Dimmi cosa scegli e ti dirò chi sei.
Quando non sai cosa fare, non fare nulla.
Ognuno adotta la morale che gli conviene.
Ognuno sceglie i filosofi che lo assolvono.
Il più forte sceglie il tema della conversazione.
Ogni umano può scegliere a quali stimoli esporsi.
Il tradimento è una scelta unilaterale di libertà.
Cambiare me stesso o cambiare qualcosa fuori di me?
Condividere o non condividere? Questo è il dilemma.
Il cuore decide e la ragione giustifica la decisione.
I gusti condivisi sono gioiosi, quelli non condivisi tristi.
Ogni scelta comporta la non scelta delle opzioni alternative.
A volte, volendo fare tante cose, si finisce per non fare nulla.
Ogni scelta presuppone la scelta del criterio da seguire nella scelta.
La selezione sociale consiste nello scegliere con chi e quando interagire.
L'uomo migliore è quello che fa le scelte migliori per sé e per gli altri.
Non abbiamo scelto di nascere e, tranne in rari casi, non sceglieremo di morire.
A ognuno piace giocare ai giochi in cui è vincente e non a quelli in cui è perdente.
Mentre tu decidi a cosa fare attenzione il tuo inconscio fa le sue scelte e te le impone.
La vita e il caso mi offrono continuamente opzioni, e qualcosa in me sceglie quali prendere.
Il mondo è pieno di cose belle e di cose brutte. Fortunato chi può scegliere quali guardare.
L’inconscio chiede, la coscienza decide, cioè esegue le richieste nella misura in cui le approva.
Quando prendere decisioni ed eseguirle sono attuati da persone diverse abbiamo un sistema sociale.
Una scelta non casuale è sempre conseguenza di una logica, ovvero di una legge fisica o informatica.
Il libero arbitrio è limitato dalle, e alle, opzioni che in ogni momento la vita ci offre e ci toglie.
Ogni scelta costituisce la risposta ad una domanda, e ogni risposta ad una domanda presuppone una scelta.
Esercitare il libero arbitrio significa scegliere liberamente con chi/cosa/come interagire, momento per momento.
La maggior parte della gente si accontenta degli amici, degli amori e della religione che la sorte gli ha fatto incontrare.
Il mondo è così grande che non possiamo vederlo tutto insieme. Perciò in ogni momento dobbiamo scegliere quale parte guardare.
Una cosa che ogni umano si chiede (consciamente o inconsciamente) è: Che posso fare per farmi apprezzare maggiormente dagli altri?
Forse il problema più arduo della filosofia è conciliare l'assenza di libero arbitrio con l’esortazione a fare le scelte più opportune.
Un essere umano non può fare a meno di interagire con altri esseri umani, ma i più fortunati possono scegliere con chi e come interagire.
La mente è un sistema decisionale. Serve a rispondere a domande e a fare scelte. In realtà scegliere equivale a rispondere ad una domanda.
La letteratura, l’arte, l’architettura, la moda, sono corrotte quando vengono create e usate come strumenti di competizione e di selezione sociale.
La libertà di scelta è una bella cosa se siamo noi a scegliere o se siamo scelti come compagni o come autorità, una brutta cosa se non siamo scelti.
Ogni allievo che può scegliere i suoi maestri ha i maestri che si merita. Ogni maestro che può scegliere i suoi allievi ha gli allievi che si merita.
Se è vero che il passato influenza il futuro, le nostre scelte sono influenzate dal nostro passato. Infatti il nostro passato limita la nostra libertà.
In ogni momento dobbiamo scegliere se comandare o obbedire a certe entità (persone, cose, idee, sentimenti, pulsioni ecc.) esterne e interne ai nostri corpi.
La società umana ha tre anime: una cooperativa, una competitiva e una selettiva, a volte in guerra tra loro, a volte alleate, a volte palesi, spesso nascoste.
Una scelta consapevole è sempre limitata dalla consapevolezza delle opzioni praticabili. Chiediamoci dunque quali siano le nostre opzioni e quanto siano praticabili.
L'uomo non ha un'anima unica, ma almeno quattro, e un ministero per ciascuna di esse: cooperazione, competizione, imitazione, selezione. Ovviamente sono anime mortali.
In ogni momento l'inconscio influenza il proprio io cosciente. In ogni momento l'io cosciente deve decidere in quale misura e in che modo obbedire o resistere al suo inconscio.
L'io cosciente deve continuamente scegliere se (e in quale misura) comandare o obbedire al suo inconscio, e se (e in quale misura) mantenerlo o cambiarlo, per quanto possibile.
Ci sono infinite cose che potrei scegliere di fare, ma di pochissime sono di volta in volta consapevole. Ciò riduce enormemente la mia libertà pratica rispetto a quella teorica.
Un problema enorme è costituito dalla libertà di scegliere con chi cooperare e con chi no. Libertà che favorisce chi sceglie, ma condanna chi non è scelto dalle persone desiderate.
Tra due opzioni scegliamo sempre quella che, tutto sommato, ci appare al tempo stesso, consciamente o inconsciamente, nel presente e nel futuro, la più piacevole e la meno dolorosa.
Le scelte più importanti per un essere umano consistono nel decidere con chi interagire e con chi non farlo, chi frequentare e da chi stare lontani, di chi fidarsi e di chi diffidare.
Scegliere in modo consapevole, valutando razionalmente tutte le opzioni disponibili, è faticoso e rischioso. Per questo i più preferiscono delegare le proprie scelte al proprio cuore.
Un'infinità di cose avvengono continuamente nella nostra mente a nostra insaputa, cose che determinano le nostre motivazioni, i nostri pensieri, i nostri sentimenti e le nostre scelte.
Il saggio sa quando conviene guidare e quando lasciarsi guidare, quando dominare e quando servire, quando lavorare e quando riposare, quando cercare la compagnia e quando la solitudine.
In ogni momento scegliamo, consciamente o inconsciamente, da quali stimoli farci stimolare e da quali evitare di farci stimolare. Da tale scelta dipende il nostro futuro e la nostra felicità.
La prima disgrazia di un essere umano, il suo primo incontro con l'ingiustizia del mondo, è il fatto di non poter scegliere i propri genitori, e di non poterli nemmeno giudicare, almeno nei primi anni di vita.
Ciò che facciamo agli altri influenza ciò che gli altri fanno a noi, ma in modi diversi da persona a persona. Perciò è importante scegliere opportunamente le persone con cui interagire e i modi in cui farlo.
La volontà è, in un certo senso, involontaria, in quanto segue regole o algoritmi, per lo più inconsci ed emotivi. L'unico modo per liberarsi dalla schiavitù delle motivazioni involontarie è scegliere "a caso".
Si può scegliere di non scegliere, ovvero di non cambiare nulla. Anche quella è una scelta. Inoltre si può scegliere di rimandare una scelta a quando saranno disponibili più opzioni. E anche quella è una scelta.
Non si può pensare a tutto ed essere attenti a tutto allo stesso tempo. Dobbiamo perciò, momento per momento, scegliere (consciamente o inconsciamente) a cosa pensare e verso cosa dirigere la propria attenzione.
In ogni momento c'è una cosa ottimale che uno può fare per la soddisfazione dei bisogni propri e/o altrui. Si tratta di trovarla. Tuttavia, ciò che è giusto in un certo momento può essere sbagliato in un altro momento.
