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Riflessioni di Bruno Cancellieri su

Solidarietà

18 articoli tratti dal blog "Il mondo visto da me"

Indice delle monografie | Indice degli articoli per anno

In che consiste il successo?

Il successo di una persona consiste nella quantità e nella qualità delle persone che le manifestano la loro stima, approvazione, ammirazione, comprensione, affinità, solidarietà o affetto.

Sulla carità

Ben venga la carità, facciamo più carità. Ci sentiremo più buoni e non ci sentiremo in colpa per non aver fatto nulla di più costruttivo, intelligente, efficace e risolutivo contro i mali della società.

Oggetti, gesti e segni sacri o quasi sacri

Un oggetto, un gesto o un segno diventa sacro o quasi sacro quando viene scelto dalla comunità come uno dei simboli della sua comunione e solidarietà. Può essere una cosa qualsiasi, non deve avere qualità intrinseche particolari, purché sia riconoscibile.

Bisogno di rassicurazioni

Aver bisogno di una certa cosa comporta il bisogno di assicurarsela. Così, aver bisogno degli altri comporta il bisogno di assicurarsi il loro favore. Tale assicurazione può darla solo una continua frequentazione degli altri, nella speranza di ricevere da essi segni di rispetto, approvazione, amicizia e solidarietà.

Credere per appartenere

Credere è anche un mezzo per appartenere ad una comunità, soddisfacendo così uno dei più importanti bisogni umani. Infatti, credendo in certe sedicenti verità si appartiene automaticamente alla comunità di coloro che credono nelle stesse verità. Ma non debbono essere verità ovvie, altrimenti sarebbe come appartenere all'umanità in generale, cosa poco utile ai fini della solidarietà.

Le chiacchiere stanno a zero

A Roma si dice "le chiacchiere stanno a zero". Se non siamo capaci di creare un piccolo gruppo di studio, di lavoro, di solidarietà, di progetto politico-sociale nemmeno al livello di vicinato o quartiere, e di dedicargli il nostro tempo e il nostro impegno costruttivo e fattivo, parlare di politica è aria fritta, flatus vocis. E' solo un tentativo di deresponsabilizzarci dando la colpa ai partiti avversi e ai loro sostenitori. Se una società democratica funziona male la colpa è prima di tutto dei suoi cittadini. E ora non venite a dirmi che la Repubbilca italiana non è una democrazia.

Cosa l'uomo cerca da ogni altro

Ogni umano cerca di ottenere da ogni altro, nella misura del possibile: rispetto, attenzione, stima, ammirazione, approvazione, attrazione, fascinazione, interesse, empatia, compassione, credito, fiducia, ragione, concordia, alleanza, solidarietà, aiuto, sostegno, collaborazione, cooperazione, devozione, soggezione, legame, dipendenza, benevolenza, fedeltà, obbedienza, riconoscimento, riconoscenza, compagnia, affetto, amicizia, amore ecc.

Quando non ci riesce, allora cerca di escludere l'altro dalla propria vita facendolo oggetto di varie azioni, come le seguenti: ignorare, allontanare, respingere, cacciare, derubare, discriminare, punire, segregare, combattere, offendere, svalutare, spaventare, intimidire, aggredire, sopprimere, eliminare ecc.

Non si può non comunicare, né non parteggiare

Non si può non comunicare, perché anche al non dire, al non esprimersi, al non fare, al non esserci, al non partecipare, vengono attribuiti significati, intenzioni, presunzioni, giudizi, pensieri, ruoli, appartenenze, alleanze e antagonismi. In società, non prende posizione è prendere una posizione.

Ogni essere umano vivente c'è e non può non esserci da qualche parte nella società. La neutralità è impossibile perché essere neutrali significa non essere alleati, ovvero rifiutare un'alleanza, una solidarietà. Perfino Cristo pare che abbia detto: chi non è con me è contro di me.

Neutralità e indifferenza affettiva sono dunque, in un certo senso, forme di ostilità. Ciò è causa di disturbi mentali dovuti alla necessità di dissimulare ostilità o indifferenza in alleanza o solidarietà.

Sul significato dei riti

Io suppongo che ogni espressione rituale tipica di una certa comunità (come, ad esempio, lo scambio di auguri in occasione delle festività principali) significhi affermare o confermare l’appartenenza (a quella comunità) sia di colui che recita la formula rituale, sia di coloro a cui essa è rivolta.

In altre parole, attraverso la celebrazione del rito, i partecipanti affermano o confermano la loro appartenenza alla comunità di cui quel rito è una norma, sottintendendo un legame affettivo, di fratellanza, di uguaglianza, di solidarietà, con gli altri membri della stessa.

Tale legame può essere più o meno reale o simulato, conscio o inconscio.

La non partecipazione di una persona ad un certo rito può essere pertanto intesa come un’estraniazione, un dichiararsi fuori, stranieri, rispetto alla comunità che lo celebra. Ciò spiega la permanenza di certi riti nel tempo, anche quando il loro significato originale è andato perduto.

