La festa è una condivisione comandata.
La musica contemporanea serve a tenere lontani i tradizionalisti.
Più le persone sono conformiste, più sono legate alle tradizioni o alle mode.
Le tradizioni, come le religioni (che sono tradizioni per eccellenza), uniscono e dividono allo stesso tempo. Uniscono quelli che le seguono ma dividono questi da quelli che non le seguono.
Le tradizioni servono a mantenere la coesione sociale. Quando non raggiungono più tale scopo, diventano solo un peso. Conviene allora abbandonarle ed eventualmente crearne altre più efficaci.
Ciò che unisce le persone non sono solo le cose che esse comunemente pensano e fanno, ma anche quelle cose che non pensano e non fanno in quanto disprezzate, ignorate o proibite dai loro costumi, ovvero dalle loro norme etiche ed estetiche.
Scusate se non rispondo agli auguri di buon Ferragosto, buona Pasqua ecc.. So che vengono fatti con buone intenzioni, e spesso per dimostrare amicizia e affetto, ma li trovo di per sé insignificanti, e non voglio contribuire al mantenimento di questa tradizione per me insensata.
La ripetizione delle forme sociali attraverso memi, rituali, tradizioni, costumi, tipi, modelli, linguaggi ecc. è rassicurante, così come il loro cambiamento è inquietante. L'uomo fatica a imparare le forme sociali necessarie per la cooperazione, e dopo averle imparate cerca di conservarle per non rischiare l'emarginazione in caso di cambiamenti non appresi.
Le tradizioni sono esercizi e gare di imitazione. L'imitazione (cioè la riproduzione) di forme sociali è un valore "dimostrativo". Infatti, chi meglio imita le forme sociali della comunità di appartenenza dimostra una maggiore integrazione sociale e quindi una maggiore forza e resilienza. Anche le mode, in quanto forme sociali, costituiscono un terreno di competizione nella gara a chi è più "sociale", ovvero più conforme alle caratteristiche della comunità.
Cari amici, se non vi faccio gli auguri di Natale o Capodanno non è per scortesia né perché non vi voglia bene. E' che non riesco a fare le cose solo perché lo richiede la tradizione. Le dimostrazioni di affetto, secondo me, per essere autentiche, dovrebbero essere fatte indipendentemente dal calendario. Il Natale e le altre feste principali sono per tanta gente i giorni in cui ognuno, attraverso gli auguri, dovrebbe dichiarare il proprio affetto e il proprio desiderio di interconnessione con le persone che gli sono care. Se non lo facesse sarebbe come se dichiarasse che non gli sono care. Io mi ribello a questa tradizione che ci costringe a ricambiare gli auguri ricevuti per non offendere chi li fa.
Il significato nascosto degli auguri di buon Natale, buona Pasqua ecc., secondo me, è: "ti ricordo che io ci sono (nel caso te lo fossi dimenticato) e ti comunico che sei nei miei pensieri, ovvero sei importante per me. Inoltre spero che tu risponda ai miei auguri per dimostrarmi che il sentimento è reciproco. E' bella la conferma che siamo legati da un reciproco affetto, simpatia o stima."
Insomma, nulla a che vedere con la Pasqua, il Natale ecc. ed è difficile stabilire se uno fa gli auguri spontaneamente o perché pensa gli altri se li aspettano e ci rimarrebbero male non ricevendoli o potrebbero pensare che siamo maleducati. Insomma è difficile stabilire se si tratta di una sincera espressione di affetto o dell'adempimento di un dovere tradizionale.
I rituali del Natale sono rituali di appartenenza ad una comunità di persone accomunate dal rispetto dei rituali del Natale.
Non è un gioco di parole né una tautologia. Si tratta infatti di rituali fini a se stessi che non hanno ormai alcun senso se non quello di celebrare un'appartenenza e di goderne insieme. Essa viene periodicamente confermata attraverso il rispetto delle tradizioni che la caratterizzano. A questo servono le feste.
Detto con parole volgari, il Natale è una piacevole (ma non per tutti) ammucchiata nel segno di una tradizione autoreferenziale, il cui significato religioso ormai si è completamente perso.
