai genitori in cambio della sua obbedienza e della sua imitazione. Poi, divenuto adolescente, si ribella ai genitori, e sceglie modelli alternativi da imitare. Infine, da persona matura, conclude la formazione del suo carattere mettendo insieme tratti presi dai genitori con altri presi da altri modelli. Tuttavia, resta in ogni persona la nostalgia inconscia dell'infanzia, cioè il desiderio inconfessabile di essere amati, protetti e guidati da figure maschili e femminili, naturali e/o soprannaturali, in cambio della propria obbedienza e della propria imitazione.
Uno dei motivi per cui ci lasciamo facilmente ingannare dagli altri è il nostro istinto di imitazione, che copre non solo le forme esteriori, ma anche i discorsi e i ragionamenti. Perciò, per difenderci dagli inganni dovremmo tenere a freno il nostro istinto di imitazione.
Un altro motivo
per cui ci lasciamo facilmente ingannare dagli altri è il nostro bisogno di appartenenza, che comporta la paura di essere emarginati nel caso in cui non crediamo a ciò che dicono gli altri membri della nostra comunità.
Perciò, per difenderci dagli inganni dovremmo tenere a freno il nostro bisogno di appartenenza.
Ci sono comportamenti conformistici molto comuni che non si spiegano in altri modi che supponendo l'esistenza, nel codice genetico umano, di un generico bisogno di imitazione degli altri e di organi deputati a tale scopo (come i neuroni specchio).
Come ogni altro bisogno, il bisogno di imitazione provoca piacere quando viene soddisfatto (ovvero quando l'imitazione ha successo), dolore quando è frustrato (ovvero quando l'imitazione non riesce).
Il bisogno d'imitazione unito all'istinto di competizione dà luogo a vere e proprie gare d'imitazione, dove viene premiato chi meglio imita i modelli più rappresentativi della comunità di appartenenza, e penalizzato chi non li imita o li imita in modo non abbastanza fedele.
Oggi mi sono trovato vicino ad un cantiere edile da cui provenivano rumori causati da alcuni operai intenti a demolire qualcosa. All'inizio i rumori erano disordinati e non attiravano la mia attenzione, poi dal disordine è emersa casualmente una certa regolarità, un certo ordine, un certo pattern ripetitivo, come se a produrlo e a ripeterlo fosse uno strumento musicale a percussione che esegue un certo ritmo composto.
Quell'ordine ha suscitato in me il desiderio di accompagnarlo, di seguirlo, di danzare al suo ritmo, di copiarlo col mio corpo, di unirmi a coloro che lo producevano.
Per un essere umano la manifestazione di un ordine è attraente ed aggregante. La società è basata sull'attrazione esercitata sugli individui da forme riconoscibili producibili e riproducibili da altri esseri umani.
Una certa persona, un cartello pubblicitario, un film, un libro, un articolo di giornale, una pagina web, mi narrano certe cose. Quali sono gli scopi di tali narrazioni? Sono comprensibili? A chi sono rivolte? Anche a me? Mi riguardano? Sono chiare? Cosa c'è di vero? Cosa c'è di falso? Cosa dicono esplicitamente e cosa implicitamente? Qual è il loro contesto? Di quali relazioni e interazioni parlano? Mi possono essere utili? Cosa mi inducono a fare o non fare? A cosa vogliono farmi credere o non credere? Mi conviene ascoltarle/leggerle o ignorarle? Mi conviene approvarle, correggerle, smentirle o condannarle? Mi conviene esporre narrazioni alternative? Mi conviene impararle? Mi conviene ripeterle ad altri? Mi conviene seguirle / eseguirle / condividerle? Mi conviene crederci? Che mi può accadere se ci credo? Che mi può accadere se non ci credo? ...
Noi pensiamo e ci comportiamo non liberamente, ma entro determinate strutture mentali, cioè entro determinati modelli di partecipazione sociale condivisi. Di conseguenza, per cambiare la società occorre cambiare tali strutture e tali modelli, e per cambiare queste cose occorre studiarle.
Tuttavia, studiare i modelli sociali entro i quali certe persone si muovono può essere da queste considerato offensivo, perché implica che esse hanno una libertà limitata.
Infatti lo studiare i modelli sociali non corrisponde ad alcun modello sociale. È dunque un’attività considerata dai più come “strana”, arrogante o perfino asociale.