Distintivi e appartenenze

Distintivi e fregi cuciti sul vestiario, acconciature dei capelli, rasature di barbe e baffi, modi e mode nel vestire, vestire certe uniformi, indossare certi ornamenti, sventolare bandiere, mostrare tatuaggi, gesti delle mani come fare il saluto romano o mostrare il pugno chiuso, parlare in un certo dialetto, argomenti di conversazione preferiti, luoghi e locali frequentati, sport e passatempi praticati, spettacoli visti, libri letti, di programmi televisivi seguiti, veicoli usati per viaggiare, campagne di solidarietà sostenute (anche mediante donazioni), ecc. 

Tutte le cose sopra elencate, intese come particolari tipi e stili di comportamento, sono manifestazioni di appartenenza a certi insiemi sociali (concreti e/o astratti).

Mi pare che le interazioni cooperative tra esseri umani siano impossibili se non nel quadro di appartenenze comuni a certi insiemi sociali riconoscibili mediante certe forme tipiche.

Insomma, qualunque cosa facciamo è soltanto, o anche, un modo per manifestare le nostre appartenenze, anche se spesso non ne siamo consapevoli.

Resta da chiederci se gli insiemi sociali a cui vogliamo appartenere siano validi, se abbiamo i requisiti per appartenervi, e se appartenervi sia cosa buona e utile per noi.

Schizofrenia della nostra civiltà

La nostra civiltà è per lo più schizofrenica a causa di un "doppio vincolo" in cui da una parte essa richiede che le persone si comportino tra loro con rispetto, cooperazione, amore e solidarietà; dall'altra richiede che questo comportamento sia spontaneo, ovvero non calcolato né ragionato, né analizzato, né discusso, né negoziato esplicitamente, né prima, né durante, né dopo l'interazione.

Risultato è che il comportamento umano è normalmente disastroso nel senso che, non avendo gli strumenti intellettuali per verificare la correttezza ovvero la bontà del proprio comportamento, ognuno crede di comportarsi correttamente e non si mette in discussione sia perché ciò nuocerebbe alla sua spontaneità (che è considerata un valore assoluto e irrinunciabile), sia perché richiederebbe abilità razionali che nessuno gli ha mai insegnato.

Di conseguenza, ci si continua a fare del male reciprocamente, non ci si rispetta, si fa fatica a comprendersi e a cooperare, ci si fraintende, si divorzia e ci si isola.

Per guarire da questa diffusa schizofrenia bisognerebbe smetterla di elogiare solo la spontaneità, l'empatia, la leggerezza, la naturalezza nei rapporti umani e cominciare ad apprezzare anche l'uso della ragione nelle interazioni, e a fare metainterazione, ovvero a discutere e negoziare esplicitamente modalità, scopi, proprietà e limiti dell'interazione stessa.

E' in tal senso che si è sviluppata la scuola psicologica di "Palo Alto" tra i cui autori spiccano i nomi di Gregory Bateson e Paul Watzlawick.

Significato sociale dei gesti

In qualunque atto (transazione, comunicazione, gesto ecc.) tra due o più persone, c’è una componente sociale, nel senso che all’atto è attribuito (dall’agente e/o dal subente) un “significato sociale” implicito o esplicito dal quale derivano certi comportamenti delle persone coinvolte.

Seguono alcuni esempi di possibili significati di “atto sociale”:

  • tra di noi c’è un certo rapporto gerarchico (politico, didattico, intellettuale,etico, estetico)

  • ti considero mio pari, mio superiore o mio inferiore

  • vorrei cambiare a mio favore il nostro attuale rapporto gerarchico

  • noi apparteniamo alla stessa comunità, gruppo, organizzazione, categoria sociale, tifoseria ecc.

  • noi rispettiamo le stesse regole logiche, etiche o estetiche

  • noi crediamo nelle stesse narrazioni o nella stessa religione

  • noi condividiamo la stessa ideologia politica, riconosciamo e rispettiamo le stesse autorità politiche

  • noi siamo in una relazione simbiotica, cooperativa o erotica

  • noi siamo amici o alleati

  • noi siamo legati da una relazione di reciproca solidarietà

  • io vorrei interagire con te

  • io vorrei giocare con te

  • io non voglio interagire con te

  • noi siamo nemici, siamo in guerra

  • tu devi fare ciò che io desidero, altrimenti ti punisco

  • tu devi sparire dalla mia vista, altrimenti ti distruggo

  • questo territorio, oggetto o persona appartiene a me e non a te

  • ora vorrei stare in solitudine

  • ora vorrei stare in compagnia

  • vorrei ricevere attenzione

  • mi aspetto più di quanto ho ottenuto

  • ecc.