Mai come oggi gli esseri umani hanno avuto tante opzioni tra cui scegliere. Il nostro futuro dipende dalla nostra capacità di scegliere ciò che è meglio per noi come individui, come società, come specie e come ecosistema.
Siamo responsabili non solo di ciò che facciamo e produciamo, ma anche della scelta di dove guardare, dove ascoltare, dove leggere. In altre parole, siamo responsabili non solo del nostro output, ma anche del nostro input.
Immagina di trovarti davanti a tutti gli altri umani, e di dichiarare pubblicamente con chi e in quali modi sei disposto a interagire, e con chi e in quali modi non sei disposto a farlo.
Non possiamo permetterci di leggere qualsiasi libro, di vedere qualsiasi film. di parlare con qualsiasi persona, di andare in qualsiasi luogo, di credere a qualsiasi cosa. Dobbiamo scegliere ciò che è meglio per noi e per la società.
L'unico merito che si può attribuire ad un essere umano è quello di essere nato con un sistema nervoso efficiente e di aver vissuto in un ambiente favorevole al suo sviluppo. Perché da tali cose dipendono le sue scelte e i suoi successi.
L'assoluto è estremamente più semplice del relativo e per questo più attraente. Esso semplifica le nostre scelte, che altrimenti rischierebbero di essere troppo esitanti, cosa che, per la conservazione della specie, potrebbe essere deleterio.
Noi umani abbiamo un assoluto bisogno di interagire, ma non con chiunque e non in qualunque modo. Perciò la nostra mente è sempre occupata a scegliere con chi interagire e in quali modi, e a negoziare i modi preferiti con le persone preferite.
Esercitare il libero arbitrio significa scegliere consapevolmente e volontariamente a cosa pensare e con chi/cosa/come interagire. Tale scelta è limitata alle opzioni di pensiero e di interazione di cui si è consapevoli nel momento della scelta.
Ciò che possiamo fare o pensare momento per momento, dipende molto da ciò che ci sta accadendo, cioè dagli stimoli che stiamo ricevendo. Più in generale, le nostre opzioni di pensiero e di azione dipendono dalle interazioni in atto tra noi ed altri enti.
Momento per momento, un certo numero di cose nel mio corpo e nella mia mente inconscia decidono il mio stato d'animo, il mio umore, il mio grado di felicità, i miei sentimenti, i miei desideri, le mie paure, i miei pensieri, le mie illusioni, le mie decisioni ecc.
L'uomo è costretto a interagire con i suoi simili, ma le sue possibilità di scelta circa le persone con cui interagire e i modi in cui farlo sono molto limitate, perché presuppongono che anche la controparte sia disposta ad interagire con lui e nei modi da lui desiderati.
Per esercitare il libero arbitrio (ammesso che sia possibile) è necessario essere liberi da emozioni e da motivazioni, ma in tal caso nessuna libera scelta avrebbe senso. Infatti una scelta è sensata, cioè non è casuale, solo se risponde a una emozione o a una motivazione.
Il cosiddetto libero arbitrio consiste nello scegliere, ma la scelta è sempre orientata verso la migliore, maggiore e più facile soddisfazione dei nostri bisogni. Solo in caso di indecisione o di indifferenza la scelta può essere casuale, e in tal senso libera.
Esercitare il libero arbitrio significa scegliere con chi / cosa / come interagire qui ed ora e in futuro, nella consapevolezza che le nostre scelte avranno conseguenze più o meno certe o incerte, più o meno positive o negative, nelle nostre future interazioni con gli altri.
A mio parere, che ci sia "qualcosa" dentro di noi che prende decisioni sulla base di certe logiche (con o senza una certa dose di casualità) mi sembra indiscutibile. Che quella "cosa" sia più o meno consapevole e più o meno volontaria può essere oggetto di ipotesi e di discussione.
In ogni momento possiamo (e dobbiamo) scegliere se lasciare inserito il pilota automatico del nostro comportamento o se passare in modalità manuale, ovvero consapevole e volontaria. In tal senso non si può non scegliere, e ognuno è responsabile delle sue scelte di fronte agli altri.
Le azioni che scegliamo di fare (o di non fare) in questo momento avranno una certa influenza (più o meno importante) su ciò che succederà (o non succederà) in futuro a noi e agli altri. Per questo è bene chiederci quanto e in che senso le nostre scelte siano convenienti per noi e per gli altri.
Conoscere dovrebbe servire a navigare nel mare della vita, ovvero a riconoscere certe forme e strutture fisiche e logiche e i loro effetti, ad orientarsi, e a prendere le decisioni più opportune nelle diverse situazioni al fine di sopravvivere e di soddisfare i propri bisogni naturali e sociali.
Un meccanismo automatico, involontario e inconscio sceglie momento per momento cosa dobbiamo pensare, come dobbiamo agire, e come dobbiamo reagire a ciò che ci succede. Tuttavia il nostro io cosciente si illude di essere stato lui a scegliere il nostro comportamento, e di averlo fatto per certe giuste ragioni.
Esercitare il libero arbitrio (ammesso che questo esista) significa scegliere con conoscenza di causa. Quanto meno si conoscono le opzioni disponibili e le loro conseguenze, tanto meno libera è la scelta. Il libero arbitrio (se esiste) è dunque sempre relativo a tali conoscenze e possibilità, e da esse limitato.
Un essere umano non può decidere razionalmente cosa sia buono o cattivo, piacevole o spiacevole, bello o brutto, per se stesso e tanto meno per gli altri. È la natura che lo decide, e un essere umano può solo cercare di capire razionaomente cosa la natura abbia deciso a tal proposito per sé, e cosa per gli altri.
L'uomo non può vivere al di fuori di una comunità. Pertanto, se è insoddisfatto della comunità in cui vive, ha queste opzioni: (1) sopportare l'insoddisfazione, (2) emigrare in una comunità più adatta a sé, (3) riformare la comunità in cui vive, (4) formare una nuova comunità, (5) una combinazione delle opzioni precedenti.
Se riuscissimo ad esercitare un libero arbitrio non influenzato da sentimenti o interessi, saremmo in preda ad un profondo sconforto, non sapendo dove una libertà così totale potrebbe condurci. E allora, per neutralizzare l'angoscia, ci troveremmo a scegliere se rientrare nella nostra abituale gabbia mentale o cercarne una nuova.
In ogni momento scegliamo se accettare o cercare di cambiare quello che ci sta succedendo. Ogni persona sana di mente è responsabile di questa scelta. Possiamo anche scegliere di accettare temporaneamente quello che succede, prendendo tempo per riflettere e decidere se cercare di cambiare qualcosa al momento successivo più opportuno.
Noi siamo come ci vogliono gli altri. Il problema è: quali altri? Infatti gli altri non sono tutti uguali: alcuni ci vogliono in un certo modo e altri in certi altri modi. Dobbiamo dunque scegliere chi contentare e chi scontentare. Ma non possiamo essere come nessuno ci vuole. Ne va della nostra sopravvivenza e della nostra felicità.
E' fuori discussione che gli esseri umani facciano continuamente delle scelte, da quando sono nel grembo materno. Quello che si può discutere è se le scelte siano volontarie o involontarie, consapevoli o inconsapevoli. In altre parole, è discutibile se chi sceglie sia l'io cosciente o qualche meccanismo automatico, inconscio e involontario.