Pertanto, chi si dedica allo studio critico dei modelli sociali nella sua società farebbe bene a non rivelare tale interesse, per non essere visto con diffidenza e non essere criticato come strano, arrogante o asociale.
Ogni comportamento (pensiero, sentimento, emozione, desiderio, volontà, ricerca, movimento, automatismo, espressione ecc.) è copiativo nel senso che copia (segue, esegue, riproduce, imita, interpreta, rappresenta, realizza, trasmette, tramanda, registra, riprende, ricorda ecc.) determinati modelli (schemi, logiche, programmi, procedure, ordini, norme ecc.) consci o inconsci.
La memoria di un essere vivente contiene essenzialmente sequenze di modelli di vari tipo e di vario livello, che servono per riconoscere situazioni e per copiare (nel senso di eseguire) i modelli stessi dando vita a determinati comportamenti interni ed esterni.
Un modello consiste in una struttura di pattern interconnessi in un certo modo. Ogni modello ha un significato, che consiste in uno o più ordini cognitivi, emotivi e/o motivi da eseguire in determinate situazioni riconoscibili. Possiamo pertanto definire la mente come una macchina copiatrice.
Il lato oscuro dell’empatia è la tendenza ad imitare i sentimenti di attrazione e di repulsione delle persone nei confronti delle quali si prova empatia.
In altre parole, tendiamo ad imitare i desideri delle persone per cui proviamo empatia, cioè ad amare ciò che esse amano, a odiare ciò che esse odiano, ad apprezzare ciò che esse apprezzano, a disprezzare ciò che esse disprezzano, e questo vale sia per i sentimenti verso le cose che verso terze persone.
A causa di questa tendenza, l’empatia può essere molto dannosa, in quanto può costituire un efficace mezzo di propagazione di sentimenti negativi, come l’odio o il disprezzo verso certe categorie di persone.
In tal senso, a mio avviso il razzismo è conseguenza dell’empatia, come pure il “desiderio mimetico” teorizzato da René Girard.
Infatti ritengo che il fenomeno dell'imitazione non sia solo volontario, ma ancor più spesso involontario. Intendo dire che tendiamo naturalmente, istintivamente, a copiare i comportamenti e i sentimenti dei nostri simili, e più precisamente, di coloro che consideriamo nostri simili.
L’imitazione sociale serve a confermare l’appartenenza dell’imitatore e degli imitati ad un gruppo, una comunità o una categoria sociale.
L'imitazione sociale può essere asincrona, sincrona e ibrida, ovvero parzialmente sincrona.
Ogni tipo di imitazione sociale soddisfa in una certa misura il bisogno innato di imitazione, tuttavia quella sincrona è la più efficace in tal senso.
Nell’imitazione sincrona i partecipanti fanno gli stessi gesti, le stesse azioni, o dicono le stesse cose, allo stesso tempo.
Un esempio di imitazione sincrona è la partecipazione a riti religiosi, in cui i presenti rispondono all’unisono e in modo predefinito alle sollecitazioni del celebrante.
Un altro esempio è la partecipazione ad uno spettacolo teatrale o sportivo.
Un altro esempio è la celebrazione delle feste civili o religiose, come il Natale, in cui molti espongono un piccolo albero addobbato con ornamenti tipici per questa occasione.
Le imitazioni sociali sono normalmente ripetute periodicamente in quanto il loro effetto (la conferma di appartenenza a certi contesti sociali) tende a dissolversi col passare del tempo.
Il concetto di conformità è basato sul concetto di copia. Infatti, affinché una cosa sia conforme ad un certo modello, essa deve copiarne le forme (o i caratteri) essenziali, ovvero deve costituire una copia abbastanza fedele del modello stesso.
La conformità può essere totale o parziale, ovvero più o meno completa, secondo la quantità degli aspetti copiati e la qualità (o fedeltà) delle copie.
Sinonimi di copia sono “riproduzione” e “imitazione”.
La somiglianza tra due cose è funzione di quanto l’una sia una copia dell’altra.
Gli umani si assomigliano geneticamente in quanto possiedono codici genetici quasi identici, e tendono ad assomigliarsi anche culturalmente, in quanto tendono ad imitare modelli comuni.
A mio avviso l’uomo ha un istinto di imitazione che è alla base di ogni apprendimento culturale.
