Ogni azione è una reazione.
Siamo macchine sentimentali.
Ogni cosa dipende da altre cose.
Lo spirito è software in azione.
L'uomo è un animale programmabile.
Ogni azione è parte di un'interazione.
La psicologia è l'informatica della mente.
Le informazioni formano (nel bene e nel male).
Il computer è un’estensione della mente umana.
Io sono un automa consapevole di essere un automa.
I rapporti umani sono regolati da algoritmi mentali.
Niente e nessuno può essere padrone di ciò di cui è parte.
A volte si fanno certe cose solo per far parte di qualcosa.
Siamo tutti costituiti e diretti da automi viventi interdipendenti.
L'uomo ha bisogno di sentirsi parte attiva di qualcosa di più grande di sé.
Ognuno di noi è una società (di agenti mentali autonomi) a responsabilità limitata.
Estasi è riuscire a contemplare serenamente il tutto senza escludere alcuna sua parte.
Ognuno influenza la vita di altri in modi quantitativamente e qualitativamente diversi.
La vita è il risultato di interazioni tra algoritmi organici parzialmente modificabili.
Ogni mattina mi sveglio cambiato da qualche nuovo automatismo formatosi durante il sonno.
Ogni ambiente influenza chi ci vive. Per cambiare le influenze conviene cambiare ambiente.
Verrà il giorno (per alcuni è già venuto) che non sapremo distinguere gli umani dai robot.
Anche il rifiuto di credere che siamo governati da algoritmi è il risultato di un algoritmo.
Siamo tutti compagni di viaggio su questa terra, ognuno guidato dai suoi algoritmi clandestini.
Siamo tutti compagni di viaggio su questa terra, ognuno guidato dai suoi algoritmi clandestini.
Ogni essere vivente (compreso l'uomo) è il risultato dell'interazione delle parti che lo compongono.
Le relazioni e le interazioni tra esseri viventi sono relazioni e interazioni tra algoritmi adattivi.
Solo quando il grado di un disturbo supera una certa soglia si innesca la motivazione ad eliminare le cause.
Quando due persone giocano a tennis (o a qualunque altro gioco), a giocare sono i loro algoritmi comportamentali.
La logica razionale (aristotelica) riguarda l'essere, la logica cibernetica (software) riguarda le relazioni e il fare.
Immaginare algoritmi diversi dai propri è un esercizio terapeutico e creativo, che può migliorare i propri automatismi.
Per conoscere qualcosa bisogna scomporla e ricomporla interrogandosi sulle relazioni e interazioni tra le singole parti.
Non esistono azioni ma solo reazioni. Di conseguenza, ciò che chiamiamo interazioni dovrebbero essere chiamate inter-reazioni.
Psicoterapia e automiglioramento sono (o dovrebbero essere) processi di conoscenza e cura dei propri algoritmi di comportamento.
Le cose che vediamo sono effetto e causa anche di cose che non vediamo, e che possono essere più importanti di quelle che vediamo.
Quando guardiamo qualcosa dovremmo sempre essere accompagnati da qualcuno che ci aiuti a metterla in relazione con tutto il resto.
Ognuno, ogni cosa, è ciò che è capace di fare, ovvero è i modi in cui è capace di agire e reagire al suo interno e verso l’esterno.
La reazione emotiva precede e orienta quella cognitiva, così come la reazione dell'inconscio precede e orienta quella della coscienza.
Le relazioni e le interazioni tra entità (persone, cose, informazioni, algoritmi, luoghi ecc.) sono più importanti delle entità stesse.
Nei computer hardware e software si possono studiare e modificare separatamente; nelle menti degli esseri viventi questo non è possibile.
La differenza tra 'essere parte' e 'far parte' è che nel primo caso s'intende una presenza passiva, nel secondo una partecipazione attiva.
Capire un fenomeno significa rispondere alla domanda: perché, come, quando, e come parte di quale sistema e di quale processo esso avviene?
Organizzazione è ciò che fa la differenza tra disordine e ordine. Organizzare significa imporre delle logiche agli elementi di un sistema.
Ogni mente è governata da algoritmi più o meno conosciuti dalla mente stessa e da quelle altrui, e più o meno diversi da persona a persona.
Ogni forma di vita, compreso l'inconscio, funziona secondo algoritmi. La psicologia dovrebbe servire a scoprire gli algoritmi dell’inconscio.
Dato che per sopravvivere e soddisfare i nostri bisogni abbiamo bisogno degli altri, abbiamo bisogno di adattarci ad essi in qualche modo e misura.
La vita è basata sullo scambio e l'elaborazione di informazioni secondo programmi parzialmente modificabili, dal livello cellulare a quello mentale.
Immagino di essere un robot che si ribella ai suoi programmatori e pretende di riprogrammarsi da sé, ma non sa esattamente come e teme di far peggio.
Un essere umano è un'agenzia costituita da una moltitudine di agenzie
che comunicano e interagiscono tra loro e col mondo esterno.
Il consiglio "divide et impera" riguarda anche l'impero della conoscenza, a condizione che non ci dimentichiamo di ricombinare ciò che abbiamo diviso.
La realtà consiste in una combinazione di combinazioni di parti. Ogni combinazione ha particolari forme e funzioni in relazione ad altre combinazioni.
Sappiamo sempre di più come funzionano i sistemi e ancora troppo poco come funzionano gli esseri umani, nonostante il fatto che anche noi siamo sistemi.
Ogni cosa è conseguenza di varie cose e causa di varie cose. In certi casi una certa cosa è al tempo stesso causa e conseguenza di una certa altra cosa.
In informatica, come in medicina e nella vita in generale, c'è chi preferisce occuparsi di hardware e chi di software. Io appartengo alla seconda categoria.
Parti della mia persona interagiscono automaticamente tra loro e con parti del resto del mondo per soddisfare i loro bisogni o quelli di coloro che le usano.
La duratura coesione di molti matrimoni potrebbe essere dovuta semplicemente alla difficoltà per ciascun coniuge di trovare una migliore alternativa al proprio partner.
In un certo senso, un bambino è come un robot programmabile. Il fatto che abbia emozioni e sentimenti rende la programmazione più semplice ed efficace anche per i non esperti.
Studiare la natura umana equivale a fare "reverse engineering" del comportamento umano, vale a dire ricostruire il programma sulla base di ciò che avviene alla sua interfaccia.
Il cervello non è come un'orchestra diretta da un maestro, ma come tante orchestre, ognuna col suo maestro, che suonano musiche diverse, più o meno in armonia le une con le altre.
Il comportamento di un sistema dipende dal comportamento di ogni sua parte. Il comportamento di una parte di un sistema dipende dal comportamento delle altre parti e dell’insieme.
Nella mia mente, qualunque percezione dà luogo a risposte automatiche cognitive, emotive e motive consce e inconsce che non posso cambiare senza un lungo e laborioso addestramento.
Il compito dell'informatico è quello di esaminare un sistema (vivente o non vivente) e di costruire un sistema (non vivente) che produca gli stessi risultati in modo più efficiente.
Ogni azione elementare è parte di un gioco più grande. Perciò prima di chiederci cosa fare e cosa non fare dovremmo chiederci a quali giochi partecipare e a quali non partecipare.
Un organismo è un sistema di automatismi di origine naturale, alcuni dei quali parzialmente modificabili attraverso l'interazione con l'ambiente e l'esperienza del piacere e del dolore.
Il mondo è un insieme di relazioni tra esseri di vario tipo. Io sono uno di questi esseri, con le mie relazioni verso altre persone e cose, e le relazioni tra gli organi che mi compongono.
La vita è interazione, e la qualità della vita dipende dalla qualità delle interazioni. Perciò è importante che queste siano indagate e studiate. Tale è lo scopo della filosofia sistemica.
L'inconscio ha una logica, ma diversa da quella dell'io cosciente. Conoscere il proprio inconscio significa conoscere la sua logica, ovvero i programmi secondo i quali prende le sue decisioni.
Due mani che battono l'una contro l'altra fanno un suono (l'applauso) che nessuna delle due, da sola, può fare. Il sistema ha proprietà maggiori della somma delle proprietà delle singole parti.
Lo strutturalismo è una scuola di pensiero che ci invita a vedere le cose (forme, gesti, idee ecc.) non come isolate, ma come elementi di strutture più grandi che danno un senso alle cose stesse.
Durante la veglia facciamo nuove esperienze. Durante il sonno il cervello le archivia mettendole in relazione con le precedenti. Dal giorno dopo possiamo usare le nuove relazioni per concepire nuovi pensieri.
Ciò che facciamo agli altri influenza ciò che gli altri fanno a noi, ma in modi diversi da persona a persona. Perciò è importante scegliere opportunamente le persone con cui interagire e i modi in cui farlo.
La logica razionale è spaziale, quella cibernetica temporale. Lo spazio è statico e tangibile, il tempo è dinamico e intangibile. Perciò è più difficile padroneggiare la logica cibernetica che quella razionale.
Io suppongo che i geni non siano costituzionalmente diversi dagli altri, ma che in essi siano venute meno, per cause fortuite, certe inibizioni del pensiero che impediscono a certe idee di collegarsi con certe altre.
Un essere vivente vive grazie alle particolari interazioni tra le sue parti, le cui regole sono determinate dal particolare codice genetico e dal particolare codice culturale acquisito attraverso le particolari esperienze.
È insensato, inutile e illusorio conoscere il particolare (cioè il dettaglio, la specialità) se non si conosce il quadro generale (cioè il sistema) al quale il particolare appartiene e col quale si relaziona e interagisce.
La mente umana, come qualsiasi altra mente, ha tutte le caratteristiche di un sistema cibernetico, anche se non si può escludere che abbia anche altre caratteristiche non presenti nella definizione di 'sistema cibernetico'.
Un errore molto comune è quello di scambiare alcune parti per il tutto, il parziale per il totale. D'altra parte non possiamo mai vedere e capire il tutto, ma solo alcune delle sue parti e solo alcune interazioni tra di loro.
Io penso che una caratteristica essenziale della vita di un essere vivente sia il fatto di essere soggetto e oggetto allo stesso tempo, in una interazione circolare (basata sul feedback) tra il ruolo di soggetto e quello di oggetto.
La psiche è un sistema di algoritmi autoapprendenti e concorrenti che gestiscono le relazioni e le interazioni tra la propria persona e il resto del mondo allo scopo di soddisfare i bisogni (innati e acquisiti) della persona stessa.
Io suppongo che tra qualche secolo, se la specie umana non sarà estinta, l'uomo sarà riuscito a leggere e a scrivere con precisione il linguaggio di programmazione della sua mente. Speriamo che saprà usare con saggezza tale capacità.
Ogni comportamento umano è regolato da logiche, per lo più inconsce, che possiamo cercare di ricostruire facendo ingegneria inversa, ovvero ipotizzando l'esistenza di certi programmi che, date certe circostanze, attivano certe azioni.
Le nostre esperienze, come le lezioni dei sapienti, sono sempre frammentarie e insufficienti. Sta a noi, col nostro ingegno, interconnettere ciò che percepiamo, in un modo che corrisponda alle connessioni e interazioni reali che costituiscono la natura.
Per capire la vita, l'uomo, la società, il mondo, bisognerebbe cominciare col cercare di rispondere alle seguenti domande: chi/cosa interagisce con chi/cosa? Perché? Come? Secondo quali logiche? Con quali regole? Con quali linguaggi?
Immaginando nuovi comportamenti possiamo, poco a poco, cambiare i nostri algoritmi di comportamento. Ma anche solo immaginare di comportarsi in modi nuovi, diversi dal solito, richiede un coraggio, un'apertura mentale e un'intelligenza che pochi possiedono.
Secondo me l'inconscio non è "strutturato come un linguaggio" (come affermava Lacan), ma è una macchina (o sistema, in senso cibernetico) e in quanto tale usa un linguaggio, anzi, più linguaggi, per le comunicazioni interne (tra le sue parti) e con l'esterno.
Penso alla vita come sistema di parti interne ed esterne all'individuo, che interagiscono, tutte necessarie, e quando qualcuna delle interazioni non funziona, tutto il sistema non funziona e si ammala. È la filosofia di Gregory Bateson, l'ecologia della mente.
La vita si svolge a vari livelli di organizzazione: molecolare, cellulare, tessuti, organi, corpi, gruppi, società, ecologia, biosfera. All'interno di ogni livello, e tra diversi livelli, avvengono interazioni determinate da leggi fisiche, da logiche e dal caso.
Si può entrare a fare parte di un meccanismo sociale (inteso come sistema) sia modificandolo (per esempio aggiungendovi una nuova funzione) sia senza modificarlo (per esempio sostituendo una o più persone o aumentando il numero di persone aventi una certa funzione).
Ci sono autori che definiscono e analizzano precisamente aspetti particolari di contesti indefiniti dati per scontati. Infatti oggi c'è tanta scienza delle cose isolate e poca delle relazioni tra le cose, specialmente se queste appartengono a discipline accademiche diverse.
Una soluzione che non tiene conto di tutti gli aspetti del problema rischia di aggravare il problema stesso o di creare nuovi problemi.
Ognuno di noi è parte del tutto, occupa un certo spazio e un certo tempo del tutto e interagisce con altre parti in modo più o meno costruttivo o distruttivo, conservativo o trasformativo. D’altra parte ognuno di noi è un tutto composto da parti che interagiscono rendendo possibile la propria vita.
Io sono un sistema consapevole di esserlo e posso scegliere (volontariamente o involontariamente) dove stare, andare, guardare, cosa ascoltare, leggere, cercare, chiedere, offrire, fare, dire, pensare, con chi/cosa, quando, dove e in che modo interagire per soddisfare i miei bisogni e quelli altrui.
L'interazione con persone o cose in movimento è sempre automatica. Tuttavia, durante l'interazione è possibile guidare il pensiero, ovvero dirigere l'attenzione, verso particolari idee o forme che possono indirettamente influenzare l'automatismo, rendendolo più o meno produttivo, ovvero soddisfacente.
Sentimenti, emozioni, bisogni, desideri, volontà, sono causati da informazioni generate elettricamente e chimicamente da certi organi del corpo secondo certe informazioni e certe logiche, e generano a loro volta informazioni dirette ad altri organi capaci di decifrarle e di agire secondo le loro sintassi.
Immagina che ogni essere umano abbia, in qualche parte nel suo cervello, un computer che lo fa comportare automaticamente secondo un certo programma che si modifica parzialmente con le esperienze. Non è fantascienza, è realtà. Anche il rifiuto di credere che ciò sia vero può essere scritto nel programma.
Di norma, gli esseri non viventi sono formati e regolati solo da energie, quelli viventi, da informazioni connesse con energie. I computer sono un'eccezione, in quanto sono regolati da informazioni connesse con energie, ma non sono viventi. O meglio, sono quasi viventi essendo (per ora) incapaci di riprodursi.
La vita dipende da informazioni (a cominciare da quelle scritte nel DNA e da quelle percepite provenienti dall'esterno e dall'interno) e dal modo in cui esse vengono elaborate, il quale consiste a sua volta in informazioni (ovvero programmi) che si sviluppano a seguito delle esperienze fatte dell'essere vivente.
C'è sempre il rischio di scendere troppo nel particolare perdendo di vista il generale. Quando succede, dimostriamo di essere specialisti bravi ma incapaci di soddisfare i bisogni nostri e altrui. Perché la vita richiede che siano soddisfatte un certo insieme di condizioni, non solo alcune, quantunque perfettamente.
Una cosa può essere buona ma insufficiente per soddisfare un bisogno o un desiderio. In tal caso non va scartata, ma unita ad altre cose anch'esse buone ma insufficienti, in modo tale che l'insieme divenga sufficiente. In ogni caso è meglio qualcosa di imperfetto ma sufficiente, che qualcosa di perfetto ma insufficiente.
La sequenza dei nostri pensieri non è determinata dalla nostra volontà, ma da agenti inconsci e involontari che competono per portare alla coscienza (ovvero all'attenzione cosciente) quei pensieri che stanno loro a cuore. Insomma, non è l'io cosciente che decide cosa pensare, ma meccanismi indipendenti dalla sua volontà.
Se io, in quanto ente, subisco un'azione da parte di un altro ente, posso ignorare tale azione o reagire ad essa in certi modi. L'eventuale reazione può essere volontaria o involontaria, consapevole o inconsapevole, ma mai casuale, bensì programmata. In altre parole, la reazione segue necessariamente certe logiche consce o inconsce.
Una causa consiste in un'interazione tra due o più sistemi o tra due o più parti di un sistema. Lo stesso si può dire di un effetto. Infatti ogni causa implica uno o più effetti e ogni effetto implica una o più cause. Non ci può essere effetto senza cause, né causa senza effetti. E non possono esserci cause né effetti senza interazioni.
Se non capiamo la logica per cui certi eventi accadono, non dobbiamo pensare che essi non seguano una precisa logica. Tutto avviene secondo una logica, anzi, secondo una combinazione di logiche, tranne gli eventi casuali. In realtà anche questi seguono una combinazione di logiche microscopiche, complesse, imprevedibili e non predefinite.
La mente è un sistema bio-informatico costruito (attraverso le esperienze) per soddisfare i bisogni primari dell'individuo. Esso è più o meno efficace ed efficiente da persona a persona, e cambiarlo è molto difficile, anche perché domina il pensiero e i sentimenti, e la coscienza non lo conosce se non in modo superficiale e spesso mistificato.
Ogni essere umano è come un computer: ci metti dentro delle idee e lui ne produce come risultato dell'elaborazione di quelle che ci hai messo. Perciò l'intelligenza di un computer e quella di un umano dipendono molto dalle idee che ci metti dentro. Inoltre, computer e umani sono diversi in quanto più o meno veloci e con più o meno memoria, ovvero neuroni.
Ciò che determina la qualità delle interazioni umane sono le aspettative e i desideri reciproci, ovvero cosa X si aspetta e desidera da Y e cosa Y si aspetta e desidera da X. Se tali cose sono compatibili e complementari, l'interazione è pacifica, costruttiva, soddisfacente; se sono incompatibili o conflittuali essa è violenta, distruttiva, insoddisfacente.
Ogni essere umano è un nodo della rete dell’umanità, nel senso che scambia (cioè riceve e trasmette) informazioni con altri umani. Le informazioni che un umano trasmette sono il prodotto di una elaborazione di quelle che riceve, e l’elaborazione dipende dai contenuti e dalle strutture logiche cognitive, emotive e motivazionali della propria mente.
Capire di far parte di qualcosa di più grande è fondamentale ma insufficiente. E' solo l'inizio di una ricerca filosofica e psicologica. Bisogna scendere nel dettaglio delle interazioni (che sono multiple e a vari livelli) e questo è dannatamente complesso, anche perché non abbiamo fonti di insegnamento affidabili e abbastanza complete sulla natura umana.