Chi sceglie di non rispettare la tradizione del Natale rischia di isolarsi dalla comunità e di apparire strano, estraneo o straniero.
Non tutti godono nel celebrare le feste natalizie. Molti si annoiano, ma sopportano e rispettano questa tradizione per evitare di estraniarsi dalla comunità. Infatti il Natale è anche un modo per misurare il livello di sottomissione degli individui allo "spirito" della comunità.
Tento di dare la mia spiegazione del fenomeno dei botti di Capodanno, che secondo me è molteplice.
Innanzitutto è una cosa che molti fanno semplicemente perché è tradizione, senza conoscerne l'origine e senza che essa abbia (ancora) un senso. Qualunque azione fatta insieme ad altri e come la fanno gli altri costituisce (in questo caso inconsciamente) un rituale di appartenenza ad un gruppo sociale. Non importa la forma del rituale in sé, quello che conta è la simultaneità e la conformità degli atti rispetto a quelli altrui. Quindi lo scopo dei botti, come pure quello dell'albero di Natale, sarebbe di confermare la propria appartenenza al gruppo, o a una certa "umanità", soddisfacendo, almeno provvisoriamente, il proprio bisogno di appartenenza e integrazione sociale, uno dei bisogni più potenti dell'essere umano.
In secondo luogo, i "botti" sono espressione di virilità, potenza, aggressività, temibilità. Sparando ci si sente più potenti, come quando si guida un'auto o moto di grossa cilindrata. I botti soddisfano quindi, in modo illusorio, il bisogno di potenza e di competitività, altro bisogno importante dell'essere umano, ma anche di molti animali, che urlano o si battono il petto o scalciano per far capire agli eventuali rivali di essere più forti di loro.
Probabilmente ci sono altri meccanismi e spiegazioni possibili che ora non mi vengono in mente.
Non vedo l'ora che finiscano le feste, e non ricevere più auguri da nessuno, specialmente dalle decine di membri dei gruppi Whatsapp e Facebook a cui sono iscritto, e non sentirmi obbligato a ricambiare. Che vuol dire "buon Natale", "buon anno", "buone feste", "buon compleanno" ecc.? Che vuol dire "ti auguro"? Io mi auguro che tutti (amici ed estranei) stiano bene, che passino una buona giornata ogni giorno dell'anno, che facciano una buona vita. Perché dovrei augurarglielo solo a Natale o a Capodanno, a Pasqua ecc.? E che mancanza di fantasia in tutte queste frasi fatte!
So che scambiarsi gli auguri è un modo per confermare una relazione sociale e recare messaggi sottintesi come "io ho pensato a te, tu per me esisti, sei importante, non ti ho dimenticato". Oppure per dire semplicemente "mi sei simpatico" o "ti voglio bene", cioè "desidero il tuo bene". Ma perché non dirlo esplicitamente,
se è vero? E perché dirlo solo in occasione delle feste comandate? E' come se queste occasioni costituissero dei censimenti comunemente accettati in cui le persone si scambiano dichiarazioni di relazione sociale o devozione, più o meno sincere, opportuniste o conformiste.
A volte ho anche il sospetto che si facciano gli auguri per dire "io esisto, ricordati di me, pensa a me".
C'è qualcosa che non mi convince e mi disturba in queste tradizioni.
Con questo non intendo offendere nessuna delle persone che mi hanno fatto gli auguri, e che ovviamente ricambio con affetto. Anzi, con questo scritto intendo spiegare perché io non prendo mai l'iniziativa di fare gli auguri ad alcuno, e che, se non lo faccio, non significa che non voglia loro bene.
A mio avviso, i rituali sociali servono a manifestare l'appartenenza (di coloro che li celebrano) ad una stessa comunità e/o ad una certa relazione affettiva.
Il rituali più semplici e più diffusi sono il saluto e lo scambio di auguri in occasione di feste o altre occasioni religiose o laiche. Quando una persona A saluta o augura qualcosa a una persona B, il saluto o l'augurio costituiscono un messaggio implicito da A verso B il cui significato è: ti riconosco come membro della comunità a cui appartengo, e come amico, cioè come persona a cui sono affezionato e con cui desidero interagire e cooperare per il "nostro" bene comune; in sintesi: "ti voglio bene".