È l'inconscio che stabilisce per primo cosa sia per noi conveniente o sconveniente, e ce lo dice scatenando le emozioni di attrazione e repulsione sulla base del suo giudizio, che noi subiamo. Per esempio, per l'inconscio è sconveniente qualsiasi comportamento che rischia di isolarci socialmente, di farci escludere dalla comunità, di farci disapprovare.
Quando qualcuno ci propone la condivisione di qualcosa, noi scegliamo se accettare o rifiutare tale condivisione. Tale scelta ci responsabilizza in entrambi i casi. Infatti rifiutare una condivisione costituisce il rifiuto di una cooperazione in quanto tale è un atto ostile. D'altra parte accettare la condivisione comporta un impegno a rispettarne le conseguenze.
Rinunciare alla competizione significa scegliere di vivere come eremiti o come servi. Io credo che la competizione non debba essere eliminata, ma demimistificata, svelata, regolata, limitata, arbitrata, gestita con intelligenza ed empatia, insieme con la cooperazione, la selezione (che implica una certa competizione) e l'imitazione, le quattro motivazioni sociali fondamentali.
Nei rapporti con gli altri, un essere umano libero ha generalmente quattro opzioni: cooperare, competere, selezionare, imitare. Cooperare implica soddisfare i desideri altrui, competere implica soddisfare i propri desideri a scapito di quelli altrui, selezionare implica scegliere con chi interagire e con chi non farlo, imitare implica usare l'altro come modello di comportamento.
Ogni essere vivente è sempre intento a scegliere, selezionare, decidere cosa fare, cosa pensare, cosa prendere, cosa lasciare momento per momento, per meglio soddisfare i propri bisogni, secondo i propri algoritmi. A volte la scelta è indecisa o indifferente, e per superare il tormento del dubbio si può decidere di affidarsi al caso o di far scegliere per noi un altro essere vivente.
In ogni momento scegliamo se cooperare o competere, cambiare o conservare. obbedire o comandare, accettare o rifiutare, avvicinarci o allontanarci, dare o prendere, credere o non credere, sperare o disperare, mostrarci o nasconderci, combattere o arrenderci, pensare o non pensare, giudicare o non giudicare, punire o perdonare. separare o riunire, costruire o distruggere, accumulare o disperdere.
La vacanza al mare è un'occasione di confronto e interazione sociale. Si mostrano il proprio corpo seminudo, le proprie capacità sportive acquatiche, la propria resistenza all'aggressione del sole e delle rocce, le proprie facoltà economiche e i propri gusti. È una fiera di esibizione e competizione di forza, abilità, resistenza, bellezza, eleganza e ricchezza in cui scegliere e farsi scegliere.
Il libero arbitrio, se esiste, consiste nella capacità di scegliere se seguire o no le proprie motivazioni, se andare avanti guidati dai propri demoni o fermarsi, se assecondare certi automatismi o immobilizzarli, o, per essere più precisi, decidere quali automatismi consentire e quali inibire. Perché, in ogni caso, qualunque cosa facciamo è il risultato dell'azione di uno o più automatismi, consci o inconsci.
È bene dubitare di tutto. Lo hanno detto fior di filosofi (tra cui Cartesio, che però se ne dimenticava spesso). Tuttavia nella vita dobbiamo continuamente prendere decisioni e fare scelte, e il dubbio sistematico è paralizzante. Allora scegliamo ciò che ci sembra probabilisticamente, plausibilmente più vero, più buono, più bello, più giusto, più produttivo. In qualche modo ci dobbiamo orientare se non vogliamo stare fermi.
Ogni giorno, in ogni momento, dobbiamo consciamente o inconsciamente decidere con chi e come interagire e non interagire, ovvero chi ignorare e chi considerare, chi accontentare e chi scontentare, chi imitare e chi non imitare, chi ascoltare e chi non ascoltare, chi seguire e chi non seguire, con chi collaborare e con chi non collaborare, chi apprezzare e chi disprezzare, chi aiutare e chi combattere, a chi obbedire e a chi comandare.
Quando ti viene in mente di fare una certa cosa, chiediti: ho proprio bisogno di farla? Starò meglio dopo averla fatta? Perché la vorrei o la dovrei fare? Per fare piacere a chi? Chi mi ha chiesto di farla? Che vantaggi o svantaggi, piaceri o dolori potrei avere dopo averla fatta? Ho veramente voglia di farla? E' bene che la faccia? Dopo aver tentato di rispondere ad almeno alcune di queste domande, decidi se fare o non fare quella cosa.
Ciò che stiamo facendo o che ci accingiamo a fare ha una valenza sociale, ovvero potrà essere usato con vantaggio o svantaggio nelle future interazioni sociali, oppure potrebbe convenire nasconderlo in quanto potrebbe non essere gradito agli altri. Chiediamoci dunque, quando ci accingiamo a fare qualcosa, quale sia la sua valenza sociale in relazione a vari tipi o gruppi di persone e scegliamo di conseguenza cosa ci conviene fare e cosa non fare.
Diciamo spesso "perché" senza specificare il significato di questo avverbio (o congiunzione). Infatti esso può avere due significati molto diversi: causalità o finalità. Se, ad esempio, chiedo ad una persona "perché hai fatto questo?" potrei intendere (1) cosa ha causato l'azione che hai compiuto? oppure (2) a quale scopo hai voluto compiere questa azione? Nel secondo caso si dà per scontato che l'azione era consapevole e volontaria, nel primo no.
Io (inteso come il mio io cosciente) non dovrei decidere liberamente e autonomamente cosa fare e non fare momento per momento, perché non ho sufficienti criteri per farlo se non dei principi razionali che potrebbero non aver nulla a che fare con la vita, col dolore e col piacere. La decisione spetta ai miei dèmoni, cioè ai miei agenti mentali inconsci. Io devo solo ascoltare e decifrare le loro decisioni, conciliarle o arbitrarle in caso di confllitti, ed eseguirle.
La mia libertà è limitata, come per ogni altro essere vivente. Posso fare certe cose e non posso fare certe altre cose. Posso fare certe cose in certi modi e non posso farle in certi altri modi. Fare certe cose in certi modi mi fa star bene, mentre fare certe altre cose, o fare le stesse cose in certi altri modi, mi fa star male. Non so bene cosa mi convenga fare e cosa non fare per star meglio, ma presumo che mi convenga migliorare le mie conoscenze a tale riguardo.
La vita umana è caratterizzata da una quantità di conflitti esistenziali e sociali che la rendono difficile e che impongono continuamente scelte rischiose e dolorose: appartenenza vs. libertà, cooperazione vs. competizione, imitazione vs. differenziazione, uguaglianza vs. diversità, responsabilità vs. irresponsabilità, impegno vs. disimpegno, accoglienza vs. rigetto, approvazione vs. critica, tolleranza vs. punizione, fiducia vs. diffidenza, obbedienza vs. ribellione, cambiamento vs. mantenimento, ecc.
Non possiamo non scegliere in ogni momento, tuttavia possiamo scegliere di farlo volontariamente o involontariamente. Nel secondo caso affidiamo le nostre scelte al nostro inconscio.
Ogni scelta presuppone almeno due opzioni. La scelta fondamentale è tra cambiare o mantenere una certa cosa.