La vita si basa sulla riproduzione, la società sull’imitazione, vale a dire sulla copia dei comportamenti, seppure con variazioni individuali.
Il conformismo consiste nel timore eccessivo di ogni comportamento non sufficientemente conforme rispetto a quello medio della propria comunità di appartenenza.
Il conformismo inibisce l’innovazione e il progresso civile.
Quando due umani si incontrano, attraverso i neuroni specchio, ciascuno interpreta (o dovremmo dire "legge") i sentimenti e le intenzioni dell'altro e, in un gioco di imitazione reciproca, essi stabiliscono i rispettivi ruoli, status, appartenenze, identità, compatibilità, alleanze e ostilità, modalità e regole di cooperazione, accettazioni, rifiuti, ecc. Tutto ciò inconsciamente e automaticamente.
Il gioco di imitazione reciproca consiste, tra l'altro, nello stabilire chi dei due imita altro. L'imitatore è subordinato all'imitato, ed esprime l'intenzione di servirlo. In altre parole, imitare = servire, ovvero seguire. I ruoli di imitatore e di imitato possono essere invertiti periodicamente. Infatti un rapporto di cooperazione paritario comporta una continua inversione dei ruoli "padrone" e "servo" (guida e seguace).
Lo scopo, ovvero il bisogno, è quello di capire che tipi di interazione sono possibili tra i due, mettersi d'accordo su tali tipi, e interagire come convenuto esplicitamente o, ancor più spesso, implicitamente.
I tipi di interazione possono fare riferimento a modelli culturali di comportamento interattivo noti ad entrambe le parti, ovvero interiorizzati nelle loro menti e da esse "praticati".
Come parte del gioco, uno dei due può "imitare" certe forme culturali e percepire, attraverso i neuroni specchio, la risposta emotiva dell'interlocutore. Si tratta dunque di una serie di test, in cui ciascuno presenta (attraverso la sua imitazione inconsapevole) esempi di comportamenti, di stili di vita, per rilevare il gradimento o il rigetto dell'altro rispetto a ciascuno di tali tipi. Il gradimento di un certo tipo (ovvero di una certa opzione) di comportamento può essere espresso mediante una imitazione (ovvero riproduzione) del comportamento stesso.
In somma, attraverso la scelta di imitare o non imitare un certo comportamento ognuno esprime il suo gradimento o non gradimento del comportamento stesso e la sua disponibilità o indisponibilità ad interagire nel modo corrispondente.
Un essere umano ha bisogno degli altri, ovvero di interagire e scambiare beni, servizi e idee con loro. Affinché una interazione con un altro sia possibile, uno deve avere una sufficiente cognizione di come l'altro funzioni, ovvero essere capace di prevedere le sue motivazioni e possibili reazioni cognitive ed emotive ai messaggi che riceve e percepisce.
Per capire come uno funziona, possiamo frequentarlo, osservarlo, studiarlo, interrogarlo, oppure semplicemente assumere che funzioni più o meno come noi stessi. Ma noi sappiamo come funzioniamo? In realtà noi siamo in larga misura il risultato dell'educazione che abbiamo ricevuto, ovvero siamo come ci hanno voluto i nostri genitori e/o educatori formali e informali, ovvero molte persone che abbiamo incontrato sin da bambini.
Come insegna René Girard, la formazione della psiche si basa sull'imitazione dell'altro. E' così che la generale interdipendenza dà luogo ad una reciproca imitazione che conduce alla formazione delle "usanze" caratteristiche di una comunità.
Stante quanto sopra, due persone interagiscono in modo non violento se rispettano entrambe certe "regole del gioco", che sono in parte derivate dalle usanze delle comunità a cui entrambe appartengono, e in parte negoziate e convenute (esplicitamente o implicitamente) tra le persone stesse, a condizione che esse siano capaci di negoziarle.
Molte difficoltà e problemi e di interazione tra persone sono dovuti proprio alla incapacità di negoziare e/o convenire le regole dell'interazione, per cui, ad una interazione sregolata (e quindi potenzialmente violenta o sgradevole) con una certa persona si preferisce non interagire affatto con essa.
La soluzione? Una migliore conoscenza della natura umana, e una migliore condivisione di tale conoscenza, che implica la consapevolezza dei bisogni propri e altrui e del funzionamento di ciascuno in termini di reazioni cognitive ed emotive. Grazie a tale conoscenza dovrebbe essere più facile negoziare e convenire le regole del gioco delle possibili interazioni, accettabili da entrambe le parti.
