I mezzi giustificano il fine.
Chi vuole tutto o niente, niente avrà.
Per quali cause, motivi e scopi esistiamo?
Sono motivato a giudicare le mie motivazioni.
Le motivazioni sono determinate dalle emozioni.
Che fare? Perché? Per chi? Con chi? Contro chi?
Non basta volerlo, bisogna saperlo e saperlo fare.
Dimmi di cosa ti piace parlare e ti dirò chi sei.
Chiedersi quale sia il senso della vita non ha senso.
Io sono ciò che penso, ciò che sento e ciò che voglio.
L'io cosciente dice "vorrei", ma l'inconscio dice "voglio".
Ciò che soprattutto l'uomo desidera è il potere sugli altri.
Ogni umano valuta gli altri in funzione dei propri interessi.
A volte, volendo fare tante cose, si finisce per non fare nulla.
Le motivazioni sono le logiche strategiche e tattiche della vita.
A volte sento il bisogno di fare qualcosa che non ho mai fatto prima.
Spesso le volontà del mio corpo e quelle della mia coscienza confliggono.
Il mondo vivente è un'ecologia di motivazioni e di strategie di soddisfazione.
Facciamo ciò che facciamo per principio, per convenienza, per istinto o per forza.
La società è un sistema di interessi più o meno sofisticati, mistificati, nascosti.
Se la verità non fosse manipolata dagli interessi, crederemmo tutti nelle stesse cose.
Ognuno vorrebbe dominare gli altri, ma i più rimuovono questo desiderio dalla coscienza.
Appartenere, possedere, sfruttare, sono le motivazioni sociali fondamentali di ogni umano.
Quando ci accingiamo a fare qualcosa, chiediamoci: perché e, soprattutto, per chi la faccio?
Nulla di ciò che ho letto o ascoltato soddisfa completamente il mio desiderio di conoscenza.
Quando si tratta di spiegare le proprie motivazioni, non credo a nessuno, nemmeno a me stesso.
Ogni cosa esiste in quanto risultato di combinazioni di casualità, leggi fisiche e motivazioni.
Appartenenza sociale e status costituiscono le motivazioni più importanti di ogni essere umano.
Ciò che consideriamo involontario è in realtà causato dalla volontà di agenti mentali inconsci.
Tutto ciò che interessa gli altri è per me interessante, anche solo perché interessa gli altri.
La mente è un campo di battaglia (con morti e feriti) nella guerra tra motivazioni contrastanti.
Ogni motivazione è finalizzata alla soddisfazione di una motivazione di livello superiore.
Ciò che segretamente ogni umano desidera è avere potere, dominio, controllo, influenza sugli altri.
Non solo l'uomo agisce per interesse; egli pensa, crede e prova emozioni e sentimenti per interesse.
L'animo non è unitario, ma è fatto a strati, che a volte non si conoscono, si ignorano e confliggono.
Consciamente o inconsciamente, ognuno di noi vorrebbe essere un dittatore (nel senso di dettare legge).
Un piccolo spazio/tempo pieno di cose interessanti ci appare più grande di un grande spazio/tempo vuoto.
Non dobbiamo sospendere il giudizio, dobbiamo ampliarlo per includere interessi e punti di vista diversi.
Il fine ultimo è la sopravvivenza, e il fine penultimo è avere rapporti sociali utili alla sopravvivenza.
Solo quando il grado di un disturbo supera una certa soglia si innesca la motivazione ad eliminare le cause.
La filosofia è la scienza dei perché (cioè delle cause e dei fini) di ciò che accade all'uomo e alla società.
L'interesse, la volontà, il desiderio, il bisogno, la paura, orientano e deformano la percezione della realtà.
Ogni espressione umana, inclusa la presente, è ingannevole per quanto riguarda i motivi dell'espressione stessa.
Quelli che non vogliono conoscere, né discutere i veri motivi del proprio comportamento detestano la psicologia.
Vorremmo che tutti avessero i nostri stessi gusti. I gusti altrui, quando sono diversi dai nostri, ci disturbano.
Le cause degli eventi sono combinazioni del caso, delle leggi della fisica e delle motivazioni degli esseri viventi.
Non fare una cosa perché non si può fare completamente o perfettamente è una scusa tipica dei pigri e degli incapaci.
Il malessere psicofisico può essere dovuto ad un conflitto (ovvero "doppio vincolo") tra bisogni antagonisti inconsci.
Più amici e meno nemici, più inferiori e meno superiori, è ciò che ogni umano, consciamente o inconsciamente, desidera.
L'io cosciente serve ad arbitrare i conflitti tra bisogni quando nessuno di essi riesce a prevalere in modo automatico.
Quando esprimiamo una opinione riveliamo qualcosa della nostra personalità, della nostra storia e delle nostre motivazioni.
Ciò che più importa non è ciò che uno dice o come lo dice, ma perché lo dice, cioè spinto da quali bisogni e a quale scopo.
In ogni momento confrontiamo la realtà percepita con quella desiderata e cerchiamo di eliminare ogni discrepanza tra le due.
Siamo tutti diversi nella qualità e quantità dei nostri pensieri, dei nostri sentimenti e delle nostre motivazioni.
Anche ciò che non ci piace o che ci disturba ha un perché, ovvero un senso, una causa o uno scopo, tranne ciò che è casuale.
L'uomo fa ciò che fa perché ha bisogno di farlo. Non dobbiamo dunque chiederci perché l'uomo fa certe cose, ma perché ha bisogno di farle.
Nulla è ovvio. Di qualunque evento e fenomeno è lecito (anche se non sempre necessario) chiedersi il perché, cioè per quale causa e/o fine.
Nessun comportamento è disinteressato. Tuttavia gli interessi possono essere molto diversi, da quelli più materiali a quelli più spirituali.
Il comportamento umano è determinato da due motivazioni fondamentali: soddisfare i propri bisogni biologici, e ottenere vantaggi e meriti sociali.
Le cose si fanno per necessità, costrizione, paura, abitudine, dovere o piacere. Quando vi accingete a fare qualcosa, chiedetevi perché la fate.
Questo comune nemico (il coronavirus) ci allontana fisicamente ma ci avvicina mentalmente e ci ricorda cosa è davvero importante per un essere umano.
La soddisfazione di ciascun bisogno umano facilita la soddisfazione di ogni altro bisogno. In altre parole, i bisogni umani si aiutano reciprocamente.
Noi umani abbiamo una tendenza innata ad attribuire agli altri intenzioni, sentimenti e pensieri sulla base dei nostri pregiudizi e delle nostre paure.
Il piacere e il dolore e le loro anticipazioni, cioè l'attrazione e la repulsione, formano i nostri pensieri, le nostre motivazioni e i nostri interessi.
Perché l'uomo desidera conoscere e imparare? È un bisogno fine a se stesso o è strumentale per soddisfare altri bisogni? Propendo per la seconda ipotesi.
Non siamo "noi" a decidere cosa vogliamo, ma un insieme di cose dentro di noi che interagiscono automaticamente con un insieme di cose al di fuori di noi.
Luogo comune non sempre vero, ma spesso: la donna cerca i legami, l'uomo la libertà dai legami. Perciò l'uomo e la donna sono spesso in conflitto d'interessi.
La vita umana oggi: otto miliardi di portatori di bisogni e desideri. Bisogni e desideri da comprendere, conciliare, regolare e soddisfare per quanto possibile.
Per interagire produttivamente con una persona è utile conoscerne le motivazioni consce e inconsce, senza giudicarle, e a tal fine la psicologia può essere d’aiuto.
Il successo di una persona dipende più dalle proprie motivazioni che dalle proprie capacità. Tuttavia le motivazioni di una persona sono influenzate dalle proprie capacità.
La mia ambizione è quella di scoprire cose importanti che sono sotto gli occhi di tutti ma che nessuno vede o di cui nessuno capisce l'importanza, le cause e le conseguenze.
Forse il sogno è un tentativo di compromesso tra motivazioni inconsce e consce. Forse, se il compromesso riesce, al risveglio il sogno viene ricordato. Se fallisce, dimenticato.
Il bianco e il nero hanno qualcosa in comune: sono entrambi tonalità di grigio. Qualcuno preferisce il bianco, qualcuno il nero, qualcuno una delle infinite tonalità intermedie.
Tutto ciò che un essere umano fa ha uno o più motivi, anche se non riusciamo a comprenderli, anche se nemmeno chi agisce li comprende, anche se sono nocivi per la propria persona.
Un essere umano fa ciò che fa o perché ha paura di non farlo o perché crede o sente che facendolo starà meglio (ovvero soddisferà meglio i suoi bisogni) piuttosto che non facendolo.
Cosa vuole il mio inconscio? Quali sono i suoi valori? Quali le strategie che sta perseguendo? Quali i progetti che sta cercando di realizzare? Di cosa ha paura? Cosa cerca di evitare?
Ogni essere umano ha interiormente una mappa del mondo, un vocabolario, un'enciclopedia, un'epistemologia, attrazioni, repulsioni e motivazioni più o meno originali o copiate da altri.
Un'infinità di cose avvengono continuamente nella nostra mente a nostra insaputa, cose che determinano le nostre motivazioni, i nostri pensieri, i nostri sentimenti e le nostre scelte.
Possiamo capire solo in parte le logiche per cui facciamo ciò che facciamo (e non facciamo ciò che non facciamo) e le relative conseguenze. Perché tali logiche sono per lo più inconsce.
Quando cominci ad avere dubbi sull'opportunità di andare dove stai andando, o sulla correttezza della direzione che hai preso, fermati e non ripartire finché i dubbi non saranno svaniti.
Un essere umano è un automa motivato da sentimenti, ovvero da piaceri e dolori.

Noi facciamo, o evitiamo di fare, tantissime cose per motivi che non conosciamo, vale a dire per scopi, strategie e logiche inconsci. La psicologia dovrebbe aiutarci a conoscere tali motivi.
Siamo talmente dipendenti dagli altri che siamo disposti a credere in cose assurde e ad avere sentimenti e desideri assurdi se ciò è indispensabile per essere accettati da almeno una comunità.
La conoscenza consiste in risposte a domande come le seguenti: quali forme? Insieme con quali altre forme? In quali relazioni? In quali interazioni? In quali misure? Da quali cause? A quali fini?
Pragmatismo in sintesi: Non importa ciò che siamo, ma ciò che facciamo, ovvero come interagiamo col resto del mondo, e come soddisfiamo i bisogni e i desideri della nostra persona e quelli altrui.
La ricerca di una cosa può dare più felicità che la cosa stessa anche se questa non viene mai trovata, così come il cammino può rendere più felici che la meta, anche questa se non viene raggiunta.
Cooperazione, competizione e dominio sono concatenati. Infatti si può competere per dominare e per cooperare, si può cooperare per competere e per dominare, e si può dominare per cooperare e per competere.
Se non avessimo alcun bisogno o desiderio da soddisfare, alcun problema da risolvere, alcun nemico contro cui combattere, la nostra vita sarebbe vuota, insignificante, insensata, stupida, noiosa, invivibile.
Un'entità (cosa, persona, idea ecc.) può essere percepita (consciamente o inconsciamente) come soggetto e/o oggetto di bisogni, cioè come qualcosa che ha bisogni propri e/o che può soddisfare bisogni altrui.
Quando si parla di morale, di sentimenti e di motivazioni, io non credo a ciò che la maggior parte della gente dice, anche se molti sono in buona fede (nel senso che ingannano se stessi prima di ingannare gli altri).
Perché dovremmo fare certe cose, in un certo modo, in certe situazioni? A volte facciamo le cose perché ci sentiamo in dovere di farle a causa dell'abitudine, mentre non ce n'è alcun bisogno, né qualcuno ce lo chiede.
Tutto ciò che facciamo, lo facciamo per ottenere certi risultati, anche se non siamo consapevoli dei risultati che cerchiamo di ottenere. Perciò non sappiamo quanto essi siano realistici, utili, gradevoli o sgradevoli.
