Prima o poi saremo tutti morti.
Solo i vivi rischiano di morire.
Vorrei morire pensando ad altro.
Saremo sostituiti e disintegrati.
Nella vita siamo tutti di passaggio.
La vita è un viaggio verso la morte.
La morte non esiste, esiste il morire.
Moriremo senza aver capito cos'è la vita.
Morire è tornare dove si stava prima di nascere.
Ogni giorno vissuto è un giorno in meno da vivere.
Se non ci fosse la morte, la vita sarebbe impossibile.
La morte consiste in un'anestesia totale irreversibile.
Io non vorrei vivere eternamente. Finirei per annoiarmi.
Dato che devo comunque morire, cosa cambia se muoio prima o dopo?
Forse la morte è il ritorno all'eternità dopo una brevissima pausa.
Abbiamo due doveri ai quali non possiamo sottrarci: vivere e morire.
Per chi medita di suicidarsi, il riscaldamento globale è insignificante.
Ogni giorno che passa ci avvicina di un giorno al momento della nostra morte.
Non abbiamo scelto di nascere e, tranne in rari casi, non sceglieremo di morire.
La morte fa paura perché comporta la perdita di ogni appartenenza e di ogni possesso.
Ogni giorno che passa è un giorno in più da ricordare e un giorno in meno da vivere.
La natura ci ha condannato tutti a morte ma non ha stabilito i giorni delle esecuzioni.
Oltre alla vita, che prima o poi tutti comunque perderemo, non abbiamo nulla da perdere.
Solo la morte ci rende liberi. Finché siamo in vita dipendiamo dalla cooperazione altrui.
La vita e la morte dell'individuo sono entrambe necessarie per la conservazione della sua specie.
Ci sono persone che desiderano la morte di coloro su cui non riescono ad esercitare alcun potere.
Non solo ogni essere umano è destinato a morire, ma anche la specie umana è destinata ad estinguersi, prima o poi.
Qualcuno si uccide perché il suo inconscio è convinto che non esistere sia l'unico modo per essere accettati dagli altri.
Arriva un momento, nella vita di ogni essere vivente, in cui non vale più la pena di vivere. Molti muoiono prima di tale momento.
La morte è un ringiovanimento totale, è tornare allo stato prenatale, cioè a ciò che si era prima di nascere, prima ancora di essere concepiti.
La vita è integrazione, la morte disintegrazione; la vita è interconnessione, la morte sconnessione; la vita è interazione, la morte isolamento.
Quando incontrerò la morte l'accoglierò con tutti gli onori e mi congratulerò con lei per la sua puntualità. La morte arriva sempre al momento giusto.
Tutto ciò che ci viene dato, la morte ce lo toglie. In tal senso, tutto ciò che ci viene dato costituisce un prestito da restituire a data da destinarsi.
Ogni vita si moltiplicherebbe in modo esponenziale all’infinito se non intervenisse la morte o la ragione a limitarla.
Tutti moriremo prima o poi, ma al momento della morte non avremo sofferto e goduto tutti nella stessa misura. Queste differenze sono la cosa più importante per le nostre vite.
Dicono che Piero Angela abbia aspettato con grande serenità la morte che stava per sopravvenire. Come lo spiegano coloro che ritengono normale e universale, per un essere umano, aver paura e angoscia della morte?
La libertà più grande che un umano possa esercitare è quella di uccidersi, sebbene molti suicidi avvengano involontariamente, impulsivamente, per disperazione, e non come conseguenza di una scelta libera e serena.
La morte fa parte della vita, nel senso che è il suo completamento. D'altra parte nessuna vita sarebbe possibile senza la morte di qualche altro essere vivente, ad eccezione di microorganismi che si nutrono solo di minerali.
Ogni giorno che passa è una giorno in più che ho vissuto e un giorno in meno che mi resta da vivere. Due cose di segno emotivo opposto, che sono in realtà la stessa cosa. Infatti la morte non è il contrario della vita, ma parte di essa.
L'uomo è l'unico animale capace di desiderare la propria morte e l'estinzione della propria specie. Infatti alcuni si suicidano e alcuni, se potessero, porrebbero fine al genere umano, anche perché per la natura siamo più nocivi che utili.
Dobbiamo essere felici di morire (al momento opportuno) perché la nostra morte è indispensabile per la sopravvivenza della nostra specie e quella dell'ambiente che ci ospita. Se nessuno di noi morisse, la vita diventerebbe impossibile.
Uno dei vantaggi di esser morti è di non aver più bisogno di nessuno e di non temere più nessuno. Infatti il morto non deve fare alcuno sforzo per piacere ad alcuna persona e può permettersi il lusso di essere totalmente sincero con tutti.
Per me morire è tornare dove si era prima di nascere. Una situazione di pace assoluta ed eterna momentaneamente disturbata da una vita infinitamente breve rispetto all'eternità. Per questo non sono preoccupato di dover morire. Spero solo di non soffrire troppo prima del congedo.