Se, come dice Gregory Bateson, l'informazione è una differenza che fa una differenza, due informazioni uguali costituiscono due differenze identiche.
Questo è il paradosso fondamentale della vita: che ogni cosa o persona è uguale e diversa da altre cose o persone (in certi aspetti), e che noi siamo, e abbiamo bisogno di essere, uguali e diversi gli uni dagli altri allo stesso tempo.
Siamo infatti continuamente tesi a distinguere ciò che è uguale e ciò che è diverso, e a decidere chi imitare e da chi differenziarci.
Per questo il nostro pensiero è basato su tipi e stereotipi (logici o formali), distinguiamo le differenze in buone e cattive, e cerchiamo di imitare o perseguire quelle buone e di differenziarci o allontanarci da quelle cattive. L'etica è infatti basata sul riconoscimento delle differenze e sulla loro tipizzazione e valorizzazione.
I disagi e i disturbi mentali insorgono quando non riusciamo a deciderci tra due differenze, ovvero tra due diversi modi di essere (ovvero di pensare e di comportarsi) o due diverse appartenenze, cioè non sappiamo scegliere se assimilarci o differenziarci rispetto a certi tipi sociali (infatti, nello studiare le differenze umane, non dobbiamo considerare solo i tipi psicologici ma anche i tipi sociali).
L'indecisione tra due bisogni, ognuno dei quali comporta anche svantaggi o paure, è ciò che Gregory Bateson chiama "doppio vincolo" e Luigi Anepeta "dialettica tra bisogni antagonisti". Entrambi gli autori considerano tale irresoluzione una causa di disagi e disturbi mentali, incluse forme più o meno gravi di schizofrenia.
La natura ci ha dotati della capacità di riconoscere differenze e di assegnare ad esse valori diversi. Ci ha anche dotati del bisogno di imitazione e di quello di differenziazione rispetto ai nostri simili, e della capacità di scegliere tra i due casi. Ma soprattutto ci ha dotati della capacità di imitare automaticamente e inconsciamente i nostri simili (come ci insegna René Girard e come la scoperta dei neuroni specchio sembra confermare).
L'organizzazione e la coesione sociale richiedono al tempo stesso una differenziazione di ruoli e una uguaglianza di identità all'interno di ogni gruppo rispetto a quelli competitori o complementari.
La società, infatti, non è un insieme di individui ma di gruppi omogenei di individui, ovvero di persone che hanno qualcosa di uguale tra loro e di diverso rispetto ai membri di altri gruppi. In altre parole, non si può fare parte della società se non come membro di qualche gruppo o comunità.
Per certe persone l'appartenenza a certi gruppi è certa, per altre più o meno incerta. Queste ultime soffrono più delle prime. Perché non solo ci sentiamo obbligati a definire le nostre personali appartenenze, ma ci aspettiamo che gli altri facciano altrettanto e vediamo con sospetto, paura e ostilità coloro che non riusciamo a classificare o raggruppare.
Conformismo e anticonformismo si combattono non solo nella società (tra gruppi diversi, anche se internamente omogenei), ma anche nelle menti degli individui, tanto più quanto essi sono introversi, con disagi più o meno grandi e più o meno evidenti.
La stabilità sociale richiede conformismo, il progresso anticonformismo.
Imitare o non imitare, questo è il dilemma che ci consuma (chi più, chi meno) e che ci caratterizza in (più o meno) conformisti o anticonformisti.
Il comportamento di un essere umano, quando non è volontariamente casuale, segue certe logiche consce e/o inconsce. Le logiche di comportamento consistono nella riproduzione (copia, imitazione, ripetizione) di certi modelli di comportamento appresi dal soggetto in qualche fase della sua vita.
I modelli di comportamento costituiscono strategie di soddisfazione dei bisogni, nel senso che attraverso la loro riproduzione, e solo attraverso essa, l'individuo riesce a soddisfare i propri bisogni ottenendo la necessaria cooperazione da parte degli altri.
L’uomo apprende spontaneamente modelli di comportamento, per un bisogno di imitazione geneticamente determinato. Infatti la vita sociale non sarebbe possibile senza l’apprendimento e la riproduzione di modelli.
Un individuo non copia direttamente il comportamento di altri individui, ma lo fa indirettamente e inconsciamente, attraverso modelli che il soggetto costruisce nella propria mente osservando il comportamento altrui.
