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Riflessioni di Bruno Cancellieri su

Sfida

15 articoli tratti dal blog "Il mondo visto da me"

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Felicità e sfida

La felicità è una continua sfida, continuamente, e mai definitivamente, vinta.

Creatività come sfida

È difficile costruire qualcosa di nuovo senza sfidare qualcosa di antico o di usuale.

Sulla cosiddetta saccenza

Chi esprime idee originali che sfidano il senso comune passa spesso per saccente, presuntuoso, arrogante.

Diversità e competizione

Proclamare con fierezza una propria diversità implica una superiorità, una ribellione, una indipendenza, una libertà o una repulsione. Perciò può essere percepito come atto ostile o sfida competitiva.

Attacco al mio super-io

Ho sfidato il mio super-io e adesso mi aspetto le sue subdole, ostili e morbose reazioni "per il mio bene" cioè per proteggermi dal rischio di essere espulso dalla comunità. Ma sarò vigile e saprò scoprire e respingere ogni suo tentativo di boicottare la mia libertà.

Sfidare le sofferenze

Per essere mentalmente sani, forti e liberi non bisogna aver paura di soffrire né di ricordare sofferenze passate. La paura di soffrire o di soffrire di nuovo ci limita, riduce la nostra vita alle opzioni meno rischiose. Senza il rischio di soffrire non c'è gioia possibile. La sicurezza e la rimozione dei ricordi delle sofferenze ci rendono aridi e inibiti. Le sofferenze non vanno evitate, ma sfidate, combattute.

Momenti felici

I momenti felici sono quelli in cui un bisogno viene soddisfatto, una mancanza viene colmata, un problema viene risolto, un pericolo viene scampato, una crisi viene superata, una sfida viene vinta, un enigma viene chiarito, una giustizia viene ottenuta, un danno viene riparato, una malattia guarisce, un dolore cessa, una cosa cercata viene trovata, un sogno viene realizzato. Senza difficoltà non ci può essere felicità, ma solo noia.

Cose di cui ho bisogno

Ho bisogno di un ostacolo da superare, un nemico da combattere, una sfida a cui rispondere, un padrone a cui ribellarmi, un problema da risolvere, un bisogno da soddisfare.

Una malattia da cui guarire, una minaccia da neutralizzare, una comunità a cui appartenere, un dio a cui obbedire, un premio da vincere, un primato da conquistare, una prigione da cui evadere, un mostro da cui fuggire, un rifugio in cui nascondermi.

Un mondo da esplorare, qualcuno da servire, qualcuno da dominare.

Accusare o non accusare

Accusare o non accusare, questo è il dilemma. Perché accusare qualcuno di un misfatto significa attribuirgli responsabilità e colpe, sfidarlo e condannarlo (almeno come desiderio) a subire certe punizioni.

Di conseguenza, accusare qualcuno comporta aspettarsi reazioni ostili dall'accusato e da tutti coloro che hanno tenuto comportamenti simili (tra cui forse lo stesso accusatore). Perché la punizione (inflitta o auspicata) implica sempre una violazione dell'integrità e/o della libertà della persona dell'accusato.

Accusare qualcuno significa inoltre richiedere la sua esclusione dalla comunità di appartenenza finché l'imputato non avrà confessato il misfatto, pagato la pena ed espresso il pentimento in modo credibile.

Un'accusa costituisce sempre una rottura della pace e della coesione sociale, cose di cui abbiamo tutti bisogno. Perciò accusare qualcuno è un atto che va, in parte, contro l'interesse dell'accusatore.

Insomma, pensiamoci bene prima di accusare qualcuno di qualche misfatto, prima di scagliare la nostra pietra contro di lui.

Bisogno di bisogni

Ho bisogno di un nemico da combattere, un problema da risolvere, una malattia da cui guarire, una sfida da vincere, una paura da affrontare, una difficoltà da superare, un pericolo da evitare, una stanchezza da smaltire, un gioco in cui eccellere, una caduta da cui rialzarmi, un'offesa da vendicare, un idiota da fermare, un errore da correggere, un guasto da riparare, una colpa da espiare, qualcosa da migliorare, un'autorità a cui sottomettermi, un modello da imitare, una regola da infrangere, una disciplina da imporre, qualcuno con cui cooperare, qualcuno con cui competere, un dolore da lenire, un territorio da conquistare, una prigione da cui evadere, un obbligo da adempiere, una domanda a cui risondere, qualcuno da invidiare, aiutare, amare od odiare, qualcosa da distruggere, un ostacolo da abbattere, un ordine da ripristinare, un ambiente inquinato da bonificare, una cosa da pulire, un’idea da contraddire (anche una delle mie).