Altruismo, egoismo, ipocrisia e selezione naturale

Considerazioni suscitate dalla lettura di un articolo di Telmo Piovani intitolato “Biologia dell’altruismo” (nilalienum.it/Sezioni/Darwin/PievAltruismo.html).

In una prospettiva evoluzionistica, l'altruismo è vantaggioso non per l'individuo, ma per il gruppo a cui egli appartiene. Tuttavia l'appartenenza ad un gruppo avvantaggiato dal comportamento altruista dei suoi membri costituisce indirettamente un vantaggio per i suoi stessi membri, rispetto ai membri di altri gruppi di persone meno altruiste.

Questo schema si complica quando in un gruppo di persone prevalentemente altruiste si “nascondono” persone prevalentemente egoiste. In tal caso gli intrusi hanno un doppio vantaggio: uno diretto e uno indiretto. Perciò l’ipocrisia non smascherata è vincente per l’individuo, come pure è vincente, per il gruppo e per i suoi membri, ogni azione di "smascheramento" degli ipocriti.

Occorre osservare, d’altra parte, che, laddove per la sopravvivenza dell’individuo non sia necessaria l’appartenenza ad un gruppo molto coeso e cooperativo (ovvero quando le condizioni ambientali e sociali facilitano la vita anche al di fuori del gruppo) l’altruismo perde di importanza e non è premiato dalla selezione naturale. In altre parole, più facile è la vita al di fuori di un gruppo, più le persone tendono a comportarsi in modo egoistico. A tal proposito Samuel Bowles ha scritto: “Il conflitto è la levatrice dell'altruismo: la generosità e la solidarietà verso i propri simili possono essere emerse soltanto in combinazione con l'ostilità verso gli esterni al gruppo”.

Si può dunque parlare di “altruismo localistico”. Tuttavia, in una prospettiva di globalizzazione e di rischi planetari, le cose possono cambiare, dato che il nemico da combattere non è più costituito (solo) da gruppi rivali o nemici, ma dalle catastrofi naturali che possono colpire tutti gli abitanti della Terra, sia per colpa dell’attività antropica che per cause da essa indipendenti. La “patria” diventa dunque l’intero pianeta e i suoi nemici gli egoisti ipocriti che non contribuiscono al bene comune o lo mettono a rischio. Ne consegue che lo smascheramento dell’ipocrisia diventa essenziale per la sopravvivenza della nostra specie.

A margine di tali considerazioni evoluzionistiche, suppongo, da un punto di vista fisiologico, che il comportamento altruistico (quando esiste ed è genuino) sia per lo più spontaneo, cioè involontario, automatico ed inconscio. Presumo che esso sia regolato da meccanismi neuronali di “ricompensa sociale”, che rilasciano endorfine (quando avvengono interazioni sociali cooperative e affettive) dalle quali si diventa facilmenti dipendenti come avviene con sostanze stupefacenti esterne. In altre parole, chi è abituato sin da piccolo ad “assumere” certe endorfine, non può più farne a meno e, per ottenerle, è motivato a comportarsi in modo da guadagnare ricompense sociali (e quindi a interagire cooperativamente, altruisticamente e affettivamente con gli altri).

In tal senso, ipotizzo che fenomeni come l’autismo o l’asperger possono essere causati da disfunzioni fisiche genetiche (totali o parziali) del meccanismo di cui sopra.

Inoltre, penso che molti comportamenti egoistici potrebbero essere dovuti ad un arresto del meccanismo di ricompensa sociale a seguito della cessazione della “normale” dipendenza dalle “endorfine sociali”. Tale cessazione potrebbe avvenire dopo una assenza di ricompense sociali (ovvero di interazioni sociali gradevoli) oltre una certa durata. Per le persone più sfortunate, tale assenza inizia dalla nascita, a causa di un deficit parentale, e potrebbe non avere mai fine.

La legge del gradimento

A mio parere, una delle leggi fondamentali che regolano l’attività dell’inconscio è quella che io chiamo la “legge del gradimento”. Infatti suppongo che una motivazione fondamentale, conscia o inconscia, di ogni umano sia quella di essere graditi ad una certo numero di altri umani, Ciò è dovuto al semplice fatto che, in mancanza di tale gradimento, è difficile per un individuo ottenere dagli altri la cooperazione indispensabile per sopravvivere e per soddisfare i propri bisogni.

Col termine “gradire” io intendo una gamma di disposizioni cognitive ed emotive di diversa qualità e intensità, che includono amare, piacere, approvare, stimare, rispettare, provare simpatia, fascino, affinità, solidarietà, fiducia, interesse, curiosità  ecc. nei confronti di una persona.

Tuttavia, essere graditi agli altri non è facile, e a volte è impossibile, per vari motivi, e questa difficoltà o impossibilità è a mio avviso una delle maggiori cause d'infelicità per tutti gli esseri umani.

Essere graditi è difficile in primo luogo perché per ottenere il gradimento di una certa persona, uno deve corrispondere alle aspettative, agli ideali e ai valori di quella persona. In poche parole, uno deve essere come l’altro lo vuole.

