Chi scrive il copione del tuo personaggio?
Cambiando punto di vista, la vista cambia.
Il comportamento di un essere umano dipende soprattutto dalla sua mappa mentale del mondo.
Cerco di abituarmi a non avere troppe abitudini mentali, ovvero pregiudizi cognitivo-emotivi.
La reazione emotiva ad uno stimolo è più veloce di quella cognitiva, e condiziona quest'ultima.
Anche i sentimenti e le emozioni hanno, o seguono, delle logiche, seppure inconsce e involontarie.
Una scelta non casuale è sempre conseguenza di una logica, ovvero di una legge fisica o informatica.
Ciò che abbiamo in mente quando pensiamo alla realtà non è la realtà, ma la nostra mappa della realtà.
Se vogliamo uscire dalle nostre gabbie mentali dobbiamo neutralizzare i nostri pregiudizi cognitivo-emotivi.
Per interagire cooperativamente con gli altri bisogna tenere in considerazione le loro mappe cognitivo-emotive.
È vero ciò che mi piace o mi conviene, falso ciò che mi spiace o non mi conviene. È così che funziona la psiche.
Leggere un testo è come permettere a uno sceinziato di attivare certi gruppi di neuroni del tuo cervello in una certa sequenza.
Un pensiero tira l'altro, secondo una mappa inconscia in cui tutte le parole sono collegate in modi che dipendono dalle nostre esperienze.
Ciò che più conta nel rapporto tra due persone A e B è il posto di B nella visione del mondo di A, e il posto di A nella visione del mondo di B.
Apprendere significa estendere o modificare le proprie risposte cognitive, emotive, motivazionali e/o psicomotorie agli stimoli esterni e/o interni.
L'idea che emotività e razionalità siano mutuamente esclusive è una falsa notizia inventata da chi non sa affrontare razionalmente le proprie emozioni.
Pensare consiste nel leggere la propria memoria e nel reagire ad ogni parola, frase, immagine, ricordo secondo la propria mappa cognitivo-emotivo-motiva.
Quando due persone interagiscono, il risultato dell'interazione dipende soprattutto dalla speciale combinazione delle loro mappe cognitivo-emotivo-motive.
Un grande successo nell'automiglioramento è riuscire a trasformare una risposta cognitivo-emotiva spontanea di disprezzo o paura in una di curiosità o simpatia.
Ad ogni cosa che vedo o che sento ho una certa reazione cognitivo-emotiva automatica e involontaria. Posso cambiarla? Voglio cambiarla? Quanto? Quanto? Dove? Come?
Lo scopo di una psicoterapia dovrebbe essere quello di modificare o neutralizzare le risposte cognitivo-emotive alla percezione di certe idee, immagini e/o domande.
Si può essere padroni o schiavi delle idee proprie e altrui. Le idee possono essere usate come risorse o gabbie mentali, come strumenti di conservazione o di progresso.
Una metamappa è una mappa mentale in cui sono rappresentate delle mappe mentali proprie e/o altrui. Un umano è tanto più evoluto quanto più è capace di concepire metamappe.
Le interazioni spontanee tra due persone A e B dipendono soprattutto dalla configurazione di A nella mappa mentale di B e dalla configurazione di B nella mappa mentale di A.
A mio parere, la saggezza implica la capacità e l'abitudine di esplorare, sorvegliare e valutare le risposte cognitivo-emotive proprie e altrui agli stimoli esterni e interni.
Ogni essere umano ha interiormente una mappa del mondo, un vocabolario, un'enciclopedia, un'epistemologia, attrazioni, repulsioni e motivazioni più o meno originali o copiate da altri.
Quando per una persona una certa parola ha una connotazione emotivamente negativa, è molto difficile trasformare quella connotazione in positiva o neutra mediante argomentazioni logiche.
Confondere l'immaginazione con la realtà, ovvero la mappa (mentale) col territorio, è uno dei sintomi più evidenti della schizofrenia. Perciò siamo tutti, chi più chi meno, schizofrenici.
Il motivo per cui una cosa ci piace o ci spiace potrebbe non aver nulla a che fare con la cosa in sé, ma con il suo contesto o con cose o persone con cui la cosa è stata associata.
Siamo schiavi delle particolari connessioni tra i nostri neuroni, in quanto esse determinano le nostre reazioni cognitive ed emotive, automatiche e involontarie, agli stimoli esterni e interni.
La mappa cognitivo-emotiva è il cuore di un meccanismo automatico simile ad un navigatore satellitare sempre attivo che ci guida, e che il nostro io cosciente può decidere di seguire o non seguire, mantenere o aggiornare.
A parer mio è molto semplice definire l'inconscio: è tutto ciò di cui non siamo coscienti. Questa definizione, molto più estesa rispetto all'inconscio freudiano, include qualsiasi automatismo cognitivo, emotivo e fisiologico.
Quando vediamo due o più persone che interagiscono, in realtà chi interagisce sono le rispettive mappe cognitivo emotive, perché in esse sono programmate tutte le azioni e le reazioni in tutte le possibili situazioni e transazioni.
Io ho una certa mappa cognitivo-emotiva che determina le mie reazioni automatiche alle situazioni e agli eventi che percepisco.
Voglio cambiarla? Posso farlo? Dovrei farlo? Mi conviene farlo? In quale misura? In quali parti?
Nella mappa cognitivo emotiva di ognuno ci sono vari tipi di pregiudizi: positivi, negativi, neutri. Potrebbe essere utile esaminare criticamente tutti i propri pregiudizi, non solo quelli negativi, ma anche quelli positivi e quelli neutri.
Una visione del mondo consiste in oggetti (caratterizzati da certe forme particolari), categorie di oggetti (caratterizzate da certe forme generali), e collegamenti tra categorie ed emozioni, tra oggetti e categorie, e tra oggetti ed emozioni.
Quando due persone interagiscono, nessuno dei loro "io coscienti" controlla l'interazione in modo determinante, perché questa dipende soprattutto dalla particolare combinazione degli automatismi inconsci delle persone in gioco, oltre che dal caso.
Il libero arbitrio consiste nella capacità e nella volontà di sorvegliare e di neutralizzare selettivamente le proprie risposte cognitivo-emotive agli stimoli esterni e interni. Si può esercitare quando ci si ricorda di farlo e finché lo si desidera.
La mia anima è la mia mappa cognitivo-emotiva.
Vedi Teoria della mappa cognitivo-emotiva.
Il corso del nostro pensiero è influenzato dagli stimoli esterni che percepiamo e dai sentimenti più o meno piacevoli suscitati dai luoghi mentali che attraversiamo procedendo in una rete di percorsi predefiniti.
Durante la veglia ci capita di fare nuove esperienze e concepire nuove idee. Durante la notte quelle cose vengono organizzate nella nostra mappa cognitivo emotiva, e dal giorno, dopo possono essere usate per determinare il nostro comportamento automatico.
Provo a immaginare di avere una mappa cognitivo-emotiva diversa dalla mia, di reagire in modo diverso da come sono abituato, di vivere la vita di un'altra persona. Provo a immaginare di avere la mappa cognitivo-emotiva che vorrei. Se ci riesco sono libero e potente.
I segni sono tali in quanto informazioni che sollecitano certe reazioni in coloro che li ricevono. La mente è un sistema che riceve segni, e reagisce ad essi in certi modi. La differenza tra due menti consiste nella differenza tra i modi in cui ciascuna mente reagisce a certi segni.
Siamo soliti fare zapping non solo con la televisione, ma con qualsiasi altra percezione e con i pensieri che di volta in volta ci vengono in mente. Quando un pensiero ci fa sentire a disagio, ci ratttrista o ci disgusta, lo sostituiamo rapidamente con qualsiasi altro più sopportabile.
Ognuno è i suoi automatismi, cioè i modi in cui reagisce agli stimoli esterni e interni, cognitivamente, emotivamente e motivazionalmente. Tali automatismi possono essere in parte cambiati per cause esterne e interne, tra cui la predisposizione degli stessi automatismi a cambiare se stessi.
Ogni essere umano, consciamente o inconsciamente, vuole e non vuole interagire con altri esseri umani e cose in certi ruoli e forme per ottenere vantaggi e piaceri ed evitare svantaggi e dolori secondo quanto registrato nella sua mappa cognitivo-emotiva, per soddisfare i suoi bisogni genetici.
La capacità di migliorare consapevolmente le proprie risposte cognitivo-emotive agli stimoli esterni e interni è la qualità umana di più alto valore per la conquista della felicità, ovvero per il mantenimento di buone relazioni con gli altri e con la natura, e per la ricorsiva soddisfazione dei propri bisogni primari.
Le parole evocano immagini, altre parole e sentimenti. A loro volta le immagini evocano parole, altre immagini e sentimenti. Tali evocazioni sono determinate da associazioni programmate nelle memorie degli individui come effetto delle loro esperienze. Lo studio e il cambiamento di tali associazioni è, o dovrebbe essere, lo scopo della psicologia.
Noi esseri umani abbiamo delle aspettative, cioè ci aspettiamo che in certe circostanze, certe persone si comportino in un certo modo. Quando ciò non succede. siamo sorpresi e confusi, protestiamo, accusiamo chi avrebbe dovuto comportarsi in un certo modo di non averlo fatto per sua colpa. Difficilmente capiamo che la colpa è stata solo nostra in quanto avevamo aspettative non realistiche.
Una delle emozioni più importanti per un essere umano è la paura che le proprie emozioni siano socialmente indegne, e di essere puniti o emarginati a causa della loro natura o della loro assenza. A causa di tale paura, tendiamo, consciamente o inconsciamente, a rimuovere, nascondere, censurare, mistificare o fingere le nostre emozioni, con gravi conseguenze per la nostra salute psichica e fisica.
Ogni visione del mondo è una mappa cognitiva, emotiva e volitiva, che si è sviluppata a seguito delle particolari esperienze del soggetto. In questa mappa, ad ogni oggetto o idea riconoscibile dal soggetto sono associati collegamenti con certi altri oggetti o idee, certi sentimenti più o meno piacevoli o dolorosi, e un’attrazione o repulsione più o meno intensa.
Ogni cosa che vediamo o che ci accade suscita in noi una tripla risposta: cognitiva, emotiva e motiva. Quella cognitiva dipende dalle nostre conoscenze, quella motiva dai nostri bisogni e quella emotiva dal loro grado di soddisfazione. Le tre risposte si influenzano a vicenda. Potrebbe essere utile chiederci quali siano le nostre risposte a certi eventi, e quali quelle delle persone con cui interagiamo.
Noi siamo i modi in cui rispondiamo agli stimoli esterni e interni, ovvero siamo le nostre risposte cognitive, emotive e motivazionali a ciò che ci capita. Tali risposte dipendono dalla personalità del soggetto, ovvero dal suo temperamento genetico, dalle sue esperienze e dalle sue cognizioni, che insieme costituiscono una specie di programma o strategia di comportamento, modificabile con le esperienze.
Attraverso le esperienze e i ricordi (consci e inconsci) delle esperienze, e il loro impatto rispetto ai bisogni primari e al temperamento genetico, e ai piaceri e dolori che ne derivano, si forma ed evolve una mappa cognitivo-emotiva che ci guida nel pensiero e nelle scelte comportamentali. Le rappresentazioni mentali sono l'affioramento alla coscienza, di particolari contenuti della mappa cognitivo-emotiva.
La mappa cognitivo emotiva di un essere umano è un modello semplificato e parziale della realtà del tutto personale e finalizzato alla soddisfazione dei propri bisogni, i quali sono tributari di quelli della propria specie. Non c'è, a priori, alcuna esigenza di verità o di corrispondenza della mappa con la realtà. Infatti la verità viene perseguita nella misura in cui essa è utile all'interessato, e raccontata a suo favore.
Ciò che intendo per inconscio non è solo l'inconscio freudiano, né ciò che abbiamo dimenticato o di cui ci vergognamo, ma un organismo attivo multi-agente, che comunica col resto del corpo e con l'io cosciente, in ogni momento, e li condiziona. Volendo semplificare molto direi che si tratta di un sistema complesso di automatismi involontari e inconsapevoli, di vario tipo, sia psicomotori che emotivi e cognitivi.
La coscienza cognitiva consiste in una simulazione, o modello, o mappa della realtà, ed ogni decisione presa coscientemente, cioè volontariamente, è basata su un certo modello o mappa di una certa realtà.
Perciò agire coscientemente significa prendere decisioni secondo una realtà simulata, mentre agire inconsciamente significa prendere decisioni secondo una realtà reale, anche se più semplice di quella simulata.
A volte la mattina, svegliandomi, mi sento cambiato rispetto a come ero il giorno precedente. Ciò avviene in quanto le esperienze fatte ogni giorno vengono, durante il sonno, elaborate e integrate nella memoria a lungo termine. Se tali esperienze sono inusuali, questo processo causa, in certa misura, un cambiamento della mappa cognitivo-emotiva della persona e, di conseguenza, della sua visione del mondo e del suo comportamento.
Le nostre menti elaborano informazioni e determinano reazioni cognitivo-emotive secondo programmi scritti e modificati dalle nostre esperienze, ovvero dalle nostre interazioni col resto del mondo reale o immaginario. Perciò è importante la scelta delle cose, persone e idee con cui interagire nella realtà e nella immaginazione. Tale scelta può essere più o meno creativa (ovvero più o meno suggerita dal caso) e più o meno ricca di opzioni.
La verità che possiamo capire è sempre parziale, un frammento della verità totale che la nostra mente non è in grado di afferrare per intero. La mente costruisce e usa mappe della realtà, e una mappa non è il territorio che rappresenta. La mappa "segna" solo acuni aspetti del territorio facendone astrazione. Continuiamo dunque a cercare "la" verità, ma senza illuderci di trovare altro che frammenti di essa, che ognuno completa con la sua fantasia.
E' difficile per noi esseri umani vivere nel presente senza essere condizionati dal passato e dall'idea del futuro, perché il nostro passato è ciò che siamo, il software del nostro comportamento che si è sviluppato nel corso della nostra esistenza, e il futuro è l'aspettativa del piacere e del dolore, che ci rende diversi dagli altri animali e rende possibile la civiltà, la cultura e l'etica. Si potrebbe dire che trascurare il futuro non sia umano.
Ogni essere umano ha una sua personale mappa cognitivo-emotiva del mondo, che usa inconsciamente per "navigare", cioè per fare le sue scelte comportamentali. La conoscenza delle mappe emotive propria e altrui è essenziale per avere buone relazioni col prossimo.
Vedi Teoria della mappa mentale.
"Nessun animale si commuove guardando il cielo stellato o un paesaggio dall’alto di un colle, si esalta in seguito ad un successo, sviluppa la paura infinita del panico, sacrifica la sua vita per una causa giusta, si uccide per una delusione amorosa, si arrabbia al punto di sopprimere un simile, ecc. Fenomeni di questo genere vengono fatti rientrare nel quadro delle emozioni complesse, influenzate dalla cultura, o tout-court nell’ambito della patologia." (Luigi Anepeta)
La nostra mente ha logiche inconsce che determinano il nostro comportamento attraverso reazioni automatiche cognitivo-emotive alle situazioni in cui ci troviamo e agli stimoli che percepiamo.