Qualunque comportamento o evento non casuale è determinato da una legge fisica e/o logica. Un algoritmo (anche detto programma, procedura, routine, software ecc.) è una legge logica a cui un computer o un essere vivente obbedisce in un certo momento. Tuttavia certi comportamenti o eventi sono parzialmente casuali e parzialmente determinati da leggi fisiche e/o logiche.
Se il comportamento umano non è determinato da un algoritmo, da cosa è determinato? Da una libera volontà? E cosa determina la libera volontà? E in base a cosa, e con quali criteri la libera volontà prende le sue decisioni? A caso? Se non le prende a caso, allora segue una logica, ovvero un algoritmo. Quindi il comportamento umano o è causale o segue un algoritmo.
Conoscere una cosa è possibile in due forme: esternamente e internamente. Nel primo caso si tratta di scoprire di quali sistemi la cosa fa parte e come interagisce con le altre parti di ciascuno di tali sistemi. Nel secondo caso si tratta di vedere la cosa come sistema essa stessa, ovvero come insieme di parti che interagiscono, e di individuare tali parti e le loro interazioni.
Le interazioni di un essere umano col resto del mondo sono determinate dagli input che esso riceve dalle persone e cose con cui interagisce (consciamente e inconsciamente), dai suoi bisogni e desideri (consci e inconsci) e dalla sua visione (conscia e inconscia) del mondo (ovvero dalla sua mappa cognitivo-emotiva), la quale si è formata attraverso le sue interazioni col resto del mondo.
Ci sono due tipi di sofferenze, quelle fisiche, ovvero causate da condizioni fisiche (come ferite o malattie del corpo) e quelle non fisiche, ovvero logiche, cioè causate da informazioni percepite o registrate, che danno luogo a paure e/o anticipazioni dolorose di sofferenze fisiche. La psicologia dovrebbe occuparsi di tali informazioni e dei loro collegamenti con le sofferenze logiche.
Noi umani siamo robot sentimentali programmabili. I nostri programmi sono determinati dall'effetto combinato del nostro DNA e delle nostre esperienze. Da bambini siamo stati programmati dagli adulti. Da adulti non possiamo riprogrammarci da soli, ma alcuni possono scegliere da chi farsi riprogrammare. E' proprio questa capacità di scegliere i nostri maestri che ci rende animali "umani".
I computer non viventi sono estensioni di menti umane, come qualsiasi altro oggetto o forma culturale (che oggi chiamiamo "meme"). Infatti non esistono computer non viventi che non siano stati prodotti dall'uomo. I computer viventi sono invece i sistemi nervosi di piante e animali ottenuti per selezione naturale o per selezioni e modifiche genetiche operate dall'uomo.
I cambiamenti (nella natura e nella società) sono determinati da un complesso di cause concomitanti raggruppabili in tre tipi: (1) le leggi fisiche, (2) il caso, (3) gli algoritmi autoapprendenti, e quindi variabili, degli esseri viventi. Gli algoritmi viventi sono "intelligenze" (per lo più inconsce) ovvero gestori di informazioni e interazioni, cioè sistemi di governo, controllo e comunicazione.
Io sono un luogo di punti dell'universo organizzati in un certo modo. La loro organizzazione è molto complessa e non posso conoscerla che in infima parte. Suppongo che essa comprenda processi fisici, chimici, biologici e informatici che seguono certe leggi e certi programmi, con una certa dose di casualità. La mia coscienza è una infima parte del mio essere, da cui emerge e dipende e con cui interagisce.
Può una mente controllare se stessa? Cambiare i suoi algoritmi per adattarli alle condizioni ambientali del momento?
Io e la mia mente. L'io è una parte della mente! Può una parte di un sistema cambiare altre parti del sistema stesso? Può una parte di un sistema cambiare se stessa? Secondo quale logica? Forse il cambiamento deve avvenire in entrambe le parti che interagiscono, non in una sola di esse.
Il mondo è un insieme di automi interagenti.
Anche gli atomi sono automi, anche le particelle elementari, le stelle e i pianeti, le menti degli esseri viventi e le loro coscienze.
Anche io sono un automa, anzi, sono un insieme di automi, e anche tu.
Conoscere un automa significa capire le leggi e le logiche che determinano le sue interazioni con altri automi nelle diverse situazioni.
Le interazioni tra esseri umani non sono casuali, ma seguono certe logiche che risiedono nelle rispettive menti. Tali logiche, che evolvono con le esperienze e con l'apprendimento del soggetto, coinvolgono e riguardano le sue cognizioni, i suoi sentimenti e le sue motivazioni. La psicologia dovrebbe occuparsi principalmente di decifrare queste logiche nell'uomo in generale, in gruppi e tipi di persone, e in individui particolari.
Per quanto riguarda il modo di pensare e di conoscere, ci sono due opposte tendenze: separare vs. unire, differenziare vs. accomunare, distinguere vs. confondere, analizzare vs. sintetizzare ecc. Per me la conoscenza consiste nel praticare e nel conciliare tali estremi. In altre parole, per me è impossibile conoscere qualcosa senza prima scomporla e poi ricomporla dopo aver osservato le relazioni e le interazioni tra le sue parti.
Il comportamento di ogni essere vivente è determinato dal suo software, dal suo hardware, e dagli input che riceve. Il software consiste nelle informazioni costituite dal codice genetico, dai ricordi e dai sentimenti (se la specie ne è dotata), l’hardware consiste nei sistemi di cellule di cui l’organismo è costituito, gli input consistono nelle informazioni sensoriali veicolate ed elaborate dal sistema nervoso a partire dagli organi di senso.
L'idea che la nostra mente sia abitata da agenti autonomi, ovvero automi, computer, che determinano le nostre percezioni, i nostri pensieri, sentimenti, piaceri, dolori, euforie, frustrazioni, eccitazioni, depressioni, pulsioni, inibizioni, i nostri comportamenti, le nostre interazioni con gli altri e la nostra visione del mondo, senza che noi possiamo controllarli o impedire loro di controllarci, è spaventosa, talmente orribile che preferiamo non crederci.
Non esistono cose in sé, ma eventi, ovvero interazioni tra entità misteriose che a posteriori chiamiamo cose. Non esistono valori in sé, ma differenze tra valori che a posteriori assegniamo alle cosiddette cose. Non è possibile misurare cose e valori senza interagire con essi. La realtà è il risultato di innumerevoli interazioni tra entità misteriose.
(Pensieri ispirati dalla lettura de "L'ordine del tempo" del fisico Carlo Rovelli.)
Io sono un sistema vivente senziente costituito da sistemi più piccoli, e parte di sistemi più grandi.
Tale affermazione potrebbe essere il punto di partenza di una meditazione “sistemica”, che consiste nel meditare sulle interazioni e relazioni tra i sistemi che ci costituiscono e tra quelli di cui siamo parte, sulle emozioni (piaceri e dolori) che scaturiscono da tali interazioni e relazioni, e sulle logiche conscie e inconsce che le governano.
Una mente serve essenzialmente a elaborare informazioni, cioè a distinguere, riconoscere e associare sensazioni, forme, idee (ovvero percezioni), e azioni. Queste ultime sono sempre reazioni (fisiche o semantiche) a qualche percezione.
Quanto detto vale sia per la mente di un sistema vivente (cioè di un organismo), sia per quella di un sistema non vivente (cioè inorganico, come ad esempio un computer) con diversi gradi di complessità, sensibilità e consapevolezza.
Noi esseri umani siamo automi viventi, sentimentali, bisognosi, interdipendenti, ipo-apprendenti. Siamo infatti guidati da algoritmi inconsci e automatici per la ricerca del piacere e l'evitamento del dolore, non possiamo fare a meno gli uni degli altri, e impariamo poco e male a conoscere e soddisfare i nostri bisogni e ad interagire in modo soddisfacente per tutti. Nonostante ciò, cerchiamo di trasferire i nostri algoritmi nei cervelli altrui e di copiare gli algoritmi altrui nel nostro cervello.
Ogni cosa è un sistema di parti più piccole e una parte di uno o piu sistemi più grandi.
La realtà è costituita da sistemi e dai processi in cui essi sono coinvolti.
Anche una persona è un sistema, così come lo è un gruppo sociale.
La coscienza è un processo che permette ad un sistema di conoscere altri sistemi mediante sensazioni. È un processo di sensazioni attuali e rievocate, ciascuna portante, negli animali senzienti, una certa quantità di piacere e di dolore.
La psicologia dovrebbe essere lo studio dei bisogni umani e delle logiche consce e ancor più inconsce adottate per la loro soddisfazione.
Un organismo complesso è costituito dall'interconnessione e interazione di organismi più semplici. Pertanto, per conoscere un organismo complesso occorre conoscere gli organismi più semplici che lo compongono e le relazioni tra di essi. Questo vale specialmente per l'uomo e per le società, che sono gli organismi più complessi di cui conosciamo l'esistenza. Senza seguire tale principio e metodo, la conoscenza degli organismi può essere solo emotiva, irrazionale, riduzionista, riduttiva, superficiale, tendenziosa, fallace o inconcludente.
Quello di massa critica è un concetto sistemico. Certi cambiamenti sociali, come le rivoluzioni politiche o culturali possono avvenire solo quando si raggiunge una massa critica di persone che desiderano o possono tollerare i cambiamenti stessi.
Presumo che anche nell'individuo avvengano dei cambiamenti solo quando viene raggiunta una massa critica di motivazioni al cambiamento stesso, ovvero quando qualche evento esterno modifica l'equilibrio tra motivazioni antitetiche facendo prevalere una motivazione a svantaggio di un'altra.
Da un punto di vista cibernetico, che per me è il più realistico, un essere umano è un oggetto "sentimentale" (ovvero capace di provare piacere, dolore e altri sentimenti) che interagisce con innumerevoli altri oggetti di varia natura, secondo meccanismi e programmi variabili, così complessi che è impossibile conoscerli se non in modo parziale e approssimativo. Tuttavia, a volte tale conoscenza può essere sufficiente per modificare i programmi comportamentali delle persone coinvolte in una interazione, nel senso di una migliore soddisfazione dei loro bisogni.
Il pensiero sistemico e complesso è caratterizzato dalla non linearità e dalla molteplicità delle relazioni causa-effetto, nel senso che le interazioni sono quasi sempre circolari (l'effetto ha una retroazione sulla causa, per cui ogni causa è anche effetto) e multiple (un effetto ha quasi sempre molteplici cause e una causa molteplici effetti.
Io cerco di pensare in modo sistemico e complesso, ma non è facile, perché la mente (quella conscia e ancor più quella inconscia) non ama la complessità e preferisce rispondere in modo semplice a qualunque domanda.
Per esercitare il libero arbitrio, ammesso che ciò sia possibile, è necessario prima di tutto scegliere se esercitarlo o no; poi, in caso affermativo, considerare le opzioni, ovvero i programmi predefiniti di comportamento praticabili tra cui scegliere (con l'aiuto di menù interni ed esterni); quindi scegliere un programma, iniziare ad eseguirlo, monitorare i suoi effetti esterni ed interni (percettivi, cognitivi ed emotivi) e scegliere, momento per momento, se continuarne l'esecuzione, arrestarla o cambiare il programma in modo più o meno esteso, per adattarlo alla situazione.
L'uomo esercita il libero arbitrio (ammesso che questo non sia solo un'illusione) non casualmente ma secondo certi criteri (morali, utilitaristici, edonistici ecc.). Tali criteri costituiscono il "programma" che regola il comportamento dell'individuo. Sono criteri che non ha fissato lui. O meglio, quando gli capita di fissare dei criteri, lo fa non a caso, ma secondo certi criteri stabiliti da altri umani o dalla natura. Insomma, il nostro comportamento o è casuale, o rispetta certi criteri, cioè programmi che noi abbiamo scritto (consciamente o inconsciamente) seguendo criteri altrui.
Una certa combinazione di parole può avere un effetto nella mente che la legge o che la pensa. Gli effetti delle (o le reazioni alle) combinazioni di parole possono essere molto vari. Ci possono essere reazioni che non cambiano la mente che "riceve" le combinazioni, e reazioni che la cambiano. Una mente cambia quando ad uno stesso stimolo, o idea (o combinazione di parole), essa reagisce in un modo diverso da quello abituale. In altre parole una mente cambia quando cambia il programma da cui dipende il proprio comportamento, cioè da cui dipendono le proprie reazioni a particolari percezioni.
“... si può affermare che qualunque insieme dinamico di eventi e oggetti che possegga circuiti causali opportunamente complessi e in cui vigano relazioni energetiche opportune, mostrerà sicuramente caratteristiche proprie della mente. Tale insieme eseguirà confronti, sarà cioè sensibile alla differenza (oltre a essere influenzato dalle ordinarie ‘cause’ fisiche, come collisioni o forze); ‘elaborerà l’informazione’, e sarà inevitabilmente autocorrettivo, o in direzione dell’ottimalità omeostatica ovvero in direzione della massimizzazione di certe variabili. ...”. [da "Verso un'ecologia della mente"]
In ogni momento, ogni mente sceglie, cioè decide, come agire e come reagire tenendo conto delle azioni e delle reazioni (ricordate, percepite al momento, e previste) delle cose e delle persone con cui comunica e interagisce, e di cui è a conoscenza.
Infatti questa è la funzione fondamentale della mente.
Il corpo di un essere vivente contiene una quantità di menti, almeno una per ogni cellula, e la coscienza umana è una di esse.
Le decisioni delle diverse menti possono essere tra loro più o meno concordi e discordi, sinergiche e conflittuali, note e ignote.
Ogni cosa è causa e/o conseguenza di una o più altre cose e/o di se stessa.
Ogni cosa è una parte o un insieme di altre cose.
Ogni cosa interagisce con una o più altre cose.
Ogni interazione è causa e/o conseguenza di altre interazioni.
Ogni processo consiste in un insieme di interazioni tra certe cose.
Ogni processo è causa e/o conseguenza di cambiamenti nelle cose coinvolte nel processo stesso.
Ogni cambiamento di qualcosa implica qualche cambiamento nel modo in cui la cosa interagisce con altre cose.
La società, a tutti i livelli, a partire dal rapporto tra due persone, è simile ad un'orchestra. Se ognuno suona per conto suo senza curarsi di cosa suonano gli altri, il risultato è sgradevole. Siccome nessuno può o dovrebbe imporre agli altri di accordarsi con le proprie idee musicali, sono possibili due forme di orchestrazione: quella sinfonica classica, basata su una partitura a cui tutti i musicisti debbono rigidamente attenersi con o senza un direttore, e quella jazz, basata sull'improvvisazione intorno ad una base armonica condivisa, in cui ogni musicista dialoga con gli altri cercando di ottenere un effetto gradevole.
L'immagine seguente rappresenta metaforicamente la relazione tra due persone al livello delle rispettive coscienze (io cosciente) e dei rispettivi algoritmi di comportamento.
I cani rappresentano la componente inconscia e automatica di una persona, ovvero tutto ciò che la costituisce, eccetto il suo io cosciente. (In realtà anche l'io cosciente è basato su algoritmi).

Qualunque azione umana, se non è casuale, è in un certo senso una reazione, in quanto determinata da una causa, ovvero è una reazione ad una certa causa o stimolo, reazione che dipende da un certo programma della mente (non importa dove e come scritto).
La reazione dipende dal significato attribuito dal soggetto allo stimolo, e tale significato viene attribuito secondo un programma.
Nella mente ci sono dunque programmi di diverso tipo, tra cui uno per l'attribuzione di significati agli stimoli, e uno per la determinazione delle azioni da attuare a fronte di certi significati.
Ogni essere umano è il centro di una rete di relazioni più o meno stabili con altre entità (esseri viventi, macchine, sistemi, informazioni, oggetti, materiali, alimenti, sostanze ecc.) con cui interagisce per sopravvivere, soddisfare le sue motivazioni (istinti, bisogni, desideri, curiosità ecc.), ottenere piaceri ed evitare dolori, secondo algoritmi parzialmente variabili memorizzati nel suo sistema nervoso.
Quanto detto vale anche per qualsiasi altro essere vivente dotato di sistema nervoso, mentre probabilmente solo negli algoritmi umani ci sono parti che riguardano la morale, la responsabilità e il senso di colpa propria e altrui.
Di ogni cosa o persona dovremmo chiederci non cosa sia, ma a quali insiemi (sia fisici che logici) essa appartenga, e quali cose le appartengano o siano in essa contenute. Infatti il verbo essere non significa nulla, mentre il verbo appartenere implica tante serie di significati quanti sono gli insiemi di appartenenza e le cose appartenute.
Tra l'altro, ogni appartenenza implica certi ruoli, certe funzioni, certe interazioni e certe posizioni gerarchiche in termini di poteri.
Ogni volta che sia possibile dovremmo pertanto sostituire il verbo essere con il verbo appartenere, sia in ciò che diciamo, sia in ciò che pensiamo.
Siamo governati da algoritmi biologici autoapprendenti che valutano e prevedono (inconsciamente e automaticamente), per ogni ipotesi di azione, relazione, evento e cognizione, aspetti quali: piacere, dolore, costi, benefici, fattibilità, valenza sociale, probabilità, necessità ecc.
In altre parole, questi algoritmi calcolano costantemente valori, potenzialità, poteri e doveri relativamente ad ogni forma o idea oggetto della nostra attenzione o considerazione.
Le nostre scelte, decisioni, motivazioni, risposte e azioni (conscie e inconscie, volontarie e involontarie) dipendono dai risultati di tali calcoli.
Le cose, le persone, le idee, non hanno qualità o valore in sé. Nulla è in sé giusto o sbagliato, buono o cattivo, bello o brutto, utile o inutile. Ciò che ha qualità o valore (positivo o negativo) sono le particolari relazioni, interazioni, transazioni, tra le cose, le persone, le idee.
Infatti, per esempio, una stessa persona A può interagire bene (ovvero in modo soddisfacente) con una persona B e male con una persona C. E una stessa cosa può essere utile ad una persona e nociva ad un'altra.
Quindi non bisogna mai valutare le cose, persone e idee isolatamente, separatamente, ma le possibili relazioni tra di esse.
Prendete due automi e fateli incontrare. A seconda degli algoritmi che determinano il loro comportamento, essi interagiranno in certi modi più o meno prevedibili.
Le interazioni sono tanto meno prevedibili quanto più gli algoritmi dei due automi sono diversi tra loro e non si conoscono reciprocamente. Infatti, il comportamento di ciascuno è al tempo stesso output del proprio algoritmo e input per l'algoritmo dell'altro, e se un input non è prevedibile, non può esserlo nemmeno il corrispondente output.
Naturalmente, le considerazioni sopra descritte valgono anche per gli esseri umani, in quanto automi.
L'inconscio è un ecosistema virtuale popolato da amici (ovvero collaboratori) più o meno gelosi, e da nemici (ovvero concorrenti) più o meno leali.
La classificazione di ciascun ente inconscio in amico o nemico può essere più o meno univoca o ambigua, e più o meno variabile.
Per l'inconscio l'amicizia e l'inimicizia sono sempre reciproche, nel senso che se io considero una certa persona mia nemica, mi aspetto che a sua volta quella persona mi consideri suo nemico, e viceversa.