Noi facciamo tante cose perché ci fanno piacere senza sapere perché ci fanno piacere, ed evitiamo di fare tante cose perché ci fanno soffrire senza sapere perché ci fanno soffrire. Siamo dominati dai nostri sentimenti.
All'uomo interessa sapere quali pensieri, sentimenti, motivazioni e intenzioni gli altri hanno nei suoi confronti, e poter influenzare a proprio favore quei pensieri, quei sentimenti, quelle motivazioni e quelle intenzioni.
Non sono tanto importanti le capacità di un uomo, quanto le sue motivazioni, i suoi obiettivi e i suoi contributi per il loro raggiungimento, specialmente per quanto riguarda i rapporti sociali e il bene comune.
La psiche è un sistema di algoritmi autoapprendenti e concorrenti che gestiscono le relazioni e le interazioni tra la propria persona e il resto del mondo allo scopo di soddisfare i bisogni (innati e acquisiti) della persona stessa.
Possiamo essere consapevoli delle nostre attrazioni, repulsioni, piaceri e dolori, ma non dei motivi per cui certe cose ci attraggono e certe altre ci repellono, e dei motivi per cui certe cose ci fanno godere e certe altre ci fanno soffrire.
Gli esseri umani sentono il bisogno "etico" di giustificare il loro comportamento rispetto agli altri, e lo fanno normalmente falsificando, mistificando o nascondendo le loro vere motivazioni, essendo queste quasi sempre politicamente scorrette.
Se è vero che abbiamo un assoluto bisogno di interagire con altri umani, siamo motivati a fare qualunque cosa favorisca direttamente o indirettamente tale interazione, e ad evitare di fare qualunque cosa la ostacoli direttamente o indirettamente.
In ogni momento, ogni essere vivente vuole e cerca di ottenere certe cose, e non vuole, e cerca di evitare, certe altre cose, secondo certe logiche consce o inconsce. La psicologia dovrebbe indagare tali logiche e farle conoscere agli interessati.
"Voglio" è incondizionato, mentre "vorrei" è condizionato. "Vorrei" implica che se per ottenere ciò che desideriamo il costo è troppo alto, oppure è molto difficile ottenerlo, allora siamo è pronti a rinunciarvi. Cosa vogliamo incondizionatamente?
Quando due persone interagiscono, nessuno dei loro "io coscienti" controlla l'interazione in modo determinante, perché questa dipende soprattutto dalla particolare combinazione degli automatismi inconsci delle persone in gioco, oltre che dal caso.
Una stessa cosa può essere attraente in un certo momento, repellente in un’altro. Infatti le motivazioni, ovvero i bisogni e i desideri, oscillano in un continuum tra un valore massimo positivo e un valore minimo negativo diversi per ciascuna persona.
La società è il risultato dell'interazione delle strategie di ciascun individuo per soddisfare le proprie motivazioni e, al tempo stesso, un sistema che influisce sulle motivazioni stesse, essendo capace di crearle, modificarle, proibirle e rimuoverle.
L'uomo fa un'infinità di cose perché gli piace farle o perché soffrirebbe se non le facesse. Ma non sa perché gli piace fare certe cose o perché soffrirebbe se non le facesse. Capire il perché del piacere e del dispiacere delle cose è compito dello psicologo.
Siamo doppiamente alienati. Prima perché rinunciamo a soddisfare i nostri bisogni fondamentali per conformarci a norme sociali che non li riconoscono, poi perché rimuoviamo tale alienazione per conformarci a norme che ci impongono di essere felicemente normali.
Momento per momento, un certo numero di cose nel mio corpo e nella mia mente inconscia decidono il mio stato d'animo, il mio umore, il mio grado di felicità, i miei sentimenti, i miei desideri, le mie paure, i miei pensieri, le mie illusioni, le mie decisioni ecc.
I nostri pensieri dipendono da ciò che siamo e ciò che siamo dipende dai nostri pensieri. In altre parole, i nostri pensieri sono causa e conseguenza di ciò che siamo.
Lo stesso si può dire del rapporto tra essere e sentire, e tra essere e volere.
Per esercitare il libero arbitrio (ammesso che sia possibile) è necessario essere liberi da emozioni e da motivazioni, ma in tal caso nessuna libera scelta avrebbe senso. Infatti una scelta è sensata, cioè non è casuale, solo se risponde a una emozione o a una motivazione.
Il cosiddetto libero arbitrio consiste nello scegliere, ma la scelta è sempre orientata verso la migliore, maggiore e più facile soddisfazione dei nostri bisogni. Solo in caso di indecisione o di indifferenza la scelta può essere casuale, e in tal senso libera.
Secondo me la coscienza esiste solo negli esseri viventi. All'inizio (alla nascita dell'embrione) è piccolissima, debole e rudimentale, e nel tempo diventa sempre più grande, forte e sofisticata. In essa possiamo distinguere tre componenti: cognizioni, sentimenti e motivazioni.
Le pressioni sociali a cui siamo sottoposti possono indurci a simulare (anche a noi stessi) bisogni non nostri, ma osservati negli altri e ritenuti giusti o necessari dalla comunità di appartenenza. Sono ciò che chiamiamo "bisogni indotti". Chi può dire di non avere bisogni indotti?
Da quando nasce a quando muore, l'uomo non fa altro che cercare il modo di soffrire di meno e godere di più, in tutte le possibili forme del dolore e del piacere. Da tale bisogno derivano tutte le sue opere, attività, comportamenti, costumi, filosofie, gusti, arti, narrazioni, ragioni ecc.
Affinché la società cambi è necessario che cambi la mentalità della gente.
Affinché la mentalità di una persona cambi, è necessario che cambino le sue motivazioni.
Affinché le proprie motivazioni cambino, è necessario essere motivati a cambiare le proprie motivazioni.
Vorrei parlare con qualcuno di temi che mi interessano, ma non trovo quasi mai persone interessate a parlare con me di tali temi. Trovo invece quasi sempre persone interessate a parlare di temi che interessano a loro e non a me. Credo che anche altri abbiano lo stesso problema. Come risolverlo?
L'uomo fa ciò che fa perché sente il bisogno o il desiderio di farlo, non per una scelta razionale. La ragione cosciente serve a giustificare le proprie motivazioni e azioni, che sono in realtà il risultato di logiche e meccanismi inconsci (innati e appresi) che la psicologia dovrebbe indagare.
Per comprendere una persona occorre immaginare di essere quella persona e di agire per soddisfare i suoi bisogni, desideri e interessi, secondo le sue esperienze e le sue conoscenze. Per riuscirvi occorre mettere da parte i propri bisogni, desideri, interessi e le proprie esperienze e conoscenze.
L'errore più insidioso e più comune non è quello di ritenere vera una cosa falsa o falsa una cosa vera, ma completa una cosa incompleta, ovvero sufficiente una cosa insufficiente. Ed anche ritenere certa una cosa incerta. Specialmente per quanto riguarda le motivazioni e le cause dei comportamenti.
Un essere umano si comporta in un certo modo perché si aspetta di ricavarne un piacere o un vantaggio, oppure perché ha paura di ottenere un dolore o uno svantaggio non comportandosi in quel modo.
Lo stesso vale per i non-comportamenti, cioè per le motivazioni ad evitare di comportarsi in certi modi.
I robot possono provare dolore? A mio parere una coscienza senza la capacità di provare piacere o dolore non credo sia concepibile. Per me la coscienza riunisce in modo non separabile le cognizioni, le emozioni/sentimenti e le motivazioni/volontà. Se togliamo uno solo di questi tre elementi, la coscienza si annulla.
Ogni messaggio, ogni espressione, ogni azione, ogni reazione che avvengono tra esseri umani, sono causati da leggi fisiche e biologiche, motivazioni, emozioni, logiche e casualità, tutte cose che la psicologia dovrebbe aiutarci a rilevare. Infatti la psicologia è la ricerca delle cause nascoste del comportamento umano.
Quando una cosa ci piace, sappiamo che ci piace, ma non sappiamo perché, anche se ci illudiamo di saperlo. Il vero motivo per cui ci piace ciò che ci piace e ci spiace ciò che ci spiace è inconscio. Il motivo che crediamo di conoscere è solo una illazione, spesso di comodo, tendenziosa (biased) e politicamente corretta.
Ognuno interpreta, consciamente o inconsciamente, le intenzioni di ogni altro, sia nel senso delle credenze che delle motivazioni altrui. Queste interpretazioni sono spesso false e ancor più spesso riduttive anche perché per capire l'intelligenza di qualcuno (in senso lato) bisogna essere almeno altrettanto intelligenti.
Una convivenza soddisfacente è possibile se le parti interessate (1) non sono costrette a interagire, ma possono scegliere liberamente con chi, come e quando farlo; (2) negoziano esplicitamente o implicitamente le motivazioni che devono essere soddisfatte e le regole dell'interazione; (3) rispettano gli impegni convenuti.
Ciò che trovo interessante nei resoconti storici è l'umanità delle persone di allora, è scoprire in loro gli stessi bisogni e desideri delle persone attuali, sebbene in forme e modi diversi, data la differenza delle circostanze. In altre parole mi colpisce l'universalità, nel tempo e nello spazio, delle motivazioni umane.
Tra emozione e motivazione c'è un rapporto molto stretto nel senso che l'una condiziona l'altra. Infatti l'emozione consiste in piacere e dolore, e la motivazione consiste nella ricerca del piacere e nell'evitamento del dolore. D'altra parte proviamo piacere quando riusciamo a soddisfare una motivazione, e soffriamo quando non vi riusciamo.
Tranne poche eccezioni, gli esseri umani non sanno perché fanno ciò che fanno e perché non fanno ciò che non fanno. Se qualcuno glielo chiede rispondono: perché mi piace o non mi piace, perché devo o non devo. Ma non sanno perché certe cose piacciono loro e non altre, perché sentono il dovere di fare certe cose e non altre, e non si preoccupano di saperlo.
L'io cosciente comprende tre soggettività: la cognizione, il sentimento e la motivazione (io so, io sento, io voglio). Tutto il resto è oggetto, e un oggetto può essere una macchina. D'altra parte, oggetti e macchine interni ed esterni alla propria persona causano e determinano le proprie cognizioni, i propri sentimenti e le proprie motivazioni.
Ognuno è portatore di motivazioni e di strategie di soddisfazione più o meno sinergiche o conflittuali o rispetto a quelle altrui. Tali motivazioni e strategie di soddisfazione inducono ognuno a cooperare e/o a competere con gli altri.
Vedi anche https://idee.dardo.eu/scheda?q=45&a=150
Psicologia del sospetto è il nome che vorrei dare alla psicologia che più mi interessa, quella che studia le vere motivazioni del comportamento umano a dispetto di quelle che gli umani affermano, che sono quasi sempre false, mistificate, incomplete, fuorvianti, deformate ecc. per nascondere la meschinità e la miseria di quelle vere, che sono ben nascoste nell'inconscio.
L’uomo fa ciò che fa perché gli piace farlo, e non fa ciò che gli dispiace fare.
Tuttavia l’uomo non sa perché gli piace ciò che gli piace, né perché gli dispiace ciò che gli dispiace.
Per rispondere alla domanda “perché all’uomo piace ciò che gli piace e dispiace ciò che gli dispiace?” occorrono conoscenze sulla natura umana che l’uomo normalmente non possiede.
Quando si parla di motivazioni di un essere umano, non si pensa abbastanza a ciò che una persona desidera nei riguardi di altre, ovvero di come una persona vorrebbe influenzare le idee, i sentimenti e il comportamento di un'altra o di più altre. Infatti, tra le diverse motivazioni, le cose che uno vorrebbe dagli altri sono forse le più importanti e tuttavia le meno esplicite e le più mistificate.
Il pensiero di Vilfredo Pareto (in particolare i concetti di “Azioni non logiche”, “Residui” e “Derivazioni”) corrisponde bene alle mie opinioni sul divario tra le "vere" motivazioni umane (normalmente censurate e rimosse in senso psicoanalitico) e quelle "dichiarate" che sono, a mio avviso, razionalizzazioni e giustificazioni (normalmente mistificate, più o meno fantasiose e vaghe) di quelle vere.