Insomma, ho bisogno di bisogni "umani". Senza tali bisogni la mia vita è come quella di un vegetale, senza senso, senza motivazioni, senza desideri, senza aspirazioni, senza progetti, senza futuro. Una vita che non vale la prima di vivere.


Il tabù delle gerarchie e della competizione

Il tema della gerarchia in un sistema sociale è spesso censurato e mistificato. Si cerca infatti spesso di nascondere il fatto che esiste una concorrenza più o meno violenta per ottenere e mantenere le posizioni gerarchiche più elevate, cioè per avere più potere, più possedimenti, più autorità, più prestigio, più onore, più stima, più gloria.

Coloro che occupano le posizioni più elevate, e quindi le classi e le persone dominanti in ogni campo, tendono infatti a giustificare in vari modi le loro stesse posizioni privilegiate e non vedono di buon occhio, e osteggiano coloro che le mettono in discussione, le contestano o le sfidano.

Spesso, inoltre, ci sono alleanze tra il potere politico e quello religioso per legittimare e giustificare reciprocamente i poteri stessi, al punto che la contestazione del potere politico può essere considerata un peccato religioso, e la contestazione del potere religioso un reato civile o politico.

Tutta la vita sociale, la cultura e perfino la scienza sono tanto impregnate di lotta per il predominio gerarchico quanto impegnate a nascondere e a negare la lotta stessa e i loro conflitti di interesse.

Risultato è che l'umiltà e la modestia sono considerate virtù e la presunzione e l'arroganza difetti. Tutto ciò serve solo a scoraggiare la competizione, a vantaggio di chi dalla competizione avrebbe da perdere.

Perché l'anello al naso?

Sto volando verso Monaco. Nel sedile davanti al mio, una ragazza, probabilmente italiana, con un anello al naso. Perché quell'anello? Cosa vuole significare? Tento una risposta usando il paradigma "quadrilatero" di F. Schulz von Thun.

  • fatti: nessuna rivelazione o descrizione di fatti;

  • auto-rivelazione: la ragazza vuole far sapere a chi la osserva qualcosa sulle sue appartenenze, la sua ideologia, la sua etica, i suoi gusti, le sue amicizie; vuole affermarsi assertivamente come persona speciale, distinta, dotata di uno speciale carattere;

  • relazione: la ragazza indica i suoi criteri di interazione: cioè lei è disposta a interagire solo con chi rispetta, accetta e non critica il suo piercing, il quale è usato quindi come criterio di discriminazione sociale;

  • appello: la ragazza chiede agli altri che la rispettino, la apprezzino, la accettino, la approvino così com'è, con la sua ideologia, le sue appartenenze, i suoi bisogni, i suoi gusti (anche se stravaganti), i suoi simboli, la sua confusione, la sua ordinaria o straordinaria follia. 

L'anello al naso costituisce dunque al tempo stesso una sfida alle norme sociali e il grido di aiuto di una persona che ha paura della solitudine e del conformismo giudicante, che cerca di sostituire con un conformismo (quello dei portatori di piercing) più tollerante verso le persone come lei, senza accorgersi che in tal modo si pone in posizione giudicante verso coloro che sono disgustati dal piercing, incoerenza che rimuoverà nell'inconscio e che la farà nascostamente soffrire.

    Il pericolo del libero studio della natura umana

    Per ogni ipotesi di azione un meccanismo inconscio ne calcola la valenza sociale, cioè il vantaggio o lo svantaggio che deriverebbe dall'azione considerata, in termini di posizione nell'ambito della comunità di appartenenza. Se il risultato del calcolo è positivo, si produce un'emozione positiva (attrazione, piacere, euforia, amore ecc.) che motiverà la persona ad eseguire l'azione, altrimenti un'emozione negativa (repulsione, ansia, paura, depressione, odio ecc.) che la motiverà ad astenersene.

    Anche lo studiare la natura umana e il discuterne ha una valenza sociale rispetto ai valori della comunità di appartenenza. Infatti le norme comunitarie possono stabilire (in modo formale o informale) chi è autorizzato a studiare la natura umana, e quali direzioni di tale studio sono lecite o illecite. Ignorare o sfidare tali prescrizioni può mettere a rischio l'appartenenza alla comunità.
    Il crimine di eresia, punibile con la morte o la scomunica (cioè l'allontanamento dalla comunità) non esiste solo nelle religioni ma, informalmente, in qualunque comunità, e riguarda la concezione della natura umana, dell'etica, della giustizia, dell'estetica e della comunità stessa.



