Un inganno è una violenza nascosta.
Ci sono persone che conoscono solo la legge del più forte.
Quando l'intolleranza è reciproca, la guerra è inevitabile.
Abbiamo tutti bisogno d'aiuto. Alcuni lo ottengono con la forza.
È impossibile giudicare gli esseri umani senza offenderne qualcuno.
Una minoranza di violenti può dominare una maggioranza di non violenti.
La violenza è anche un modo per affermare la propria superiorità in termini di potere.
L'offesa percepita, non l'offesa reale o intenzionale, scatena il comportamento aggressivo.
La religione si è quasi sempre arrogata il diritto esclusivo di amministrare la violenza e la sessualità.
Se non avessimo bisogno e paura gli uni degli altri non saremmo possessivi, né vili, né violenti, né falsi.
Gli animali non umani hanno sempre licenza di uccidere. Gli umani hanno licenza di farlo solo in tempo di guerra.
Ogni fede che esclude o proibisce la critica di se stessa è falsa e violenta. È così nella maggior pare dei casi.
Ci sono due modi per indurre qualcuno a fare ciò che desideriamo: (1) con la violenza; (2) con promesse o minacce di vantaggi o svantaggi, piaceri o dolori.
L'uomo è l'unico animale capace di torturare un suo simile per ottenere qualcosa da lui, o per il piacere connesso al potere di condizionare le emozioni altrui.
A volte, dietro la paura di offendere si nasconde la paura della reazione aggressiva dell'offeso, e dietro la gentilezza si nasconde la speranza che essa venga ricambiata.
Il Dio di Abramo è un sadico che impone alle sue vittime di amarlo, adorarlo e considerarlo infinitamente buono, minacciando, in caso contrario, punizioni infinite e irrevocabili.
Quando le risorse alimentari non bastano per tutti, occorre limitare la popolazione. Questo si può fare mediante politiche demografiche (democratiche o dittatoriali) oppure guerre di sterminio. A noi la scelta.
Fino ad oggi le culture di massa hanno assecondato la natura violenta dell'uomo, perfino attraverso le religioni. Se vogliamo che la nostra specie sopravviva dobbiamo cambiare le culture di massa in senso filosofico e non violento.
È facile che una minoranza tolleri una maggioranza, difficile che una maggioranza tolleri una minoranza. Perché il più debole non può costringere il più forte a tollerarlo, mentre il più forte può costringere il più debole a farlo.
La violenza verbale, diretta o indiretta, esplicita o implicita, non è mai giustificabile. Serve solo a scatenare una guerra o ad aumentarne il livello. Perfino la violenza fisica è in certi casi giustificabile. Quella verbale mai.
Nell'interazione tra due persone, se non c'è un accordo esplicito o implicito sulle regole dell'interazione (diritti e doveri, obblighi e divieti, dizionari, scopi, intenzioni, limiti, paradigmi ecc.), l'interazione è impossibile, ipocrita, ridotta al minimo o violenta.
Esistono vari di aggressività tra cui:
quella che l'animale usa su un'altro per nutrirsene o sfruttarlo;
quella che l'animale usa per dominare il branco e/o il territorio;
quella che l'animale usa verso un altro da cui si sente minacciato.
Lo stesso vale per l'aggressività dell'uomo sull'uomo,
Chi considera sacra una certa cosa e investe la propria esistenza e i propri rapporti sociali sulla base di quella sacralità, si sente offeso, ovvero aggredito, da chi afferma che quella cosa è falsa, non ha alcun valore, non ha alcuna importanza o è nociva, e reagisce di conseguenza, come si reagisce quando si subisce un'aggressione, o quando viene messa in pericolo la propria esistenza.
Il sacrificio (piccolo o grande che sia) è un elemento essenziale della celebrazione del sacro, ovvero della conferma dell'appartenenza ad una comunità umana.