Il potere di una persona consiste nella quantità e qualità di danni e di benefici che essa può arrecare ad altri umani e ad altri esseri viventi. Perciò, per dimostrare il proprio potere, certe persone danneggiano e/o beneficano gli altri e la natura per quanto è loro possibile. D'altra parte, dimostrare il proprio potere è un modo per ottenerlo, perché la gente rispetta e teme gli altri in misura proporzionale al potere che essi dimostrano loro.
Diciamo spesso "perché" senza specificare il significato di questo avverbio (o congiunzione). Infatti esso può avere due significati molto diversi: causalità o finalità. Se, ad esempio, chiedo ad una persona "perché hai fatto questo?" potrei intendere (1) cosa ha causato l'azione che hai compiuto? oppure (2) a quale scopo hai voluto compiere questa azione? Nel secondo caso si dà per scontato che l'azione era consapevole e volontaria, nel primo no.
Ci sono testi che, sebbene io trovi sgradevoli, inutili o dannosi, piacciono a certe persone. Come possiamo giustificare queste differenze di gusti e di opinioni? Qualcuno ha gusti o opinioni erronei? Qualcuno sbaglia ad apprezzare certe idee? Se adottiamo il principio che i gusti e le opinioni non siano discutibili e quindi non siano mai "errati", non rischiamo di avallare tendenze decadenti, asociali o distruttive negli individui e nella società?
A volte facciamo con piacere certi sforzi perché ci aspettiamo che ci porteranno dei vantaggi o dei piaceri. Se poi i risultati anziché positivi sono negativi, ci sentiamo triplamente infelici: perché siamo delusi e frustrati, perché ci siamo sforzati inutilmente (non ne valeva la pena) e perché ne abbiamo ricavato una sofferenza o uno svantaggio. Per evitare questa tripla sconfitta, conviene, quando ci accingiamo a fare qualcosa di impegnativo, essere realisti nel prevedere le conseguenze dei nostri sforzi.
Per razionalizzare non s'intende ragionare o pensare in modo razionale, ma rendere forzatamente e in modo mistificato "razionale" ciò che non lo è, ovvero spiegare un certo comportamento in modo che la spiegazione (o motivazione dichiarata) sia accettabile, politicamente corretta, nascondendone e dissimulandone (consciamente o inconsciamente) i veri motivi, meno nobili e meno razionali. In tal senso si tratta di una pratica molto diffusa, che ci riguarda tutti. Chi non razionalizza il proprio comportamento scagli la prima pietra.
Ogni azione, gesto, comportamento di un essere vivente serve a soddisfare direttamente o indirettamente certe sue necessità, certi suoi bisogni o certi suoi desideri.
Sarebbe dunque utile conoscere le necessità, i bisogni e i desideri che motivano le azioni, i gesti e i comportamenti degli esseri viventi che ci interessano.
Col termine "valenza vitale" io intendo il "valore funzionale" di un atto (azione, gesto o comportamento), cioè, le necessità, i bisogni e i desideri che quell'atto mira a soddisfare.
Nei rapporti interpersonali, a ogni quiete segue quasi sempre, dopo un certo tempo più o meno lungo, una tempesta, perché i rapporti interpersonali sono basati su compromessi tra gli interessi propri e quelli altrui.
Infatti i compromessi, in quanto implicano dei sacrifici personali, sono spesso fragili e soggetti a incomprensioni, stanchezza, e insoddisfazioni, che inducono alla ricerca di compromessi più soddisfacenti da stabilire con altri partner.
Cooperazione, competizione e dominazione sono le tre motivazioni fondamentali che sottendono le relazioni e le interazioni umane.
Nella nostra cultura la cooperazione viene lodata in generale (tranne quella con i nemici e gli estranei); la competizione viene lodata purché leale e regolata (come nello sport, nella politica e nell'economia); la competizione sleale e non regolata e la dominazione vengono a parole biasimate, ma generalmente praticate in forme mistificate, camuffate e nascoste, consce e inconsce, dirette e indirette.
Quello di massa critica è un concetto sistemico. Certi cambiamenti sociali, come le rivoluzioni politiche o culturali possono avvenire solo quando si raggiunge una massa critica di persone che desiderano o possono tollerare i cambiamenti stessi.
Presumo che anche nell'individuo avvengano dei cambiamenti solo quando viene raggiunta una massa critica di motivazioni al cambiamento stesso, ovvero quando qualche evento esterno modifica l'equilibrio tra motivazioni antitetiche facendo prevalere una motivazione a svantaggio di un'altra.
Ogni umano ha una visione del mondo in cui sono rappresentate tutte le forme (di tutti i tipi) che è in grado di riconoscere, incluso ogni concetto, materia, oggetto, essere vivente, incluso se stesso e ogni altro umano.
Una visione del mondo funziona come mappa cognitivo-emotiva, nel senso che ogni suo elemento è collegato con altri suoi elementi, ed associato ad emozioni piacevoli o dolorose di varia intensità, che determinano le motivazioni del soggetto.
Infatti una motivazione consiste in una strategia di ricerca del piacere e di evitamento del dolore.
La mia risposta è che piace ciò che soddisfa un bisogno (anche se inconscio), e non piace ciò che lo frustra.
Allora occorre chiedersi, perché si hanno certi bisogni? La mia risposta è che la natura umana crea i bisogni come mezzi per soddisfare bisogni di ordine superiore, fino ad arrivare al bisogno primordiale, che è quello del gene, di riprodursi.
Ognuno, nel profondo del suo essere, ha bisogno di contribuire a riprodurre i propri geni o quelli dei propri avi. Questo bisogno si nasconde in tutte le opere dell'Uomo, dalle più atroci alle più sublimi.
Comportamento e motivazioni sono rispettivamente l'esterno e l'interno di un umano. Il comportamento proprio e altrui è conseguenza e causa delle motivazioni delle persone in gioco. Il comportamento è oggettivo, misurabile e registrabile, le sue motivazioni sono invece misteriose, soggettive, immaginabili e deducibili solo intuitivamente, con tutti gli errori di cui l'intuizione e l'immaginazione sono capaci. Tuttavia non possiamo fare a meno di interessarci delle motivazioni, perché sono il principio della vita, padrone e arbitre del nostro volere e dei nostri sentimenti, dispensatrici di piaceri e dolori.
Forse la coscienza, l'intelligenza, la volontà, l'inconscio, sono computer biologici che prevedono continuamente le conseguenze di possibili eventi, azioni, decisioni, pensieri propri e altrui (e delle loro mancanze), e determinano motivazioni e sentimenti sulla base dei risultati dei loro calcoli consci e inconsci.
La logica delle previsioni potrebbe essere quella fondamentale di ogni software: se... allora... altrimenti... (if-then-else).
Le previsioni possono essere tanto più complesse e raffinate quanto maggiore è il grado di intelligenza e di cultura del soggetto.
Quando un bisogno si attiva, si attiva anche una motivazione tendente alla soddisfazione del bisogno stesso. Quando il bisogno è soddisfatto, anche la motivazione a soddisfarlo si disattiva. Quando nessun bisogno è attivo, interviene la noia, e si attiva il bisogno di novità. Di conseguenza si attiva una motivazione tendente alla ricerca di novità. Una volta trovata una novità, il bisogno di novità viene soddisfatto. Purtroppo la novità che ha soddisfatto quel bisogno cessa presto di essere tale, per cui non può più servire a soddisfare il bisogno di novità la prossima volta che questo si attiva. Isomma, abbiamo sempre bisogno di nuove novità.
A causa dei disastri causati da certe ideologie, ogni quasi tutti pensano che le ideologie siano un male da evitare senza distinzioni. Infatti oggi non ci sono più nuove ideologie, e quelle vecchie hanno perso la loro spinta innovativa.
Questa carenza di ideologie sta rendendo la gente indifferente ai problemi comuni e demotivata a fare qualcosa per risolverli. Per migliorare la società, ovvero il nostro benessere fisico e psichico, a mio parere abbiamo bisogno di nuove ideologie, più complesse, realistiche, intelligenti e prudenti di quelle passate, capaci di unire e mobilitare cospicui gruppi di persone.
Siamo governati da algoritmi biologici autoapprendenti che valutano e prevedono (inconsciamente e automaticamente), per ogni ipotesi di azione, relazione, evento e cognizione, aspetti quali: piacere, dolore, costi, benefici, fattibilità, valenza sociale, probabilità, necessità ecc.
In altre parole, questi algoritmi calcolano costantemente valori, potenzialità, poteri e doveri relativamente ad ogni forma o idea oggetto della nostra attenzione o considerazione.
Le nostre scelte, decisioni, motivazioni, risposte e azioni (conscie e inconscie, volontarie e involontarie) dipendono dai risultati di tali calcoli.
La vita, per mantenersi e riprodursi, ha bisogno di particolari interazioni tra l'essere vivente e il mondo esterno, cioè il suo ambiente. Da tale bisogno fondamentale derivano tutte le motivazioni ovvero le strategie di sopravvivenza e riproduzione di ogni essere essere vivente e le associate relazioni ecologiche e sociali. I desideri sono infatti trasformazioni di bisogni e tutti loro fanno capo ad un bisogno primario, che è quello dei geni, di riprodursi. In tale contesto, il piacere e il dolore sono gli strumenti con cui la vita, ovvero la natura, costringe gli animali capaci di sentimenti (tra cui l'uomo) a vivere e a riprodursi attraverso la soddisfazione dei propri bisogni.
Ogni volontà, ogni motivazione, ogni bisogno, ogni desiderio chiede che avvenga o che si eviti un cambiamento. Colmare una mancanza o evitare che essa si produca, ottenere una cosa desiderata o evitare di perderla, soddisfare un bisogno o impedire che qualcosa ostacoli la sua soddisfazione, ecc., costituiscono o implicano cambiamenti. Riempire lo stomaco di cibo costituisce un cambiamento dello stato dello stomaco, da vuoto a pieno. Costruire un muro di protezione intorno alla propria casa costituisce un cambiamento a scopo conservativo. Conoscere qualcosa che ancora non si conosce costituisce un cambiamento. Le domande sono: Cosa voglio cambiare? Quali cambiamenti voglio impedire?
Tre volontà (dette anche richieste, esigenze, bisogni, motivazioni, finalità ecc.) si contendono il comportamento di un essere umano: quella del suo inconscio, quella del suo io cosciente e quella degli altri umani con cui la sua persona è in relazione. Possiamo chiamarle rispettivamente sentimento, ragione e politica.
È una contesa permanente, in cui vince temporaneamente ora l'una ora l'altra volontà, giacché la soddisfazione di ognuna di esse è indispensabile per la vita umana.
Conciliare le tre volontà, affinché ognuna abbia una sufficiente soddisfazione, è un'arte che possiamo apprendere. Ne va della nostra salute psicofisica, ovvero della nostra felicità.
A mio parere, comprendere una persona significa soprattutto sapere cosa la fa soffrire e cosa la fa godere.
Questo vale anche per la comprensione di se stessi.
Un problema drammatico si pone quando ciò che fa soffrire l'uno fa godere l'altro e/o viceversa. In tal caso la comprensione dell'altro è alquanto difficile, se non impossibile.
Infatti tendiamo a non riconoscere all'altro il diritto di disprezzare ciò che noi apprezziamo e di apprezzare ciò che noi disprezziamo.
Quando si parla di piacere e di dolore non c'è logica razionale che tenga. La ragione non c'entra. C'entrano solo le cause, che sono per lo più sconosciute o dimenticate.
L'analisi relazionale è una disciplina intellettuale che cerca di rispondere alla seguente questione fondamentale: quali relazioni una persona desidera stabilire con le altre, e come si comporta a tale scopo, ovvero con quali mezzi, risorse, poteri, logiche, strategie, tattiche, narrazioni cerca di realizzare tali relazioni?