    Cosa succede quando due persone s'incontrano

    Il discorso che segue può essere utile a chi desidera comprendere le dinamiche psicologiche fondamentali insite nelle interazioni umane, allo scopo di migliorarne la qualità in termini di soddisfazione dei bisogni delle parti coinvolte. Come si vedrà, tali dinamiche dipendono molto dai repertori mentali personali con i quali vengono definite e caratterizzate: categorie di persone, comunità di appartenenza, ruoli, funzioni, affetti, strategie di interazione sociale e chiavi di interpretazione delle interazioni stesse.

    L'incontro tra due persone X ed Y dà generalmente luogo ad una serie di azioni e reazioni riassumibili nelle seguenti fasi (dal punto di vista di X):

    1. Attribuzione ad Y di una o più categorie tra quelle presenti nel repertorio delle categorie umane di X.

    2. Attribuzione ad Y di posizioni, funzioni, ruoli, rango, valori, affetti ecc. nella visione del mondo, nelle comunità elettive e nella strategia di interazione sociale di X. Nota: tale attribuzione è conseguenza delle caratteristiche delle categorie umane attribuite ad Y nella fase 1.

    3. Ricezione di transazioni/espressioni verbali e non verbali emesse da Y e attribuzione ad esse di significati cognitivi ed emotivi tra quelli contenuti nel repertorio semantico di X. Esempi: richiesta o offerta (di beni, servizi, aiuto, protezione, informazioni ecc.), proposta (di cooperazione, scambio, assunzione di ruoli particolari, rapporto sessuale ecc.), asserzione, informazione, sottomissione, imposizione, ribellione, sfida, minaccia, aggressione, umiliazione, rifiuto, respingimento, resa, ecc.

    4. Modifica dello stato emotivo e cognitivo di X a seguito delle transazioni/espressioni emesse da Y e dei significati ad esse attribuiti da X

    5. Emissione di transazioni/espressioni verbali e non verbali verso Y scelte tra quelle contenute nel proprio repertorio delle transazioni/espressioni (sollecitate, non sollecitate e automatiche). Nota: le transazioni/espressioni emesse da X sono conseguenza delle proprie reazioni emotive e cognitive di cui alla fase 4.

    6. Ripetizione delle fasi 3, 4 e 5 fino alla fine dell'incontro.

    Lo stesso si svolge da Y verso X.

    Tutto ciò avviene in parte a livello conscio ma soprattutto a quello inconscio.

    La dinamica dell'incontro è teoricamente prevedibile e tende a ripetersi con modalità analoghe nella misura in cui non ci sono variazioni, in ciascun individuo:

    • nel proprio repertorio delle categorie umane

    • nella propria visione del mondo

    • nelle proprie comunità elettive

    • nel posizionamento proprio e altrui all'interno delle comunità elettive (in termini di ruoli, rango, funzioni, affetti ecc.)

    • nella propria strategia di interazione sociale

    • nel proprio repertorio semantico (per l'interpretazione delle transazioni/espressioni ricevute)

    • nel propro repertorio delle transazioni/espressioni (sollecitate, non sollecitate e automatiche)

    • nei bisogni, negli eventi e nelle situazioni che lo spingono a mettere in atto particolari transazioni/espressioni


    Dalla paura dell'arroganza alla paura del successo

    Tra le trappole mentali in cui si può cadere, c'è la paradossale paura del successo. Questo fenomeno consiste in un'auto-limitazione o auto-boicottaggio (involontari e inconsci) che ostacolano la manifestazione di qualità e capacità, da parte del soggetto, che dimostrerebbero una sua certa superiorità in particolari aree di competenza (specialmente di tipo intellettuale o etico) rispetto alle persone con cui esso interagisce abitualmente.

    Il motivo dell'auto-limitazione o auto-boicottaggio, in termini psicodinamici, può essere legato alla paura inconscia di essere accusati di arroganza, cioè di voler dimostrare la propria superiorità, tendenza considerata un grave difetto o vizio dalla maggior parte della gente, oltre che motivo di irritazione e antipatia, laddove la modestia e l'umiltà sono considerate virtù.

    La Psicologia dei bisogni, spiega questo fenomeno facendo riferimento all'agente mentale (anche detto dèmone) denominato "Alfa-io", che presiede ai bisogni di prevalenza, cioè alla tendenza ad occupare la posizione gerarchica più vantaggiosa (sia in termini di prestigio che di potere) consentita dalla comunità di appartenenza e dalle proprie doti e capacità.