Il sacrificio comporta necessariamente un disagio, una rinuncia, una violenza, una frustrazione, una sofferenza perché serve a dimostrare che l'attaccamento alla comunità è più forte della sofferenza provocata dal sacrificio stesso.
L'uomo, per fare cessare la violenza tra individui ha escogitato la violenza di gruppo verso altri gruppi o verso alcuni individui o animali. Così si è passati dalla violenza interna alla comunità a quella esterna, ovvero contro altre comunità o contro qualche capro espiatorio.
Questo passaggio è avvenuto per iniziativa delle autorità religiose, le quali si sono arrogate il diritto esclusivo di amministrare la violenza, facendone una cosa sacra. Infatti la violenza esercitata in nome di un dio non solo è lecita, ma è doverosa.
Un giudizio spregiativo (intellettuale, etico o estetico) fa male a chi ne è oggetto, lo offende. Perché? Perché ogni umano dipende dall'apprezzamento altrui, senza cui non è possibile una cooperazione non violenta. Una buona reputazione è infatti un bene importantissimo, vitale, che ognuno cerca difendere il più possibile. Perciò quando qualcuno dice qualcosa che nuoce alla nostra reputazione, reagiamo come se fossimo oggetto di un'aggressione fisica, e se non abbiamo argomenti credibili per difendere la nostra reputazione, non ci resta che l'attacco e/o la fuga.
Il racconto del sacrifico di Isacco è la dimostrazione della violenza e della follia che si nascondono dietro le religioni abramitiche. La virtù di Abramo, che dovrebbe essere un modello di moralità a cui tutti i cristiani, i musulmani e gli ebrei dovrebbero conformarsi, consiste nell'obbedire senza esitazione ad una "voce" che gli ordina di uccidere suo figlio. Follia e violenza pura mascherate da virtù. Su questa base si sono costruite le religioni abramitiche. Perché, secondo voi, qualcuno (Dio stesso o un suo adoratore) ha avuto la bella idea di inventare e includere una simile storia nelle sacre scritture?
Ben nascoste nel profondo della nostra psiche, tra le tante nostre motivazioni ci possono anche essere tendenze sadistiche, che emergono senza freni di fronte a comportamenti criminali da parte di cerrte persone, come, ad esempio, in casi di pedofilia, di corruzione e di sadismo.
Infatti, i criminali più odiosi suscitano in molti di noi il desiderio di imporre loro punizioni violente, che li facciano soffrire il più possibile. Naturalmente diremo che la punizione serve come deterrente sia per i criminali stessi, sia per altre persone tentate da simili comportamenti. Tuttavia dietro tale giustificazione si può nascondere il piacere di infliggere sofferenze ad altri esseri umani.
La storia dell’umanità ci dimostra che l’uomo è capace sia di bontà che di crudeltà, che ci sono state e ci sono comunità più violente e altre meno violente. Questo significa che c’è sempre spazio per un miglioramento dei rapporti sociali, se si adottano i provvedimenti appropriati. Purtroppo la maggior parte della gente pensa che non si possa fare nulla per migliorare la società o che non ci sia bisogno di migliorarla, mentre una minoranza di persone credono nella possibilità di un miglioramento e ricercano i modi per attuarlo, a volte sbagliando e peggiorando la situazione, altre volte con risultati incoraggianti. Spero che il loro numero cresca come pure la loro conoscenza della natura umana.
Le relazioni umane (e la cultura che le descrive e le regola) sono generalmente mistificate nel senso che i veri motivi del comportamento sociale di ognuno sono normalmente ignorati, nascosti o camuffati.
Lo scopo della mistificazione è quello di non rivelare la violenza e l’egoismo che caratterizzano in misura più o meno grande quasi tutte le interazioni sociali. Un altro scopo è quello di accusare di violenza ed egoismo qualche capro espiatorio.
Siamo infatti tutti più o meno violenti ed egoisti per natura, ma siccome l’umanità non può sopravvivere senza che vi siano freni e disincentivi alla violenza e all'egoismo, ognuno cerca di dimostrare di non essere né violento né egoista. A tale scopo indossiamo maschere culturali che ci assolvono attribuendo le cattive intenzioni a nemici comuni.