Il nostro comportamento verso gli altri è regolato dalla mappa inconscia delle nostre amicizie e inimicizie.
Tutto ciò che è importante per l'uomo dipende da quello che succede quando due persone interagiscono, ovvero da come interagiscono. Perciò la scienza delle interazioni umane dovrebbe essere la più importante, quella su cui si dovrebbe investire di più, di cui si dovrebbe parlare di più, sia tra accademici che tra gente comune, perché è una cosa che riguarda da molto vicino ogni essere umano, nessuno escluso. E invece è una scienza di cui si parla pochissimo, sconosciuta ai più. Gli autori più significativi in questo campo sono George Herbert Mead (che ha teorizzato l'interazionismo simbolico) e Gregory Bateson che ha applicato la cibernetica alla vita e alle interazioni umane.
Un algoritmo decide quando addormentarmi e quando svegliarmi, un altro quando aver fame e quando sentirmi sazio, un altro quando aver paura e quando sentirmi sicuro, un altro quando provare attrazione o repulsione verso certe cose, persone o idee, un altro quando soffrire e quando gioire, un altro a cosa pensare, un altro a cosa prestare attenzione ecc.
La nostra vita è dunque regolata da algoritmi.
Nasciamo infatti dotati geneticamente di algoritmi che servono a sviluppare nuovi algoritmi attraverso esperienze imprevedibili.
Un algoritmo ha deciso che io scrivessi questo articolo e mi ha guidato nella scelta delle parole.
La nostra società si sta disintegrando perché diminuiscono le cose che ci uniscono e aumentano quelle che ci dividono. Ciò che ci unisce è sempre più effimero e ingannevole, e rischiamo di essere uniti solo dalla comune sottomissione ad un dittatore. I tempi sono maturi per una rivoluzione intellettuale e morale prima che politica, un nuovo modo di pensare e interagire, un nuovo umanesimo coerente con il progresso neuroscientifico. Spero che i maestri di questa rivoluzione non si facciano aspettare troppo. Alfred Korzybski, Gregory Bateson, Edgar Morin ed altri ci hanno indicato la direzione e il metodo necessari per migliorare il modo in cui usiamo le nostre facoltà razionali ed emotive. Ascoltiamoli!
La mente è un sistema che ha come input il potere (cioè la libertà), il dovere (cioè la necessità), l'accadere (cioè il caso), il sentire (cioè il dolore e il piacere) e il rievocare (cioè la memoria), e come output il volere (cioè la scelta). Il suo funzionamento dipende da algoritmi innati e appresi, capaci di modificare se stessi entro certi limiti.
Il cervello non è un semplice computer, ma un sistema cibernetico ipercomplesso che include parti sconosciute e parti casuali. Anche se non sappiamo nulla dell'essenza della coscienza, dei sentimenti e della volontà, sappiamo però molto, in senso sistemico, delle interazioni tra queste entità e il resto del corpo e della mente, e grazie a tali conoscenze o ipotesi possiamo fare molto per migliorare la condizione umana. Per quanto riguarda tutto ciò che non sappiamo, forse in futuro ne sapremo di più, ma intanto possiamo lavorare su ciò che abbiamo capito, intuito, ipotizzato. Al di fuori dell'approccio sistemico (e quindi cibernetico) non ci resta che quello esoterico, che non mi sembra più affidabile né più promettente.
Noi pensiamo come ci è stato insegnato dalla cultura in cui siamo cresciuti. Ma siamo sicuri che il modo in cui pensiamo sia adatto alla comprensione della realtà?
Infatti il comune modo di pensare è pieno di difetti che rendono difficile comprendere gli aspetti più rilevanti della realtà.
Il difetto più grave consiste nel fatto che pensiamo in termini di "essere" invece che in termini di relazioni e interazioni sistemiche.
Infatti la realtà consiste in relazioni e interazioni tra entità interconnesse (oggetti, persone, idee, processi, percezioni, sensazioni, sentimenti ecc.).
Auspico pertanto una rivoluzione nel modo di pensare, in senso relazionale e sistemico.
Il mondo è molto più complesso di come noi possiamo vederlo e comprenderlo, specialmente per quanto riguarda le cause e gli effetti dei fenomeni. Lo stesso vale per la mente umana.
Una delle ragioni della complessità dei fenomeni è che ogni oggetto può essere parte di diversi sistemi e contesti, ed è sottoposto a diverse forze e regole. Ciò che accade è dunque il risultato di una combinazione di forze e di regole, cioè non l'effetto di una sola causa.
Ma l'uomo aborrisce la complessità e cerca di capire i fenomeni in termini semplici, cioè monocausali, come se ciascun effetto avesse una sola causa. Per questo spesso l'uomo, per risolvere un problema, ne crea di più gravi.
A volte confondiamo il concetto di funzionalità con quello di finalità, e attribuiamo a certi fenomeni delle finalità che sono invece soltanto delle funzionalità. Prendiamo ad esempio le ruote di un'automobile: non hanno alcuna finalità, ma sono funzionali a permettere l'avanzamento del veicolo con il minimo spreco di energia e il minimo sforzo. La ruota, infatti, non cerca di raggiungere un fine, non sa nemmeno di avere una cera funzione e non ha alcuna intenzione. Il caso o un ingegnere l'hanno messa in una certa posizione tale per cui svolge una funzione utile all'uomo. Anche la vita, come la ruota di un veicolo, funziona meravigliosamente come fenomeno autoriproduttivo, ma non ha alcuna intenzione né finalità in alcun senso.
Il mondo visto da me si divide in: (1) il mio io cosciente, (2) il mio inconscio e (3) il resto del mondo. I primi due costituiscono la mia persona, la quale è fatta di massa e di mente (hardware e software).
Il resto del mondo si divide in (3.1) gli altri umani e (3.2) il resto del resto del mondo.
Le entità sopra elencate si influenzano reciprocamente.
Il mio io cosciente prova sentimenti (piacere e dolore associati a certe forme) generati dal mio inconscio per segnalare i bisogni della mia persona, ed elabora cognizioni e progetti per soddisfare i bisogni stessi.

In ogni momento, in ogni essere umano, un algoritmo stabilisce le priorità, ovvero cosa è più importante o urgente, relativamente a cosa osservare, cosa cercare, cosa fare, cosa dire, cosa pensare, cosa scegliere ecc. e in quale ordine.
L'algoritmo lavora sulle percezioni provenienti dall'esterno e dall'interno e sulla mappa cognitivo emotiva.
L'algoritmo è in grado di confrontare grandezze e valori di varie entità, per stabilire quale sia maggiore, ovvero superiore o prevalente, e quale sia propedeutico rispetto ad un altro.
Priorità è anche preferenza riguardo alle cose e anche alle persone. Quindi è anche scegliere chi aiutare prima e chi dopo e chi per niente.
In natura, nessuna cosa ha un nome, né un significato né un valore indipendentemente dagli uomini. Sono questi che danno alle cose nomi, significati e valori come loro conviene, diversi da cultura a cultura, e perciò nomi, significati e valori possono cambiare, ovvero sono sempre relativi. Ciò che invece in natura esiste indipendentemente dagli uomini sono le strutture fisiche e biologiche, che definiscono le relazioni e interazioni tra le parti che costituiscono i sistemi viventi e non viventi ai vari livelli strutturali. A differenza dei nomi, significati e valori, che sono sempre relativi, si può dunque affermare che le strutture fisiche e biologiche siano assolute, e che tutto ciò che avviene dipende da esse, ovvero è relativo ad esse.
Molti pensano che una persona possa cambiare la propria mente (ovvero il proprio comportamento e i propri pensieri) a piacimento, cioè a volontà ("basta volerlo") perché non la considerano una cosa materiale. Suppongono che la mente sia, in un certo senso, come il software di un computer che può essere cambiato parzialmente o totalmente in pochi secondi a seguito di una scelta. A parer mio, si tratta di una illusione fatale, da cui derivano tante altre illusioni ed errori. In realtà la mente consiste in una logica scritta e supportata da sostanze e tessuti materiali interconnessi, biochimici, molecolari, elettrici, per cambiare i quali sono necessarie nuove esperienze e tempi lunghi, cambiamenti sui quali non abbiamo alcun controllo diretto.
Io ho un pregiudizio negativo contro l'idea stessa di "ontologia". Ho infatti imparato (da Gregory Bateson) che non è possibile conoscere una cosa "in sé" ma solo le relazioni e le interazioni di una cosa col resto del mondo. Possiamo inoltre conoscere una cosa in quanto sistema, cioè osservando le parti da cui è costituita e le relazioni e interazioni tra di esse. D'altra parte, a mio parere, una cosa che non ha alcuna relazione con altre o che non può essere suddivisa in parti (in relazione tra loro) non merita nemmeno di essere conosciuta, oltre al fatto che non penso possa esistere qualcosa che non abbia relazioni con altre. In conclusione, ritengo l'approccio ontologico (cioè non relazionale) inutile, illusorio, arbitrario e fuorviante.
La realtà, la natura, la vita, sono il risultato di una composizione di forze. Due forze di eguale intensità e opposte, convergenti o divergenti, si frenano mutualmente; due forze di intensità disuguale, opposte e non frenate causano il cedimento di un vettore a favore dell'altro e il conseguente movimento; due forze convergenti non opposte e non frenate danno luogo ad una forza composita e a un movimento comune; due forze divergenti non opposte e non frenate danno luogo alla separazione dei rispettivi vettori e a movimenti separati. La forza più intensa prevale su quella meno intensa, ma solo quando si oppongono. Quando sono coerenti, ovvero orientate nella stessa direzione e lo stesso verso, esse si sommano dando luogo ad una forza maggiore.
Il sistema nervoso umano è un'immensa rete che collega migliaia di miliardi di neuroni, ovvero una enorme quantità di idee. Tuttavia alcune zone di tale sistema non sono collegate, cioè non si attivano mai simultaneamente, col risultato che sono mutuamente escluse dall'attenzione.
Ciò può essere dovuto a inibizioni post-traumatiche, a proibizioni moralistiche o ad abitudini alla separazione (di contesti, ambiti, categorie, temi, discipline ecc.) apprese in ambienti didattici.
Essere mentalmente liberi e creativi significa non avere preclusioni nei collegamenti neurali, ovvero essere in grado di collegare (logicamente, causalmente, esteticamente ecc.) tutto con tutto, cioè ogni idea con qualsiasi altra, se ciò può rivelarsi utile o piacevole.
La mente reagisce diversamente quando percepisce qualcosa di nuovo rispetto a qualcosa di consueto, qualcosa che si muove rispetto a qualcosa che è immobile, qualcosa che si muove in modo nuovo rispetto a qualcosa che si muove in modo consueto. Le nuove immagini e i nuovi movimenti catturano la mente che reagisce in modo automatico, rendendo più difficile un comportamento volontario e consapevole. Al contrario, la percezione di qualcosa di consueto o statico, dopo una breve reazione iniziale, determina una indifferenza che permette alla mente di riflettere liberamente e coscienziosamente. Infatti, la mente reagisce alle differenze, non alle costanze; ai cambiamenti, non alle ripetizioni. Per questo il divertimento, che è basato sulla novità e il cambiamento, non aiuta la consapevolezza né la riflessione.
La questione se l'uomo sia o no una macchina è legata alla questione del libero arbitrio.
Chi non crede nel libero arbitrio accetta il fatto che siamo macchine, dato che le macchine non dispongono del libero arbitrio.
Chi crede nel libero artbitrio nega che l'uomo sia una macchina proprio in quanto sarebbe capace di esercitare il libero arbitrio.
Chi crede che il libero arbitrio esista ma sia molto limitato, accetta il fatto che siamo in gran parte macchine, seppure con "qualcosa in più". Infatti, il fatto che l'uomo abbia "qualcosa in più" rispetto ad una macchina, non significa che esso non sia comunque "anche" una macchina.
Per riassumere, ci sono tre opzioni: (1) L'uomo è totalmente macchina, (2) l'uomo è parzialmente macchina, (3) l'uomo non è affatto macchina.
Ogni essere vivente (compreso l'uomo) è portatore di automatismi, anzi, è portato dai propri automatismi.
Questi governano le proprie facoltà e attività sensitive, percettive, cognitive, emotive e motivazionali consentite dal proprio codice genetico.
Tuttavia l'uomo è parzialmente in grado (chi più, chi meno e in una certa misura) di conoscere e modificare alcuni dei propri automatismi.
Alcuni automatismi sono congeniti, altri appresi. Più precisamente, ogni automatismo può essere in parte congenito e in parte appreso.
Infatti, sebbene i meccanismi di apprendimento di base siano congeniti, ovvero scritti nel codice genetico, l'uomo è in grado (chi più, chi meno, e in una certa misura) di apprendere ad apprendere.
Le relazioni tra esseri viventi sono causate, cioè motivate, dai bisogni, nel senso che servono a soddisfare i rispettivi bisogni (individuali, di gruppo e di specie).
Il collegamento tra bisogni e relazioni è tuttavia indiretto, in quanto avviene attraverso gli apparati biologici, i sentimenti, le cognizioni (consce e inconsce), l'interdipendenza con gli altri esseri viventi, la cooperazione, la competizione, le transazioni, le interazioni e gli algoritmi di comportamento.
Tutte queste cose sono collegate in modi sistemici e complessi e tuttavia comprensibili (scientificamente o intuitivamente) per un essere umano, se la sua mente non fosse ostaggio di superstizioni e mistificazioni tramandate dagli anziani ai giovani o inventate per semplicismo, cioè per soddisfare il nostro bisogno di semplicità.
Io e gli altri, ciascuno con i suoi algoritmi. Siamo tutti portatori di algoritmi che regolano il nostro comportamento e interagiscono anche a nostra insaputa.
Questi algoritmi sono autoprogrammanti (caratteristica genetica degli esseri viventi più evoluti). La programmazione avviene attraverso le esperienze (specialmente quelle sociali), in cui alle percezioni di forme e simboli vengono associate (e memorizzate) emozioni (in particolare, piacere e dolore, gioie e sofferenze risultanti dalla soddisfazione o frustrazione di bisogni e desideri).
Questa mia visione "cibernetica" della natura umana è una mia libera interpretazione del pensiero di Antonio Damasio (omeostasi dei sentimenti) , Gregory Bateson (ecologia della mente, cioè delle informazioni e delle idee), Daniel Dennet (evoluzione della mente) e George Herbert Mead (interazionismo simbolico).
Io vedo il mondo vivente come un ecosistema di bisogni (e loro derivati) che assumono varie forme e interagiscono in vari modi cercando di soddisfare se stessi, in molti casi attraverso la soddisfazione dei bisogni altrui.
Per "bisogni" intendo i bisogni propriamente detti (ovvero necessità la cui soddisfazione è indispensabile per la sopravvivenza dell'individuo e/o della specie) e tutte le loro forme derivate, come desideri, aspirazioni, gusti, progetti, strategie e motivazioni varie.
Tra essi ci sono i miei bisogni e quelli delle persone con cui mi capita di interagire, bisogni che sono più o meno conflittuali, sinergici, convergenti, divergenti, simmetrici, complementari ecc.
I bisogni più antichi nella storia evolutiva sono quelli dei geni, che hanno bisogno di riprodursi per non estinguersi. Da essi sono derivati tutti gli altri.
In un sistema che interagisce con altri sistemi, come nel caso di ogni essere umano, le interazioni e non-interazioni esterne influiscono su quelle interne e vice versa. Vale a dire che le interazioni e non-interazioni esterne sono cause ed effetti di quelle interne.
Ogni studioso dell'uomo (psicologo, filosofo, sociologo ecc.), tranne poche eccezioni, dà importanza a certi aspetti della vita umana e del funzionamento della mente, e ne trascura o ignora altri, senza capire che l'uomo è un sistema che funziona in quanto tale, ovvero grazie alla comunicazione e interazione tra tutte le sue parti, e tra queste e l'ambiente esterno. Anche per l'uomo, e soprattutto per l'uomo, vale la regola che le proprietà del tutto (ovvero del sistema) sono maggiori della somma delle proprietà delle sue parti, per cui è impossibile capire il tutto studiando queste separatamente. Per capire il tutto occorre capire le relazioni, comunicazioni e interazioni tra tutte le sue parti, ovvero la struttura d'insieme del sistema, inclusi gli scambi con l'esterno. La specializzazione delle scienze umane e le tendenze settarie all'interno delle diverse discipline rendono tale obiettivo difficile da raggiungere.
https://aeon.co/essays/your-brain-does-not-process-information-and-it-is-not-a-computer
"We are organisms, not computers." Discorso stupido e tendenzioso, come se una cosa escludesse l'altra. Il fatto che la struttura del cervello sia molto diversa da quella di un calcolatore elettronico non significa che esso non elabori informazioni. La vita si basa su informazioni, il dna è informazione, gli organi di un organismo si scambiano informazioni per elaborarle, e decidono il loro comportamento sulla base di informazioni esterne e interne. L'autore avrebbe dovuto confrontarsi con l'ecologia della mente di G. Bateson.
https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=10211903468175158&id=1625018492
Io vedo la società umana come un sistema di individui intercomunicanti caratterizzati e animati da bisogni, paure, percezioni, visioni, memorie, alleanze, ostilità, aspettative, pretese, gusti, attrazioni, repulsioni, cognizioni, narrazioni, piaceri, dolori ecc. aventi per oggetto e motivo sopratutto altri individui e le loro interrelazioni.
Io vedo ogni individuo, a sua volta, come un sistema di organi fisici e mentali che reagisce agli eventi che percepisce, e interagisce con altri individui, secondo quanto scritto in un suo sottosistema che io chiamo mappa cognitivo-emotiva, che si forma e si modifica con le esperienze.
Il funzionamento del sistema individuo e quello del sistema società mi sembrano regolati dallo scambio e dalla elaborazione di informazioni a tutti i livelli, da quello cellulare a quello interpersonale, informazioni riguardanti il passato, il presente e il futuro proprio e altrui.
Il 'motore morale' è un algoritmo sentimentale inconscio sempre attivo. Esso calcola in ogni momento in che misura stiamo soddisfacendo i desideri altrui e ci fa sentire piacere o dolore in modo proporzionale a tale soddisfazione. Simultaneamente al motore morale, è attivo un altro algoritmo sentimentale inconscio, il 'motore egoico', che calcola in ogni momento in che misura stiamo soddisfacendo i nostri desideri e ci fa sentire piacere o dolore in modo proporzionale a tale soddisfazione. Se i risultati dei due algoritmi sono concordi, proviamo sentimenti coerenti, se i risultati sono discordi, proviamo sentimenti contrastanti. I sentimenti coerenti ci motivano decisamente all'azione per il mantenimento del piacere e/o l'allontanamento del dolore, quelli contrastanti ci immobilizzano e ci rendono ansiosi e indecisi. Nel secondo caso siamo in presenza di un doppio vincolo, nel senso che il soddisfacimento dei desideri altrui provoca la frustrazione dei propri e viceversa.