Se vogliamo migliorare il nostro comportamento dobbiamo esaminare razionalmente tali logiche e correggerle o ottimizzarle dove occorre. Per riuscirvi, dobbiamo cercare di rendere consce le nostre logiche inconsce, con l'aiuto di buone psicologie e psicoterapie.
Quando pensiamo ad una certa cosa (oggetto, persona, idea ecc.) abbiamo automaticamente certe aspettative (consce o inconsce) in relazione ad essa. Vale a dire che da quella cosa ci aspettiamo certi effetti più o meno piacevoli o spiacevoli, e proviamo sentimenti anticipatori coerenti con gli effetti attesi. Quelle aspettative possono essere più o meno realistiche, perciò conviene chiedersi: cosa mi aspetto da quella cosa? Quanto sono fondate e realistiche quelle aspettative?
Nell'interazione tra due persone le cose più importanti sono:
- Le rispettive mappe cognitivo-emotivo-motive
- Le differenze e le somiglianze tra tali mappe
- Le risposte cognitivo-emotive-motive di ciascuna persona agli stimoli esterni e interni
- I possibili tipi di interazione:
- cooperativa
- competitiva
- rituale
- ludica
- evitante
La qualità e quantità delle nostre risposte cognitive ed emotive a certe percezioni ci qualificano e ci espongono al giudizio altrui. Questo fatto può avere conseguenze gravi quando le nostre risposte cognitive ed emotive contrastano con quelle della maggior parte delle persone che ci circondano. Il contrasto può avere diversi esiti, tra i quali l’emarginazione, l’autoisolamento, la rinuncia a opinioni e gusti propri, la perdita di autenticità, la vergogna di se stessi, il credersi anomali o malati, l’ipocrisia ecc.
Siamo tutti caratterizzati e limitati dalle nostre mappe cognitivo emotive (MCE). Perciò da una persona non possiamo aspettarci comportamenti diversi da quelli consentiti o richiesti dalla sua MCE, cioè incompatibili con essa.
Nessuno è libero né capace di pensare, capire o fare qualsiasi cosa. Ognuno è infatti limitato dalla sua MCE. Quando interagiamo con una persona è bene dunque chiederci quali siano i limiti della sua MCE e se le cose che vorremmo dirgli o proporgli di fare sono compatibili con essa.
Può essere sufficiente un bit d'informazione (un "sì" piuttosto che un "no", un "vero" piuttosto che un "falso", una condanna piuttosto che un'assoluzione ecc.) per uccidere una persona. Quel bit può causare un infarto, un suicidio, una decisione tragica per sé e/o altre persone. La psiche è un immenso sistema informativo che elabora continuamente informazioni provenienti dall'esterno e dall'interno e decide azioni volontarie e involontarie (compresa la propria ristruttuzazione e il proprio sviluppo) in base ai risultati delle elaborazioni stesse.
Quanto percepiamo una cosa (oggetto, persona, immagine, testo, simbolo ecc.) avviene in noi ciò che Alfred Korzybski chiama "reazione semantica", ovvero un'associazione cognitiva ed emotiva, involontaria, automatica e immediata, con ciò che percepiamo, associazione che dipende dalla nostra particolare mappa cognitivo-emotiva. Di conseguenza, se vogliamo migliorare le nostre capacità e abitudini mentali e comportamentali, ovvero fare una psicoterapia, dovremmo analizzare criticamente le nostre reazioni semantiche ad una quantità di cose, dopo averle rese coscienti.
Ogni umano ha una visione del mondo in cui sono rappresentate tutte le forme (di tutti i tipi) che è in grado di riconoscere, incluso ogni concetto, materia, oggetto, essere vivente, incluso se stesso e ogni altro umano.
Una visione del mondo funziona come mappa cognitivo-emotiva, nel senso che ogni suo elemento è collegato con altri suoi elementi, ed associato ad emozioni piacevoli o dolorose di varia intensità, che determinano le motivazioni del soggetto.
Infatti una motivazione consiste in una strategia di ricerca del piacere e di evitamento del dolore.
Dovremmo immaginare ogni persona (noi compresi) con al petto un cartello contenente cinque liste: "cosa chiedo", "cosa offro", "cosa sento", "cosa penso", "come funziono".
Molti di coloro che temono lo sviluppo dell'intelligenza artificiale e della robotica nella prospettiva che tali tecnologie ci possano dominare, non si rendono forse conto che l'uomo è già normalmente dominato da un'intelligenza inconscia ovvero da agenti mentali autonomi che risiedono nella sua mente e che condizionano le sue percezioni, i suoi pensieri, le sue emozioni e i suoi comportamenti secondo algoritmi per lo più inconsci. Sarebbe dunque utile, oltre che preoccuparci dei robot e dell'intelligenza artificiale, cercare di capire come funzionano le nostre intelligenze inconsce e se e come sia possibile migliorarle.
Nel mezzo del cammin di questa vita
mi ritrovai di fronte alla domanda
se fosse ben cambiare la mia mente
perché reagisca meglio a ciò che vede
e più sereno e savio in conseguenza
sia l'agir mio con altri e con me stesso.
Cambiar potevo ormai come volevo,
ma il voler mio non m'era ancora chiaro
e non sapea cosa voler volea.
Decisi allor di non cambiar programma
finché un sentor non me l'avesse detto
e intanto il mondo intorno a me guardare
senza una meta e senza giudicare.
Molte persone sono incapaci di distinguere il piacevole dal giusto e il doloroso dall'ingiusto e ritengono sistematicamente giuste le cose per loro piacevoli e ingiuste quelle per loro dolorose. Questa comune identificazione di qualità tra loro diverse, e un generale disinteresse per un esame razionale dei concetti di giustizia ed etica, sono tra le cause principali dello stato miserabile dell'umanità, perché la rendono incapace di costruire una società giusta. L'umanità potrà migliorare nella misura in cui l'uomo riterrà doloroso ciò che è ingiusto, e piacevole ciò che è giusto, ma una tale attitudine, oggi rivoluzionaria, è ancora molto rara.
Mi è passata la voglia di discutere nel merito del referendum costituzionale, mi sembra un dialogo tra sordi dove ognuno vede solo gli argomenti che vanno a favore della sua scelta o assegna loro il peso maggiore e considera trascurabili gli argomenti opposti. Quello che non finisce di meravigliarmi, anche se ormai è una cosa a cui sono abituato, è il fatto che persone di elevata cultura, istruzione e intelligenza abbiano opinioni così diverse su un tema chiaramente definito, come la riforma costituzionale. Questo fatto, secondo me, la dice lunga sulla nostra ignoranza sulla natura umana e mi induce ad un amaro pessimismo sul futuro dell'umanità.
Posso esercitare l'autogoverno solo quando sono solo. Infatti, in compagnia di una persona sono inconsciamente, in gran parte, diretto da essa. In compagnia seguo passivamente i miei automatismi mentali determinati dalla mia mappa cognitivo-emotiva. In essa sono registrate le reazioni emotive che devo avere a tutto ciò che il mio interlocutore può dire o fare. Ma soprattutto tendo inconsciamente a mantenere verso il mio interlocutore l'immagine che di me gli ho già dato, il modo in cui mi sono presentato ad esso e nel quale mi riconosce. Non posso, non riesco ad essere diverso da quella immagine. In quel momento mi è impossibile cambiare. In compagnia sono come mi vogliono gli altri.
Per capire come il mio interlocutore interpreta le mie parole e le mie azioni devo conoscere la sua visione e concezione del mondo, il suo linguaggio, la sua logica, la sua sensibilità e il suo sistema di valori. In altre parole devo conoscere la sua mappa cognitivo emotiva (MCE). Se non la conosco e assumo che sia simile alla mia, rischio che le mie parole e azioni siano interpretate in modo diverso rispetto alle mie intenzioni.
La MCE è un insieme organico di dati (ovvero parole, forme ed emozioni) tra loro collegati, che permette di dare un significato razionale, associazioni logiche ed una connotazione sentimentale ad ogni transazione nell'interazione umana.
I miei sentimenti, le mie emozioni, le mie allegrie, le mie tristezze, i miei entusiasmi, le mie euforie, le mie paure, i miei coraggi, i miei sconforti, le mie motivazioni ecc. sono causati da circostanze ed eventi dipendenti dalla mia persona (oltre che dal comportamento altrui) ma indipendenti dalla mia volontà. Io posso tuttavia cercare di capirne le cause, prendere decisioni e agire al fine di modificare sia le circostanze e gli eventi che causano i miei sentimenti, sia la mia mappa cognitivo-emotiva (in cui sono programmate le mie reazioni emotive), nei tempi e nei modi possibili, necessari e appropriati al fine di soddisfare i miei bisogni in modo più "soddisfacente".
Mi è venduta l'idea che le idee siano come animali che letteralmente ci abitano e ci guidano senza che ce ne accorgiamo.
Una volta formatesi nella nostra mente, esse ne diventano parti attive, nel senso che, quando vengono evocate, agiscono evocando altre idee ad esse collegate, producendo emozioni e sensazioni più o meno piacevoli o dolorose, e dando luogo a voleri e comportamenti più o meno consci o inconsci
Se ciò è vero, siamo schiavi delle nostre idee, le quali, tuttavia, possono essere conflittuali tra loro e provocare comportamenti e pensieri contraddittori, incoerenti, mistificati, paralizzanti ecc. ovvero disturbi mentali di varia natura.
I rapporti e le interazioni tra due persone, e la loro reciproca accettazione, dipendono dalle differenze e dalla compatibilità delle rispettive mappe cognitivo-emotive (MCE), e dalla percezione che ciascuna persona ha della MCE dell'altra. Ogni persona può, in una certa misura, modificare o ampliare la propria MCE, per esempio attraverso le esperienze, lo studio o una psicoterapia, tuttavia il miglioramento di una MCE non contribuisce necessariamente al miglioramento del rapporto, ma può perfino peggiorarlo. E' il caso in cui, in una coppia o in un gruppo, solo uno dei partner o dei membri cresce intellettualmente e/o moralmente, determinando una incompatibilità dove prima c'era compatibilità.
A mio avviso, la più importante trasformazione di un essere umano, il suo maggiore e più drammatico salto di qualità verso la saggezza, si ha nel momento in cui egli capisce che la sua visione del mondo non è oggettiva e reale come aveva sempre ritenuto, ma soggettiva e presunta, e non necessariamente più vera o più completa di quella di tanti altri.
Da quel momento (triste e rasserenante allo stesso tempo) egli vive le interazioni sociali non più come tentativi di affermare e realizzare la propria visione del mondo dopo averla fatta accettare agli altri, ma come atti utili a soddisfare i bisogni propri e altrui conciliando e armonizzando le rispettive visioni.
Ciò che appare semplicemente come risposta ad uno stimolo, è invece normalmente una reazione alla percezione di una situazione, la quale comprende uno o più stimoli particolari e un particolare contesto in cui essi di producono.
Il sistema o sottosistema che determina il comportamento di un essere vivente, infatti, prima di riconoscere uno stimolo deve riconoscere il contesto in cui lo stimolo viene percepito, perché è il contesto che dà significato allo stimolo, secondo un programma predefinito, che possiamo chiamare mappa cognitivo emotiva.
Riepilogando: situazione = contesto più stimolo; reazione = azione determinata dal riconoscimento di una situazione.
L’uomo percepisce e riconosce forme, sia quelle ottenute attraverso i sensi per effetto di stimoli esterni (o di memorie degli stessi), sia quelle che egli stesso produce in quanto creatore di forme fisiche e di pensieri.
Il riconoscimento di una forma avviene per comparazione rispetto ad un “catalogo” di forme elementari e complesse, innate e apprese, impresso nella memoria del soggetto.
Ad ogni forma presente nel “catalogo” sono associati valori nel senso di attrazione/repulsione, piacere/dolore, dovere/divieto, e implicazioni cognitive ed emotive.
Per quanto sopra, il riconoscimento di forme determina il comportamento esterno (azioni) e interno (pensieri) del soggetto.
Il nevrotico è uno che ha una mappa del piacere e del dolore (più esattamente "mappa cognitivo-emotiva") sbagliata, nel senso che, nella sua mente, a certe cose è associata un a certa aspettativa di piacere o dolore mentre nella realtà dei fatti, nel breve o lungo termine, quelle cose producono risultati sentimentali opposti a quelli attesi.
Si potrebbe dire che il nevrotico cerca o trova il piacere in ciò che gli porterà dolore e/o viceversa. In altre parole, il nevrotico, in un certo modo e in una certa misura, ha paura del piacere ed è attratto dal dolore.
La psicoterapia dovrebbe servire a rilevare e correggere gli errori della mappa cognitivo-emotiva del paziente.
Ogni tanto dovremmo fermarci per integrare, ovvero riunire, tutte le cose che abbiamo nella mente. Si tratta di vederle tutte insieme, anche quelle più ostiche, compresi noi stessi, in un grande quadro sinottico immaginario, ecologico, ovvero relazionale, una immensa mappa cognitiva ed emotiva spaziotemporale. Possiamo chiamare questo tipo di esercizio come vogliamo: meditazione, contemplazione, raccoglimento, preghiera, sottomissione, adorazione, comunione, devozione, conciliazione, sintesi, non importa il nome. Grazie a tali esercizi, oltre a riposarci dalle fatiche e i conflitti della razionalità e a lasciarci andare dolcemente e senza resistenze nel ciclo della vita, forse intuiremo quale sia il nostro posto nel mondo.
Pensare, parlare, scrivere servono a interconnettere o a disconnettere concetti preesistenti e/o sentimenti ed emozioni, e a formare nuovi concetti.
La mente è infatti un sistema di connessioni tra concetti e/o sentimenti ed emozioni, supportate da connessioni neuronali.
Ogni connessione può essere più o meno piacevole o dolorosa.
La mente serve dunque a gestire associazioni cognitive, sentimentali ed emotive, al fine di soddisfare i bisogni dell'organismo e di evitargli frustrazioni.
Tale funzione è realizzata mediante la capacità di provare piacere e dolore, e la motivazione/pulsione a cercare il primo e a evitare il secondo, essendo le soddisfazioni piacevoli e le frustrazioni dolorose.
La divisione più importante, per la conoscenza, è quella tra essere vivente e essere non vivente, tra vita e non vita. La vita emerge dalla non vita e usa questa, ma funziona in modi diversi e secondo principi che non si riscontrano nella non vita. La vita si basa infatti sull'informazione (a cominciare dal DNA), la quale non esiste nella non vita, se non come simulazione o registrazione della vita, come avviene nei computer. È l'informazione che determina le forme della vita, le strategie e i comportamenti degli esseri viventi, ovvero le loro interazioni, dagli organismi monocellulari a quelli più complessi. La vita dipende dalla qualità delle informazioni, dalla loro percezione, interpretazione e dalle reazioni ad esse, in altre parole, dalla loro esecuzione e applicazione.