In una interazione tra A e B, A può fare a B:
- ciò che A vuole e B vuole (con o senza il consenso di C)
- ciò che A vuole e B non vuole (con o senza il consenso di C)
- ciò che A non vuole e B vuole (con o senza il consenso di C)
- ciò che A non vuole e B non vuole (con o senza il consenso di C)
- ciò che C vuole (con o senza il consenso di A e B)
dove C è una terza persona reale o immaginaria, interiorizzata in A e/o in B.
La scelta tra le diverse opzioni dipende da logiche consce o inconsce che comprendono valutazioni e confronti tra le posizioni gerarchiche di A, B e C rispetto a diversi tipi di gerarchie di valori.
Una transazione da A a B può essere esecutiva, interrogativa, responsiva. Le transazioni esecutive possono essere arbitrarie, negoziate e minacciate.
Le transazioni interrogative e responsive consistono solo in informazioni, quelle esecutive nel trasferimento di energie, sostanze, oggetti o informazioni.
Le transazioni non volute dal ricevente sono definibili come violente.
Le minacce sono un particolare tipo di transazione interrogativa in cui A chiede a B di accettare una certa transazione avvertendo che in caso di rifiuto procederà comunque, con o senza penalizzazioni ulteriori.
Una delle idee più violente da sempre in circolazione è quella espressa da Gesù quando dice "Chi non è con me è contro di me" (Vangeli di Luca 11,14-23 e Matteo 12,30-40).
Questa idea è talmente diffusa (consciamente o inconsciamente), anche al di fuori dei contesti religiosi, che mi chiedo se non sia scritta nel DNA dell'Homo Sapiens. Secondo me essa è corresponsabile del perdurare dell'ignoranza, delle guerre e dell'incomprensione in ogni popolazione.
Non c'è bisogno di esempi per capire che chi non segue i costumi di una comunità viene facilmente considerato come nemico (potenziale o attuale) della stessa da parte degli altri suoi membri, ed è difficile negare che tendiamo (consciamente o inconsciamente) a percepire come una minaccia coloro che la pensano in modo diverso da noi su questioni logiche, etiche o estetiche.
Se coltiviamo l'idea che "chi non è con me è contro di me", esercitiamo una continua violenza verso tutti gli altri, in quanto quell'idea sottintende che considereremo nostro nemico (e lo tratteremo come tale) chiunque, conoscendo le nostre idee, sia in disaccordo con esse.
Questa idea nefasta si basa sul principio aristotelico di non contraddizione, per cui se ciò che io affermo è vero, ogni idea contraria alla mia affermazione è falsa, oppure è vero il contrario e quindi la mia idea è falsa. Ne consegue che se uno afferma di non essere d'accordo con le mie idee, è come se dicesse che io dico il falso, e perciò lo percepisco come bugiardo e calunniatore, quanto basta per fare dell'altro un nemico mio e/o della mia comunità e per usare un atteggiamento aggressivo o difensivo nei suoi confronti.
Per non farci intrappolare dalla logica violenta del principio di non contraddizione dovremmo dunque abituarci a pensare che la verità ha mille volti, anche contraddittori, e che non esiste "la ragione", ma esistono ragioni diverse, e che "chi non è con me non è necessariamente contro di me", e insegnarlo ai nostri figli e ad ogni altra persona che siamo in grado di influenzare.
Durante un dibattito tra amici sui maltrattamenti "delle donne" da parte "degli uomini", ho scritto il seguente commento.
---------
Permettetemi di tentare un'analisi psico-logica di questa interessante discussione, interessante non tanto per l'oggetto del contendere (che per me è elaborato a sufficienza), quanto per il modo e le logiche con cui i contendenti contendono.