Immagina che oggi, e ogni giorno da oggi in poi, sia l'ultimo della tua vita. Se accetti serenamente l'idea della tua morte puoi vivere una vita piena, serena e coraggiosa, capire cosa sia più importante e perfino dare un senso alla vita stessa. Con questo esercizio puoi lentamente sgravare la mente da tanti errori e rinascere idealmente.
La vita di qualsiasi essere vivente è basata sull'immanenza di certi bisogni nell'essere stesso, e sulla loro soddisfazione. In altre parole, per vivere, un essere ha bisogno di bisogni da soddisfare e di soddisfarli, a tutti i livelli del suo organismo, da quello molecolare e cellulare, fino a quello, nell'uomo, dell'io cosciente. La morte è infatti assenza di bisogni.
Perché la vita dovrebbe avere un senso? Ciò che conta non è se la vita abbia o no un senso (qualunque cosa “senso” significhi), ma se sia abbastanza piacevole e non troppo dolorosa perché valga la pena di essere vissuta. Si tratta dunque di trovare il modo per ottenere un sufficiente piacere ed evitare un eccessivo dolore in questa vita. Tutto il resto sono discorsi inutili e illusori, come le promesse di piacere o dolore dopo la morte.
Nell'Ave Maria si trova la frase «Sancta Maria, mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae». Il fatto che l'implorazione di pregare per noi non sia estesa al dopo-vita è forse una svista, o un lapsus che rivela che le preghiere per i morti non hanno alcun effetto, nemmeno per i credenti. Agli atei come me, la locuzione «nunc et in hora mortis nostrae» è una conferma del fatto che ciò che conta è la vita presente, ed una morte non troppo dolorosa.
Secondo me la consapevolezza dell'esistenza della morte è un fatto psichico, indipendente dalla natura della morte stessa e dalla sua eventuale esistenza o inesistenza. La paura della morte dipende da come la immaginiamo, non da come e cosa essa sia veramente, cosa che nessuno sa e forse nessuno saprà mai. Come tutti i fenomeni psichici, è una cosa soggettiva e relativa. Infatti non tutti gli esseri umani hanno lo stesso atteggiamento e gli stessi sentimenti verso la morte. Forse un'educazione alla morte, fatta in un certo modo, potrebbe familiarizzarci con essa, evitare che ne abbiamo paura, e indurci a rispettarla come requisito della vita, e addirittura amarla, quando non può essere evitata o non c'è più ragione di vivere.
L'uomo, come ogni altro essere vivente, ha bisogno di soddisfare i suoi bisogni "innati" (per distinguerli da quelli indotti o appresi) nel senso che, nella misura in cui egli non li soddisfa, soffre e si ammala, fino a morire. Di converso, l'uomo prova piacere, o gioia (che è una particolare forma di piacere), ogni volta che soddisfa un bisogno.
Occorre inoltre considerare che la morte di ogni individuo è inevitabile in quanto necessaria per la sopravvivenza della sua specie. Perciò nel codice genetico di ogni essere vivente è programmata la vecchiaia, ovvero la disgregazione del corpo, che può (ma non necessariamente) comportare sofferenze e malattie.
Si pongono dunque tre questioni fondamentali: la prima è: quali sono i bisogni innati di un essere umano. La seconda è: come soddisfare al meglio i nostri bisogni in ogni fase della nostra vita allo scopo di soffrire il meno possibile e godere il più possibile in modo sostenibile. La terza è: come ridurre al minimo le sofferenze e le malattie legate all'inevitabile vecchiaia.
A mio parere il concetto di eutanasia si presenta in tre fattispecie:
- la libertà di suicidarsi (con o senza l’assistenza di qualcuno)
- la libertà di assistere qualcuno a realizzare un suicidio volontario
- la libertà per i medici, di astenersi dal proseguire terapie su pazienti terminali o in stato comatoso
In quanto alla la libertà di suicidarsi (con o senza l’assistenza di qualcuno), a mio avviso il problema non si pone dato che, di fatto, ognuno può scegliere se suicidarsi o meno, anche se qualche religione potrebbe ritenere il suicidio un atto meritevole di punizione dopo la morte.
In quanto alla libertà di assistere qualcuno a realizzare un suicidio volontario, credo che tale libertà debba essere concessa, fatte salve certe garanzie (da stabilire per legge) che attestino una lucida, comprensibile e giustificabile volontà di morire da parte dell’aspirante suicida, indipendentemente da qualsiasi considerazinoe religiosa.
In quanto alla libertà, per i medici, di praticare l’eutanasia, credo che tale libertà debba essere concessa fatte salve certe garanzie (da stabilire per legge) che attestino l’effettiva impossibilità di guarigione e di recupero della capacità di intendere, di volere e di sentire da parte del paziente, indipendentemene da qualsiasi considerazione religiosa.