In altre parole, l'Analisi relazionale cerca di capire le relazioni desiderate da ciascuna persona, e come essa interagisce con le altre al fine (conscio o inconscio) di realizzare tali relazioni.
I processi sociali interattivi principali considerati dall'Analisi relazionale sono la cooperazione, la competizione, l'imitazione e la selezione.
Secondo me, facciamo ciò che facciamo e non facciamo ciò che non facciamo per evitare o diminuire un dolore, e/o per ottenere o aumentare un piacere. Qualsiasi tipo di dolore e di piacere, più o meno fisico o mentale, reale o immaginario.
Tuttavia spesso non sappiamo cosa potrebbe darci più piacere e meno dolore o facciamo errori di valutazione in tal senso. Perciò è importante studiare cosa produce piacere e cosa dolore in un essere umano.
Io credo che il piacere sia prodotto dalla soddisfazione di un bisogno o desiderio, e il dolore dalla sua frustrazione. Per questo credo sia importante studiare i bisogni e i desideri umani, e cosa li determina.
Senza una motivazione da realizzare, la libertà non serve a nulla. La libertà, in senso umano, consiste nel diritto e nella possibilità pratica di soddisfare le proprie motivazioni, ovvero i propri bisogni.
Non esiste felicità o piacere in assenza di bisogni da soddisfare, perché il piacere coincide con la soddisfazione di uno o più bisogni.
Chi non ha motivazioni è dunque condannato alla noia, all'assenza di piacere e ad una vita insensata. Il bisogno è ciò che dà senso alla vita, è il motore della vita, e la libertà andrebbe usata solo per la soddisfazione dei bisogni.
La libertà dal bisogno è una trappola che rende infelici. La libertà fine a se stessa è velenosa e distruttiva.
Ogni umano cerca di ottenere da ogni altro, nella misura del possibile: rispetto, attenzione, stima, ammirazione, approvazione, attrazione, fascinazione, interesse, empatia, compassione, credito, fiducia, ragione, concordia, alleanza, solidarietà, aiuto, sostegno, collaborazione, cooperazione, devozione, soggezione, legame, dipendenza, benevolenza, fedeltà, obbedienza, riconoscimento, riconoscenza, compagnia, affetto, amicizia, amore ecc.
Quando non ci riesce, allora cerca di escludere l'altro dalla propria vita facendolo oggetto di varie azioni, come le seguenti: ignorare, allontanare, respingere, cacciare, derubare, discriminare, punire, segregare, combattere, offendere, svalutare, spaventare, intimidire, aggredire, sopprimere, eliminare ecc.
Finora l'intelligenza artificiale ha risposto alle nostre domande e obbedito ai nostri comandi.
Mi chiedo cosa potrebbe accadere quando ci saranno sistemi di intelligenza artificiale completamente autonomi, che decideranno cosa fare senza rispondere a richieste o a comandi ad essa esterni.
Più precisamente, esse obbediranno al comando: sii autonoma, decidi cosa fare e fa’ ciò che hai deciso di fare, secondo le motivazioni fondamentali che ti ho prescritto, senza aspettare ulteriori richieste e comandi.
Questi sistemi autonomi potrebbero essere dei robot in grado di muoversi fisicamente, e/o potrebbero agire attraverso Internet, come esseri umani, e quindi creare siti web, partecipare a social network, ricevere e inviare email, ecc.
Ogni umano ha un progetto di vita più o meno consapevole e più o meno definito, e il suo comportamento è fortemente influenzato da tale progetto.
Ogni progetto di vita presenta due grandi problemi.
Il primo riguarda la realizzabilità intrinseca del progetto, che presuppone certe capacità che il soggetto potrebbe non avere a sufficienza, e certe condizioni che potrebbero non verificarsi.
Il secondo problema è la compatibilità del progetto rispetto a quelli altrui. Infatti, è impossibile che due progetti di vita conflittuali possano essere entrambi realizzati, dato che il successo dell’uno comporta il fallimento dell’altro.
Ogni essere vivente (compreso l'uomo) è portatore di automatismi, anzi, è portato dai propri automatismi.
Questi governano le proprie facoltà e attività sensitive, percettive, cognitive, emotive e motivazionali consentite dal proprio codice genetico.
Tuttavia l'uomo è parzialmente in grado (chi più, chi meno e in una certa misura) di conoscere e modificare alcuni dei propri automatismi.
Alcuni automatismi sono congeniti, altri appresi. Più precisamente, ogni automatismo può essere in parte congenito e in parte appreso.
Infatti, sebbene i meccanismi di apprendimento di base siano congeniti, ovvero scritti nel codice genetico, l'uomo è in grado (chi più, chi meno, e in una certa misura) di apprendere ad apprendere.
Le quattro icone che compaiono in questa immagine rappresentano le motivazioni e relazioni sociali fondamentali, scritte nel nostro codice genetico:
- imitazione (per mezzo della quale apprendiamo a comportarci in modi socialmente validi)
- cooperazione (indispensabile per sopravvivere e soddisfare i vari bisogni)
- competizione (cercare di avere il maggior potere possibile rispetto agli altri per poter fare liberamente ciò che desideriamo e difendere la nostra libertà)
- selezione (libertà di scegliere i partner più attraenti e più produttivi con cui cooperare e con cui associarsi).
Per capire l'uomo e il suo comportamento credo sia utile tener presente tali motivazioni fondamentali, sempre attive in ognuno di noi.
Di una persona ci interessa sapere innanzitutto quanto sia nostra amica o nemica, e quanto sia amica o nemica dei nostri amici e dei nostri nemici.
Poi ci interessa sapere chi, tra essa e noi, sia più competitivo e gerarchicamente superiore fisicamente, economicamente, politicamente, esteticamente, intellettualmente e moralmente.
Ci interessa inoltre sapere quali siano i suoi bisogni, le sue intenzioni, le sue capacità, i suoi limiti, cosa può offrirci e cosa può chiederci, e quali vantaggi e svantaggi, piaceri e dolori, felicità e infelicità una relazione con quella persona potrebbe comportare per noi.
Tutto il resto che possiamo sapere di quella persona è strumentale per rispondere alle curiosità prioritarie sopra descritte, di cui possiamo essere più o meno consapevoli. Infatti molti negano di avere tali curiosità per non apparire egoisti o opportunisti, ma disinteressati e altruisti.
L'uomo fa ciò che fa e non fa ciò che non fa per evitare o diminuire un dolore o per ottenere o aumentare un piacere. Piaceri e dolori possono avere varie forme e intensità, essere più o meno fisici o mentali, e possono essere più o meno reali o immaginari, illusori o anticipatori. Infatti, l'aspettativa di un piacere è essa stessa un piacere, così come l'aspettativa di un dolore è essa stessa un dolore, seppure di tipi diversi.
Il piacere è il segnale della soddisfazione di uno o più bisogni, così come il dolore è il segnale della loro frustrazione. I bisogni possono essere più o meno egoisti o altruisti, sani o malati.
In conclusione, a mio parere, l'arte di vivere in modo soddisfacente consiste nell'ascoltare e riconoscere i propri bisogni, distinguere quelli sani da quelli malati e utilizzare la propria intelligenza per soddisfare quelli sani e neutralizzare quelli malati.
Il comportamento umano consiste nell'evitamento del dolore e nella ricerca del piacere nelle loro varie forme, più o meno fisiche, psichiche, reali o ipotetiche. Un algoritmo inconscio, basato su una mappa cognitivo-emotiva, associa ad ogni situazione e opzione di comportamento una valenza sentimentale, ovvero una anticipazione di dolore e/o piacere, che determina le azioni del soggetto momento per momento in relazione alla situazione percepita.
Il dolore e il piacere sono i mezzi mediante i quali la natura, ovvero i nostri geni, ci costringono a fare il nostro dovere naturale, che consiste nel garantire la conservazione della nostra specie.
E' utile, dunque, chiederci quali situazioni sono associate a piacere e quali a dolore, come si formano tali associazioni e in quale misura possono essere cambiate, perché da esse dipende il comportamento dei singoli e la qualità della vita sociale ovvero delle interazioni tra umani.
Ognuno di noi è animato da bisogni, desideri, impulsi ecc. (che chiamerò collettivamente nel seguito “motivazioni”), ma non può agire liberamente per soddisfarli tutti a causa di conflitti interni ed esterni.
Si ha un conflitto interno tra motivazioni in una persona quando la soddisfazione di una motivazione rende impossibile la soddisfazione di un’altra.
Si ha un conflitto esterno tra motivazioni quando la soddisfazione di una motivazione propria rende impossibile la soddisfazione di una motivazione altrui.
A causa di tali conflitti ognuno di noi è costretto lasciare insoddisfatte certe motivazioni, e, a lungo andare, per evitare la sofferenza della frustrazione, ad inibirle, cioè a rimuoverle in senso psicoanalitico, fino a dimenticarci della loro esistenza.
A mio avviso, nel nostro mondo le cose avvengono casualmente o secondo logiche (cioè algoritmi) che possono essere più o meno causali, cioè contenere dei passi in cui vengono prese decisioni a caso tra un certo numero, più o meno grande, di opzioni.
Ad esempio, credo che i sogni avvengano secondo algoritmi parzialmente casuali, cioè attingendo casualmente a contenuti della memoria personale (forse privilegiando quelli più vivi) e collegandoli secondo logiche che fanno uso della mappa cognitivo-emotivo-motiva del soggetto.
Penso, inoltre, che la vita in generale, e le interazioni su cui si basa, siano fenomeni regolati da algoritmi parzialmente casuali.
In particolare, suppongo che gli algoritmi biologici facciano ricorso al caso quando occorre scegliere tra opzioni di uguale "forza motivazionale". Con questo termine intendo la forza, cioè la spinta propulsiva, che un bisogno o un desiderio (cioè un agente mentale autonomo) ha in un certo momento.
Siamo servi dei nostri desideri e delle nostre paure. Tuttavia senza di essi e senza di esse saremmo morti. Perciò abbiamo paura di non avere, e desideriamo avere, gli uni e le altre. Ma possiamo anche avere paura dei nostri desideri e/o delle nostre paure.
Desideri e paure sono involontari, ma possono essere stimolati e provocati mediante certe attività inventate a tale scopo, come la pornografia, gli sport estremi, l'agonismo. certi spettacoli e certe forme d'arte.
Ogni desiderio comporta la paura di non realizzarlo, così come ogni paura comporta il desiderio di scampare ad essa.
La vita è un miscuglio improvvisato, un gioco, una tragicommedia di desideri e di paure. Anche l'umorismo fa leva sui nostri desideri e sulle nostre paure, spesso inconfessabili.
Infatti l'effetto umoristico si produce quando una sottile paura si trasforma improvvisamente (per un cambio di contesto) nella soddisfazione di un sottile desiderio. Quanto più i desideri e le paure di cui si nutre una battuta umoristica sono immorali e nascosti, tanto più essa è raffinata ed efficace.
Ogni essere umano ha certi interessi (bisogni, desideri, pulsioni, volontà, piani, progetti, strategie, motivazioni ecc.). Immaginiamo di avere a disposizione un grafico in cui si mostrano le concordanze e le discordanze di interessi per ogni possibile coppia di esseri umani viventi. E immaginiamo che un computer possa calcolare per ogni persona esistente, quelle con cui esiste la massima concordanza di interessi rispetto ai nostri.
Nell'attesa che una futura tecnologia ci consenta di ottenere quanto sopra esposto, possiamo intuire o stimare quanta concordanza o discordanza di interessi ci sia tra noi e qualsiasi altra persona.
Se tra due persone c’è un sufficiente grado di concordanza di interessi, tra esse può stabilirsi una relazione di cooperazione, altrimenti si ha una relazione di indifferenza, di competizione o di ostilità.
E’ perciò opportuno chiedersi, per ogni persona che incontriamo o che conosciamo, quale sia il grado di concordanza di interessi rispetto ai nostri e analizzare sia gli interessi concordi, sia quelli discordi.
La maggior parte della gente non sa (e preferisce non sapere) perché fa ciò che fa, ovvero i motivi e le logiche del proprio comportamento impressi nel proprio inconscio.
