La psicoanalisi è troppo importante per lasciare che se ne occupino solo gli psicoanalisti.
Se capisci la psicoanalisi e credi nei suoi assiomi fondamentali, non puoi non usarla nell'affrontare qualsiasi problema umano e sociale.
La psicoanalisi delle interazioni sociali indaga ciò che avviene nell'inconscio quando si interagisce con gli altri, e che viene negato, dissimulato o mistificato dalla coscienza perché considerato immorale.
Da un punto di vista biologico, se potessimo ricordare tutte le nostre percezioni passate impazziremmo. Un filtro è indispensabile. Tuttavia questo filtro può essere più o meno "innocente". E' il tema centrale della psicoanalisi.
Chi studia psicologia e filosofia non può non "criticare" i bisogni che gli esseri umani hanno o dicono di avere. La psicologia, e la psicoanalisi in particolare, ci insegnano a non credere a ciò che la gente afferma quando parla di sé. Questo vale ovviamente anche per lo stesso studioso. Io infatti non mi fido nemmeno di me stesso, di ciò che dico e di ciò che penso. Quando dico qualcosa non sono mai sicuro di dire la verità. Ho imparato la lezione dei "maestri del sospetto" (Nietzsche, Marx, Freud).
Ci sono persone che hanno una permanente carica di negatività (frustrazione, odio, rabbia, paura, aggressività ecc.) che cerca e coglie qualsiasi occasione per esprimersi. Tali persone sostengono che le proprie reazioni emotive siano causate da particolari circostanze, persone o eventi a loro esterni e ostili. In realtà quelle presunte cause sono solo pretesti per giustificare il malumore, il disagio e l'ostilità accumulati precedentemente. È difficile che uno ammetta di essere portatore abituale di ostilità.
La psicoanalisi ci ha insegnato a non fidarci di nessuno, nemmeno di noi stessi, dato che la coscienza è sempre pronta a nascondere o mistificare le motivazioni inconfessabili dell’inconscio (il vero direttore del nostro comportamento).
Questa sfiducia generalizzata, non solo è causa di stress psichico, ma rende difficili i nostri rapporti sociali. Tra l'altro, ci costringe a nascondere la nostra sfiducia nel prossimo per non offenderlo.
Come sarebbe bello potersi fidare di qualcuno, aver fede in qualcosa!
Io non condivido molte idee di Freud, specialmente quelle che hanno a che fare con lo sviluppo sessuale e le relative simbologie, ma ritengo questo autore un grande demistificatore, un rivoluzionario del pensiero, del calibro di Darwin, Nietzsche e Marx, anche solo per la sua teoria dell'inconscio (inteso come es e super-io). Una teoria che va corretta e completata, ma che ci ha insegnato un fatto fondamentale: che l'io (inteso come io cosciente) "non è padrone in casa propria" in quanto è succube inconsapevole del suo inconscio. Una realtà che la maggior parte dell'umanità ancora non riesce a vedere, né a capire.
L'io cosciente è il consulente del resto del corpo. Gli consiglia cosa fare e cosa non fare (esiste per questo), ma è il resto del corpo che decide se, e in quale misura, seguire i suoi consigli.
Infatti l'io cosciente dà spesso al resto del corpo consigli non richiesti, che a volte vengono presi in considerazione, altre volte ignorati, secondo meccanismi a noi ignoti.
A volte il resto del corpo, non sapendo cosa fare, chiede consigli all'io cosciente, altre volte gli impone di tacere e di non disturbarlo per un certo periodo tempo.
Per questo giustamente Freud ha scritto che l'io non è padrone in casa sua.
Il termine "io" è uno dei più usati e dei meno chiaramente definiti. Infatti non è chiaro se con esso ci si riferisce all'intera persona o ad una parte di essa.
La psicoanalisi ha definito l'io come la parte cosciente della persona (io cosciente), distinguendola dalla mente inconscia e dal resto del corpo, ma l'ambiguità semantica rimane nell'uso corrente del termine e nel nostro stesso modo di pensare.