George H. Mead in "Mind, Self & Society", ci insegna che la differenza tra il comportamento dell'uomo e quello degli altri animali consiste nel fatto che mentre questi ultimi reagiscono sempre e soltanto in modo immediato e automatico agli stimoli, secondo riflessi condizionati, l'uomo ha la facoltà di ritardare la reazione, di esaminare consapevolmente le possibili risposte comportamentali ad una certa situazione e di scegliere quella più appropriata tenendo conto delle esperienze passate e delle possibili conseguenze future.
Se ciò è vero, ne consegue che l'uomo non sempre si comporta da uomo ma spesso agisce come gli altri animali, ovvero reagisce agli stimoli in modo immediato e automatico, secondo i propri condizionamenti cognitivo-emotivi, senza considerare e ponderare opzioni di risposta alternative.
Siamo tutti schiavi delle aspettative di piacere e dolore in quanto la natura ci fa fare quello che vuole attraverso tali leve. Siccome tutti inseguiamo il piacere e fuggiamo il dolore (non mi riferisco solo a piaceri e dolori fisici, ma anche a quelli sentimentali, intellettuali, morali ecc.) e siccome nel nostro cervello (più esattamente nella nostra mappa cognitivo-emotiva), ad ogni idea o ipotesi di azione è associata una connotazione di piacere o dolore più o meno intenso, finiamo sempre per scegliere ciò che riteniamo possa portarci il massimo piacere e il minimo dolore nel breve o nel lungo termine. In altre parole, siamo tutti automi i cui programmi si sono sviluppati attraverso l'associazione di piacere o dolore alle esperienze passate. L'aspettativa del piacere o dolore legata ad ogni idea o ipotesi d'azione è ciò che determina le nostre scelte e le nostre credenze.
La mappa cognitivo-emotiva è al tempo stesso causa e conseguenza del comportamento.
Per migliorare la mappa cognitivo-emotiva bisogna modificare il comportamento, ma per migliorare il comportamento bisogna migliorare la mappa cognitivo-emotiva. Entrambi le cose si possono ottenere facendo il contrario di ciò che la nostra mappa cognitivo-emotiva ci spinge a fare, cioè facendo ciò che essa non vuole che facciamo e non facendo ciò che essa vuole che facciamo.
Tuttavia, questa strategia deve essere perseguita gradualmente e parzialmente, cioè solo per una piccola parte di quella parte della mappa cognitivo-emotiva che si desidera migliorare, altrimenti si rischia il collasso nervoso.
Vedi Teoria della mappa cognitivo-emotiva.
Non so cosa intendesse esattamente Pascal dicendo che “il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”. Da parte mia, io intendo le “ragioni del cuore” come delle logiche in senso informatico, ovvero algoritmi, che involontariamente e inconsciamente determinano le nostre emozioni, i nostri sentimenti e le nostre motivazioni, e in particolare gioie e sofferenze a seconda delle situazioni, e attrazioni e repulsioni verso particolari persone, oggetti, idee, azioni, messaggi ecc.
Infatti, a mio avviso, i sentimenti e le emozioni non sorgono in modo casuale né in modo sempre uguale, ma come risposte particolari a stimoli (o percezioni) particolari, secondo “programmi” che sono in parte innati e in parte acquisiti.
Tali programmi possono cambiare (entro certi limiti e con certi tempi) nel corso della vita attraverso le esperienze, ed essere modificati volontariamente mediante psicoterapie o autoterapie.
Nella mappa cognitivo-emotiva di ogni persona sono registrati i criteri di interazione, ovvero le condizioni e modalità in cui una interazione con un'altra persona è possibile, desiderabile o indesiderabile.
Tra i vari criteri ci sono i tipi di persone con cui interagire o non interagire, e i ruoli, posizioni gerarchiche, diritti, doveri, obblighi, divieti, regole, gradi di libertà, aspettative, contropartite, presupposti, contesti culturali ed etici ecc. di ciascuna parte.
Ogni umano ha bisogno di interagire con altri e di relazioni sociali, ma molti vogliono ricevere più di quanto l'altro sia disposto a dare, e dare meno di quanto l'altro vorrebbe ricevere, per cui molti restano soli o hanno rapporti insoddisfacenti o violenti.
Per migliorare la società bisogna che migliorino i criteri di interazione di un congruo numero di persone.
Noi non ricordiamo ciò che abbiamo realmente visto o udito ma il risultato della nostra elaborazione e valutazione inconscia, cognitiva ed emotiva, di ciò che abbiamo concretamente visto o udito.
In altre parole, ciò che ricordiamo sono le forme e i modelli astratti (cognitivi ed emotivi) che riconosciamo nelle forme concrete che percepiamo e che immediatamente dimentichiamo.
Il cuore della memoria è la mappa cognitivo-emotiva, in cui sono memorizzate le forme e i modelli astratti che siamo in grado di riconoscere, e i possibili collegamenti tra di essi.
La mappa cognitivo-emotiva determina le nostre reazioni automatiche a ciò che percepiamo.
Per concludere, memoria e mappa cognitivo-emotiva sono strettamente legate o sono forse la stessa cosa.
Ne consegue che per cambiare la mappa cognitivo-emotiva occorrono nuove memorie, cioè nuove esperienze con associazioni cognitivo-emotive diverse.
Il contesto è più importante del testo, ovvero del messaggio, perché il significato del messaggio dipende dal contesto a cui esso si riferisce. Usare un testo senza un chiaro riferimento ad un contesto conosciuto sia da chi scrive che da chi legge, ovvero da chi parla e da chi ascolta, oltre ad essere inutile, può causare malintesi. Il contesto può essere una teoria, ideologia, tradizione, sistema di valori, politica, movimento letterario o artistico, disciplina, procedura, legge, storia, lingua ecc.
Nella mente di ogni persona c'è una collezione di contesti, che io chiamo mappa cognitivo-emotiva, che si sono formati attraverso le sue esperienze e che vengono usati per "significare" in senso sia cognitivo che emotivo i messaggi emessi e ricevuti.
Quando parliamo con una persona dovremmo chiederci se i contesti di cui dispone sono adatti alla comprensione del messaggio che vogliamo inviarle, ovvero se sono coerenti con quelli a cui il nostro messaggio si riferisce.
La mente umana è un sistema capace di apprendere, costruire, riconoscere (e a reagire a) certe entità (cioè simulacri mentali di realtà reali o immaginarie quali informazioni, forme, simboli, concetti, situazioni, oggetti, persone, gruppi, comunità ecc.) e di associare ad esse (1) altre entità o gruppi di entità, (2) emozioni (cioè piacere/dolore, attrazione/repulsione, senso di sicurezza/paura), e (3) motivazioni (cioè impulsi a fare o a non fare certe cose in presenza di certe entità.
Pertanto, quando la nostra mente riconosce una certa entità, essa attiva particolari reazioni cognitive, emotive e motive.
Lo scopo della psicologia e della psicoterapia dovrebbe essere quello di rilevare le reazioni “malsane” e contribuire a trasformarle in reazioni “sane” in termini di soddisfazione dei bisogni propri e altrui. Tale "cura" dovrebbe darci la possibilità di soffrire (e far soffrire altri) di meno, e di godere (e far godere altri) di più.
Biovalenza = combinazione di valenze vitali: fisiologica, sociale, estetica, politica, cognitiva, liberatoria, interattiva.
Valenza è un tipo di informazione che indica una proprietà ovvero una qualità o capacità di una entità psichica (processo, azione, oggetto, informazione, persona ecc.) rispetto alla soddisfazione di uno o più bisogni.
La Valenza X di una entità psichica indica il grado di soddisfazione o frustrazione che essa comporta rispetto alla classe di bisogni X.
Nella mappa cognitivo-emotiva di una persona sono registrate tutte le sue entità psichiche con le loro forme per il riconoscimento percettivo, e le valenze associate.
Cosa vogliamo comunicare quando comunichiamo? Idee, sentimenti e/o associazioni tra idee e sentimenti?
L’appartenenza ad un certo insieme sociale richiede anche la condivisione di sentimenti, o meglio, la condivisione di associazioni idee-sentimenti. Ciò implica esprimere (attraverso messaggi verbali) che certe cose (idee, forme, eventi, fatti, comportamenti ecc.) ci piacciono e altre ci dispiacciono, che certe cose ci fanno arrabbiare e altre ci rasserenano, che certe cose ci attraggono e altre ci repellono,. Questo è un modo di comunicare e di condividere sentimenti.
Per molte persone, la comunicazione “sentimentale” si limita a questo. Altre persone cercano di capire razionalmente e sistemicamente il perché di certi sentimenti, cioè le logiche che li suscitano, vale a dire: perché certe cose ci piacciono e altre ci dispiacciono. Io appartengo a questa seconda categoria.
Attraverso gli occhi, nel presente, noi vediamo una piccola parte del mondo, più o meno dettagliata, che dipende dalla nostra posizione nei spazio e dalla direzione in cui guardiamo. In pratica ciò che vediamo è la stessa cosa cosa che vede una macchina fotografica. In altre parole, in ogni momento vediamo, ovvero catturiamo, una particolare fotografia della realtà.
La nostra visione del mondo è dunque costituita dalla collezione di tutte le fotografie che abbiamo catturato nel nostro cervello, e dall'analisi grafica e logica (automatica e inconsapevole) di ognuna di esse, per cui riconosciamo forme e oggetti in essere contenuti, e stabiliamo i collegamenti logici, cognitivi ed emotivi tra di essi.
Tale visione è una mappa mentale della realtà, anzi una serie di mappe tra loro più o meno integrate logicamente.
A tal proposito, uno dei modi in cui si può definire la salute mentale di una persona è il grado di integrazione, o coerenza, tra le proprie mappe mentali.
Mentre mi guardo intorno ed esploro il mondo, mentre osservo un oggetto, qualcosa dentro di me elabora le conseguenze dei miei possibili atteggiamenti affettivi verso quell'oggetto. Quali implicazioni ci possono essere se quell'oggetto mi piace? E se non mi piace? Se io lo amo, lo adotto, lo uso, lo indosso, lo porto a casa? O se lo disprezzo, lo rompo, lo distruggo, lo butto via? Come reagiranno gli altri? Perché tra loro ci sono alcuni che amano quel tipo di oggetto, altri che lo odiano. Per alcuni quell'oggetto può essere come una bandiera patria, un simbolo della loro appartenenza sociale, per altri può essere come la bandiera o il simbolo di un nemico da combattere, un nemico che vuole la nostra distruzione.
Avere un atteggiamento affettivo verso un particolare oggetto significa quindi affermare la propria appartenenza al gruppo di persone che hanno un atteggiamento simile e la propria non appartenenza al gruppo che ha un atteggiamento diverso. Così, a seconda del gruppo al quale desideriamo appartenere, tenderemo ad avere verso l'oggetto, lo stesso atteggiamento affettivo tenuto dalla maggior parte dei membri di quel gruppo.
Ognuno ha nella mente un modello della realtà in cui vive. In realtà nessuno può vedere la realtà così com'è, ma ognuno può vedere solo il modello che ha di essa.
Il comportamento di ognuno (cioè i suoi pensieri, i suoi sentimenti e le sue intenzioni) dipende dal proprio modello della realtà.
Un modello di realtà è il risultato di astrazioni successive dei segnali ricevuti attraverso gli organi di senso e del piacere e del dolore ad essi associati.
Ciò che chiamiamo percezione della realtà è in realtà una modellizzazione di essa.
I modelli di realtà evolvono con le esperienze e con l'apprendimento.
Il rapporto tra un modello di realtà e la realtà che essa rappresenta è analogo al rapporto tra una mappa e il territorio che essa descrive.
La realtà è infinitamente più complessa di qualsiasi modello di essa.
NOTA: col termine sentimenti mi riferisco anche alle emozioni e alla capacità di provare piacere e dolore in qualsiasi forma, più o meno fisica o mentale.
I sentimenti sono involontari e determinati dalla costituzione fisica e mentale dell'individuo. Costituiscono risposte a percezioni, interazioni ed eventi esterni ed interni. Sono controllati da un "programma" simile a quello di un computer, che io chiamo "mappa cognitivo-emotiva" e che, a seconda della situazione o dell'evento, genera automaticamente un certo sentimento o insieme di sentimenti, a volte conflittuali a volte concordanti.
I sentimenti, insieme con il ciclo riproduttivo, sono ciò che distingue un essere vivente da un essere non vivente, compresi i computer, i quali, notoriamente, non hanno sentimenti.
Attraverso i sentimenti la natura ci obbliga a fare il nostro dovere di membri della nostra specie biologica. Infatti i sentimenti accompagnano e segnalano la soddisfazione o insoddisfazione dei nostri bisogni innati e acquisiti.
Per un essere umano i sentimenti sono la cosa più importante. Senza di essi la vita non avrebbe senso e la nostra specie si estinguerebbe.
La questione che inconsciamente tutti si pongono è: in quale misura la mia mappa cognitivo-emotiva è pubblicabile? Cosa di essa dovrei nascondere, mistificare, fingere o cambiare per non avere problemi con gli altri? Per non essere punito o respinto dalla società?
Vedi anche Teoria della mappa cognitivo-emotiva, Struttura e funzionamento della psiche. Valenze emotive e libero arbitrio, La bellezza, la bruttezza, il bene, il male, Cambiare la propria mappa cognitivo-emotiva, I continenti del mondo emotivo.
Per me il bello è anticipazione di piacere, il brutto anticipazione di dolore (anticipazioni entrambe inconsce).
Il buono è ciò che dà piacere, il cattivo ciò che dà dolore (piacere e dolore fisici o immateriali).
Il piacere viene prodotto dalla soddisfazione (o anticipazione della soddisfazione) di un bisogno, e il dolore dalla frustrazione (o anticipazione della frustrazione) di un bisogno.
Una stessa cosa può piacere a qualcuno e dispiacere a qualcun altro, per questo il bene e il male sono relativi e non può esistere un'etica universale o a priori.
Tuttavia ritengo possibile un'etica (pubblica) condivisa, definita non a priori, ma come risultato di una negoziazione tra gli interessati.
Vedi anche: Teoria della mappa cognitivo-emotiva, I continenti del mondo emotivo, Struttura e funzionamento della psiche, Valenze emotive e libero arbitrio,
Suppongo che, durante il sonno, nel cervello venga fatta una sintesi delle esperienze del giorno passato, che viene memorizzata nella memoria a lungo termine. I dettagli vengono poi cancellati dalla memoria a breve termine. Senza tale processo saremmo persi in un mare di dettagli inutili e ingombranti.