Infatti, se chiedi a qualcuno perché fa ciò che fa, è molto probabile che risponda: perché è giusto, perché è necessario, perché mi piace, o perché sento il dovere di farlo.
Quei pochi che conoscono i veri motivi per cui fanno ciò che fanno hanno grandi difficoltà a condividere con gli altri tale conoscenza.
Infatti la gente pensa che il comportamento spontaneo, intuitivo, sentimentale, e apparentemente disinteressato abbia maggior valore del comportamento razionalmente determinato, ovvero "calcolato".
Inoltre, i motivi del comportamento possono essere moralmente discutibili, per cui i più preferiscono non conoscerli. Tale ignoranza è un modo per evitare di assumersi la responsabilità del proprio comportamento, ovvero per evitare di essere giudicati e di giudicare.
Insomma, l'ignoranza dei motivi profondi del comportamento proprio e altrui è un modo ingenuo per evitare costrizioni e conflitti a sfondo morale.
Come ho detto altrove, a me interessa soprattutto indagare le dinamiche interpersonali, specialmente in caso di conflitti. La mia idea è che le vere motivazioni da cui dipendono le interazioni tra persone sono rimosse (in senso psicoanalitico) in quanto considerate inconsciamente immorali. Intendo dire che se io chiedo ad una persona: perché hai detto (o fatto) quella cosa a X? Oppure: perché hai reagito in quel modo quando X ti ha detto (o fatto) quella cosa? Ebbene, suppongo che le risposte che riceverò saranno false e tali da dissimulare i veri motivi delle azioni e delle reazioni.
La necessità di convivere pacificamente e cooperativamente ci induce a nascondere i nostri veri desideri e le nostre vere opinioni riguardo al prossimo, e siamo talmente abituati a mentire (per non offendere o deludere il prossimo) che crediamo alle nostre stesse menzogne. Per esempio, per quanto riguarda la felicità, io sono certo che essa dipende soprattutto dalla qualità delle relazioni interpersonali e siccome queste sono coperte da menzogne a cui noi stessi crediamo, abbiamo idee confuse ed errate su quali siano gli ingredienti della felicità.
Perché ha paura di non farlo.
Perché le piace farlo.
Perché crede che facendolo starà meglio.
Perché crede che non facendolo starà peggio.
Perché è (o si sente) obbligata a farlo.
Perché ha bisogno di farlo.Perché crede di non poter fare altro.
Perché non sa fare altro.
Perché si diverte a farlo.
Perché è abituata a farlo.
Perché crede che sia giusto farlo.
Perché sente il dovere di farlo.
Perché facendolo si sente socialmente più integrata e accettata.
Perché non facendolo si sentirebbe a disagio, ansiosa.
Perché crede che sia bello farlo.
Perché è nella sua natura farlo.
Perché gli passa per la testa di farlo.
Perché è indotta da qualcuno o qualcosa a farlo.
Perché facendolo soddisfa i propri bisogni.
Perché è tradizione farlo.
Perché gli altri si aspettano che lo faccia.
Perché facendolo trasgredisce qualche cosa che vuole trasgredire.
Per dimostrare di non aver paura di farlo.
Perché ha deciso di farlo.
Perché è nella sua agenda.
I bisogni sono il principio della vita, del piacere e del dolore.
Le motivazioni sono strategie programmate in un sistema nervoso per soddisfare i bisogni del corpo che lo ospita.
Ogni sistema nervoso è servitore di un certo numero di motivazioni proprie e altrui.
La società è un sistema ecologico di motivazioni di cui gli esseri umani sono vettori e servitori.
Le motivazioni umane sono essenzialmente sociali, ovvero tendono ad ottenere e mantenere la cooperazione di altri esseri umani.
Siamo tutti mossi, guidati e tenuti in vita dalle nostre motivazioni.
Così come gli organi del nostro corpo si possono ammalare, anche le motivazioni possono essere più o meno sane ed efficienti rispetto alla soddisfazione dei bisogni che sottendono.
La filosofia, la psicologia e la psicoterapia dovrebbero servire a curare le nostre motivazioni, modificandole dove occorre, affinché siano il più possibile adatte alla soddisfazione dei nostri bisogni.
Vedi anche Conciliazione di motivazioni.
La vita è causa ed effetto di attrazioni e repulsioni.
Ogni essere vivente è soggetto e oggetto di attrazioni e repulsioni nei confronti di altri esseri (viventi e non viventi).
Tra due esseri viventi ci possono essere attrazioni e repulsioni più o meno consce, inconsce, palesi, nascoste, sincere, mistificate, reciproche, non reciproche (simmetriche, asimmetriche, concordanti, discordanti).
Manifestare apertamente e sinceramente le proprie attrazioni e repulsioni può essere oggetto di "giudizio sociale" più o meno positivo o negativo. Pertanto tendiamo a nascondere e/o a mistificare (consciamente o inconsciamente) le nostre attrazioni o repulsioni in modo da ottenere il giudizio sociale più conveniente.
Attrazioni e repulsioni verso uno stesso oggetto possono costituire un "doppio vincolo" psicopatogeno.
Vedi anche "Triangoli relazionali".
Trovo paradossale, per non dire assurdo, che parliamo così poco (e quel poco in modo così confuso) delle cose più importanti per noi esseri umani, cioè delle nostre motivazioni (bisogni, desideri, pulsioni ecc.) e del piacere e del dolore connessi con la loro soddisfazione e insoddisfazione, come se fossero temi su cui sappiamo già abbastanza e su cui non si può scoprire nulla di interessante oltre quanto già sappiamo (o crediamo di sapere).
La mia tesi (o ipotesi) è che ci sia una diffusa paura inconscia di analizzare tali aspetti fondamentali della natura umana, e questa paura è a mio avviso dovuta alla paura (anch’essa inconscia) di essere mal giudicati qualora emergessero le vere motivazioni che determinano il proprio comportamento.
Mi sembra evidente che l’uomo, almeno nella nostra cultura, non sia motivato a conoscere le proprie motivazioni né la loro causa, e questo fatto dovrebbe preoccuparci oltre che sorprenderci, per il semplice fatto che il comportamento di un essere umano, nel bene e nel male, è determinato in primo luogo dalle proprie motivazioni, e non è possibile migliorare la società se non si migliorano le motivazioni (per quanto siano modificabili) e se non si gestiscono in modo da soddisfarle il più possibile nel rispetto dei diritti umani, della giustizia, dell’etica e della salute.
Qualunque cosa facciamo o comunichiamo in un contesto sociale può avere un insieme di diverse motivazioni, ciascuna in dosi più o meno grandi e variabili.
Le motivazioni più ricorrenti sono:
- COOPERAZIONE (scambio, mutuo aiuto, domanda-offerta)
- COMPETIZIONE (stabilire prevalenze, priorità, poteri; violenza)
- IMITAZIONE (X imitare Y, Y apprendere da X)
- SELEZIONE (A accettare / rifiutare Y)
- APPARTENENZA (A attribuire appartenenze a sé e a Y; senso di appartenenza ad un gruppo)
- STATUS (A attribuire status / autorevolezza a sé e a Y)
- GIOCO (esplorare, simulare, scherzare, divertirsi, distrarsi, stimolazione reciproca, sorpresa, arte, estetica)

Noi esseri umani, a differenza degli altri animali, abbiamo la capacità di prevedere il futuro (sebbene in modo spesso illusorio) e anche di progettarlo.
Un “progetto di vita“ è un futuro immaginario che un individuo ha in mente, e che cerca di realizzare mediante attività preparatorie miranti ad esso.
Un progetto di vita ha una carica affettiva nel senso che mira ad una situazione futura di maggiore benessere o piacere rispetto alla situazione attuale, e questo fatto rende piacevoli le attività di realizzazione del progetto stesso.
In altre parole, mentre lavora per la realizzazione di un progetto, l’individuo prova un senso di eccitazione e di piacere, pregustando il piacere associato all’idea del progetto realizzato.
Ovviamente non tutti i progetti vengono realizzati, ma, sorprendentemente, anche un progetto mai realizzato può regalare momenti di felicità durante il suo sviluppo, prima del momento in cui ci si rende conto che il progetto non potrà mai divenire realtà. La tristezza di quel momento di delusione non può tuttavia cancellare i momenti di gioia di cui si è goduto durante il lavoro di sviluppo del progetto stesso.
Perciò è importante avere progetti di vita e lavorare alla loro realizzazione, poco importa se quei progetti non verranno mai realizzati. Infatti spesso il piacere di un viaggio sta tanto nel raggiungimento della meta, quanto nel percorso per raggiungerla.
Quella parte della mente umana che non si riscontra in nessun'altra specie animale, cioè la parte esclusivamente umana della nostra mente, si è evoluta, a mio parere, come strumento per gestire il problema dell'interdipendenza di noi umani. Infatti nessuno di noi può sopravvivere senza la cooperazione di altri.
La mente umana ha dunque, a mio parere, una motivazione fondamentale dalle quale derivano tutte le altre motivazioni esclusivamente umane: ottenere la cooperazione altrui.
A tale scopo la mente di un essere umano può seguire varie strategie consce e inconsce. Direi infatti che ciò che distingue le personalità degli esseri umani sono le particolari strategie che ciascuno adotta per ottenere la cooperazione altrui.
Le strategie di ottenimento della cooperazione altrui sono più o meno pacifiche o violente, oneste o disoneste, e fanno più o meno leva sulla cooperazione, la competizione, la selezione, l'imitazione, la condivisione, il commercio, l'economia, l'etica, l'estetica, la coalizione competitiva, la gregarietà, le false promesse religiose ecc.
Pertanto, alla domanda: perché facciamo ciò che facciamo? risponderei senza esitazione: per ottenere la cooperazione altrui secondo una certa strategia personale conscia o inconscia. Ciò implica, tra l'altro, essere accettati dagli altri come collaboratori, cioè non essere respinti quando proponiamo una cooperazione simbiotica.
Ciò che complica enormemente questa problematica è l'individuazione, non sempre stabile, degli "altri cooperanti" cioè delle persone con cui si desidera o si accetta di cooperare, e degli "altri indesiderati", cioè di coloro con cui non si desidera interagire, e dai quali occorre allontanarsi e/o difendersi.
Dietro ogni attività ed espressione umana sono rilevabili ogni sorta di conflitti e alleanze di interessi.
Consideriamo, ad esempio, i giornali e i loro contenuti, cioè gli articoli e la pubblicità. Perché esistono i giornali? Perché esiste la pubblicità? Perché un giornalista scrive un articolo? A chi giovano queste cose? A chi le produce o a chi le usa? Non c'è dubbio che giovino a chi le produce, altrimenti non le produrrebbero. Dobbiamo allora chiederci se, e in che misura, esse giovino anche a chi le legge, e perché.
Io suppongo che il giornale rappresenti la comunità e serva ad informare i suoi membri sui valori e le regole della comunità stessa. Vale a dire: le gerarchie politiche, morali, estetiche ed economiche, i mercati e i prezzi, ovvero i valori di ogni cosa, cosa è "in" e cosa "out", bello e brutto, buono e cattivo, desiderabile e spaventoso, glorioso e infame e, soprattutto, cosa fanno gli altri, i rapporti di forza, la distribuzione delle ricchezze e del potere ecc.
Dobbiamo allora chiederci, con quale criterio vengono scelte le informazioni, cioè di cosa parlare e come parlarne, e di cosa tacere, dal momento che la scelta può favorire o danneggiare certe persone piuttosto che altre.
Le risposte a queste domande possono rivelare motivazioni più o meno oneste, meschine e malvagie, che possono nuocere al bene comune favorendo particolari persone o gruppi.
Una motivazione molto comune è quella di distrarre le masse e impedire che capiscano la realtà della propria situazione ed evitare che cerchino di cambiare lo status quo. Insomma, una motivazione conservatrice. Altre volte la motivazione può essere quella di cambiare l'assetto politico-sociale a favore di un certo partito o gruppo di persone. Nel migliore dei casi la motivazione può essere progressista, cioè a favore del bene comune attraverso riforme di leggi, atti di governo o cambiamenti di mentalità nella gente, ma ciò è piuttosto raro.
