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"[Occorre passare] dall’intolleranza interiore nei confronti degli altri e di sé alla pietas, ad uno sguardo cioè che ci restituisce, dentro e fuori di noi, l’umanità come una specie maldestra che, ossessionata dalla paura e dal dolore, adotta quasi costantemente rimedi che sono peggiori del male." [Luigi Anepeta]
"Razionalizzazione. Con questo termine, E. Jones ha indicato le procedure con cui un soggetto cerca di dare una spiegazione che risulti coerente sul piano logico e accettabile sul piano morale di un sentimento, di un’azione, di una condotta di cui non vuole scorgere le motivazioni profonde. La razionalizzazione è dipendente dalle ideologie di riferimento, e realizza, con esse, una miscela tossica di mistificazione."
[Luigi Anepeta]
"Nessun animale si commuove guardando il cielo stellato o un paesaggio dall’alto di un colle, si esalta in seguito ad un successo, sviluppa la paura infinita del panico, sacrifica la sua vita per una causa giusta, si uccide per una delusione amorosa, si arrabbia al punto di sopprimere un simile, ecc. Fenomeni di questo genere vengono fatti rientrare nel quadro delle emozioni complesse, influenzate dalla cultura, o tout-court nell’ambito della patologia." (Luigi Anepeta)
"Data la complessità dell’apparato mentale umano, sembra piuttosto che la felicità, intesa come espressione soggettiva di uno stato di attivazione del sistema endorfinico, dipenda dall’insieme dei rapporti che il soggetto intrattiene con il mondo e dall’uso attivo delle sue potenzialità." (Luigi Anepeta)
Uno dei fenomeni più sorprendenti e affascinanti della psiche è l'effetto placebo, la cui efficacia terapeutica è scientificamente dimostrata.
Io penso che l'effetto placebo non si ha solo riguardo ai farmaci, ma anche rispetto alle varie promesse di felicità che ci arrivano esplicitamente o implicitamente da tutte le parti.
Penso che ci siano anche persone-placebo, cioè persone che ci fanno credere che ci renderanno felici sposandole, seguendole, frequentandole, applicando i loro consigli.
Il guaio è che spesso queste persone-placebo si rivelano delle delusioni. Ma prima che la delusione arrivi possono realmente farci star bene.
"Ho scritto altrove che conoscere in profondità le opere di Darwin, Marx, Nietzsche e Freud (che andrebbero poi integrate dalla lettura di Lévi-Strauss, M. Foucault, F. Braudel, E. Fromm, I. Illich, S. Y. Gould, ecc.) è un impegno intellettualmente oneroso al quale occorre dedicare una vita. Penso che non si possa chiedere uno sforzo del genere agli esseri umani. Per acquisire però un’attrezzatura critica demistificante, basterebbe leggere almeno: la prima parte de L’Origine dell’Uomo di Darwin, l’Ideologia tedesca e i Manoscritti economico-filosofici di Marx, Al di là del bene e del male e Genealogia della morale di Nietzsche, L’avvenire di un’illusione e Il disagio della Civiltà di Freud, Psicologia della società contemporanea di Fromm; per una storia dei bisogni di Illich. L’impresa impegnerebbe - tra lettura, riflessione, elaborazione, assimilazione - poco più di un semestre."
[Luigi Anepeta]
"La panantropologia è un modello antropologico che integra biologia, psicologia, psicoanalisi, sociologia e storia sociale, e allude alla possibilità che si realizzi un salto di Civiltà, atto a promuovere la formazione e l’azione di esseri consapevoli, critici e perpetuamente impegnati nel compito di migliorare se stessi e lo stato di cose esistente nel mondo." (Luigi Anepeta)
"Ho stigmatizzato da tempo il dato comune a tutte le scienze umane e sociali, vale a dire l'imperialismo per cui ciascuna di esse - e in particolare la psicologia, la sociologia e l'antropologia culturale - presume di essere depositaria della giusta metodologia e delle chiavi esplicative dei fenomeni umani. L'imperialismo è solo l'indizio della fragilità di queste discipline che tendono ad avallarsi come scienze, mentre sono ancora e solo saperi contrassegnati, tra l'altro, proprio in conseguenza della loro pretesa totalizzante, da indefinite contraddizioni.
L'impasse penso che potrà essere superato solo in virtù di una nuova disciplina, che da tempo definisco panantropologia, che integri tutte le discipline che hanno qualcosa da dire sull'uomo e i fatti umani (dalla genetica e dalla neurobiologia alla storia sociale)."
(Luigi Anepeta)
Ottima descrizione della condizione introversa tratta dal sito della LIDI (
www.legaintroversi.it).