Ognuno di noi è nato dalla congiunzione di due cellule: un uovo e uno spermatozoo. Dov’eravamo prima di tale congiunzione? Eravamo dispersi e replicati in una infinità di cellule: un uovo e centinaia di milioni di spermatozoi.
Dopo la nostra morte saremo di nuovo dispersi in un’infinità di cellule in continua trasformazione, per lo più in forma di batteri, oltre a materia non vivente. Che ci piaccia o no, è così.
Credere che al momento del nostro concepimento, o poco dopo, uno spirito misterioso, proveniente non si sa da dove, sia entrato nel nostro embrione, può farci piacere, può confortarci, ma di questo non abbiamo alcuna prova, né alcun indizio, solo, da parte di alcuni, un desiderio e una speranza.
Se in noi c’è uno spirito, questo si è formato dopo il nostro concepimento, così come si è formato il nostro corpo, secondo istruzioni, cioè programmi, scritti nel nostro codice genetico. E’ così, a meno che non esistano, in natura, agenti che non rispettano le leggi della natura, o che vi sia un’altra natura, a noi sconosciuta, che interagisce in modi misteriosi con la natura che conosciamo.
Possiamo anche supporre che quello spirito in cui alcuni sperano, o qualcosa di analogo, fosse già nell’uovo e in ogni spermatozoo. Possiamo anche supporre che ve ne sia uno in ogni nostra cellula.
In materia di spirito possiamo fare solo ipotesi supposizioni che ci confortano e che ci guidano nel nostro comportamento. Nient’altro che ipotesi e supposizioni, senza alcuna pretesa di verità.
La morte può essere definita come la definitiva cessazione delle funzioni vitali (biologiche) nell’uomo, negli animali e in ogni altro organismo vivente o elemento costitutivo di esso.
Seguono alcuni spunti di riflessione sul tema della morte.
Da un punto di vista scientifico, sulla morte possiamo porci alcune domande come le seguenti:
- quali sono le cause biologiche (a livello microscopico fisico-chimico-informativo) della morte di un essere vivente o di un suo elemento costitutivo?
- è possibile riportare in vita un organismo o un suo elemento costitutivo morto?
- la morte è da considerarsi un accidente o un evento programmato nel DNA?
- la morte è utile a qualcuno o qualcosa?
- è possibile comprendere la morte senza comprendere la vita? In altre parole, è possibile comprendere il senso della morte senza comprendere il senso della vita?
- per quanto riguarda la vita della mente, c’è differenza tra la morte e l’anestesia totale o il coma?
Da un punto di vista antropologico, sociologico e psicologico la morte di una persona è un evento che incide nella vita di una comunità in quanto modifica un assetto sociale e delle relazioni interpersonali. A tal proposito ci possiamo porre domande come le seguenti:
- quali possono essere le ripercussioni della morte di una persona nei singoli superstiti che avevano avuto rapporti con essa e nella comunità in cui la persona morta agiva?
- da cosa dipende la paura della morte, e perché alcuni hanno paura di morire e altri no?
- perché molti non possono accettare l’idea che dopo la morte di essi non resti nulla?
- che differenza c’è per una persona tra ciò che diventa dopo la sua morte e ciò che era prima della sua nascita?
- che senso ha la pena di morte nel diritto (ove prescritta)?
- a che e a chi serve un funerale?
- a che e a chi servono i cimiteri?
- perché il lutto può essere vissuto in modi molto diversi nelle diverse culture? (in alcune in tristezza, in altre in allegria)
- è meglio pensare o non pensare al fatto che prima o poi dovremo morire?
- donare i propri organi per un trapianto equivale a continuare a vivere in una certa misura?
- come sarebbe la società se nessuno avesse paura di morire?
Da un punto di vista religioso o spirituale sulla morte ci possiamo porre domande come le seguenti:
- c’è qualcosa di “vivo” (che possiamo chiamare “anima”) che sopravvive alla morte fisica di una persona e che conserva un ricordo della persona stessa?
- è possibile comunicare con le anime dei morti?
- le anime dei morti possono influenzare i vivi?
- la morte di una persona può essere “voluta” o "richiesta" dalla Divina Provvidenza?
- il suicidio è immorale?
- l’eutanasia è immorale?
- perché in alcune culture i morti sono (stati) adorati come divinità?
- perché certe culture hanno celebrato sacrifici religiosi di animali e perfino di esseri umani?
- che funzione ha avuto la morte di Gesù?
- che funzione ha avuto la resurrezione di Gesù?
Da un punto di vista filosofico ci sono essenzialmente tre tendenze:
- coloro che credono nella totale finitezza di ogni individuo
- coloro che credono nell’immortalità della cosiddetta anima in qualche forma
- coloro che subordinano la vita dell’individuo alla vita della sua specie, per cui ciò che conta è la vita della specie e non quella dell’individuo, che sarebbe solo un funzionario della specie