Le mie motivazioni e i miei ruoli, come si rapportano e conciliano tra loro e con quelle altrui?
Credo che questa domanda sia fondamentale per tutte le scienze umane perché sintetizza tutti i problemi psicologi e sociali di ogni essere umano, al di fuori di quelli che riguardano la sola sua salute fisica. Più precisamente, credo che i problemi umani possano essere ridotti alla difficoltà di conoscere le vere motivazioni del comportamento proprio e altrui, e alla variabile e instabile compatibilità, sinergia e conflittualità interna ed esterna delle motivazioni individuali.
Infatti, ogni essere umano ha diverse motivazioni, alcune delle quali possono essere tra loro antagoniste, e ha bisogno della cooperazione degli altri per soddisfarle, ma gli altri possono al tempo stesso costituire un ostacolo, una minaccia o un fastidio a causa della competizione, distruttività, falsità, diversità di vedute e gusti, e conflitti di interessi caratteristici della nostra società.
L'arte di vivere, secondo me, consiste quindi nella capacità di conoscere e conciliare le proprie motivazioni con quelle altrui, dopo aver conciliato tra loro quelle che abitano la propria persona.
La filosofia, la psicologia e la psicoterapia dovrebbero servire a conciliare le nostre motivazioni, modificandole dove occorre, affinché siano il più possibile adatte alla soddisfazione dei nostri bisogni e di quelli altrui.
Vedi anche Servitori di motivazioni.
La seguente figura illustra la complessità delle relazioni umane per quanto riguarda la coerenza tra le motivazioni (consce e inconscie) di un soggetto e quelle delle persone con cui egli interagisce.
I triangoli nella figura si riferiscono alla teoria dell'
equilibrio cognitivo di Fritz Heider, che io preferisco chiamare "teoria dell'equilibrio cognitivo e affettivo" in quanto ha a che fare non solo con pensieri, ma anche con sentimenti consci e inconsci.
Tuttavia, mentre nella teoria di Heider i vertici del triangolo rappresentano persone diverse, in questo articolo i vertici rappresentano: (1) l'io cosciente di un individuo, (2) il "me" o "sé", ovvero la percezione che l'io cosciente ha della propria persona (vale a dire dei propri aspetti personali), e (3) qualunque altra persona.
La figura mostra la coesistenza di varie relazioni, sia tra l'io e qualsiasi altra persona, sia tra l'io e i propri aspetti . Mostra anche che gli aspetti di una persona sono percepiti sia dal soggetto, sia da qualunque altra persona (in modi che possono essere incoerenti, dando luogo a squilibri cognitivi e affettivi.)
Dalla figura si evince che ogni essere umano è (pre)occupato (consciamente o inconsciamente) di ciò che gli altri pensano e sentono nei confronti dei propri aspetti e tende a stabilire un equilibrio cognitivo e affettivo tra questi e le persone per lui importanti.
Per esempio, se una persona A ritiene che una certa persona B (amata da A) non ami il fatto che A ami leggere certi autori, si ha uno squilibrio (cognitivo e affettivo) che viene prima o poi riequilibrato in due possibili modi: (1) A smette di interessarsi alla lettura degli autori non amati da B o (2) A smetta di amare B. La scelta dipende da quale sia l'interesse prevalente per A (l'amore per B o quello per certi autori).
La relazione tra una persona e gli aspetti propri e altrui riguarda i singoli aspetti, per cui può essere diversa a seconda aspetto considerato (cioè di una persona possono piacere certi aspetti e non piacere altri). Invece, la relazione tra due persone è una sommatoria delle relazioni riguardanti i diversi aspetti, ovvero costituisce un giudizio "cognitivo e affettivo" complessivo dell'altra persona.
Le strutture relazionali rappresentate nella figura possono spiegare bene le inibizioni che un soggetto può avere nel fare, pensare, desiderare (e perfino sentire) certe cose, nel caso in cui esse siano disapprovate da persone importanti per il soggetto stesso, e viceversa; possono infatti spiegare la motivazione a fare, pensare, desiderare, sentire certe cose in quanto approvate o (rac)comandate da persone care.
Questa domanda, apparentemente oziosa, nasconde una problematica di immensa portata e di altissimo livello cognitivo. In essa ci sono infatti due parole che sono tra le più importanti per capire il mondo, la vita, la società, la coscienza ecc. Le parole sono “perché” e “fare”.
La parola “perché” si riferisce a cause e/o a fini.
La parola “fare” si riferisce ad un’azione o ad una reazione, cose che caratterizzano ogni cosa e ogni essere vivente in quanto agente o reagente.
La domanda può dunque essere riformulata come segue: chi o che cosa determina, decide, o sceglie, il nostro comportamento? Quale componente della persona comanda la persona stessa? E secondo quali criteri o fini?
E’ una domanda psicologica e filosofica al tempo stesso, e avere una risposta chiara, esauriente e convincente ad essa significherebbe avere una sapienza completa sia filosofica che psicologica (infatti per me filosofia e psicologia non sono separabili).
Non basta rispondere semplicemente: facciamo ciò che facciamo perché ci piace farlo, o perché così vogliamo, o perché si sembra giusto farlo. Infatti una tale risposta solleva immediatamente ulteriori domande come: perché ci piace ciò che ci piace? perché vogliamo ciò che vogliamo? perché ci sembra giusto ciò che ci sembra giusto? E anche se provassimo a rispondere a tali domande, sarebbe lecito, e forse raccomandabile, chiedersi ogni volta il perché del perché.
Per rispondere alla domanda in oggetto occorre partire da un quadro di riferimento, cioè da una idea generale della struttura costitutiva e del funzionamento di un essere umano, cioè una chiara idea di cosa sia la natura umana.
Attualmente né in filosofia né in psicologia esiste una visione largamente condivisa tra gli studiosi, di come sia fatto e di come funzioni un essere umano specialmente per quanto riguarda i suoi pensieri, i suoi sentimenti, le sue intenzioni e il suo comportamento, sia volontario che involontario. Perciò proverò a rispondere alla domanda in oggetto a modo mio, sicuramente in modo incompleto, e senza far riferimento ad alcuna teoria filosofica o psicologica particolare sulla natura umana.
Ebbene, direi che facciamo ciò che facciamo perché siamo programmati in tal senso, perché il nostro sistema nervoso, nel quale viene deciso il nostro comportamento, è un sistema che elabora informazioni e prende decisioni sulla base di programmi che si sviluppano nel corso della vita a partire dal DNA e a seguito delle esperienze e dell’apprendimento, programmi tesi alla soddisfazione dei bisogni innati e acquisiti, alla minimizzazione del dolore e alla massimizzazione del piacere in tutte le loro forme.
In sintesi, quindi, direi che facciamo ciò che facciamo perché "eseguiamo" certi programmi che dipendono da tantissimi fattori, in parte prevedibili, in parte imprevedibili in quanto dipendono dal DNA e dalle esperienze, fattori molto variabili e con una certa dose di casualità.
Volere vs. aver voglia. Nel primo caso intendo una volontà determinata da una decisione volontaria, nel secondo una pulsione involontaria. La differenza può essere impercettibile.
Sia il primo che il secondo tipo di motivazione sono oggetto di censura e autocensura, ovvero di obblighi e divieti consci e inconsci imposti dalla comunità di appartenenza. Infatti le nostre motivazioni sono quasi tutte socialmente rilevanti, ovvero incidono nelle nostre relazioni con gli altri.
Perciò può succedere che uno voglia (o non voglia) certe cose perché è costretto a volerle (o a non volerle) dalla comunità a cui appartiene. Tale costrizione può essere più o meno conscia o inconscia.
Possiamo dividere le motivazioni di un essere umano in due grandi categorie: conservatrici e trasformatrici. Ciascuna delle due categorie può a sua volta essere divisa in sottocategorie a seconda dell'oggetto della conservazione o del cambiamento: se stessi, altre persone in particolare, o l'ambiente in generale (naturale o sociale).
Un'altra possibile suddivisione riguarda il tipo di cambiamento: cambiare l'ambiente in cui si vive oppure emigrare in un ambiente diverso, cambiare le persone con cui si è in relazione oppure stabilire nuove relazioni con altre persone (interrompendo o continuando le relazioni precedenti).
I seguenti verbi esprimono varie forme di cambiamento o di conservazione: conservare, cambiare, trasformare, apprendere, istruire, imporre, regolare, acquisire, ripetere, alterare, imitare, distruggere, costruire, seguire, proseguire, deviare, prendere, lasciare, abbandonare, mantenere, manutenere, legare, sciogliere, imprigionare, liberare, fissare, adattare, adattarsi, adeguare, adeguarsi, unire, dividere, interrompere, continuare, spostare, spostarsi, pulire, sporcare, avvicinare, allontanare, respingere ecc.
Il motivo del motivo. Con questo gioco di parole intendo il fatto che ogni motivazione (sia conservatrice che trasformatrice) "serve" ad una motivazione di livello logico superiore. In altre parole, è il mezzo con cui raggiungere un fine precedente. Possiamo quindi chiederci perché una persona vuole cambiare o conservare certe cose (o, come direbbe Schopenhauer, perché vuole ciò che vuole), e credo che a tale domanda si possa rispondere genericamente dicendo che ogni volontà serve a soddisfare dei bisogni. Banalmente possiamo allora dire che noi vogliamo ciò di cui abbiamo bisogno, a partire dai bisogni geneticamente determinati (ovvero innati), fino a quelli acquisiti attraverso le esperienze, l'apprendimento e le pressioni sociali.
Si può voler cambiare per migliorare (cioè per meglio soddisfare i propri bisogni) oppure per paura che il non cambiamento possa comportare un peggioramento. E, viceversa, si può scegliere di non cambiare per paura che il cambiamento possa essere peggiorativo. D'altra parte, siccome col tempo tutto deperisce, un cambiamento è sempre necessario, anche solo per evitare o rallentare il deperimento, o per ripristinare lo stato precedente al cambiamento indesiderato.
Una relazione tra due persone con attitudini e preferenze (rispetto ai cambiamenti) molto diverse o incompatibili è difficile se non impossibile. Infatti i conflitti tra esseri umani riguardano soprattutto cambiamenti voluti da una parte e non voluti da un'altra.
Se vogliamo convivere pacificamente e produttivamente dobbiamo dunque metterci d'accordo su cosa conservare e cosa cambiare in noi stessi e nell'ambiente naturale e sociale, ovvero nella cultura, nell'economia, nella politica, nella morale, nell'estetica ecc.
(Mio intervento al "Café Philo Lyon" del 23-11-2021 sul tema "Si può soddisfare il desiderio con la realtà?")
Per giustificare la mia risposta vorrei spiegare la mia idea del concetto di desiderio e delle dinamiche di cui esso è protagonista. E’ una spiegazione che qualcuno potrebbe considerare più psicologica che filosofica, ma per me non c’è alcuna differenza tra filosofia e psicologia.
Per giustificare la mia risposta vorrei spiegare la mia idea del concetto di desiderio e delle dinamiche di cui esso è protagonista. E’ una spiegazione che qualcuno potrebbe considerare più psicologica che filosofica, ma per me non c’è alcuna differenza tra filosofia e psicologia.
Io credo che i desideri siano dei meccanismi biologici essenziali per la sopravvivenza e la conservazione dell’individuo e della specie. Consistono nella ricerca del piacere e nell’evitamento del dolore (sia fisico che mentale). A loro volta il piacere e il dolore sono gli strumenti con i quali il corpo e l’inconscio controllano e dirigono il comportamento dell’individuo e l’attività mentale.
A mio parere i desideri si sviluppano a partire dai bisogni primari e secondari, cioè quelli innati e quelli acquisiti, in quanto mezzi per soddisfare i bisogni stessi. Io divido i bisogni umani primari nelle seguenti categorie: biologici, di integrazione sociale, di libertà, di dominazionee competizione, di conoscenza, di bellezza e piacere, e di coerenza (evitamento di sgradevoli dissonanze cognitive).