Caratteristiche specifiche del genotipo introverso
- Un corredo di emozioni superiore alla media, associato ad un’intelligenza solitamente vivace e talora essa stessa superiore alla media.
- Una sensibilità sociale che comporta l’intuizione immediata degli stati d’animo e delle aspettative altrui.
- Un senso di pari dignità e di giustizia precoce, persistente e d’intensità spesso drammatica.
- Un orientamento di tipo idealistico, che comporta il riferimento ad un mondo caratterizzato da rapporti interpersonali corretti e delicati.
- Una vocazione sociale altamente selettiva, che, per realizzarsi, richiede un certo grado di affinità e di sintonia con l’altro.
- Un’affettività molto intensa che tende a stabilire con il mondo (persone, natura, cultura, oggetti, animali) rapporti significativi e profondi.
- Un orientamento incline alla riflessione, all’introspezione e alla fantasia più che all’azione.
- Una predilezione per interessi intellettuali e creativi.
- Un corredo di bisogni (d’appartenenza e d’individuazione) piuttosto ricco.
Elementi che sottendono il malessere degli introversi
- Un vissuto persistente di inadeguatezza e di inferiorità, che talora arriva alla vergogna di essere come si è.
- Un’avversione più o meno marcata (fino al limite della fobia) nei confronti della sensibilità emozionale.
- Un sentimento di solitudine scarsamente rimediabile, che può esprimersi in una tendenza progressiva all’isolamento o a tentativi di socializzazione e di normalizzazione forzata, solitamente con scarso esito.
- Una tendenza a confrontarsi ossessivamente con gli altri, che comporta spesso il paradosso di un’invidia intensa e, nel contempo, un atteggiamento interiore ipercritico nei loro confronti, di cui viene rilevata impietosamente la superficialità, la rozzezza, la scarsa sensibilità.
- Una tendenza a ruminare sulle proprie problematiche, senza venirne a capo.
- Un senso complessivo di un’esistenza faticosa, penosa, a volte dolorosa.
Leggi il testo completo in
Vademecum sull'introversione, di Luigi Anepeta
Il filosofo H. Gadamer ha rilevato che l’uomo non potrebbe vivere senza pre-giudizi, vale a dire senza l’apporto dei giudizi, delle opinioni, delle idee prodotte dalle generazioni precedenti. I pre-giudizi (sia in senso positivo che negativo) vengono interiorizzati nel corso delle fasi evolutive della personalità, nel corso delle quali il potere critico del bambino è notoriamente ridotto. Successivamente, nulla sulla carta vieta al soggetto di “ruminarli”, vale a dire di riportarli a galla dalle viscere della mente e di elaborarli. Sulla carta, però. [Luigi Anepeta]
(Fonte:
http://www.nilalienum.it/Sezioni/Archivio/MistDemist.html)
Hans G. Gadamer, uno dei filosofi più influenti del Novecento, partendo dal fatto che l’uomo, gettato nella realtà storica con le sue limitate capacità di comprenderne la complessità, non può fare altro, consciamente e inconsciamente, che interpretarla - e l’interpretazione esclude che egli possa arrivare alla verità assoluta - è giunto a riabilitare il concetto di pre-giudizio, che l’Illuminismo razionalistico ha totalmente squalificato. Secondo Gadamer, un tessuto pre-giudiziale è costitutivo della soggettività umana come conseguenza della sua appartenenza storico-culturale. Per pre-giudizio egli intende ciò che gli uomini del passato hanno ritenuto valido e hanno selezionato, dunque la Tradizione culturale. Senza questo patrimonio di sapere, gli uomini dovrebbero ad ogni generazione ricominciare da capo. Essi hanno dunque bisogno di interiorizzare i pre-giudizi per giungere alla consapevolezza di sé e all’attività critica.