    Ma l'Alfa-io deve scendere a patti con l'altro dèmone chiamato Super-io, che, invece, presiede ai bisogni di appartenenza e integrazione sociale, il quale impone una censura all'Alfa-io per evitare il rischio che il soggetto venga emarginato o comunque punito dalla comunità a causa della sua "superbia". Per effetto di tale censura, l'Alfa-io è spinto a nascondere la sua eventuale superiorità dietro una maschera di modestia e umiltà più o meno convincenti.

    Succede però che l'Alfa-io non rinunci facilmente al bisogno di prevalere, e cerchi di asserire le proprie capacità in modo indiretto, implicito o camuffato, specialmente attraverso lo scambio di opinioni su fatti umani e sociali, con particolare riguardo all'etica, politica, filosofia, psicologia e cultura in generale. In tal caso il soggetto coglierà l'occasione di qualsiasi discussione per mettere in evidenza la sua superiore cultura o moralità, anche, eventualmente, criticando o contraddicendo quelle espresse dai suoi interlocutori, i quali però, intuiranno tale strategia e reagiranno ad essa con irritazione, fastidio, e, in casi estremi, con aggressività verbale e critiche al carattere del soggetto e al suo modo di porsi, accusandolo, appunto, di arroganza, o addirittura di asocialità.

    L'arroganza, cioè l'inclinazione al confronto in cui si determina chi è superiore e chi inferiore, chi ha ragione e chi torto, è temuta soprattutto da coloro che temono di risultare perdenti dal confronto stesso, perché lo stato d'inferiorità viene associato (consciamente o ancor più inconsciamente) con il rischio di essere espulsi dalla comunità o condannati ad una posizione gerarchica svantaggiosa. Tutto ciò è analogo a quanto avviene tra i polli, che si combattono finché non si stabilisce e si conviene un chiaro "ordine di beccata", in cui ognuno sa chi può mangiare prima di chi, chi può beccare chi, e chi può essere beccato da chi.

    Lo psicologo Alfred Adler (1870–1937), nella sua Psicologia individuale, enfatizza l'importanza dei sentimenti di inferiorità nello sviluppo della personalità e dei disagi mentali, con particolare riguardo ai fenomeni di compensazione, in cui una persona con inferiorità biologica tende normalmente a sviluppare una superiorità culturale (in qualche ambito particolare), per ottenere una posizione di rispetto nella comunità di appartenenza. Aggiungerei che ci sono anche persone ipodotate intellettualmente che cercano di compensare la loro inferiorità sviluppando una superiorità fisica, per esempio, dedicandosi con impegno ad uno sport.

    In base a tale ottica, c'è da aspettarsi che siano le persone che hanno sentimenti d'inferiorità congenita quelle che più appaiono come arroganti, in quanto cercano di mostrare una superiorità compensativa.

    Ne consegue che una persona può essere affetta da un complesso d'inferiorità e al tempo stesso uno di superiorità che è conseguenza della compensazione già avvenuta o in corso di sviluppo.

    Può tuttavia succedere che una persona sia intellettualmente dotata e nettamente superiore ai suoi conoscenti, in modo congenito, cioè non per effetto della compensazione di una inferiorità originale, ma per un dono di natura. Purtroppo, nemmeno questo tipo di persona è immune dall'accusa di arroganza da parte dei meno dotati, i quali sono normalmente animati da invidia e gelosia più o meno consapevole.

    In entrambi i casi (superiorità innata o acquisita) si può sviluppare nel soggetto una paura del successo, in quanto dimostrazione di superiorità che lo espone ad accuse di arroganza. Perché quanto più uno cresce e supera se stesso, tanto più, fatalmente, supererà anche gli altri che non sono cresciuti nella stessa misura in un particolare ambito.

    A seconda del temperamento del soggetto "superdotato" sono allora possibili diverse carriere:

    • rinuncia al successo mediante auto-limitazione o auto-boicottaggio, in modo da evitare il rischio di essere accusati di arroganza;

    • sfida contro coloro che lo accusano di arroganza e assunzione di un atteggiamento volutamente e consapevolmente "arrogante";

    • assunzione di falsa modestia, cioè negazione, a parole, delle proprie capacità superiori nonostante la loro evidenza.

    • cercare il successo nella mediocrità, esaltandola e onorandola, ed evitando di mettere in campo le loro doti, come tanti personaggi dello spettacolo, che non fanno sentire nessuno dei telespettatori a lui inferiore.