Il nostro inconscio è costituito da un certo numero di agenti mentali autonomi che eseguono continuamente, a nostra insaputa, scelte che regolano la nostra vita, il nostro comportamento, i nostri pensieri e i nostri sentimenti.
Per stabilire se ci conviene investire il nostro tempo in una certa attività piuttosto che in un'altra, facciamoci alcune domande come le seguenti per ciascuna opzione:
- quanto può migliorare la mia cooperazione con gli altri?
- quanto può rendermi più competitivo verso gli altri in qualche area?
- quanto può soddisfare i miei bisogni?
- quanto può essermi utile in futuro?
- quanto può aumentare i miei piaceri (o diminuire le mie sofferenze)?
Nel nostro corpo e nella nostra mente avvengono in ogni momento un numero enorme di fatti automatici, involontari, inconsci, alcuni programmati, altri casuali. Poche sono le cose che possiamo scegliere o decidere liberamente e consapevolmente. Per esempio, dove rivolgere lo sguardo e la mia attenzione, se stare fermi o muoverci, dove andare, dove stare, in che genere di attività impegnarci, con chi interagire e a quale scopo, cosa leggere, cosa ascoltare, cosa costruire, cosa scrivere, chi incontrare, contro chi combattere, chi servire, a chi ubbidire, a chi ribellarci...
Per quanto riguarda le polemiche contro il green pass, vorrei porre il problema come scelta etica e politica tra le seguenti due opzioni:
1) adottare il green pass che, riducendo i contagi e incentivando le vaccinazioni, comporta una temporanea e lieve limitazione della libertà individuale, e la salvezza di migliaia di vite umane e di posti di lavoro;
2) non adottare il green pass, evitando una temporanea e lieve limitazione della libertà individuale, e permettendo la perdita di migliaia di vite umane e di posti di lavoro che si potrebbero evitare grazie al green pass.
Mi chiedo perché rivedere una cosa già vista produce un effetto cognitivo ed emotivo differente rispetto alla prima volta che la si vede. Forse perché la prima volta la cosa deve ancora essere classificata sia cognitivamente che emotivamente, mentre quando essa viene rivista, la classificazione è già pronta, ovvero programmata. Infatti nelle volte successive manca il processo di classificazione, ovvero l'emozione della scelta e della decisione, anche se inconscia, e il riconoscimento prende il posto della classificazione. Questo spiegherebbe perché vedere una cosa per la prima volta è più eccitante, coinvolgente e divertente che rivederla.
L'uomo ha bisogno di conservazione ma anche di cambiamento, di ristabilimento (omeostasi) ma anche di trasformazione, di ripetizione ma anche di variazione, di imitazione ma anche di differenziazione.
Perché dovremmo cambiare? Per diventare più competitivi, per salire nelle scale gerarchiche, per meglio soddisfare i nostri bisogni. Perché non dovremmo cambiare? Per conservare i nostri vantaggi, i nostri privilegi, le nostre posizioni gerarchiche, per continuare a soddisfare i nostri bisogni.
E cosa dovremmo cambiare? Solo quegli automatismi che sono divenuti obsoleti rispetto alla soddisfazione dei nostri bisogni.
- Ogni umano può fare del bene o del male agli altri consapevolmente o inconsapevolmente.
- Quasi nessun umano può sopravvivere e soddisfare i suoi bisogni senza la cooperazione degli altri.
- Ogni umano è libero di scegliere con chi interagire e con chi non interagire.
Questi dati di fatto costituiscono la base su cui costruire una morale razionale.
Nell'economia della mente la "figura" di Dio può avere diverse funzioni tra cui quella di interlocutore, consigliere, guida e autorità. Dio rappresenta, infatti, la comunità da cui dipendiamo per la nostra sopravvivenza. È una "persona" che risponde alle nostre domande e ci guida nel difficile compito di scegliere come comportarci, dato che non abbiamo istinti che ci guidino nella scelta (diversamente dagli altri animali).
Quando siamo soli e smarriti, il Dio interiore può essere l'unica nostra compagnia e un'àncora per non impazzire.
D'altra parte credere in un tale Dio è già una forma di pazzia. Una pazzia collettiva molto diffusa.
Ogni umano è al tempo stesso soggetto e oggetto, ed è libero (più o meno) solo nel ruolo di soggetto. Infatti, in quanto oggetto, egli, come ogni altro ente, subisce le leggi della natura senza possibilità di resistenza, oltre al suicidio.
La sua libertà consiste dunque nel reagire a ciò che gli capita nel modo che ritiene più adatto (tra quelli per lui possibili). In effetti, l'uomo può a volte scegliere tra diverse opzioni di reazione, ma non può determinare le opzioni stesse, le quali sono determinate dalla natura.
In altre parole, in quanto oggetto, oguni umano riceve un numero limitato di opzioni di reazione per ogni evento che gli può capitare, numero che in molti casi è uguale ad uno.
L'attenzione è un processo intrinsecamente selettivo ed esclusivo, nel senso che non si può essere attenti a tutto ciò che ci circonda o che si trova nella nostra memoria, ma solo a una piccola quantità di oggetti, concetti, livelli di astrazione e sentimenti, escludendo tutti gli altri.
Perciò è importante, momento per momento, scegliere con saggezza ciò a cui prestare la propria attenzione e ciò a cui non prestarla, e, interagendo con gli altri, ciò a cui portare l'attenzione altrui e ciò da cui sviarla.
In altre parole, è importante scegliere saggiamente, momento per momento, ciò a cui pensare e ciò a cui non pensare, e cosa dire e cosa non dire per dirigere opportunamente i pensieri altrui.
Cosa c'è oltre il confine del mondo che ci è familiare? Cose buone o cattive? Mi conviene scegliere A o B? Quale tra A e B soddisfa meglio i miei bisogni? Mi conviene cambiare o conservare?
Domande, dubbi e curiosità riguardano soprattutto ciò che gli altri pensano di noi, cosa sentono per noi, cosa vogliono o desiderano da noi, cosa sono disposti a fare per noi e a concederci, ovvero in quale misura possono e sono disposti a soddisfare o frustrare i nostri bisogni.
Dalle risposte a tali domande dipendono le nostre azioni verso gli altri: avvicinamento o allontanamento, mantenimento o cambiamenti di ruoli, cooperazione o competizione, imitazione o differenziazione, selezione, rifiuto o indifferenza, inerzia o rottura, sottomissione o ribellione, deviazione, ripristino, riparazione ecc.
Le differenze di gusti (intesi come attrazioni e repulsioni emotive e/o cognitive) costituiscono un problema molto più grande di quanto possa sembrare a prima vista.
Infatti, in base all'affinità dei gusti, si costituiscono degli insiemi sociali e delle appartenenze e non-appartenenze a tali insiemi.
In altre parole, l’appartenenza di un individuo ad un certo insieme sociale (gruppo concreto o categoria di persone) può dipendere dalla conformità dei propri gusti rispetto a quelli caratteristici dell’insieme stesso, ovvero della maggioranza dei suoi membri.
Ne consegue che un individuo che desidera appartenere ad un certo insieme sociale può essere indotto a modificare (consciamente o inconsciamente) i propri gusti per adattarli a quelli dell’insieme stesso, col risultato di avere gusti non autentici.