Suppongo che il modo in cui viene fatta tale sintesi dipenda dalle capacità di astrazione del soggetto, ovvero dalle sue sintesi precedenti (ovvero l'ultima versione della sua mappa del mondo e del suo vocabolario) e dai suoi meccanismi di autodifesa e protezione contro il dolore. Infatti ricordiamo soprattutto o soltanto ciò che ci conviene ricordare (così come nella veglia notiamo ciò che ci conviene notare), e lo colleghiamo ai ricordi precedenti nel modo che più ci conviene. I criteri di convenienza, come i meccanismi di difesa, sono inconsci.
Si potrebbe dire che, mentre dormiamo, qualche agente mentale inconscio aggiorni la nostra autobiografia, che, come ogni biografia, è una sintesi dei fatti salienti delle esperienze di una persona, selezionati e interpretati in modo soggettivo, finalizzato e influenzato da bias cognitivi.
Per migliorare questo ricorrente processo inconscio di sintesi che
avviene a nostra insaputa nel nostro cervello, sarebbe utile migliorare,
ovvero esaminare consapevolmente, correggere e arricchire, la nostra mappa del mondo.
La vicenda del referendum sulla riforma costituzionale ha messo in evidenza problemi che vanno ben oltre il quesito referendario e il panorama politico italiano. Si tratta di problemi che riguardano la natura umana, e in particolare il funzionamento della mente. Tre cose mi hanno soprattutto colpito, addolorato e al tempo stesso incuriosito da un punto di vista scientifico:
- il fatto che persone molto intelligenti, istruite e oneste abbiano fatto scelte opposte;
- la certezza assoluta che molti hanno espresso sulla validità della propria scelta e l'invalidità di quella opposta, al punto da non vedere nulla di positivo nella seconda;
- il disprezzo esplicito o implicito che molte persone hanno manifestato verso coloro che hanno scelto di votare in modo opposto al loro.
Poche, infatti, sono le persone con cui ho parlato, che abbiano espresso dubbi sulla propria scelta e non abbiano manifestato disprezzo o commiserazione per chi ha fatto una scelta diversa dalla loro.
Da questa esperienza ricavo che la ragione è spesso irrazionale e stupida ma di questo pochi sono consapevoli. Ognuno pensa che la sua ragione sia quella giusta e che quella degli altri che la pensano in modo opposto al loro, non esista.
Questa tesi si dimostra da sé, a meno che non crediamo che tutti quelli che hanno scelto diversamente da noi siano stupidi, ignoranti o disonesti.
Non dovremmo mai smettere di meravigliarci del fatto che ogni parola, ogni concetto, ogni immagine, insomma, ogni "oggetto mentale" che passa per la nostra coscienza, ovvero sul quale la nostra attenzione si sofferma, è programmato per dar luogo a certe reazioni cognitive e/o emotive ovvero è collegato logicamente a certi altri oggetti mentali e a certe valutazioni e colorazioni affettive. Si tratta di quelle che Alfred Korzybski chiama "reazioni semantiche".
Ciò che io chiamo "mappa cognitivo-emotiva" è l'insieme di tali reazioni, ovvero associazioni o relazioni le quali sono automatiche, ovvero predefinite, programmate, anche se in modo parzialmente modificabile nel tempo a fronte di nuove esperienze.
Dovremmo riflettere sulla qualità di tali associazioni, ovvero chiederci quanto esse siano utili o dannose alla soddisfazione dei nostri bisogni, e se siano migliorabili in qualche modo, dato che sono soggettive e variabili da persona a persona.
Per cominciare potremmo fare un esercizio mentale in cui, mentre pensiamo o osserviamo qualcosa, o ascoltiamo un discorso, immaginiamo che a fronte di ogni oggetto mentale su cui si posa la nostra attenzione, non vi sia in noi ancora alcuna reazione semantica e che abbiamo la capacità di definirne una o più.
Più in generale, immaginiamo di fare tabula rasa della nostra mappa cognitivo-emotiva e di costruirne una nuova razionalmente, man mano che percepiamo oggetti mentali.
L'appartenenza sociale si ottiene attraverso la realizzazione di uno o più modelli di appartenenza tipici della comunità di elezione. I modelli di appartenenza, una volta interiorizzati, costituiscono i paradigmi motivazionali dell'individuo, il quale sente un profondo bisogno di realizzare tali modelli, una profonda paura di non riuscirvi, gioia quando vi riesce e sofferenza quando non vi riesce.
I modelli di appartenenza di una certa comunità corrispondono ai ruoli che essa richiede e permette, nel senso che l'appartenenza alla comunità è possibile solo attraverso la personificazione di tali ruoli e nella misura di tale personificazione. Ogni individuo che vuole appartenere ad una certa comunità deve dunque scegliere uno o più di quei ruoli, ovvero modelli, e tende a scegliere i ruoli gerarchicamente più alti o comunque più vantaggiosi che le proprie capacità e inclinazioni gli consentono.
I modelli di appartenenza sono contenuti nella mappa cognitivo-emotiva di ogni individuo, ed hanno un peso relativo molto importante.
L'autocensura (inconscia) agisce in modo che il soggetto attui comportamenti favorevoli alla realizzazione dei modelli di comportamento interiorizzati, ed eviti comportamenti ad essa sfavorevoli. L'autocensura guida il comportamento del soggetto attraverso la generazione di sentimenti ed emozioni appropriati, come la gioia, la sofferenza, la paura, il panico, l'angoscia, l'ansia, l'attrazione, la repulsione, la curiosità, la noia ecc.
Ho scritto altrove che la vita è basata sul trattamento dell’informazione (percezione, interpretazione, registrazione, rievocazione, valutazione, espressione). Aggiungo qui che il trattamento più frequente dell’informazione consiste nella copia. Infatti, registrare o memorizzare un’informazione equivale a copiarla, per esempio da una fonte esterna ad un registro interno, da un ricordo ad una espressione attuale, dalla memoria a breve termine a quella a lungo termine ecc..
Da quando nasciamo copiamo continuamente informazioni, specialmente per quanto riguarda il linguaggio parlato e scritto e il comportamento dei nostri consimili, ovvero i loro gesti, il loro modo di parlare, di vestirsi, equipaggiarsi, i loro strumenti, le loro proprietà ecc.. Copiamo dalle persone che consideriamo buoni modelli, socialmente accettabili e stimati, e cerchiamo di non copiare da quelle che consideriamo disprezzabili. In tal caso tendiamo a fare il contrario di ciò che esse fanno.
La copia, che possiamo in certi casi chiamare imitazione e in altri riproduzione, può avvenire consciamente o, ancor più spesso, inconsciamente. Si potrebbe persino dire che l’attività principale e più frequente della mente consista nel copiare informazioni a tutti i livelli, a partire dalle cellule, in cui avviene la copia del DNA.
La maggior parte della gente non è capace di comportarsi in modi che non siano copiati da altri e rarissime sono le persone in grado di agire comportamenti originali.
Quando una persona vede un medium (ad esempio una foto o un video), automaticamente nella propria mente si possono attivare delle associazioni, o collegamenti, tra certi elementi del medium e certi pensieri o idee, certe altre immagini, certi sentimenti e/o emozioni, e certi desideri.
In altre parole, la visione del medium può "suscitare" certi pensieri, certe idee, certe immagini mentali, certi sentimenti, certe emozioni, e certi desideri.
Quelle associazioni possono essere più o meno sane in senso psicopatologico, e poter correggere quelle malsane (che dovrebbe essere l’obiettivo di ogni psicoterapia) potrebbe essere molto utile.
A tale scopo si potrebbe aggiungere al medium, in sovraimpressione, parole o frasi tali da suscitare reazioni cognitive ed emotive diverse, più sane, rispetto a quelle suscitate dal solo medium.
Per esempio, se il paziente è ossessionato dalla paura di non riuscire ad appartenere ad alcun insieme sociale, la scritta da mostrare in sovraimpressione potrebbe consistere nella frase: “io appartengo, tu appartieni, noi apparteniamo”.
Un esempio di questa tecnica si trova in
http://pic.space123.net/slideshow?folder=Foreign/Fotografi&auto&caption=io%20appartengo,%20tu%20apparftieni,%20noi%20apparteniamo
Si potrebbe anche aggiungere una colonna sonora vocale che recita ripetitivamente la frase terapeutica.
La figura seguente serve ad illustrare come immagino la struttura e il funzionamento di una mappa cognitivo-emotiva.
Ogni
entità psichica (parola, simbolo, concetto, immagine ecc. che indicheremo con la sigla EP) occupa un posto nella rete neuronale ed è collegata o collegabile con qualunque altra EP e con il
sistema emotivo (SE).
Ogni EP da sola o in combinazione con una o più altre EP ha una
carica emotiva (di bisogno / piacere / attrazione oppure rigetto / dolore / repulsione).
Il SE è una specie di database in cui sono memorizzate tutte le cariche emotive associate alle EP singolarmente, o a combinazioni di EP (CEP).
Quando una EP o CEP viene evocata (dall'esterno o dall'interno) il SE genera l'emozione programmata corrispondente. Essa corrisponde alla "risposta semantica" come descritta nella "Semantica generale" di Alfred Korzybski.
Quando la risposta cognitivo-emotiva associata ad una particolare CEP è dolorosa oltre un certo limite, il sistema nervoso fa in modo da inibire la combinazione stessa, ovvero evita, mediante il meccanismo dell'attenzione selettiva, che le EP che la compongono vengano percepite insieme.
A mio parere, il libero arbitrio si può esercitare solo mediante un'autosorveglianza delle proprie risposte cognitivo-emotive agli stimoli interni ed esterni. In particolare, esso dovrebbe consistere solo nella decisione di approvare o disapprovare le risposte stesse, e non nella decisione di come rispondere agli stimoli.
In altre parole, il libero arbitrio dovrebbe limitarsi a decidere se dare o non dare seguito alle risposte automatiche, ovvero se permettere o non permettere che ad esse seguano le azioni volontarie suggerite o sollecitate dalle risposte stesse.
Sarebbe infatti molto pericoloso se avessimo la capacità di stabilire volontariamente, ovvero razionalmente, quali debbano essere le nostre risposte cognitivo-emotive, perché è difficile sapere quali siano le risposte giuste per la nostra vita (ovvero per la soddisfazione dei nostri bisogni primari) e per la conservazione della nostra specie.
La decisione di non dar seguito ad una risposta automatica, se ripetuta con costanza e coerenza, può condurre ad un indebolimento della risposta stessa e alla sua possibile sostituzione con una risposta alternativa concorrente. In tal modo è possibile risolvere conflitti interiori e "curare" la propria psiche.
A mio parere, quanto ho descritto potrebbe costituire la base di una psicoterapia efficace.
A mio parere, da bambini abbiamo quasi tutti subìto ciò che io chiamo ”imprinting della ricompensa sociale”, ovvero abbiamo appreso quali nostri comportamenti ci fanno ottenere piacere e quali dolore, specialmente per quanto riguarda l'affetto e l'approvazione da parte degli altri (a cominciare dai genitori e dagli educatori).
Per esempio, chi ha subito un’educazione rigida in senso disciplinare, tende a considerare l'obbedienza una fonte di ricompensa sociale. Similmente, chi ha avuto educatori molto esigenti dal punto di vista intellettuale tende a considerare l'intelligenza e le sue manifestazioni come mezzi indispensabili per essere accettati e amati. Lo stesso fenomeno avviene per altri stili educativi che danno importanza, per esempio, alla moralità, al rispetto delle tradizioni, alla religione, allo sport, alla bellezza, al denaro, alla competizione in generale, al risparmio, alla bellezza ecc. per cui si possono creare associazioni permanenti (consce o inconsce) tra tali "valori" e l'aspettativa di una ricompensa sociale.
Ovviamente da adulti è possibile che le ricompense attese non si realizzino, o che i risultati dei propri sforzi siano controproducenti. Ciò può dar luogo ad uno stato di stress e di frustrazione cronica con connessi disagi e disturbi psichici e psicosomatici.
In tal caso può essere utile una psicoterapia mirata alla neutralizzazione degli imprinting disadattivi o non realistici. Durante tale terapia, il paziente dovrebbe imparare, attraverso l’interazione col terapeuta, modi alternativi per ottenere ricompense sociali, e riuscire a disimparare (questa è la parte più difficile) le associazioni "sbagliate".
Nel discorso che sto facendo, per forma intendo qualsiasi configurazione sensoriale o testuale, analogica o digitale, riconoscibile da un essere umano, e per valore, un certo grado di verità, di bontà o di bellezza che può essere attribuito ad una forma.
Una forma può essere costituita da un oggetto, da una persona, da un'immagine, da uno stile, da un'idea, da un'ideologia, da una parola, da un'affermazione, ecc.
In tal senso, possiamo dire che ogni essere umano attribuisce soggettivamente (consciamente o inconsciamente) certi valori a ogni forma che è capace di riconoscere.
Il comportamento di un essere umano è influenzato dai valori che egli attribuisce (consciamente o inconsciamente) alle forme da lui riconosciute, e dalla sua conoscenza dei valori che altre persone persone attribuiscono alle stesse forme.
Intendo dire che ogni essere umano è sentimentalmente e/o cognitivamente attratto dalle forme per lui più vere, più buone e più belle, e prova repulsione per quelle per lui più false, più cattive e più brutte.
Come avviene l'attribuzione dei valori alle forme apprese?
L'attribuzione di valori può essere "insegnata" da altri come parte di una educazione, o di una imitazione, oppure può essere originale, cioè avvenire spontaneamente, creativamente, in base a esperienze e a riflessioni personali del soggetto.
L'attribuzione di valore può essere più o meno "sana" in senso psicopatologico in quando può dare luogo a comportamenti più o meno favorevoli alla soddisfazione dei bisogni della persona.
La psicoterapia dovrebbe esaminare le attribuzioni di valore memorizzate nella mente del paziente al fine di individuare quelle non sane e correggerle.
Per convivere pacificamente e in modo soddisfacente e produttivo con altre persone è importante capire le emozioni dei nostri interlocutori, ma ancor più importante è capire le loro mappe cognitivo-emotive, cioè quali sono le cose (parole, gesti, oggetti, persone, simboli, idee, concetti. ipotesi ecc.) che suscitano in loro emozioni positive (piacere, sicurezza, simpatia, attrazione, eccitazione ecc.) e quelle che suscitano emozioni negative (dolore, disgusto, paura, rabbia, ansia, antipatia, repulsione, noia ecc.).
Per riuscire in tale intento, dobbiamo prima di tutto capire la nostra mappa cognitivo-emotiva e poi esaminare le affinità, dissonanze, compatibilità e incompatibilità tra la nostra mappa cognitivo-emotiva e quelle dei nostri interlocutori.
Vedi anche Teoria della mappa cognitivo-emotiva, Struttura e funzionamento della psiche. Valenze emotive e libero arbitrio, La bellezza, la bruttezza, il bene, il male, Cambiare la propria mappa cognitivo-emotiva, I continenti del mondo emotivo.
Vedendo qualcosa vedo inconsciamente anche me nell'atto di confrontarmi con quella cosa e le relazioni tra me stesso e la cosa stessa. Io, col mio comportamento, sono quindi sempre presente nel quadro risultante, che costituisce uno stimolo al mio comportamento successivo, volontario o involontario.