La chiave principale per capire tutto ciò, è a mio avviso il "senso di appartenenza", che è uno dei processi (consci e inconsci) più importanti della mente umana. Infatti, ogni uomo sente di appartenere alla categoria degli "uomini", e ogni donna a quella delle "donne". Appartenenza implica identificazione (conscia e/o inconscia).
Un'altra importante chiave è a mio avviso il "senso morale", ovvero l'assegnazione di un valore sociale più o meno positivo o negativo a certi comportamenti interpersonali, e il bisogno di dimostrare la positività morale, o la non immoralità, del proprio comportamento.
Ebbene, se si ipotizza che "gli uomini sono cattivi", allora chi sente di appartenere alla categoria degli uomini ipotizza "logicamente" che egli stesso, in quanto uomo, è cattivo, e questo comporterebbe il rischio (consapevole o inconsapevole) di esclusione dalla comunità in quanto la qualifica di "cattivo" implica infrazione dei codici morali della comunità stessa.
La logica è quella aristotelica classica: "gli uomini sono mortali, io sono un uomo, quindi sono mortale". È una logica che agisce soprattutto a livello inconscio.
In virtù (o meglio, in vizio) di tale logica applicata grossolanamente, in modo assoluto, non relativizzato, questo dibattito è divenuto presto un "moral status game", dove ognuno cerca di difendere dalle accuse di immoralità la categoria a cui sente di appartenere (e implicitamente se stesso), e di accusare la categoria opposta di qualche immoralità, colpa o responsabilità. Come minimo si accusa la parte avversa di aver accusato ingiustamente la propria parte.
Come se ne esce? Semplicemente sostituendo l'espressione "gli uomini si comportano così", con l'espressione "certi uomini si comportano così". Se poi si riescono a quantificare con percentuali statistiche le parti immorali delle categorie in questione, è ancora meglio.
Come diceva Nanni Moretti: le parole sono importanti. Vanno perciò usate con cautela.
La parola d'ordine è dunque "relativizzare".
A proposito delle proteste e dell'indignazione contro i femminicidi e i maltrattamenti delle donne, se queste fossero una minoranza della popolazione si potrebbe parlare di discriminazione e maltrattamenti di minoranze, ma sono il 50%, quindi si presuppone che siano una categoria più debole, più vulnerabile per natura e/o per cultura.
Se tale maggiore vulnerabilità non può essere superata, allora la violenza sulle donne rientra nella più generale violenza dei più forti verso i più deboli, indipendentemente dai generi.
Secondo me dobbiamo protestare contro la violenza a prescindere dalle differenze di genere. Altrimenti si rischia di considerare tutte le donne vittime e tutti gli uomini carnefici.
Se le vittime di violenza sono soprattutto donne, forse il motivo è che certi uomini (per fortuna una minoranza, non dimentichiamolo) pensano che le donne "meritino" di essere maltrattate in quanto valgono meno degli uomini e perciò devono accettare un ruolo subordinato rispetto a questi, e subire i loro maltrattamenti.
Pertanto il messaggio da inviare ai potenziali femminicidi secondo me non deve essere "smettetela di maltrattare e di uccidere le donne", ma "siete vigliacchi e criminali perché sfruttate la debolezza fisica (e forse anche emotiva) delle donne per sottometterle".
Se le donne non fossero sottomesse (volenti o nolenti) non ci sarebbero femminicidi. La sottomissione precede l'atto criminale. Purtroppo molte donne si legano a potenziali carnefici ingenuamente, senza capire con chi hanno a che fare. Ci vorrebbe un test psicologico per stanare i potenziali aggressori delle donne.
In altre parole, bisognerebbe educare le donne a individuare i potenziali carnefici prima che sia troppo tardi. Sarebbe un'educazione molto più efficace che educare gli uomini a rispettare le donne.