Pertanto è bene chiedersi quanto i propri gusti siano autentici o manipolati dal bisogno o desiderio di appartenenza a certi insiemi sociali.
La nostra mente è continuamente occupata a prendere decisioni “binarie”, cioè a favore o contro qualcosa, qualche idea, qualche opzione di pensiero o di comportamento.
Le decisioni sono prese in modo perlopiù inconsapevole, e i criteri decisionali sono perlopiù emotivi, nel senso che scegliamo tra “pro” e “contro” in funzione del piacere e del dolore che ci aspettiamo da ciascuna delle due opzioni.
È come se mettessimo sui piatti d'una bilancia, da una parte il bene e il male (in termini di piacere e di dolore) che ci aspettiamo dal “pro” e dall’altra il bene e il male che ci aspettiamo dal “contro”, dopo aver assegnato un peso positivo al bene e un peso negativo al male.
Alla fine è la bilancia che sceglie per noi, nel senso che optiamo per l’opzione che presumiamo (consciamente o inconsciamente) essere la più benefica o la meno malefica. Tuttavia per alcuni pesano solo il bene e il male a breve termine, mentre per altri prevalgono il bene e il male a medio o lungo termine, o perfino quelli ultraterreni.
Quando due persone s’incontrano, si pone il problema della scelta del tema di conversazione o del contesto di interazione, che auspicabilmente dovrebbe essere gradito a entrambe le parti. Di solito colui che meno si cura del gradimento altrui sceglie il tema o il contesto che preferisce, e lo impone all’altro. A quest'ultimo non resta che subire tale scelta, oppure opporsi esplicitamente ad essa. Raramente il tema o il contesto vengono negoziati apertamente prima dell’interazione.
Quando più di due persone s’incontrano, trovare un tema o contesto gradito a tutti è ancora più difficile, e una negoziazione ancora meno probabile, tanto più quanto maggiore è il numero dei presenti. In tal caso succede normalmente che le persone più estroverse e quelle meno attente ai desideri altrui conducano la conversazione nella direzione da loro preferita, col risultato che i meno interessati al tema o al contesto scelto dagli altri non partecipano attivamente né piacevolmente alla conversazione o interazione.
Per questo di solito le persone si incontrano e interagiscono preferibilmente con persone simili riguardo ai temi di conversazione e ai contesti di interazione preferiti.
Ci sono momenti in cui siamo liberi di fare ciò che vogliamo (ovviamente entro certi limiti) o nulla. Si pone allora la questione di come impiegare tale libertà.
La prima scelta è tra cercare un piacere o vantaggio immediato ed effimero oppure un piacere o vantaggio differito più solido. In altre parole si tratta di scegliere se "spendere" o "investire".
Se si sceglie di spendere ci sono varie opzioni. In ogni caso si tratta di seguire il senso del piacere, una curiosità, un appetito, un desiderio, una pulsione, un'attraente illusione, senza cercare di ottenere altro che un piacere o vantaggio immediato (e non un piacere o vantaggio futuro). Per esempio, ci si può masturbare, drogare o si può consumare un cibo gradevole.
Se invece si sceglie di "investire", anche qui ci sono varie possibilità. Si tratta di lavorare per costruire qualcosa che potrà esserci utile o darci piacere in futuro e in modo non effimero, ma duraturo.
Per esempio, possiamo leggere, studiare o lavorare.
Ci possono anche essere investimenti piacevoli, ovvero attività che ci danno un piacere immediato e al tempo stesso ci fanno ottenere qualcosa che in futuro ci potrà essere utile o piacevole. Per esempio, suonare uno strumento musicale. Ovviamente questi tipi di attività sono il modo migliore di impiegare il proprio tempo libero.
Una cosa delle cose che più ci dividono è, a mio avviso, l'istinto, e la libertà, di selezione sociale, per cui è «naturale» che ogni individuo selezioni le persone con cui interagire e con cui stabilire relazioni, nel senso di scegliere le persone ritenute più vantaggiose, più attraente, più promettenti, o, semplicemente, più adeguate alla propria personalità e al proprio status.
A causa di tale selezione si crea una barriera tra il selezionatore e i non selezionati, ovvero i “rifiutati”.
La faccenda è complicata per il fatto che la selezione (o il rifiuto) potrebbero non essere simmetrici, allorché tra due persone A e B, A sceglie B, ma B rifiuta A.
Inoltre, selezione e rifiuto possono essere reali o presunti, nel senso che una persona potrebbe sentirsi erroneamente rifiutata da un’altra anche quando il rifiuto non sussiste. La barriera più grande si ha quando tra due persone ciascuna si sente rifiutata dall’altra.
Selezione e rifiuto possono essere causati e/o accompagnati da giudizi morali o intellettuali. Ogni umano teme naturalmente di essere socialmente rifiutato. Per questo motivo molti hanno paura di essere giudicati, e, di conseguenza, considerano il giudicare un esercizio pericoloso e ingiusto, da evitare se possibile.
A mio parere, il libero arbitrio consiste nella capacità di scegliere tra queste due opzioni:
- scegliere liberamente cosa fare e cosa non fare;
- obbedire a comandi esterni e/o interni che ci chiedono o ci impongono di fare o non fare certe cose.
Resta da capire chi è il soggetto della scelta. Infatti, se una persona è vista come "in-dividuo", cioè non divisibile in parti, allora il soggetto è la persona indivisa; se invece una persona è vista come composta da parti che interagiscono (tra cui, ad esempio, l'io cosciente e l'inconscio), allora il soggetto è indefinito, dato che la coscienza e la volontà che caratterizzano l'io cosciente sono influenzate dall'inconscio. In altre parole, il soggetto potrebbe essere (e io credo che sia) l'inconscio, a cui l'io cosciente obbedisce inconsciamente, cioè a sua insaputa.
In ogni caso, le scelte (consce o inconsce) più importanti di una persona riguardano le risposte a domande come le seguenti:
- Scegliere o obbedire?
- A chi/cosa obbedire?
- A chi/cosa non obbedire?
- Perché interagire?
- Perché non interagire?
- Come interagire?
- Come non interagire?
- Con chi/cosa interagire?
- Con chi/cosa non interagire?
- Cosa mi conviene fare per migliorare i miei rapporti con gli altri?
Opzione significa alternativa di scelta. Affinché ci sia una scelta, ci devono essere almeno due opzioni. Le opzioni possono essere consce o inconsce, come pure la stessa scelta. Una scelta cosciente richiede la consapevolezza delle opzioni tra cui scegliere.
Di quante e quali opzioni si può essere consapevoli in un dato momento?
Il libro arbitrio consiste nella scelta consapevole tra un certo numero opzioni consapevoli, più o meno numerose e diverse.
Ad esempio possiamo scegliere il colore di una automobile che abbiamo deciso di comprare, oppure possiamo scegliere se comprare una Fiat o una Renault, oppure se comprare un'automobile o una motocicletta, oppure se continuare a usare i mezzi pubblici, come rispondere ad una domanda, come usare un'ora di libertà, dove passare le vacanze, che lavoro cercare ecc.
Nei vari esempi il numero di opzioni teorico può variare da due all'infinito, ma in pratica non possiamo essere consapevoli che di poche opzioni alla volta. La nostra libertà di scelta è dunque limitata dal numero e dalla qualità di opzioni di cui possiamo esse consapevoli in un dato momento.