Più precisamente, un essere umano percepisce continuamente una forma, o configurazione, statica o dinamica, in cui è sempre presente anche se stesso in una certa relazione con le varie parti della configurazione. In altre parole, io mi vedo in relazione a ciò che vedo, e quindi sono sempre presente in ciò che vedo, cioè sono parte strutturale di ciò che vedo, e vedo anche il mio comportamento in relazione a ciò che vedo, ovvero il mio comportamento e i miei gesti sono parte della configurazione che percepisco momento per momento. A sua volta, la configurazione o situazione che percepisco momento per momento, di cui sono parte, costituisce uno stimolo, o feedback, che determina il mio comportamento successivo.
La determinazione del comportamento rispetto a ciò che si vede dipende da modelli di configurazione e relazione registrati nella mappa cognitivo-emotiva del soggetto come desiderabili o indesiderabili, imperativi o tabù, con i quali la percezione corrente viene continuamente confrontata.
La consapevolezza del meccanismo sopra esposto ci può aiutare ad analizzare e migliorare il nostro comportamento.
Nel profondo della mente il mondo è diviso nei seguenti continenti (= "contenenti") emotivi:
- piaceri competitivi
- piaceri cooperativi
- piaceri liberi
- cose neutre
- dolori competitivi
- dolori cooperativi
- dolori liberi
Il continente dei piaceri competitivi contiene cose piacevoli che possono essere ottenute solo superando una competizione o conflitto con il prossimo o con il suo permesso.
Il continente dei piaceri cooperativi contiene cose piacevoli che possono essere ottenute solo grazie alla collaborazione, benevolenza o aiuto da parte del prossimo.
Il continente dei piaceri liberi contiene cose piacevoli che possono essere ottenute senza entrare in competizione o conflitto col prossimo e anche senza la sua collaborazione, benevolenza, aiuto o permesso.
Il continente delle cose neutre contiene tutte le cose che non sono né piacevoli né dolorose.
Il continente dei dolori competitivi contiene cose dolorose causate dalla volontà del prossimo con il quale si è in competizione o conflitto.
Il continente dei dolori cooperativi contiene cose dolorose causate dalla mancata cooperazione, benevolenza o aiuto da parte del prossimo.
Il continente dei dolori liberi contiene cose dolorose non causate dalla volontà del prossimo né dalla mancata cooperazione, benevolenza o aiuto da parte di esso.
Vedi anche Teoria della mappa cognitivo-emotiva.
L'interazione tra due umani è un complesso processo in cui vengono prese diverse decisioni basate su logiche e algoritmi automatici, simultaneamente e per lo più inconsciamente e involontariamente.
Suppongo che tali logiche e algoritmi adempiano molte funzioni tra cui:
- auto-classificazione e classificazione dell'interattore, ovvero identificazione di appartenenze a comunità, gruppi, tipi e categorie caratterizzate da proprietà particolari
- valutazione e confronto delle capacità / incapacità e potenzialità proprie e dell'interattore
- analisi dei possibili modelli culturali di interazione applicabili
- sondaggi conoscitivi, interviste, monitoraggio del comportamento dell'interattore e analisi del feedback per individuare e valutare possibilità di manovra
- analisi dei possibili vantaggi, svantaggi, benefici, inconvenienti e rischi dell'interazione, tra cui valutazione del parere, approvazione, disapprovazione, consenso o divieto da parte di terzi
- recriminazioni e accuse di non rispetto di regole condivise
- ritualizzazioni di appartenenze comuni
- giochi
- scherzi e umorismo
- definizione e assegnazione di ruoli
- assegnazione di posizioni gerarchiche (politiche, economiche, intellettuali, morali ecc.), sfide, proteste
- asservimento, dominazione, sfruttamento
- servizio, sottomissione
- guida, leadership, insegnamento, direzione
- apprendistato, sequela, esecuzione di ordini
- dichiarazioni di obiettivi, intenzioni, domanda e offerta
- espressione di richieste e pretese di beni, informazioni, servizi, obblighi e divieti
- negoziazione esplicita o implicita di possibili transazioni, relazioni e protocolli di interazione
- ecc.
Il processo è basato sulle mappe cognitivo-emotive degli interattori, usate per dare significato e valore alle transazioni avvenute e a quelle ipotetiche.
Chi desidera cambiare se stesso? Perché uno dovrebbe voler cambiare e in cosa? Cambiare il proprio corpo? La propria mente? Il corpo si può cambiare, entro certi limiti molto ristretti, attraverso una dieta, una ginnastica, uno stile di vita particolare. E la mente? Cosa possiamo cambiare nella nostra mente? Aumentare le nostre capacità? Imparare qualcosa? Certo questo è possibile e normalmente utile.
Ma c'è un'altra cosa che potrebbe essere molto utile cambiare: la nostra "mappa cognitivo-emotiva", cioè le particolari associazioni tra idee ed emozioni, che si sono formate in noi nel corso delle nostre esperienze sin dalla nascita. Queste associazioni sono più o meno diverse da persona a persona e in certi casi possiamo dire che sono sconvenienti, malate, sbagliate al fine di una vita soddisfacente.
Per migliorare la propria mappa cognitivo-emotiva occorre prima di tutto riconoscere le associazioni "sbagliate", cosa molto difficile senza l'aiuto di uno psicoterapeuta. Ammesso che ci si riesca, ancor più difficile è modificare le associazioni stesse, cioè associare un'emozione positiva ad un'idea a cui era associata un'emozione negativa o nessuna emozione, oppure associare un'emozione negativa, o nessuna emozione, ad un'idea a cui era associata un'emozione positiva. Anche per attuare questa "rimappatura" delle associazioni emotive sbagliate l'intervento di uno psicoterapeuta può essere indispensabile.
E' l'empatia tra paziente e terapeuta che può, poco a poco, modificare la mappa cognitivo-emotiva del paziente. Infatti, in qualche modo, durante la psicoterapia, il paziente si fa influenzare, per empatia, dalla mappa cognitivo-emotiva del terapeuta, ammesso che essa sia più sana della propria.
Vedi anche Teoria della mappa cognitivo-emotiva, Struttura e funzionamento della psiche. Valenze emotive e libero arbitrio.
Le emozioni umane [1] possono essere suscitate non solo da situazioni contestuali, come un premio o una punizione ottenuti nel presente, ma anche da situazioni e condizioni previste, e quindi attese, (consciamente o inconsciamente) in un momento futuro.
Suppongo infatti che nella mente umana esista qualche meccanismo automatico e involontario di previsione (ovvero anticipazione) di piaceri e dolori, vantaggi e svantaggi, ricompense e punizioni sociali ecc. capace di suscitare emozioni come se le situazioni previste fossero attuali.
L'uomo infatti, a differenza degli altri animali, è capace di vivere una realtà virtuale, immaginaria, simulata, prevista, non solo cognitivamente, ma anche emotivamente e "motivamente", nel senso che può essere accompagnata da emozioni e motivazioni "reali".
È per questo che possiamo sentirci euforici, depressi, ansiosi, terrorizzati, malinconici, allegri, soddisfatti, insoddisfatti anche senza che sia avvenuto "realmente" qualcosa che lo giustifichi, se non una previsione (prefigurazione o anticipazione) conscia o inconscia di situazioni o eventi desiderati o indesiderati.
Ad esempio, il senso di colpa rientra, a mio parere, in tale processo anticipatorio. Suppongo infatti che esso consista nella previsione (fatta da un meccanismo involontario) di una punizione da parte di un'autorità (o di un'intera comunità) per un comportamento ritenuto (consciamente o inconsciamente) immorale o asociale. Il concetto freudiano di "super-io" mi sembra corrispondere a tale meccanismo.
Nel prevedere un evento futuro si possono fare due tipi di errore: considerare probabile qualcosa di improbabile, e considerare nocivo qualcosa che non lo è. Ovviamente le previsioni possono essere influenzate anche da esperienze passate più o meno felici.
Quando proviamo un'emozione che ci sembra non giustificata razionalmente dovremmo pertanto chiederci da quale logica anticipatoria essa potrebbe essere suscitata. Ricostruendo tale logica (in una sorta di "reverse engineering") possiamo valutare razionalmente la sua validità (cioè attendibilità) ed eventualmente correggerla alla luce di considerazioni razionali.
Nota 1: in questo articolo per "emozione" s'intende sia "emozione" che "sentimento".
Nella mia mappa cognitivo-emotiva, ad ogni essere umano che conosco o che posso immaginare, è associata una
valenza amicale cioè una quantità di amicizia o inimicizia. Un valore di valenza amicale pari a zero corrisponde ad una perfetta neutralità sentimentale, un valore positivo corrisponde ad un sentimento di amicizia e un valore negativo ad uno di inimicizia.
La valenza amicale non è fissa e può variare nel tempo e a seconda delle circostanze e delle esperienze. Essa è anche influenzata dalla percezione della valenza amicale altrui nei miei confronti.
Una valenza amicale negativa o neutra può essere espressa con maggiore o minore sincerità e può dare luogo a fenomeni psicoanalitici e psichiatrici come la rimozione, l'automistificazione e l'ansia, quando la ritengo "politicamente scorretta" o censurabile e temo che essa si riveli, scatenando una reazione indesiderata (di ostilità, indifferenza o minore amicizia) nelle persone oggetto di tale valenza e nei loro sostenitori.
Una valenza amicale positiva non comporta normalmente problemi di espressione o rivelazione, tranne nel caso in cui il mio grado di amicizia verso una persona, pur essendo positivo, è inferiore a quello da essa atteso.
In base a quali criteri si determina la mia valenza amicale verso una particolare persona? Credo, in base alla percezione della valenza amicale di quella persona verso di me, e di quanto quella persona possa essermi utile. Se infatti ritengo che la cooperazione con quella persona possa giovarmi nella realizzazione dei miei fini e percepisco un atteggiamento amichevole di quella persona verso di me, avrò verso di essa un atteggiamento amichevole, e viceversa. In altre parole, l'espressione di amicizia e disponibilità suscita sentimenti analoghi, come pure l'espressione di inimicizia e indisponibilità, dando luogo nel primo caso ad un circolo virtuoso, nel secondo ad uno vizioso.
In conclusione, la valenza amicale (mia e altrui) è spesso fonte di scontento e complicazioni nelle mie interazioni con gli altri e perciò oggetto di mistificazione esterna (ipocrisia) e interna (nevrosi).
Non è così anche per voi?
Vedi anche Teoria della mappa cognitivo-emotiva.
Quando due persone interagiscono, nell'interazione sono coinvolti vari componenti mentali consci e inconsci, volontari e involontari (agenti, logiche, dati, memorie, sentimenti, sensazioni, percezioni, automatismi in generale ecc.). I principali sono:
- Motivazioni di base (bisogni, pulsioni, desideri, decisioni, ecc.)
- Altro generalizzato (sintesi delle esperienze di tutte le interazioni sociali passate, concetto coniato da George Herbert Mead)
- Mappa cognitivo-emotivo-motiva di base (associazioni stimolo-risposta tra particolari percezioni e cognizioni, sentimenti, emozioni e motivazioni)
- Risposte cognitivo-emotivo-motive del momento (cognizioni, emozioni, sentimenti e motivazioni suscitate dalle percezioni del momento)
- Neuroni-specchio, empatia (rispecchiamento delle emozioni dell'altro)
- Ricordi
- Autocensure inconsce
- Automatismi mentali e psicomotori, cognizioni e abilità apprese
- Abitudini comportamentali
- Coscienza dell'altro (Chi è? Che ruolo sociale ha? Che posizione gerarchica occupa? Cosa vuole in generale? Cosa vuole da me? Cosa pensa di me? Cosa intende fare? Cosa sta facendo? Ecc.)
- Coscienza di sé (Chi sono? Che ruolo sociale ho? Che posizione gerarchica occupo? Cosa voglio in generale? Cosa voglio dall'altro? Cosa penso dell'altro? Cosa intendo fare? Cosa sto facendo? Ecc.)
- Decisioni e programmi consci
- Attenzione selettiva
- Bias cognitivi
- Ecc.
Questi componenti interagiscono tra di loro in modo più o meno sinergico o conflittuale. Di ciò, il soggetto è raramente consapevole e può esserlo solo in minima parte.
L'interazione tra due persone può essere osservata da due punti di vista: quello esterno, in cui avviene la comunicazione verbale e non verbale, e quello interno, in cui avvengono scambi di informazioni biochimiche, non osservabili dall'esterno, tra i vari componenti mentali. E' evidente che l'interazione esterna è determinata da quella interna.
Quando due persone si incontrano, succedono tante cose, a livello conscio e ancor più inconscio, che determinano un certo tipo di interazione e la sua durata.
- Algoritmi inconsci classificano l'interlocutore (in amico, nemico o cosa da usare) secondo la mappa cognitivo-emotiva di ciascuno, e danno luogo ad aspettative e a supposizioni di aspettative altrui;
- bisogni, desideri e sentimenti si attivano e vengono alimentati o frustrati in base a tali aspettative;
- si determinano inibizioni e opzioni di comportamento;
- si delineano interessi comuni, interessi diversi e conflitti di interesse, si esaminano possibilità di cooperazione;
- si attivano attrazioni e repulsioni in base a percezioni estetiche e cognitive;
- si fanno calcoli economici, energetici e politici di una eventuale interazione (costi e benefici);
- si valuta la salute mentale dell'altro, le sue potenzialità e incapacità, le sue differenze rispetto alla gente comune e a se stessi;
- si constatano affinità e incompatibilità;
- ci si misura con l'altro per stabilire chi è più competitivo;
- si valutano i rischi di una interazione rispetto ai rapporti con altre persone;
- si considerano diritti, doveri, obblighi, divieti e gradi di libertà e creatività applicabili ad una eventuale interazione;
- si attivano curiosità, domande, spinte narcisiste e slanci di generosità, empatia, apatia, voglia di aiutare o di combattere, si determinano comprensioni e incomprensioni, approvazioni e disapprovazioni, un senso di comune appartenenza o di estraneità;
- si interpretano le motivazioni e intenzioni altrui;
- si immaginano scenari di possibili interazioni, ecc., e, tutto ciò considerato, si decide quali passi fare, il livello di intimità fisica accettabile da ciascuno, se e quanto avvicinarsi o allontanarsi, dare, prendere, difendersi, offendere, offrire, proporre, cosa dire e cosa non dire, cosa mostrare e cosa nascondere, cosa fingere, come manipolare l'altro a proprio vantaggio;
- si cercano temi di conversazione appropriati accettabili da ambo le parti;
- si stabiliscono i possibili ruoli e livelli gerarchici reciproci;
- si decidono i rituali da eseguire;
- nascono speranze, si consumano delusioni, si sviluppano paure ed entusiasmi, ansia e fiducia, eccitazione e noia.