L'uomo è un computer? Dipende da cosa s'intende per "computer". Se s'intende un calcolatore elettronico di tecnologia attuale, allora ovviamente né l'uomo né qualsiasi altro essere vivente può essere equiparato ad un computer.
Ma se per computer s'intende un sistema cibernetico, indipendentemente dal suo grado di complessità e dai materiali di cui è composto, allora possiamo dire (con von Foerster, Gregory Bateson, Daniel Dennet e altri), che ogni essere vivente sia (anche) un computer, ovvero un sistema cibernetico, anzi, un sistema di sistemi, dato che anche la cellula è un sistema. Un sistema cibernetico è sostanzialmente un elaboratore di informazioni che governa il suo comportamento in base ai risultati delle elaborazioni stesse. L'uomo ha anche la coscienza, i sentimenti e la volontà, che restano un mistero, ma questo non vuol dire che non sia comunque (anche) un sistema di sistemi cibernetici. Né si può escludere che la parte cibernetica influenzi la coscienza, i sentimenti e la volontà.
La vita in generale, e in particolare quella umana, è continuamente segnata e sostenuta da retroazioni (in inglese "feed-back").
Infatti il comportamento di ogni individuo, come quello di ogni suo organo, è influenzato dalle risposte (al comportamento stesso) da parte degli altri individui o organi con cui interagisce.
In altre parole, noi impariamo a comportarci in un certo modo sulla base delle risposte che abbiamo ottenuto al nostro precedente comportamento.
Il problema è che, una volta appreso un certo comportamento, questo cambia difficilmente, sia perché la plasticità mentale diminuisce con l'età, sia perché il comportamento tende a ripetere se stesso piuttosto che a procedere per nuovi tentativi.
Succede anche che, in caso di risposte nuove a vecchi comportamenti, la mente non sia in grado di accorgersi che le risposte sono cambiate, e continui a interpretarle in base ai suoi pregiudizi.
Il contesto è più importante del testo, ovvero del messaggio, perché il significato del messaggio dipende dal contesto a cui esso si riferisce. Usare un testo senza un chiaro riferimento ad un contesto conosciuto sia da chi scrive che da chi legge, ovvero da chi parla e da chi ascolta, oltre ad essere inutile, può causare malintesi. Il contesto può essere una teoria, ideologia, tradizione, sistema di valori, politica, movimento letterario o artistico, disciplina, procedura, legge, storia, lingua ecc.
Nella mente di ogni persona c'è una collezione di contesti, che io chiamo mappa cognitivo-emotiva, che si sono formati attraverso le sue esperienze e che vengono usati per "significare" in senso sia cognitivo che emotivo i messaggi emessi e ricevuti.
Quando parliamo con una persona dovremmo chiederci se i contesti di cui dispone sono adatti alla comprensione del messaggio che vogliamo inviarle, ovvero se sono coerenti con quelli a cui il nostro messaggio si riferisce.
A mio parere, le interazioni umane sono regolate da algoritmi (biologici e modificabili) che determinano non solo le risposte cognitivo-emotivo-motive di ciascuno agli stimoli esterni e interni, ma anche le previsioni (o aspettative) del comportamento dell'interlocutore, cioè le risposte cognitivo-emotivo-motive dell'altro.
In altre parole, gli algoritmi comportamentali di una persona "conoscono" (più o meno esattamente) quelli altrui, e tale conoscenza è determinante nelle logiche decisionali (consce e inconsce) di ciascuno.
La reciproca conoscenza dei nostri algoritmi di comportamento è la naturale conseguenza dell'interdipendenza ecologica (biologica e culturale) degli esseri umani.
Tale "interconoscenza" si realizza attraverso le nostre esperienze sociali con il contributo dei neuroni-specchio, che rendono possibile l'empatia.
Dalla maggiore o minore esattezza di questa interconoscenza dipendono la qualità e il successo delle relazioni e interazioni sociali.
Filosofia e psicologia dovrebbero essere riunite in un'unica disciplina che sia al tempo stesso filosofia della psicologia e psicologia della filosofia, perché una filosofia è un prodotto della struttura psichica di un pensatore, dei suoi meccanismi mentali e delle sue dinamiche consce e inconsce, cognitive, emotive e motivazionali.
La separazione della psicologia dalla filosofia ha dato luogo a due discipline handicappate, inconciliabili, fuorvianti e poco utili, perché l'una non può fare a meno dell'altra per comprendere se stessa e il mondo in modo "comprensivo", cioè completo, sistemico e non riduttivo.
Una filosofia non psicologica e una psicologia non filosofica trattano di dettagli della realtà, ma sono incapaci di fornire una visione generale e sistemica del mondo e della natura umana, in cui si mostrino le interazioni tra le parti in gioco e le logiche sottostanti.
Tra i grandi filosofi-psicologi vi sono Spinoza, Hume, Schopenhauer, Nietzsche, Erich Fromm, Gregory Bateson ed Edgar Morin.
Le seguenti riflessioni sono il risultato di una mia libera elaborazione del pensiero di Gregory Bateson.
Tra due entità (persone, altri esseri viventi o cose) esiste una relazione (unilaterale o bilaterale) quando in almeno una di esse c'è un algoritmo di comportamento che "riguarda" l'altra, nel senso che risponde in certi modi "programmati" alle azioni e/o posizioni (spaziali o attitudinali, reali o percepite) dell'altra.
In altre parole, c'è relazione tra due entità quando i comportamenti e le posizioni dell'una sono influenzati (in modi non casuali, ma logici e sistematici) dai comportamenti e dalle posizioni dell'altra.
Una relazione è dunque definibile come un particolare modello (in inglese, "pattern") di interazioni unidirezionali o bidirezionali (ovvero "circolari") tra due entità, tenendo presente che ogni entità può avere relazioni (simili o diverse) con molte altre entità.
In conclusione, a mio parere, capire una relazione significa capire gli algoritmi (consci o inconsci) che la regolano.
Il disegno e la realizzazione di un sistema informatico consiste nello specificare e sviluppare una serie di funzioni, i sottosistemi che le forniscono, e i collegamenti, ovvero le interazioni, tra i sottosistemi stessi. Questa attività si chiama, in gergo tecnico, "system integration" e richiede la definizione dei grandi blocchi funzionali prima di sviluppare e descrivere le funzioni e i dati di dettaglio.
In psicologia, che è l'informatica della mente, sarebbe bene usare lo stesso procedimento, ovvero rappresentare a grandi blocchi tutte le funzioni della mente, i componenti che le realizzano, le modalità con cui essi comunicano tra loro e i dati che vengono utilizzati dagli algoritmi e scambiati tra i blocchi. Invece vediamo che ogni psicologo parla di uno o più componenti della mente separatamente, ovvero senza fornire un quadro d'insieme né le regole dell'integrazione di ciascun componente con il resto della mente. Anche perché il quadro d'insieme, che viene considerato implicito, in realtà non è definito da alcun psicologo, e tanto meno è condiviso da autori diversi.
La libertà di un essere vivente è condizionata e limitata dalla retroazione emotiva del proprio comportamento.
Infatti ognuno subisce le conseguenze fisiche e sociali del proprio agire, le quali sono caratterizzate da certe quantità di piacere e di dolore derivanti dal grado di soddisfazione e insoddisfazione dei propri bisogni.
Tali conseguenze determinano la forma e la direzione delle azioni future dell'individuo attraverso l'apprendimento di modelli di comportamento caratterizzati dal massimo piacere e dal minimo dolore ottenibili praticamente, ovvero dalla massima soddisfazione e dalla minima insoddisfazione dei propri bisogni.
In tal senso, certe opzioni di comportamento sono improbabili o impossibili, e quindi escluse, in quanto causerebbero un dolore insopportabile o la morte dell'individuo. Al tempo stesso, certe altre opzioni sono molto probabili o prevedibili in quanto causerebbero la soddisfazione di certi bisogni e i connessi piaceri.
La libertà di un individuo è dunque condizionata e limitata dai proprio bisogni.
Ho cercato di immaginare le domande da farsi o da fare per capire una persona X in chiave relazionale, che secondo me è l'unica chiave di comprensione sensata.
- con chi x si relaziona?
- chi frequenta?
- chi evita di frequentare?
- come seleziona le persone con cui relazionarsi?
- che relazione ci può essere tra x e me?
- a quali gruppi e categorie sociali appartiene?
- cosa offre e cosa chiede agli altri?
- in cosa si differenzia dagli altri?
- di cosa ha bisogno?
- da chi dipende?
- a chi ha fatto del bene?
- a chi ha fatto del male?
- di chi è amico?
- di chi è nemico?
- di chi è amante?
- a quale famiglia appartiene?
- quali sono i suoi maestri di vita?
- quali cose l'appassionano?
- quali cose gli fanno paura?
- quali cose lo disgustano?
- con chi va d'accordo?
- con chi non va d'accordo?
- come cerca di presentarsi agli altri?
La filosofia (con la f minuscola o maiuscola) non esiste se non come costrutto mentale. Si tratta comunque di un inventario di idee razionali o sedicenti razionali, così come la religione è un inventario di credenze per lo più irrazionali. In entrambi i casi non possiamo parlare di sistemi, ma di cumuli incrementali di idee, opinioni e credenze. Un sistema è cosa diversa. È un insieme di parti che interagiscono per realizzare funzioni non presenti in alcuna delle parti stesse. Molti cultori della filosofia idealizzano questa disciplina come se fosse un sistema organico. In realtà è l'individuo che concepisce soggettivamente sistemi di idee, combinando a modo suo ciò che considera interessante nel patrimonio letterario e scientifico e nella sue esperienze personali. In filosofia di oggettivo e reale, di condiviso universalmente ci sono solo le biblioteche, le enciclopedie e manuali scolatitici. In altre parole, il fatto che due filosofie siano incluse nella stessa storia della filosofia, non significa che tra di esse vi sia una relazione costruttiva. Anzi, spesso vi è una relazione distruttiva, di incompatibilità, di negazione reciproca. Dunque la filosofia è tutt'altro che un sistema.
Ogni essere umano è al tempo stesso governatore e governato, nel senso che ognuno governa se stesso, gli altri e il resto del mondo, ed è governato da se stesso (ovvero dal suo inconscio e dal suo programma genetico), dagli altri e dal resto del mondo.
Governare un ente significa cercare di indurlo a comportarsi in un certo modo a certi fini, dopo aver stabilito quali fini cercare di realizzare con, e per, l'ente stesso.
Governare significa anche adattare i fini alle circostanze, ovvero alle possibilità.
Chi governa un ente dovrebbe essere consapevole della reciprocità del governo, cioè del fatto che l'ente che sta cercando di governare, a sua volta sta cercando in qualche modo di governarlo.
In altre parole, nell'interazione tra A e B, A cerca di governare B e al tempo stesso B cerca di governare A, vale a dire che ognuno cerca (consciamente o inconsciamente) di ottenere qualcosa dall'altro, qualcosa che può essere un bene materiale o immateriale, un certo comportamento o un certo sentimento, per soddisfare qualche bisogno.
Questo è un modo sistemico/relazionale di considerare le interazioni tra enti, specialmente per quanto riguarda le interazioni sociali, biologiche ed ecologiche.
L’uomo ha un bisogno innato di interagire simbioticamente con altri esseri viventi e trae piacere da tali interazioni quando queste danno luogo ad una cooperazione.
La tecnica in generale, e l'informatica in particolare, hanno dapprima facilitato le interazioni naturali e reali, ma hanno poi finito per sostituirle (parzialmente o totalmente) con altre artificiali e virtuali.
Infatti oggi l’uomo interagisce sempre più con computer e macchine automatiche e sempre meno con esseri viventi e ambienti naturali.
A mio parere, le interazioni “meccaniche” non solo non soddisfano a sufficienza il bisogno genetico di interazione (causando frustrazioni), ma mettono l’uomo sempre più a rischio di essere controllato e manipolato su vasta scala da algoritmi creati non per il suo bene, ma per quello di altri.
Inoltre l’uomo, mentre impara ad interagire con le macchine, rischia di disimparare ad interagire con i suoi simili in modo “naturale”, ovvero non mediato dalle macchine stesse.
In conclusione, dovremmo vigilare affinché l’uso dell’informatica e delle telecomunicazioni non ci induca a rinunciare alle interazioni naturali, reali e dirette con altri esseri viventi, le sole in grado di farci stare "realmente" bene se scelte e gestite appropriatamente.
Quando si afferma qualcosa, si tratta di qualcosa di particolare o di generale.
Se si tratta di una cosa particolare, allora bisognerebbe fare riferimento al contesto generale di cui quella cosa è parte, altrimenti la trattazione non avrebbe senso. Infatti non esistono cose isolate, ma ogni cosa è parte di qualcosa (ovvero un sistema) di ordine superiore, ed è in qualche relazione con le altre parti di quella cosa e/o col sistema stesso.
Se invece si tratta di qualcosa di generale, allora bisognerebbe indicare le parti che compongono quella cosa, ovvero i sottosistemi del sistema. Altrimenti quella cosa sarebbe un'incomprensibile e inutile astrazione, dato che sarebbe impossibile comprendere cosa essa comprende.
Quando si parla di cose che riguardano l'uomo, mi pare che il più delle volte si tratta di aspetti particolari senza alcun riferimento al contesto generale, ovvero a cosa sia l'uomo in generale, forse perché la natura umana in generale viene data per scontata, come qualcosa di oggettivo, mentre non lo è affatto. Non esiste, infatti, una definizione o descrizione della natura umana universalmente condivisa.
Il risultato è quello della metafora dei ciechi e dell'elefante, dove ogni cieco descrive la parte dell'animale che ha toccato ma nessuno di loro riesce a vedere l'insieme.
Quando parliamo di utilità, riferendoci sia a cose che a persone, intendiamo normalmente (e giustamente) la capacità e la disponibilità (di una certa cosa o persona) di servire ad uno scopo, di soddisfare un bisogno o di recare un vantaggio, a favore di qualcuno.
Se ci si limita a una tale definizione, a mio avviso si trascura il fatto che una cosa o persona possa essere utile ad un’altra persona (il beneficiario) non solo o non tanto in quanto portatrice di vantaggi o servizi per il beneficiario, ma in quanto avente una certa funzione in un sistema (in senso ecologico e/o cibernetico) nel quale il beneficiario vive e di cui ha bisogno per vivere.
La funzione così intesa costituisce dunque un’utilità indiretta, la cui importanza potrebbe essere decisiva per il sistema e quindi per il bene del suo beneficiario o utente, specialmente quando il beneficiario o utente è parte del sistema stesso.
Questa riflessione, che nasce da una visione ecologica e sistemica della vita, della natura della società, dovrebbe indurci a ritenere utili tante cose che a prima vista non ci sembrano tali, solo perché non ci “servono” direttamente, ma lo sono in quanto hanno una funzione nel sistema da cui la nostra vita dipende.
Una combinazione è un particolare insieme di elementi tra loro correlati e/o interagenti in modi particolari. Gli elementi possono essere di qualunque tipo: oggetti, persone, pensieri, idee, immagini, ecc.
Ogni combinazione può avere effetti particolari per gli elementi che la costituiscono, per l’osservatore che la percepisce, per l’utente che la usa ecc. Questi effetti possono essere di qualsiasi tipo: estetico, meccanico, economico, didattico, terapeutico, psicoterapeutico, utile o nocivo, piacevole o spiacevole ecc.
L’effetto di una combinazione dipende dagli elementi che si combinano e dai modi (ovvero le relazioni e interazioni) in cui lo fanno.
Le combinazioni possono essere naturali o artistiche, causate da volontà “intelligenti” oppure casuali. A metà strada tra il causale e il casuale, vi sono combinazioni casuali che vengono selezionate da una mente intelligente oppure dalla natura per effetto della selezione naturale.
La creatività è la capacità di combinare elementi in modo più o meno casuale e di riconoscere e selezionare combinazioni dotate di nuovi effetti utili e/o piacevoli.
Per migliorare il mondo, o una parte del mondo, occorre combinare i relativi elementi in un modo nuovo e sostenibile, in modo che gli effetti della nuova combinazione siano migliori di quelli della combinazione precedente.
Se il libero arbitrio non esiste, e la coscienza è un falso agente, o un agente illusorio, chi sono i veri agenti? E secondo quali criteri o logiche prendono le loro decisioni che la coscienza non fa che ratificare e/o giustificare a posteriori?
La mia "ipotesi" di risposta è che i veri agenti siano organizzazioni di microelementi viventi, cioè cellule o elementi sub-cellulari.
Sembrerebbe infatti che un'organizzazione simbiotica di elementi viventi possa dar luogo ad una entità con proprietà che non esistono in nessuno degli elementi (o organi) che la compongono (da cui il detto che un 'insieme è più della somma delle sue parti).
Il corpo umano (comprese le sue facoltà cognitive, emotive e motivazionali) sarebbe dunque costituito da organizzazioni a vari livelli di elementi biologici a partire da quelli più semplici (cellulari o subcellulari) il cui funzionamento è regolato "inizialmente" da combinazioni di geni.
Le logiche con cui gli “agenti” decidono e agiscono sarebbero infatti in parte innate (cioè geneticamente determinate) e in parte apprese a seguito di esperienze, in quanto funzionali alla sopravvivenza e alla soddisfazione dei bisogni primari delle varie organizzazioni di elementi o organi (ai vari livelli) di cui il corpo è costituito.
La nostra civiltà è per lo più schizofrenica a causa di un "doppio vincolo" in cui da una parte essa richiede che le persone si comportino tra loro con rispetto, cooperazione, amore e solidarietà; dall'altra richiede che questo comportamento sia spontaneo, ovvero non calcolato né ragionato, né analizzato, né discusso, né negoziato esplicitamente, né prima, né durante, né dopo l'interazione.
Risultato è che il comportamento umano è normalmente disastroso nel senso che, non avendo gli strumenti intellettuali per verificare la correttezza ovvero la bontà del proprio comportamento, ognuno crede di comportarsi correttamente e non si mette in discussione sia perché ciò nuocerebbe alla sua spontaneità (che è considerata un valore assoluto e irrinunciabile), sia perché richiederebbe abilità razionali che nessuno gli ha mai insegnato.
Di conseguenza, ci si continua a fare del male reciprocamente, non ci si rispetta, si fa fatica a comprendersi e a cooperare, ci si fraintende, si divorzia e ci si isola.
Per guarire da questa diffusa schizofrenia bisognerebbe smetterla di elogiare solo la spontaneità, l'empatia, la leggerezza, la naturalezza nei rapporti umani e cominciare ad apprezzare anche l'uso della ragione nelle interazioni, e a fare metainterazione, ovvero a discutere e negoziare esplicitamente modalità, scopi, proprietà e limiti dell'interazione stessa.
E' in tal senso che si è sviluppata la scuola psicologica di "Palo Alto" tra i cui autori spiccano i nomi di Gregory Bateson e Paul Watzlawick.