Detto questo, protestare contro il patriarcato mi sembra inutile e fuori luogo, anche perché i cosiddetti "patriarchi" non si fanno impressionare dalle manifestazioni pubbliche, e gli altri uomini non maltrattano le donne. E poi credo che la figura del "patriarca" sia ormai in declino, con il declino delle grandi famiglie dove il vecchio, il nonno, è ancora il capo.
Se le manifestazioni pubbliche servono a incoraggiare le donne a difendersi dai potenziali aggressori, ben vengano, altrimenti mi sembrano uno spreco di tempo.
Quello che un po' mi dispiace è che certe proteste sembrano criticare e accusare tutti gli uomini, senza eccezioni, quindi anche me.
Considerare tutti gli uomini (o tutti gli esseri umani di qualsiasi genere) corresponsabili di certi mali della società è una trappola mentale che non ci aiuta a progredire. Se vogliamo essere razionali dobbiamo differenziare, sia quantitativamente che qualitativamente.
Se un sistema funziona male, la colpa non è di tutte le sue parti, e la società è un sistema. Il tecnico efficace deve individuare le parti guaste e sostituirle o ripararle. Predicare il miglioramento dell'intero sistema senza agire sulle parti guaste (e solo su quelle) non risolve il problema.
Se certe donne mi considerano a priori, in quanto uomo, corresponsabile dei maltrattamenti di cui sono vittime (non tutte le donne lo sono, beninteso) provocherà in me una reazione difensiva (cognitivo-emotiva) a causa della quale non mi avrà come alleato per la sua causa, e screditerà ai miei occhi la causa stessa.
Consiglio a tutte le donne di indirizzare più precisamente e selettivamente la loro protesta in difesa della loro causa. Io sono per l'emancipazione della donne e per l'uguaglianza dei diritti umani indipendentemente dalle differenze di genere e altre differenze, ma credo che le proteste generalizzate e generiche siano controproducenti. Inoltre credo che la responsabilità delle donne stesse (non di tutte, beninteso) vada messa in luce.
Purtroppo la psicologia, che dovrebbe aiutarci a progredire civilmente, è ancora allo stato nascente, frammentaria e piena di contraddizioni. Per questo è poco efficace, poco e mal conosciuta e da molti screditata. Questo è il fronte su cui sono più impegnato intellettualmente.
Trovo ingenui, e sostanzialmente inutili, molti interventi in occasione della ricorrenza dell’8 marzo, giornata internazionale della donna. Si va dal lamentare le ingiustizie subite da molte donne, al riconoscimento dell’importanza e della bontà delle donne in generale, all’augurio di “buona festa della donna”, che non è altro che una manifestazione di rispetto nei confronti delle persone di genere femminile puramente rituale e, in tal senso, comandata e non spontanea.
Non vi è dubbio che anche in paesi industrialmente sviluppati come il nostro, statisticamente, le donne siano svantaggiate rispetto agli uomini, sia in termini economici, sia in quanto oggetto di violenza da parte dei partner di sesso maschile (dico “statisticamente”, dato che ciò non riguarda tutte le donne, ma solo una parte di esse peraltro non quantificabile).
Celebrare la festa della donna significa dunque chiedere un maggiore rispetto e una maggiore giustizia per le donne che ne hanno bisogno.
A chi è rivolta tale richiesta? Anche a me? Che io sia tra i destinatari della richiesta mi disturberebbe, dato che non ritengo di aver mai trattato una donna peggio di come ho trattato un uomo approfittando del suo genere.
Penso inoltre di non poter fare alcunché per rimediare alle ingiustizie sofferte da quelle donne che vengono trattate ingiustamente.
Supponiamo che la suddetta richiesta non sia rivolta a persone “innocenti” come me, ma a quegli uomini che trattano le donne più ingiustamente di come trattano gli altri uomini, oppure agli uomini politici che, almeno in teoria, avrebbero i mezzi per ridurre tali ingiustizie, ma non si decidono a farlo o non ritengono che sia necessario farlo.