Ancor meno chiara è la definizione delle funzioni e delle capacità dell'io, ovvero cosa esso possa e non possa fare nei confronti della propria persona, degli altri come singoli, e della comunità.
Infatti ognuno di noi "è" o "ha" un io, e vive nella fatale ignoranza di cosa egli stesso sia e cosa possa e non possa fare.
Franco Ferrarotti considera la sociologia la regina delle scienze umane, quella che le integra tutte, ma ha una cattiva opinione (e una molto scarsa conoscenza) della psicologia, che per lui si riduce al pensiero di Freud e di Jung (oltre al lavoro dei primi psicologi sperimentali, come Pavlov). Vedi
https://youtu.be/a_REKcny3BY dai minuti 27:28 a 29:37.
La psicologia, se vogliamo usare questo termine al singolare (io preferisco usarlo al plurale), è molto di più e di vario di ciò che pensa Ferrarotti, che evidentemente vuole portare tutta l'acqua al suo mulino in quanto professore di sociologia. Uno degli svarioni più grossi di Ferrarotti è l'idea che il fine della psicologia (e della psicoterapia) sia quello di far accettare al paziente la società così com'è. Se lo sentissero parlare, Erich Fromm e altri grandi psicologi si rivolterebbero nella tomba.
Il mio concetto di inconscio è più ampio di quello freudiano (pur includendolo) e in esso io metto qualsiasi automatismo percettivo, logico, pulsionale, psicomotorio, sentimentale, emotivo, omeostatico, metabolico ecc.
Ogni automatismo è regolato da una logica, o software, ovvero da strutture di informazioni passive e attive, e questa logica può essere strutturata in modo più o meno “sano” nel senso di più o meno adatto alla soddisfazione dei bisogni primari della persona., giacché tale è lo scopo delle logiche che animano la vita.
La psicoterapia o l’automiglioramento consistono nell’individuare gli “errori” ovvero i “disturbi” o le “patologie” nelle logiche inconsce, ovvero negli automatismi, e correggere gli "errori" attraverso un opportuno training terapeutico e/o esperienziale fino alla formazione di automatismi alternativi permanenti più adatti, cosa che richiede un certo tempo biologico più o meno lungo, in quanto disimparare è molto più difficile che imparare.
A tale proposito segnalo il libro “Inconscio e ripetizione. La fabbrica della soggettività” di Tiziano Possamai.
Nell'inconscio c'è qualcosa che "calcola" continuamente il nostro status sociale, ovvero la nostra posizione e il nostro grado di integrazione e accettazione nella comunità. In altre parole, viene calcolato il rischio di essere espulsi o emarginati da essa a causa di comportamenti "colpevoli" ovvero "immorali".
È ciò che Freud chiamava il "super-io". Si tratta di un automatismo inconscio e involontario (quindi un "algoritmo" a tutti gli effetti), la cui funzione evoluzionistica è quella di assicurare il mantenimento di ogni essere umano all'interno di una comunità, dal momento che non potrebbe sopravvivere altrimenti.
La "comunità" a cui il super-io fa riferimento non è qualcosa di oggettivo, ma un costrutto mentale basato sulle relazioni sociali passate e presenti in cui il soggetto è stato e/o è coinvolto.
Il funzionamento del super-io può essere più o meno sano o malato rispetto alla sua funzione. Possiamo infatti dire che è malato quando i suoi calcoli non corrispondono alla realtà, ovvero quando il rischio di emarginazione reale è molto più basso o molto più alto di quello calcolato, per cui si possono avere, nel primo caso, sensi di colpa ingiustificati e immotivati e, nel secondo caso, assenza di sensi di colpa quando sarebbero necessari o utili per una convivenza pacifica e per la stessa sopravvivenza.
Ogni senso di colpa ingiustificato, oltre a provocare sofferenza e inibizioni, può essere causa di disturbi psicosomatici. Perciò andrebbe preso in seria considerazione.