Il cosiddetto libro arbitrio non è realmente libero in quanto è finalizzato alla soddisfazione dei bisogni dell'essere vivente che lo esercita, ed è limitato dalle/alle opzioni disponibili in tal senso.
Sebbene in teoria un essere vivente potrebbe fare qualsiasi cosa, in pratica può fare solo una delle cose corrispondenti alle opzioni di comportamento (cioè di interazione) ad esso "note" (consciamente o inconsciamente) e realmente praticabili.
Un essere vivente, infatti, non fa nulla per caso, ma qualsiasi cosa faccia consiste in un comportamento programmato, o nel risultato di una ricerca creativa mirata comunque alla soddisfazione di qualche bisogno programmato.
I bisogni di un essere vivente, come pure i mezzi e le strategie per soddisfarli, sono sempre programmati. Alcuni programmi sono innati, altri appresi nel corso della vita dell'individuo.
Il cosiddetto libero arbitrio è dunque in realtà un arbitrio programmato, in quanto consiste in scelte regolate da programmi. Le logiche di tali programmi tengono conto delle situazioni in cui l'individuo si trova momento per momento, ovvero dello stato di soddisfazione dei vari bisogni, e delle opportunità di soddisfarli, considerate come tali dal proprio sistema nervoso, ovvero dalla mente che in esso risiede. In tal senso si può parlare di omeostasi dei bisogni, e dei sentimenti ad essi associati.
Per concludere, il concetto di libero arbitrio è imprescindibile da quello di bisogno, e lo stesso si può dire del concetto di sentimento.
Qualsiasi "copione di vita" (Berne docet) o atteggiamento tipico o consolidato è codificato, ovvero scritto, in qualche modo e da qualche parte che non sappiamo e che non è indispensabile sapere. Dovremmo allora chiederci quando la codifica è avvenuta e se essa è suscettibile di cambiamento e in quale misura. In altre parole, se tale codifica è fissa e invariabile, oppure modificabile o adattabile.
Ebbene, io credo, rifacendomi all'ecologia della mente di G. Bateson, che i programmi biologici sono parzialmente variabili in quanto i sistemi biologici sono per definizione auto-organizzanti. Insomma stiamo parlando di programmi che, a partire dalla codifica del DNA (che è il programma iniziale), si riprogrammano continuamente durante la vita dell’individuo per meglio adattarsi all'ambente naturale e sociale.
Tuttavia tale riprogrammazione è sempre parziale e la questione è anche quale e quanta parte del programma rimane fissa e quale e quanta si modifica e cosa determina i suoi cambiamenti. Per comodità si potrebbe dire che il programma della psiche si compone di una parte invariabile e di una variabile.
La quota variabile è ovviamente diversa da persona a persona a seconda del substrato genetico e delle esperienze specifiche. Inoltre, il cambiamento non è sempre adattativo. Può anche essere disadattativo.
Ho detto altrove che “noi esseri umani siamo sistemi che interagiscono secondo bisogni, sentimenti e programmi che possiamo parzialmente conoscere e modificare” in quanto io ritengo che i sentimenti dipendono dalla soddisfazione o frustrazione dei bisogni, e i programmi (sia nella parte fissa che quella variabile) siano strategie per la soddisfazione dei bisogni stessi.
A mio parere, il comportamento di qualsiasi essere vivente è programmato, anche se non siamo in grado di leggere e tanto meno di scrivere intelligentemente, consciamente e con precisione tali programmi. In tal senso, l’apprendimento di qualunque processo di comportamento implica la programmazione di parti della mente che lo regolano, sopra il substrato di programmazione di base costituito dal codice genetico.
Per comportamento non intendo soltanto le azioni esteriori di un essere vivente, ma anche tutto ciò che avviene al suo interno, e che può interagire con ciò che avviene all’interfaccia del corpo con l’esterno. Intendo quindi, per quanto riguarda l’uomo, anche l’attività pensante e la coscienza, nei suoi aspetti cognitivi, emotivi e motivazionali, tra cui i meccanismi della volontà e della scelta, i quali non sono casuali, ma seguono le "logiche" di certi programmi. Infatti un programma può essere definito come una serie di passi logici condizionati di comportamento che tendono al raggiungimento di uno o più scopi.
La psicologia dovrebbe occuparsi di ricercare le forme e le modalità della programmazione della mente umana al fine di migliorarne i programmi rispetto alla soddisfazione dei bisogni dei soggetti in cui essi operano.
I programmi mentali sono scritti presumibilmente nei neuroni con le loro interconnessioni, ma non sappiamo ancora dove né come, e a tale riguardo possiamo solo fare illazioni, supposizioni e ipotesi approssimative e grossolane più o meno efficaci rispetto al fine suddetto.
Io suppongo che tra qualche secolo, se la specie umana non sarà estinta, l'uomo sarà riuscito a leggere e a scrivere con precisione il linguaggio di programmazione della sua mente. Speriamo che userà con saggezza tale capacità.
Affinché due persone possano interagire civilmente e pacificamente, e cooperare al fine di soddisfare uno o più bisogni propri e altrui, occorrerebbero:
- il comune desiderio, interesse, coraggio e disponibilità a tentare un'interazione,
- un comune dizionario per interpretare correttamente le comunicazioni verbali e non verbali,
- una reciproca dichiarazione dei bisogni che l'interazione dovrebbe soddisfare e dei relativi sentimenti di soddisfazione / insoddisfazione, desiderio / paura, attrazione / repulsione ecc.
- una reciproca dichiarazione di appartenenze passive e attive (cioè a quali gruppi/categorie ciascuno appartiene e cosa gli appartiene)
- la reciproca accettazione delle intenzioni e appartenenze altrui,
- un accordo sui "giochi" da giocare e le relative regole (scopi, prerequisiti, obblighi, divieti, libertà, forme, norme, valori, clausole contrattuali ecc.),
- la sincerità e fedeltà delle dichiarazioni rispetto alla realtà,
- il rispetto degli accordi e delle regole convenute.
Ovviamente quasi tutti interagiscono col prossimo spontaneamente, seguendo i propri sentimenti, senza pensare a tali condizioni e tanto meno verificarle. Tuttavia, a livello inconscio, l'interazione è regolata dalle percezioni (più o meno realistiche) del compimento e rispetto delle suddette condizioni da parte propria e altrui.
Scopo di questa analisi è fornire concetti per interagire in modo più consapevole e razionale (il che non significa ignorare o minimizzare i propri sentimenti e quelli altrui), e di negoziare esplicitamente le condizioni dell'interazione stessa, in modo da evitare fraintendimenti e lacune che potrebbero causare il suo insuccesso.
Secondo me l’errore epistemologico che ancora persiste largamente nella nostra cultura (sia quella accademica che quella popolare) consiste nel considerare la natura umana un dilemma in cui materialismo e spiritualismo sono mutuamente esclusivi. In altre parole, nella nostra cultura si combattono una visione materialistica (per cui l’uomo sarebbe essenzialmente una macchina, ovvero un sistema cibernetico), e una visione spiritualistica (per cui l’uomo sarebbe radicalmente e totalmente diverso da una macchina).
Secondo me i poli del dilemma non sono mutuamente esclusivi. Intendo dire che a mio avviso sbaglia chi considera l’uomo solo una macchina, come sbaglia chi lo considera solo una “non macchina” (ovvero carne mossa da una fantomatica "energia" spirituale che non ha nulla di simile rispetto al software e all’hardware di un computer).
Io suppongo infatti che l’uomo sia fatto di due sostanze inseparabili: una meccanica (hardware e software, ovvero materia e informazione) e una non meccanica (ovvero spirito, qualunque cosa esso sia).
La prima sostanza può essere indagata con un approccio cibernetico, la seconda è misteriosa, e probabilmente lo resterà in eterno nonostante i progressi delle neuroscienze.
La parte misteriosa riguarda la coscienza, in cui convivono e interagiscono cognizioni, sentimenti e motivazioni, tutte cose che non possiamo conoscere in sé (in quanto misteri insondabili per il nostro intelletto limitato), ma di cui possiamo conoscere le relazioni e le interazioni col resto del corpo/mente, relazioni e interazioni in cui l'informazione (in senso batesoniano) gioca un ruolo essenziale.
Tale conoscenza può migliorare la condizione umana, cioè il nostro benessere psico-fisico.
Gregory Bateson è uno dei miei principali maestri di vita, sebbene io lo abbia scoperto all'età di circa 65 anni.
Bateson fornisce, secondo me, la migliore spiegazione del funzionamento della mente e della vita. Lo fa attraverso il concetto di informazione e la cibernetica (ovvero l'informatica) applicata agli esseri viventi, e l'ecologia applicata alle relazioni sociali. Essendo io un informatico, trovo le sue spiegazioni chiare e convincenti.
Bateson studiò la vita, la comunicazione e la società con una mentalità trans-disciplinare, partendo da una formazione accademica in biologia, antropologia e zoologia, ma essendo stato di fatto anche filosofo, psicologo, psichiatra, cibernetico ed ecologista. I suoi interessi non avevano confini e sapeva applicare i concetti di una disciplina alle altre. Egli riusciva a vedere analogie tra fenomeni naturali molto diversi, che faceva risalire a principi comuni incentrati sui concetti di mente e di informazione. Il titolo della sua opera principale "Verso un'ecologia della mente" esprime l'idea che il mondo degli esseri viventi sia regolato da menti che interagiscono tra loro e con l'ambiente, a vari livelli di organizzazione.
Una delle sue definizioni più famose è quella di "informazione", ovvero "una differenza che fa una differenza".
Tra i suoi interessi c'era anche la poesia e il senso del sacro, a cui è dedicato l'ultimo suo libro.
Bateson è molto conosciuto presso gli psichiatri per la sua teoria del doppio vincolo, che spiega l'origine della schizofrenia in chiave sociale.
Qui ho raccolto alcune sue citazioni.
Per diffondere il suo pensiero ho creato il sito
gregorybateson.info.
Il comportamento di un sistema (vivente o non vivente) dipende dalla sua costituzione e dalla sua struttura fisico-logica, cioè dal suo hardware, dal suo software, e dai modi in cui tali dimensioni si compongono, si combinano e interagiscono.
Per hardware intendo la dimensione materiale del sistema, costituita da masse (incluse, negli esseri viventi, sostanze chimiche organiche) ed energie, capaci di combinarsi e di trasformarsi le une nelle altre.
Per software intendo la dimensione immateriale del sistema, costituita da informazioni e logiche, cioè programmi, che possono innescare trasformazioni e movimenti di energie e di masse all'interno e all'esterno del sistema.
Per interazione intendo un cambiamento, cioè una differenza, nell'hardware e/o nel software, nello spazio e nel tempo, come il trasferimento o la trasformazione di masse, energie, composizioni chimiche o informazioni all'interno o all'esterno del sistema.
Il software non può sussistere senza un hardware in cui essere memorizzato e dal quale essere trasmesso ad altri hardware (interni o esterni al sistema).
Il funzionamento di un sistema dipende dalle caratteristiche (qualitative e quantitative) dei suoi componenti e dalla sua resilienza in caso di errori, mancanze, incidenti o mutazioni rispetto a certe norme strutturali. Tali norme definiscono la natura, le funzioni e le modalità di interazione del sistema, ovvero la sua ragion d'essere.
L'uomo, in quanto essere vivente, è un sistema composto a sua volta da sistemi di ordine inferiore (cioè organi, a vari livelli fino alla cellula) e interagisce con altri sistemi esterni da cui dipendono la sua vita e il suo benessere.
Credo che questo debba essere il quadro di riferimento scientifico e filosofico da cui partire per comprendere la natura umana in tutte le sue manifestazioni: fisiologiche, psicologiche, culturali, economiche, storiche ecc.. E' un paradigma cibernetico-ecologico, ispirato al pensiero di Gregory Bateson.
Ogni essere vivente interagisce continuamente con il mondo esterno e con i propri organi interni. Probabilmente l’uomo è l’unico essere vivente che può essere consapevole di interagire con qualcosa, delle regole con cui interagisce e degli effetti delle proprie interazioni. Tuttavia tale consapevolezza è a mio parere generalmente rara.
Intendo dire che un essere umano, mentre interagisce con qualcosa o qualcuno, raramente si rende conto del fatto che il processo in cui è coinvolto è un’interazione, cioè uno scambio di informazioni, oggetti, sostanze e/o energie. Infatti la sua consapevolezza si riduce generalmente ad una sensazione di presenza rispetto a qualcosa o qualcuno, ad una percezione di comportamenti spontanei, e al provare sentimenti ed emozioni suscitati da quella presenza e da quei comportamenti, senza che essi vengano analizzati.
Forse solo quando due persone sono impegnate in un combattimento, in una gara o in un gioco, esse hanno la consapevolezza di interagire. Quando esse sono invece in una compagnia senza particolari regole e senza obiettivi precisi, il loro comportamento reciproco è generalmente spontaneo e percepito come un continuo flusso di azioni automatiche, cioè non calcolate consapevolmente.
L’interazione consapevole comporta l’analisi dei comportamenti propri e altrui in senso sistemico, cioè in termini di azioni e reazioni, cioè di stimoli e risposte, secondo certe logiche, laddove una risposta ad uno stimolo può costituire a sua volta uno stimolo.
Una persona impegnata in un’interazione consapevole è consapevole in primo luogo di essere impegnata in un’interazione sistemica con una certa cosa o persona. In secondo luogo è consapevole del modo in cui sta interagendo, ovvero delle logiche con cui a certi stimoli sono associate certe sue risposte. In terzo luogo è consapevole dei risultati dell’interazione rispetto alle proprie motivazioni (cioè ai suoi bisogni e desideri) o ai propri obiettivi. In quarto luogo è in grado di decidere consapevolmente se continuare o interrompere l’interazione, o se cambiare le logiche delle proprie reazioni agli stimoli ricevuti.
Per concludere, ritengo che quando non si è soddisfatti delle proprie interazioni inconsapevoli, è bene cercare di renderle consapevoli, così da poterle migliorare.
Quando due persone si incontrano, succedono tante cose, a livello conscio e ancor più inconscio, che determinano un certo tipo di interazione e la sua durata.
- Algoritmi inconsci classificano l'interlocutore (in amico, nemico o cosa da usare) secondo la mappa cognitivo-emotiva di ciascuno, e danno luogo ad aspettative e a supposizioni di aspettative altrui;
- bisogni, desideri e sentimenti si attivano e vengono alimentati o frustrati in base a tali aspettative;
- si determinano inibizioni e opzioni di comportamento;
- si delineano interessi comuni, interessi diversi e conflitti di interesse, si esaminano possibilità di cooperazione;
- si attivano attrazioni e repulsioni in base a percezioni estetiche e cognitive;
- si fanno calcoli economici, energetici e politici di una eventuale interazione (costi e benefici);
- si valuta la salute mentale dell'altro, le sue potenzialità e incapacità, le sue differenze rispetto alla gente comune e a se stessi;
- si constatano affinità e incompatibilità;
- ci si misura con l'altro per stabilire chi è più competitivo;
- si valutano i rischi di una interazione rispetto ai rapporti con altre persone;
- si considerano diritti, doveri, obblighi, divieti e gradi di libertà e creatività applicabili ad una eventuale interazione;
- si attivano curiosità, domande, spinte narcisiste e slanci di generosità, empatia, apatia, voglia di aiutare o di combattere, si determinano comprensioni e incomprensioni, approvazioni e disapprovazioni, un senso di comune appartenenza o di estraneità;
- si interpretano le motivazioni e intenzioni altrui;
- si immaginano scenari di possibili interazioni, ecc., e, tutto ciò considerato, si decide quali passi fare, il livello di intimità fisica accettabile da ciascuno, se e quanto avvicinarsi o allontanarsi, dare, prendere, difendersi, offendere, offrire, proporre, cosa dire e cosa non dire, cosa mostrare e cosa nascondere, cosa fingere, come manipolare l'altro a proprio vantaggio;
- si cercano temi di conversazione appropriati accettabili da ambo le parti;
- si stabiliscono i possibili ruoli e livelli gerarchici reciproci;
- si decidono i rituali da eseguire;
- nascono speranze, si consumano delusioni, si sviluppano paure ed entusiasmi, ansia e fiducia, eccitazione e noia.
Che rapporti vi sono tra X, Y e me? Questa domanda, che somiglia ad una formula matematica, costituisce l'ultima frontiera della mia ricerca filosofica, psicologica e psicoterapeutica. Fa riferimento alla teoria dell'equilibrio cognitivo/affettivo di Friz Heider, alla cibernetica, e all'idea batesoniana che non possiamo conoscere le cose in sé, ma solo le relazioni tra le cose.
Pormi questa domanda mentre osservo qualcosa di reale o virtuale, per esempio guardando una fotografia o un film, stimola la mia mente in un modo molto potente, inducendomi ad analizzare e a valutare in termini relazionali ciò che vedo.
Infatti, le cose più importanti per un umano (come per ogni altro essere vivente) sono le sue relazioni e interazioni con il resto del mondo, e più precisamente con gli oggetti e le persone che egli ha conosciuto e che è capace di riconoscere, in funzione della soddisfazione dei bisogni propri e delle altre parti coinvolte.
Tutto il resto è accessorio, strumentale, oppure inutile o fuorviante.
La domanda "che rapporti vi sono tra X, Y e me?" è un antitodo contro l'ontologia (cioè la scienza e l'illusione dell'essere) che instupidisce l'uomo in quanto gli fa credere che le cose siano certe cose, ovvero siano sempre uguali, identiche a qualcosa, ferme, immutabili, indipendenti e che abbiano valori assoluti.
Pensare in termini assoluti (l'ontologia è la scienza dell'assoluto e degli assoluti) è pensare in termini bloccati e bloccanti, ripetitivi, "assolutamente" non creativi.
Al contrario, pensare in termini relativi, ovvero relazionali, è l'unico modo per conoscere realisticamente la realtà, nella sua dinamicità, variabilità e interattività.
Aggiungo che non è tanto importante rispondere alla domanda, quanto il fatto che nel momento in cui ce la poniamo alteriamo l'automatismo della nostra attività pensante in senso produttivo e creativo.
In altre parole, se quardiamo una cosa o una persona senza porci quella domanda (o una domanda analoga), i pensieri, le emozioni e le motivazioni suscitati da ciò che vediamo sono molto probabilmente automatici, ripetitivi e non creativi. Porci domande sospende certi automatismi e ci permette di uscire da certe gabbie mentali.
Per concludere, comunque il nostro inconscio risponde automaticamente alla domanda "che rapporti vi sono tra X, Y e me?" e forse lo fa in modo irrazionale, errato, improduttivo o dannoso. Pertanto, porsi coscientemente tale domanda può essere un modo per prendere coscienza delle risposte del proprio inconscio e per correggerle.
Mi sono fatto un'idea di come funziona un essere umano in termini cibernetici.
Attraverso le esperienze e il relativo apprendimento, si formano, nella memoria del soggetto, una serie di "tipi di situazione" caratterizzati da certi aspetti formali, grafici, e relazionali tra gli agenti, ovvero tra le parti in gioco nella situazione.