Il messaggio esplicito che il rituale trasmette può essere un augurio di buona salute, di salvezza in senso religioso, di passare gioiosamente un certo periodo di tempo, di avere successo in una certa occasione, ecc. Tuttavia tale messaggio è normalmente trascurabile e trascurato, in quanto i messaggi impliciti "apparteniamo alla stessa comunità", "ti riconosco come amico", "ti voglio bene" costituiscono i veri e unici motivi dei rituali.
I rituali legati a feste, specialemente se religiose, possono essere sgradevoli per persone atee, o devote a religioni diverse da quella a cui il rituale si riferisce, o per persone che hanno verso le feste in generale un atteggiamento critico. Infatti certe persone, per coerenza coi propri principi, evitano di celebrare i rituali tradizionali (come ad esempio scambiare auguri di buon Natale o di buon Ferragosto) col rischio di risultare antipatici ai tradizionalisti.
Per certe persone, che possiamo chiamare "antitradizionalisti" (categoria a cui mi onoro di appartenere), le feste tradizionali costituiscono infatti periodi di noia, di tristezza, e di pericolo, in quanto mettono in evidenza le differenze intellettuali e morali tra loro e gli altri, e rischiano di farli passare per arroganti e asociali agli occhi dei tradizionalisti.
Occorre tuttavia riconoscere che i rituali sono utili, se non indispensabili, per mantenere i legami sociali di affetto e di solidarietà tra le persone. Perciò credo che noi antitradizionalisti faremmo bene a inventare e a praticare rituali, ancorché diversi da quelli tradizionali.
Intendo dire che il significato esplicito dei nuovi rituali dovrebbe essere accettabile anche per le persone intellettualmente e moralmente più esigenti, essere adatto al nostro tempo e coincidere con il significato implicito di affetto, e di appartenenza ad una stessa comunità.
Io, tanto per cominciare, vorrei sapere cosa gli esseri umani (in generale) vogliono sapere, per capire se io e gli altri vogliamo sapere le stesse cose o cose diverse. Suppongo infatti che gli esseri umani si differenzino (anche) in ciò che desiderano (e si curano di) sapere.
Ecco una cosa che tutti vogliamo sapere: chi comanda, cioè chi ha potere su di noi e sugli altri, ovvero a chi dobbiamo obbedire e chi dobbiamo soddisfare (o non scontentare) per evitare le loro punizioni.
Una classica risposta a tale domanda è “Dio”. Infatti Dio (per chi ci crede) è la massima autorità, da cui dipende tutto ciò che è successo, che succede e che succederà, compreso il nostro destino prima e dopo la nostra morte. Ma questa risposta non è sufficiente perché Dio (per chi ci crede) permette che esistano altre autorità oltre la propria, e dà loro la libertà e il potere di comandare e di decidere le sorti dei loro subordinati.
Credenti o no, noi vogliamo comunque sapere chi (tra i mortali) comanda, ovvero vogliamo conoscere le varie gerarchie sociali (politica, religiosa, economica, accademica, intellettuale, morale, estetica, ecc.) perché, volenti o nolenti, siamo imbrigliati, incastrati, imprigionati in una quantità di gerarchie, di cui occupiamo posizioni particolari.
Oltre a conoscere le gerarchie in cui siamo posizionati, vogliamo anche sapere come si fa a salire nelle scale gerarchiche, e come evitare che altre persone ci sorpassino facendoci scendere di uno o più gradini.
La risposta alla precedente domanda è “imitare i superiori”. Infatti, se vogliamo salire in una gerarchia, dobbiamo imitare il comportamento di coloro che sono sopra di noi ed evitare (se possibile) di imitare quelli a noi subordinati.
Potremmo dunque dire che vogliamo sapere chi ci conviene imitare, anche perché non si può vivere in società senza imitare qualcuno dei suoi membri.
Oltre la conoscenza delle gerarchie, potremmo supporre che gli esseri umani vogliano anche sapere come funziona la natura, compresa quella umana, e le cause degli eventi e dei comportamenti. Tuttavia succede che i poteri (politico, religioso, economico, accademico ecc.) scoraggino tali ricerche occupandosi di fornire risposte preconfezionate secondo i propri interessi e le proprie convenienze.