Nel rapporto tra due persone A e B, nella mente di ciascuno ci sono due significati principali che influiscono, ovvero agiscono, nel determinare le reciproche interazioni.
Nella mente di A:
- il significato di A, ovvero cosa A pensa di se stesso, come A si valuta e cosa si aspetta da se stesso;
- il significato di B, ovvero cosa A pensa di B, come A valuta B e cosa A si aspetta da B.
Nella mente di B:
- il significato di B, ovvero cosa B pensa di se stesso, come B si valuta e cosa si aspetta da se stesso;
- il significato di A, ovvero cosa B pensa di A, come B valuta A e cosa B si aspetta da A.
Per
significato intendo una valutazione riferita ad un contesto cognitivo ed emotivo, ovvero ad un certo "mondo" immaginario di cui la cosa
significata fa pare. In altre parole, dare un significato ad una cosa equivale a stabilire delle relazioni qualitative e quantitative tra quella cosa e i componenti di una struttura cognitiva ed emotiva di riferimento, che io chiamo mappa cognitivo-emotiva. Nel caso più semplice la valutazione può essere assoluta e generalizzata, come ad esempio: buono/cattivo, bello/brutto, vero/falso. Nei casi più complessi, la valutazione può essere molto più elaborata, circostanziata, modulata, condizionata e relativizzata nello spazio e nel tempo.
Oltre ai quattro significati principali sopra elencati, occorre considerare altri quattro significati secondari, o protettivi:
Nella mente di A:
- il significato che A pensa che B attribuisca ad A
- il significato che A pensa che B attribuisca a B
Nella mente chi B:
- il significato che B pensa che A attribuisca a B
- il significato che B pensa che A attribuisca ad A
Possiamo considerare gli otto significati sopra elencati come degli agenti mentali che contribuiscono a determinare l'interazione tra le due persone, in modo più o meno inconscio.
Ognuno di questi agenti spinge il soggetto in una certa direzione, più o meno coerente con le direzioni in cui lo spingono gli altri agenti. La direzione risultante è determinata dalla composizione delle relative forze, come avviene nella meccanica.
In conclusione, è importante chiedersi e verificare quali significati noi attribuiamo a noi stessi e agli altri e quali significati pensiamo che gli altri attribuiscono a noi e a loro stessi, perché da tali significati dipendono i nostri rapporti con gli altri.
La capacità di memorizzare nuove informazioni e il significato cognitivo-emotivo che ad esse viene associato dipendono dai contenuti e dalla struttura delle informazioni precedentemente memorizzate. Infatti quello che percepiamo deve essere analizzato con gli strumenti di cui già disponiamo (ovvero con i contenuti delle memoria già acquisita) e deve trovare posto nell'organizzazione preesistente. Se il posto non viene trovato, l'informazione viene dimenticata.
Infatti, noi siamo in grado di capire e ritenere (ovvero memorizzare) solo informazioni che hanno un "senso" e una collocazione logica certi tipi o categorie di informazioni precedentemente memorizzati.
Tutto ciò sembra ovvio, tuttavia merita una riflessione in quanto ci fa capire i limiti della comunicazione e dell'apprendimento, ovvero che non tutti sono in grado di apprendere (ovvero capire e ricordare) con la stessa facilità quello che viene loro detto o che essi osservano, ascoltano, o leggono, non perché siano diversamente intelligenti o volenterosi, ma semplicemente perché hanno diverse memorie ovvero diverse mappe cognitivo-emotive.
Lo stesso vale per le abilità psicomotorie, artistiche, musicali e intellettuali, come, per esempio, l'apprendimento delle lingue straniere.
L'apprendimento, dunque, deve essere graduale e, soprattutto, adeguato a ciò che la persona ha già appreso; adeguatezza che comporta analogie e somiglianze con, o estensione di, cognizioni che il soggetto ha precedentemente acquisito.
Ne consegue che il miglio metodo di insegnamento è quello personalizzato, che parte dalla constatazione di quanto il soggetto già sa e di come è strutturato il suo sapere.
L'apprendimento può comportare una estensione e/o una trasformazione più o meno radicale della struttura cognitiva preesistente. Nel primo caso esso è più semplice che nel secondo, essendo più facile aggiungere che sostituire parti a conoscenze già acquisite. Infatti non è facile cancellare la memoria umana, ovvero dimenticare cose che si conoscono, come se uno non le avesse mai conosciute, per cui tutto ciò che abbiamo appreso, se da una parte ci facilita nell'apprendere nuove cose, dall'altra ci ostacola nel modificare la struttura ovvero la mappatura cognitivo-emotiva di ciò che abbiamo già appreso.
Quindi, trasformare una struttura cognitivo-affettiva non comporta la sostituzione ma la moltiplicazione dei rami della struttura stessa, dove, dopo l'apprendimento di nuovi contenuti non coerenti con quelli precedenti, ci saranno rami che col tempo diventeranno sempre più desueti e nuovi rami che col tempo diventeranno sempre più abituali. Nel frattempo il soggetto soffrirà di indecisione e confusione tra i vecchi e nuovi rami.
Riflessioni sulla natura "sistemica" degli esseri viventi, e dell'uomo in particolare, e del ruolo fondamentale delle "domande" e delle "risposte" automatiche, ovvero programmate secondo certe logiche. Articolo ispirato dalla "ecologia della mente" di Gregory Bateson e dalla "omeostasi sentimentale" di Antonio Damasio, condito e integrato con qualche mia idea personale.
Un sistema (organico o inorganico) è qualcosa capace di rispondere a domande e di porre domande, in modo automatico, ovvero seguendo una certa logica più o meno modificabile.
Per "domanda" intendo uno stimolo intenzionale o non intenzionale, inviato o ricevuto, che viene interpretato dal sistema o sottosistema ricevente come un ordine, ovvero una richiesta di attenzione, di azioni o di cessazione o inibizione di azioni.
Un'azione richiesta può consistere in certi comportamenti tra cui la fornitura di certe informazioni, oggetti, sostanze o servizi.
La risposta ad una domanda sistemica può consistere nella produzione e nell’invio di un’altra domanda.
Gli esseri viventi sono organismi, ovvero sistemi organici. L’interazione tra sistemi organici, e tra essi e sistemi inorganici, è ciò che viene comunemente chiamato “ecologia”. I sistemi che interagiscono "ordinano" e si “ordinano”, ovvero trasformano e si trasformano, insegnano e apprendono, adattano e e si adattano reciprocamente.
Le risposte sistemiche di un essere umano a "domande", ovvero a stimoli interni ed esterni, possono essere cognitive, emotive e motivazionali. Infatti, ad un certo stimolo proveniente da un altro umano, da un suo simulacro (medium), da un fenomeno naturale o da una macchina, un individuo può rispondere allo stesso tempo, consciamente e/o inconsciamente, con particolari immagini mentali, parole e relative associazioni semantiche, ricordi di esperienze, aspettative, emozioni, sentimenti, decisioni istantanee o programmatiche, volontà, desideri, movimenti muscolari, alterazioni metaboliche e fisiologiche, e qualunque altro atto o fenomeno di cui è capace volontariamente o involontariamente.
Per conoscere la natura umana, ovvero per capire se stessi e gli altri, è necessario vedere l’uomo come sistema che interagisce con altri sistemi e con i propri sottosistemi mediante scambi esterni e interni di domande e risposte sistemiche secondo certe logiche. Queste non possono essere rilevate scientificamente, ma possono essere intuite anche se in modo incerto.
Essendo le logiche di interazione parzialmente modificabili, e quindi migliorabili in termini di soddisfazione dei bisogni propri e altrui, ogni umano dovrebbe cercare di intuirle, sia da solo che con l’aiuto di strumenti culturali, unendo la teoria alla pratica delle interazioni umane.
Per “ingegneria inversa” (reverse engineering) s’intende un’attività di ricerca tecnologica il cui obiettivo è capire quale sia la struttura logica interna di un sistema di cui possiamo conoscere solo il comportamento esterno e la struttura materiale. Si tratta dunque di capire, e quindi prevedere, come il sistema reagisce a certi stimoli. In termini informatici si potrebbe dire che l’ingegneria inversa cerca di “indovinare” la logica per cui alla ricezione di un certo input o alla percezione di un certo stato fisico, un sistema emette un certo output, compie certe azioni, prende certe decisioni, cambia il suo stato ecc.
Prendiamo il caso in cui il codice sorgente di un programma informatico tuttora funzionante, scritto da uno o più programmatori divenuti introvabili, sia andato perduto e che di esso resti solo il codice eseguibile, che consiste in una massa di numeri a prima vista incomprensibili. Per poter modificare tale programma un ingegnere deve ricostruire il codice sorgente sulla base dell’osservazione del comportamento del programma e del codice eseguibile, facendo delle ipotesi sul “significato” dei numeri di cui esso è costituito.
In generale, l’ingegneria inversa “ipotizza” cosa ci sia dentro un sistema, mediante ipotesi, esperimenti, osservazioni e dati statistici che permettono di associare certi stimoli a certe risposte.
Se ammettiamo che tutti gli esseri viventi, come pure gli organi che li costituiscono, siano “sistemi” o “sottosistemi” nel senso che la loro vita e il loro funzionamento dipendono da certi automatismi “sistematici” (ovvero non casuali), allora, per “indovinare” quale sia la logica di tali automatismi, l’ingegneria inversa sembra essere l’unico mezzo di cui disponiamo. Infatti non esistono, in natura, schemi intelligibili che descrivano le logiche che permettono agli esseri viventi di vivere e di riprodursi. Pertanto il biologo può essere a giusto titolo considerato l’ingegnere della vita. A tal proposito è interessante notare che esiste un settore di ricerca chiamato bioingegneria.
Se ammettiamo che anche la mente (conscia e inconscia) sia un “organo” del corpo e funzioni prevalentemente o totalmente in base ad automatismi, allora per capirne la struttura e le logiche che ne determinano il comportamento dovremmo fare dell’ingegneria inversa. In tal modo potremmo determinare e prevedere le risposte cognitive, emotive e motivazionali ai vari stimoli (parole, idee, immagini, interazioni, ricordi ecc.). Pertanto, a mio parere, lo psicologo può essere considerato l’ingegnere della mente.
L’ingegneria inversa è, secondo me, l’unico mezzo “onesto” per cercare di capire la struttura e il funzionamento della mente, dato che essa non è in grado di capire se stessa semplicemente “pensandosi” e che le narrazioni religiose e filosofiche che la riguardano sono spesso solo speculazioni basate su assiomi non dimostrabili e spesso finalizzati a manipolare le menti a favore di certe ideologie e politiche. L'ingegneria inversa si basa su “ipotesi”. Queste possono anche derivare da speculazioni o intuizioni religiose o filosofiche, purché esse siano verificate sperimentalmente e con metodo scientifico.
Nota: in questo articolo i concetti di emozione e di sentimento non sono distinti, e i due termini sono usati come sinonimi. Di conseguenza il termine”emotivo” viene usato come sinonimo di ”sentimentale”.
Si può discutere all’infinito, e senza venirne a capo, se l’uomo sia una speciale categoria di computer, ovvero se il suo sistema nervoso funzioni, almeno in parte, in modo analogo a quello di un computer, ma non voglio farlo in questo articolo. Mi pare però incontrovertibile che ogni essere umano reagisca a stimoli interni ed esterni in modi che gli sono peculiari, ovvero non casuali, e che costituiscono la sua personalità e identità sociale, ovvero il suo comportamento tipico.
Ci si aspetta infatti che una persona reagisca in un certo modo in funzione della propria personalità (ovvero temperamento, carattere e cognizioni) come se questa costituisse un programma o una strategia di vita. In altre parole, anche ammettendo l’esistenza del libero arbitrio, dobbiamo supporre che esso non venga esercitato in modo casuale ovvero totalmente libero, ma secondo certe abitudini, direttive, regole, principi o limiti caratteristici del soggetto.
Io suddivido le risposte agli stimoli in tre categorie interdipendenti: cognitive, emotive e motivazionali, o “motive”.
Le risposte cognitive (ovvero razionali o semantiche) riguardano il riconoscimento di concetti, nozioni, idee, identità, situazioni, categorie, tipi ecc. in base alla percezione di stimoli esterni come parole, immagini, segni, suoni, sensazioni tattili ecc. e di stimoli interni come ricordi, sentimenti, emozioni, percezioni fisiche viscerali ecc.
Le risposte emotive riguardano l’attivazione di emozioni e sentimenti più o meno piacevoli o dolorosi, in base al riconoscimento di elementi cognitivi (risposte cognitive) oppure a percezioni sensoriali interne, come modifiche dello stato o del metabolismo corporeo, e la coscienza di ciò che si è intenti a fare o che si desidera fare.
Le risposte motive riguardano l'attivazione di particolari motivazioni come volontà, desideri, intenzioni, inclinazioni, scelte, interessi, attrazioni e repulsioni ecc. in base a particolari percezioni cognitive ed emotive.
È importante sottolineare l'importanza dell’interdipendenza delle tre categorie di risposte in quanto essa determina fenomeni di bias complessi poiché anch'essi interdipendenti.
Infatti, oltre al ben noto bias cognitivo, per il quale le cognizioni di una persona sono influenzate dai suoi sentimenti e dalle sue motivazioni, possiamo parlare di “bias emotivo”, nel quale certi sentimenti sono influenzati da certe cognizioni e motivazioni, e di “bias motivazionale”, in cui certe motivazioni sono influenzate da certe cognizioni e certe emozioni.
Pertanto conviene parlare di risposte cognitivo-emotivo-motive, intendendo insieme le tre categorie di risposte reciprocamente condizionate. In altre parole, una risposta di una certa categoria dà normalmente luogo a risposte delle altre due. Insomma, è difficile, se non impossibile, che vi siano in un essere umano risposte puramente cognitive, puramente emotive, o puramente motivazionali.
Se queste mie supposizioni sono valide, dovremo farci qualche domanda sulla genesi delle risposte cognitivo-emotivo-motive tipiche di una persona, e sulle possibilità di una loro modifica per iniziativa del soggetto o di altri. Ma di ciò mi riservo di parlare in uno dei prossimi articoli.
Io suppongo che la psiche sia strutturata e funzioni come descritto nel seguito.
La psiche si sviluppa a partire da, e in funzione di, una quantità di bisogni primari (innati) e secondari (sviluppati a seguito delle esperienze). I bisogni primari principali sono quelli di (1) sopravvivenza e salute, (2) appartenenza e integrazione sociale, (3) eros e riproduzione sessuale, (4) libertà e individuazione, (5) potenza e dominio di tutto ciò che può favorire la soddisfazione di qualunque bisogno, (6) protezione e sicurezza contro tutto ciò che può ostacolare la soddisfazione di qualunque bisogno.
La psiche è popolata da una quantità di "oggetti mentali" cioè idee, ricordi, immagini, cognizioni, sensazioni e qualsiasi altra cosa appresa attraverso esperienze e suscettibile di essere riconosciuta o pensata.