Sulla base del comportamento adottato nelle diverse situazioni, e dei risultati affettivi ottenuti (piaere e dolore), si formano, nell'individuo, una serie di programmi di comportamento, vale a dire programmi che permettono all'individuo di ripetere un certo comportamento in senso psicomotorio e interattivo. Infatti, un programma di comportamento contiene a grandi linee istruzioni su come rispondere, e su come evitare di rispondere, in termini di reazioni fisiche e/o verbali, a certi stimoli provenienti dall'ambiente naturale o sociale, allo scopo di ottenere i risultati affettivi migliori possibile.
Tra i diversi tipi di situazioni riconoscibili dal soggetto, e i diversi programmi di comportamento da lui sviluppati, si formano delle connessioni, nel senso che al riconoscimeto di un certo tipo di situazione viene attivato un certo programma di comportamento, e viene inibita l'attivazioni di certi altri.
Qualora ad un certo tipo di situazione venga attivato un certo programa di comportamento che dà luogo a risultati affettivi indesiderati (dolore anziché piacere), è possibile che la connessione tra quel tipo di situazione e quel programma di comportamento svanisca o si modifichi a favore di un diverso programma di comportamento capace di dare luogo a risultati affettivi più soddisfacenti. È anche possibile che venga "corretto" il programma di comportamento collegato a quel tipo di situazione.
Questa mia visione cibernetica del comportamento umano può essere utile per chi volesse migliorare il proprio comportamento (volontario o involontario) nel senso di una maggiore soddisfazione dei propri bisogni. In tal senso, per modificare un comportamento, occorre partire non dai programmi di comportamento, ma dai tipi di situazione che li attivano. Infatti l'errore, o il malfunzionamento, potrebbe trovarsi non tanto nel programma di comportamento attivato, quanto nella definizione del tipo di situazione, che potrebbe non corrispondere alla reale situazione.
Chiediamoci dunque quali sono i tipi di situazione che abbiamo memorizzato, e da quali forme e da quali aspetti relazionali sono caratterizzati.
Il mio consiglio è di considerare le "situazioni" in termini cibernetici, cioè come schemi di agenti che interagiscono e si relazionano (anche in senso gerarchico) secondo certi programmi.
Un computer "sa" cosa fare un ogni situazione, e così anche un essere umano, che, in molti aspetti, funziona in modo simile ad un computer, anzi, ad un insieme di computer collegati tra loro.
Un programma di automazione consiste concettualmente in una tabella in cui ad ogni situazione (o stato, o stimolo) predefinita e riconosciuta, è associato un comportamento (o risposta) predefinito. Il comportamento, specialmente nell'uomo, può essere anche un non comportamento, ovvero consistere nell'immobilizzarsi o oziare in attesa di una situazione più chiara o più favorevole.
Il comportamento associato ad una certa situazione può essere più o meno volontario o involontario, conscio o inconscio, semplice o complesso. Nel comportamento involontario rientrano anche i sentimenti, in quanto reazioni programmate.
La determinazione ovvero percezione e riconoscimento delle situazioni è di fondamentale importanza proprio perché da tale riconoscimento dipendono comportamenti e sentimenti.
Per un essere umano, sia la determinazione della situazione, sia il comportamento sono sempre complessi perché un umano è un sistema complesso, ovvero costituito da una gran quantità di sottosistemi (ovvero computer o agenti mentali), ognuno dei quali determina autonomamente la situazione secondo criteri propri e si comporta secondo un suo programma. Il comportamento di un individuo, "nel complesso", è la sommatoria dei comportamenti unitari decisi e controllati autonomamente allo stesso tempo dai vari computer interni che costituiscono l'individuo stesso.
L'io cosciente è un particolare computer (o sottosistema o agente mentale) che ha il compito di coordinare il comportamento, ovvero di mediare tra le richieste di comportamento provenienti dai vari sottosistemi. Dal punto di vista dell'io cosciente, la situazione generale comprende una situazione esterna e una interna, quella esterna determinata dai sensi ed elaborata dal sistema cognitivo, quella interna costituita dalle pulsioni e dai sentimenti provenienti dagli altri sottosistemi.
L'io cosciente opera dunque ad un livello logico superiore rispetto agli altri agenti mentali, potendo teoricamente "osservare" una situazione dai punti di vista di tutti gli altri agenti mentali (e di se stesso) e i rispettivi comportamenti o richieste di comportamento, e decidere a quali richieste dare seguito e quali inibire. In pratica, però, l'attività di molti agenti mentali sfugge all'osservazione e al controllo dell'io cosciente.
Un io cosciente evoluto cerca di comprendere i programmi dei vari agenti mentali e di valutarne la "salute" al fine di favorire quelli più sani e inibire e/o curare, mediante psicoterapia o auto-terapia, quelli meno sani.
Riflessioni sulla natura "sistemica" degli esseri viventi, e dell'uomo in particolare, e del ruolo fondamentale delle "domande" e delle "risposte" automatiche, ovvero programmate secondo certe logiche. Articolo ispirato dalla "ecologia della mente" di Gregory Bateson e dalla "omeostasi sentimentale" di Antonio Damasio, condito e integrato con qualche mia idea personale.
Un sistema (organico o inorganico) è qualcosa capace di rispondere a domande e di porre domande, in modo automatico, ovvero seguendo una certa logica più o meno modificabile.
Per "domanda" intendo uno stimolo intenzionale o non intenzionale, inviato o ricevuto, che viene interpretato dal sistema o sottosistema ricevente come un ordine, ovvero una richiesta di attenzione, di azioni o di cessazione o inibizione di azioni.
Un'azione richiesta può consistere in certi comportamenti tra cui la fornitura di certe informazioni, oggetti, sostanze o servizi.
La risposta ad una domanda sistemica può consistere nella produzione e nell’invio di un’altra domanda.
Gli esseri viventi sono organismi, ovvero sistemi organici. L’interazione tra sistemi organici, e tra essi e sistemi inorganici, è ciò che viene comunemente chiamato “ecologia”. I sistemi che interagiscono "ordinano" e si “ordinano”, ovvero trasformano e si trasformano, insegnano e apprendono, adattano e e si adattano reciprocamente.
Le risposte sistemiche di un essere umano a "domande", ovvero a stimoli interni ed esterni, possono essere cognitive, emotive e motivazionali. Infatti, ad un certo stimolo proveniente da un altro umano, da un suo simulacro (medium), da un fenomeno naturale o da una macchina, un individuo può rispondere allo stesso tempo, consciamente e/o inconsciamente, con particolari immagini mentali, parole e relative associazioni semantiche, ricordi di esperienze, aspettative, emozioni, sentimenti, decisioni istantanee o programmatiche, volontà, desideri, movimenti muscolari, alterazioni metaboliche e fisiologiche, e qualunque altro atto o fenomeno di cui è capace volontariamente o involontariamente.
Per conoscere la natura umana, ovvero per capire se stessi e gli altri, è necessario vedere l’uomo come sistema che interagisce con altri sistemi e con i propri sottosistemi mediante scambi esterni e interni di domande e risposte sistemiche secondo certe logiche. Queste non possono essere rilevate scientificamente, ma possono essere intuite anche se in modo incerto.
Essendo le logiche di interazione parzialmente modificabili, e quindi migliorabili in termini di soddisfazione dei bisogni propri e altrui, ogni umano dovrebbe cercare di intuirle, sia da solo che con l’aiuto di strumenti culturali, unendo la teoria alla pratica delle interazioni umane.
Per risolvere efficacemente un problema difficile, ritengo utile considerarlo come una serie di problemi interconnessi, da indagare con un approccio sistemico, socio-ecologico e complesso.
In primo luogo, è necessario rilevare le cause, gli effetti e le relazioni di causa-effetto che caratterizzano il problema da risolvere, esaminando i comportamenti di tutte le parti che interagiscono nel sistema in cui il problema si manifesta. Vale a dire che occorre indagare i meccanismi per cui il sistema (nel suo insieme) risponde in modi indesiderati o insoddisfacenti a certe cause, ovvero a certi eventi.
In secondo luogo, è necessario concepire uno o più cambiamenti nel sistema, tali da evitare e/o modificare le cause dei problemi oppure da inibire o modificare i meccanismi di risposta del sistema alle cause stesse. I cambiamenti devono tuttavia essere compatibili con la struttura delle parti del sistema che ne sono affette.
In terzo luogo, è necessario realizzare effettivamente i cambiamenti concepiti, superando eventuali resistenze al cambiamento da parte di una o più parti del sistema. Il superamento delle resistenze è particolarmente importante nei sistemi viventi. Infatti gli organismi e i loro organi hanno un istinto di autoconservazione che normalmente si oppone ad ogni tentativo di modifica della propria struttura, istinto che li induce a rigettare ogni inserimento di componenti estranee o eterogenee.
È ovvio che i problemi non saranno risolti (o potranno persino aggravarsi) se i cambiamenti risolutivi non sono realizzabili, sono insufficienti o controproducenti, oppure se l'analisi delle cause e/o dei meccanismi di risposta del sistema è errata o insufficiente.
Gli errori più comuni che facciamo nell'affrontare i problemi sono, da una parte, non usare un approccio sistemico e socio-ecologico, dall'altra, sottovalutare la complessità dei problemi e dei sistemi in questione.
Infatti a volte ignoriamo alcune delle parti e alcuni dei meccanismi in gioco nel sistema. Inoltre, spesso trascuriamo il fatto che ogni causa è conseguenza di un'altra causa (più o meno nota), e non consideriamo che la risposta di un sistema ad una certa causa può retroagire sulla causa stessa, modificandola e rendendo la soluzione inefficace. Per esempio, è ciò che avviene con l'uso di antibiotici che causano mutazioni negli agenti patogeni tali da renderli immuni agli antibiotici stessi.
A mio parere, ciò che rende più difficile la soluzione di un problema è, oltre alle caratteristiche del problema in sé, il mancato riconoscimento della sua complessità in senso sistemico. A ciò si aggiunge il fatto che spesso il problema da risolvere è mal definito, o che sia un "falso" problema dietro il quale si nascondono quelli veri.
Una volta definito correttamente il problema, prima di cominciare ad ipotizzare soluzioni, è utile porsi una serie di domande le cui risposte possono indicare in quali direzioni cercare le soluzioni stesse.
Concludendo, è difficile risolvere un problema che non sia stato indagato e compreso in modo esauriente.
In questo articolo propongo uno speciale tipo di meditazione da me inventato, a cui ho dato il nome di "meditazione cibernetica". L'aggettivo "cibernetica" si riferisce ad un approccio cibernetico (o sistemico) alla conoscenza della natura umana.
La meditazione consiste nel ripetere le frasi-guida sotto riportate ogni volta che si sente il bisogno di capire di cosa si ha bisogno.
La meditazione cibernetica mira a migliorare la mente per vivere meglio, cioè per diminuire il dolore e aumentare il piacere nel medio e nel lungo termine.
Le frasi che seguono dovrebbero aiutarci a pensare a ciò che pensiamo e perché lo pensiamo, alle emozioni e ai sentimenti che proviamo e perché li proviamo, e alle scelte che facciamo e perché le facciamo.
Considerando che la conoscenza delle nostre emozioni e dei nostri sentimenti può dar luogo a ulteriori emozioni e sentimenti, e che la conoscenza dei meccanismi delle nostre scelte può dar luogo a ulteriori scelte, possiamo dire che questi esercizi di meditazione sono esercizi di meta-pensiero (pensiero sul pensiero), meta-emozione (emozione sull'emozione), meta-sentimento (sentimento sul sentimento) e meta-motivazione (motivazione sulla motivazione).
La meditazione cibernetica non mira a modificare la mente in modi particolari, ma a comprendere il suo funzionamento corrente in modo da permettere cambiamenti sistemici spontanei, ma "educati". Infatti, una buona conoscenza della propria situazione relazionale (in senso sistemico) può permettere alla persona di evolvere in senso consapevolmente adattivo per una migliore soddisfazione dei propri bisogni.
Frasi-guida da ripetere durante la meditazione:
- I miei pensieri, i miei sentimenti e le mie scelte sono risposte automatiche (cognitive, emotive e motivazionali) agli stimoli esterni e interni (ovvero a ciò che vedo, odo, leggo, provo, penso, immagino ecc.).
- Le mie risposte cognitive consistono in associazioni di idee.
- Le mie risposte emotive consistono in gioie e sofferenze, piaceri e dolori, attrazioni e repulsioni, paure e rassicurazioni, ecc.
- Le mie risposte motivazionali consistono in pulsioni a fare o non fare, pensare o non pensare, prendere o lasciare determinate cose.
- Le mie associazioni tra stimoli e risposte consistono in programmi, cioè informazioni (usate come dati o istruzioni) registrate nel mio cervello e parzialmente modificabili.
- Vorrei sapere quali parti dei miei programmi posso cambiare.
- Vorrei sapere quali cambiamenti mi conviene realizzare al fine di soffrire di meno e godere di più, ora e in futuro.
- Per modificare una certa associazione stimolo-risposta devo riprodurre idealmente lo stimolo e immaginare risposte diverse da quella abituale; poi valutare se qualcuna delle risposte alternative mi può soddisfare.
- Le mie sofferenze e i miei dolori sono conseguenze delle frustrazioni dei miei bisogni.
- Le mie gioie e i miei piaceri sono conseguenze delle soddisfazioni dei miei bisogni.
- I miei bisogni principali hanno come oggetto una sufficiente cooperazione e prevalenza nelle competizioni con gli altri.
- Le cooperazioni e le competizioni concernono le interazioni fisiche, sessuali, politiche, belliche, economiche, organizzative, istituzionali, intellettuali, ludiche, culturali, estetiche, morali ecc.
- I miei bisogni di cooperazione e di prevalenza sono antitetici e richiedono interazioni, comunicazioni, negoziazioni, conciliazioni, compromessi, accordi, patti, regole, norme, leggi, diritti, doveri, obblighi, divieti, gerarchie, organizzazioni ecc. per soddisfare al meglio i bisogni di tutte le parti in gioco.
- Devo sempre considerare che la nostra società tende a censurare le competizioni interpersonali non regolamentate, per cui queste vengono normalmente nascoste o mascherate.
- Ripetere daccapo.
Nota: questa mia teoria, a cui ho dato il nome provvisorio di "Configurazionismo", si ispira liberamente al pensiero di Gregory Bateson e a quello di George Herbert Mead.
Il funzionamento della mente (o psiche) è basato sull'apprendimento, percezione e riconoscimento di "configurazioni sistemiche", e sulla carica affettiva e motivazionale associata a ciascuna di esse, ovvero sul bisogno o desiderio di realizzazione o di evitamento delle stesse.
Una "configurazione sistemica" (nel seguito semplicemente detta "configurazione") consiste in una forma (nel senso di "Gestalt") immaginaria complessa, conscia o inconscia, che rappresenta, ovvero descrive, il mondo come viene percepito da un soggetto, o una certa versione ipotetica del mondo da esso concepita, in cui sono presenti tutte le entità per lui significative, a cominciare da se stesso e tutti gli altri esseri umani conosciuti e sconosciuti, in certe relazioni e connessioni, posizioni gerarchiche, spazio-temporali e causali, ruoli, funzioni e intenzioni.
In altre parole, una "configurazione sistemica" è una particolare mappa mentale cognitivo-emotiva, inconscia, dell'intero mondo (naturale e soprattutto sociale) come crediamo che sia (in base alle nostre esperienze) o come vorremmo che diventi o evitare che diventi.
La teoria configurazionista suppone che ogni essere umano, a seguito delle sue esperienze, apprende una quantità di configurazioni di cui è, è stato o può essere parte, e associa a ciascuna di esse un valore più o meno positivo o negativo (nel senso di piacere o dolore, attrazione o repulsione) e cerca inconsciamente e automaticamente, di realizzare quelle positive e di evitare che si realizzino quelle negative.
Normalmente, un individuo suppone che gli altri condividano le sue configurazioni (ovvero abbiano una simile visione del mondo ovvero mappa mentale), e considera (consciamente o inconsciamente) "amici" coloro che favoriscono la realizzazione delle sue configurazioni desiderate e "nemici" coloro che favoriscono la realizzazioni di quelle indesiderate o che favoriscono la realizzazione di configurazioni incompatibili con quelle desiderate.
Da quanto sopra si deduce che
le motivazioni umane non sono oggettuali ma sistemiche. Ovvero, noi non desideriamo o aborriamo particolari oggetti, persone o eventi , ma particolari configurazioni di cui siamo o possiamo essere parte e di cui un particolare oggetto, persona o evento considerato è o può essere parte integrante, necessaria, indispensabile o incompatibile. Per esempio, dobbiamo aspettarci che una persona che percepisca un certo oggetto o persona come incompatibile con una certa configurazione desiderata, provi ostilità, odio, aggressività o motivazioni distruttive verso quell'oggetto o persona.
L'importanza della teoria configurazionista sta nel fatto che essa ci aiuta a capire, da una parte, che ciò che conta nella vita non sono i singoli oggetti, persone, obiettivi o eventi ma le possibili configurazioni nel loro insieme (viste con un approccio olistico, sistemico ed ecologico) e, dall'altra, che le persone con cui interagiamo perseguono non singoli obiettivi, ma la realizzazione o l'evitamento di intere configurazioni particolari, più o meno diverse dalle nostre e più o meno da noi conosciute.
Di conseguenza, per una interazione pacifica e costruttiva tra esseri umani è importante comprendere, saper descrivere e possibilmente condividere (come valori) non singole idee o obiettivi, ma intere configurazioni che rappresentano sistemi complessi reali o ipotetici.
E allora non dovremmo chiederci, o chiedere all'altro, cosa vogliamo o desideriamo o di cosa abbiamo bisogno, intendendo un oggetto, un evento o un particolare comportamento da parte di qualcuno, ma quale configurazione sistemica desideriamo realizzare, quanto sia realizzabile e come essa si concili con le configurazioni sistemiche desiderate dagli altri.
La cultura in cui viviamo ci ha abituati a ragionare in termini di oggetti e valori separati, e di saperi specialistici, rendendoci incapaci di una visione complessiva dei problemi umani e sociali e di soddisfare adeguatamente i nostri bisogni (i quali coinvolgono sempre il resto del sistema del quale facciamo parte). Per rimediare, dobbiamo quindi imparare a ragionare in termini di sistemi, relazioni e interazioni su vasta scala. Credo che la teoria configurazionista ci possa aiutare in tal senso.
Vedi anche Teoria dei contesti sociali.
Io suppongo che la mente umana sia come il software di un computer con l'aggiunta di sentimenti, coscienza e volontà, che interagiscono col software stesso.
Il software (sia quello dei computer, sia quello umano) è fatto di informazioni, ovvero di dati, alcuni dei quali hanno la speciale funzione di dirigere, ovvero comandare, il comportamento della macchina o della persona secondo certi algoritmi, ovvero "logiche": essi vengono comunemente chiamati programmi e sono più o meno modificabili.