Da bambini siamo premiati quando riproduciamo i modelli desiderati dai nostri educatori, puniti quando non li riproduciamo o non lo facciamo abbastanza fedelmente. In tal modo apprendiamo una quantità di modelli di comportamento a cui attribuiamo valori che dipendono dalla cultura in cui siamo stati educati.
Ogni essere umano riproduce continuamente (consciamente o inconsciamente) modelli di comportamento che sono al tempo stesso modelli di interazione, di partecipazione, di integrazione sociale e di pensiero.
Comportamenti, azioni, gesti, pensieri che non seguano qualche modello socialmente condiviso sono possibili, ma molto rari e difficili da attuare in quanto richiedono uno sforzo di volontà e di autocontrollo in tal senso. D'altra parte, l'apprendimento umano è basato sull'imitazione di modelli e tutto ciò che abbiamo appreso è parte di modelli.
Ad ogni transazione sociale viene attribuito un significato facendo riferimento a qualche modello condiviso. Quando non si trova un modello corrispondente, la transazione viene percepita come
strana o violenta.
I mass media presentano modelli di comportamento pronti da riprodurre, da imitare, da indossare, con ruoli predefiniti da assumere, che promettono una soddisfacente partecipazione sociale e/o la soddisfazione di bisogni individuali
Siamo talmente dipendenti dai modelli di comportamento, che abbiamo una preoccupazione strutturale a tale riguardo. Viviamo sempre, consciamente o inconsciamente, nel timore che stiamo riproducendo modelli sbagliati, che non stiamo riproducendo abbastanza bene i modelli che abbiamo adottato o che non stiamo riproducendo alcun modello. In altre parole, abbiamo paura di non aver appreso modelli condivisi, o di non averli appresi abbastanza bene, o di non essere capaci di riprodurli abbastanza bene.
Quando il nostro grado di imitazione di un certo modello (cioè la nostra performance quantitativa e qualitativa rispetto alla sua riproduzione) è sotto una certa soglia, si genera in noi un'ansia e una motivazione a migliorare la riproduzione del modello stesso. L'ansia si genera anche quando non sono ben definiti i modelli da imitare. Quando invece abbiamo la sensazione di aver riprodotto abbastanza bene i nostri modelli preferiti, proviamo soddisfazione, gioia e un senso di sicurezza.
Suppongo che nella psiche di ogni essere umano vi sia un sistema omeostatico inconscio che sorveglia in ogni momento il grado (quantitativo e qualitativo) di imitazione dei modelli sociali adottati e innesca sentimenti di piacere o dolore per spingere l’individuo, rispettivamente, a mantenere la riproduzione se buona, e a correggerla se cattiva o carente. Dato che questa omeostasi fa leva sui sentimenti, mi piace chiamarla
omeostasi sentimentale.
L'omeostasi sentimentale sopra descritta (che io chiamo "mimetica") non è l'unico processo che regola il comportamento dell'individuo. Infatti essa è affiancata da un'omeostasi (anch'essa
sentimentale) di livello funzionale più alto, che sorveglia la soddisfazione di tutti i bisogni e che innesca sentimenti piacevoli quando i bisogni vengono soddisfatti, spiacevoli quando sono insoddisfatti. Userò l'aggettivo
motivazionale per distinguere questa omeostasi da quella
mimetica.
L'omeostasi
mimetica può essere più o meno coerente o contrastante rispetto a quella
motivazionale. Ciò dipende dalla misura in cui un certo modello di comportamento è in grado di soddisfare i bisogni del soggetto.
A conclusione di quanto sopra, faccio le seguenti considerazioni.
- Dovremmo cercare di conoscere le caratteristiche generali dei modelli di comportamento nostri e altrui piuttosto che aspetti di dettaglio o particolari degli stessi.
- Dovremmo chiederci in quale misura i modelli di comportamento nostri e altrui soddisfano i bisogni nostri e altrui.
- Un modello di comportamento può essere modificato a livello individuale mediante una psicoterapia o un processo di automiglioramento, a livello sociale mediante una negoziazione esplicita delle modifiche in modo da migliorare la soddisfazione dei bisogni degli interessati.
- Se vogliamo migliorare la società dobbiamo migliorare i modelli di comportamento che regolano le interazioni sociali.