Come possiamo ottimizzare la quantità e qualità delle opzioni di cui possiamo esse consapevoli? Ricorrendo a menù interni ed esterni, sia predefiniti che casuali, scritti in varie forme (insiemi di testi, immagini, oggetti evocativi, simboli ecc.) più o meno facili da leggere. La comprensibilità di ogni voce del menu dipende dalle conoscenze ed esperienze del soggetto: più varie e ricche sono le esperienze del soggetto, più varie e ricche le sue opzioni di pensiero e di comportamento.
L'uomo è probabilmente l'unico animale capace di vivere vite immaginarie, ovvero di pensare vite passate mai avvenute o future più o meno realizzabili. Questa capacità è al tempo stesso una fortuna e una disgrazia. Una fortuna perché una vita immaginaria felice può compensarne una reale infelice, o, se realistica, costituire un modello per un miglioramento individuale o sociale; una disgrazia quando si confonde l'immaginazione con la realtà, ovvero non si vive in accordo con la realtà, si chiedono, cercano e vogliono fare cose impossibili, e ci si perde in progetti irrealizzabili.
C'è un'enorme differenza tra quello che avviene nella vita reale e ciò che può avvenire in quella immaginaria ovvero nel pensiero. Nella prima, dominata dalla necessità e dal caso, non possiamo controllare le reazioni altrui al nostro comportamento né le nostre reazioni automatiche al comportamento altrui, mentre nella seconda, dominata dalla nostra volontà, tale controllo è possibile ed è ciò che rende questa così interessante. Nella vita immaginaria, infatti, avviene solo ciò che vogliamo, desideriamo, ci aspettiamo o riteniamo giusto o plausibile che avvenga.
Non dobbiamo dunque dimenticare questo scarto tra come la realtà è e come vorremmo o ci aspettiamo che sia, e il rischio di fare scelte corrette nella vita immaginaria e sbagliate in quella reale.
Tuttavia non possiamo sfuggire alla realtà che in ogni momento ci vede intrappolati tra il ricordo di un passato e l'aspettativa di un futuro costruiti dalla nostra immaginazione.
Ricordiamoci inoltre che l'immaginazione, ovvero la capacità di immaginare e di confondere l'immaginazione con la realtà, è essa stessa una realtà che dobbiamo tenere in considerazione nel nostro comportamento con gli altri, nel senso che per avere buoni rapporti con loro siamo costretti a rispettare le loro immaginazioni come se fossero realtà, se essi sono convinti che lo siano.
Infatti, ricordare continuamente agli altri che la loro visione del mondo è più immaginaria che reale, può dar luogo a reazioni tali da nuocere ai nostri rapporti con loro.
Siamo quasi tutti abituati a farci istruire e stimolare dagli altri, ad ascoltare ciò che trasmette la radio, a vedere ciò che trasmette la TV, a comprare ciò che la pubblicità ci invita a comprare, illudendoci di scegliere tali esperienze. Tuttavia la nostra scelta è limitata a poche opzioni stabilite da altri: possiamo infatti scegliere la stazione radio o il canale TV su cui sintonizzarci, un particolare prodotto fra i tanti pubblicizzati, il giornale o la rivista da leggere tra quelli a cui abbiamo accesso, il social network da frequentare tra quelli che conosciamo ecc.
Una volta effettuata la nostra limitata scelta, subiamo quella di chi gestisce la stazione radio o il canale TV, il giornale, la rivista, il social network ecc, che è molto più ampia e significativa della nostra, con il risultato che saranno altri, a loro scelta, a “scrivere” nella nostra mente, ovvero a programmarla, a determinare l’esperienza che faremo.
L’uomo ha tuttavia (se lo vuole) la facoltà di scegliere a quali stimoli ed esperienze sottoporsi, cioè cosa vedere, cosa ascoltare, cosa leggere ecc. indipendentemente dalle offerte in tal senso che riceve dai mass media.
Si tratta di stabilire cosa si vuole “ricevere” e di andarlo a cercare attivamente, cosa oggi facilitata dai motori di ricerca di Internet. Attualmente è possibile “trovare” (e accedere spesso gratuitamente a) un’infinità di materiale multimediale, cioè testi, immagini, audio, video, podcast di trasmissioni radio e TV già andate in onda, per la propria istruzione e/o il proprio divertimento, selezionabili per titolo, autore, argomento, data, lingua ecc.
Nonostante le innumerevoli opzioni offerte dalla telematica, molti preferiscono che siano altri (pubblicitari, editori, redattori, algoritmi) a scegliere le esperienze mediatiche che faranno. Questo è un effetto del conformismo, che scoraggia le persone a fare cose che altri non fanno, e li spinge a seguire il “main stream” per restare “al corrente” di ciò che succede nella società.
Prendiamo ad esempio l’apprendimento scolastico. E’ la scuola che sceglie ciò che dobbiamo imparare; noi possiamo solo scegliere il tipo di scuola e in certi casi l’insegnante. Diverso è il caso dell’autodidatta, che sceglie non solo la materia di suo interesse, ma anche i testi, o le parti di esso, da leggere o studiare, secondo inclinazioni, gusti e motivazioni personali.
Io credo che se vogliamo imparare ad autogovernarci e a vivere secondo i nostri bisogni e desideri prima che quelli altrui, dovremmo abituarci a scegliere da chi e cosa farci istruire e stimolare, anziché far scegliere a persone o ad algoritmi che nemmeno ci conoscono e che seguono i loro interessi, non necessariamente coincidenti con i nostri.
La libertà consiste nella possibilità di scegliere, e la sua estensione dipende dalla quantità e dalla qualità delle opzioni tra cui scegliere. La libertà di un agente è dunque sempre limitata dalle opzioni a sua disposizione, che sono sempre finite e limitate.
Un essere umano è un agente (nel senso che agisce) in grado di fare delle scelte, specialmente per quanto riguarda le persone e le cose con cui interagire, e i modi in cui interagire. Tali scelte vengono effettuate secondo criteri e logiche di cui il soggetto è più o meno consapevole, e che sono più o meno note alla psicologia e alle neuroscienze.
A prescindere dai criteri e dalle logiche con cui un essere umano fa le sue scelte, è importante considerare i problemi legati alla sua libertà di scegliere le persone con cui interagire e i modi in cui farlo, e le conseguenze di tale libertà. Chiamerò tale scelta “selezione sociale”.
Infatti noi umani siamo interdipendenti, nel senso che abbiamo un assoluto bisogno di interagire e collaborare con altri umani per sopravvivere e per soddisfare i nostri bisogni primari. In tal senso, ogni umano ha un doppio ruolo, quello di “scegliente” e quello di “scelto”.
In quanto “scegliente”, non c’è alcuna garanzia, per una persona, di ottenere il consenso di quelle da essa scelte, a interagire con essa.
In quanto aspirante “scelto”, non c’è alcuna garanzia, per una persona, di essere scelta per una certa interazione da essa desiderata.
Questa mancanza di garanzie e di certezze sulla possibilità di interagire con le persone con cui si desidera interagire, e nei modi in cui si desidera interagire, è per molti causa di ansia, frustrazioni, sofferenze e infelicità.
Noi umani spendiamo perciò gran parte delle nostre energie fisiche e mentali per aumentare la probabilità di essere scelti come partner di interazioni da noi desiderate, e per aumentare la probabilità che le persone da noi scelte per certi tipi di interazione acconsentano a interagire come da noi proposto.