Per quanto sopra, lo scopo di una psicoterapia dovrebbe essere quello di verificare la validità dei "calcoli" dei rischi di emarginazione sociale fatti dal super-io del paziente. In caso di discrepanze importanti, la terapia dovrebbe rieducare il super-io del paziente a "calcolare" in modo più realistico.
Per me tutta la psicologia (tranne quella che riguarda i processi fisiologici di base della mente) è “sociale”, nel senso che la mente è essenzialmente uno strumento per gestire (consciamente e ancor più inconsciamente) i rapporti con gli altri umani. E’ un’idea che ho appreso da George Herbert Mead, e che mi sembra sia sempre più condivisa dagli studiosi di psicologia e dagli psicoterapeuti. Infatti si parla sempre di più di psicologia e di psicoterapia “relazionali”.
D’altra parte la psicoanalisi ci insegna che l’uomo tende a rimuovere e a non prendere coscienza delle “vere” motivazioni del proprio comportamento, specialmente quando riguardano i rapporti con gli altri e hanno una connotazione morale, come ad esempio la difesa e l’accrescimento del proprio valore e status sociale, confrontati con quelli altrui.
Capisco anche che ai più dia fastidio, e venga considerato offensivo, che qualcuno sospetti che le loro vere motivazioni siano diverse da quelle che essi credono di avere. E’ un po’ come affermare o insinuare che uno stia mentendo agli altri e a se stesso.
Infatti io penso che quasi tutti gli esseri umani (me compreso) ingannano inconsapevolmente gli altri, perché si auto-ingannano, come spiegato molto bene da Daniel Goleman nel suo libro intitolato “Menzogna, autoinganno, illusione” che consiglio a tutti di leggere.
In conclusione, io suppongo che per ogni essere umano i rapporti sociali siano al centro delle proprie motivazioni (specialmente quelle inconsce), anche per coloro che cercano di essere sempre più indipendenti dagli altri, e rinunciano a relazioni sociali in quanto ritenute causa più di sofferenze che di gioie.
Ovviamente non posso dimostrare che quanto ho scritto sopra sia vero, tuttavia lo ritengo non solo plausibile, ma anche molto probabile, e uso tale “conoscenza” per orientarmi nella vita e nei rapporti con gli altri.
Resta il fatto che ci sono differenze importanti, da persona a persona, per quanto riguarda il bisogno di appartenenza/integrazione sociale, e il bisogno di individuazione/libertà. In alcuni prevale il primo, in altri il secondo. Ma anche il bisogno di libertà è “relazionale”; in quanto parliamo di libertà dai vincoli che gli altri ci pongono, ed è sempre una libertà limitata e mai definitiva. Infatti non possiamo mai fare a meno degli altri, né ignorarli, se non per brevi periodi.
Più discuto con qualcuno sulla natura umana e più mi pare che la maggiore parte della gente crede che la mente* sia unitaria (ovvero non costituita da parti autonome), comandata e supervisionata dalla coscienza, tranne in casi di malattie mentali, in cui la mente, per cause biofisiche o biochimiche, si trova dissociata in parti che non rispondono al controllo dell'io, dove per "io" si intende, al tempo stesso, la coscienza, la memoria, l'attenzione, la ragione e la volontà (o libero arbitrio).
* con il termine "mente" intendo sia sia la mente comunemente detta, sia la "psiche", ovvero il conscio e l'inconscio, vale a dire il consapevole e l'inconsapevole, considerati come entità interagenti.
Come potete immaginare, io la penso diversamente. Credo, cioè, che l'io, che preferisco chiamare "io cosciente" sia solo uno di diversi agenti mentali autonomi che costituiscono la mente e che interagiscono tra di loro scambiandosi informazioni (tra cui comandi, domande e risposte) all'insaputa dello stesso io. Questo ha uno scarso potere sul resto della mente, s'illude di comandarla, ma in realtà è governato da vari agenti mentali che si contendono il dominio su di esso. Sì, perché l'io cosciente, sede della razionalità, non è nato, nel corso dell'evoluzione, per comandare l'organismo, o la mente, ma per servirla, ovvero per facilitare la soddisfazione dei bisogni dell'individuo e della specie, sia quelli innati (ovvero geneticamente determinati) che quelli acquisiti nel corso delle esperienze.