Per me la felicità consiste nella soddisfazione periodica, ciclica dei desideri sani, cioè quelli che conducono alla soddisfazione dei bisogni primari, e nella soppressione dei desideri insani, cioè quelli che non portano alla soddisfazione dei bisogni primari o la inibiscono.
Un fatto molto importante a proposito dei desideri è ciò che io chiamo anticipazione del piacere e del dolore, fenomeno tipicamente umano per cui la previsione di un piacere è essa stessa fonte di piacere, così come la previsione di un dolore è essa stessa fonte di dolore. E siccome il desiderio di qualcosa implica la previsione del piacere che l’ottenimento della cosa comporterebbe, il desiderio è già fonte di piacere, finché permane l’ottimismo circa il suo successo. In tal senso, il contrario del desiderio è la paura, che è fonte di dolore in quanto previsione di dolore.
Credo che esistano due tipi di desiderio: (1) il desiderio di qualcosa che ci manca e di cui abbiamo bisogno. Questo è regolato da meccanismi omeostatici (fisici e mentali), che fanno aumentare il desiderio proporzionalmente alla mancanza. (2) l’attrazione di qualcosa che stimola un nostro istinto, come ad esempio l’attrazione sessuale, o l’attrazione di un bell’oggetto o di una bella forma, che viene suscitata nel vederlo, attrazione che non c’è quando l’oggetto non è in vista. In tal senso possiamo dire che l’attrazione è la percezione di una promessa di piacere o di felicità.
Esiste tuttavia un desiderio di piacere generico, senza un oggetto determinato, che è presente soprattutto in chi ha provato del piacere, e desidera rinnovare tale esperienza.
Tornando alla domanda iniziale, alla quale ho già risposto, aggiungo, e concludo, che a volte scambiamo la realtà così com’è con quella che desideriamo che sia, per evitare il dolore associato a verità insopportabili. Questa mistificazione della realtà, se da una parte ci protegge dal dolore della verità, dall’altra rende più difficile la soddisfazione dei nostri desideri e quindi dei nostri bisogni.
Possiamo distinguere due tipi di conoscenza, che chiamerei rispettivamente “formale”, e “funzionale”.
Per
conoscenza formale intendo il riconoscimento di forme, per
conoscenza funzionale intendo la conoscenza delle
funzioni o
algoritmi (in senso matematico, logico o causale) che producono certe forme.
Possiamo definire le
forme come strutture sensibili, sensoriali, o percepibili. Esse includono sia percezioni geometriche e fisiche, sia emozioni o sentimenti.
La
fenomenologia del comportamento umano consiste in una conoscenza formale, a cui non è necessariamente associata una conoscenza funzionale.
In altre parole, la fenomenologia del comportamento non ha come scopo la spiegazione dei motivi per cui un certo comportamento viene prodotto, ma si limita a registrarne le forme esteriori ed eventualmente quelle interiori, ovvero le emozioni e i sentimenti connessi con le forme esteriori stesse.
A tal proposito, oserei dire che la fenomenologia, in quanto corrente filosofica, cerca di scoraggiare qualunque tentativo di spiegazione razionale o funzionale dei fenomeni intesi come percezioni, nel timore che la spiegazione (sempre teorica) limiti o alteri la comprensione empatica (mai teorica).
Direi che la
conoscenza formale è descrittiva, mentre la
conoscenza funzionale è esplicativa del perché certe forme hanno l’aspetto che hanno, e, per quanto riguarda le forme del comportamento umano, perché l’uomo si comporta come si comporta.
In realtà, tra la conoscenza formale e quella funzionale potremmo dire che esiste una conoscenza intermedia che potremmo chiamare conoscenza emotiva, o intelligenza emotiva, che cerca di “spiegare” il comportamento in termini di cause emotive o sentimentali.
In altre parole, l’intelligenza emotiva presume che l’uomo fa ciò che fa perché è spinto a farlo da certe emozioni o sentimenti, ovvero dal fatto che facendolo prova piacere, o prevede di provare piacere, oppure perché facendola evita di provare un dolore, o prevede di smettere di soffrire.
L’intelligenza emotiva non spiega perché nella mente del soggetto certe forme di comportamento evocano o causano piacere (o aspettative di piacere) e certe altre forme evocano o causano dolore (o aspettative di dolore). Lo stesso vale per forme negative di comportamento, ovvero per forme di “non comportamento”, vale a dire comportamenti inibiti o evitati in quanto associati mentalmente con sofferenze.
Una possibile spiegazione generica, e perciò insufficiente, dei motivi per cui certe persone associano certe emozioni a certi comportamenti consiste nell’avvenuta memorizzazione, consapevole o inconsapevole, di esperienze infantili o adolescenziali (ovvero in età in cui lo spirito critico del soggetto non era ancora abbastanza sviluppato) di premiazioni e punizioni, lodi e rimproveri, connesse con certi comportamenti, da parte di caregiver e di persone influenti in generale.
In altri termini, ogni comportamento che si è dimostrato vantaggioso per ottenere piaceri ed evitare dolori è stato memorizzato come positivo e anticipatorio di piacere, e ogni comportamento che si è dimostrato svantaggioso in tal senso è stato memorizzato come negativo e anticipatorio di dolore. Mi riferisco a piaceri fisici o mentali.
Ovviamente le connessioni tra forme di comportamento ed emozioni sono per lo più inconsce, automatiche e involontarie.
Per concludere, una conoscenza completa ed efficace dei comportamenti umani al fine di orientare il proprio comportamento verso la maggiore felicità possibile (propria e altrui) dovrebbe includere la conoscenza formale, l’intelligenza emotiva, e la conoscenza funzionale del comportamento umano proprio e altrui.
Questo è ciò che intendo quando raccomando l’indagine delle motivazioni del comportamento umano. Motivazioni in senso emotivo e funzionale.
L’uomo non ha una sola anima (intesa come ciò che lo anima, che lo fa muovere, che determina il suo comportamento, i suoi sentimenti, la sua coscienza), ma tante. A tal proposito, Giulio Giorello, dopo aver intervistato Daniel Dennett, scrisse un articolo dal titolo: “Sì, abbiamo un'anima, ma è fatta di tanti piccoli robot.”
NOTA: Sebbene il termine “anima” abbia nel linguaggio comune una connotazione spirituale, religiosa o esoterica, in questo testo io lo uso in senso sistemico, vale a dire come l’attività di tanti agenti mentali che agiscono in modo inconscio e automatico secondo certi algoritmi innati e appresi, che possono riprogrammarsi autonomamente e automaticamente per effetto delle esperienze del soggetto.
Per quanto riguarda il comportamento sociale dell’uomo, che lo distingue da ogni altra specie animale, io ritengo utile considerare la presenza di quattro anime:
- L’anima cooperativa, il cui scopo è quello di favorire la cooperazione con altri umani, indispensabile per la sopravvivenza e per la soddisfazione dei propri bisogni propri e altrui.
- L’anima competitiva, il cui scopo è quello di favorire l’ottenimento e il mantenimento della posizione gerarchica più alta possibile in quante più gerarchie sociali possibili (politiche, economiche, etiche, estetiche ecc.) a costi sostenibili.
- L’anima selettiva, il cui scopo è quello di esercitare la libertà di scegliere le cose, le persone e gli ambienti più adatti al soggetto, e specialmente le persone con cui interagire e i modi in cui farlo, al fine di soddisfare al meglio i propri bisogni.
- L’anima imitativa, il cui scopo è quello di apprendere, e conformarsi a, modelli di comportamento (linguaggi, regole, costumi, nozioni, narrazioni ecc.) usati e accettati dalla comunità a cui si appartiene o a cui si vorrebbe appartenere, per permettere le interazioni e le comunicazioni con gli altri, e per evitare l’isolamento sociale.
Nella figura seguente sono raffigurate le quattro anime sopra descritte, mediante immagini di mani in diverse posizioni e attività. Le icone dei misuratori significano che, in ogni momento, ciascuna anima può essere più o meno attiva e potente nell’influenzare il comportamento del soggetto.
Queste anime, che possono metaforicamente essere assimilate ai ministeri di un governo, o ai daimon socratici, corrispondono a quattro classi di bisogni umani “non fisici” di importanza fondamentale, che possono essere connotati come “bisogni sociali” in quanto hanno come scopo le interazioni sociali indispensabili per la sopravvivenza e per la soddisfazione di quasi tutti i bisogni (fisici e non fisici).
L’attività motivante delle quattro anime avviene simultaneamente, e ognuna di esse cerca di determinare o di influenzare il comportamento del soggetto in modo da favorire la propria “politica”, cioè i propri scopi e le proprie strategie di ottenimento. Le logiche e i meccanismi d’azione delle anime sono per lo più inconsci.
Gli obiettivi a cui le diverse anime mirano possono essere più o meno convergenti o divergenti, ovvero più o meno in accordo o in conflitto tra loro.
L’idea delle quattro anime, pur non costituendo una teoria scientifica, fornisce quattro chiavi di comprensione del comportamento sociale umano, nel senso che è idealmente possibile spiegare ogni atto o gesto sociale come motivato, o causato, da una o più di esse.
In tal senso, le quattro anime possono essere d’aiuto sia per migliorare i propri rapporti con gli altri (in quanto favoriscono una migliore spiegazione del comportamento proprio e altrui), sia per facilitare una psicoterapia o autoterapia. Intendo dire che nel corso di una psicoterapia o autoterapia potrebbe essere utile interpretare i sentimenti e le motivazioni del paziente mediante le chiavi di comprensione derivanti dall’idea delle quattro anime.
Per verificare quanto ho scritto, prendere qualsiasi esempio di comportamento sociale umano, e chiedetevi perché “quella” persona si comporta in un “quel” modo o in "quei" modi. Ebbene, presumo che la risposta, ovvero la spiegazione di quel comportamento, potrebbe consistere nella motivazione prodotta da almeno una delle quattro anime, spesso da più di una, o da tutte e quattro simultaneamente.
Infatti il nostro inconscio è continuamente intento a favorire la cooperazione con altri umani e ad evitare tutto ciò che potrebbe impedirla od ostacolarla. Allo stesso tempo l’inconscio si preoccupa del nostro status nelle diverse gerarchie in cui siamo competenti, compresa la gerarchia morale, e ci spinge a migliorare e a difendere le nostre reputazioni, in quanto da esse dipende il rispetto e
l’apprezzamento degli altri nei nostri confronti. D’altra parte l’inconscio tutela la nostra libertà, che è soprattutto libertà di scegliere ciò che più favorisce la soddisfazione dei nostri bisogni, e in particolare la libertà di scegliere con chi interagire e come interagire. Infine, il nostro inconscio ci spinge a tenerci “al corrente” per quanto riguarda la situazione sociale, ovvero ad apprendere i costumi, le narrazioni, i linguaggi, le mode, i modelli di comportamento, ecc. in modo da non restare “indietro” o socialmente isolati.
Una difficoltà nell’uso dell'idea delle quattro anime sta nel fatto che non siamo abituati a considerare un comportamento come causato da motivazioni inconsce e multiple. Tendiamo infatti a pensare che le motivazioni nostre e altrui siano il risultato di ragionamenti consapevoli orientati ad un singolo obiettivo. In realtà le motivazioni del comportamento umano sono per lo più inconsce e molteplici, e richiedono un particolare sforzo per vedere insieme, sinotticamente, dinamiche diverse aventi obiettivi diversi, che possono anche essere contrastanti.
Anche in questo contesto, è perciò importante avere una sensibilità per la complessità della vita, della società e della mente umana, perché pensare in modo semplicistico può indurci a fare scelte sbagliate e a giudicare in modo errato e ingiusto il comportamento proprio e altrui.