Ovviamente ci può essere una discrepanza più o meno grande tra il tipo di persona desiderata dall’altro è il tipo di persona che si è. Quando tale discrepanza diventa rilevante, uno può essere tentato di cambiare la propria personalità per adattarla al tipo richiesto, ma questo adattamento può essere praticamente impossibile, o avere un costo che non vale la pena di pagare.

In secondo luogo, essere graditi è difficile per ragioni di competizione. Infatti, un umano può cooperare con un numero limitato di altri umani, e si trova perciò a scegliere con chi entrare in una relazione cooperativa. La scelta delle persone con cui relazionarsi non è casuale, ma normalmente selettiva, nel senso che si scelgono, consciamente o inconsciamente, le persone che maggiormente corrispondono ai propri tipi ideali. Di conseguenza, può sempre succedere, date due persone che si gradiscono reciprocamente, che ne sopraggiunga una terza che risulti maggiormente gradita, e quindi preferibile, per una di esse. Ne consegue spesso che il rapporto iniziale sia sostituito da uno nuovo stabilito con la persona sopraggiunta. In tal caso può nascere una competizione tra due persone per ottenere il maggior gradimento da parte della terza, competizione che termina normalmente con l’esclusione del perdente.

Inoltre può succedere che il gradimento tra due persone A e B non sia reciproco. Cioè che A sia gradito a B, ma B non sia gradito ad A. Ovviamente, in assenza di reciprocità di gradimento, una relazione è impossibile oppure dura poco.

A fronte delle difficoltà sopra descritte, la mente conscia, e ancor più quella inconscia, di ogni umano sono continuamente occupate nel cercare di stabilire cosa convenga fare e cosa convenga non fare per ottenere il maggior gradimento possibile dal maggior numero possibile di persone al minor costo possibile in termini di necessità di sacrificare parte della propria natura e/o dei propri beni.

C’è inoltre la necessità di stabilire quale sia il numero sufficiente di persone da cui essere graditi, numero che comunque non può essere inferiore a uno. Tuttavia si può decidere di prendere una posizione sgradita a tutte le persone conosciute nella  speranza di essere graditi da qualcuno che ancora non si è incontrato. Allo stesso tempo è necessario stabilire i tipi di persone dalle quali cercare di esere graditi.

Un’altra costante occupazione della mente umana consiste nello stabilire il limite entro il quale è tollerabile e conveniente adattarsi ai desideri e alle aspettative di un’altro, e oltre quale limite tale adattamento è intollerabile o non conveniente.

Per concludere, credo che nessun umano possa sfuggire alla legge del gradimento sopra descritta, e che perciò ci convenga obbedire ad essa in modo consapevole, intelligente e razionale.

Giudizi che offendono

Ogni umano ha una sua visione del mondo. Una visione del mondo è costituita da definizioni e valutazioni di enti (concetti, oggetti, persone, idee, comportamenti ecc.). Le valutazioni (dette anche giudizi) sono di vari tipi: logico (vero/falso), etico (buono/cattivo), estetico (bello/brutto), pragmatico (utile/inutile), dimensionale (grande/piccolo, importante/non importante) ecc.

Le valutazioni possono riguardare qualsiasi ente, compresi gli esseri umani e i loro comportamenti (sia in quanto individui unici sia in quanto categorie di persone).

Ogni essere umano, anche se non lo ammette, giudica (consciamente o inconsciamente, direttamente o indirettamente) ogni altro essere umano e se stesso. Il giudizio è cognitivo (giusto/sbagliato) ed emotivo (attrazione/repulsione), e quello emotivo precede e influenza quello cognitivo nel senso che tendiamo a considerare giusto ciò che ci attrae e sbagliato ciò che ci repelle.

Il giudizio dell'uomo sull'uomo è problematico in quanto può avere conseguenze indesiderate e nefaste. Infatti esso può essere offensivo o percepito come tale dagli interessati, compreso il soggetto che giudica se stesso o che si sente giudicato dagli altri. La conseguenza di un giudizio sfavorevole può essere una reazione difensiva e/o aggressiva (rabbia e desiderio di rivalsa), depressiva (senso di colpa o di inferiorità) o evitante, cioè di allontanamento o fuga.

Per evitare gli effetti socialmente distruttivi dei giudizi sfavorevoli dell'uomo sull'uomo, i meccanismi di difesa della psiche nel soggetto giudicabile adottano varie strategie.

Una di esse consiste nel dividere gli esseri umani in classi (gruppi, categorie o comunità) e giudicare favorevolmente quelli che appartengono a certe classi (a cui appartiene anche il soggetto) e sfavorevolmente gli altri, in modo che vi sia coesione, pace e solidarietà nella classe di appartenenza e un’eventuale ostilità solo verso le altre.