Devo questa mia visione della mente alla lettura di diversi autori (filosofi e/o psicologi) come George Herbert Mead, Gregory Bateson, Edgar Morin, Marvin Minsky, Arthur Schopenhauer, Friedrich Nietzsche, Sigmund Freud, Luigi Anepeta, Alfred Korzybski e altri.
Vedere la mente come complesso monoautonomico (in cui l'io è prevalentemente dominante) o pluriautonomico o psicodinamico (in cui l'io è prevalentemente dominato) ha delle implicazioni profonde nella visione del mondo, della società e di se stessi da vari punti di vista, tra cui quelli psicologico, psicoterapeutico, epistemologico, etico, politico ed economico, e nel modo di ragionare e di giudicare il comportamento umano. Si tratta di due visioni antitetiche e mutuamente incompatibili che possono spiegare molto bene la discordia e l'incomprensione tra i sostenitori della centralità e autorità assoluta dell'io e quelli della psicodinamica, per esempio, nelle discussioni politiche.
Al fine di una migliorare la comprensione, il rispetto e la convivenza tra gli esseri umani, ritengo necessario affrontare e approfondire questo tema nelle scuole e nella vita sociale. Sono infatti convinto che se la maggioranza della gente accettasse l'idea che la nostra mente è costituita da diversi agenti mentali autonomi che condizionano l'io, ci sarebbero meno conflitti tra le persone, più comprensione dei fenomeni sociologici e psicologici e una maggiore soddisfazione dei bisogni umani attraverso interazioni umane più cooperative e costruttive.
Tutti sanno che il corpo umano è costituito da organi autonomi che collaborano tra loro, nessuno dei quali domina sugli altri e ognuno dei quali, in caso di malfunzionamento, è in grado di mettere in crisi l'intero organismo. Verrà un giorno in cui anche la mente sarà vista nello stesso modo.
Concludo con alcune citazioni.
Un pensiero viene quando vuole "lui", non quando voglio "io". [Friedrich Nietzsche]
La coscienza è l'ultimo e più tardo sviluppo dell'organico e di conseguenza anche il più incompiuto e il più depotenziato... Si pensa che qui sia il nocciolo dell'essere umano: ciò che di esso è durevole, eterno, ultimo, assolutamente originario! Si considera la coscienza come una stabile grandezza data! Si negano il suo sviluppo, le sue intermittenze! la si intende come unità dell'organismo! Questa ridicola sopravvalutazione, questo travisamento della coscienza hanno come corollario un grande vantaggio, consistente nel fatto che con ciò è stato impedito un troppo celere perfezionarsi della medesima. Perché gli uomini ritenevano di possedere già la coscienza, si sono dati scarsa premura per acquistarla, e anche oggi le cose non stanno diversamente! [Friedrich Nietzsche]
L’individuo è libero di fare ciò che vuole, ma non di volere ciò che vuole. [Arthur Schopenhauer]
Wundt cercava, nel sistema nervoso, dei centri responsabili dell'unità di azione della persona, ma non riuscì ad isolarne alcuno. L'unità del comportamento è un'unità di integrazione, ma il modo in cui tale integrazione tra le diverse parti avviene è per noi sconosciuto. [George Herbert Mead]
Dimostreremo che si può costruire una mente da tante piccole parti, ciascuna senza una mente. [Marvin Minsky]
Una persona fa ciò che fa perché percepisce il mondo in un certo modo. [Alfred Korzybski]
L'io cosciente, in nome del suo bisogno supremo di unità, di coesione e di coerenza, adotta meccanismi di repressione e di rimozione nei confronti di tutti gli aspetti interni contraddittori, quindi costruisce un'immagine di sé unitaria che è falsificata. [Luigi Anepeta]
l’Io non è padrone in casa sua. [Sigmund. Freud]