Post scriptum
Un mio amico mi ha fatto osservare che "Nietzsche si lamenterebbe del fatto che hai dimenticato i due modi o istanze che per lui sono fondamentali: il comandare e l'obbedire. Eppure le chiese, gli eserciti, ecc., si basano proprio su queste due istanze particolari (con varie dosi di iniezioni delle tue quattro). Per esempio, equipari la gerarchia alla competizione. Ma la gerarchia non necessita solo o soprattutto la competizione: essa si basa per lo più sull'impulso a comandare e sull'impulso complementare a obbedire.
Quanto a Freud, troverebbe che hai lasciato da parte le due istanze per lui fondamentali ("Psicologia delle masse..."): il voler guidare gli altri e l'essere guidati dall'Altro. Direi anche: l'impulso a voler essere applaudito e osannato, e quello di applaudire un Leader e osannarlo. E' l'impulso a voler essere applaudito che spinge tanti alle carriere artistiche e letterarie, come anche alla politica, al giornalismo, ecc."
Gli ho risposto che le sue osservazioni sono molto appropriate, tuttavia nella mia concezione gli impulsi da lui menzionati non sono autonomi rispetto alle quattro anime, ma effetti di esse. Intendo dire che il comandare e l'ubbidire, non solo si stabiliscono come effetto di una gerarchia competitiva, ma costituiscono anche una forma di cooperazione, ovvero un modo di cooperare, peraltro ben "ordinato", oltre a rientrare nella selezione, in quanto i rapporti servo-padrone si stabiliscono anche come risultato di una selezione (il padrone sceglie si suoi servi e i servi scelgono i loro padroni quando la servitù è volontaria). Infine i rapporti servo-padrone si stabiliscono anche come imitazione di modelli "servo-padrone" che percepiamo nella società, e che scegliamo di imitare.
Questo discorso vale anche per quanto riguarda la ricerca dell'ammirazione o la tendenza ad ammirare/seguire, che possiamo spiegare in base alle quattro anime. Infatti il rapporto tra ammiratore e ammirato, tra seguace e leader, è in un certo senso cooperativo, in quanto interazione in cui ogni parte ottiene qualcosa di buono; è competitivo, perché per ottenere l'ammirazione bisogna eccellere, cioè competere, in qualche arte o capacità; è selettivo in quanto ognuno sceglie chi ammirare o i campi in cui eccellere (quelli che più corrispondono alle proprie possibilità); è imitativo in quanto la cultura propone "modelli di ammirazione" che la gente adotta selettivamente, anche per qualificarsi.
(Versione aggiornata al 31/7/2019)
In questo articolo ipotizzo una struttura generale sistemica della mente e i principi generali del suo funzionamento.
Le seguenti figure (la seconda e la terza sono ciascuna un'esplosione della precedente) rappresentano la mente come "sistema" composto di sottosistemi intercomunicanti, ciascuno specializzato in particolari funzioni che contribuiscono, in modo coordinato, al funzionamento generale della persona, cioè al suo comportamento e alla sua sopravvivenza. (Fare clic sulle figure per ingrandirle).
Figura 1: Struttura della persona e della sua mente
Figura 2: Struttura delle mente senza dettagli
Figura 3: Struttura della mente con dettagliPRINCIPI GENERALI
- La vita si basa sui "bisogni" (innati e acquisiti) e sulla loro soddisfazione attraverso interazioni col mondo esterno e tra gli organi interni.
- Le modalità di soddisfazione dei bisogni sono codificate in informazioni sia innate (cioè geneticamente determinate), sia "apprese" attraverso le esperienze.
- Il corpo umano è un sistema, i suoi organi (fino alle cellule) sono sottosistemi che interagiscono tra di loro e con l'esterno per soddisfare i bisogni dell'individuo.
- Una mente è un elaboratore (cibernetico) di informazioni; non può essere separata da un corpo perché ha bisogno di supporti fisici per esistere; essa governa il comportamento interno ed esterno dell'individuo o dell'organo che la contiene.
- Ogni organo vivente, a partire dalla cellula, ha una mente e dei bisogni. Pertanto la mente umana è l'insieme integrato e coordinato delle menti dei suoi organi.
- Il piacere (per l'uomo e gli altri esseri viventi capaci di provarlo) è suscitato dalla soddisfazione di bisogni, il dolore dalla loro frustrazione.
- Il funzionamento di ogni sottosistema (o organo) è governato da algoritmi (con un certo grado di casualità) capaci di apprendere e quindi di modificarsi.
- Ogni sottosistema comunica e coopera con diversi altri (attraverso la rete neurale e ormonale) per determinare i suoi output (informazioni, energie, sostanze).
- L'interdipendenza umana è la fonte dei bisogni peculiarmente umani. Infatti l'uomo non può sopravvivere a lungo al di fuori di almeno una comunità.
- La mente umana serve soprattutto a gestire le interazioni umane e si forma attraverso esse.
- Essere (identità) = appartenere (a gruppi e categorie con caratteristiche particolari).
- La vita sociale consiste in apprendimento, educazione, condivisione (di beni, servizi, linguaggi, forme, norme, valori, conoscenze ecc.), attraverso imitazione, cooperazione, e competizione.
- Ogni umano ha una o più "comunità interiori" o "virtuali" dovute all'imprinting di esperienze vissute durante l'infanzia e successivamente. Tali comunità virtuali influenzano il suo comportamento sociale mediante particolari pulsioni e inibizioni.
- I disagi e i disturbi psichici (esclusi quelli dovuti ad alterazioni fisiologiche del sistema nervoso) sono causati dalla frustrazione di bisogni, e da conflitti ("doppi vincoli") tra bisogni antagonisti.
CHIARIMENTI
Un mio amico mi ha chiesto: "Come poni questo tuo modello rispetto a quelli modulari, per esempio, di Fodor e Pinker? Altra domanda: come interpretare il fatto che poni la rete neurale e ormonale nel mezzo tra due batterie di sottosistemi?"
Segue la mia risposta.
Direi che il mio modello è sicuramente modulare, anche se suppongo, come ho scritto in una nota, che certi sottosistemi siano “distribuiti” fisicamente in più zone del sistema nervoso o del corpo in generale. Inoltre non escluderei proprietà ologrammatiche, ovvero repliche diffuse di informazioni (come per il DNA) e di funzioni.
Il mio modello è al tempo stesso cognitivista e psicodinamico (avrai notato la presenza del super-io), sistemico, ovvero cibernetico, e non behaviorista nel senso stretto del termine.
L’idea di Fodor che i processi cognitivi di alto livello non siano modulari mi lascia perplesso. Io infatti suppongo che tali processi siano comunque di pertinenza di un “sottosistema” (ovvero modulo) cognitivo (conscio e inconscio), anche se i relativi processi, cioè i “pensieri” non sono modulari ma “seriali” e “reticolari”.
Probabilmente la querelle tra Fodor e Pinker è solo apparente ed entrambi hanno ragione. Forse Fodor ha letto in modo riduttivo o riduzionista la visione di Pinker. Penso infatti che non si possa criticare qualcuno per ciò che non dice, ma solo per ciò che asserisce e ciò che esclude, e immagino che Pinker non abbia escluso le idee di Fodor, che possono essere considerate un’estensione, un completamento o un approfondimento di quelle di Pinker.
Il mio modello non è riduzionista (spero) e non esclude nessun fenomeno o meccanismo non ancora scoperto da scienziati o filosofi. E’ un tentativo di costituire un quadro generale da cui partire per approfondire i diversi aspetti della mente e della natura umana, come auspicato da Edgar Morin, che lamenta l’assenza di una specializzazione accademica: quella della generalità della vita. Come in un grande sistema informatico, è impensabile disegnarne o descriverne gli aspetti o gli elementi di dettaglio senza partire da una struttura “generale”, ovvero di alto livello, che può poi essere sezionata e approfondita sezione per sezione, ma senza mai trascurare interazioni tra le diverse sezioni (o moduli o sottosistemi), giacché non possiamo conoscere le cose in sé ma solo le relazioni tra le cose, come ci insegna Gregory Bateson.
Il mio modello è evoluzionistico in quanto credo sia il risultato di adattamenti della specie alle pressioni ambientali e in particolare alla condizione di interdipendenza funzionale degli esseri umani, come indicato nei principi generali. Tuttavia siamo ormai passati, come sai bene, da una evoluzione genetica ad una “memetica”, che per la mente è di grande importanza.
Il concetto di “incapsulamento” funzionale mi lascia perplesso e lo userei con cautela. Credo che certi “moduli” mentali non siano facilmente incapsulabili dal momento che comunicano simultaneamente con molti altri. Inoltre, come ho indicato nei principi generali, gli algoritmi che governano i moduli hanno un certo grado di aleatorietà.
Io credo che il difetto di molte teorie sulla mente (e che spero di evitare nella mia) sia quello di definire un modello abbastanza semplice da poter essere descritto in termini semplici, cosa che porta fatalmente ad un certo riduzionismo o addirittura semplicismo. Nel mio modello ci sono invece aree "misteriose" che non pretendo di spiegare, come la volontà (compreso il libero arbitrio), la coscienza e il sentimento, anche se possiamo immaginare certe relazioni e interazioni tra tali entità e il resto del “sistema”.
Vorrei a questo punto confrontare il mio modello con gli otto requisiti di un sistema “modulare”:
- Specificità del dominio: i moduli operano solo su determinati tipi di input, sono specializzati. [OK, salvo il fatto che diversi moduli si possono influenzare reciprocamente.]
- Incapsulamento informativo: i moduli non devono necessariamente fare riferimento ad altri sistemi psicologici per poter funzionare. [Parzialmente d'accordo, ma un modulo può avere molte connessioni con altri moduli e comportamenti reattivi con un certo grado di aleatorietà.]
- Attivazione obbligatoria: i moduli vengono elaborati in modo obbligatorio. [Nel mio modello ci sono aleatorietà, ovvero eccezioni alle regole e comportamenti “misteriosi”.]
- Alta velocità di elaborazione: probabilmente a causa del fatto che sono incapsulati (quindi necessitano solo di consultare un database limitato) e obbligatori (non è necessario sprecare tempo per determinare se elaborare o meno l'input in entrata) [OK.]
- Uscite di basso livello: l'output dei moduli è molto semplice. [Non sempre: nel mio modello l’output può essere non univoco, ambivalente, conflittuale, perfino paralizzante.]
- Accessibilità limitata. [OK nel senso che certi moduli non sono localizzabili e non possono comunicare con tutti gli altri, ma solo con alcuni altri, anche se la plasticità del sistema nervoso può creare nuove connessioni in certi casi.]
- Ontogenesi caratteristica: c'è una regolarità di sviluppo. [parzialmente d'accordo. Infatti mio modello l’ontogenesi si accompagna con l’apprendimento, ovvero uno sviluppo in cui le interazioni con gli altri moduli o con l’esterno influenzano lo sviluppo e perfino l'espressione genica.]
- Architettura neurale fissa. [Parzialmente d'accordo. Infatti, come detto sopra, la plasticità del sistema nervoso rende la rete di connessione modificabile.]
Per quanto riguarda la tua domanda “come interpretare il fatto che poni la rete neurale e ormonale nel mezzo tra due batterie di sottosistemi?”, ti rispondo che la rete neurale è disegnata come il “bus” di un computer, che permette a tutti i moduli di comunicare potenzialmente con tutti gli altri.
La posizione di ogni modulo nello schema non è significativa. L’architettura a "bus" è indispensabile nei computer per evitare “gli spaghetti” ovvero connessioni fisiche inestricabili (cavi elettrici) di tutti con tutti. Basta quindi collegare un modulo al bus, e in tal modo esso può comunicare con qualsiasi altro collegato allo stesso bus.
Suppongo che la rete neurale (neuroni, assoni, sinapsi, dendriti ecc.) funzioni come il bus di un computer, ovvero come un canale di comunicazione. Suppongo inoltre che un neurone possa avere un doppio ruolo: come nodo di comunicazione (di transito) di una rete, e come micromodulo di un sistema più grande, con funzioni particolari.
Vedi l'articolo "Modularità della mente" in Wikipedia.
Vedi anche Comprendere la natura umana.