La psiche ha la capacità di provare piacere e dolore, più o meno fisici o immateriali, in varie forme e intensità. Il piacere è legato alla soddisfazione dei bisogni (primari o secondari), il dolore alla loro insoddisfazione.
Per evitare il dolore, la psiche tende a rimuovere, cioè disattivare, i bisogni di cui non riesce ad ottenere la soddisfazione,
La psiche include un sistema motivazionale conscio e uno inconscio che determinano pensieri, impulsi, volontà, desideri, interessi ecc. finalizzati alla soddisfazione dei bisogni misurata attraverso la percezione del piacere e del dolore, cioè basati sulla ricerca del piacere e l'evitamento del dolore.
Nella psiche si sviluppano un rete conscia e una inconscia, di connessioni logiche di causalità o appartenenza tra oggetti mentali.
Per effetto di tali reti di connessioni, ad ogni oggetto mentale è associata una serie di cariche (o valenze) emotive più o meno grandi, cioè aspettative di piacere o dolore legate alla soddisfazione o frustrazione di vari bisogni. C'è una valenza emotiva per ogni oggetto mentale e per ogni bisogno, vale a dire:
- una valenza emotiva sociale, cioè legata all'appartenenza e integrazione sociale
- una valenza emotiva vitale, cioè legata alla sopravvivenza alla salute
- una valenza emotiva erotico-sessuale, cioè legata alla soddisfazione erotico-sessuale
- una valenza emotiva libertaria, cioè legata all'ottenimento e mantenimento della libertà e dell'individuazione
- una valenza emotiva dominativa, cioè legata all'ottenimento e mantenimento del potere
- una valenza emotiva protettiva, cioè legata alla protezione contro le avversità
Il comportamento di un individuo è determinato dall'effetto combinato delle valenze emotive dei suoi oggetti mentali, che gli fanno scegliere i pensieri e le azioni che permettono di ottenere il maggiore piacere e il minimo dolore. Il calcolo viene effettuato da meccanismi inconsci e consci simultaneamente. I meccanismi inconsci sono molto più veloci e immediati, di quelli consci, e li influenzano attraverso le anticipazioni di piacere e dolore, che sono essere stesse produttrici di piacere o dolore.
Tra i vari modi in cui un umano può pensare ce n’è uno che chiamerei «pensiero logico».
Si tratta di una sequenza tipica della logica dei sistemi informatici, avente la struttura “if-then-else”, cioè: se una certa ipotesi X è vera, allora sono vere certe conseguenze Y, altrimenti sono vere certe altre conseguenze Z.
Il pensiero logico risponde a domande come le seguenti:
- Se cado da un’altezza di 20 metri, quali saranno le conseguenze?
- Se sposo la persona X quali saranno le conseguenze? E se non la sposo?
- Se supero un certo esame universitario, quali saranno le conseguenze? E se non lo supero?
- Se vinco un terno al lotto, quali saranno le conseguenze? E se non lo vinco?
- Se ciò che X dice è vero, quali sono le conseguenze? E se ciò che X dice è falso?
- Se Y crede che ciò che X dice è vero, quali sono le conseguenze? E se Y crede che ciò che X dice è falso?
Nel pensiero logico è dunque fondamentale il concetto di verità, nel senso dell’essere e del non essere, dell’accadere e del non accadere, del verificarsi e del non verificarsi di una certa condizione, situazione, fatto o ipotesi.
Nel pensiero logico è anche fondamentale il concetto di conseguenza, nel senso di verità causata. Una logica può essere dunque definita come una relazione di causalità tra due verità: una verità causante e una verità causata.
Per quanto sopra, possiamo dire che una logica è giusta, o corretta, se è vero che ad una certa verità consegue una certa altra verità sempre e comunque, oppure solo in certi contesti.
Il pensiero logico può anche procedere al contrario, cioè, dato una certa verità, stabilire quale altra verità l’abbia causata.
Riepilogando, il pensiero logico esprime un rapporto di causalità tra due verità.
Qual è l’utilità di stabilire un rapporto di causalità tra due verità? Un’utilità è quella di prevedere il futuro date certe condizioni, cosa fondamentale per la sopravvivenza e per la soddisfazione dei bisogni. Un’altra utilità è quella di agire su certe cause (eliminandole o modeandole) per evitare il ripetersi di certe conseguenze.
Mentre esercitiamo il pensiero logico, la logica che applichiamo non è quasi improvvisata, né casuale, ma è normalmente la replica di un rapporto di causalità predefinito, cioè memorizzato nella nostra mente.
In altre parole, il pensiero non è quasi mai originale, ma è quasi sempre la ripetizione consapevole o inconsapevole di un “pensiero” inconscio, tratto dalla “mappa mentale”. Con tale nome intendo un deposito di “nozioni” (concetti, parole, forme, sensazioni ecc.) tra loro collegate da relazioni causali.
Una nozione può essere collegata causalmente ad una o più altre nozioni in modo monodirezionale o bidirezionale. Il collegamento causale monodirezionale tra una nozione A e una nozione B implica che A è la causa di B, o il contrario, a seconda della direzione. Se il collegamento causale tra A e B è bidirezionale, la relazione è circolare, nel senso che A è causa di B, ma B è allo stesso tempo causa di A. In altre parole, nel collegamente bidirezionale le nozioni si influenzano reciprocamente.
Una delle due nozioni collegate causalmente può essere un’emozione. In tal caso possiamo dire che la nozione A causa l’emozione B, laddove una nozione può consistere in un evento o in una situazione. Analogamente si può dire che un’emozione A può causare un evento o una situazione B.
Una delle due nozioni collegate causalmente può essere una motivazione. In tal caso possiamo dire che la nozione A causa la motivazione B, oppure che la motivazione A causa la nozione B.
Io chiamo “mappa cognitivo-emotivo-motiva” la mappa mentale sopra definita, intendendo per “nozione” (cioè per qualsiasi elemento della mappa) un oggetto concreto o astratto, una persona, un evento, una situazione, un’emozione o una motivazione.
Riepilogando, ogni nozione (di qualsiasi tipo) può essere collegata causalmente (nella memoria conscia o inconscia del soggetto) con una o più altre nozioni di qualsiasi tipo, in modo monodirezionale o bidirezionale, e il pensiero logico consiste nella rievocazione sequenziale di alcune di tali nozioni e dei relativi collegamenti.
Naturalmente, i collegamenti causali memorizzati nel cervello di un certo individuo possono essere più o meno realistici, ovvero più o meno veri. Possiamo dire che costituiscono verità presunte per l’individuo in cui si sono costruite.
Da tali collegamenti dipende il comportamento dell’individuo, ovvero le sue scelte comportamentali, dato che l’individuo sceglie normalmente di comportarsi in modo da ottenere conseguenze desiderate piuttosto che indesiderate. Il calcolo delle conseguenze per ogni opzione di comportamento dipende dunque dalla mappa cognitivo-emotiva-motiva del soggetto.
In tale ottica si potrebbe dire che la saggezza è la capacità di calcolare correttamente le conseguenze delle diverse situazioni e dei diversi comportamenti, vale a dire di non considerare negative conseguenze che sono in realtà positive, e viceversa, e di dubitare che una conseguenza abbia una sola causa, o che una causa abbia una sola conseguenza.
Per concludere, chi desidera aumentare il proprio grado di saggezza dovrebbe chiedersi se i suoi “calcoli consequenziali” siano corretti o errati, e se possano essere migliorati. In altre parole il cultore della saggezza dovrebbe chiedersi: è proprio vero che ad A consegue B? Oppure: è proprio verso che solo A è causa di B? Oppure: è proprio vero che ad A consegue soltanto B?
Io suppongo che nel nostro cervello ci sia una mappa del piacere e del dolore, delle cognizioni e delle relazioni logiche, che io chiamo "mappa cognitivo-emotiva", che si è sviluppata nel corso della nostra vita per effetto delle interazioni avute con altri umani e con l'ambiente, le quali ci hanno procurato una certa quantità di piacere o dolore.
In questa mappa sono configurati elementi come persone, oggetti, luoghi, ricordi, immagini, idee, concetti, simboli, segnali, nomi, situazioni, opinioni, metodi, attività, principi filosofici, cognizioni, problemi, conflitti, norme, soluzioni, decisioni, obiettivi, strategie ecc.
Ogni elemento presente nella mappa ha una carica emotiva di piacere o dolore; costituisce, cioè, una promessa, anticipazione, aspettativa o minaccia di piacere o di dolore.
Gli elementi della mappa sono interconnessi da relazioni logiche (oltre che fisiche a livello neurale) di causa-effetto, analogia o appartenenza. La struttura della mappa è a forma di rete non gerarchica, come il worldwide web di Internet, in cui ogni elemento è potenzialmente collegato con qualunque altro.
Il piacere e il dolore sono direttamente collegati al grado di soddisfazione dei bisogni del soggetto, nel senso che la soddisfazione di questi è accompagnata da piacere, e l'insoddisfazione da dolore. Così come esistono bisogni primari (cioè innati), secondari o indotti, anche i piaceri e i dolori possono essere distinti in primari, secondari e indotti.
Ognuno vive, si comporta e si orienta consciamente o inconsciamente utilizzando la propria mappa cognitivo-emotiva, cercando di ottenere il massimo piacere e il minimo dolore, il che corrisponde alla massima soddisfazione dei propri bisogni.
L'anticipazione, o aspettativa, del piacere è essa stessa piacevole, così come dolorosa è l'anticipazione o aspettativa del dolore.
Emozioni come l'attrazione e la paura sono direttamente collegate all'anticipazione del piacere e del dolore.
Piacere e dolore sono determinanti nel giudizio estetico. infatti, la bellezza è piacevole in quanto costituisce una promessa o anticipazione di piacere, così come la bruttezza è spiacevole in quando costituisce una promessa o anticipazione di dolore.
Piacere e dolore sono determinanti anche nell'umorismo, che è basato sull'ambiguità della carica emotiva di una certa situazione, che si risolve in un brusco passaggio da una percezione preoccupante, cioè potenzialmente dolorosa, ad una totalmente rassicurante e quindi piacevole, della situazione stessa.
Grazie all'empatia, ognuno è più o meno capace di intuire la mappa cognitivo-emotiva delle persone con cui è in contatto e di comportarsi in modo da rispettare o soddisfare in una certa misura anche i bisogni altrui. Questo è importante ai fini della convivenza, della cooperazione e della solidarietà.
L'evocazione (cioè il pensiero, il ricordo o l'immaginazione) di un elemento di una mappa può procurare un'anticipazione del piacere o dolore ad essa associato. Possiamo in tal caso parlare di emozione, piacere e dolore "evocati". Dato che il piacere e il dolore evocati sono comunque emozioni reali, la psiche tende inconsciamente a rievocare gli elementi piacevoli della mappa e ad evitare, dimenticare o disattendere (cioè non "attenzionare") quelli dolorosi.
Alcune zone di una mappa cognitivo-emotiva possono essere stabilmente nascoste, cioè "rimosse" dalla coscienza, se hanno una carica emotiva dolorosa oltre un certo limite e/o sono cognitivamente dissonanti, incoerenti, conflittuali o incompatibili rispetto al resto della mappa.
Possiamo dire che la mappa cognitivo-emotiva di una persona nevrotica sia "sbagliata" in quanto non funzionale alla soddisfazione dei suoi bisogni primari (anche se potrebbe soddisfare quelli secondari o indotti) e che dovrebbe essere corretta per consentire la guarigione dalla nevrosi stessa.
Per correggere la mappa può essere utile una psicoterapia accompagnata da nuove interazioni sociali reali (eventualmente precedute da interazioni preparatorie virtuali) atte a modificare le cariche emotive degli elementi della mappa. La correzione consiste nell'associare piacere ad un elemento a cui era associato dolore, o viceversa, oppure aumentare o diminuire la quantità di piacere o dolore associata ad un elemento, oppure associare piacere o dolore ad un elemento emotivamente neutro, o aggiungere alla mappa nuovi elementi dotati di una certa carica emotiva.
Per "nuove interazioni sociali" intendo interazioni con persone sia nuove sia abituali, purché effettuate con modalità nuove, cioè con intenzioni, cariche emotive, valutazioni e giudizi diversi da quelli abituali.
Per concludere, possiamo considerare le interazioni tra esseri umani come interazioni tra le rispettive mappe emotive, che possono essere più o meno diverse a seconda del temperamento, dell'educazione e delle esperienze avute. Sono proprio tali mappe emotive che determinano il reciproco comportamento, specialmente per quanto riguarda la reciproca accettazione, approvazione, disapprovazione, attrazione, repulsione e la formazione di gruppi di appartenenza (vedi figura).
Vedi anche Struttura e funzionamento della psiche. Valenze emotive e libero arbitrio, La bellezza, la bruttezza, il bene, il male, Cambiare la propria mappa cognitivo-emotiva, I continenti del mondo emotivo.
Ogni essere umano ha un'idea di cosa significhi "pensare", essendo questa una parola molto usata. Infatti ognuno sa a cosa sta pensando nel momento in cui gli viene chiesto. Pochi sanno, invece, perché stanno pensando a certe cose, come stanno pensando e in che misura il modo (o il metodo) con cui pensano sia giusto, cioè sano, produttivo, utile (nel senso della soddisfazione dei bisogni propri e altrui) oppure inutile o nocivo per sé e/o per gli altri.
I nostri pensieri sono volontari o involontari? Possiamo "educare" i nostri pensieri? Possiamo migliorarli? Possiamo censurarli? Possiamo controllarli?
La mia risposta a tutte queste domande è: si, ma entro limiti molto ristretti e a certe condizioni, tra le quali un certo grado di intelligenza, di motivazione e di conoscenze psicologiche che non tutti hanno o possono avere.
I pensieri sono al tempo stesso conseguenza e causa dei nostri processi mentali inconsci e del nostro comportamento, e questa causalità non lineare, ma circolare (caratterizzato da una certa retroazione, o feedback), rende molto difficile il controllo del pensiero.
Noi possiamo
pensare al pensiero in generale e ai nostri pensieri in particolare, in un processo che possiamo chiamare
metapensiero, in cui si confonde la cognizione di soggetto e oggetto, nel senso che non sappiamo se un certo pensiero a cui siamo pensando sia pensato o pensante, e fino a quale livello di astrazione sia opportuno pensare al pensare al pensare al pensare...
Chi volesse esaminare criticamente i suoi pensieri e i suoi metodi di pensiero dovrebbe dunque essere molto cauto, paziente, aperto a idee impreviste, e non dovrebbe farsi illusioni sulla riuscita di tale impresa.
Torniamo alla questione della volontarietà del pensiero, che rientra nella questione più generale del libero arbitrio. Possiamo supporre che il pensiero sia volontario (o possa diventarlo) nella misura in cui il libero arbitrio esiste o sia esercitabile. In ogni caso, possiamo ritenere che il pensiero, nella misura in cui non è casuale, segua una certa logica (o schema, modello, algoritmo, programma, copione ecc.). Perciò anche volendo considerare volontario il pensiero, non possiamo non ritenerlo come parte di una struttura che lo
contiene, lo limita, e gli dà forma e significato. Si tratterebbe dunque di una libertà molto limitata nonostante l’illusione che il nostro pensare sia assolutamente libero e sovrano.