Consideriamo quegli uomini che trattano le loro mogli come schiave. Dovrei io, ogni 8 marzo, partecipare a manifestazioni che chiedono a gran voce a tali uomini (ovviamente anonimi e sconosciuti) di trattare le loro mogli con più rispetto ed equità?
L’idea di chiedere qualcosa a qualcuno che non so chi sia mi sembra bizzarra e inconcludente.
L’emancipazione femminile, che fortunatamente c’è stata e continua ad esserci, seppur lentamente, è un fenomeno culturale ed economico molto complesso, favorito da molte cause dalle quali escluderei le celebrazioni annuali a favore delle donne. Credo infatti che feste come questa servano solo a dare a chi le celebra un senso di appartenenza e il piacere di fare qualcosa insieme. Insomma, un bel modo per socializzare.
Se la richiesta di cui sopra è rivolta ai politici, vorrei capire cosa chiediamo loro, ovvero quali leggi chiediamo loro di stabilire.
Si può proibire per legge ad un marito di trattare sua moglie come una schiava? Temo di no. L’unica legge che mi sembra sensata per ridurre le ingiustizie a danno delle donne è imporre parità di salario a parità di prestazioni, cosa peraltro difficile se i salari vengono negoziati liberamente tra le parti. E forse esistono già leggi in tal senso, anche se difficilmente se ne può verificare il rispetto.
Per i motivi suddetti, non mi sento motivato a partecipare alle celebrazioni della festa della donna né a fare gli auguri alle donne o affrire loro fiori o altri regali. Infatti, per quanto riguarda i rapporti tra me e mia moglie, il rispetto e l’attenzione che ho per lei glieli dimostro ogni giorno con il mio comportamento, e non c’è bisogno che lo faccia a parole un giorno l’anno.
In ogni caso, io credo che la violenza e l’ingiustizia dell’uomo verso la donna rientri nella più generale violenza e ingiustizia degli umani (di qualsiasi genere) verso altri umani più deboli. Infatti, da quando esiste la nostra specie, i più forti, in ogni classe sociale, hanno dominato, sfruttato e usato violenza nei confronti dei più deboli, cioè dei meno competitivi.
Dovremmo allora celebrare la “festa dei deboli” per chiedere a gran voce ai più forti di rispettare i più deboli? Ecco, credo che la "festa del debole" avrebbe forse più senso che la festa della donna, anche se chiedere agli oppressori di smettere di opprimere gli oppressi non ha mai funzionato.
Sia chiaro, non sto proponendo di abolire la giornata internazionale della donna, ma di celebrarla in modo diverso da come vedo fare, specialmente in Italia. Dovrebbe essere una giornata di riflessione, non una "festa", così come la giornata internazionale della memoria dell'Olocausto non è la festa dell'Olocausto, ma un'occasione per ricordare che non siamo immuni dalla ripetizione di tragedie simili.
A mio avviso questa giornata dovrebbe essere usata per incoraggiare le donne trattate ingiustamente da certi uomini (sia in ambito familiare che in ambito lavorativo) a ribellarsi per quanto possibile, e a organizzarsi in gruppi di solidarietà e di supporto reciproco per meglio comprendere e difendere i propri diritti, che includono la parità di trattamento rispetto agli uomini.
In tal senso, per migliorare la loro situazione, forse sono le stesse donne che dovrebbero cambiare, o comunque farlo prima degli uomini, cioè con coraggio e fermezza prendere l'iniziativa di insegnare ai "loro" uomini (mariti o datori di lavoro) come non comportarsi con loro.
L'esaltazione delle qualità femmili e del ruolo della donna, lo scambio di auguri, gli omaggi floreali, i regali, per quanto possano essere graditi alle donne che li ricevono, a mio parere non contribuiscono alla soluzione del problema, oltre ad essere spesso indicatori di ipocrisia da parte di chi li offre.
In quanto agli uomini, la giornata internazionale della donna sia un invito a fare il proprio esame di coscienza ogni giorno dell'anno, per quanto riguarda la pari dignità tra i due sessi.