Un'altra strategia consiste nell'astensione dal giudizio, tranne nei casi di comportamento estremamente antisociale o nei casi percepiti dal soggetto come dannosi per sé stesso.

Entrambe le strategie comportano bias cognitivi, pregiudizi e distorsioni della realtà, ovvero autoinganni e "doppi vincoli", con forme più o meno gravi di schizofrenia.

Infatti è impossibile non giudicare, così come è impossibile non comunicare e non pensare, e affermare di non giudicare è sempre falso e illusorio. Un giudizio cognitivo-emotivo (conscio o inconscio) c'è sempre e può essere più o meno positivo (cioè più o meno favorevole al giudicato) o neutro, proprio come in un tribunale. Perfino lo stesso atto di giudicare può essere oggetto di giudizio, tanto che chi giudica esplicitamente e francamente passa facilmente per arrogante.

Il fatto è che il comportamento di ogni essere umano può essere più o meno utile o nocivo agli altri, e non chiedersi quanto lo sia significa non voler vedere la realtà perfino quando ci riguarda direttamente o indirettamente.

Rifiutarsi di giudicare è assurdo, sciocco e irresponsabile come non voler vedere il male che qualcuno sta facendo a qualcun altro. In realtà, coloro che si negano il diritto di giudicare ignorano il male che gli altri fanno al prossimo, tranne quando ne sono essi stessi vittime. Il risultato è una degradazione morale del vivere civile accompagnata da egoismo e indifferenza per le sofferenze altrui.

Nelle conversazioni tra amici o conoscenti, per evitare l'insorgere di antipatie e di ostilità, e per non essere esclusi dai gruppi e dalle comunità, c'è l'abitudine di non esprimere giudizi sul comportamento umano, sia riguardo ai presenti, sia in generale, dato che chiunque può sentirsi implicato o alluso in un giudizio generale sfavorevole. Sono infatti ammessi solo giudizi negativi verso classi e tipi di persone a cui sicuramente nessuno dei presenti appartiene. Questo è ciò che viene comunemente chiamato "tatto", “etichetta”, "buone maniere", e "politicamente corretto".

Tra i giudizi sfavorevoli diretti o indiretti, c'è quello che riguarda la visione del mondo e la capacità critica della persona giudicata. Difficilmente, infatti, un essere umano tollera che qualcuno metta in discussione, direttamente o indirettamente la propria visione del mondo e la propria capacità di giudizio, in quanto esse costituiscono le fondamenta della propria personalità e moralità, ovvero della propria dignità sociale.

Ci sono persone capaci di mettersi in discussione, ma se a mettere in discussione la nostra personalità è qualcun altro, allora si scatena il loro meccanismo di difesa in forma di attacco o fuga rispetto al giudicante, normalmente percepito come aggressore e offensore, sia a livello emotivo che cognitivo.

I limiti della solidarietà

Nel mondo c'è troppo poca solidarietà perché l'umanità possa uscire dallo stato miserabile in cui si trova da sempre.

Ci si chiede se la solidarietà (o la sua mancanza) sia dovuta all'influenza di una certa educazione o cultura, oppure ad un fatto innato, cioè geneticamente determinato. Che la solidarietà e l'altruismo siano basati sull'empatia e che questa sia geneticamente determinata, è un fatto ormai ampiamente dimostrato, come pure che le inclinazioni genetiche possono essere attenuate o accentuate da una certa educazione e cultura.

Esistono però altri fattori importanti, ma di cui si parla poco, che determinano la qualità e la misura della solidarietà negli individui: mi riferisco al fatto che l'empatia è un processo biologico limitato dalla numerosità, dallo spazio, dal tempo e da criteri di affinità relativamente alle persone e alle situazioni che la suscitano.

Il limite numerico riguarda il fatto che non si può rispondere empaticamente che ad un piccolo numero di persone alla volta. Anzi, si potrebbe dire che la risposta empatica in un dato momento sia inversamente proporzionale al numero di persone che la provocano. Essa, infatti, non si moltiplica, ma si diluisce con l'aumentare del numero di persone che ne possono beneficiare.

Per fare un esempio, se una persona mi mostra la sua sofferenza, avrò una certa risposta empatica. Se le persone diventano due, la mia risposta totale sarà la stessa, ma sarà divisa (cioè diluita) tra due persone, quindi ognuna di esse ne riceverà la metà, come pure la metà della mia attenzione, dal momento che l'attenzione, come l'empatia, non è moltiplicabile.

Il limite di spazio riguarda il fatto che la risposta empatica diminuisce con la distanza tra chi stimola l'empatia e chi la prova. Per esempio, siamo molto più empatici verso persone sofferenti a noi vicine che verso quelle a noi lontane.