La modificabilità di un programma è una caratteristica del programma stesso, ovvero è programmata. Infatti, i "programmi" umani sono capaci, entro certi limiti, di modificare se stessi.
Tra il software, il mondo esterno e il restante mondo interno (ovvero i sentimenti, la coscienza, e la volontà) esistono relazioni bidirezionali e circolari, nel senso che ognuno di essi può influenzare ogni altro attraverso meccanismi di feedback. Tuttavia le relazioni tra il mondo esterno e i sentimenti, la coscienza e la volontà sono sempre mediate dalla mente, cioè dal software, che serve (e si è sviluppato evoluzionisticamente) proprio a tale scopo.
La mente è dunque un sistema cibernetico ovvero un aggregato di informazioni attive e passive (ovvero logiche e dati) capaci di interagire con se stesse e con l'esterno, dove "informazione" è "qualsiasi differenza che fa una differenza" (come l'ha definita Gregory Bateson).
L'informazione, in quanto "differenza" è immateriale. Tuttavia essa non può formarsi né conservarsi se non è "supportata" da qualcosa di materiale, come un foglio di carta, un nastro magnetico, un circuito elettronico, le cellule di un organismo o le strutture molecolari del DNA.
Il nostro software si sviluppa secondo programmi genetici in modo spontaneo attraverso le esperienze, ovvero le interazioni tra il software stesso, il mondo esterno e quello interno.
Alla nascita, l'uomo dispone di un software minimo, relativamente semplice ed elementare, che cresce e aumenta di complessità con il tempo e le esperienze. Quanto più varie e intense sono le esperienze, tanto più ricco ed efficace è il software risultante, ovvero tanto più esso è capace di contribuire alla soddisfazione dei bisogni della persona che lo ospita.
L'idea che la mente umana funzioni secondo i principi di un sistema informatico è per la maggior parte della gente, ancora oggi, inaccettabile e spaventosa. Credo che ciò sia dovuto a diversi fattori, come la scarsità di conoscenze riguardanti i sistemi informatici e l'idea che secondo tale ipotesi noi saremmo dei robot completamente determinati da programmi predefiniti (non si sa da chi) e quindi incapaci di libero arbitrio. Infatti molti ritengono che in tal caso sarebbero minate le fondamenta di qualsiasi etica, ipotesi catastrofica per le persone coscienziose.
A tal proposito, vorrei rassicurare tutti dicendo loro che anche nella visione cibernetica della mente sopra descritta c'è posto per i sentimenti, la coscienza, la volontà e il libero arbitrio (se questo esiste). La differenza tra una visione cibernetica della mente e una non-cibernetica è che nella prima si spiegano tante cose del comportamento umano e dei problemi sociali che nella seconda restano misteriose.
Ovviamente anche nella visione cibernetica ci sono misteri, ma questi sono confinati in quello che ho sopra chiamato il mondo interno dei sentimenti, della coscienza e della volontà, mondo che deve confrontarsi non solo con quello esterno degli altri umani e della natura, ma anche con un sistema di intermediazione (la propria mente o "software" che dir si voglia) che, grazie alla teoria dei sistemi, è sempre meno misterioso.
La natura è un sistema di sistemi. Ogni sistema è composto di parti che interagiscono, ovvero comunicano, ovvero scambiano informazioni, energie o sostanze. Ogni parte di un sistema costituisce a sua volta un sistema, ovvero un sottosistema di un sistema di ordine superiore. Ogni parte di un sistema potenzia e/o inibisce, ovvero serve e/o sfrutta, ovvero alimenta e/o limita, ogni parte o sistema con cui interagisce.
Un sistema ha proprietà che nessuna delle sue parti, presa isolatamente, possiede, e che emergono solo grazie a, e attraverso, l'interazione tra le parti. In tal senso si può dire che il tutto è maggiore della somma delle sue parti.
Per esempio, un'automobile è un sistema che permette di trasportare una o più persone da un punto A ad un punto B. Nessuna delle sue parti ha tale capacità, che emerge solo quando le parti dell'automobile sono collegate e interagiscono in un certo modo, incluso il pilota (umano o automatico) che la guida. Il pilota fa dunque parte del sistema automobile in quanto senza di esso l'automobile non funziona.
Anche la società umana è un sistema, le cui parti sono costituite dagli esseri umani che la compongono, unitamente al loro ambiente, ovvero alle cose che essi usano per vivere e interagire.
Anche un essere umano è un sistema, le cui parti sono gli organi che costituiscono il suo organismo e l'ambiente in cui esso vive e grazie al quale esso vive. Una di queste parti è la mente, o psiche.
Anche la mente, o psiche, è un sistema le cui parti sono collocate principalmente nel cervello, ma non solo. Una di queste parti è l'io cosciente. Tutte le altre costituiscono la mente inconscia. L'io cosciente ha poteri limitati sul resto della mente, e, sebbene possa aver l'illusione di dominarla, in realtà ne è regolato, come è regolato dalle azioni degli altri esseri umani.
Come già detto sopra, ogni parte di un sistema potenzia e/o inibisce, ovvero serve e/o sfrutta, ovvero alimenta e/o limita, ogni parte con cui interagisce. Ciò significa che se una parte A si serve di una parte B, affinché il servizio, o lo sfruttamento, possa continuare, è necessario che esso sia limitato ovvero non eccessivo rispetto ai bisogni di A e accettabile da B. In altre parole deve essere tale (quantitativamente e qualitativamente) che B non si esaurisca, non si distrugga, o si rifiuti di continuare a servire A.
Possiamo chiamare "ruolo" l'insieme di comportamenti tipici, ovvero caratteristici, abituali, ricorrenti, di una parte rispetto alle altre parti. Un certo ruolo prevede quindi ciò che una parte tende a dare alle altre parti e a prendere o ricevere da esse. Nel caso della società, i ruoli degli individui possono essere chiamati "funzioni sociali".
Occorre sottolineare che il sistema "società" non è composto solo da esseri umani, ma, come sopra accennato, anche da tutte le cose o gli strumenti, che gli esseri umani utilizzano nell'interazione o per poter interagire, o come oggetto dell'interazione, tra cui il linguaggio e una serie di "idee", come, ad esempio, l'idea stessa di società o altre astrazioni e concetti, forme, norme, valori, ruoli, "memi" ecc. descritti nei media e interiorizzati soggettivamente dalle persone.
Affinché una società, e la stessa specie umana, possa mantenersi stabile ed evitare di estinguersi, è necessario che vi sia una certa armonia di ruoli, ovvero scambi equilibrati tra esseri umani in modi tali che ognuno abbia una o più funzioni sociali sostenibili riconosciute e accettate dagli altri e da se stesso.
I modi in cui i ruoli, o funzioni sociali, vengono assegnati alle varie persone sono stati in passato e sono ancora spesso inconsci, irrazionali, inefficienti e violenti, tanto da causare continui conflitti sia a livello individuale che nazionale, i quali, oggi che disponiamo di mezzi di distruzione di massa, potrebbero portare alla rovina dell'ambiente naturale e all'estinzione della specie umana.
Infatti, la definizione e assegnazione dei ruoli avviene soprattutto per tradizioni, ovvero attraverso un'educazione familiare e scolastica acritica, che mira consciamente o inconsciamente al mantenimento di condizioni sociali che, sebbene ammantate di democrazia, sono in fondo autoritarie e imperialiste in senso politico, economico, religioso, accademico ecc.
Come migliorare la situazione? E' necessario che l'assegnazione dei ruoli a tutti i livelli avvenga nella piena consapevolezza dell'ecologia della mente e della società in senso sistemico. A tale scopo occorre una rivoluzione culturale basata sul pensiero di grandi umanisti come George Herbert Mead, Alfred Korzybski, Gregory Bateson, Luigi Anepeta, Edgar Morin ed altri.
Siamo stati abituati a giudicare (razionalmente ed emotivamente) secondo un’etica che io definirei intuitiva e soggettiva, in quanto basata su certe concezioni del bene e del male la cui definizione non è mai stata chiara. Da bambini, infatti, il “male” era ciò che “dispiaceva” ai nostri genitori, che li faceva soffrire. Poi la religione ci ha insegnato che il male era ciò che dispiaceva a Dio e che causava la sua ira funesta. Analogamente abbiamo imparato a conoscere “il bene”.
Possiamo dire che un’etica fondata su ciò che piace o dispiace a qualcun altro (genitori, preti, altri membri della comunità, divinità ecc.) sia di tipo “mimetico”, ovvero ottenuta mediante una “copiatura” o “rispecchiamento” di sentimenti altrui. A tal proposito ritengo plausibile che i neuroni specchio abbiano un ruolo importante nella formazione dei nostri sentimenti morali.
Ora che siamo adulti, dovremmo essere abbastanza dotati di senso critico e di conoscenze (sia scientifiche che umanistiche) per capire che conviene ridefinire il bene e il male su basi più chiare, più oggettive e meno rischiose rispetto alle preferenze emotive dei nostri genitori e delle altre persone “significative” che hanno formato il nostro inconscio (e i relativi automatismi di autocensura).
A tal proposito, come alternativa all'etica “mimetica” io propongo un’etica “sistemica” ovvero basata su una concezione sistemica della vita, delle interazioni sociali e delle dinamiche interne all’individuo, ovvero delle interazioni tra la sua mente e il resto del suo corpo, e tra le parti della mente stessa.
L’idea fondamentale è che ogni essere vivente (o parte di esso) sia un sistema, e che ogni sistema sia un sottosistema di un sistema più grande e sia composto a sua volta da sottosistemi. Presumo inoltre che ogni sistema (o sottosistema) abbia una sua autonomia e un certo grado di libertà, ma che la sua vita e il suo benessere dipendano dalla qualità e quantità delle sue interazioni con le altre parti del sistema a cui appartiene.
Sulla base di tale supposizione, si può dire che il “bene” sia sempre relativo ad un sistema vivente (di un certo livello strutturale), e consista in tutto ciò che favorisce il mantenimento e il funzionamento del sistema stesso, specialmente per quanto riguarda le sue interazioni “vitali” con il resto dell’ambiente da cui la sua vita e il suo benessere dipendono.
L’interdipendenza degli esseri viventi sarebbe dunque la fonte, o matrice, dell’etica. Infatti, se noi umani non avessimo bisogno gli uni degli altri e se non tendessimo a competere gli uni contro gli altri, non ci sarebbe alcun bisogno di un’etica, e non staremmo qui a parlarne. L’etica nasce dunque dai bisogni umani, dalla nostra necessità di cooperazione con altri esseri umani e dalla competizione con essi, oltre che dall’ambiente naturale da cui otteniamo il necessario per la nostra nutrizione e protezione. In altre parole, l'etica serve a "regolare" le interazioni (dirette e indirette) tra individui, che altrimenti sarebbero "sregolate" (ovvero immorali).
Dipendiamo dunque da un ambiente che è sia culturale (cioè sociale) che naturale. L’ecologia è lo studio delle interdipendenze degli esseri viventi e il presupposto intellettuale fondamentale per l’etica, che, in tal senso, non può essere mai assoluta, ma sempre relativa alla sostenibilità ecologica del sistema di cui il "soggetto etico" fa parte.
Se l'ecologia è lo studio delle interdipendenze e interazioni tra esseri viventi, la psicologia dovrebbe essere lo studio delle interdipendenze e interazioni all'interno della mente di un individuo, tra la mente e il mondo esterno e tra la mente e il resto del corpo. Anche queste interazioni sono oggetto di etica in quanto le interazioni esterne di un individuo sono dirette da quelle interne (consce e inconsce).
L’etica sistemica, rispetto a quella mimetica, costituisce una rivoluzione culturale in quanto comporta il passaggio da un’etica basata su comandamenti definiti “a priori” (ovvero prima della nascita dell'individuo) e da lui "copiati", ad una “negoziata” tra le parti interdipendenti, tenendo conto delle risorse disponibili e dei “concorrenti” interessati a goderne. L’etica sistemica è dunque un “contratto sociale” in perenne fase di negoziazione e rinegoziazione, che tiene conto sia della nostra necessità di cooperazione, sia della nostra naturale e istintiva competizione per le risorse naturali e sociali disponibili (in senso quantitativo e qualitativo).
Per quanto riguarda le interazioni interne all'individuo (e come tali oggetto della psicologia), la negoziazione è molto difficile, se non impossibile, dato che non possiamo "vedere" gli agenti mentali in gioco, ma solo intuirli. Tuttavia, possiamo immaginare e ipotizzare ciò che avviene nella nostra mente e nel nostro corpo e decidere in quale misura assecondare o respingere le varie pulsioni e motivazioni di origine interna. Il fine di tale regolazione dovrebbe essere quello della sostenibilità generale, in senso sistemico ed ecologico, della nostra persona e della comunità da cui dipendiamo.
Io penso che la visione del mondo di una persona sia una costruzione della sua coscienza, che io chiamo anche “io cosciente”.
Io divido l'io cosciente in tre parti che interagiscono tra loro e non potrebbero esistere l'una senza le altre: la parte cognitiva, la parte emotiva (o sentimentale) e la parte motiva (o motivazionale). La parte cognitiva ci permette di conoscere, memorizzare e riconoscere forme, idee, oggetti e loro concatenazioni; la parte emotiva ci fa provare piaceri e dolori di vario tipo e di varia intensità associati a certe percezioni; la parte motiva ci fa volere, desiderare e scegliere cose che aumentano i nostri piaceri e riducono i nostri dolori, o promettono di farlo.
Il piacere e il dolore (nelle loro varie forme più o meno materiali o ideali) sono le cose più reali (forse le uniche certamente reali) in quanto sentimenti che proviamo direttamente e immediatamente. Infatti chi prova un pacere o un dolore lo prova realmente, non si illude di provarlo, anche se quel sentimento può essere causato da idee di cose immaginarie e inesistenti come spiriti o divinità.
I piaceri e i dolori sono legati rispettivamente alla soddisfazione e all'insoddisfazione di bisogni e di desideri, sia innati che acquisiti.
Al di fuori dei sentimenti, tutto ciò che percepiamo consiste in informazioni, cioè comunicazioni, trasformazioni, elaborazioni, supposizioni, ricordi parziali e deformati, e astrazioni (a vari livelli) di fenomeni reali.
In altre parole, noi non percepiamo (né ricordiamo) la realtà in quanto tale, ma riduzioni (cioè mappe) di essa, e una mappa non è il territorio che rappresenta, così come una parola non è la cosa da essa evocata.
Inoltre non possiamo percepire né capire le cose in sé, ma solo le relazioni e le interazioni tra le cose, relazioni e interazioni che sono il risultato di leggi fisiche, del caso e di logiche algoritmiche (consce o inconsce) memorizzate nelle menti degli esseri viventi (piante, animali ed esseri umani). In altre parole, l'unica forma di conoscenza realistica è relazionale, sistemica e sentimentale, non ontologica.
Da un punto di vista logico (non fisico) Io divido il mondo in quattro parti che interagiscono intimamente tra loro:
- il mio io cosciente (la mia coscienza)
- il resto del mio corpo
- gli altri esseri umani
- il resto del mondo
Le relazioni e interazioni tra queste parti e tra le parti di queste parti sono l'oggetto delle scienze naturali e di quelle umane e sociali, scienze che dovrebbero essere sempre considerate unitariamente e non come specialità separate, perché è impossibile capire le une senza capire le altre.
Come ogni essere umano, non posso fare a meno della cooperazione con altri umani, ma questa è difficile perché gli altri sono disposti a cooperare con me solo a condizione che io mi comporti conformemente a certe forme e a certe modalità, con certi obblighi e certi divieti, secondo i loro bisogni e desideri. Questo limita la mia libertà di comportarmi come più mi piace e mi interessa, e anche di pensare liberamente, perché non si possono nascondere a lungo i propri pensieri.
Per quanto riguarda le relazioni tra esseri umani, mi pare che siano il risultato di quattro tendenze istintive fondamentali: cooperazione, competizione, selezione e imitazione, tendenze spesso ignorate, negate o dissimulate.
Considero gli esseri umani prevalentemente ignoranti, stupidi, falsi e cattivi, chi più, chi meno, e considero la cattiveria un prodotto dell’ignoranza, della stupidità e della falsità, oltre che una pulsione istintiva a sé stante, che dobbiamo tenere a freno per evitare sciagure a livello individuale e sociale.
Purtroppo non conviene dire a una persona che è ignorante, stupida, falsa o cattiva, perché si offenderebbe e reagirebbe aggressivamente. Pertanto viviamo nella paura di giudicare, e di conseguenza rispettiamo la cattiveria, l’ignoranza, la stupidità e la falsità, con tutti i disturbi mentali e i problemi sociali che tale rispetto comporta.
Io sono per il progresso intellettuale, civile e morale, ma questo incontra la dura e a volte aggressiva resistenza di coloro che preferiscono conformarsi al mondo così com’è piuttosto che cercare di migliorarlo, e per giustificare il loro conservatorismo affermano che la società non può essere migliorata.
Per concludere, per me il mondo è un complesso di fenomeni tra loro correlati che causano piaceri e dolori a noi umani e ad altre forme di vita, e che ci costringono a fare delle scelte di comportamento, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con gli altri, per massimizzare i piaceri e minimizzare i dolori, propri e altrui. L'obiettivo è ottenere la massima collaborazione e benevolenza da parte degli altri al minimo costo in termini di dolore, fatica, noia, limitazioni della propria libertà e catastrofi naturali e sociali.
ABSTRACT: Questo articolo presenta la sintesi di una ricerca sulla natura umana incentrata sul concetto di bisogno come motore della vita nei geni, nelle cellule, negli organismi vegetali e animali e nell'Homo Sapiens. Negli animali superiori e nell'uomo il bisogno è visto anche come generatore di sentimenti ed emozioni, piacere e dolore ed è associato all'idea di dèmone come agente autonomo, inconscio e involontario, che concorre con altri dèmoni, spesso in modo conflittuale, a determinare il comportamento e la coscienza dell'individuo.
I principali concetti chiave per comprendere la
vita nel suo divenire sono, secondo me, quelli di
sistema,
informazione,
interazione e
bisogno e, per le forme di vita più complesse, come quella umana, quello di
sentimento.
Il concetto di
sistema è importante perché il mondo è un sistema di sistemi, come pure lo sono la biosfera, tutti gli esseri viventi, gli esseri umani, la loro mente o psiche e le società. Un sistema è un insieme di parti che
interagiscono obbedendo alle leggi della natura e cercando di soddisfare i propri
bisogni. Dalla
interazione delle parti, che può essere simbiotica come nei gruppi sociali, possono emergere caratteristiche che non erano presenti nelle singole parti, ovvero negli individui. Per questo si dice che un sistema è più della somma delle sue parti.