Gadamer riconosce che tra i pre-giudizi se ne danno anche di profondamente errati o addirittura aberranti, ma ritiene anche che, se si prescinde dal ritenere che le generazioni passate abbiano sbagliato in tutto, se ne diano di giusti e di profondi. [Luigi Anepeta]
(Fonte:
http://www.nilalienum.it/Sezioni/Nietzsche/txt/lettura5.html)
Quella di tradizione costituisce la nozione centrale anche dell’ermeneutica. Che il soggetto conoscente sia sempre inserito in una tradizione, che l’esperienza umana sia costitutivamente radicata nel linguaggio da quella tramandato, attraverso cui soltanto può aversi un accesso all’‘essere’, sono i temi filosofici fondamentali dell’ermeneutica gadameriana. Il fatto che l’ermeneutica consideri la conoscenza come una questione di interpretazione mediata dal linguaggio e dalla tradizione a cui l’interprete stesso appartiene, e che, in tale prospettiva, la stessa verità non possa più essere pensata come il risultato incontrovertibile dell’applicazione di metodi oggettivi, ma sia essa stessa condizionata storicamente e quindi soggetta a mutare e ad arricchirsi nel corso dell’evoluzione storica, tutto ciò ha avuto, ancora una volta, l’esito di depotenziare un concetto di f. come ricerca di principi trascendentali e di un metodo come fondazione assoluta del sapere e della conoscenza. Di qui alcune conseguenze che hanno in larga misura condotto l’ermeneutica a incontrarsi con gli altri indirizzi che pure hanno teorizzato l’impossibilità di individuare criteri assoluti, metastorici, atti a garantire e giustificare la conoscenza. La ricezione dell’ermeneutica è andata infatti ben oltre la cultura accademica europea, e autori appartenenti all’area analitica, prevalentemente influenzati dalla f. dell’ultimo Wittgenstein (per es., S. Cavell, J. Margolis, H. Dreyfus, R. Rorty), ne hanno variamente sottoscritto e sviluppato le istanze, contribuendo a instaurare un dialogo tra le due aree che in tempi passati sarebbe apparso impensabile. [Enciclopedia Treccani]
(Fonte:
http://www.treccani.it/enciclopedia/filosofia/)
"Ufficialmente medico, psichiatra e psicoanalista (non selvaggio, ma selvatico quanto basta a non farsi intrappolare nelle convenzioni di una scuola), nel mio intimo, mi considero un panantropologo, vale a dire un uomo che condivide con altri, del passato e del presente, la vocazione a capire l'umanità e il mondo che essa finora ha costruito nei suoi molteplici aspetti, soprattutto in quelli che appaiono oscuri, equivocabili e incomprensibili." [Luigi Anèpeta]
Psichiatra critico, impegnato da molti anni a costruire un modello psicopatologico interdisciplinare che comprenda e spieghi i nessi reciproci tra soggettività e storia sociale, dopo aver partecipato alla stagione antistituzionale, Luigi Anepeta si è dedicato alla psicoterapia, alla formazione di operatori e alla ricerca.
Luigi Anepeta su se stesso
Autobiografia intellettuale
Introduzione
Ho conosciuto Luigi Anepeta nel 2008, quando ho assistito ad alcune sue conferenze sui “Grandi demistificatori” (Darwin, Nietzsche, Marx e Freud) e da allora lo seguo e, occasionalmente, lo aiuto nella gestione del suo sito web.
Essendo io introverso, inizialmente ho apprezzato Anepeta soprattutto come esperto di introversione, qualità alquanto rara anche in campo accademico. Leggendo il suo libro “Timido, docile, ardente - Manuale per capire ed accettare valori e limiti dell’introversione (propria o altrui)”, ebbi per la prima volta la sensazione di essere capito da un altro essere umano. Infatti, grazie a quel libro, è inziato un nuovo entusiasmante capitolo della mia vita.
Ho poi scoperto che le sue competenze vanno ben oltre l’introversione. Esse coprono infatti tutte le discipline umane e sociali con un approccio eclettico e integrato, a cui egli stesso ha dato il nome di “Panantropologia”. Le aree tematiche da lui trattate sono elencate in Aree tematiche per una formazione panantropologica.
Anepeta merita un posto di riguardo nelle scienze umane e sociali soprattutto per due sue scoperte.
La prima riguarda la genesi dei disturbi psichici, che per Anepeta è dovuta al conflitto e lo squilibrio tra i due bisogni umani fondamentali: quello di appartenenza / integrazione sociale e quello di individuazione / libertà. Infatti, nella sua teoria “struttural dialettica”, accanto al Super-io freudiano, Anepeta inserisce un nuovo agente psichico da lui definito “Io antitetico” che ha una funzione opposta a quella del Super-io e che è normalmente in conflitto dialettico con esso.
La seconda scoperta riguarda la natura e l’origine dell’introversione, che per Anepeta è dovuta ad una mutazione genetica che avviene in una minoranza di individui di ogni popolazione, una mutazione di tipo "neotenico", vale a dire che comporta un tempo di maturazione psichica più lungo (ma perciò anche più ricco), e la persistenza di caratteristiche psicofisiche giovanili.
Originale è anche la sua applicazione della teoria matematica delle catastrofi, all’erompere dei disturbi psichici.
Autore di centinaia di saggi, articoli, recensioni, conferenze, che sto collaborando ad organizzare nel database inpanantropologia.dardo.eu/documenti, Anepeta ha recensito testi di vari autori che hanno avuto un ruolo fondamentale nella sua formazione intellettuale, tra i quali Charles Darwin, Friedrich Nietzsche, Karl Marx, Sigmund Freud, Michel Foucault, Erich Fromm, Antonio Gramsci, Ronald Laing, Thomas Szasz.
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