Il limite di tempo riguarda il fatto che la risposta empatica è inversamente proporzionale all'intervallo di tempo tra il momento (passato o futuro) dell'evento doloroso e il momento attuale. In altre parole, quanto più l'evento è lontano nel tempo, tanto minore sarà la risposta empatica. Questo vale anche per gli eventi futuri prevedibili. Cioè, quanto più a lungo termine è la previsione di una sciagura, tanto minore sarà la nostra preoccupazione e la relativa risposta empatica.

Il limite di similarità riguarda invece il fatto che noi rispondiamo empaticamente in modo proporzionale alla similarità, o affinità, che sentiamo di avere rispetto alla persone che ci mostrano la loro sofferenza. L'affinità può riguardare differenziatori di cultura, religione, razza, professione, ideologie, orientamenti sessuali, livello economico ecc.

A questo punto vorrei, come esempio di problematica di solidarietà, fare alcune considerazioni sul fenomeno dell'immigrazione clandestina via mare verso l'Italia. Questa provoca ogni anno centinaia di vittime. In tale contesto, ad ogni sciagura, si versano fiumi di parole sia da parte di ambienti laici che religiosi per esprimere solidarietà per le vittime e rimproverare il governo e i politici di non fare abbastanza per evitare le sciagure stesse. Recentemente, infatti, il papa Bergoglio ha gridato "Vergogna! Vergogna!" all'indomani di uno di questi tragici eventi in cui è morto un numero di persone particolarmente alto.

In tale contesto io osservo prima di tutto che, se non ci fossero queste gravi sciagure, la stampa non si occuperebbe del problema degli sbarchi clandestini, né della sorte degli interessati, i quali rischiano la vita per emigrare perché la loro vita è disumana e insopportabile. Ma questo non ci tocca perché si tratta di persone lontane dai nostri occhi e comunque numerosissime.

Inoltre non capisco cosa dovrebbe fare il governo per evitare le sciagure; forse dovrebbe imbarcare su navi militari i clandestini presso le coste di partenza (per esempio in Egitto o Tunisia) e portarli in Italia in tutta sicurezza? Oppure, visto che i clandestini provengono da paesi ancora più remoti come la Siria, l'Afganistan, il Sud Sudan ecc. e affrontano viaggi per terra molto pericolosi, il governo italiano potrebbe imbarcarli su aerei militari dai loro paesi di argine per volare direttamente verso l'Italia evitando i rischi del viaggio per terra e di quello per mare? In caso affermativo, si dovrebbe stabilire quante persone trasportare e, siccome il numero di richiedenti sarebbe altissimo rispetto alle reali possibilità, quali criteri di selezione applicare, sapendo che gli esclusi tenteranno di immigrare clandestinamente con i soliti metodi, e quindi non si riuscirebbe comunque ad evitare le sciagure di cui abbiamo parlato all'inizio.

Anche volendo essere solidali cosa dovremmo fare? Forse ogni famiglia italiana dovrebbe ospitare nella sua abitazione una famiglia siriana o afgana o sudanese? Dovremmo costruire case per ospitare tutti i profughi che sono pronti a rischiare la vita pur di lasciare il loro paese? E dare loro un lavoro decente? Con quali soldi? Con quali datori di lavoro? Con quale economia? L'Italia dovrebbe fare altri debiti per ospitare milioni di profughi sapendo che comunque ci sarebbero clandestini che moriranno in mare perché non saranno stati inclusi nei contingenti di profughi che l'economia e la finanza italiana è in grado di assorbire?

Mi piacerebbe sentire la proposta del papa a tale proposito.

Purtroppo la solidarietà non solo è limitata per i motivi che ho detto sopra, soprattutto quello della numerosità dei candidati da beneficiarne, ma è anche mistificata e spesso ipocrita.

Si direbbe che esiste un "campo empatico" intorno ad ognuno di noi, al di fuori del quale le persone che soffrono ci sono indifferenti. Finché il barcone di clandestini riesce ad arrivare con successo in Italia, i clandestini restano al di fuori del nostro campo empatico; appena il barcone va in avaria, essi entrano improvvisamente nel campo empatico, ma allora è spesso troppo tardi per fare qualcosa. In altre parole, non è tanto il grado di sofferenza di una persona a stimolare la nostra risposta empatica, ma la distanza spaziale e temporale della manifestazione del dolore rispetto al "qui ed ora".

Per concludere, non si può affrontare intelligentemente e produttivamente il tema della solidarietà se non si è consapevoli della sua natura e dei suoi limiti, che ho cercato di esporre in questo articolo.

Introduzione al caffè filosofico del 17/2/2022 sul tema "L'amicizia"

Il vocabolario Treccani definisce l’amicizia come “vivo e scambievole affetto tra due o più persone, ispirato in genere da affinità di sentimenti e da reciproca stima”. 

Altre definizioni che ho trovato in Internet dicono:

  • Reciproco affetto, costante e operoso, tra persona e persona, nato da una scelta che tiene conto della conformità dei voleri o dei caratteri e da una prolungata consuetudine.