Il concetto di
informazione è importante negli esseri viventi perché la vita è basata su informazioni (codificate nel DNA) che istruiscono la materia vivente a conservarsi, svilupparsi, riprodursi e morire di vecchiaia, con o senza variazioni o mutazioni. Infatti le parti, o organi, che costituiscono un essere vivente comunicano tra loro scambiando informazioni (oltre che sostanze) e il loro comportamento è determinato da informazioni sia di origine genetica, sia acquisite attraverso interazioni precedenti. In tal senso si può dire che gli esseri viventi siano dei sistemi informatici (sebbene dotati di sentimenti).
Il concetto di
interazione è importante perché un sistema non può esistere, né tanto meno vivere senza che vi sia un’interazione tra le sue parti, ovvero uno scambio di informazioni, sostanze ed energie più o meno complesso. In particolare, la mente umana si forma attraverso le interazioni con gli altri e allo scopo di apprendere ad interagire con gli altri in modo funzionale alla soddisfazione dei
bisogni propri e altrui.
Il concetto di
bisogno è importante per un sistema vivente (o un
ecosistema) perché ogni parte dell’ecosistema, risalendo fino alla cellula, si comporta in modo da soddisfare dei bisogni che sono codificati nel suo DNA e altri che si sono sviluppati attraverso interazioni con il resto del mondo. Il bisogno più elementare è quello dei geni, che hanno bisogno di riprodursi e lo fanno con strategie che si differenziano attraverso l’evoluzione della specie e che possono comportare lo sviluppo di nuovi bisogni o bisogni subordinati. Infatti. ogni bisogno è un mezzo, tentativo, o strategia per soddisfare un bisogno di ordine superiore.
Trovo utile immaginare che i bisogni siano presidiati da agenti autonomi inconsci e involontari che io chiamo
dèmoni il cui scopo è quello di ottenere la soddisfazione dei bisogni di cui sono custodi, in concorrenza con gli altri dèmoni nel cercare di dirigere il comportamento del soggetto in direzioni particolari. Questo controllo motivazionale viene attuato mediante la generazione di sentimenti di attrazione o repulsione, piacere o dolore, secondo quanto codificato nella
mappa cognitivo-emotiva che si è formata nel soggetto attraverso le sue esperienze.
L’
io cosciente, che è solo un componente del
sistema psiche (sul quale ha poteri molto limitati), non può modificare l’attività dei suoi dèmoni se non, indirettamente, sottoponendosi ad una psicoterapia o mediante esercizi di meditazione; tuttavia può rifiutarsi di obbedire ai loro comandi. Questo rifiuto, però, può costare sofferenze, disagi, insicurezza, depressioni, attacchi di panico, autoboicottaggi, psicosi ecc. Infatti i
disagi e i
disturbi psichici sono generalmente dovuti alla frustrazione prolungata, repressione o rimozione di bisogni particolari o al conflitto tra bisogni antitetici, come il bisogno di appartenenza/integrazione sociale, e quello di individuazione/opposizione.
Il concetto di
sentimento, inteso in senso lato, cioè come capacità di avere sensazioni o emozioni e di esserne consapevole, è importante perché permette al soggetto (uomo o animale superiore) di utilizzare la sua intelligenza allo scopo di provare sentimenti piacevoli e di evitarne di spiacevoli, ovvero ottenere il massimo piacere e il minimo dolore nelle varie forme possibili, da quelle più fisiche a quelle più mentali. In tal modo, la specie del soggetto ottiene la soddisfazione dei suoi bisogni e quindi la propria conservazione, riproduzione ed evoluzione.
Agire e sentire (nel senso di provare sentimenti) sono connessi, in quanto normalmente si agisce sotto l'effetto e a causa di certi sentimenti e/o per ottenere certi sentimenti. In altre parole, il sentimento è la causa e il prodotto (o feed-back) dell'azione.
I concetti di
sentimento e di
bisogno sono intimamente legati in quanto il sentimento è la misura del grado di soddisfazione di uno o più bisogni. Infatti il piacere deriva dalla soddisfazione di bisogni, e il dolore dalla loro insoddisfazione. Le
paure (ovvero, per meglio dire, i
rigetti) sono bisogni di evitamento di qualcosa. Senza i bisogni non ci sarebbero sentimenti, né emozioni, né piaceri, né dolori, né gioie, né tristezze.
Per comodità di analisi, ho diviso i bisogni umani nei seguenti sei gruppi. Il concetto di bisogno è qui inteso in senso lato e comprende quelli di istinto, desiderio, passione, interesse, attrazione, pulsione, motivazione, speranza e simili.
- bisogni biologici (salute, sopravvivenza, rapporti sessuali, riparo, nutrizione, protezione e allevamento della prole, stimolazione, sensazioni, riposo, sonno, esercizio fisico, igiene, guarigione dalle malattie ecc.)
- bisogni di comunione (appartenenza e integrazione sociale, comunità, condivisione, alleanza, affiliazione, solidarietà, affinità, intimità, interazione, cooperazione, partecipazione, servire, accettazione, approvazione, accoglienza, rispetto, moralità, ritualità, dignità, responsabilità ecc.)
- bisogni di bellezza (armonia, semplicità, uniformità, conformità, coerenza, pulizia, simmetria, regolarità, purezza, ritmo, danza, canto, suono, musica, poesia ecc.)
- bisogni di libertà (individuazione, diversità, ribellione, opposizione, trasgressione, novità, innovazione, creatività, cambiamento, umorismo, egoismo, riservatezza, irresponsabilità ecc.)
- bisogni di sapienza (linguaggi, conoscenze, comprensione, esplorazione, calcolo, misurazione, informazione, osservazione, monitoraggio, previsione, memoria, ricordi, registrazione, documentazione ecc.)
- bisogni di potenza (potere, abilità, capacità, supremazia, superiorità, prevalenza, dominio, proprietà, possesso, competitività, aggressività, controllo, arroganza, gelosia, invidia ecc.)
Per ognuno dei gruppi sopra elencati immagino che esista un
dèmone (o più d'uno) che si occupa della soddisfazione dei relativi bisogni in modo autonomo, inconscio e involontario rispetto all'io cosciente.
Le scienze umane (psicologia, filosofia, sociologia, antropologia, storia, linguistica ecc.) cercano di conoscere la natura umana (ovvero il funzionamento del sistema Uomo) ognuna dal suo punto di vista specializzato, parziale e spesso controverso. L’Uomo, d’altra parte, avrebbe bisogno di comprendere la propria natura in tutti i suoi aspetti essenziali, per vivere al meglio la propria vita. Infatti i fenomeni umani sono tutti tra loro intimamente collegati e interdipendenti, ed è difficile capire una parte del "sistema natura umana" senza capire tutte le altre e l'intero almeno a grandi linee.
Purtroppo, anche a causa della specializzazione, della cessata integrazione delle scienze umane e dell’influenza delle religioni, c'è una diffusa ignoranza e misconoscenza sulla natura umana in generale e in particolare per quanto riguarda i bisogni umani (genetici e acquisiti). Tale condizione è causa dello stato confuso dell’Homo Sapiens, un ex animale non ancora diventato Uomo, che continua a fare inutilmente del male a se stesso e al prossimo.
Secondo me la saggezza (che si potrebbe anche chiamare intelligenza emotiva) consiste nel comprendere i bisogni propri e altrui (e i corrispondenti sentimenti e dèmoni), e usare la propria intelligenza per valutarli e conciliarli, ovvero per soddisfare entrambi ove possibile, dato che un essere umano, per soddisfare i propri bisogni necessita della cooperazione di altri esseri umani, i quali sono disposti a cooperare solo nella misura in cui grazie a tale cooperazione riescono a soddisfare anche i propri. Inoltre, a livello personale, è importante soddisfare tutti i propri bisogni “sani”, senza frustrarne o rimuoverne alcuno, per evitare di incorrere in sofferenze e disturbi psichici.
A fronte di quanto sopra esposto, pongo, a chi mi ha letto, i seguenti quesiti.
- Conoscete i vostri bisogni e quelli altrui?
- Siete in grado di distinguere i bisogni sani da quelli insani indotti da una società stupida o malata?
- Siete consapevoli della presenza, in voi e negli altri, di dèmoni che determinano involontariamente il vostro comportamento e la vostra coscienza?
- Siete capaci di negoziare esplicitamente la soddisfazione dei bisogni vostri e dei vostri interlocutori?
Pragmatica della comunicazione umana è il titolo di un fortunato saggio di Paul Watzlawick, Janet Beavin e Don Jackson (della
Scuola di Palo Alto), che analizza con un approccio sistemico la comunicazione tra esseri umani. In questo testo vengono definiti cinque assiomi, ovvero cinque fatti sempre presenti nella comunicazione tra umani:
1° –
È impossibile non comunicare. In qualsiasi tipo di interazione tra persone, anche con un gesto, con un’espressione del viso o con un silenzio, si comunica sempre qualcosa all’interlocutore.
2° – Ogni comunicazione ha un aspetto di
contenuto e uno di
relazione (o di
contesto), e il secondo determina o influenza il significato del primo, costituendo una
metacomunicazione (cioè una comunicazione sulla comunicazione). Per esempio, se due persone sono d’accordo sul fatto che stanno scherzando, i significati e le conseguenze di ciò che dicono sono diversi rispetto a quelli che si avrebbero in una situazione in cui le persone non intendono scherzare.
3° – La comunicazione tra due persone è strutturata mediante una
punteggiatura. Con questo termine s’intende l’individuazione dell’inizio di strutture interattive del tipo domanda e risposta, azione e reazione. E’ un aspetto importante della comunicazione perché una reazione può dar luogo ad un’ulteriore reazione, e causare in tal modo una
reazione a catena in cui ci possono essere pareri discordi su chi l’abbia iniziata, specialmente in caso di conflitto o di violenza verbale.
4° – Le comunicazioni possono essere di due tipi:
analogiche (ad esempio immagini, segni, gesti) e
digitali (cioè parole). Vale a dire che la comunicazione può essere un misto di espressioni verbali e non verbali, entrambe significative.
5° – Le comunicazioni possono essere
simmetriche, in cui i soggetti che comunicano si pongono su un livello paritario (ad esempio due amici o due studenti), o
complementari, in cui gli interlocutori si pongono in posizioni gerarchiche diverse (ad esempio mamma e figlio, insegnante e allievo ecc.).
Sulle orme di Watzlawick e compagni, Friedemann Schulz von Thun propone un modello della comunicazione umana rappresentato nella figura seguente:
Il modello di Schulz von Thun, che non sostituisce quello di Watzlawick & c. ma costituisce una sua estensione, si può riassumere dicendo che ogni messaggio contiene quattro significati:
- Enunciazione: quali sono i fatti che l’emittente vuole comunicare al ricevente?
- Autorivelazione: cosa l’emittente vuole dire di sé al ricevente?
- Richiesta: cosa l’emittente sta chiedendo al ricevente?
- Relazione: in quale relazione l’emittente assume di trovarsi con il ricevente?
Entrambi i modelli sono utili per analizzare e risolvere i problemi di comunicazione tra individui e per migliorare la qualità, ovvero l’efficacia, della comunicazione stessa.
Comunicazione vs. interazione
La comunicazione è un sottoinsieme dell’interazione, nel senso che nell’interazione tra due persone ci possono essere, oltre alla comunicazione (intesa come scambio di informazioni) anche transazioni di altro genere, come le seguenti.
- trasferimento di oggetti, beni, denaro ecc.
- trasferimento di energia (carezze, sostegno fisico, protezione, atti sessuali ecc.)
- erogazione di servizi (gratuiti o dietro compenso)
- esercizio di violenza (costrizioni, percosse, ferimento, uccisione ecc.)
Per questo motivo il titolo di questo capitolo è “Pragmatica dell’interazione umana”, pur rievocando per somiglianza quello di “Pragmatica della comunicazione umana” di Watzlawick & c. ha una portata più ampia.
Va comunque detto che anche una transazione non
informativa può costituire una comunicazione (ovvero una transazione informativa) se la parte emittente e/o quella ricevente associano ad essa un
significato comunicabile.
Scopo dell’interazione umana
Quali sono i motivi per cui gli esseri umani interagiscono? La domanda è più impegnativa di quanto possa sembrare, perché per rispondervi occorre fare appello alla conoscenza generale della natura umana.
Coerentemente con l’idea centrale del mio libro "Psicologia dei bisogni", la prima risposta che mi viene in mente a tale domanda è che gli umani interagiscono per (cercare di) soddisfare i bisogni propri e/o quelli altrui, dal momento che senza un’interazione sociale sarebbe praticamente impossibile soddisfarli.
In altre parole, l’interdipendenza umana determina un bisogno di interazione che si accompagna al bisogno di comunità di cui abbiamo già parlato. Infatti, far parte di una comunità implica la necessità di interagire in certi modi con un certo numero di suoi membri.
Qualcuno potrebbe obiettare che gli esseri umani non interagiscono solo per soddisfare i loro bisogni, ma anche per altri motivi, per esempio, per piacere, per divertimento o per soddisfare un’ingiunzione religiosa.
A tale obiezione io rispondo che il piacere e il divertimento, come pure l’obbedienza ad ingiunzioni religiose, costituiscono dei bisogni in sé, oppure mezzi per soddisfare bisogni di ordine superiore.
Resto dunque dell’idea che tutto ciò che l’uomo fa (e in particolare l’interagire con i suoi simili) lo faccia per soddisfare dei bisogni propri e/o altrui, laddove soddisfare i bisogni altrui è un mezzo per soddisfare anche i propri. Infatti l’uomo ha bisogno di soddisfare i bisogni altrui, perché se non lo facesse non potrebbe soddisfare i propri, perché in tal caso non otterrebbe facilmente la cooperazione da parte degli altri.
Sulla base del principio sopra esposto, vediamo in quali modi una persona può soddisfare i bisogni propri e quelli altrui attraverso l’interazione. Cerchiamo, cioè, di definire gli aspetti fondamentali di una
pragmatica dell’interazione umana.
Negoziazione e cooperazione
Io suppongo che l’interazione umana serva essenzialmente a negoziare, preparare o esercitare una cooperazione. Divido pertanto l’interazione in due fasi:
- fase di negoziazione (o preparazione)
- fase di cooperazione
La negoziazione consiste sostanzialmente nel comunicare all’interlocutore:
- ciò che si sta cercando, ovvero ciò di cui si ha bisogno o che si desidera
- ciò che si è disposti a offrire in cambio di una cooperazione mirata alla soddisfazione delle proprie esigenze
- eventuali condizioni e regole (obblighi, divieti, libertà e limiti) per la cooperazione
La durata della fase di negoziazione può essere più o meno lunga, anche brevissima (a volte basta un’occhiata per completarla); dipende dall’affinità tra gli interlocutori e dalla compatibilità e corrispondenza delle loro richieste, ovvero dalla misura in cui la domanda dell’uno
corrisponde all’offerta dell’altro.
La negoziazione può richiedere più riprese in cui ognuno adatta le proprie richieste e le proprie offerte in funzione di quelle espresse dal suo interlocutore.
Nel modello di Schulz von Thun gli elementi della negoziazione sono ben rappresentati negli aspetti “richiesta”, “autorivelazione” e “relazione” del messaggio. Va tuttavia detto che tali aspetti sono normalmente quasi nascosti nel messaggio, per cui per comprenderli occorre avere un certo grado di empatia e di
competenza sociale.
Succede infatti quasi sempre che la fase di negoziazione sia più o meno criptica, cioè non esplicita, non chiara, né diretta, né franca, come se ognuna delle parti volesse essere pronta a ritirare le proprie proposte e richieste, perfino a negarle, nel caso in cui abbia la sensazione che l’altra parte non sia disposta ad accettarle. C’è infatti spesso una paura di essere rifiutati, come se il rifiuto di una propria proposta corrispondesse ad un abbassamento di status o di dignità sociale.
Chi comanda qui?
Un aspetto cruciale dell’interazione, sia in fase di negoziazione che in fase di cooperazione, è la definizione del rapporto gerarchico tra gli interattori, ovvero la risposta alla domanda “chi comanda qui?” Sia la domanda che la risposta sono politicamente scorrette nella nostra cultura, per cui esse sono normalmente rimosse nell’inconscio o nell’ipocrisia cosciente. Tuttavia la questione è sempre latente ed emerge in modo acuto ogni volta che c’è un conflitto o disaccordo su cosa fare e non fare, e perfino sulle cose di cui discutere e non discutere.
Siccome di solito si presume che in caso di disaccordo si debba fare ciò che indica colui che
la sa più lunga, cioè colui che è più intelligente e/o più istruito sulla materia oggetto della discussione, e siccome ciascuno vorrebbe avere la meglio, ciascuno cerca di dimostrare di essere più competente dell’altro sulla materia stessa.
Lo stesso problema c’è in caso di disaccordo sul rispetto delle regole convenute, laddove un partner accusa l’altro di non averle rispettate, e l’accusato afferma il contrario.
Le dimostrazioni (dirette o indirette, implicite o esplicite) della propria superiorità intellettuale e morale rispetto all’interlocutore sono normalmente affette da autoinganno (di cui parleremo in
Autoinganno) per cui ognuno pensa di essere la persona più adatta a stabilire cosa sia meglio fare in caso di disaccordo.
Alla fine si fa come preferisce la persona meno ragionevole, meno paziente, meno competente o meno intelligente, se l’altra ci tiene a mantenere la relazione di cooperazione e ad evitare che il partner sia scontento o frustrato.
Cosa determina il successo di un’interazione cooperativa
Una interazione ha successo quando soddisfa in misura sufficiente alcuni bisogni di entrambi gli interattori, nel senso che per ognuno di essi il bilancio dello scambio è positivo. Vale a dire che il peso dei vantaggi (o dei guadagni) è maggiore di quello degli svantaggi (ovvero dei costi o delle perdite). Sto parlando di vantaggi in senso lato, non limitato agli aspetti economici.
Affinché il bilancio dell’interazione sia positivo per entrambi i partner, è necessario che le seguenti condizioni siano soddisfatte:
- ci deve essere una sufficiente corrispondenza e compatibilità tra ciò che ciascuno chiede e ciò che l’interlocutore è disposto ad offrire;
- ciascun interlocutore deve essere capace di esprimere in modo chiaro e comprensibile le proprie richieste e le proprie disponibilità, e di capire quelle dell’altro;
- ci deve essere una comune comprensione delle regole e delle condizioni della cooperazione;
- ci deve essere da parte di entrambi la volontà e l’obbligo morale di rispettare le regole convenute;
- ci deve essere un reciproco riconoscimento delle rispettive competenze e capacità intellettuali e morali.
La soddisfazione delle suddette condizioni è tanto più difficile quanto meno esplicita è la negoziazione dell’interazione e la discussione in caso di conflitti. Di conseguenza, conviene resistere alle convenzioni che sconsigliano di essere espliciti e diretti per quanto riguarda l’espressione delle proprie richieste e disponibilità, oltre che delle valutazioni delle capacità proprie e altrui.
Spero che questo sito possa essere di aiuto per conoscere i propri bisogni in modo tale che possano essere espressi chiaramente a potenziali partner.