A tale scopo noi umani cerchiamo di essere più “allettanti” o “promettenti” possibile, esteticamente, intellettualmente, moralmente, politicamente, economicamente ecc. A tale scopo entriamo in competizione ognuno con tutti gli altri per essere preferiti sia come “sceglienti” che come “scelti”.
Questa problematica mi sembra non avere soluzione né rimedi. Direi che è la causa principale dei mali dell’umanità.
Il verbo “preferire” ha un posto importantissimo nella mente umana. Il vocabolario Treccani lo definisce come segue: “Anteporre (nella stima, nell’affetto, nella simpatia, nella valutazione dei vantaggi o dei piaceri che se ne possono trarre) una persona o una cosa a un’altra o ad altre“.
Da un punto di vista psicologico, occorre notare che ogni preferenza costituisce una gerarchia, una scala di valori dal più alto al più basso, sulla quale collochiamo cose, persone, idee ecc., e sulla quale gli altri ci possono collocare. Infatti, preferire l’ente A all'ente B significa attribuire ad A un maggior valore rispetto a B, nel senso che si ritiene A più gradevole, più simpatico, più utile, più soddisfacente di B; significa anche che, potendo scegliere, scegliamo ciò che preferiamo per quanto riguarda un acquisto, una relazione, un'interazione, una cooperazione, un'associazione ecc.
In tale contesto le preferenze danno luogo a problemi sociali di grande portata. Infatti, se una persona X preferisce la persona A alla persona B, quest’ultima potrebbe sentirsi rifiutata da X e soffrirne. Per tale motivo l’etichetta ci raccomanda di tenere per quanto possibile nascoste le nostre preferenze riguardo alle persone con cui interagiamo normalmente, vale a dire di “fingere” di attribuire lo stesso “valore” a ognuna di loro.
In una contesto di tre persone, un soggetto può trovarsi ad assumere il ruolo di preferente (persona X), di preferito (persona A) o di non preferito (persona B).
Quando il soggetto è il preferito, è normalmente contento. Deve tuttavia guardarsi dalla eventuale gelosia e invidia della persona non preferita.
Quando il soggetto è non preferito, può sentirsi frustrato, perdere l’autostima, sviluppare gelosia e invidia verso la persona preferita, sentirsi vittima di un’ingiustizia ed eventualmente tentare di screditare la persona preferita agli occhi del preferente.
Esercitare una preferenza include il confrontare il valore proprio con quello di un’altra persona oppure il confrontare il valore delle proprie idee con quello delle idee dell’altro. Infatti, consciamente o inconsciamente, ognuno di noi, fa questi confronti preferendo normalmente se stesso all'altro o le proprie idee a quelle dell’altro. Anche in questo caso l’etichetta (anche detta “correttezza politica”) ci impone di non dare a vedere al nostro interlocutore che preferiamo le nostre idee alle sue, e la nostra personalità alla sua.
Il succo di tutto questo discorso è che non dobbiamo essere così ingenui da credere che i nostri interlocutori non ci giudichino in modo più o meno favorevole.
Consideriamo infine il fatto che, di solito, su qualsiasi argomento di discussione, ognuno preferisce le idee proprie a quelle altrui.
Cosa fare prima e cosa dopo? A chi/cosa prestare attenzione prima e a chi/cosa dopo? A chi obbedire prima e a chi dopo? A chi/cosa pensare prima e a chi/cosa dopo? Chi pagare prima e chi pagare dopo? Chi ascoltare prima e chi dopo? Di chi/cosa occuparsi prima e di chi/cosa dopo? Cosa è più importante e cosa meno? Sono tutti problemi di priorità.
Siccome non possiamo fare tutto allo stesso tempo, dobbiamo stabilire delle priorità. Secondo quali criteri? Possiamo distinguere due tipi di criteri: quelli emotivi e quelli razionali.
Il criterio emotivo consiste nel rilevare la pulsione emotiva più intensa. L’intensità di una pulsione determina la sua urgenza. Il criterio emotivo è involontario e la sua logica è inconsapevole. Possiamo solo “sentire” una spinta a fare una certa cosa in un certo momento, e volerla fare senza chiederci se sia giusto o opportuno.
Il criterio razionale consiste, a partire da un certo numero di opzioni, nel valutare costi e benefici, vantaggi e svantaggi, di diversi ordinamenti prioritari. Per esempio, se abbiamo tre cose da fare: A, B, e C, dobbiamo scegliere se fare prima A, prima B, o prima C. Si tratta cioè di valutare la convenienza di ciascuno dei tre scenari possibili, e stabilire quale sia il più conveniente, dopo aver considerato i vantaggi e gli svantaggi per ciascuno di essi. In altre parole, si tratta di confrontare prima i vantaggi e gli svantaggi di ciascuna opzione, e poi i vantaggi e gli svantaggi di ciascun possibile posizionamento prioritario relativo.
La faccenda è evidentemente molto complicata e difficile da realizzare. Infatti se è relativamente facile valutare i vantaggi e gli svantaggi delle singole opzioni prese separatamente, è molto difficile confrontare i vantaggi e gli svantaggi dei diversi posizionamenti temporali.
Di solito la scelta delle priorità viene facilitata da obblighi e scadenze non decise dal soggetto, ma da enti esterni. Il problema delle priorità si pone dunque soprattutto quando si è liberi di scegliere quando fare ognuna delle cose che si vogliono o che si debbono fare.
In pratica il metodo seguito per “ordinare” temporalmente le opzioni disponibili è misto, cioè razionale ed emotivo, nel senso che prima si vede se vi sono vincoli (come obblighi e/o scadenza), poi si valutano i vantaggi e gli svantaggi delle singole opzioni, e infine si lascia che siano le emozioni e le pulsioni (entrambe involontarie) a decidere le priorità delle diverse cose che si devono o che si possono fare.
In ogni caso, prima di stabilire le priorità delle cose da fare, è importante avere a mente le opzioni rilevanti in gioco, assicurandosi di non aver trascurato o ignorato opzioni utili per il raggiungimento dei propri obiettivi.
A mio parere, una delle leggi fondamentali che regolano l’attività dell’inconscio è quella che io chiamo la “legge del gradimento”. Infatti suppongo che una motivazione fondamentale, conscia o inconscia, di ogni umano sia quella di essere graditi ad una certo numero di altri umani, Ciò è dovuto al semplice fatto che, in mancanza di tale gradimento, è difficile per un individuo ottenere dagli altri la cooperazione indispensabile per sopravvivere e per soddisfare i propri bisogni.
Col termine “gradire” io intendo una gamma di disposizioni cognitive ed emotive di diversa qualità e intensità, che includono amare, piacere, approvare, stimare, rispettare, provare simpatia, fascino, affinità, solidarietà, fiducia, interesse, curiosità ecc. nei confronti di una persona.
Tuttavia, essere graditi agli altri non è facile, e a volte è impossibile, per vari motivi, e questa difficoltà o impossibilità è a mio avviso una delle maggiori cause d'infelicità per tutti gli esseri umani.
Essere graditi è difficile in primo luogo perché per ottenere il gradimento di una certa persona, uno deve corrispondere alle aspettative, agli ideali e ai valori di quella persona. In poche parole, uno deve essere come l’altro lo vuole.