  • Tipo di relazione interpersonale, accompagnata da un sentimento di fedeltà reciproca tra due o più persone, caratterizzata da una carica emotiva.

  • Rapporto fatto di fiducia, simpatia, affetto e reciproca scelta, che si riscontra in ogni tempo e in ogni luogo, ma che nessuna teoria può spiegare del tutto. L'amicizia prevede che esista un rapporto paritario, e questo la distingue dagli altri legami che coinvolgono gli affetti.

  • Stato duraturo di affetto, stima, intimità e fiducia tra due persone.

  • Relazione tra due persone, liberamente scelta e paritaria.

Alla luce delle suddette definizioni, all’amicizia possono essere collegati concetti come i seguenti:  affetto, stima, affinità, simpatia, empatia, frequentazione, condivisione, disponibilità, selettività, scelta, fiducia, affidabilità, confidenza, intimità, parità, reciprocità, sentimento, impegno, gioco, cameratismo, solidarietà, mutuo aiuto, supporto, scambio, compagnia, conoscenza reciproca, fedeltà, interesse, legame o vincolo, gelosia, ecc.

Parlare dell’amicizia in termini filosofici o psicologi implica far emergere problematiche riguardanti questo tipo di relazione, e ragionare su di esse.

L’amicizia è qualcosa di generalmente desiderabile, e la sua mancanza è normalmente considerata una disgrazia e motivo di tristezza. Le problematiche ad essa legate riguardano, a mio avviso, le difficoltà nello stabilire e nel mantenere amicizie, e i doveri, le incombenze e gli inconvenienti che le amicizie stesse possono comportare.

Alcune problematiche relative all’amicizia possono essere riassunte in domande come le seguenti:

  • quali sono i requisiti affinché un'amicizia tra due persone possa nascere e mantenersi?

  • quali sono i doveri che l’amicizia impone ai contraenti?

  • cosa si può sperare da un’amicizia?

  • quali libertà sono permesse solo tra amici?

  • quali possono essere i vantaggi di una amicizia?

  • quali possono essere gli svantaggi di un’amicizia?

  • è possibile un’amicizia tra persone di sesso diverso?

  • è normale essere gelosi delle altre amicizie di un amico/a?

  • quanti amici una persona può avere?

  • un’amicizia può avere secondi fini?

  • cosa si può chiedere ad un amico?

  • cosa non si dovrebbe chiedere ad un amico?

  • quanto è importante avere amici per essere felici?

  • abbiamo bisogno di amici?

  • la difficoltà di trovare amici può essere sintomo di un problema psichico?

  • perché certe persone sono più selettive di altre nello stabilire amicizie?

  • un’amicizia può essere limitata al divertimento, al gioco al passatempo?

  • un’amicizia può mantenersi in caso di conflitto di interessi o di giudizi morali negativi?

  • un’amicizia può essere asimmetrica o squilibrata? (A si sente molto amico di B mentre B si sente poco amico di A)

  • l’amicizia è un diritto o una questione di fortuna o di competizione?

  • è normale che le amicizie finiscano con la maturazione e i cambiamenti di personalità di uno o di entrambi i contraenti?

  • è possibile trovare amici mediante social network o siti web appositi?

Con riferimento all’ultima domanda, permettetemi di fare pubblicità ad un sito web da me realizzato, che serve a trovare persone di un tipo desiderato, facendosi conoscere tramite un’autointervista: https://intervista.link .

Ed ora, a voi la parola!

oOo


Bisogno di appartenenza e problemi mentali

Un animale sociale

L’espressione «l’uomo è un animale sociale» per me è da intendersi nel senso che noi umani abbiamo un bisogno innato (cioè geneticamente determinato), di far parte di uno o più «insiemi sociali», termine nel quale io mi riferisco ad una gamma di configurazioni e organizzazioni quali: gruppo, classe, categoria, famiglia, coppia, comunità,  collettività, nazione, etnia, tribù, massa, folla, squadra,  società, impresa, associazione, corporazione, circolo, convivio, comitiva, assemblea, consorteria, consorzio, sindacato, scuola, convento, gang, orgia, orda, muta,  congregazione, confraternita, setta, partito, coalizione, orchestra, coro, ecc.

Il bisogno di appartenenza è uno dei bisogni umani più forti. Questo è a mio avviso dovuto al fatto che noi umani non possiamo sopravvivere né soddisfare i nostri bisogni senza la cooperazione con altri umani, e tale cooperazione non è possibile se non rispettando un insieme di regole di cooperazione tipiche di certe forme sociali codificate, cioè caratterizzate da certi codici o norme di comportamento. 

Il motivo per cui ho deciso di fare una ricerca sulle appartenenze umane (formali e informali, esplicite e implicite, conscie e inconsce) è che, a mio  parere, dalla  soddisfazione (più o meno riuscita) del bisogno di appartenenza dipende in larga misura il grado di felicità di ognuno di noi.