Così, per paura di essere puniti dalle autorità o emarginati dalle comunità di appartenenza, evitiamo di farci troppe domande sulla nostra natura e prendiamo per buone le risposte tramandate dalle tradizioni, che non osiamo mettere in discussione.
Le feste, i riti e le varie forme tradizionali (che nel seguito chiamo semplicemente “riti”) servono ad unire, a confermare delle unioni tra persone, a confermare l’appartenenza a certe unioni, raggruppamenti o categorie di esseri umani e, in ultima analisi, la stessa identità delle persone.
Attraverso la celebrazione di un rito, l’individuo conferma agli altri e/o a se stesso di appartenere al gruppo umano di cui tale rito costituisce una forma caratteristica di riconoscimento e che lo differenzia dagli altri gruppi, cioè dai gruppi che non riconoscono né richiedono tale rito.
La celebrazione di un rito è anche un atto di obbedienza ad un padre (metaforico o metafisico) comune.
Uno dei dieci comandamenti è “ricordati di santificare le feste” perché nel santificare la festa l’individuo conferma la sua sottomissione al dio a cui la festa è dedicata, e la sua fratellanza rispetto alle altre persone che riconoscono lo stesso padre e ad esso si sottomettono.
Il rito è dunque una dichiarazione di unione, di fratellanza, di sottomissione ad un’autorità comunemente accettata.
Chi non celebra il rito dichiara implicitamente di non appartenere al gruppo caratterizzato da tale rito.
La celebrazione di un rito è dunque rassicurante nel senso che rassicura i confratelli e le autorità sulla propria fedeltà al gruppo, allontanando i sospetti di infedeltà e il rischio delle relative ritorsioni.
Dopo la celebrazione del rito ci si sente “a posto con la coscienza” rispetto al gruppo a cui si ha bisogno di appartenere o non si è costretti ad appartenere. Ci si sente come uno che ha “fatto il proprio dovere” ed appartiene perciò a pieno titolo al gruppo.
Si può simultaneamente appartenere a gruppi di vari livelli.
Un primo livello è quello della coppia di coniugi, partner, amici o parenti. In questo caso il rito è costituito da un ricorrente scambio di visite, attenzioni, informazioni, auguri, doni, tenerezze, rapporti sessuali ecc.
Un altro livello è quello della famiglia. In questo caso il rito è costituito dal mangiare insieme e dal fare cose insieme, come viaggiare, visitare mostre e musei, trascorrere insieme vacanze ecc.
Un altro livello è quello del gruppo di amici. In questo caso il rito è costituito dal fare cose insieme, come ballare, mangiare, assistere a spettacoli teatrali, cinematografici, musicali, sportivi, viaggiare, visitare mostre e musei, trascorrere insieme vacanze, drogarsi ecc.
Altri livelli sono costituiti da comunità di vario tipo, nazionalità, razze, professioni, religioni, filosofie, stili di vita, classi sociali, tifoserie sportive ecc.. Ognuno di questi gruppi ha i suoi riti che gli aderenti celebrano, rispettano, onorano come conferme di appartenenza e fedeltà ai gruppi stessi.
Il rito è anche un modo per affermare o confermare un’identità. Una persona ha una certa identità nella misura in cui celebra i riti caratteristici di quella identità.
Chi celebra il rito esige che anche gli altri membri dello stesso gruppo lo facciano, altrimenti non li considera più “congruppali” (commilitoni, camerati, connazionali, correligionari, amici, familiari ecc.).
La celebrazione del rito è necessariamente ricorrente, con una periodicità che varia a seconda del tipo di rito. L’effetto del rito infatti ha una durata limitata e, se non rinnovato, si annulla.
I riti servono a rigenerare l'idea e il senso del noi.
L'arte, l'artigianato, la fotografia, il teatro, il cinema, la letteratura, la musica, contribuiscono ai riti e sono essi stessi dei riti.
I sacrifici comuni, le vittorie comuni, i beni comuni possono anche funzionare da riti.