Torniamo alla questione se sia possibile
migliorare il nostro pensiero e come ciò si possa ottenere. Nella misura in cui un miglioramento
volontario sia possibile, noi possiamo voler migliorare sia un particolare pensiero o insieme di pensieri, sia il nostro metodo generale di pensare, e siccome un certo pensiero è il risultato di un certo modo di pensare, credo che convenga mirare al miglioramento del modo di pensare abituale, prima di adoperarsi per migliorare pensieri particolari.
Chiediamoci allora in quali modi, ovvero con quali metodi, noi pensiamo abitualmente.
Nessuno ci ha insegnato a pensare (almeno non direttamente), quindi suppongo che il pensiero sia qualcosa di innato e/o che si apprende spontaneamente. Possiamo comunque supporre che il pensiero consista in
contenuti organizzati, laddove i contenuti sono le idee (o gli
oggetti cognitivi) elementari, e l’organizzazione il modo in cui tali idee sono tra loro collegate, cioè le relazioni logiche tra di esse.
Pertanto, volendo migliorare il nostro pensare, il miglioramento potrebbe riguardare sia le idee elementari, sia i collegamenti logici tra di esse. Chiediamoci allora di che tipi siano le idee elementari
trattate dai nostri pensieri, e le logiche con cui esse sono tra loro in relazione.
Non essendo un esperto di scienze cognitive né di neuroscienze, non cercherò di rispondere a tali domande. Mi limito a supporre alcune relazioni tra oggetti mentali: causalità (l’oggetto A è causa dell’oggetto B), omogeneità (l’oggetto A ha certe cose in comune con l’oggetto B), compatibilità (l’oggetto A è compatibile o incompatibile con l’oggetto B), complementarità (l’oggetto A richiede l’oggetto B) ecc.
Oltre ad analizzare (ed eventualmente correggere o ampliare) il proprio modo di pensare, cioè le proprie idee elementari e le relazioni tra di loro, ciò che possiamo fare è stabilire a cosa sia opportuno o vantaggioso pensare nel momento presente (qui ed ora). Chiediamoci allora chi (o cosa) sceglie, momento per momento, i pensieri che pensiamo.
Ammesso (e non concesso) che tale scelta sia effettuata dall’io cosciente, chiediamoci con quali criteri l’io cosciente scelga i pensieri, ovvero gli anelli della catena che costituisce il flusso del pensiero, come i fotogrammi di un’opera cinematografica, che chiameremo nel seguito “
pensogrammi”.
Io suppongo che la scelta dei
pensogrammi sia determinata da un meccanismo basato su una mappa cognitivo-emotiva nel senso che, momento per momento, viene automaticamente scelto il
pensogramma memorizzato che produce il massimo piacere e il minor dolore possibile nella sequenza di pensiero corrente, nell'ambito di un certo modello di pensiero predefinito adottato precedentemente dal soggetto come quello che produce il massimo piacere e il minor dolore.
Suppongo inoltre che il ruolo dell’io cosciente nel flusso del pensiero si riduca a quello di osservatore di un processo inconscio, automatico e involontario che l’io può solo interrompere, ma non dirigere. L’osservazione consisterebbe nel monitorare la coerenza dei pensieri nell'ambito del modello di pensiero adottato, e il benessere o malessere prodotto dai pensieri stessi, con la possibilità di bloccare il flusso ogni volta che esso appaia troppo incoerente o troppo doloroso. Tuttavia, in caso di censura (cognitiva e/o emotiva), il pensiero non si può arrestare, ma può solo cambiare direzione o tema, in modo più o meno casuale. Infatti non si può non pensare, si può solo variare l’oggetto o il modello di riferimento del pensiero.
Essendo la scelta dei
pensogrammi automatica, inconscia e involontaria, all'io cosciente non rimane che cercare di prendere coscienza dei risultati del processo pensante e intervenire consapevolmente nella censura del flusso, nel senso di confermare la censura automatica o di opporsi ad essa. In altre parole, un io cosciente
educato al metapensiero potrebbe decidere di continuare a pensare a pensieri che la censura automatica vorrebbe bloccare, qualora ritenesse quella censura sbagliata ovvero non giustificabile razionalmente.
Per concludere, l’autocritica del pensiero, e la conseguente possibilità di un miglioramento dello stesso, si fonda prima di tutto sul riconoscimento del fatto che il pensiero è determinato da meccanismi automatici, inconsci e involontari, in cui l’io cosciente può intervenire solo quando si verifica una crisi di coerenza (cioè una contraddizione logica) o una sofferenza. L’intervento “autocritico” consisterebbe allora nel valutare razionalmente e consapevolmente la presunta incoerenza per confermarla o accettarla come coerenza (cioè come logica non-contraddittoria), e nel decidere se continuare a pensare pensieri dolorosi nonostante l’impulso (automatico e involontario) a cambiare tema o tesi per ridurre la sofferenza.
Continuare a pensare pensieri dolorosi malgrado l'impulso ad abbandonarli può essere utile per superare la paura di pensare a ciò che ci fa paura, e acquisire la capacità di affrontare razionalmente problemi ansiogeni.
(Versione aggiornata al 31/7/2019)
In questo articolo ipotizzo una struttura generale sistemica della mente e i principi generali del suo funzionamento.
Le seguenti figure (la seconda e la terza sono ciascuna un'esplosione della precedente) rappresentano la mente come "sistema" composto di sottosistemi intercomunicanti, ciascuno specializzato in particolari funzioni che contribuiscono, in modo coordinato, al funzionamento generale della persona, cioè al suo comportamento e alla sua sopravvivenza. (Fare clic sulle figure per ingrandirle).
Figura 1: Struttura della persona e della sua mente
Figura 2: Struttura delle mente senza dettagli
Figura 3: Struttura della mente con dettagliPRINCIPI GENERALI
- La vita si basa sui "bisogni" (innati e acquisiti) e sulla loro soddisfazione attraverso interazioni col mondo esterno e tra gli organi interni.
- Le modalità di soddisfazione dei bisogni sono codificate in informazioni sia innate (cioè geneticamente determinate), sia "apprese" attraverso le esperienze.
- Il corpo umano è un sistema, i suoi organi (fino alle cellule) sono sottosistemi che interagiscono tra di loro e con l'esterno per soddisfare i bisogni dell'individuo.
- Una mente è un elaboratore (cibernetico) di informazioni; non può essere separata da un corpo perché ha bisogno di supporti fisici per esistere; essa governa il comportamento interno ed esterno dell'individuo o dell'organo che la contiene.
- Ogni organo vivente, a partire dalla cellula, ha una mente e dei bisogni. Pertanto la mente umana è l'insieme integrato e coordinato delle menti dei suoi organi.
- Il piacere (per l'uomo e gli altri esseri viventi capaci di provarlo) è suscitato dalla soddisfazione di bisogni, il dolore dalla loro frustrazione.
- Il funzionamento di ogni sottosistema (o organo) è governato da algoritmi (con un certo grado di casualità) capaci di apprendere e quindi di modificarsi.
- Ogni sottosistema comunica e coopera con diversi altri (attraverso la rete neurale e ormonale) per determinare i suoi output (informazioni, energie, sostanze).
- L'interdipendenza umana è la fonte dei bisogni peculiarmente umani. Infatti l'uomo non può sopravvivere a lungo al di fuori di almeno una comunità.
- La mente umana serve soprattutto a gestire le interazioni umane e si forma attraverso esse.
- Essere (identità) = appartenere (a gruppi e categorie con caratteristiche particolari).
- La vita sociale consiste in apprendimento, educazione, condivisione (di beni, servizi, linguaggi, forme, norme, valori, conoscenze ecc.), attraverso imitazione, cooperazione, e competizione.
- Ogni umano ha una o più "comunità interiori" o "virtuali" dovute all'imprinting di esperienze vissute durante l'infanzia e successivamente. Tali comunità virtuali influenzano il suo comportamento sociale mediante particolari pulsioni e inibizioni.
- I disagi e i disturbi psichici (esclusi quelli dovuti ad alterazioni fisiologiche del sistema nervoso) sono causati dalla frustrazione di bisogni, e da conflitti ("doppi vincoli") tra bisogni antagonisti.
CHIARIMENTI
Un mio amico mi ha chiesto: "Come poni questo tuo modello rispetto a quelli modulari, per esempio, di Fodor e Pinker? Altra domanda: come interpretare il fatto che poni la rete neurale e ormonale nel mezzo tra due batterie di sottosistemi?"
Segue la mia risposta.
Direi che il mio modello è sicuramente modulare, anche se suppongo, come ho scritto in una nota, che certi sottosistemi siano “distribuiti” fisicamente in più zone del sistema nervoso o del corpo in generale. Inoltre non escluderei proprietà ologrammatiche, ovvero repliche diffuse di informazioni (come per il DNA) e di funzioni.
Il mio modello è al tempo stesso cognitivista e psicodinamico (avrai notato la presenza del super-io), sistemico, ovvero cibernetico, e non behaviorista nel senso stretto del termine.
L’idea di Fodor che i processi cognitivi di alto livello non siano modulari mi lascia perplesso. Io infatti suppongo che tali processi siano comunque di pertinenza di un “sottosistema” (ovvero modulo) cognitivo (conscio e inconscio), anche se i relativi processi, cioè i “pensieri” non sono modulari ma “seriali” e “reticolari”.
Probabilmente la querelle tra Fodor e Pinker è solo apparente ed entrambi hanno ragione. Forse Fodor ha letto in modo riduttivo o riduzionista la visione di Pinker. Penso infatti che non si possa criticare qualcuno per ciò che non dice, ma solo per ciò che asserisce e ciò che esclude, e immagino che Pinker non abbia escluso le idee di Fodor, che possono essere considerate un’estensione, un completamento o un approfondimento di quelle di Pinker.
Il mio modello non è riduzionista (spero) e non esclude nessun fenomeno o meccanismo non ancora scoperto da scienziati o filosofi. E’ un tentativo di costituire un quadro generale da cui partire per approfondire i diversi aspetti della mente e della natura umana, come auspicato da Edgar Morin, che lamenta l’assenza di una specializzazione accademica: quella della generalità della vita. Come in un grande sistema informatico, è impensabile disegnarne o descriverne gli aspetti o gli elementi di dettaglio senza partire da una struttura “generale”, ovvero di alto livello, che può poi essere sezionata e approfondita sezione per sezione, ma senza mai trascurare interazioni tra le diverse sezioni (o moduli o sottosistemi), giacché non possiamo conoscere le cose in sé ma solo le relazioni tra le cose, come ci insegna Gregory Bateson.
Il mio modello è evoluzionistico in quanto credo sia il risultato di adattamenti della specie alle pressioni ambientali e in particolare alla condizione di interdipendenza funzionale degli esseri umani, come indicato nei principi generali. Tuttavia siamo ormai passati, come sai bene, da una evoluzione genetica ad una “memetica”, che per la mente è di grande importanza.
Il concetto di “incapsulamento” funzionale mi lascia perplesso e lo userei con cautela. Credo che certi “moduli” mentali non siano facilmente incapsulabili dal momento che comunicano simultaneamente con molti altri. Inoltre, come ho indicato nei principi generali, gli algoritmi che governano i moduli hanno un certo grado di aleatorietà.
Io credo che il difetto di molte teorie sulla mente (e che spero di evitare nella mia) sia quello di definire un modello abbastanza semplice da poter essere descritto in termini semplici, cosa che porta fatalmente ad un certo riduzionismo o addirittura semplicismo. Nel mio modello ci sono invece aree "misteriose" che non pretendo di spiegare, come la volontà (compreso il libero arbitrio), la coscienza e il sentimento, anche se possiamo immaginare certe relazioni e interazioni tra tali entità e il resto del “sistema”.
Vorrei a questo punto confrontare il mio modello con gli otto requisiti di un sistema “modulare”:
- Specificità del dominio: i moduli operano solo su determinati tipi di input, sono specializzati. [OK, salvo il fatto che diversi moduli si possono influenzare reciprocamente.]
- Incapsulamento informativo: i moduli non devono necessariamente fare riferimento ad altri sistemi psicologici per poter funzionare. [Parzialmente d'accordo, ma un modulo può avere molte connessioni con altri moduli e comportamenti reattivi con un certo grado di aleatorietà.]
- Attivazione obbligatoria: i moduli vengono elaborati in modo obbligatorio. [Nel mio modello ci sono aleatorietà, ovvero eccezioni alle regole e comportamenti “misteriosi”.]
- Alta velocità di elaborazione: probabilmente a causa del fatto che sono incapsulati (quindi necessitano solo di consultare un database limitato) e obbligatori (non è necessario sprecare tempo per determinare se elaborare o meno l'input in entrata) [OK.]
- Uscite di basso livello: l'output dei moduli è molto semplice. [Non sempre: nel mio modello l’output può essere non univoco, ambivalente, conflittuale, perfino paralizzante.]
- Accessibilità limitata. [OK nel senso che certi moduli non sono localizzabili e non possono comunicare con tutti gli altri, ma solo con alcuni altri, anche se la plasticità del sistema nervoso può creare nuove connessioni in certi casi.]
- Ontogenesi caratteristica: c'è una regolarità di sviluppo. [parzialmente d'accordo. Infatti mio modello l’ontogenesi si accompagna con l’apprendimento, ovvero uno sviluppo in cui le interazioni con gli altri moduli o con l’esterno influenzano lo sviluppo e perfino l'espressione genica.]
- Architettura neurale fissa. [Parzialmente d'accordo. Infatti, come detto sopra, la plasticità del sistema nervoso rende la rete di connessione modificabile.]
Per quanto riguarda la tua domanda “come interpretare il fatto che poni la rete neurale e ormonale nel mezzo tra due batterie di sottosistemi?”, ti rispondo che la rete neurale è disegnata come il “bus” di un computer, che permette a tutti i moduli di comunicare potenzialmente con tutti gli altri.
La posizione di ogni modulo nello schema non è significativa. L’architettura a "bus" è indispensabile nei computer per evitare “gli spaghetti” ovvero connessioni fisiche inestricabili (cavi elettrici) di tutti con tutti. Basta quindi collegare un modulo al bus, e in tal modo esso può comunicare con qualsiasi altro collegato allo stesso bus.
Suppongo che la rete neurale (neuroni, assoni, sinapsi, dendriti ecc.) funzioni come il bus di un computer, ovvero come un canale di comunicazione. Suppongo inoltre che un neurone possa avere un doppio ruolo: come nodo di comunicazione (di transito) di una rete, e come micromodulo di un sistema più grande, con funzioni particolari.
Vedi l'articolo "Modularità della mente" in Wikipedia.
Vedi anche Comprendere la natura umana.