Relazioni che danno luogo a insiemi sociali

Un insieme sociale, è tale se tra gli individui che ne fanno parte sussistono relazioni come le seguenti, e a mio avviso è tanto più forte,  persistente e soddisfacente quante più numerose sono tali relazioni, e quanto più frequentemente esse si verificano e si manifestano.

  • Vicinanza fisica e/o metaforica

  • Complementarità

  • Legami, interdipendenza, cooperazione, simbiosi

  • Continuità

  • Coerenza, concordanza, armonia

  • Conformità

  • Solidarietà, mutuo aiuto, mutua difesa, alleanza

  • Sincronia di movimenti, di azioni, di comportamenti

  • Somiglianza di aspetto, di costituzione somatica

  • Somiglianza di comportamenti, di abitudini

  • Somiglianza di abbigliamenti, di ornamenti, di arredamenti

  • Condivisione di intenti, scopi, progetti, interessi, complicità

  • Condivisione di proprietà economiche, di mezzi, di strumenti

  • Condivisione di ceti sociali

  • Condivisione di valori, attrazioni, repulsioni, gusti, temperamenti

  • Condivisione di posizioni politiche e di alleanze

  • Condivisione di linguaggi

  • Condivisione di leggi e norme

  • Condivisione di rispetto verso autorità politiche, economiche, intellettuali, etiche, estetiche

  • Condivisione di riti, feste, tradizioni, costumi, principi morali

  • Condivisione di ideologie, religioni, filosofie

  • Condivisione di conoscenze e di esperienze

  • Condivisione di storie, di origini

  • Condivisione di malattie, handicap, svantaggi, problemi

  • Ecc.

Insiemi sociali e comportamento

A causa e in virtù del bisogno di appartenenza, ogni umano è portato a comportarsi in modo tale da ottenere, mantenere, manifestare e confermare la sua appartenenza ad un certo numero di insiemi sociali compatibili con la propria costituzione fisica, con la propria personalità, con il proprio status sociale, con i propri progetti, con i propri gusti ecc.

L’appartenenza a certi insiemi sociali è spesso decisa dalla sorte, ovvero dal fatto di nascere da certi genitori e in un certo luogo. Tuttavia con il crescere dell’età, delle esperienze e delle libertà, l’individuo può abbandonare certi insiemi e entrare in altri a sé più congeniali, a condizione che possieda i necessari requisiti.

Infatti l'appartenenza ad un insieme sociale è sempre condizionata al possesso di particolari requisiti ed esige particolari comportamenti e non-comportamenti. In altre paprole, ogni appartenenza costituisce una limitazione della libertà individuale, limitazione che è il prezzo da pagare per ottenere e sostenere l'appartenenza stessa.

Appartenenze e problemi mentali

La psicologia e la psicoterapia dovrebbero a mio avviso occuparsi soprattutto di appartenenze. Infatti io suppongo che la maggior parte dei disagi, disturbi o disfunzioni mentali degli umani siano dovuti principalmente a problemi di appartenenza e alla frustrazione del relativo bisogno. 

Mi riferisco, per esempio, al caso in cui il soggetto non riesce ad adattarsi a certi insiemi sociali di cui non riesce a fae a meno, o in cui il prezzo da pagare per l’appartenenza è per lui troppo alto. Oppure al caso in cui il soggetto non riesce a trovare alcun insieme sociale adatto alla propria persona. Oppure al caso di conflitto (o “double bind”) di appartenenze, laddove il soggetto appartiene (o vorrebbe appartenere) a due insiemi tra loro incompatibili, per cui l'appartenenza all’uno provoca automaticamente l’espulsione dall’altro ecc.

Per quanto sopra, ritengo che il concetto di "appartenenza",  declinato sia come bisogno, sia come percezione, possa costituire una chiave di comprensione per gran parte dei fenomeni e dei problemi sociali e individuali.

Insiemi socilali come Gestalten

Il concetto di «insieme sociale» da me coniato si ispira al concetto di «Gestalt» (termine tedesco che in italiano si traduce con “forma” o “figura”) formulato dalla «Psicologia della Gestalt». Questa disciplina definisce una serie di principi che determinano la percezione delle forme di qualsiasi tipo, principi che a mio avviso sono applicabili non solo alle forme grafiche, sonore, cognitive ecc., ma anche a quelle sociali. I principi a cui mi riferisco sono i seguenti:

  • Il tutto è maggiore della somma delle parti

  • Principio di prossimità o vicinanza

  • Principio di similarità o somiglianza

  • Principio di completamento o chiusura

  • Principio del destino comune

  • Principio di contrasto (figura-sfondo)

  • Principio di continuità di direzione (o della Curva Buona)

  • Principio dell’esperienza passata

  • Legge della pregnanza (o della Buona Forma)

Nel mio libro "Psicologia delle appartenenze" mi propongo, tra l'altro, di dimostrare come ciascuno di tali principi si applica agli insiemi sociali.