Ovviamente ci può essere una discrepanza più o meno grande tra il tipo di persona desiderata dall’altro è il tipo di persona che si è. Quando tale discrepanza diventa rilevante, uno può essere tentato di cambiare la propria personalità per adattarla al tipo richiesto, ma questo adattamento può essere praticamente impossibile, o avere un costo che non vale la pena di pagare.
In secondo luogo, essere graditi è difficile per ragioni di competizione. Infatti, un umano può cooperare con un numero limitato di altri umani, e si trova perciò a scegliere con chi entrare in una relazione cooperativa. La scelta delle persone con cui relazionarsi non è casuale, ma normalmente selettiva, nel senso che si scelgono, consciamente o inconsciamente, le persone che maggiormente corrispondono ai propri tipi ideali. Di conseguenza, può sempre succedere, date due persone che si gradiscono reciprocamente, che ne sopraggiunga una terza che risulti maggiormente gradita, e quindi preferibile, per una di esse. Ne consegue spesso che il rapporto iniziale sia sostituito da uno nuovo stabilito con la persona sopraggiunta. In tal caso può nascere una competizione tra due persone per ottenere il maggior gradimento da parte della terza, competizione che termina normalmente con l’esclusione del perdente.
Inoltre può succedere che il gradimento tra due persone A e B non sia reciproco. Cioè che A sia gradito a B, ma B non sia gradito ad A. Ovviamente, in assenza di reciprocità di gradimento, una relazione è impossibile oppure dura poco.
A fronte delle difficoltà sopra descritte, la mente conscia, e ancor più quella inconscia, di ogni umano sono continuamente occupate nel cercare di stabilire cosa convenga fare e cosa convenga non fare per ottenere il maggior gradimento possibile dal maggior numero possibile di persone al minor costo possibile in termini di necessità di sacrificare parte della propria natura e/o dei propri beni.
C’è inoltre la necessità di stabilire quale sia il numero sufficiente di persone da cui essere graditi, numero che comunque non può essere inferiore a uno. Tuttavia si può decidere di prendere una posizione sgradita a tutte le persone conosciute nella speranza di essere graditi da qualcuno che ancora non si è incontrato. Allo stesso tempo è necessario stabilire i tipi di persone dalle quali cercare di esere graditi.
Un’altra costante occupazione della mente umana consiste nello stabilire il limite entro il quale è tollerabile e conveniente adattarsi ai desideri e alle aspettative di un’altro, e oltre quale limite tale adattamento è intollerabile o non conveniente.
Per concludere, credo che nessun umano possa sfuggire alla legge del gradimento sopra descritta, e che perciò ci convenga obbedire ad essa in modo consapevole, intelligente e razionale.
Il libero arbitrio consiste, a mio parere, nella capacità di scegliere gli input e gli output del proprio corpo inteso come sistema. Gli input e gli output possono consistere in informazioni, energie e sostanze. Le informazioni possono essere, ad esempio, segnali, comandi, dati, narrazioni, forme ecc., le energie movimenti, trasferimenti e trasformazioni di materia e di energia, e le sostanze alimenti e altri agenti chimici.
In molti casi la libera scelta di un certo input comporta la scelta obbligata di un certo output e viceversa, nel senso che l'oggetto della scelta è in realtà l'attivazione o l'arresto di una certa interazione. Questa, a sua volta, comporta per definizione certi input e certi output secondo particolari algoritmi o procedure. Infatti, normalmente, ad un certo input (cor)risponde un certo output, e un certo output provoca un certo input come feedback (con un certo grado di aleatorietà).
In generale possiamo dunque dire che il libero arbitrio consiste nella capacità di scegliere quale interazione iniziare (o interromperre) tra il proprio corpo e il mondo esterno (di cui fanno parte altre persone, animali, computer, oggetti ecc.), oppure tra il proprio io cosciente e il resto del proprio corpo (come ad esempio quando si pensa, si immagina, si riflette, si scrive e/o vengono rievocate certe memorie). Possiamo pertanto distinguere le interazioni rispettivamente in esterne e interne, tenendo conto del fatto che ogni interazione esterna ne comporta normalmente qualcuna interna, e viceversa.
Ad esempio, possiamo scegliere se restare nel posto dove siamo oppure spostarci in un altro, se continuare a guardare nella stessa direzione o guardare in una diversa, se stare soli o in compagnia, se essere comunicativamente "chiusi" oppure interagire con una certa persona o più di una, se continuare ad interagire con una certa persona o smettere di farlo, se partecipare ad un evento sociale o no, se fare o non fare un certo viaggio, se leggere un certo libro o giornale o un altro, se vedere un certo film oppure un altro, se ascoltare un certo programma alla radio oppure un altro, se cercare il silenzio o certi suoni, se bere una certa bevanda oppure un'altra o astenersi dal bere (lo stesso dicasi per il mangiare), se mettere in ordine il proprio ufficio o no, se iscriversi alla facoltà di filosofia o a quella di fisica, se continuare ad oziare o cominciare una particolare attività, se continuare a fare ciò che stiamo facendo oppure fermarci o cambiare attività ecc.
Il libero arbitrio consiste dunque, a mio parere, nella scelta (libera e consapevole) tra interagire e non interagire, con chi o cosa interagire, in quali modi, dove, quando e fino a quando.
Una tale scelta è comunque solo parzialmente libera in quanto è più o meno dettata dalla situazione. In altre parole, il cosiddetto "libero" arbitrio è sempre parzialmente condizionato da circostanze più o meno volute, caratterizzate da certi vincoli ed opportunità, e determinate da cause spesso indipendenti dalla nostra volontà. L'arbitrio è infatti libero non più del giocatore che sceglie quali carte giocare tra quelle che gli sono capitate per caso.
Suppongo che l'uomo sia il solo animale capace di libero arbitrio, ovvero in grado di scegliere consapevolmente le proprie interazioni (esterne e interne) tra le opzioni a sua disposizione e di cui è al momento consapevole.
Inoltre, dato che una modalità di interazione può essere istintiva o appresa, nel secondo caso, per poter interagire in un certo modo, è necessario aver imparato a farlo. Ne consegue che quanti più modi di interagire uno ha appreso, tanto più è grande la sua libertà di scelta e viceversa.
Per definizione, il libero arbitrio è cosciente. Infatti, sebbene sia l'uomo che gli altri esseri viventi scelgano continuamente, automaticamente, involontariamente e inconsciamente le loro interazioni esterne e interne, la specie umana sembra essere l'unica capace di fare alcune di tali scelte in modo volontario e consapevole, anche se ciò avviene, a mio avviso piuttosto raramente.
La conclusione di questo discorso è che, in certi momenti (più o meno rari) noi possiamo fare una meta-scelta, ovvero, scegliere se scegliere consciamente o inconsciamente, volontariamente o involontariamente, le nostre interazioni sia esterne che interne. Per esempio, dovendo fare un discorso in pubblico, possiamo scegliere se parlare "a braccio" oppure leggere un testo che abbiamo precedentemente preparato per l'occasione.
Non sto asserendo che sia sempre meglio scegliere consciamente e volontariamente piuttosto che il contrario, ma che possiamo farlo se lo vogliamo, ovvero se siamo consapevoli che, così facendo, possiamo meglio soddisfare i nostri bisogni al momento e/o in seguito.